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2019-07-28
La guerriglia dei No Tav imbarazza i grillini
Ansa
C'è qualcuno d'importante a cui non piace il corteo No Tav che ieri, dal campeggio dell'Alta Felicità di Venaus, ha tentato di raggiungere Chiomonte. Riuscendoci solo in parte, nonostante ci abbiano provato con sassaiole e forzando la pesante cancellata che conduce al cantiere. Hanno aperto un varco e quindi abbattuto la barriera, ma le forze dell'ordine hanno risposto lanciando lacrimogeni e costringendo i dimostranti ad arretrare.
Gli striscioni del popolo schierato contro la linea Torino-Lione sono zuppi d'acqua: «I popoli in rivolta scrivono la storia. No Tav fino alla vittoria», si legge sotto la fitta pioggia. Nel mirino dei manifestanti soprattutto i 5 stelle accusati d'aver tradito la causa, come urlano i manifestanti: «Diciamo a tutti i politici, M5s in primis, che i loro giochi di potere e di poltrone non ci interessano. Non ci sono governi amici, ma non significa che non sperassimo che ci fosse una vittoria. Non accettiamo intimidazioni. Fermare la Tav tocca a noi». S'intonano slogan anche contro Beppe Grillo e Luigi Di Maio, si fanno coraggio i partecipanti mentre dai megafoni viene diffuso il messaggio degli organizzatori: «Quattro gocce non ci spaventeranno». Ma proprio quattro gocce non sono. Sembra, dicevamo, che qualcuno d'importante, che non è il premier Giuseppe Conte e neppure il vicepremier Matteo Salvini, cerchi di boicottare la manifestazione. Verso mezzogiorno un nubifragio ha infangato i sentieri e provocato anche una frana di fronte al campeggio dove bivaccavano i No Tav. Niente di grave, ma ha il sapore di un avvertimento. Il sindaco di Giaglione ha emesso un'ordinanza: la strada comunale oltre la frazione San Giovanni che conduce alle vigne a Chiomonte nel caso di forti rovesci diventa di «forte pericolo e il Comune non risponde di danni a cose e persone».
Chi non molla, neppure sotto l'ombrello, è Alberto Perino, leader storico del movimento che vede rinunciare molti manifestanti sconfitti dal maltempo: «Io spero sia una manifestazione bagnata ma partecipata, fatta con la testa e non con la pancia. Perché chi oggi tira una pietra, una castagna o qualunque cazzata sappia che lo fa solo per fare un regalo a Salvini, non certo ai No Tav». Le sue parole, ovviamente, non sono state ascoltate dalle frange più estremiste, nonostante le forze dell'ordine abbiano schierato 500 uomini a difesa del cantiere. Un gruppo di una decina di persone incappucciate ha tagliato con un flessibile la cancellata a sbarramento del sentiero che dall'abitato di Giaglione conduce al cantiere di Chiomonte. Quindi hanno lanciato sassi oltre la barriera, disobbedendo agli ordini di Perino. Alcuni sono penetrati nella zona vietata ma la polizia li ha contrastati con i lacrimogeni. Sono stati identificati svariati appartenenti alla galassia antagonista, provenienti da centri sociali di tutta la Penisola: ci sarebbero almeno una quarantina di denunciati, tra cui gli esponenti di Askatasuna e un leader nazionale del movimento No Tav. L'obiettivo dichiarato era di arrivare al cantiere e violare la zona rossa tracciata dalla Prefettura. Ci hanno provato dividendosi dopo due ore di marcia: un gruppo sulla strada principale, mentre altri si sono inerpicati sui monti: «Questi sono i nostri sentieri», dicono gli organizzatori». Ma quanti erano i partecipanti? L'organizzazione parla di 15.000 persone tra valsusini e attivisti dei centri sociali. In realtà, complici i temporali che hanno fatto desistere i più ragionevoli, molti meno: non più di 2.000 secondo una stima attendibile. Tutti infuriati per il via libera del premier Conte e per il tradimento dei grillini, rei di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. L'imbarazzo dei pentastellati è evidente: ieri non si sono schierati né con i partecipanti alla marcia, né a difesa del loro presidente del Consiglio. Non potevano farlo. Che non sappiano come uscire dall'impasse è anche dimostrato dalla mozione depositata venerdì al Senato, contro lo stesso governo di cui fanno parte, per fermare l'Alta velocità. Ieri Luigi Di Maio, che pure è vice del premier Conte, che sul tema è stato chiaro, la rilanciava su Facebook con un battagliero «Noi non ci arrendiamo! Noi pensiamo al Paese, non facciamo regali a Macron».
Ad aumentare la confusione si aggiunge Alessandro Di Battista, che pubblica su Facebook un lungo post riprendendo le critiche di Nicola Morra, senatore del Movimento: «La penso esattamente come lui», esordisce, «non c'è alcuna penale per la rescissione dell'accordo sul Tav da parte dell'Italia, semplicemente perché non sono state previste. E dunque parlare di penali in termini minacciosi è evidentemente disinformazione bella e buona». Un attacco frontale al presidente del Consiglio.
E poi prosegue: «Il Tav in Val di Susa non serve ai cittadini italiani, non serve ai cittadini europei. Potrebbe servire alle imprese che lo dovessero realizzare, alle banche d'affari che stanno dietro quelle aziende. Serve, sicuramente, al Partito (unito e senza frontiere, trasversale e transnazionale) delle Grandi Opere. A questo io non ho mai aderito».
Alfredo Arduino
Toninelli non firma la lettera all’Ue. La sua poltrona sempre più in bilico
Una lettera dal ministero ma non dal ministro. E così, nottetempo, in una forma abbastanza surreale, intorno alla mezzanotte tra venerdì e sabato (la scadenza era il 26 luglio), è partita la comunicazione con cui l'Italia ha risposto positivamente alla sollecitazione sulla Tav, dopo i passati rinvii, indirizzata a noi e alla Francia da parte dell'Inea (l'agenzia per l'innovazione e le reti infrastrutturali della Commissione Ue).
La missiva è stata inviata in copia anche a Parigi, con cui del resto i contatti erano stati costanti, nelle ore precedenti, per concordare il testo. Ma con una sorpresa: a firmare la lettera è stato un funzionario del dicastero, anziché il ministro Danilo Toninelli.
Fonti non ufficiali grilline si affannano a precisare che la sigla del ministro non era strettamente necessaria, ma il fatto politico è notevole: Toninelli ha scelto questa via obliqua per marcare un suo distinguo personale, per non esporsi totalmente, per tenere fede alla fantomatica analisi costi-benefici contraria alla prosecuzione dell'opera (ironicamente ribattezzata «analisi costi-benefici zero», un po' come il «mandato zero», quello che non conta, dopo la recente «riforma» interna al Movimento introdotta da Luigi Di Maio).
Dunque, spedizioni a parte, resta un caso politico enorme. Per un verso, c'è una questione che si manifesterà in modo plastico in Parlamento, quando le Camere si pronunceranno sulla Tav: non solo il M5s resterà isolato nella posizione contraria, mentre tutti gli altri maggiori partiti saranno favorevoli; ma si certificherà su un tema di fondo una spaccatura verticale dell'alleanza di governo. La cosa non sembra preoccupare i grillini, che anzi tengono molto a quel momento, in cui - dicono - si evidenzierà la loro «diversità» da tutti gli altri, quasi un «lavacro purificatore» anti-grandi opere. E però, un minuto dopo, chiunque potrà alzarsi in Aula e dire che su un punto qualificante per l'Italia la compagine governativa non esiste più.
Per altro verso, si fa sempre più curiosa la posizione del contestatissimo Toninelli, per almeno cinque ragioni. La prima: nelle rilevazioni, risulta spesso il ministro con la minore approvazione popolare (incarna la logica del «no» che alla maggioranza degli elettori non piace). La seconda: è stato sconfessato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, attraverso il video social di cinque giorni fa, quello in cui il premier chiariva che sarebbe costato più stoppare l'opera che proseguirla. Terzo: Matteo Salvini lo considera più un disastro che un ministro. Quarto: lo stesso Di Maio, in plurimi retroscena non smentiti, avrebbe fatto intendere di non avere la forza politica di sostituirlo, ma si è ben guardato dal fare robuste difese pubbliche e mediatiche del collega. E infine, quinto: nel mega ministero che accorpa Trasporti e Infrastrutture, il contrappeso leghista non c'è più, dopo le doppie dimissioni di Edoardo Rixi e Armando Siri. Ad affiancare Toninelli, è rimasto solo un altro sottosegretario grillino, Michele Dell'Orco. Così, paradosso nel paradosso, la sede ministeriale di Porta Pia è una specie di monocolore M5s: ma il grillino più alto in grado, per salvarsi la faccia, non firma gli atti politicamente più sensibili.
E francamente è abbastanza inedita la condizione di un ministro che resta in sella per realizzare un obiettivo politico contro cui si è battuto, e che continua ad allontanare da sé perfino negli atti burocratici più elementari, come una firma in calce a una lettera.
Da questo punto di vista, posto che questa esperienza di governo prosegua, la posizione di Toninelli appare estremamente fragile. E si fanno strada due nomi per sostituirlo, quelli di due senatori. Da un lato, l'attuale capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli, più pragmatico e moderato, e con un background professionale (è un ingegnere edile) che gli consentirebbe una rapida comprensione dei dossier. Dall'altro, il senatore pentastellato Mauro Coltorti, docente universitario di geomorfologia che, nella campagna elettorale del 4 marzo, Di Maio volle nella sua ipotetica squadra proprio come potenziale ministro alle Infrastrutture. Ma la partita è solo all'inizio.
Daniele Capezzone
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Corteo degli antagonisti davanti al cantiere, alcuni manifestanti riescono a fare irruzione. Sassaiole in prossimità della zona rossa. Slogan contro i pentastellati, che ora sono orfani sia degli attivisti che del loro stesso governo, ormai lanciato verso l'Alta velocità.Nella maggioranza si pensa già al successore. In pole Stefano Patuanelli oppure Mauro Coltorti.Lo speciale contiene due articoliC'è qualcuno d'importante a cui non piace il corteo No Tav che ieri, dal campeggio dell'Alta Felicità di Venaus, ha tentato di raggiungere Chiomonte. Riuscendoci solo in parte, nonostante ci abbiano provato con sassaiole e forzando la pesante cancellata che conduce al cantiere. Hanno aperto un varco e quindi abbattuto la barriera, ma le forze dell'ordine hanno risposto lanciando lacrimogeni e costringendo i dimostranti ad arretrare.Gli striscioni del popolo schierato contro la linea Torino-Lione sono zuppi d'acqua: «I popoli in rivolta scrivono la storia. No Tav fino alla vittoria», si legge sotto la fitta pioggia. Nel mirino dei manifestanti soprattutto i 5 stelle accusati d'aver tradito la causa, come urlano i manifestanti: «Diciamo a tutti i politici, M5s in primis, che i loro giochi di potere e di poltrone non ci interessano. Non ci sono governi amici, ma non significa che non sperassimo che ci fosse una vittoria. Non accettiamo intimidazioni. Fermare la Tav tocca a noi». S'intonano slogan anche contro Beppe Grillo e Luigi Di Maio, si fanno coraggio i partecipanti mentre dai megafoni viene diffuso il messaggio degli organizzatori: «Quattro gocce non ci spaventeranno». Ma proprio quattro gocce non sono. Sembra, dicevamo, che qualcuno d'importante, che non è il premier Giuseppe Conte e neppure il vicepremier Matteo Salvini, cerchi di boicottare la manifestazione. Verso mezzogiorno un nubifragio ha infangato i sentieri e provocato anche una frana di fronte al campeggio dove bivaccavano i No Tav. Niente di grave, ma ha il sapore di un avvertimento. Il sindaco di Giaglione ha emesso un'ordinanza: la strada comunale oltre la frazione San Giovanni che conduce alle vigne a Chiomonte nel caso di forti rovesci diventa di «forte pericolo e il Comune non risponde di danni a cose e persone».Chi non molla, neppure sotto l'ombrello, è Alberto Perino, leader storico del movimento che vede rinunciare molti manifestanti sconfitti dal maltempo: «Io spero sia una manifestazione bagnata ma partecipata, fatta con la testa e non con la pancia. Perché chi oggi tira una pietra, una castagna o qualunque cazzata sappia che lo fa solo per fare un regalo a Salvini, non certo ai No Tav». Le sue parole, ovviamente, non sono state ascoltate dalle frange più estremiste, nonostante le forze dell'ordine abbiano schierato 500 uomini a difesa del cantiere. Un gruppo di una decina di persone incappucciate ha tagliato con un flessibile la cancellata a sbarramento del sentiero che dall'abitato di Giaglione conduce al cantiere di Chiomonte. Quindi hanno lanciato sassi oltre la barriera, disobbedendo agli ordini di Perino. Alcuni sono penetrati nella zona vietata ma la polizia li ha contrastati con i lacrimogeni. Sono stati identificati svariati appartenenti alla galassia antagonista, provenienti da centri sociali di tutta la Penisola: ci sarebbero almeno una quarantina di denunciati, tra cui gli esponenti di Askatasuna e un leader nazionale del movimento No Tav. L'obiettivo dichiarato era di arrivare al cantiere e violare la zona rossa tracciata dalla Prefettura. Ci hanno provato dividendosi dopo due ore di marcia: un gruppo sulla strada principale, mentre altri si sono inerpicati sui monti: «Questi sono i nostri sentieri», dicono gli organizzatori». Ma quanti erano i partecipanti? L'organizzazione parla di 15.000 persone tra valsusini e attivisti dei centri sociali. In realtà, complici i temporali che hanno fatto desistere i più ragionevoli, molti meno: non più di 2.000 secondo una stima attendibile. Tutti infuriati per il via libera del premier Conte e per il tradimento dei grillini, rei di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. L'imbarazzo dei pentastellati è evidente: ieri non si sono schierati né con i partecipanti alla marcia, né a difesa del loro presidente del Consiglio. Non potevano farlo. Che non sappiano come uscire dall'impasse è anche dimostrato dalla mozione depositata venerdì al Senato, contro lo stesso governo di cui fanno parte, per fermare l'Alta velocità. Ieri Luigi Di Maio, che pure è vice del premier Conte, che sul tema è stato chiaro, la rilanciava su Facebook con un battagliero «Noi non ci arrendiamo! Noi pensiamo al Paese, non facciamo regali a Macron». Ad aumentare la confusione si aggiunge Alessandro Di Battista, che pubblica su Facebook un lungo post riprendendo le critiche di Nicola Morra, senatore del Movimento: «La penso esattamente come lui», esordisce, «non c'è alcuna penale per la rescissione dell'accordo sul Tav da parte dell'Italia, semplicemente perché non sono state previste. E dunque parlare di penali in termini minacciosi è evidentemente disinformazione bella e buona». Un attacco frontale al presidente del Consiglio. E poi prosegue: «Il Tav in Val di Susa non serve ai cittadini italiani, non serve ai cittadini europei. Potrebbe servire alle imprese che lo dovessero realizzare, alle banche d'affari che stanno dietro quelle aziende. Serve, sicuramente, al Partito (unito e senza frontiere, trasversale e transnazionale) delle Grandi Opere. A questo io non ho mai aderito».Alfredo Arduino<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerriglia-dei-no-tav-imbarazza-i-grillini-2639396936.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="toninelli-non-firma-la-lettera-allue-la-sua-poltrona-sempre-piu-in-bilico" data-post-id="2639396936" data-published-at="1773392821" data-use-pagination="False"> Toninelli non firma la lettera all’Ue. La sua poltrona sempre più in bilico Una lettera dal ministero ma non dal ministro. E così, nottetempo, in una forma abbastanza surreale, intorno alla mezzanotte tra venerdì e sabato (la scadenza era il 26 luglio), è partita la comunicazione con cui l'Italia ha risposto positivamente alla sollecitazione sulla Tav, dopo i passati rinvii, indirizzata a noi e alla Francia da parte dell'Inea (l'agenzia per l'innovazione e le reti infrastrutturali della Commissione Ue). La missiva è stata inviata in copia anche a Parigi, con cui del resto i contatti erano stati costanti, nelle ore precedenti, per concordare il testo. Ma con una sorpresa: a firmare la lettera è stato un funzionario del dicastero, anziché il ministro Danilo Toninelli. Fonti non ufficiali grilline si affannano a precisare che la sigla del ministro non era strettamente necessaria, ma il fatto politico è notevole: Toninelli ha scelto questa via obliqua per marcare un suo distinguo personale, per non esporsi totalmente, per tenere fede alla fantomatica analisi costi-benefici contraria alla prosecuzione dell'opera (ironicamente ribattezzata «analisi costi-benefici zero», un po' come il «mandato zero», quello che non conta, dopo la recente «riforma» interna al Movimento introdotta da Luigi Di Maio). Dunque, spedizioni a parte, resta un caso politico enorme. Per un verso, c'è una questione che si manifesterà in modo plastico in Parlamento, quando le Camere si pronunceranno sulla Tav: non solo il M5s resterà isolato nella posizione contraria, mentre tutti gli altri maggiori partiti saranno favorevoli; ma si certificherà su un tema di fondo una spaccatura verticale dell'alleanza di governo. La cosa non sembra preoccupare i grillini, che anzi tengono molto a quel momento, in cui - dicono - si evidenzierà la loro «diversità» da tutti gli altri, quasi un «lavacro purificatore» anti-grandi opere. E però, un minuto dopo, chiunque potrà alzarsi in Aula e dire che su un punto qualificante per l'Italia la compagine governativa non esiste più. Per altro verso, si fa sempre più curiosa la posizione del contestatissimo Toninelli, per almeno cinque ragioni. La prima: nelle rilevazioni, risulta spesso il ministro con la minore approvazione popolare (incarna la logica del «no» che alla maggioranza degli elettori non piace). La seconda: è stato sconfessato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, attraverso il video social di cinque giorni fa, quello in cui il premier chiariva che sarebbe costato più stoppare l'opera che proseguirla. Terzo: Matteo Salvini lo considera più un disastro che un ministro. Quarto: lo stesso Di Maio, in plurimi retroscena non smentiti, avrebbe fatto intendere di non avere la forza politica di sostituirlo, ma si è ben guardato dal fare robuste difese pubbliche e mediatiche del collega. E infine, quinto: nel mega ministero che accorpa Trasporti e Infrastrutture, il contrappeso leghista non c'è più, dopo le doppie dimissioni di Edoardo Rixi e Armando Siri. Ad affiancare Toninelli, è rimasto solo un altro sottosegretario grillino, Michele Dell'Orco. Così, paradosso nel paradosso, la sede ministeriale di Porta Pia è una specie di monocolore M5s: ma il grillino più alto in grado, per salvarsi la faccia, non firma gli atti politicamente più sensibili. E francamente è abbastanza inedita la condizione di un ministro che resta in sella per realizzare un obiettivo politico contro cui si è battuto, e che continua ad allontanare da sé perfino negli atti burocratici più elementari, come una firma in calce a una lettera. Da questo punto di vista, posto che questa esperienza di governo prosegua, la posizione di Toninelli appare estremamente fragile. E si fanno strada due nomi per sostituirlo, quelli di due senatori. Da un lato, l'attuale capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli, più pragmatico e moderato, e con un background professionale (è un ingegnere edile) che gli consentirebbe una rapida comprensione dei dossier. Dall'altro, il senatore pentastellato Mauro Coltorti, docente universitario di geomorfologia che, nella campagna elettorale del 4 marzo, Di Maio volle nella sua ipotetica squadra proprio come potenziale ministro alle Infrastrutture. Ma la partita è solo all'inizio. Daniele Capezzone
Donald Trump (Ansa)
Nelle stesse ore, il segretario all’Interno americano, Doug Burgum, affermava che le compagnie petrolifere statunitensi avrebbero presto aumentato la produzione. Inoltre, ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, l’amministrazione Trump stava considerando di sospendere temporaneamente il Jones act: una mossa che renderebbe meno costoso trasportare greggio e gas tra porti statunitensi.
Insomma, è chiaro come per la Casa Bianca la priorità, in questo momento, sia quella di fronteggiare l’incremento dei prezzi del greggio, scattato a seguito dell’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, il costo della benzina ha superato i 3,50 dollari al gallone, raggiungendo il livello più alto da maggio del 2024. Si tratta di una situazione non poco scivolosa, che potrebbe avere degli impatti assai negativi sul Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Del resto, un recente sondaggio effettuato da Morning consult ha rilevato che per il 48% degli americani la colpa del rincaro della benzina sarebbe da attribuirsi proprio all’amministrazione statunitense.
È anche per questo che, ieri, Trump ha ostentato ottimismo sulla questione. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi, quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada!», ha dichiarato su Truth, riprendendo l’espressione - «impero malvagio» - con cui Ronald Reagan definì notoriamente l’Urss nel 1983.
D’altronde, la necessità di abbassare il costo del greggio sta ponendo Trump davanti a un dilemma. Da una parte, vari suoi consiglieri lo stanno esortando a concludere in fretta il conflitto in Iran proprio per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra parte, il presidente non può escludere interventi armati nello Stretto di Hormuz, dove i pasdaran stanno di fatto bloccando la navigazione per mettere la Casa Bianca in difficoltà in vista delle Midterm. Non potendo fronteggiare la potenza militare israeliana e statunitense (ieri Centcom annunciava di aver distrutto circa 6.000 obiettivi dall’inizio della guerra), le Guardie della rivoluzione puntano a colpire il presidente americano dove può fargli più male. Non a caso, mercoledì, Trump ha detto che Washington aveva distrutto quasi tutte le navi posamine iraniane, esortando pertanto le petroliere a usare lo Stretto (in cui passa, ricordiamolo, circa il 20% del greggio a livello mondiale).
È anche in quest’ottica che il presidente americano sta valutando da giorni di fornire scorte armate alle imbarcazioni che navigano nell’area. Un’ipotesi che, ieri, il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, non ha escluso, pur non considerandola imminente. «Succederà relativamente presto, ma non può accadere ora», ha detto, riferendosi all’eventualità di organizzare delle scorte armate. «Semplicemente non siamo pronti. Tutte le nostre risorse militari in questo momento sono concentrate sulla distruzione delle capacità offensive dell’Iran e dell’industria manifatturiera che fornisce tali capacità offensive», ha aggiunto, per poi lasciare intendere che le attività di scorta potrebbero iniziare entro fine mese.
Insomma, l’amministrazione Trump sta cercando di fronteggiare le sue vulnerabilità sul piano energetico. E, più in generale, ostenta la sua forza contro Teheran. È anche in questo quadro che, ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito la notizia riportata da Abc News, secondo cui si registrerebbe il rischio di attacchi di droni iraniani in territorio californiano. «Non esiste alcuna minaccia da parte dell’Iran nei confronti del nostro territorio e non è mai esistita», ha detto, accusando la testata giornalistica di diffondere «false informazioni volte ad allarmare intenzionalmente il popolo americano».
In tutto questo, nella serata italiana di ieri, si è verificato un attacco alla sinagoga Temple Israel nei pressi di Detroit. In particolare, secondo la Cnn, l’aggressore, armato di fucile, avrebbe fatto schiantare la sua auto contro l’edificio e avrebbe successivamente avuto uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza. La stessa testata ha anche riferito che il sospettato sarebbe morto, mentre l’Fbi è accorso sulla scena dell’attentato. Nel retro del veicolo sarebbe stata rinvenuta una grande quantità di esplosivo. La governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, ha definito «straziante» quanto accaduto. «L’antisemitismo e la violenza non hanno posto nel Michigan. Spero nella sicurezza di tutti», ha anche detto, mentre la Casa Bianca confermava che Trump era stato informato dell’attacco.
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Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
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Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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