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2023-04-26
La frenata dell’Aifa sulla pillola gratis. Ora palla al governo
Giovanna Scroccaro (iStock)
«Rinvio tecnico», dicono loro. «Dossier articolato», precisano. Fatto sta che ieri, all’Aifa, si è verificato esattamente quello che temeva la galassia femminista: una frenata sulla pillola anticoncezionale gratuita. Nella riunione del consiglio d’amministrazione, infatti, non si è affrontata nemmeno la questione della ratifica definitiva del parere emesso dal Comitato prezzi dell’Agenzia, secondo il quale il contraccettivo va reso rimborsabile per tutte le donne, al costo di 140 milioni di euro l’anno, a carico del Servizio sanitario nazionale. Tutto rimandato al mese prossimo. Proprio come sospettava Luana Zanella, la capogruppo alla Camera di Verdi e Sinistra italiana. Costei, dopo la decisione di qualche giorno fa, anziché cantare vittoria, ammoniva: «Noi donne non ci aspettiamo alcuna retromarcia».
Il problema era che «esponenti della destra» si erano «spinti a sostenere che l’iniziativa contrasta con la crescita della natalità», lasciando intendere che il governo sarebbe potuto intervenire per neutralizzare il blitz del Comitato prezzi. Quest’ultimo, per bocca della presidente Giovanna Scroccaro, aveva d’altronde rivendicato il proprio intervento a gamba tesa, a ridosso dell’entrata in vigore della riforma dell’Aifa, che sopprimerà l’unità istituendo un’unica Commissione scientifica ed economica. Visto che la nomina dei componenti di quest’organismo e del cda spetta prevalentemente ai ministeri, ora in mano al centrodestra, gli ultimi mohicani dell’era Speranza avranno pensato bene di tentare il raid prima del 30 giugno. Ossia, la data entro la quale è atteso l’ok finale al provvedimento dalla Conferenza Stato-Regioni.
È questo metodo discutibile, più che la gratuità della pillola in sé, il nodo sul quale non si dovrebbe mollare la presa. Pena, lasciar immaginare che dal centrodestra ci sia o una tacita approvazione, o una mancanza di coraggio. Passerebbe, inoltre, il principio per cui agli esperti basta rivestire con argomentazioni tecniche un programma politico, per attuarlo in aperta contraddizione, se non in manifesta polemica, con le misure cui sta lavorando un esecutivo in carica. Sarà vero che la maternità di cui abbiamo bisogno in Italia è una maternità consapevole; sarà vero che non è la pillola, o non solo essa, ad aver abbattuto il tasso di fecondità in Occidente; ma è pur vero che, quando si parla di facilitare la vita alle famiglie e a chi vorrebbe mettere al mondo dei bambini, non è alla contraccezione che si pensa in prima istanza.
Dentro gli ambienti di maggioranza, adesso, comincia a farsi strada un’idea: che la strategia più scaltra non sia tanto quella di ostacolare l’iter di ratifica interno all’Agenzia del farmaco, bensì quella di rintuzzarla con un pacchetto di misure a sostegno della maternità. «Alle donne va garantita la massima libertà di scelta», dice alla Verità un esponente di primo piano di Fratelli d’Italia, «purché la libertà viga in entrambe le direzioni: quella di usare contraccettivi e quella di non subire impedimenti economici a una gravidanza, quantunque inaspettata».
E sia. Ma qualcuno, in via del Tritone, avrà percepito un certo malumore per la mossa del Comitato prezzi. E, scriveva ieri Il Fatto Quotidiano, per la scelta della Scroccaro di sponsorizzarla su Quotidiano Sanità, quasi a voler blindare, attraverso un’uscita pubblica, il successivo e imprescindibile verdetto del cda.
Secondo la ricostruzione del giornale di Marco Travaglio, ovviamente favorevole all’incursione, lo stesso presidente dell’Agenzia, Giorgio Palù, si sarebbe «molto irritato» per la vicenda, sulla scorta delle proteste almeno di una parte del centrodestra e delle associazioni cattoliche pro life. Il Fatto ha tuonato contro «le mani del governo su Aifa». Anche Huffington Post, ieri pomeriggio, sosteneva che la prospettiva della riforma dell’organismo mette a rischio l’anticoncezionale gratis. Lungotevere Ripa, invero, mantiene il riserbo. Comunque, è probabile che ai vertici del regolatore, formalmente indipendente ma non del tutto autocefalo, sia stato fatto presente il disappunto dell’esecutivo. Sul piano dell’immagine, non sarebbe il massimo farsi passare sotto al naso un intervento di segno inverso, rispetto alle priorità che, da Francesco Lollobrigida al Mef di Giancarlo Giorgetti, la maggioranza sta indicando.
In realtà, la frenata di ieri non significa che l’azione lampo dell’Aifa sia naufragata. Di qui all’azzeramento delle sue strutture, ci passa almeno un altro consiglio d’amministrazione. Che si terrà, certo, ad acque più calme e a dibattito mediatico meno infuocato. Lì si chiarirà se il governo si sarà accontentato di spegnere i riflettori su uno scenario che considera irrevocabile, o se vorrà tenere il punto, evitando di mostrarsi vulnerabile agli intrighi dell’apparato. Lo scontro, oltre e ancor prima che per l’ideologia, passa per la strategia politica.
Contraccettivi poco usati? Falso
«Da sempre in Italia c’è uno scarso ricorso alla contraccezione e questo ora potrà cambiare», aveva dichiarato Giovanna Scroccaro, presidente del comitato prezzi e rimborsi (Cpr) dell’Agenzia italiana del farmaco, annunciando sul Quotidiano Sanità di aver approvato la gratuità della pillola anticoncezionale per le donne di ogni fascia di età.
L’affermazione non corrisponde al vero, secondo l’Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc) che ha fornito numeri e tabelle per sostenere che la realtà italiana è ben diversa. Ed è la stessa Aifa, nel rapporto sui farmaci del 2021, a segnalare che nel corso degli anni 2014‐-2021 «si è assistito ad un progressivo ma costante aumento del consumo dei farmaci contraccettivi».
Nel 2015, la «Ddd/1000 abitanti die», la dose media di un farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti, era 97,7 mentre nel 2021 era salita a 138,5. Il tasso annuo di crescita composto è stato del +6%. Nello stesso periodo, il costo medio per Ddd è aumentato dell’11% e l’Aigoc ha calcolato quanto si è speso nel 2021 in contraccettivi orali.
Moltiplicando il numero di donne in età fertile in quell’anno (11.965.446), per la dose media di farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti (138,5), in 365 giorni sono stati spesi 302.441.604 euro. Una cifra ben più alta dei 140 milioni di euro annui che sarebbero a carico dello Stato, secondo i calcoli fatti dal Cpr dell’Aifa, dando la pillola gratuita. Questo, secondo i ginecologici cattolici, dimostra che già sono tante le donne che ricorrono alla pillola, quindi non c’è bisogno di incentivarne l’uso.
E, fanno notare, la spesa preventivata «è sottostimata già per quanto riguarda il 2021 e lo sarà ancor di più se il numero delle donne che ne faranno ricorso aumenterà». Ricordano, inoltre che solo nella Puglia (nel 2008) e nel Piemonte (nel 2018) gli estroprogestinici sono stati dispensati gratuitamente nei consultori alle donne di età superiore ai 26 anni disoccupate, nei due anni successivi a un aborto e nei 12 mesi dopo il parto.
Però, la riduzione nel tempo del rapporto di abortività, con un tasso di 5,8 interruzioni volontarie di gravidanza ogni mille donne nel 2019, sceso a 5,17 nel 2021, «non è legata alla dispensazione gratuita degli estroprogestinici, ma al crescente numero delle fasce di popolazione femminile di età più avanzata (35-49 anni) e quindi meno fertili».
Quindi, rendere gratuito e per tutte le età l’uso della pillola «non è legato a necessità obiettivamente sanitarie». Ne possono «trarre vantaggio solo i produttori», è la loro conclusione. Senza contare che «nelle donne che assumono la pillola, nell’1% dei cicli l’ovulazione avviene lo stesso». Soldi buttati, e mettendo a rischio la salute delle donne. Assumendo estroprogestinici, ovvero la pillola combinata, aumenta il rischio di tumori al seno, al fegato e della cervice uterina come avverte il National cancer institute (Nci) che fa parte del dipartimento della Salute e dei Servizi umani degli Stati Uniti.
La Verità ha ricordato che nel 2017 un ampio studio prospettico che coinvolse tutte le donne in Danimarca tra i 15 e i 49 anni di età, segnalava i rischi di cancro al seno associati a formulazioni più recenti di contraccettivi orali, con un aumento di circa il 20%, e fino al 60%, a seconda del tipo di pillola.
Rischi e questione salute che non vanno sottovalutati, dichiarano i ginecologi cattolici, come invece lascerebbe intendere il Quotidiano Sanità quando sostiene che «il ministero della Sanità, tuttavia, essendo l’Aifa un organismo indipendente, non avrà possibilità di intervenire sulla decisione», di una pillola gratuita per tutte. Trattandosi di salute della donna, in un Paese con la natalità ai minimi termini, sarebbe invece quanto mai opportuna una presa di posizione di Orazio Schillaci.
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Il cda rinvia la discussione, dopo le critiche del centrodestra Che deve decidere se tenere il punto fino al rinnovo dell’Agenzia.Gli anticoncezionali sono sempre più adoperati. E le spese sono superiori a quelle stimate. I molti effetti collaterali, inoltre, rendono opportuno un intervento del ministro.Lo speciale contiene due articoli«Rinvio tecnico», dicono loro. «Dossier articolato», precisano. Fatto sta che ieri, all’Aifa, si è verificato esattamente quello che temeva la galassia femminista: una frenata sulla pillola anticoncezionale gratuita. Nella riunione del consiglio d’amministrazione, infatti, non si è affrontata nemmeno la questione della ratifica definitiva del parere emesso dal Comitato prezzi dell’Agenzia, secondo il quale il contraccettivo va reso rimborsabile per tutte le donne, al costo di 140 milioni di euro l’anno, a carico del Servizio sanitario nazionale. Tutto rimandato al mese prossimo. Proprio come sospettava Luana Zanella, la capogruppo alla Camera di Verdi e Sinistra italiana. Costei, dopo la decisione di qualche giorno fa, anziché cantare vittoria, ammoniva: «Noi donne non ci aspettiamo alcuna retromarcia». Il problema era che «esponenti della destra» si erano «spinti a sostenere che l’iniziativa contrasta con la crescita della natalità», lasciando intendere che il governo sarebbe potuto intervenire per neutralizzare il blitz del Comitato prezzi. Quest’ultimo, per bocca della presidente Giovanna Scroccaro, aveva d’altronde rivendicato il proprio intervento a gamba tesa, a ridosso dell’entrata in vigore della riforma dell’Aifa, che sopprimerà l’unità istituendo un’unica Commissione scientifica ed economica. Visto che la nomina dei componenti di quest’organismo e del cda spetta prevalentemente ai ministeri, ora in mano al centrodestra, gli ultimi mohicani dell’era Speranza avranno pensato bene di tentare il raid prima del 30 giugno. Ossia, la data entro la quale è atteso l’ok finale al provvedimento dalla Conferenza Stato-Regioni.È questo metodo discutibile, più che la gratuità della pillola in sé, il nodo sul quale non si dovrebbe mollare la presa. Pena, lasciar immaginare che dal centrodestra ci sia o una tacita approvazione, o una mancanza di coraggio. Passerebbe, inoltre, il principio per cui agli esperti basta rivestire con argomentazioni tecniche un programma politico, per attuarlo in aperta contraddizione, se non in manifesta polemica, con le misure cui sta lavorando un esecutivo in carica. Sarà vero che la maternità di cui abbiamo bisogno in Italia è una maternità consapevole; sarà vero che non è la pillola, o non solo essa, ad aver abbattuto il tasso di fecondità in Occidente; ma è pur vero che, quando si parla di facilitare la vita alle famiglie e a chi vorrebbe mettere al mondo dei bambini, non è alla contraccezione che si pensa in prima istanza.Dentro gli ambienti di maggioranza, adesso, comincia a farsi strada un’idea: che la strategia più scaltra non sia tanto quella di ostacolare l’iter di ratifica interno all’Agenzia del farmaco, bensì quella di rintuzzarla con un pacchetto di misure a sostegno della maternità. «Alle donne va garantita la massima libertà di scelta», dice alla Verità un esponente di primo piano di Fratelli d’Italia, «purché la libertà viga in entrambe le direzioni: quella di usare contraccettivi e quella di non subire impedimenti economici a una gravidanza, quantunque inaspettata». E sia. Ma qualcuno, in via del Tritone, avrà percepito un certo malumore per la mossa del Comitato prezzi. E, scriveva ieri Il Fatto Quotidiano, per la scelta della Scroccaro di sponsorizzarla su Quotidiano Sanità, quasi a voler blindare, attraverso un’uscita pubblica, il successivo e imprescindibile verdetto del cda. Secondo la ricostruzione del giornale di Marco Travaglio, ovviamente favorevole all’incursione, lo stesso presidente dell’Agenzia, Giorgio Palù, si sarebbe «molto irritato» per la vicenda, sulla scorta delle proteste almeno di una parte del centrodestra e delle associazioni cattoliche pro life. Il Fatto ha tuonato contro «le mani del governo su Aifa». Anche Huffington Post, ieri pomeriggio, sosteneva che la prospettiva della riforma dell’organismo mette a rischio l’anticoncezionale gratis. Lungotevere Ripa, invero, mantiene il riserbo. Comunque, è probabile che ai vertici del regolatore, formalmente indipendente ma non del tutto autocefalo, sia stato fatto presente il disappunto dell’esecutivo. Sul piano dell’immagine, non sarebbe il massimo farsi passare sotto al naso un intervento di segno inverso, rispetto alle priorità che, da Francesco Lollobrigida al Mef di Giancarlo Giorgetti, la maggioranza sta indicando.In realtà, la frenata di ieri non significa che l’azione lampo dell’Aifa sia naufragata. Di qui all’azzeramento delle sue strutture, ci passa almeno un altro consiglio d’amministrazione. Che si terrà, certo, ad acque più calme e a dibattito mediatico meno infuocato. Lì si chiarirà se il governo si sarà accontentato di spegnere i riflettori su uno scenario che considera irrevocabile, o se vorrà tenere il punto, evitando di mostrarsi vulnerabile agli intrighi dell’apparato. 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L’affermazione non corrisponde al vero, secondo l’Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc) che ha fornito numeri e tabelle per sostenere che la realtà italiana è ben diversa. Ed è la stessa Aifa, nel rapporto sui farmaci del 2021, a segnalare che nel corso degli anni 2014‐-2021 «si è assistito ad un progressivo ma costante aumento del consumo dei farmaci contraccettivi». Nel 2015, la «Ddd/1000 abitanti die», la dose media di un farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti, era 97,7 mentre nel 2021 era salita a 138,5. Il tasso annuo di crescita composto è stato del +6%. Nello stesso periodo, il costo medio per Ddd è aumentato dell’11% e l’Aigoc ha calcolato quanto si è speso nel 2021 in contraccettivi orali. Moltiplicando il numero di donne in età fertile in quell’anno (11.965.446), per la dose media di farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti (138,5), in 365 giorni sono stati spesi 302.441.604 euro. Una cifra ben più alta dei 140 milioni di euro annui che sarebbero a carico dello Stato, secondo i calcoli fatti dal Cpr dell’Aifa, dando la pillola gratuita. Questo, secondo i ginecologici cattolici, dimostra che già sono tante le donne che ricorrono alla pillola, quindi non c’è bisogno di incentivarne l’uso. E, fanno notare, la spesa preventivata «è sottostimata già per quanto riguarda il 2021 e lo sarà ancor di più se il numero delle donne che ne faranno ricorso aumenterà». Ricordano, inoltre che solo nella Puglia (nel 2008) e nel Piemonte (nel 2018) gli estroprogestinici sono stati dispensati gratuitamente nei consultori alle donne di età superiore ai 26 anni disoccupate, nei due anni successivi a un aborto e nei 12 mesi dopo il parto. Però, la riduzione nel tempo del rapporto di abortività, con un tasso di 5,8 interruzioni volontarie di gravidanza ogni mille donne nel 2019, sceso a 5,17 nel 2021, «non è legata alla dispensazione gratuita degli estroprogestinici, ma al crescente numero delle fasce di popolazione femminile di età più avanzata (35-49 anni) e quindi meno fertili». Quindi, rendere gratuito e per tutte le età l’uso della pillola «non è legato a necessità obiettivamente sanitarie». Ne possono «trarre vantaggio solo i produttori», è la loro conclusione. Senza contare che «nelle donne che assumono la pillola, nell’1% dei cicli l’ovulazione avviene lo stesso». Soldi buttati, e mettendo a rischio la salute delle donne. Assumendo estroprogestinici, ovvero la pillola combinata, aumenta il rischio di tumori al seno, al fegato e della cervice uterina come avverte il National cancer institute (Nci) che fa parte del dipartimento della Salute e dei Servizi umani degli Stati Uniti. La Verità ha ricordato che nel 2017 un ampio studio prospettico che coinvolse tutte le donne in Danimarca tra i 15 e i 49 anni di età, segnalava i rischi di cancro al seno associati a formulazioni più recenti di contraccettivi orali, con un aumento di circa il 20%, e fino al 60%, a seconda del tipo di pillola. Rischi e questione salute che non vanno sottovalutati, dichiarano i ginecologi cattolici, come invece lascerebbe intendere il Quotidiano Sanità quando sostiene che «il ministero della Sanità, tuttavia, essendo l’Aifa un organismo indipendente, non avrà possibilità di intervenire sulla decisione», di una pillola gratuita per tutte. Trattandosi di salute della donna, in un Paese con la natalità ai minimi termini, sarebbe invece quanto mai opportuna una presa di posizione di Orazio Schillaci.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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