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2019-07-28
La guerriglia dei No Tav imbarazza i grillini
Ansa
C'è qualcuno d'importante a cui non piace il corteo No Tav che ieri, dal campeggio dell'Alta Felicità di Venaus, ha tentato di raggiungere Chiomonte. Riuscendoci solo in parte, nonostante ci abbiano provato con sassaiole e forzando la pesante cancellata che conduce al cantiere. Hanno aperto un varco e quindi abbattuto la barriera, ma le forze dell'ordine hanno risposto lanciando lacrimogeni e costringendo i dimostranti ad arretrare.
Gli striscioni del popolo schierato contro la linea Torino-Lione sono zuppi d'acqua: «I popoli in rivolta scrivono la storia. No Tav fino alla vittoria», si legge sotto la fitta pioggia. Nel mirino dei manifestanti soprattutto i 5 stelle accusati d'aver tradito la causa, come urlano i manifestanti: «Diciamo a tutti i politici, M5s in primis, che i loro giochi di potere e di poltrone non ci interessano. Non ci sono governi amici, ma non significa che non sperassimo che ci fosse una vittoria. Non accettiamo intimidazioni. Fermare la Tav tocca a noi». S'intonano slogan anche contro Beppe Grillo e Luigi Di Maio, si fanno coraggio i partecipanti mentre dai megafoni viene diffuso il messaggio degli organizzatori: «Quattro gocce non ci spaventeranno». Ma proprio quattro gocce non sono. Sembra, dicevamo, che qualcuno d'importante, che non è il premier Giuseppe Conte e neppure il vicepremier Matteo Salvini, cerchi di boicottare la manifestazione. Verso mezzogiorno un nubifragio ha infangato i sentieri e provocato anche una frana di fronte al campeggio dove bivaccavano i No Tav. Niente di grave, ma ha il sapore di un avvertimento. Il sindaco di Giaglione ha emesso un'ordinanza: la strada comunale oltre la frazione San Giovanni che conduce alle vigne a Chiomonte nel caso di forti rovesci diventa di «forte pericolo e il Comune non risponde di danni a cose e persone».
Chi non molla, neppure sotto l'ombrello, è Alberto Perino, leader storico del movimento che vede rinunciare molti manifestanti sconfitti dal maltempo: «Io spero sia una manifestazione bagnata ma partecipata, fatta con la testa e non con la pancia. Perché chi oggi tira una pietra, una castagna o qualunque cazzata sappia che lo fa solo per fare un regalo a Salvini, non certo ai No Tav». Le sue parole, ovviamente, non sono state ascoltate dalle frange più estremiste, nonostante le forze dell'ordine abbiano schierato 500 uomini a difesa del cantiere. Un gruppo di una decina di persone incappucciate ha tagliato con un flessibile la cancellata a sbarramento del sentiero che dall'abitato di Giaglione conduce al cantiere di Chiomonte. Quindi hanno lanciato sassi oltre la barriera, disobbedendo agli ordini di Perino. Alcuni sono penetrati nella zona vietata ma la polizia li ha contrastati con i lacrimogeni. Sono stati identificati svariati appartenenti alla galassia antagonista, provenienti da centri sociali di tutta la Penisola: ci sarebbero almeno una quarantina di denunciati, tra cui gli esponenti di Askatasuna e un leader nazionale del movimento No Tav. L'obiettivo dichiarato era di arrivare al cantiere e violare la zona rossa tracciata dalla Prefettura. Ci hanno provato dividendosi dopo due ore di marcia: un gruppo sulla strada principale, mentre altri si sono inerpicati sui monti: «Questi sono i nostri sentieri», dicono gli organizzatori». Ma quanti erano i partecipanti? L'organizzazione parla di 15.000 persone tra valsusini e attivisti dei centri sociali. In realtà, complici i temporali che hanno fatto desistere i più ragionevoli, molti meno: non più di 2.000 secondo una stima attendibile. Tutti infuriati per il via libera del premier Conte e per il tradimento dei grillini, rei di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. L'imbarazzo dei pentastellati è evidente: ieri non si sono schierati né con i partecipanti alla marcia, né a difesa del loro presidente del Consiglio. Non potevano farlo. Che non sappiano come uscire dall'impasse è anche dimostrato dalla mozione depositata venerdì al Senato, contro lo stesso governo di cui fanno parte, per fermare l'Alta velocità. Ieri Luigi Di Maio, che pure è vice del premier Conte, che sul tema è stato chiaro, la rilanciava su Facebook con un battagliero «Noi non ci arrendiamo! Noi pensiamo al Paese, non facciamo regali a Macron».
Ad aumentare la confusione si aggiunge Alessandro Di Battista, che pubblica su Facebook un lungo post riprendendo le critiche di Nicola Morra, senatore del Movimento: «La penso esattamente come lui», esordisce, «non c'è alcuna penale per la rescissione dell'accordo sul Tav da parte dell'Italia, semplicemente perché non sono state previste. E dunque parlare di penali in termini minacciosi è evidentemente disinformazione bella e buona». Un attacco frontale al presidente del Consiglio.
E poi prosegue: «Il Tav in Val di Susa non serve ai cittadini italiani, non serve ai cittadini europei. Potrebbe servire alle imprese che lo dovessero realizzare, alle banche d'affari che stanno dietro quelle aziende. Serve, sicuramente, al Partito (unito e senza frontiere, trasversale e transnazionale) delle Grandi Opere. A questo io non ho mai aderito».
Alfredo Arduino
Toninelli non firma la lettera all’Ue. La sua poltrona sempre più in bilico
Una lettera dal ministero ma non dal ministro. E così, nottetempo, in una forma abbastanza surreale, intorno alla mezzanotte tra venerdì e sabato (la scadenza era il 26 luglio), è partita la comunicazione con cui l'Italia ha risposto positivamente alla sollecitazione sulla Tav, dopo i passati rinvii, indirizzata a noi e alla Francia da parte dell'Inea (l'agenzia per l'innovazione e le reti infrastrutturali della Commissione Ue).
La missiva è stata inviata in copia anche a Parigi, con cui del resto i contatti erano stati costanti, nelle ore precedenti, per concordare il testo. Ma con una sorpresa: a firmare la lettera è stato un funzionario del dicastero, anziché il ministro Danilo Toninelli.
Fonti non ufficiali grilline si affannano a precisare che la sigla del ministro non era strettamente necessaria, ma il fatto politico è notevole: Toninelli ha scelto questa via obliqua per marcare un suo distinguo personale, per non esporsi totalmente, per tenere fede alla fantomatica analisi costi-benefici contraria alla prosecuzione dell'opera (ironicamente ribattezzata «analisi costi-benefici zero», un po' come il «mandato zero», quello che non conta, dopo la recente «riforma» interna al Movimento introdotta da Luigi Di Maio).
Dunque, spedizioni a parte, resta un caso politico enorme. Per un verso, c'è una questione che si manifesterà in modo plastico in Parlamento, quando le Camere si pronunceranno sulla Tav: non solo il M5s resterà isolato nella posizione contraria, mentre tutti gli altri maggiori partiti saranno favorevoli; ma si certificherà su un tema di fondo una spaccatura verticale dell'alleanza di governo. La cosa non sembra preoccupare i grillini, che anzi tengono molto a quel momento, in cui - dicono - si evidenzierà la loro «diversità» da tutti gli altri, quasi un «lavacro purificatore» anti-grandi opere. E però, un minuto dopo, chiunque potrà alzarsi in Aula e dire che su un punto qualificante per l'Italia la compagine governativa non esiste più.
Per altro verso, si fa sempre più curiosa la posizione del contestatissimo Toninelli, per almeno cinque ragioni. La prima: nelle rilevazioni, risulta spesso il ministro con la minore approvazione popolare (incarna la logica del «no» che alla maggioranza degli elettori non piace). La seconda: è stato sconfessato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, attraverso il video social di cinque giorni fa, quello in cui il premier chiariva che sarebbe costato più stoppare l'opera che proseguirla. Terzo: Matteo Salvini lo considera più un disastro che un ministro. Quarto: lo stesso Di Maio, in plurimi retroscena non smentiti, avrebbe fatto intendere di non avere la forza politica di sostituirlo, ma si è ben guardato dal fare robuste difese pubbliche e mediatiche del collega. E infine, quinto: nel mega ministero che accorpa Trasporti e Infrastrutture, il contrappeso leghista non c'è più, dopo le doppie dimissioni di Edoardo Rixi e Armando Siri. Ad affiancare Toninelli, è rimasto solo un altro sottosegretario grillino, Michele Dell'Orco. Così, paradosso nel paradosso, la sede ministeriale di Porta Pia è una specie di monocolore M5s: ma il grillino più alto in grado, per salvarsi la faccia, non firma gli atti politicamente più sensibili.
E francamente è abbastanza inedita la condizione di un ministro che resta in sella per realizzare un obiettivo politico contro cui si è battuto, e che continua ad allontanare da sé perfino negli atti burocratici più elementari, come una firma in calce a una lettera.
Da questo punto di vista, posto che questa esperienza di governo prosegua, la posizione di Toninelli appare estremamente fragile. E si fanno strada due nomi per sostituirlo, quelli di due senatori. Da un lato, l'attuale capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli, più pragmatico e moderato, e con un background professionale (è un ingegnere edile) che gli consentirebbe una rapida comprensione dei dossier. Dall'altro, il senatore pentastellato Mauro Coltorti, docente universitario di geomorfologia che, nella campagna elettorale del 4 marzo, Di Maio volle nella sua ipotetica squadra proprio come potenziale ministro alle Infrastrutture. Ma la partita è solo all'inizio.
Daniele Capezzone
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Corteo degli antagonisti davanti al cantiere, alcuni manifestanti riescono a fare irruzione. Sassaiole in prossimità della zona rossa. Slogan contro i pentastellati, che ora sono orfani sia degli attivisti che del loro stesso governo, ormai lanciato verso l'Alta velocità.Nella maggioranza si pensa già al successore. In pole Stefano Patuanelli oppure Mauro Coltorti.Lo speciale contiene due articoliC'è qualcuno d'importante a cui non piace il corteo No Tav che ieri, dal campeggio dell'Alta Felicità di Venaus, ha tentato di raggiungere Chiomonte. Riuscendoci solo in parte, nonostante ci abbiano provato con sassaiole e forzando la pesante cancellata che conduce al cantiere. Hanno aperto un varco e quindi abbattuto la barriera, ma le forze dell'ordine hanno risposto lanciando lacrimogeni e costringendo i dimostranti ad arretrare.Gli striscioni del popolo schierato contro la linea Torino-Lione sono zuppi d'acqua: «I popoli in rivolta scrivono la storia. No Tav fino alla vittoria», si legge sotto la fitta pioggia. Nel mirino dei manifestanti soprattutto i 5 stelle accusati d'aver tradito la causa, come urlano i manifestanti: «Diciamo a tutti i politici, M5s in primis, che i loro giochi di potere e di poltrone non ci interessano. Non ci sono governi amici, ma non significa che non sperassimo che ci fosse una vittoria. Non accettiamo intimidazioni. Fermare la Tav tocca a noi». S'intonano slogan anche contro Beppe Grillo e Luigi Di Maio, si fanno coraggio i partecipanti mentre dai megafoni viene diffuso il messaggio degli organizzatori: «Quattro gocce non ci spaventeranno». Ma proprio quattro gocce non sono. Sembra, dicevamo, che qualcuno d'importante, che non è il premier Giuseppe Conte e neppure il vicepremier Matteo Salvini, cerchi di boicottare la manifestazione. Verso mezzogiorno un nubifragio ha infangato i sentieri e provocato anche una frana di fronte al campeggio dove bivaccavano i No Tav. Niente di grave, ma ha il sapore di un avvertimento. Il sindaco di Giaglione ha emesso un'ordinanza: la strada comunale oltre la frazione San Giovanni che conduce alle vigne a Chiomonte nel caso di forti rovesci diventa di «forte pericolo e il Comune non risponde di danni a cose e persone».Chi non molla, neppure sotto l'ombrello, è Alberto Perino, leader storico del movimento che vede rinunciare molti manifestanti sconfitti dal maltempo: «Io spero sia una manifestazione bagnata ma partecipata, fatta con la testa e non con la pancia. Perché chi oggi tira una pietra, una castagna o qualunque cazzata sappia che lo fa solo per fare un regalo a Salvini, non certo ai No Tav». Le sue parole, ovviamente, non sono state ascoltate dalle frange più estremiste, nonostante le forze dell'ordine abbiano schierato 500 uomini a difesa del cantiere. Un gruppo di una decina di persone incappucciate ha tagliato con un flessibile la cancellata a sbarramento del sentiero che dall'abitato di Giaglione conduce al cantiere di Chiomonte. Quindi hanno lanciato sassi oltre la barriera, disobbedendo agli ordini di Perino. Alcuni sono penetrati nella zona vietata ma la polizia li ha contrastati con i lacrimogeni. Sono stati identificati svariati appartenenti alla galassia antagonista, provenienti da centri sociali di tutta la Penisola: ci sarebbero almeno una quarantina di denunciati, tra cui gli esponenti di Askatasuna e un leader nazionale del movimento No Tav. L'obiettivo dichiarato era di arrivare al cantiere e violare la zona rossa tracciata dalla Prefettura. Ci hanno provato dividendosi dopo due ore di marcia: un gruppo sulla strada principale, mentre altri si sono inerpicati sui monti: «Questi sono i nostri sentieri», dicono gli organizzatori». Ma quanti erano i partecipanti? L'organizzazione parla di 15.000 persone tra valsusini e attivisti dei centri sociali. In realtà, complici i temporali che hanno fatto desistere i più ragionevoli, molti meno: non più di 2.000 secondo una stima attendibile. Tutti infuriati per il via libera del premier Conte e per il tradimento dei grillini, rei di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. L'imbarazzo dei pentastellati è evidente: ieri non si sono schierati né con i partecipanti alla marcia, né a difesa del loro presidente del Consiglio. Non potevano farlo. Che non sappiano come uscire dall'impasse è anche dimostrato dalla mozione depositata venerdì al Senato, contro lo stesso governo di cui fanno parte, per fermare l'Alta velocità. Ieri Luigi Di Maio, che pure è vice del premier Conte, che sul tema è stato chiaro, la rilanciava su Facebook con un battagliero «Noi non ci arrendiamo! Noi pensiamo al Paese, non facciamo regali a Macron». Ad aumentare la confusione si aggiunge Alessandro Di Battista, che pubblica su Facebook un lungo post riprendendo le critiche di Nicola Morra, senatore del Movimento: «La penso esattamente come lui», esordisce, «non c'è alcuna penale per la rescissione dell'accordo sul Tav da parte dell'Italia, semplicemente perché non sono state previste. E dunque parlare di penali in termini minacciosi è evidentemente disinformazione bella e buona». Un attacco frontale al presidente del Consiglio. E poi prosegue: «Il Tav in Val di Susa non serve ai cittadini italiani, non serve ai cittadini europei. Potrebbe servire alle imprese che lo dovessero realizzare, alle banche d'affari che stanno dietro quelle aziende. Serve, sicuramente, al Partito (unito e senza frontiere, trasversale e transnazionale) delle Grandi Opere. A questo io non ho mai aderito».Alfredo Arduino<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-guerriglia-dei-no-tav-imbarazza-i-grillini-2639396936.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="toninelli-non-firma-la-lettera-allue-la-sua-poltrona-sempre-piu-in-bilico" data-post-id="2639396936" data-published-at="1780511681" data-use-pagination="False"> Toninelli non firma la lettera all’Ue. La sua poltrona sempre più in bilico Una lettera dal ministero ma non dal ministro. E così, nottetempo, in una forma abbastanza surreale, intorno alla mezzanotte tra venerdì e sabato (la scadenza era il 26 luglio), è partita la comunicazione con cui l'Italia ha risposto positivamente alla sollecitazione sulla Tav, dopo i passati rinvii, indirizzata a noi e alla Francia da parte dell'Inea (l'agenzia per l'innovazione e le reti infrastrutturali della Commissione Ue). La missiva è stata inviata in copia anche a Parigi, con cui del resto i contatti erano stati costanti, nelle ore precedenti, per concordare il testo. Ma con una sorpresa: a firmare la lettera è stato un funzionario del dicastero, anziché il ministro Danilo Toninelli. Fonti non ufficiali grilline si affannano a precisare che la sigla del ministro non era strettamente necessaria, ma il fatto politico è notevole: Toninelli ha scelto questa via obliqua per marcare un suo distinguo personale, per non esporsi totalmente, per tenere fede alla fantomatica analisi costi-benefici contraria alla prosecuzione dell'opera (ironicamente ribattezzata «analisi costi-benefici zero», un po' come il «mandato zero», quello che non conta, dopo la recente «riforma» interna al Movimento introdotta da Luigi Di Maio). Dunque, spedizioni a parte, resta un caso politico enorme. Per un verso, c'è una questione che si manifesterà in modo plastico in Parlamento, quando le Camere si pronunceranno sulla Tav: non solo il M5s resterà isolato nella posizione contraria, mentre tutti gli altri maggiori partiti saranno favorevoli; ma si certificherà su un tema di fondo una spaccatura verticale dell'alleanza di governo. La cosa non sembra preoccupare i grillini, che anzi tengono molto a quel momento, in cui - dicono - si evidenzierà la loro «diversità» da tutti gli altri, quasi un «lavacro purificatore» anti-grandi opere. E però, un minuto dopo, chiunque potrà alzarsi in Aula e dire che su un punto qualificante per l'Italia la compagine governativa non esiste più. Per altro verso, si fa sempre più curiosa la posizione del contestatissimo Toninelli, per almeno cinque ragioni. La prima: nelle rilevazioni, risulta spesso il ministro con la minore approvazione popolare (incarna la logica del «no» che alla maggioranza degli elettori non piace). La seconda: è stato sconfessato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, attraverso il video social di cinque giorni fa, quello in cui il premier chiariva che sarebbe costato più stoppare l'opera che proseguirla. Terzo: Matteo Salvini lo considera più un disastro che un ministro. Quarto: lo stesso Di Maio, in plurimi retroscena non smentiti, avrebbe fatto intendere di non avere la forza politica di sostituirlo, ma si è ben guardato dal fare robuste difese pubbliche e mediatiche del collega. E infine, quinto: nel mega ministero che accorpa Trasporti e Infrastrutture, il contrappeso leghista non c'è più, dopo le doppie dimissioni di Edoardo Rixi e Armando Siri. Ad affiancare Toninelli, è rimasto solo un altro sottosegretario grillino, Michele Dell'Orco. Così, paradosso nel paradosso, la sede ministeriale di Porta Pia è una specie di monocolore M5s: ma il grillino più alto in grado, per salvarsi la faccia, non firma gli atti politicamente più sensibili. E francamente è abbastanza inedita la condizione di un ministro che resta in sella per realizzare un obiettivo politico contro cui si è battuto, e che continua ad allontanare da sé perfino negli atti burocratici più elementari, come una firma in calce a una lettera. Da questo punto di vista, posto che questa esperienza di governo prosegua, la posizione di Toninelli appare estremamente fragile. E si fanno strada due nomi per sostituirlo, quelli di due senatori. Da un lato, l'attuale capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli, più pragmatico e moderato, e con un background professionale (è un ingegnere edile) che gli consentirebbe una rapida comprensione dei dossier. Dall'altro, il senatore pentastellato Mauro Coltorti, docente universitario di geomorfologia che, nella campagna elettorale del 4 marzo, Di Maio volle nella sua ipotetica squadra proprio come potenziale ministro alle Infrastrutture. Ma la partita è solo all'inizio. Daniele Capezzone
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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