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2019-01-22
La Grillo oggi vuole imporre i vaccini. Ma ieri chiedeva di abolirli nella Pa
Ansa
Giravolte e poltrona instabile tra obbligo dei vaccini e maggiore informazione, regionalismo differenziato, decreti di nomina dei 30 componenti del nuovo Consiglio superiore di sanità e un partito alleato non sempre in sintonia.
Come annunciato su Facebook ieri il ministro della Salute, la pentastellata Giulia Grillo, ha iniziato dal Pertini di Roma il suo tour negli ospedali italiani «per capire la situazione, sapere il punto di vista dei pazienti, che cosa succede nelle sale d'attesa, nelle osservazioni brevi del Ps, ma anche vedere come lavorano i nostri medici e i nostri infermieri, dalla cui qualità di vita e lavoro dipende anche la qualità delle cure che ci vengono prestate».
Già che era lì, accompagnata anche dai deputati Massimo Enrico Baroni e Francesco Silvestri, ne ha approfittato per fare il vaccino contro l'influenza. «Lo faccio per proteggere il mio piccolo», ha spiegato facendo riferimento al piccolo Andrea di soli due mesi. Un paio di giorni fa, durante la trasmissione Mediaset Mattino 5, era stata più dura: «Se la popolazione autonomamente non si vaccina certo che la si obbliga: prima si convince il cittadino, poi eventualmente lo si obbliga. Vaccinarsi è fondamentale e l'obbligatorietà la decide la politica in base alla situazione epidemiologica, se ci sono cali di coperture vaccinali o emergenze epidemiche. In casi invece in cui non ci sono cali di coperture o epidemie può esserci una forte raccomandazione, come era prima che ci fosse l'epidemia di morbillo o i cali di coperture».
Il ministro continua a essere «instabile» sul tema vaccini. Se la maggioranza degli italiani li considera uno strumento di prevenzione primaria, una minoranza, considerata in quota grillina, è no vax. Appena eletta ministro, la Grillo è stata sulla graticola proprio su questo tema, bersagliata non soltanto dall'opposizione ma anche dai pediatri, oberati dalle richieste dei genitori, e dai dirigenti scolastici, che pur rifiutandosi di fare le «sentinelle» dell'obbligatorietà hanno chiuso le porte ai bambini non vaccinati. E poi non ha presentato una sua proposta di riforma. Un disegno di legge (il 770) firmato da alcuni senatori giace «insabbiato» perché prevede una lunga lista di audizioni.
L'obbligatorietà soltanto qualche anno fa lasciava perplessa la stessa Grillo che insieme ad altri deputati pentastellati firmò addirittura una proposta di legge «sull'informazione e sull'eventuale diniego dell'uso dei vaccini per il personale della pubblica amministrazione», presentata il 12 febbraio 2014. Sottolineando l'articolo 32 della Costituzione («Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge»), i firmatari ricordavano che «il personale civile o militare della Pa è soggetto, a causa del servizio prestato alla Repubblica, alla copertura obbligatoria vaccinale e quindi a limitazioni costituzionali dovute al suo status. Numerosi, ad esempio, sono i casi di rifiuto delle vaccinazioni che, per i militari, comportano la segnalazione alla Procura militare per il reato di disobbedienza».
Come nel caso del maresciallo di 1° classe dell'Aeronautica militare Luigi Sanna, indagato per il reato di disobbedienza aggravata e continuata per essersi rifiutato di sottoscrivere la scheda anamnestico vaccinale. Un abuso, secondo i firmatari, che parlavano esplicitamente dei rischi dei vaccini: «Recenti studi», si legge nel documento, «hanno però messo in luce collegamenti tra le vaccinazioni e alcune malattie specifiche quali la leucemia, intossicazioni, infiammazioni, immunodepressioni, mutazioni genetiche trasmissibili, malattie tumorali, autismo e allergie». Per questo i proponenti ricordavano il caso del militare Francesco Finessi deceduto per un linfoma di Hodgkin fulminante, per il quale il tribunale di Ferrara riconobbe il nesso di causalità tra vaccini e cancro condannando il ministero della Salute a indennizzare la famiglia con 150.000 euro.
La proposta di legge, di soli tre articoli, cominciava con la richiesta di dare al personale civile o militare della Pa che per ragione di servizio deve sottoporsi a vaccinazioni «informazione preventiva anche con motivazione scritta, sulla composizione del vaccino somministrato e sulle malattie che dovrebbe immunizzare; sugli eventuali effetti collaterali e sulle controindicazioni». La Grillo chiedeva anche per i dipendenti pubblici civili o militari il «diritto i opporre rifiuto alla richiesta di vaccinazione motivandolo in forma scritta». Il comma quattro dell'articolo 1 recitava: «Al personale che contrae malattie o danni in conseguenza della vaccinazione è riconosciuto un risarcimento adeguato alla gravità dell'infermità contratta e, ove ne ricorrono le condizioni, l'eventuale invalidità o inabilità al lavoro per causa di servizio».
All'articolo 2 la proposta prevedeva «il divieto di somministrare vaccini al personale che può documentare attraverso il libretto vaccinale e test sull'avvenuta immunizzazione, di essere già coperto da quel vaccino». Infine l'articolo 3 contemplava da parte del ministero della Salute in collaborazione con quelli competenti «l'invio di una relazione annuale alle commissioni parlamentari sugli eventuali effetti collaterali delle vaccinazioni sul personale della Pa, civile o militare, nonché sul numero dei dipendenti vaccinati e di chi aveva opposto rifiuto».
Farmaci da banco rincarati in media del 5,7%
Antidolorifici contro il mal di testa, antinfiammatori per i dolori muscolari ma anche il collirio per la congiuntivite. Antidepressivi, sonniferi e antistaminici contro l'asma, le pomate contro l'acne e le compresse di vitamina C. Aumentano i prezzi dei farmaci di fascia C o da banco, ovvero i medicinali che si acquistano con la ricetta ma per i quali non sono possibili rimborsi dal servizio sanitario nazionale. I rincari, in media del 5,7%, in parte sono già scattati e in parte entreranno in vigore entro febbraio.
Oggi gli italiani spendono oltre 3 miliardi di euro per tali prodotti destinati a curare patologie non gravi ma largamente diffuse e fastidiose: proprio su di loro sta arrivando la stangata. Tra i medicinali più noti coinvolti ci sono Tachipirina, Fluimucil, Novalgina, Ansiolin, Gentamicina, Muscoril, Oki, Plasil, Toradol, Valium e Voltaren. Quelli con l'aumento più consistente sono il Muscoril, che costerà 1,60 euro in più, e il collirio Tobradex, 2 euro in più.
Stando ai valori delle tabelle diffuse da Federfarma per comunicare alle farmacie associate i nuovi prezzi, l'aumento alla cassa sarà in media di 0,89 centesimi, quasi un euro, sul costo di ogni confezione: il prezzo medio delle confezioni dei farmaci interessati salirà da 15,58 a 16,47 euro. Una spesa aggiuntiva non di poco conto che interesserà peraltro quasi 800 tipologie di prodotti.
Sono 3.740 i farmaci di fascia C soggetti a prescrizione medica e non rimborsabili. Si tratta di quei medicinali non soggetti a limiti univoci il cui prezzo può subire, da parte delle aziende farmaceutiche, una revisione ogni due anni come previsto dal comma tre articolo uno del decreto legge 87/2005 (il cosiddetto decreto Storace, dal nome dell'allora ministro della Salute), che permette alle aziende farmaceutiche di ritoccare verso l'alto i prezzi dei farmaci con obbligo di ricetta non rimborsati. Di fatto un aumento all'inizio di ogni anno dispari. Gli ultimi aumenti erano avvenuti fra gennaio e febbraio 2017.
Rimane per le farmacie la possibilità di praticare sconti sul prezzo al pubblico, come previsto dall'articolo undici della legge 27 del 2012, la cosiddetta Cresci Italia. Invece, ricorda Federfarma, «il prezzo al pubblico dei medicinali senza obbligo di ricetta è liberamente fissato da ciascuna farmacia o dagli esercizi commerciali abilitati».
La conferma dell'aumento arriva da Pharmacy Scanner, settimanale online dedicato ai farmacisti. «Tra generici e prodotti branded», spiega il direttore responsabile della testata, Alessandro Santoro, «sono 770 i farmaci interessati quest'anno dagli aumenti, che portano il prezzo medio a confezione (sui prodotti interessati dagli incrementi) da 15,58 a 16,47 euro. Ne consegue una differenza di 0,89 euro, che equivale a un aumento medio del 5,7% sui prezzi di due anni fa».
Rincari a parte l'Italia (prima nell'Unione europea per produzione di medicinali con 31,2 miliardi) resta uno dei Paesi del Vecchio continente con il più basso prezzo dei farmaci all'uscita dalla fabbrica (il prezzo a ricavo industria), circa il 15-20% in meno rispetto alla media europea.
Questo vantaggio, però, si perde quando si considera il prezzo al pubblico, poiché al prezzo di produzione viene aggiunto un margine per la distribuzione, dai grossisti alle farmacie, più l'Iva: se il guadagno dell'industria farmaceutica è del 63,8%, quello del distributore è del 6,7%, mentre la farmacia ricava in media su ogni medicinale il 2,4%.
Nel passaggio dalla produzione alla vendita al dettaglio, insomma, il prezzo dei farmaci in Italia diventa quasi equivalente a quello degli altri Paesi europei, con buona pace dei cittadini consumatori.
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Il ministro della Salute nella scorsa legislatura aveva cofirmato una proposta di legge per cancellare l'obbligo per dipendenti pubblici e militari: «Esistono collegamenti con leucemie, tumori e autismo».Coinvolti 770 medicinali per cui serve la ricetta ma non danno diritto ai rimborsi.Lo speciale contiene due articoli.Giravolte e poltrona instabile tra obbligo dei vaccini e maggiore informazione, regionalismo differenziato, decreti di nomina dei 30 componenti del nuovo Consiglio superiore di sanità e un partito alleato non sempre in sintonia.Come annunciato su Facebook ieri il ministro della Salute, la pentastellata Giulia Grillo, ha iniziato dal Pertini di Roma il suo tour negli ospedali italiani «per capire la situazione, sapere il punto di vista dei pazienti, che cosa succede nelle sale d'attesa, nelle osservazioni brevi del Ps, ma anche vedere come lavorano i nostri medici e i nostri infermieri, dalla cui qualità di vita e lavoro dipende anche la qualità delle cure che ci vengono prestate». Già che era lì, accompagnata anche dai deputati Massimo Enrico Baroni e Francesco Silvestri, ne ha approfittato per fare il vaccino contro l'influenza. «Lo faccio per proteggere il mio piccolo», ha spiegato facendo riferimento al piccolo Andrea di soli due mesi. Un paio di giorni fa, durante la trasmissione Mediaset Mattino 5, era stata più dura: «Se la popolazione autonomamente non si vaccina certo che la si obbliga: prima si convince il cittadino, poi eventualmente lo si obbliga. Vaccinarsi è fondamentale e l'obbligatorietà la decide la politica in base alla situazione epidemiologica, se ci sono cali di coperture vaccinali o emergenze epidemiche. In casi invece in cui non ci sono cali di coperture o epidemie può esserci una forte raccomandazione, come era prima che ci fosse l'epidemia di morbillo o i cali di coperture».Il ministro continua a essere «instabile» sul tema vaccini. Se la maggioranza degli italiani li considera uno strumento di prevenzione primaria, una minoranza, considerata in quota grillina, è no vax. Appena eletta ministro, la Grillo è stata sulla graticola proprio su questo tema, bersagliata non soltanto dall'opposizione ma anche dai pediatri, oberati dalle richieste dei genitori, e dai dirigenti scolastici, che pur rifiutandosi di fare le «sentinelle» dell'obbligatorietà hanno chiuso le porte ai bambini non vaccinati. E poi non ha presentato una sua proposta di riforma. Un disegno di legge (il 770) firmato da alcuni senatori giace «insabbiato» perché prevede una lunga lista di audizioni. L'obbligatorietà soltanto qualche anno fa lasciava perplessa la stessa Grillo che insieme ad altri deputati pentastellati firmò addirittura una proposta di legge «sull'informazione e sull'eventuale diniego dell'uso dei vaccini per il personale della pubblica amministrazione», presentata il 12 febbraio 2014. Sottolineando l'articolo 32 della Costituzione («Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge»), i firmatari ricordavano che «il personale civile o militare della Pa è soggetto, a causa del servizio prestato alla Repubblica, alla copertura obbligatoria vaccinale e quindi a limitazioni costituzionali dovute al suo status. Numerosi, ad esempio, sono i casi di rifiuto delle vaccinazioni che, per i militari, comportano la segnalazione alla Procura militare per il reato di disobbedienza». Come nel caso del maresciallo di 1° classe dell'Aeronautica militare Luigi Sanna, indagato per il reato di disobbedienza aggravata e continuata per essersi rifiutato di sottoscrivere la scheda anamnestico vaccinale. Un abuso, secondo i firmatari, che parlavano esplicitamente dei rischi dei vaccini: «Recenti studi», si legge nel documento, «hanno però messo in luce collegamenti tra le vaccinazioni e alcune malattie specifiche quali la leucemia, intossicazioni, infiammazioni, immunodepressioni, mutazioni genetiche trasmissibili, malattie tumorali, autismo e allergie». Per questo i proponenti ricordavano il caso del militare Francesco Finessi deceduto per un linfoma di Hodgkin fulminante, per il quale il tribunale di Ferrara riconobbe il nesso di causalità tra vaccini e cancro condannando il ministero della Salute a indennizzare la famiglia con 150.000 euro.La proposta di legge, di soli tre articoli, cominciava con la richiesta di dare al personale civile o militare della Pa che per ragione di servizio deve sottoporsi a vaccinazioni «informazione preventiva anche con motivazione scritta, sulla composizione del vaccino somministrato e sulle malattie che dovrebbe immunizzare; sugli eventuali effetti collaterali e sulle controindicazioni». La Grillo chiedeva anche per i dipendenti pubblici civili o militari il «diritto i opporre rifiuto alla richiesta di vaccinazione motivandolo in forma scritta». Il comma quattro dell'articolo 1 recitava: «Al personale che contrae malattie o danni in conseguenza della vaccinazione è riconosciuto un risarcimento adeguato alla gravità dell'infermità contratta e, ove ne ricorrono le condizioni, l'eventuale invalidità o inabilità al lavoro per causa di servizio».All'articolo 2 la proposta prevedeva «il divieto di somministrare vaccini al personale che può documentare attraverso il libretto vaccinale e test sull'avvenuta immunizzazione, di essere già coperto da quel vaccino». Infine l'articolo 3 contemplava da parte del ministero della Salute in collaborazione con quelli competenti «l'invio di una relazione annuale alle commissioni parlamentari sugli eventuali effetti collaterali delle vaccinazioni sul personale della Pa, civile o militare, nonché sul numero dei dipendenti vaccinati e di chi aveva opposto rifiuto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-grillo-oggi-vuole-imporre-i-vaccini-ma-ieri-chiedeva-di-abolirli-nella-pa-2626645202.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="farmaci-da-banco-rincarati-in-media-del-57" data-post-id="2626645202" data-published-at="1778863334" data-use-pagination="False"> Farmaci da banco rincarati in media del 5,7% Antidolorifici contro il mal di testa, antinfiammatori per i dolori muscolari ma anche il collirio per la congiuntivite. Antidepressivi, sonniferi e antistaminici contro l'asma, le pomate contro l'acne e le compresse di vitamina C. Aumentano i prezzi dei farmaci di fascia C o da banco, ovvero i medicinali che si acquistano con la ricetta ma per i quali non sono possibili rimborsi dal servizio sanitario nazionale. I rincari, in media del 5,7%, in parte sono già scattati e in parte entreranno in vigore entro febbraio. Oggi gli italiani spendono oltre 3 miliardi di euro per tali prodotti destinati a curare patologie non gravi ma largamente diffuse e fastidiose: proprio su di loro sta arrivando la stangata. Tra i medicinali più noti coinvolti ci sono Tachipirina, Fluimucil, Novalgina, Ansiolin, Gentamicina, Muscoril, Oki, Plasil, Toradol, Valium e Voltaren. Quelli con l'aumento più consistente sono il Muscoril, che costerà 1,60 euro in più, e il collirio Tobradex, 2 euro in più. Stando ai valori delle tabelle diffuse da Federfarma per comunicare alle farmacie associate i nuovi prezzi, l'aumento alla cassa sarà in media di 0,89 centesimi, quasi un euro, sul costo di ogni confezione: il prezzo medio delle confezioni dei farmaci interessati salirà da 15,58 a 16,47 euro. Una spesa aggiuntiva non di poco conto che interesserà peraltro quasi 800 tipologie di prodotti. Sono 3.740 i farmaci di fascia C soggetti a prescrizione medica e non rimborsabili. Si tratta di quei medicinali non soggetti a limiti univoci il cui prezzo può subire, da parte delle aziende farmaceutiche, una revisione ogni due anni come previsto dal comma tre articolo uno del decreto legge 87/2005 (il cosiddetto decreto Storace, dal nome dell'allora ministro della Salute), che permette alle aziende farmaceutiche di ritoccare verso l'alto i prezzi dei farmaci con obbligo di ricetta non rimborsati. Di fatto un aumento all'inizio di ogni anno dispari. Gli ultimi aumenti erano avvenuti fra gennaio e febbraio 2017. Rimane per le farmacie la possibilità di praticare sconti sul prezzo al pubblico, come previsto dall'articolo undici della legge 27 del 2012, la cosiddetta Cresci Italia. Invece, ricorda Federfarma, «il prezzo al pubblico dei medicinali senza obbligo di ricetta è liberamente fissato da ciascuna farmacia o dagli esercizi commerciali abilitati». La conferma dell'aumento arriva da Pharmacy Scanner, settimanale online dedicato ai farmacisti. «Tra generici e prodotti branded», spiega il direttore responsabile della testata, Alessandro Santoro, «sono 770 i farmaci interessati quest'anno dagli aumenti, che portano il prezzo medio a confezione (sui prodotti interessati dagli incrementi) da 15,58 a 16,47 euro. Ne consegue una differenza di 0,89 euro, che equivale a un aumento medio del 5,7% sui prezzi di due anni fa». Rincari a parte l'Italia (prima nell'Unione europea per produzione di medicinali con 31,2 miliardi) resta uno dei Paesi del Vecchio continente con il più basso prezzo dei farmaci all'uscita dalla fabbrica (il prezzo a ricavo industria), circa il 15-20% in meno rispetto alla media europea. Questo vantaggio, però, si perde quando si considera il prezzo al pubblico, poiché al prezzo di produzione viene aggiunto un margine per la distribuzione, dai grossisti alle farmacie, più l'Iva: se il guadagno dell'industria farmaceutica è del 63,8%, quello del distributore è del 6,7%, mentre la farmacia ricava in media su ogni medicinale il 2,4%. Nel passaggio dalla produzione alla vendita al dettaglio, insomma, il prezzo dei farmaci in Italia diventa quasi equivalente a quello degli altri Paesi europei, con buona pace dei cittadini consumatori.
Istock
Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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iStock
Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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