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2023-04-26
La frenata dell’Aifa sulla pillola gratis. Ora palla al governo
Giovanna Scroccaro (iStock)
«Rinvio tecnico», dicono loro. «Dossier articolato», precisano. Fatto sta che ieri, all’Aifa, si è verificato esattamente quello che temeva la galassia femminista: una frenata sulla pillola anticoncezionale gratuita. Nella riunione del consiglio d’amministrazione, infatti, non si è affrontata nemmeno la questione della ratifica definitiva del parere emesso dal Comitato prezzi dell’Agenzia, secondo il quale il contraccettivo va reso rimborsabile per tutte le donne, al costo di 140 milioni di euro l’anno, a carico del Servizio sanitario nazionale. Tutto rimandato al mese prossimo. Proprio come sospettava Luana Zanella, la capogruppo alla Camera di Verdi e Sinistra italiana. Costei, dopo la decisione di qualche giorno fa, anziché cantare vittoria, ammoniva: «Noi donne non ci aspettiamo alcuna retromarcia».
Il problema era che «esponenti della destra» si erano «spinti a sostenere che l’iniziativa contrasta con la crescita della natalità», lasciando intendere che il governo sarebbe potuto intervenire per neutralizzare il blitz del Comitato prezzi. Quest’ultimo, per bocca della presidente Giovanna Scroccaro, aveva d’altronde rivendicato il proprio intervento a gamba tesa, a ridosso dell’entrata in vigore della riforma dell’Aifa, che sopprimerà l’unità istituendo un’unica Commissione scientifica ed economica. Visto che la nomina dei componenti di quest’organismo e del cda spetta prevalentemente ai ministeri, ora in mano al centrodestra, gli ultimi mohicani dell’era Speranza avranno pensato bene di tentare il raid prima del 30 giugno. Ossia, la data entro la quale è atteso l’ok finale al provvedimento dalla Conferenza Stato-Regioni.
È questo metodo discutibile, più che la gratuità della pillola in sé, il nodo sul quale non si dovrebbe mollare la presa. Pena, lasciar immaginare che dal centrodestra ci sia o una tacita approvazione, o una mancanza di coraggio. Passerebbe, inoltre, il principio per cui agli esperti basta rivestire con argomentazioni tecniche un programma politico, per attuarlo in aperta contraddizione, se non in manifesta polemica, con le misure cui sta lavorando un esecutivo in carica. Sarà vero che la maternità di cui abbiamo bisogno in Italia è una maternità consapevole; sarà vero che non è la pillola, o non solo essa, ad aver abbattuto il tasso di fecondità in Occidente; ma è pur vero che, quando si parla di facilitare la vita alle famiglie e a chi vorrebbe mettere al mondo dei bambini, non è alla contraccezione che si pensa in prima istanza.
Dentro gli ambienti di maggioranza, adesso, comincia a farsi strada un’idea: che la strategia più scaltra non sia tanto quella di ostacolare l’iter di ratifica interno all’Agenzia del farmaco, bensì quella di rintuzzarla con un pacchetto di misure a sostegno della maternità. «Alle donne va garantita la massima libertà di scelta», dice alla Verità un esponente di primo piano di Fratelli d’Italia, «purché la libertà viga in entrambe le direzioni: quella di usare contraccettivi e quella di non subire impedimenti economici a una gravidanza, quantunque inaspettata».
E sia. Ma qualcuno, in via del Tritone, avrà percepito un certo malumore per la mossa del Comitato prezzi. E, scriveva ieri Il Fatto Quotidiano, per la scelta della Scroccaro di sponsorizzarla su Quotidiano Sanità, quasi a voler blindare, attraverso un’uscita pubblica, il successivo e imprescindibile verdetto del cda.
Secondo la ricostruzione del giornale di Marco Travaglio, ovviamente favorevole all’incursione, lo stesso presidente dell’Agenzia, Giorgio Palù, si sarebbe «molto irritato» per la vicenda, sulla scorta delle proteste almeno di una parte del centrodestra e delle associazioni cattoliche pro life. Il Fatto ha tuonato contro «le mani del governo su Aifa». Anche Huffington Post, ieri pomeriggio, sosteneva che la prospettiva della riforma dell’organismo mette a rischio l’anticoncezionale gratis. Lungotevere Ripa, invero, mantiene il riserbo. Comunque, è probabile che ai vertici del regolatore, formalmente indipendente ma non del tutto autocefalo, sia stato fatto presente il disappunto dell’esecutivo. Sul piano dell’immagine, non sarebbe il massimo farsi passare sotto al naso un intervento di segno inverso, rispetto alle priorità che, da Francesco Lollobrigida al Mef di Giancarlo Giorgetti, la maggioranza sta indicando.
In realtà, la frenata di ieri non significa che l’azione lampo dell’Aifa sia naufragata. Di qui all’azzeramento delle sue strutture, ci passa almeno un altro consiglio d’amministrazione. Che si terrà, certo, ad acque più calme e a dibattito mediatico meno infuocato. Lì si chiarirà se il governo si sarà accontentato di spegnere i riflettori su uno scenario che considera irrevocabile, o se vorrà tenere il punto, evitando di mostrarsi vulnerabile agli intrighi dell’apparato. Lo scontro, oltre e ancor prima che per l’ideologia, passa per la strategia politica.
Contraccettivi poco usati? Falso
«Da sempre in Italia c’è uno scarso ricorso alla contraccezione e questo ora potrà cambiare», aveva dichiarato Giovanna Scroccaro, presidente del comitato prezzi e rimborsi (Cpr) dell’Agenzia italiana del farmaco, annunciando sul Quotidiano Sanità di aver approvato la gratuità della pillola anticoncezionale per le donne di ogni fascia di età.
L’affermazione non corrisponde al vero, secondo l’Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc) che ha fornito numeri e tabelle per sostenere che la realtà italiana è ben diversa. Ed è la stessa Aifa, nel rapporto sui farmaci del 2021, a segnalare che nel corso degli anni 2014‐-2021 «si è assistito ad un progressivo ma costante aumento del consumo dei farmaci contraccettivi».
Nel 2015, la «Ddd/1000 abitanti die», la dose media di un farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti, era 97,7 mentre nel 2021 era salita a 138,5. Il tasso annuo di crescita composto è stato del +6%. Nello stesso periodo, il costo medio per Ddd è aumentato dell’11% e l’Aigoc ha calcolato quanto si è speso nel 2021 in contraccettivi orali.
Moltiplicando il numero di donne in età fertile in quell’anno (11.965.446), per la dose media di farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti (138,5), in 365 giorni sono stati spesi 302.441.604 euro. Una cifra ben più alta dei 140 milioni di euro annui che sarebbero a carico dello Stato, secondo i calcoli fatti dal Cpr dell’Aifa, dando la pillola gratuita. Questo, secondo i ginecologici cattolici, dimostra che già sono tante le donne che ricorrono alla pillola, quindi non c’è bisogno di incentivarne l’uso.
E, fanno notare, la spesa preventivata «è sottostimata già per quanto riguarda il 2021 e lo sarà ancor di più se il numero delle donne che ne faranno ricorso aumenterà». Ricordano, inoltre che solo nella Puglia (nel 2008) e nel Piemonte (nel 2018) gli estroprogestinici sono stati dispensati gratuitamente nei consultori alle donne di età superiore ai 26 anni disoccupate, nei due anni successivi a un aborto e nei 12 mesi dopo il parto.
Però, la riduzione nel tempo del rapporto di abortività, con un tasso di 5,8 interruzioni volontarie di gravidanza ogni mille donne nel 2019, sceso a 5,17 nel 2021, «non è legata alla dispensazione gratuita degli estroprogestinici, ma al crescente numero delle fasce di popolazione femminile di età più avanzata (35-49 anni) e quindi meno fertili».
Quindi, rendere gratuito e per tutte le età l’uso della pillola «non è legato a necessità obiettivamente sanitarie». Ne possono «trarre vantaggio solo i produttori», è la loro conclusione. Senza contare che «nelle donne che assumono la pillola, nell’1% dei cicli l’ovulazione avviene lo stesso». Soldi buttati, e mettendo a rischio la salute delle donne. Assumendo estroprogestinici, ovvero la pillola combinata, aumenta il rischio di tumori al seno, al fegato e della cervice uterina come avverte il National cancer institute (Nci) che fa parte del dipartimento della Salute e dei Servizi umani degli Stati Uniti.
La Verità ha ricordato che nel 2017 un ampio studio prospettico che coinvolse tutte le donne in Danimarca tra i 15 e i 49 anni di età, segnalava i rischi di cancro al seno associati a formulazioni più recenti di contraccettivi orali, con un aumento di circa il 20%, e fino al 60%, a seconda del tipo di pillola.
Rischi e questione salute che non vanno sottovalutati, dichiarano i ginecologi cattolici, come invece lascerebbe intendere il Quotidiano Sanità quando sostiene che «il ministero della Sanità, tuttavia, essendo l’Aifa un organismo indipendente, non avrà possibilità di intervenire sulla decisione», di una pillola gratuita per tutte. Trattandosi di salute della donna, in un Paese con la natalità ai minimi termini, sarebbe invece quanto mai opportuna una presa di posizione di Orazio Schillaci.
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Il cda rinvia la discussione, dopo le critiche del centrodestra Che deve decidere se tenere il punto fino al rinnovo dell’Agenzia.Gli anticoncezionali sono sempre più adoperati. E le spese sono superiori a quelle stimate. I molti effetti collaterali, inoltre, rendono opportuno un intervento del ministro.Lo speciale contiene due articoli«Rinvio tecnico», dicono loro. «Dossier articolato», precisano. Fatto sta che ieri, all’Aifa, si è verificato esattamente quello che temeva la galassia femminista: una frenata sulla pillola anticoncezionale gratuita. Nella riunione del consiglio d’amministrazione, infatti, non si è affrontata nemmeno la questione della ratifica definitiva del parere emesso dal Comitato prezzi dell’Agenzia, secondo il quale il contraccettivo va reso rimborsabile per tutte le donne, al costo di 140 milioni di euro l’anno, a carico del Servizio sanitario nazionale. Tutto rimandato al mese prossimo. Proprio come sospettava Luana Zanella, la capogruppo alla Camera di Verdi e Sinistra italiana. Costei, dopo la decisione di qualche giorno fa, anziché cantare vittoria, ammoniva: «Noi donne non ci aspettiamo alcuna retromarcia». Il problema era che «esponenti della destra» si erano «spinti a sostenere che l’iniziativa contrasta con la crescita della natalità», lasciando intendere che il governo sarebbe potuto intervenire per neutralizzare il blitz del Comitato prezzi. Quest’ultimo, per bocca della presidente Giovanna Scroccaro, aveva d’altronde rivendicato il proprio intervento a gamba tesa, a ridosso dell’entrata in vigore della riforma dell’Aifa, che sopprimerà l’unità istituendo un’unica Commissione scientifica ed economica. Visto che la nomina dei componenti di quest’organismo e del cda spetta prevalentemente ai ministeri, ora in mano al centrodestra, gli ultimi mohicani dell’era Speranza avranno pensato bene di tentare il raid prima del 30 giugno. Ossia, la data entro la quale è atteso l’ok finale al provvedimento dalla Conferenza Stato-Regioni.È questo metodo discutibile, più che la gratuità della pillola in sé, il nodo sul quale non si dovrebbe mollare la presa. Pena, lasciar immaginare che dal centrodestra ci sia o una tacita approvazione, o una mancanza di coraggio. Passerebbe, inoltre, il principio per cui agli esperti basta rivestire con argomentazioni tecniche un programma politico, per attuarlo in aperta contraddizione, se non in manifesta polemica, con le misure cui sta lavorando un esecutivo in carica. Sarà vero che la maternità di cui abbiamo bisogno in Italia è una maternità consapevole; sarà vero che non è la pillola, o non solo essa, ad aver abbattuto il tasso di fecondità in Occidente; ma è pur vero che, quando si parla di facilitare la vita alle famiglie e a chi vorrebbe mettere al mondo dei bambini, non è alla contraccezione che si pensa in prima istanza.Dentro gli ambienti di maggioranza, adesso, comincia a farsi strada un’idea: che la strategia più scaltra non sia tanto quella di ostacolare l’iter di ratifica interno all’Agenzia del farmaco, bensì quella di rintuzzarla con un pacchetto di misure a sostegno della maternità. «Alle donne va garantita la massima libertà di scelta», dice alla Verità un esponente di primo piano di Fratelli d’Italia, «purché la libertà viga in entrambe le direzioni: quella di usare contraccettivi e quella di non subire impedimenti economici a una gravidanza, quantunque inaspettata». E sia. Ma qualcuno, in via del Tritone, avrà percepito un certo malumore per la mossa del Comitato prezzi. E, scriveva ieri Il Fatto Quotidiano, per la scelta della Scroccaro di sponsorizzarla su Quotidiano Sanità, quasi a voler blindare, attraverso un’uscita pubblica, il successivo e imprescindibile verdetto del cda. Secondo la ricostruzione del giornale di Marco Travaglio, ovviamente favorevole all’incursione, lo stesso presidente dell’Agenzia, Giorgio Palù, si sarebbe «molto irritato» per la vicenda, sulla scorta delle proteste almeno di una parte del centrodestra e delle associazioni cattoliche pro life. Il Fatto ha tuonato contro «le mani del governo su Aifa». Anche Huffington Post, ieri pomeriggio, sosteneva che la prospettiva della riforma dell’organismo mette a rischio l’anticoncezionale gratis. Lungotevere Ripa, invero, mantiene il riserbo. Comunque, è probabile che ai vertici del regolatore, formalmente indipendente ma non del tutto autocefalo, sia stato fatto presente il disappunto dell’esecutivo. Sul piano dell’immagine, non sarebbe il massimo farsi passare sotto al naso un intervento di segno inverso, rispetto alle priorità che, da Francesco Lollobrigida al Mef di Giancarlo Giorgetti, la maggioranza sta indicando.In realtà, la frenata di ieri non significa che l’azione lampo dell’Aifa sia naufragata. Di qui all’azzeramento delle sue strutture, ci passa almeno un altro consiglio d’amministrazione. Che si terrà, certo, ad acque più calme e a dibattito mediatico meno infuocato. Lì si chiarirà se il governo si sarà accontentato di spegnere i riflettori su uno scenario che considera irrevocabile, o se vorrà tenere il punto, evitando di mostrarsi vulnerabile agli intrighi dell’apparato. 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L’affermazione non corrisponde al vero, secondo l’Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc) che ha fornito numeri e tabelle per sostenere che la realtà italiana è ben diversa. Ed è la stessa Aifa, nel rapporto sui farmaci del 2021, a segnalare che nel corso degli anni 2014‐-2021 «si è assistito ad un progressivo ma costante aumento del consumo dei farmaci contraccettivi». Nel 2015, la «Ddd/1000 abitanti die», la dose media di un farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti, era 97,7 mentre nel 2021 era salita a 138,5. Il tasso annuo di crescita composto è stato del +6%. Nello stesso periodo, il costo medio per Ddd è aumentato dell’11% e l’Aigoc ha calcolato quanto si è speso nel 2021 in contraccettivi orali. Moltiplicando il numero di donne in età fertile in quell’anno (11.965.446), per la dose media di farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti (138,5), in 365 giorni sono stati spesi 302.441.604 euro. Una cifra ben più alta dei 140 milioni di euro annui che sarebbero a carico dello Stato, secondo i calcoli fatti dal Cpr dell’Aifa, dando la pillola gratuita. Questo, secondo i ginecologici cattolici, dimostra che già sono tante le donne che ricorrono alla pillola, quindi non c’è bisogno di incentivarne l’uso. E, fanno notare, la spesa preventivata «è sottostimata già per quanto riguarda il 2021 e lo sarà ancor di più se il numero delle donne che ne faranno ricorso aumenterà». Ricordano, inoltre che solo nella Puglia (nel 2008) e nel Piemonte (nel 2018) gli estroprogestinici sono stati dispensati gratuitamente nei consultori alle donne di età superiore ai 26 anni disoccupate, nei due anni successivi a un aborto e nei 12 mesi dopo il parto. Però, la riduzione nel tempo del rapporto di abortività, con un tasso di 5,8 interruzioni volontarie di gravidanza ogni mille donne nel 2019, sceso a 5,17 nel 2021, «non è legata alla dispensazione gratuita degli estroprogestinici, ma al crescente numero delle fasce di popolazione femminile di età più avanzata (35-49 anni) e quindi meno fertili». Quindi, rendere gratuito e per tutte le età l’uso della pillola «non è legato a necessità obiettivamente sanitarie». Ne possono «trarre vantaggio solo i produttori», è la loro conclusione. Senza contare che «nelle donne che assumono la pillola, nell’1% dei cicli l’ovulazione avviene lo stesso». Soldi buttati, e mettendo a rischio la salute delle donne. Assumendo estroprogestinici, ovvero la pillola combinata, aumenta il rischio di tumori al seno, al fegato e della cervice uterina come avverte il National cancer institute (Nci) che fa parte del dipartimento della Salute e dei Servizi umani degli Stati Uniti. La Verità ha ricordato che nel 2017 un ampio studio prospettico che coinvolse tutte le donne in Danimarca tra i 15 e i 49 anni di età, segnalava i rischi di cancro al seno associati a formulazioni più recenti di contraccettivi orali, con un aumento di circa il 20%, e fino al 60%, a seconda del tipo di pillola. Rischi e questione salute che non vanno sottovalutati, dichiarano i ginecologi cattolici, come invece lascerebbe intendere il Quotidiano Sanità quando sostiene che «il ministero della Sanità, tuttavia, essendo l’Aifa un organismo indipendente, non avrà possibilità di intervenire sulla decisione», di una pillola gratuita per tutte. Trattandosi di salute della donna, in un Paese con la natalità ai minimi termini, sarebbe invece quanto mai opportuna una presa di posizione di Orazio Schillaci.
Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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Dal 18 luglio al 15 agosto Asiago ospita la 60ª edizione di Asiagofestival. In programma l'omaggio a Vivaldi, la prima assoluta di Manos Tsangaris ispirata alla leggenda dell'Altar Knotto e un ricordo della fondatrice Fiorella Benetti Brazzale.
Sessant'anni di musica, ricerca e tradizione. Asiagofestival taglia nel 2026 il traguardo della sua sessantesima edizione e si prepara ad animare l'Altopiano con un calendario di appuntamenti che, dal 18 luglio al 15 agosto, porterà ad Asiago alcuni protagonisti della scena musicale internazionale, insieme a nuove produzioni e omaggi alla storia della rassegna.
L'inaugurazione, in via eccezionale al Teatro Millepini il 18 luglio, sarà affidata al concerto Omaggio ad Antonio Vivaldi, realizzato in collaborazione con la Società del Quartetto di Vicenza. Sul palco saliranno la violinista Chouchane Siranossian, il direttore veneto Andrea Marcon e l'Orchestra giovanile Frau Musika.
Tra i momenti più attesi dell'edizione 2026 figurano gli appuntamenti dedicati al compositore ospite Manos Tsangaris, protagonista il 6 e 7 agosto nella Chiesa di San Rocco. In quell'occasione verrà presentata in prima esecuzione assoluta un'opera dedicata alla città di Asiago e ispirata alla leggenda cimbra dell'«Altar Knotto». Tra i due concerti, la mattina del 7 agosto nella sala consiliare del municipio, si terrà anche il tradizionale incontro con il compositore, occasione di confronto diretto con il pubblico.
Il festival renderà inoltre omaggio alla propria fondatrice, Fiorella Benetti Brazzale, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della manifestazione. Il 9 agosto il Teatro Millepini ospiterà l'incontro Donne dell'Altopiano, durante il quale la scrittrice e storica Raffaella Calgaro dialogherà con Roberto Brazzale, figlio di Fiorella.
Spazio anche alla musica da camera con il progetto L'Officina cameristica, in programma il 13 e 14 agosto. Protagonisti saranno la violinista norvegese Vilde Frang, Josè Gallardo al pianoforte, Tomoko Akasaka alla viola e Julius Berger al violoncello.
La chiusura della rassegna è prevista per il 15 agosto nel Duomo di San Matteo, dove si esibirà l'organista Alberto Barbetta, vincitore della quarta edizione del Concorso Organistico Internazionale Fiorella Benetti Brazzale – Città di Vicenza.
La sessantesima edizione rappresenta un traguardo significativo per una manifestazione nata negli anni Sessanta grazie all'iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e docente originaria di Asiago. Con il sostegno della parrocchia di San Matteo, il festival prese forma con l'obiettivo di promuovere e diffondere la cultura musicale sull'Altopiano, portando negli anni interpreti e formazioni di rilievo nazionale e internazionale.
Dopo la scomparsa di Fiorella Benetti Brazzale nel 1992, l'esperienza di Asiagofestival è proseguita grazie alla costituzione dell'Associazione culturale Amici della Musica di Asiago, intitolata alla fondatrice. Dal 1993 il festival ha continuato a crescere, mantenendo vivo lo spirito originario e rafforzando il dialogo tra tradizione e contemporaneità. Dal 1998 la rassegna invita ogni anno un compositore di fama internazionale, commissionandogli un'opera da eseguire in prima assoluta durante il festival. Una formula che ha contribuito a consolidare l'identità di Asiagofestival come luogo di incontro tra il grande repertorio e la musica del presente.
L'edizione 2026 sarà diretta artisticamente da Josè Gallardo e Hyun-Jung Berger, mentre la direzione organizzativa sarà affidata ad Alberto Brazzale.
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Christine Lagarde (Ansa)
Mentre la Bce continua a muoversi con la sicurezza di chi crede che il freno monetario sia sempre la risposta giusta, fioccano le proteste. Alcune da un coro inatteso come la presidenza di Confindustria. «Credo che in un momento come questo, visto quello che sta succedendo e, visto che comunque le cause non sono interne ma sono esterne, più che un rialzo dei tassi mi aspettavo un ribasso dei tassi», dice Emanuele Orsini, «mentre esce l’iperammortamento per l’Italia e noi invitiamo le imprese a investire, c’è un +0,25% sui tassi. Credo che questo non sia un grande segnale. Noi oggi abbiamo bisogno che le imprese corrano e investano. Abbiamo bisogno di produrre e che incrementino la produttività». Anche i governi alzano la voce. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tra i più espliciti: «Il rialzo dei tassi non solo è inutile rispetto all’origine del problema (lo choc energetico nato dalla chiusura di Hormuz), ma rischia di aggravare una situazione già fragile». Il punto è semplice: se l’inflazione arriva dall’esterno, alzare il costo del denaro dentro l’Eurozona significa colpire la domanda senza toccare la causa. Si cura il malato con una terapia che agisce sui sintomi e ignora la malattia. Ancora più netto Antonio Tajani, che smonta la logica della stretta: «L’aumento dei tassi non aiuta nessuno». Una bocciatura politica e tecnica.
Così, mentre Roma alza l’asticella del dissenso, da Washington arriva una conferma che pesa come un macigno. Il Fondo monetario internazionale non lascia spazio: se il prezzo dell’energia e l’inflazione restano coerenti con le attuali proiezioni, «potrebbe essere necessario un orientamento di politica monetaria leggermente più restrittivo». Insomma, altri rialzi dei tassi sono non solo possibili, ma coerenti con lo scenario centrale. Il paradosso è evidente: mentre governi e imprese chiedono respiro, le istituzioni internazionali preparano il terreno a un ulteriore irrigidimento.
In particolare, la Bce sembra procedere come se il costo sociale della stretta fosse una variabile secondaria. Lagarde insiste sulla necessità di mantenere la credibilità anti inflazione, come se quella credibilità non avesse un prezzo: credito più caro, investimenti più deboli, famiglie sotto pressione e crescita compressa.
Il tutto in nome di un’inflazione che, per ammissione della stessa Bce, è alimentata in larga parte da fattori energetici e geopolitici, quindi esterni alla domanda interna. Qui sta la frattura politica ed economica più profonda: da un lato una banca centrale che continua a rispondere con la leva dei tassi a uno choc che non nasce dal sistema economico; dall’altro governi che vedono il rischio di una terapia che finisce per diventare parte del problema. Il quadro non aiuta la narrazione ottimista. L’inflazione viene stimata al 3% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, con il ritorno al 2% spostato addirittura al 2028. Una traiettoria che somiglia a una lunga sospensione della normalità.
Nel frattempo, la crescita resta debole, quasi trattenuta. E qui la critica si fa più politica: perché una banca centrale che continua a privilegiare la stretta in un contesto di choc esterni finisce per assumere, di fatto, il rischio di raffreddare l’economia oltre il necessario.
Il risultato è un’Europa che procede con il freno tirato, mentre il Fmi avverte che il percorso potrebbe richiedere ancora ulteriori strette. Qui il cerchio si chiude: la Bce stringe per combattere l’inflazione, il Fmi annuncia la possibilità di stringere ancora, governi e industriali denunciano gli effetti collaterali. Nel mezzo un’economia reale che paga il conto più alto: quello di una politica monetaria che, nel tentativo di non arrivare in ritardo sull’inflazione, rischia di arrivare in anticipo sulla recessione.
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Natalino Irti (Imagoeconomica)
Allievo del marchigiano Emilio Betti, insigne storico e a sua volta docente di diritto (fondamentale il suo apporto al Codice civile italiano del 1942, ancora oggi in vigore), Irti diviene dottore in Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma per poi acquisire il titolo di professore ordinario nel 1968. Dopo avere insegnato negli atenei di Sassari, Parma, Perugia e Torino (dove intrattiene un fertile rapporto intellettuale con un altro eminente giurista, Mario Allara), nel 1977 fa ritorno nella Capitale svolgendo l’attività di docente di diritto civile, teoria generale del diritto e istituzioni di diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza di quella stessa università, La Sapienza, in cui si era laureato.
Autore tra il 1962 e il 2025 di una quarantina di pubblicazioni, fra cui numerosi libri di testo, Irti concepiva il diritto come un baluardo della ragione e come il mezzo principale tramite cui fronteggiare la supremazia del mercato e della tecnica che contraddistingue la contemporaneità. Tra i suoi maggiori crucci figurava la costante perdita di centralità del Codice civile, progressivamente sopraffatto da un numero esorbitante di «leggi speciali» e da una deleteria frammentazione normativa il cui approdo, ma anche la cui prima motivazione, è il soddisfacimento di interessi «particolari» - riconducibili per lo più al potere tecnologico - a discapito del primato della legge (problema estesamente affrontato, fra l’altro, nella densa conversazione con Massimo Cacciari, Elogio del diritto, pubblicata nel 2019 da La nave di Teseo). Esito di questo processo degenerativo era, per Irti, il «nichilismo giuridico», vale a dire la latitanza di valori assoluti nel diritto contemporaneo, con la conseguente riduzione di quest’ultimo a puro strumento di gestione di rapporti di forza. Negli ultimi tempi, l’affermarsi del Web e il consolidarsi del fenomeno della globalizzazione avevano indotto Irti a misurarsi con il concetto di geo-diritto (in particolare nel saggio Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, stampato da Laterza nel 2006): secondo il giurista abruzzese, il diritto può efficacemente regolamentare luoghi virtuali e tendenzialmente privi di confini, come quelli della rete, solo elaborando una visione artificiale dello spazio con la quale affrancarsi dai vincoli con il territorio concretamente inteso. Anche accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici, Natalino Irti è stato celebrato, nella giornata di ieri, da colleghi ed esponenti del mondo politico e culturale, tra cui Elisabetta Sgarbi, suo ultimo editore in ordine di tempo, la quale ha scritto sui social: «La nave di Teseo è orgogliosa di avere ospitato nella sua storia una personalità di tale livello umano e culturale». Il lascito di Irti può essere sintetizzato dalla seguente frase (proveniente da Riconoscersi nella parola, pubblicato nel 2020 dal Mulino), capace di condensare l’eterna tensione umana fra l’esigenza di ordinare la realtà e il pericolo di irrigidirla e depauperarla a causa di un eccesso di norme: «È forza l’uscire dal caos informe degli eventi, prendere nome, ritrovarsi e riconoscersi in una figura generale e tipica. È pena la fissazione schematica e definitoria che sopprime o trascura particolarità, soffoca sfumature».
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