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2019-07-28
La guerriglia dei No Tav imbarazza i grillini
Ansa
C'è qualcuno d'importante a cui non piace il corteo No Tav che ieri, dal campeggio dell'Alta Felicità di Venaus, ha tentato di raggiungere Chiomonte. Riuscendoci solo in parte, nonostante ci abbiano provato con sassaiole e forzando la pesante cancellata che conduce al cantiere. Hanno aperto un varco e quindi abbattuto la barriera, ma le forze dell'ordine hanno risposto lanciando lacrimogeni e costringendo i dimostranti ad arretrare.
Gli striscioni del popolo schierato contro la linea Torino-Lione sono zuppi d'acqua: «I popoli in rivolta scrivono la storia. No Tav fino alla vittoria», si legge sotto la fitta pioggia. Nel mirino dei manifestanti soprattutto i 5 stelle accusati d'aver tradito la causa, come urlano i manifestanti: «Diciamo a tutti i politici, M5s in primis, che i loro giochi di potere e di poltrone non ci interessano. Non ci sono governi amici, ma non significa che non sperassimo che ci fosse una vittoria. Non accettiamo intimidazioni. Fermare la Tav tocca a noi». S'intonano slogan anche contro Beppe Grillo e Luigi Di Maio, si fanno coraggio i partecipanti mentre dai megafoni viene diffuso il messaggio degli organizzatori: «Quattro gocce non ci spaventeranno». Ma proprio quattro gocce non sono. Sembra, dicevamo, che qualcuno d'importante, che non è il premier Giuseppe Conte e neppure il vicepremier Matteo Salvini, cerchi di boicottare la manifestazione. Verso mezzogiorno un nubifragio ha infangato i sentieri e provocato anche una frana di fronte al campeggio dove bivaccavano i No Tav. Niente di grave, ma ha il sapore di un avvertimento. Il sindaco di Giaglione ha emesso un'ordinanza: la strada comunale oltre la frazione San Giovanni che conduce alle vigne a Chiomonte nel caso di forti rovesci diventa di «forte pericolo e il Comune non risponde di danni a cose e persone».
Chi non molla, neppure sotto l'ombrello, è Alberto Perino, leader storico del movimento che vede rinunciare molti manifestanti sconfitti dal maltempo: «Io spero sia una manifestazione bagnata ma partecipata, fatta con la testa e non con la pancia. Perché chi oggi tira una pietra, una castagna o qualunque cazzata sappia che lo fa solo per fare un regalo a Salvini, non certo ai No Tav». Le sue parole, ovviamente, non sono state ascoltate dalle frange più estremiste, nonostante le forze dell'ordine abbiano schierato 500 uomini a difesa del cantiere. Un gruppo di una decina di persone incappucciate ha tagliato con un flessibile la cancellata a sbarramento del sentiero che dall'abitato di Giaglione conduce al cantiere di Chiomonte. Quindi hanno lanciato sassi oltre la barriera, disobbedendo agli ordini di Perino. Alcuni sono penetrati nella zona vietata ma la polizia li ha contrastati con i lacrimogeni. Sono stati identificati svariati appartenenti alla galassia antagonista, provenienti da centri sociali di tutta la Penisola: ci sarebbero almeno una quarantina di denunciati, tra cui gli esponenti di Askatasuna e un leader nazionale del movimento No Tav. L'obiettivo dichiarato era di arrivare al cantiere e violare la zona rossa tracciata dalla Prefettura. Ci hanno provato dividendosi dopo due ore di marcia: un gruppo sulla strada principale, mentre altri si sono inerpicati sui monti: «Questi sono i nostri sentieri», dicono gli organizzatori». Ma quanti erano i partecipanti? L'organizzazione parla di 15.000 persone tra valsusini e attivisti dei centri sociali. In realtà, complici i temporali che hanno fatto desistere i più ragionevoli, molti meno: non più di 2.000 secondo una stima attendibile. Tutti infuriati per il via libera del premier Conte e per il tradimento dei grillini, rei di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. L'imbarazzo dei pentastellati è evidente: ieri non si sono schierati né con i partecipanti alla marcia, né a difesa del loro presidente del Consiglio. Non potevano farlo. Che non sappiano come uscire dall'impasse è anche dimostrato dalla mozione depositata venerdì al Senato, contro lo stesso governo di cui fanno parte, per fermare l'Alta velocità. Ieri Luigi Di Maio, che pure è vice del premier Conte, che sul tema è stato chiaro, la rilanciava su Facebook con un battagliero «Noi non ci arrendiamo! Noi pensiamo al Paese, non facciamo regali a Macron».
Ad aumentare la confusione si aggiunge Alessandro Di Battista, che pubblica su Facebook un lungo post riprendendo le critiche di Nicola Morra, senatore del Movimento: «La penso esattamente come lui», esordisce, «non c'è alcuna penale per la rescissione dell'accordo sul Tav da parte dell'Italia, semplicemente perché non sono state previste. E dunque parlare di penali in termini minacciosi è evidentemente disinformazione bella e buona». Un attacco frontale al presidente del Consiglio.
E poi prosegue: «Il Tav in Val di Susa non serve ai cittadini italiani, non serve ai cittadini europei. Potrebbe servire alle imprese che lo dovessero realizzare, alle banche d'affari che stanno dietro quelle aziende. Serve, sicuramente, al Partito (unito e senza frontiere, trasversale e transnazionale) delle Grandi Opere. A questo io non ho mai aderito».
Alfredo Arduino
Toninelli non firma la lettera all’Ue. La sua poltrona sempre più in bilico
Una lettera dal ministero ma non dal ministro. E così, nottetempo, in una forma abbastanza surreale, intorno alla mezzanotte tra venerdì e sabato (la scadenza era il 26 luglio), è partita la comunicazione con cui l'Italia ha risposto positivamente alla sollecitazione sulla Tav, dopo i passati rinvii, indirizzata a noi e alla Francia da parte dell'Inea (l'agenzia per l'innovazione e le reti infrastrutturali della Commissione Ue).
La missiva è stata inviata in copia anche a Parigi, con cui del resto i contatti erano stati costanti, nelle ore precedenti, per concordare il testo. Ma con una sorpresa: a firmare la lettera è stato un funzionario del dicastero, anziché il ministro Danilo Toninelli.
Fonti non ufficiali grilline si affannano a precisare che la sigla del ministro non era strettamente necessaria, ma il fatto politico è notevole: Toninelli ha scelto questa via obliqua per marcare un suo distinguo personale, per non esporsi totalmente, per tenere fede alla fantomatica analisi costi-benefici contraria alla prosecuzione dell'opera (ironicamente ribattezzata «analisi costi-benefici zero», un po' come il «mandato zero», quello che non conta, dopo la recente «riforma» interna al Movimento introdotta da Luigi Di Maio).
Dunque, spedizioni a parte, resta un caso politico enorme. Per un verso, c'è una questione che si manifesterà in modo plastico in Parlamento, quando le Camere si pronunceranno sulla Tav: non solo il M5s resterà isolato nella posizione contraria, mentre tutti gli altri maggiori partiti saranno favorevoli; ma si certificherà su un tema di fondo una spaccatura verticale dell'alleanza di governo. La cosa non sembra preoccupare i grillini, che anzi tengono molto a quel momento, in cui - dicono - si evidenzierà la loro «diversità» da tutti gli altri, quasi un «lavacro purificatore» anti-grandi opere. E però, un minuto dopo, chiunque potrà alzarsi in Aula e dire che su un punto qualificante per l'Italia la compagine governativa non esiste più.
Per altro verso, si fa sempre più curiosa la posizione del contestatissimo Toninelli, per almeno cinque ragioni. La prima: nelle rilevazioni, risulta spesso il ministro con la minore approvazione popolare (incarna la logica del «no» che alla maggioranza degli elettori non piace). La seconda: è stato sconfessato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, attraverso il video social di cinque giorni fa, quello in cui il premier chiariva che sarebbe costato più stoppare l'opera che proseguirla. Terzo: Matteo Salvini lo considera più un disastro che un ministro. Quarto: lo stesso Di Maio, in plurimi retroscena non smentiti, avrebbe fatto intendere di non avere la forza politica di sostituirlo, ma si è ben guardato dal fare robuste difese pubbliche e mediatiche del collega. E infine, quinto: nel mega ministero che accorpa Trasporti e Infrastrutture, il contrappeso leghista non c'è più, dopo le doppie dimissioni di Edoardo Rixi e Armando Siri. Ad affiancare Toninelli, è rimasto solo un altro sottosegretario grillino, Michele Dell'Orco. Così, paradosso nel paradosso, la sede ministeriale di Porta Pia è una specie di monocolore M5s: ma il grillino più alto in grado, per salvarsi la faccia, non firma gli atti politicamente più sensibili.
E francamente è abbastanza inedita la condizione di un ministro che resta in sella per realizzare un obiettivo politico contro cui si è battuto, e che continua ad allontanare da sé perfino negli atti burocratici più elementari, come una firma in calce a una lettera.
Da questo punto di vista, posto che questa esperienza di governo prosegua, la posizione di Toninelli appare estremamente fragile. E si fanno strada due nomi per sostituirlo, quelli di due senatori. Da un lato, l'attuale capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli, più pragmatico e moderato, e con un background professionale (è un ingegnere edile) che gli consentirebbe una rapida comprensione dei dossier. Dall'altro, il senatore pentastellato Mauro Coltorti, docente universitario di geomorfologia che, nella campagna elettorale del 4 marzo, Di Maio volle nella sua ipotetica squadra proprio come potenziale ministro alle Infrastrutture. Ma la partita è solo all'inizio.
Daniele Capezzone
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Corteo degli antagonisti davanti al cantiere, alcuni manifestanti riescono a fare irruzione. Sassaiole in prossimità della zona rossa. Slogan contro i pentastellati, che ora sono orfani sia degli attivisti che del loro stesso governo, ormai lanciato verso l'Alta velocità.Nella maggioranza si pensa già al successore. In pole Stefano Patuanelli oppure Mauro Coltorti.Lo speciale contiene due articoliC'è qualcuno d'importante a cui non piace il corteo No Tav che ieri, dal campeggio dell'Alta Felicità di Venaus, ha tentato di raggiungere Chiomonte. Riuscendoci solo in parte, nonostante ci abbiano provato con sassaiole e forzando la pesante cancellata che conduce al cantiere. Hanno aperto un varco e quindi abbattuto la barriera, ma le forze dell'ordine hanno risposto lanciando lacrimogeni e costringendo i dimostranti ad arretrare.Gli striscioni del popolo schierato contro la linea Torino-Lione sono zuppi d'acqua: «I popoli in rivolta scrivono la storia. No Tav fino alla vittoria», si legge sotto la fitta pioggia. Nel mirino dei manifestanti soprattutto i 5 stelle accusati d'aver tradito la causa, come urlano i manifestanti: «Diciamo a tutti i politici, M5s in primis, che i loro giochi di potere e di poltrone non ci interessano. Non ci sono governi amici, ma non significa che non sperassimo che ci fosse una vittoria. Non accettiamo intimidazioni. Fermare la Tav tocca a noi». S'intonano slogan anche contro Beppe Grillo e Luigi Di Maio, si fanno coraggio i partecipanti mentre dai megafoni viene diffuso il messaggio degli organizzatori: «Quattro gocce non ci spaventeranno». Ma proprio quattro gocce non sono. Sembra, dicevamo, che qualcuno d'importante, che non è il premier Giuseppe Conte e neppure il vicepremier Matteo Salvini, cerchi di boicottare la manifestazione. Verso mezzogiorno un nubifragio ha infangato i sentieri e provocato anche una frana di fronte al campeggio dove bivaccavano i No Tav. Niente di grave, ma ha il sapore di un avvertimento. Il sindaco di Giaglione ha emesso un'ordinanza: la strada comunale oltre la frazione San Giovanni che conduce alle vigne a Chiomonte nel caso di forti rovesci diventa di «forte pericolo e il Comune non risponde di danni a cose e persone».Chi non molla, neppure sotto l'ombrello, è Alberto Perino, leader storico del movimento che vede rinunciare molti manifestanti sconfitti dal maltempo: «Io spero sia una manifestazione bagnata ma partecipata, fatta con la testa e non con la pancia. Perché chi oggi tira una pietra, una castagna o qualunque cazzata sappia che lo fa solo per fare un regalo a Salvini, non certo ai No Tav». Le sue parole, ovviamente, non sono state ascoltate dalle frange più estremiste, nonostante le forze dell'ordine abbiano schierato 500 uomini a difesa del cantiere. Un gruppo di una decina di persone incappucciate ha tagliato con un flessibile la cancellata a sbarramento del sentiero che dall'abitato di Giaglione conduce al cantiere di Chiomonte. Quindi hanno lanciato sassi oltre la barriera, disobbedendo agli ordini di Perino. Alcuni sono penetrati nella zona vietata ma la polizia li ha contrastati con i lacrimogeni. Sono stati identificati svariati appartenenti alla galassia antagonista, provenienti da centri sociali di tutta la Penisola: ci sarebbero almeno una quarantina di denunciati, tra cui gli esponenti di Askatasuna e un leader nazionale del movimento No Tav. L'obiettivo dichiarato era di arrivare al cantiere e violare la zona rossa tracciata dalla Prefettura. Ci hanno provato dividendosi dopo due ore di marcia: un gruppo sulla strada principale, mentre altri si sono inerpicati sui monti: «Questi sono i nostri sentieri», dicono gli organizzatori». Ma quanti erano i partecipanti? L'organizzazione parla di 15.000 persone tra valsusini e attivisti dei centri sociali. In realtà, complici i temporali che hanno fatto desistere i più ragionevoli, molti meno: non più di 2.000 secondo una stima attendibile. Tutti infuriati per il via libera del premier Conte e per il tradimento dei grillini, rei di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. L'imbarazzo dei pentastellati è evidente: ieri non si sono schierati né con i partecipanti alla marcia, né a difesa del loro presidente del Consiglio. Non potevano farlo. Che non sappiano come uscire dall'impasse è anche dimostrato dalla mozione depositata venerdì al Senato, contro lo stesso governo di cui fanno parte, per fermare l'Alta velocità. Ieri Luigi Di Maio, che pure è vice del premier Conte, che sul tema è stato chiaro, la rilanciava su Facebook con un battagliero «Noi non ci arrendiamo! Noi pensiamo al Paese, non facciamo regali a Macron». Ad aumentare la confusione si aggiunge Alessandro Di Battista, che pubblica su Facebook un lungo post riprendendo le critiche di Nicola Morra, senatore del Movimento: «La penso esattamente come lui», esordisce, «non c'è alcuna penale per la rescissione dell'accordo sul Tav da parte dell'Italia, semplicemente perché non sono state previste. E dunque parlare di penali in termini minacciosi è evidentemente disinformazione bella e buona». Un attacco frontale al presidente del Consiglio. E poi prosegue: «Il Tav in Val di Susa non serve ai cittadini italiani, non serve ai cittadini europei. Potrebbe servire alle imprese che lo dovessero realizzare, alle banche d'affari che stanno dietro quelle aziende. Serve, sicuramente, al Partito (unito e senza frontiere, trasversale e transnazionale) delle Grandi Opere. A questo io non ho mai aderito».Alfredo Arduino<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerriglia-dei-no-tav-imbarazza-i-grillini-2639396936.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="toninelli-non-firma-la-lettera-allue-la-sua-poltrona-sempre-piu-in-bilico" data-post-id="2639396936" data-published-at="1769849745" data-use-pagination="False"> Toninelli non firma la lettera all’Ue. La sua poltrona sempre più in bilico Una lettera dal ministero ma non dal ministro. E così, nottetempo, in una forma abbastanza surreale, intorno alla mezzanotte tra venerdì e sabato (la scadenza era il 26 luglio), è partita la comunicazione con cui l'Italia ha risposto positivamente alla sollecitazione sulla Tav, dopo i passati rinvii, indirizzata a noi e alla Francia da parte dell'Inea (l'agenzia per l'innovazione e le reti infrastrutturali della Commissione Ue). La missiva è stata inviata in copia anche a Parigi, con cui del resto i contatti erano stati costanti, nelle ore precedenti, per concordare il testo. Ma con una sorpresa: a firmare la lettera è stato un funzionario del dicastero, anziché il ministro Danilo Toninelli. Fonti non ufficiali grilline si affannano a precisare che la sigla del ministro non era strettamente necessaria, ma il fatto politico è notevole: Toninelli ha scelto questa via obliqua per marcare un suo distinguo personale, per non esporsi totalmente, per tenere fede alla fantomatica analisi costi-benefici contraria alla prosecuzione dell'opera (ironicamente ribattezzata «analisi costi-benefici zero», un po' come il «mandato zero», quello che non conta, dopo la recente «riforma» interna al Movimento introdotta da Luigi Di Maio). Dunque, spedizioni a parte, resta un caso politico enorme. Per un verso, c'è una questione che si manifesterà in modo plastico in Parlamento, quando le Camere si pronunceranno sulla Tav: non solo il M5s resterà isolato nella posizione contraria, mentre tutti gli altri maggiori partiti saranno favorevoli; ma si certificherà su un tema di fondo una spaccatura verticale dell'alleanza di governo. La cosa non sembra preoccupare i grillini, che anzi tengono molto a quel momento, in cui - dicono - si evidenzierà la loro «diversità» da tutti gli altri, quasi un «lavacro purificatore» anti-grandi opere. E però, un minuto dopo, chiunque potrà alzarsi in Aula e dire che su un punto qualificante per l'Italia la compagine governativa non esiste più. Per altro verso, si fa sempre più curiosa la posizione del contestatissimo Toninelli, per almeno cinque ragioni. La prima: nelle rilevazioni, risulta spesso il ministro con la minore approvazione popolare (incarna la logica del «no» che alla maggioranza degli elettori non piace). La seconda: è stato sconfessato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, attraverso il video social di cinque giorni fa, quello in cui il premier chiariva che sarebbe costato più stoppare l'opera che proseguirla. Terzo: Matteo Salvini lo considera più un disastro che un ministro. Quarto: lo stesso Di Maio, in plurimi retroscena non smentiti, avrebbe fatto intendere di non avere la forza politica di sostituirlo, ma si è ben guardato dal fare robuste difese pubbliche e mediatiche del collega. E infine, quinto: nel mega ministero che accorpa Trasporti e Infrastrutture, il contrappeso leghista non c'è più, dopo le doppie dimissioni di Edoardo Rixi e Armando Siri. Ad affiancare Toninelli, è rimasto solo un altro sottosegretario grillino, Michele Dell'Orco. Così, paradosso nel paradosso, la sede ministeriale di Porta Pia è una specie di monocolore M5s: ma il grillino più alto in grado, per salvarsi la faccia, non firma gli atti politicamente più sensibili. E francamente è abbastanza inedita la condizione di un ministro che resta in sella per realizzare un obiettivo politico contro cui si è battuto, e che continua ad allontanare da sé perfino negli atti burocratici più elementari, come una firma in calce a una lettera. Da questo punto di vista, posto che questa esperienza di governo prosegua, la posizione di Toninelli appare estremamente fragile. E si fanno strada due nomi per sostituirlo, quelli di due senatori. Da un lato, l'attuale capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli, più pragmatico e moderato, e con un background professionale (è un ingegnere edile) che gli consentirebbe una rapida comprensione dei dossier. Dall'altro, il senatore pentastellato Mauro Coltorti, docente universitario di geomorfologia che, nella campagna elettorale del 4 marzo, Di Maio volle nella sua ipotetica squadra proprio come potenziale ministro alle Infrastrutture. Ma la partita è solo all'inizio. Daniele Capezzone
La Gioielleria Mario Roggero di Grinzane Cavour, nel Cuneese, dove il 28 aprile 2021 un tentativo di rapina finì nel sangue. Nel riquadro il gioielliere Mario Roggero (Ansa)
La frase citata, probabilmente destinata a far discutere, fa parte delle motivazioni con cui i familiari di uno dei due rapinatori uccisi da Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo, chiedono i danni al commerciante. Che, solo di provvisionali, dovrà pagare alle 15 parti civili l’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi.
La somma chiesta a Roggero arriva a 3,3 milioni, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione. Come raccontato ieri dalla Verità, i problemi per Roggero rischiano di arrivare a breve. Dopo la sentenza di primo grado di dicembre 2023, nel maggio del 2024 i due immobili di proprietà di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche, il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti altri 480.000 euro, oltre alle spese legali, che ammontano ad almeno 88.000 euro. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte.
Le motivazioni riportate in questo articolo sono quelle esposte dai legali che rappresentano la famiglia di Andrea Spinelli, uno dei componenti della banda che il 28 aprile del 2021 assaltò la gioielleria di Roggero e che fu ucciso dai colpi sparati dal commerciante, convinto di essere in pericolo di vita.
Alla «figlia di fatto» di Spinelli, le toghe del tribunale di Asti hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso (rappresentato da un diverso avvocato dello stesso studio legale che assiste gli altri congiunti) ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello, fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione nel negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Spinelli, rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Ma questo non gli ha impedito di rivendicare un risarcimento di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta i legali dell’uomo (che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo) affermano che Roggero, «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica, ha per ben due volte attentato alla sua vita».
Tra le varie voci che quantificano il danno, spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
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Elly Schlein (Ansa)
La sua tesi è: leviamo i soldi dal Ponte sullo Stretto e usiamoli per mettere in sicurezza la cittadina della piana gelese. Però i fondi per il dissesto idrogeologico ci sono, basta spenderli e non aspettare che faccia tutto Roma, alla quale si dà la colpa quando bisognerebbe solo prendersela con gli amministratori locali (che qualcuno avrà votato) e con una certa avidità nell’edilizia.
Piombata a Niscemi addirittura prima del presidente del Consiglio, il segretario del Pd ha subito vestito i panni della maestrina ambientalista: «Lo stanziamento di cento milioni del consiglio dei ministri è del tutto insufficiente. Noi abbiamo proposto di utilizzare subito le risorse del Ponte a partire da quelle stanziate per il 2026». Proposta lanciata a mezzo Corriere della Sera, con una motivazione ancora peggiore dello svarione tecnico: «Invece di buttare via quei soldi per un’impuntatura ideologica, bisognerebbe immediatamente dirottarli per il sostegno a questi territori. Vorrei anche far notare che c’è stato un voto, a scrutinio segreto, dell’assemblea regionale siciliana in cui la maggioranza di destra ha chiesto la stessa cosa». La costruzione del Ponte è un’opera che alla Sicilia serve come il pane perché l’avvicina al Nord e all’Europa, cosa di cui si è visto che c’è grande bisogno anche solo guardando le folle immagini delle case costruite su una frana. Inoltre, il Ponte ha seguito un suo iter legislativo, c’è un contratto da rispettare con WeBuild e sono stati stanziati i fondi necessari. Poi, certo, è anche diventato la bandiera di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ma si può fare un danno a un’intera Regione per il gusto di fare un dispetto a un avversario politico?
Assolutamente sì, Secondo il Pd, dove la linea della Schlein ha trovato il sostegno anche il sostegno dell’ex ministro Giuseppe Provenzano e del partito locale. Poi, il tasso di faciloneria, misto a una buona dose di sciacallaggio politico, è salito alle stelle quando da Bruxelles s’è fatta viva Ilaria Salis. L’eurodeputata di Avs ha dato al suo popolo il seguente annuncio su “X”: «Il Governo, e in particolare Salvini, non antepongano il proprio ego politico al benessere dei cittadini. Per questo ieri ho firmato un’interrogazione parlamentare promossa dal mio collega siciliano Leoluca Orlando (Avs) per sollecitare lo stanziamento di fondi europei». Solita storia: l’Europa come bancomat pur di spostare le responsabilità degli abusi edilizi a qualche migliaio di chilometri di distanza.
Salvini aveva già risposto due giorni fa , spiegando che i fondi del Ponte «sono per investimenti.. bisogna conoscere le cose. E poi noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, come facciamo? Li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, Calabria e Sardegna ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero».
Ma nulla, anche ieri dal Pd e da Avs sono arrivate richieste surreali. E sempre Salvini, che ieri è stato in Calabria a visitare i luoghi colpiti dall’uragano, è tornato sul tema: «Il Ponte sarebbe utile anche «in caso di eventi disastrosi, perché i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente». Sulla stessa linea il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. L’ex presidente della Regione (in carica dal 2017 al 2022) ne ha fatto anche una questione di orgoglio nazionale: «Uno Stato come l’Italia, seconda potenza industriale d’Europa, può riparare i danni e andare avanti con ponti, scuole, strade, ferrovie». Insomma, non siamo la Grecia alle prese con la Troika.
Mentre scorrevano le chiacchiere, il fronte della frana di Niscemi, lungo quattro chilometri, è avanzato anche ieri. Al momento, su 24.000 abitanti, ci sono 1.500 sfollati e 4.000 studenti che non hanno potuto andare a scuola. Lo stesso Musumeci aveva già avvertito che il fronte della frana era destinato ad allargarsi. E il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, non ha avuto paura di accostamenti storici quando ha affermato: «C’è un movimento franoso che è circa di 350 milioni di metri cubi. Per fare un paragone, il disastro del Vajont del 1963 ne ha movimentati 263 milioni».
Alla fine, il tentativo di fermare il Ponte di Messina brandendo la frana di Niscemi sembra fallito. Salvini lo ha riassunto con una battuta: «É come se quando ci sono stati problemi in Piemonte si fosse definanziata la Tav. Troveremo altri soldi». Che in Italia ci sia un alto tasso di consumo del territorio è assodato, ma è vero che siamo anche il Paese che ci mette decenni a concludere una grande opera. La cosa nuova è che adesso, per fermare un’opera infrastrutturale, si tenti di strumentalizzare un problema nato proprio da un consumo del territorio (a uso abitativo) evidentemente sconsiderato.
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Maurizio Landini (Imagoeconomica)
«È sotto gli occhi di tutti», ha aggiunto, «quello che è avvenuto in questi anni, e cioè una riduzione del potere d’acquisto dei salari e dall’altra parte un aumento della precarietà e dello sfruttamento nel lavoro che non ha precedenti. C’è bisogno di un intervento anche legislativo che introduca non solo il salario orario minimo, ma c’è bisogno di arrivare anche a una legge sulla rappresentanza che cancelli i contratti pirata, perché oggi una delle cose che sta riducendo il salario è la presenza anche di contratti pirata che si stanno estendendo. Su queste cose», ha continuato, «noi ieri (due giorni fa, ndr) abbiamo avuto un incontro con Confindustria e abbiamo in programma tutta una serie di incontri con tutte le associazioni imprenditoriali. Le persone quando fanno lo stesso lavoro», ha concluso, «devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele anche sulla salute e la sicurezza, sulla formazione, sugli orari, sugli inquadramenti. È il modo per superare la precarietà».
Landini ha poi risposto a chi gli chiedeva delle opposizioni che ieri hanno impedito la conferenza stampa sulla remigrazione, occupando la sala stampa della Camera.
«Si tratta di difendere la nostra Costituzione, di non far perdere la memoria e di ricordare che se siamo un paese democratico con una Costituzione democratica è perché i nostri padri e i nostri nonni hanno sconfitto il nazismo e il fascismo», ha detto. «Noi», ha aggiunto Landini, «stiamo chiedendo da tempo che tutte le forze che si richiamano al fascismo siano sciolte. Anche perché la nostra sede è stata assaltata da una organizzazione che si richiama al fascismo. È assolutamente importante affermare questa cultura».
Il sindacalista ha parlato anche dell’ex Ilva di Taranto. «Noi non abbiamo ad oggi notizia di quello che stanno facendo e di cosa stanno discutendo. Per la situazione delicata e difficile che c’è a Taranto e in tutto il gruppo, è necessario che ci sia un intervento diretto dello Stato nella gestione» dello stabilimento «per dare garanzie di futuro al gruppo e a tutte le attività dell’indotto. «Noi», ha aggiunto, «pensiamo che senza un intervento pubblico rischia di non esserci nessuna prospettiva. Sono 12 anni che l’intervento pubblico viene rinviato e vediamo la situazione in cui siamo. Non abbiamo tempo da perdere e per noi è necessario che ci sia un intervento pubblico per salvaguardare una attività strategica per il nostro Paese».
Landini ha anche commentato il nuovo governato della Puglia, Antonio Decaro. «Mi aspetto che si confronti con le organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, non con altre organizzazioni che non hanno alcuna rappresentanza. Mi aspetto che si facciano degli investimenti seri sulla sanità e mi aspetto che si possa aprire anche una prospettiva di politica industriale», ha concluso. «Ma bisogna avere consapevolezza che una serie di problemi non si risolvono nelle singole regioni».
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Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
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