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2019-07-28
La guerriglia dei No Tav imbarazza i grillini
Ansa
C'è qualcuno d'importante a cui non piace il corteo No Tav che ieri, dal campeggio dell'Alta Felicità di Venaus, ha tentato di raggiungere Chiomonte. Riuscendoci solo in parte, nonostante ci abbiano provato con sassaiole e forzando la pesante cancellata che conduce al cantiere. Hanno aperto un varco e quindi abbattuto la barriera, ma le forze dell'ordine hanno risposto lanciando lacrimogeni e costringendo i dimostranti ad arretrare.
Gli striscioni del popolo schierato contro la linea Torino-Lione sono zuppi d'acqua: «I popoli in rivolta scrivono la storia. No Tav fino alla vittoria», si legge sotto la fitta pioggia. Nel mirino dei manifestanti soprattutto i 5 stelle accusati d'aver tradito la causa, come urlano i manifestanti: «Diciamo a tutti i politici, M5s in primis, che i loro giochi di potere e di poltrone non ci interessano. Non ci sono governi amici, ma non significa che non sperassimo che ci fosse una vittoria. Non accettiamo intimidazioni. Fermare la Tav tocca a noi». S'intonano slogan anche contro Beppe Grillo e Luigi Di Maio, si fanno coraggio i partecipanti mentre dai megafoni viene diffuso il messaggio degli organizzatori: «Quattro gocce non ci spaventeranno». Ma proprio quattro gocce non sono. Sembra, dicevamo, che qualcuno d'importante, che non è il premier Giuseppe Conte e neppure il vicepremier Matteo Salvini, cerchi di boicottare la manifestazione. Verso mezzogiorno un nubifragio ha infangato i sentieri e provocato anche una frana di fronte al campeggio dove bivaccavano i No Tav. Niente di grave, ma ha il sapore di un avvertimento. Il sindaco di Giaglione ha emesso un'ordinanza: la strada comunale oltre la frazione San Giovanni che conduce alle vigne a Chiomonte nel caso di forti rovesci diventa di «forte pericolo e il Comune non risponde di danni a cose e persone».
Chi non molla, neppure sotto l'ombrello, è Alberto Perino, leader storico del movimento che vede rinunciare molti manifestanti sconfitti dal maltempo: «Io spero sia una manifestazione bagnata ma partecipata, fatta con la testa e non con la pancia. Perché chi oggi tira una pietra, una castagna o qualunque cazzata sappia che lo fa solo per fare un regalo a Salvini, non certo ai No Tav». Le sue parole, ovviamente, non sono state ascoltate dalle frange più estremiste, nonostante le forze dell'ordine abbiano schierato 500 uomini a difesa del cantiere. Un gruppo di una decina di persone incappucciate ha tagliato con un flessibile la cancellata a sbarramento del sentiero che dall'abitato di Giaglione conduce al cantiere di Chiomonte. Quindi hanno lanciato sassi oltre la barriera, disobbedendo agli ordini di Perino. Alcuni sono penetrati nella zona vietata ma la polizia li ha contrastati con i lacrimogeni. Sono stati identificati svariati appartenenti alla galassia antagonista, provenienti da centri sociali di tutta la Penisola: ci sarebbero almeno una quarantina di denunciati, tra cui gli esponenti di Askatasuna e un leader nazionale del movimento No Tav. L'obiettivo dichiarato era di arrivare al cantiere e violare la zona rossa tracciata dalla Prefettura. Ci hanno provato dividendosi dopo due ore di marcia: un gruppo sulla strada principale, mentre altri si sono inerpicati sui monti: «Questi sono i nostri sentieri», dicono gli organizzatori». Ma quanti erano i partecipanti? L'organizzazione parla di 15.000 persone tra valsusini e attivisti dei centri sociali. In realtà, complici i temporali che hanno fatto desistere i più ragionevoli, molti meno: non più di 2.000 secondo una stima attendibile. Tutti infuriati per il via libera del premier Conte e per il tradimento dei grillini, rei di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. L'imbarazzo dei pentastellati è evidente: ieri non si sono schierati né con i partecipanti alla marcia, né a difesa del loro presidente del Consiglio. Non potevano farlo. Che non sappiano come uscire dall'impasse è anche dimostrato dalla mozione depositata venerdì al Senato, contro lo stesso governo di cui fanno parte, per fermare l'Alta velocità. Ieri Luigi Di Maio, che pure è vice del premier Conte, che sul tema è stato chiaro, la rilanciava su Facebook con un battagliero «Noi non ci arrendiamo! Noi pensiamo al Paese, non facciamo regali a Macron».
Ad aumentare la confusione si aggiunge Alessandro Di Battista, che pubblica su Facebook un lungo post riprendendo le critiche di Nicola Morra, senatore del Movimento: «La penso esattamente come lui», esordisce, «non c'è alcuna penale per la rescissione dell'accordo sul Tav da parte dell'Italia, semplicemente perché non sono state previste. E dunque parlare di penali in termini minacciosi è evidentemente disinformazione bella e buona». Un attacco frontale al presidente del Consiglio.
E poi prosegue: «Il Tav in Val di Susa non serve ai cittadini italiani, non serve ai cittadini europei. Potrebbe servire alle imprese che lo dovessero realizzare, alle banche d'affari che stanno dietro quelle aziende. Serve, sicuramente, al Partito (unito e senza frontiere, trasversale e transnazionale) delle Grandi Opere. A questo io non ho mai aderito».
Alfredo Arduino
Toninelli non firma la lettera all’Ue. La sua poltrona sempre più in bilico
Una lettera dal ministero ma non dal ministro. E così, nottetempo, in una forma abbastanza surreale, intorno alla mezzanotte tra venerdì e sabato (la scadenza era il 26 luglio), è partita la comunicazione con cui l'Italia ha risposto positivamente alla sollecitazione sulla Tav, dopo i passati rinvii, indirizzata a noi e alla Francia da parte dell'Inea (l'agenzia per l'innovazione e le reti infrastrutturali della Commissione Ue).
La missiva è stata inviata in copia anche a Parigi, con cui del resto i contatti erano stati costanti, nelle ore precedenti, per concordare il testo. Ma con una sorpresa: a firmare la lettera è stato un funzionario del dicastero, anziché il ministro Danilo Toninelli.
Fonti non ufficiali grilline si affannano a precisare che la sigla del ministro non era strettamente necessaria, ma il fatto politico è notevole: Toninelli ha scelto questa via obliqua per marcare un suo distinguo personale, per non esporsi totalmente, per tenere fede alla fantomatica analisi costi-benefici contraria alla prosecuzione dell'opera (ironicamente ribattezzata «analisi costi-benefici zero», un po' come il «mandato zero», quello che non conta, dopo la recente «riforma» interna al Movimento introdotta da Luigi Di Maio).
Dunque, spedizioni a parte, resta un caso politico enorme. Per un verso, c'è una questione che si manifesterà in modo plastico in Parlamento, quando le Camere si pronunceranno sulla Tav: non solo il M5s resterà isolato nella posizione contraria, mentre tutti gli altri maggiori partiti saranno favorevoli; ma si certificherà su un tema di fondo una spaccatura verticale dell'alleanza di governo. La cosa non sembra preoccupare i grillini, che anzi tengono molto a quel momento, in cui - dicono - si evidenzierà la loro «diversità» da tutti gli altri, quasi un «lavacro purificatore» anti-grandi opere. E però, un minuto dopo, chiunque potrà alzarsi in Aula e dire che su un punto qualificante per l'Italia la compagine governativa non esiste più.
Per altro verso, si fa sempre più curiosa la posizione del contestatissimo Toninelli, per almeno cinque ragioni. La prima: nelle rilevazioni, risulta spesso il ministro con la minore approvazione popolare (incarna la logica del «no» che alla maggioranza degli elettori non piace). La seconda: è stato sconfessato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, attraverso il video social di cinque giorni fa, quello in cui il premier chiariva che sarebbe costato più stoppare l'opera che proseguirla. Terzo: Matteo Salvini lo considera più un disastro che un ministro. Quarto: lo stesso Di Maio, in plurimi retroscena non smentiti, avrebbe fatto intendere di non avere la forza politica di sostituirlo, ma si è ben guardato dal fare robuste difese pubbliche e mediatiche del collega. E infine, quinto: nel mega ministero che accorpa Trasporti e Infrastrutture, il contrappeso leghista non c'è più, dopo le doppie dimissioni di Edoardo Rixi e Armando Siri. Ad affiancare Toninelli, è rimasto solo un altro sottosegretario grillino, Michele Dell'Orco. Così, paradosso nel paradosso, la sede ministeriale di Porta Pia è una specie di monocolore M5s: ma il grillino più alto in grado, per salvarsi la faccia, non firma gli atti politicamente più sensibili.
E francamente è abbastanza inedita la condizione di un ministro che resta in sella per realizzare un obiettivo politico contro cui si è battuto, e che continua ad allontanare da sé perfino negli atti burocratici più elementari, come una firma in calce a una lettera.
Da questo punto di vista, posto che questa esperienza di governo prosegua, la posizione di Toninelli appare estremamente fragile. E si fanno strada due nomi per sostituirlo, quelli di due senatori. Da un lato, l'attuale capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli, più pragmatico e moderato, e con un background professionale (è un ingegnere edile) che gli consentirebbe una rapida comprensione dei dossier. Dall'altro, il senatore pentastellato Mauro Coltorti, docente universitario di geomorfologia che, nella campagna elettorale del 4 marzo, Di Maio volle nella sua ipotetica squadra proprio come potenziale ministro alle Infrastrutture. Ma la partita è solo all'inizio.
Daniele Capezzone
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Corteo degli antagonisti davanti al cantiere, alcuni manifestanti riescono a fare irruzione. Sassaiole in prossimità della zona rossa. Slogan contro i pentastellati, che ora sono orfani sia degli attivisti che del loro stesso governo, ormai lanciato verso l'Alta velocità.Nella maggioranza si pensa già al successore. In pole Stefano Patuanelli oppure Mauro Coltorti.Lo speciale contiene due articoliC'è qualcuno d'importante a cui non piace il corteo No Tav che ieri, dal campeggio dell'Alta Felicità di Venaus, ha tentato di raggiungere Chiomonte. Riuscendoci solo in parte, nonostante ci abbiano provato con sassaiole e forzando la pesante cancellata che conduce al cantiere. Hanno aperto un varco e quindi abbattuto la barriera, ma le forze dell'ordine hanno risposto lanciando lacrimogeni e costringendo i dimostranti ad arretrare.Gli striscioni del popolo schierato contro la linea Torino-Lione sono zuppi d'acqua: «I popoli in rivolta scrivono la storia. No Tav fino alla vittoria», si legge sotto la fitta pioggia. Nel mirino dei manifestanti soprattutto i 5 stelle accusati d'aver tradito la causa, come urlano i manifestanti: «Diciamo a tutti i politici, M5s in primis, che i loro giochi di potere e di poltrone non ci interessano. Non ci sono governi amici, ma non significa che non sperassimo che ci fosse una vittoria. Non accettiamo intimidazioni. Fermare la Tav tocca a noi». S'intonano slogan anche contro Beppe Grillo e Luigi Di Maio, si fanno coraggio i partecipanti mentre dai megafoni viene diffuso il messaggio degli organizzatori: «Quattro gocce non ci spaventeranno». Ma proprio quattro gocce non sono. Sembra, dicevamo, che qualcuno d'importante, che non è il premier Giuseppe Conte e neppure il vicepremier Matteo Salvini, cerchi di boicottare la manifestazione. Verso mezzogiorno un nubifragio ha infangato i sentieri e provocato anche una frana di fronte al campeggio dove bivaccavano i No Tav. Niente di grave, ma ha il sapore di un avvertimento. Il sindaco di Giaglione ha emesso un'ordinanza: la strada comunale oltre la frazione San Giovanni che conduce alle vigne a Chiomonte nel caso di forti rovesci diventa di «forte pericolo e il Comune non risponde di danni a cose e persone».Chi non molla, neppure sotto l'ombrello, è Alberto Perino, leader storico del movimento che vede rinunciare molti manifestanti sconfitti dal maltempo: «Io spero sia una manifestazione bagnata ma partecipata, fatta con la testa e non con la pancia. Perché chi oggi tira una pietra, una castagna o qualunque cazzata sappia che lo fa solo per fare un regalo a Salvini, non certo ai No Tav». Le sue parole, ovviamente, non sono state ascoltate dalle frange più estremiste, nonostante le forze dell'ordine abbiano schierato 500 uomini a difesa del cantiere. Un gruppo di una decina di persone incappucciate ha tagliato con un flessibile la cancellata a sbarramento del sentiero che dall'abitato di Giaglione conduce al cantiere di Chiomonte. Quindi hanno lanciato sassi oltre la barriera, disobbedendo agli ordini di Perino. Alcuni sono penetrati nella zona vietata ma la polizia li ha contrastati con i lacrimogeni. Sono stati identificati svariati appartenenti alla galassia antagonista, provenienti da centri sociali di tutta la Penisola: ci sarebbero almeno una quarantina di denunciati, tra cui gli esponenti di Askatasuna e un leader nazionale del movimento No Tav. L'obiettivo dichiarato era di arrivare al cantiere e violare la zona rossa tracciata dalla Prefettura. Ci hanno provato dividendosi dopo due ore di marcia: un gruppo sulla strada principale, mentre altri si sono inerpicati sui monti: «Questi sono i nostri sentieri», dicono gli organizzatori». Ma quanti erano i partecipanti? L'organizzazione parla di 15.000 persone tra valsusini e attivisti dei centri sociali. In realtà, complici i temporali che hanno fatto desistere i più ragionevoli, molti meno: non più di 2.000 secondo una stima attendibile. Tutti infuriati per il via libera del premier Conte e per il tradimento dei grillini, rei di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. L'imbarazzo dei pentastellati è evidente: ieri non si sono schierati né con i partecipanti alla marcia, né a difesa del loro presidente del Consiglio. Non potevano farlo. Che non sappiano come uscire dall'impasse è anche dimostrato dalla mozione depositata venerdì al Senato, contro lo stesso governo di cui fanno parte, per fermare l'Alta velocità. Ieri Luigi Di Maio, che pure è vice del premier Conte, che sul tema è stato chiaro, la rilanciava su Facebook con un battagliero «Noi non ci arrendiamo! Noi pensiamo al Paese, non facciamo regali a Macron». Ad aumentare la confusione si aggiunge Alessandro Di Battista, che pubblica su Facebook un lungo post riprendendo le critiche di Nicola Morra, senatore del Movimento: «La penso esattamente come lui», esordisce, «non c'è alcuna penale per la rescissione dell'accordo sul Tav da parte dell'Italia, semplicemente perché non sono state previste. E dunque parlare di penali in termini minacciosi è evidentemente disinformazione bella e buona». Un attacco frontale al presidente del Consiglio. E poi prosegue: «Il Tav in Val di Susa non serve ai cittadini italiani, non serve ai cittadini europei. Potrebbe servire alle imprese che lo dovessero realizzare, alle banche d'affari che stanno dietro quelle aziende. Serve, sicuramente, al Partito (unito e senza frontiere, trasversale e transnazionale) delle Grandi Opere. A questo io non ho mai aderito».Alfredo Arduino<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerriglia-dei-no-tav-imbarazza-i-grillini-2639396936.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="toninelli-non-firma-la-lettera-allue-la-sua-poltrona-sempre-piu-in-bilico" data-post-id="2639396936" data-published-at="1782718062" data-use-pagination="False"> Toninelli non firma la lettera all’Ue. La sua poltrona sempre più in bilico Una lettera dal ministero ma non dal ministro. E così, nottetempo, in una forma abbastanza surreale, intorno alla mezzanotte tra venerdì e sabato (la scadenza era il 26 luglio), è partita la comunicazione con cui l'Italia ha risposto positivamente alla sollecitazione sulla Tav, dopo i passati rinvii, indirizzata a noi e alla Francia da parte dell'Inea (l'agenzia per l'innovazione e le reti infrastrutturali della Commissione Ue). La missiva è stata inviata in copia anche a Parigi, con cui del resto i contatti erano stati costanti, nelle ore precedenti, per concordare il testo. Ma con una sorpresa: a firmare la lettera è stato un funzionario del dicastero, anziché il ministro Danilo Toninelli. Fonti non ufficiali grilline si affannano a precisare che la sigla del ministro non era strettamente necessaria, ma il fatto politico è notevole: Toninelli ha scelto questa via obliqua per marcare un suo distinguo personale, per non esporsi totalmente, per tenere fede alla fantomatica analisi costi-benefici contraria alla prosecuzione dell'opera (ironicamente ribattezzata «analisi costi-benefici zero», un po' come il «mandato zero», quello che non conta, dopo la recente «riforma» interna al Movimento introdotta da Luigi Di Maio). Dunque, spedizioni a parte, resta un caso politico enorme. Per un verso, c'è una questione che si manifesterà in modo plastico in Parlamento, quando le Camere si pronunceranno sulla Tav: non solo il M5s resterà isolato nella posizione contraria, mentre tutti gli altri maggiori partiti saranno favorevoli; ma si certificherà su un tema di fondo una spaccatura verticale dell'alleanza di governo. La cosa non sembra preoccupare i grillini, che anzi tengono molto a quel momento, in cui - dicono - si evidenzierà la loro «diversità» da tutti gli altri, quasi un «lavacro purificatore» anti-grandi opere. E però, un minuto dopo, chiunque potrà alzarsi in Aula e dire che su un punto qualificante per l'Italia la compagine governativa non esiste più. Per altro verso, si fa sempre più curiosa la posizione del contestatissimo Toninelli, per almeno cinque ragioni. La prima: nelle rilevazioni, risulta spesso il ministro con la minore approvazione popolare (incarna la logica del «no» che alla maggioranza degli elettori non piace). La seconda: è stato sconfessato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, attraverso il video social di cinque giorni fa, quello in cui il premier chiariva che sarebbe costato più stoppare l'opera che proseguirla. Terzo: Matteo Salvini lo considera più un disastro che un ministro. Quarto: lo stesso Di Maio, in plurimi retroscena non smentiti, avrebbe fatto intendere di non avere la forza politica di sostituirlo, ma si è ben guardato dal fare robuste difese pubbliche e mediatiche del collega. E infine, quinto: nel mega ministero che accorpa Trasporti e Infrastrutture, il contrappeso leghista non c'è più, dopo le doppie dimissioni di Edoardo Rixi e Armando Siri. Ad affiancare Toninelli, è rimasto solo un altro sottosegretario grillino, Michele Dell'Orco. Così, paradosso nel paradosso, la sede ministeriale di Porta Pia è una specie di monocolore M5s: ma il grillino più alto in grado, per salvarsi la faccia, non firma gli atti politicamente più sensibili. E francamente è abbastanza inedita la condizione di un ministro che resta in sella per realizzare un obiettivo politico contro cui si è battuto, e che continua ad allontanare da sé perfino negli atti burocratici più elementari, come una firma in calce a una lettera. Da questo punto di vista, posto che questa esperienza di governo prosegua, la posizione di Toninelli appare estremamente fragile. E si fanno strada due nomi per sostituirlo, quelli di due senatori. Da un lato, l'attuale capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli, più pragmatico e moderato, e con un background professionale (è un ingegnere edile) che gli consentirebbe una rapida comprensione dei dossier. Dall'altro, il senatore pentastellato Mauro Coltorti, docente universitario di geomorfologia che, nella campagna elettorale del 4 marzo, Di Maio volle nella sua ipotetica squadra proprio come potenziale ministro alle Infrastrutture. Ma la partita è solo all'inizio. Daniele Capezzone
L'edificio dove è avvenuta la strage a Casalotti (Roma). Nel riquadro, Shahadat Hossain (Ansa)
Prosegue senza sosta la caccia a Shahadat Hossain, il bengalese di 43 anni ritenuto dagli investigatori l’autore della strage di Casalotti, a Roma. Dell’uomo sembra essersi persa ogni traccia dopo il triplice omicidio avvenuto nella notte tra venerdì e sabato in un appartamento di via Montiglio, dove sono stati uccisi, a colpi di mannaia, Kamal Uddin Babul, 39 anni, la moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la figlia Islam Arowa. Gravemente ferito anche il figlio ventenne della coppia, unico sopravvissuto al massacro.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e condotte dagli investigatori della squadra mobile, diretti da Roberto Pititto, si muovono su più fronti. Le ricerche sono state estese anche al Regno Unito, dove il ricercato avrebbe la moglie e i figli. Prende corpo anche l’ipotesi che il fuggitivo possa essersi tolto la vita, ragion per cui ricerche coinvolgono il Tevere e i casali abbandonati.
Gli investigatori cercano di ricostruire anche il movente del delitto. L’ipotesi è che tutto sia nato dall’ossessione dell’uomo nei confronti della moglie di Kamal. Hossain frequentava abitualmente l’abitazione di via Montiglio e veniva visto sempre più spesso insieme alla donna, soprattutto quando il marito era al lavoro. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe tentato ancora una volta un approccio sentimentale con la trentottenne, ricevendo però un altro rifiuto. A quel punto avrebbe impugnato una mannaia, scagliandosi prima contro la donna e poi contro la figlia. Il rapporto tra il quarantatreenne, privo di permesso di soggiorno ma con una richiesta di protezione internazionale presentata a Frosinone un anno fa e ancora pendente, e la famiglia era però da tempo al centro dell’attenzione della comunità bengalese.
A confermarlo è Maamoun Maamoun, 55 anni, presidente dell’associazione Brahmanbaria: «Spero che lo prendano al più presto e che sia punito in modo esemplare. Shahadat aveva la moglie e i figli in Inghilterra, ma si era separato. Tutti nella comunità sapevano della relazione con la moglie di Kamal. Pochi giorni prima della tragedia si era tenuta una riunione a Roma per cercare di risolvere la situazione. Kamal era molto arrabbiato perché Hossain continuava a frequentare casa sua cercando la moglie. L’obiettivo era convincerlo ad allontanarsi definitivamente dal quartiere», afferma il presidente. Anche le testimonianze raccolte nel quartiere confermano questa ricostruzione. Diversi residenti raccontano che Hossain accompagnava spesso la donna a fare la spesa e la seguiva quando usciva con la bambina. «Era come se volesse controllarla. Entrava nel nostro locale senza consumare nulla. Succedeva spesso», raccontano dal bar della zona. Tra gli elementi al vaglio della Squadra mobile c’è anche l’ultimo messaggio pubblicato dal killer sul proprio profilo Facebook, circa 24 ore prima della strage. Alle 21.33 del 25 giugno aveva scritto: «Un uomo non muore da solo» e «Dovresti morire con i tuoi cari quando muori. Così nessuno deve soffrire per nessuno». Hossain, domiciliato a Frosinone, secondo gli investigatori sarebbe partito proprio dal capoluogo ciociaro per raggiungere Roma. L’uomo ricercato avrebbe ricoperto in passato incarichi nel Bangladesh nationalist party (Bnp), sia nell’organizzazione italiana sia nel comitato estero del movimento, partecipando all’inizio di giugno a un convegno a Roma in qualità di relatore. Nei prossimi giorni saranno eseguite le autopsie sui corpi delle tre vittime, mentre gli investigatori ritengono fondamentale la testimonianza del figlio ventenne, unico sopravvissuto al massacro.
Sul piano politico, il consigliere municipale di Fratelli d’Italia Marco Giovagnorio attacca la Giunta del Municipio XIII, accusandola di non aver espresso cordoglio per la tragedia e di aver diffuso, nelle stesse ore del triplice omicidio, video di una festa organizzata dal Municipio. Secondo l’esponente di Fdi, gli eventi celebrativi avrebbero dovuto essere sospesi in segno di rispetto per le vittime, la comunità bengalese e l’intero quartiere di Casalotti.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.