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2023-04-26
La frenata dell’Aifa sulla pillola gratis. Ora palla al governo
Giovanna Scroccaro (iStock)
«Rinvio tecnico», dicono loro. «Dossier articolato», precisano. Fatto sta che ieri, all’Aifa, si è verificato esattamente quello che temeva la galassia femminista: una frenata sulla pillola anticoncezionale gratuita. Nella riunione del consiglio d’amministrazione, infatti, non si è affrontata nemmeno la questione della ratifica definitiva del parere emesso dal Comitato prezzi dell’Agenzia, secondo il quale il contraccettivo va reso rimborsabile per tutte le donne, al costo di 140 milioni di euro l’anno, a carico del Servizio sanitario nazionale. Tutto rimandato al mese prossimo. Proprio come sospettava Luana Zanella, la capogruppo alla Camera di Verdi e Sinistra italiana. Costei, dopo la decisione di qualche giorno fa, anziché cantare vittoria, ammoniva: «Noi donne non ci aspettiamo alcuna retromarcia».
Il problema era che «esponenti della destra» si erano «spinti a sostenere che l’iniziativa contrasta con la crescita della natalità», lasciando intendere che il governo sarebbe potuto intervenire per neutralizzare il blitz del Comitato prezzi. Quest’ultimo, per bocca della presidente Giovanna Scroccaro, aveva d’altronde rivendicato il proprio intervento a gamba tesa, a ridosso dell’entrata in vigore della riforma dell’Aifa, che sopprimerà l’unità istituendo un’unica Commissione scientifica ed economica. Visto che la nomina dei componenti di quest’organismo e del cda spetta prevalentemente ai ministeri, ora in mano al centrodestra, gli ultimi mohicani dell’era Speranza avranno pensato bene di tentare il raid prima del 30 giugno. Ossia, la data entro la quale è atteso l’ok finale al provvedimento dalla Conferenza Stato-Regioni.
È questo metodo discutibile, più che la gratuità della pillola in sé, il nodo sul quale non si dovrebbe mollare la presa. Pena, lasciar immaginare che dal centrodestra ci sia o una tacita approvazione, o una mancanza di coraggio. Passerebbe, inoltre, il principio per cui agli esperti basta rivestire con argomentazioni tecniche un programma politico, per attuarlo in aperta contraddizione, se non in manifesta polemica, con le misure cui sta lavorando un esecutivo in carica. Sarà vero che la maternità di cui abbiamo bisogno in Italia è una maternità consapevole; sarà vero che non è la pillola, o non solo essa, ad aver abbattuto il tasso di fecondità in Occidente; ma è pur vero che, quando si parla di facilitare la vita alle famiglie e a chi vorrebbe mettere al mondo dei bambini, non è alla contraccezione che si pensa in prima istanza.
Dentro gli ambienti di maggioranza, adesso, comincia a farsi strada un’idea: che la strategia più scaltra non sia tanto quella di ostacolare l’iter di ratifica interno all’Agenzia del farmaco, bensì quella di rintuzzarla con un pacchetto di misure a sostegno della maternità. «Alle donne va garantita la massima libertà di scelta», dice alla Verità un esponente di primo piano di Fratelli d’Italia, «purché la libertà viga in entrambe le direzioni: quella di usare contraccettivi e quella di non subire impedimenti economici a una gravidanza, quantunque inaspettata».
E sia. Ma qualcuno, in via del Tritone, avrà percepito un certo malumore per la mossa del Comitato prezzi. E, scriveva ieri Il Fatto Quotidiano, per la scelta della Scroccaro di sponsorizzarla su Quotidiano Sanità, quasi a voler blindare, attraverso un’uscita pubblica, il successivo e imprescindibile verdetto del cda.
Secondo la ricostruzione del giornale di Marco Travaglio, ovviamente favorevole all’incursione, lo stesso presidente dell’Agenzia, Giorgio Palù, si sarebbe «molto irritato» per la vicenda, sulla scorta delle proteste almeno di una parte del centrodestra e delle associazioni cattoliche pro life. Il Fatto ha tuonato contro «le mani del governo su Aifa». Anche Huffington Post, ieri pomeriggio, sosteneva che la prospettiva della riforma dell’organismo mette a rischio l’anticoncezionale gratis. Lungotevere Ripa, invero, mantiene il riserbo. Comunque, è probabile che ai vertici del regolatore, formalmente indipendente ma non del tutto autocefalo, sia stato fatto presente il disappunto dell’esecutivo. Sul piano dell’immagine, non sarebbe il massimo farsi passare sotto al naso un intervento di segno inverso, rispetto alle priorità che, da Francesco Lollobrigida al Mef di Giancarlo Giorgetti, la maggioranza sta indicando.
In realtà, la frenata di ieri non significa che l’azione lampo dell’Aifa sia naufragata. Di qui all’azzeramento delle sue strutture, ci passa almeno un altro consiglio d’amministrazione. Che si terrà, certo, ad acque più calme e a dibattito mediatico meno infuocato. Lì si chiarirà se il governo si sarà accontentato di spegnere i riflettori su uno scenario che considera irrevocabile, o se vorrà tenere il punto, evitando di mostrarsi vulnerabile agli intrighi dell’apparato. Lo scontro, oltre e ancor prima che per l’ideologia, passa per la strategia politica.
Contraccettivi poco usati? Falso
«Da sempre in Italia c’è uno scarso ricorso alla contraccezione e questo ora potrà cambiare», aveva dichiarato Giovanna Scroccaro, presidente del comitato prezzi e rimborsi (Cpr) dell’Agenzia italiana del farmaco, annunciando sul Quotidiano Sanità di aver approvato la gratuità della pillola anticoncezionale per le donne di ogni fascia di età.
L’affermazione non corrisponde al vero, secondo l’Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc) che ha fornito numeri e tabelle per sostenere che la realtà italiana è ben diversa. Ed è la stessa Aifa, nel rapporto sui farmaci del 2021, a segnalare che nel corso degli anni 2014‐-2021 «si è assistito ad un progressivo ma costante aumento del consumo dei farmaci contraccettivi».
Nel 2015, la «Ddd/1000 abitanti die», la dose media di un farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti, era 97,7 mentre nel 2021 era salita a 138,5. Il tasso annuo di crescita composto è stato del +6%. Nello stesso periodo, il costo medio per Ddd è aumentato dell’11% e l’Aigoc ha calcolato quanto si è speso nel 2021 in contraccettivi orali.
Moltiplicando il numero di donne in età fertile in quell’anno (11.965.446), per la dose media di farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti (138,5), in 365 giorni sono stati spesi 302.441.604 euro. Una cifra ben più alta dei 140 milioni di euro annui che sarebbero a carico dello Stato, secondo i calcoli fatti dal Cpr dell’Aifa, dando la pillola gratuita. Questo, secondo i ginecologici cattolici, dimostra che già sono tante le donne che ricorrono alla pillola, quindi non c’è bisogno di incentivarne l’uso.
E, fanno notare, la spesa preventivata «è sottostimata già per quanto riguarda il 2021 e lo sarà ancor di più se il numero delle donne che ne faranno ricorso aumenterà». Ricordano, inoltre che solo nella Puglia (nel 2008) e nel Piemonte (nel 2018) gli estroprogestinici sono stati dispensati gratuitamente nei consultori alle donne di età superiore ai 26 anni disoccupate, nei due anni successivi a un aborto e nei 12 mesi dopo il parto.
Però, la riduzione nel tempo del rapporto di abortività, con un tasso di 5,8 interruzioni volontarie di gravidanza ogni mille donne nel 2019, sceso a 5,17 nel 2021, «non è legata alla dispensazione gratuita degli estroprogestinici, ma al crescente numero delle fasce di popolazione femminile di età più avanzata (35-49 anni) e quindi meno fertili».
Quindi, rendere gratuito e per tutte le età l’uso della pillola «non è legato a necessità obiettivamente sanitarie». Ne possono «trarre vantaggio solo i produttori», è la loro conclusione. Senza contare che «nelle donne che assumono la pillola, nell’1% dei cicli l’ovulazione avviene lo stesso». Soldi buttati, e mettendo a rischio la salute delle donne. Assumendo estroprogestinici, ovvero la pillola combinata, aumenta il rischio di tumori al seno, al fegato e della cervice uterina come avverte il National cancer institute (Nci) che fa parte del dipartimento della Salute e dei Servizi umani degli Stati Uniti.
La Verità ha ricordato che nel 2017 un ampio studio prospettico che coinvolse tutte le donne in Danimarca tra i 15 e i 49 anni di età, segnalava i rischi di cancro al seno associati a formulazioni più recenti di contraccettivi orali, con un aumento di circa il 20%, e fino al 60%, a seconda del tipo di pillola.
Rischi e questione salute che non vanno sottovalutati, dichiarano i ginecologi cattolici, come invece lascerebbe intendere il Quotidiano Sanità quando sostiene che «il ministero della Sanità, tuttavia, essendo l’Aifa un organismo indipendente, non avrà possibilità di intervenire sulla decisione», di una pillola gratuita per tutte. Trattandosi di salute della donna, in un Paese con la natalità ai minimi termini, sarebbe invece quanto mai opportuna una presa di posizione di Orazio Schillaci.
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Il cda rinvia la discussione, dopo le critiche del centrodestra Che deve decidere se tenere il punto fino al rinnovo dell’Agenzia.Gli anticoncezionali sono sempre più adoperati. E le spese sono superiori a quelle stimate. I molti effetti collaterali, inoltre, rendono opportuno un intervento del ministro.Lo speciale contiene due articoli«Rinvio tecnico», dicono loro. «Dossier articolato», precisano. Fatto sta che ieri, all’Aifa, si è verificato esattamente quello che temeva la galassia femminista: una frenata sulla pillola anticoncezionale gratuita. Nella riunione del consiglio d’amministrazione, infatti, non si è affrontata nemmeno la questione della ratifica definitiva del parere emesso dal Comitato prezzi dell’Agenzia, secondo il quale il contraccettivo va reso rimborsabile per tutte le donne, al costo di 140 milioni di euro l’anno, a carico del Servizio sanitario nazionale. Tutto rimandato al mese prossimo. Proprio come sospettava Luana Zanella, la capogruppo alla Camera di Verdi e Sinistra italiana. Costei, dopo la decisione di qualche giorno fa, anziché cantare vittoria, ammoniva: «Noi donne non ci aspettiamo alcuna retromarcia». Il problema era che «esponenti della destra» si erano «spinti a sostenere che l’iniziativa contrasta con la crescita della natalità», lasciando intendere che il governo sarebbe potuto intervenire per neutralizzare il blitz del Comitato prezzi. Quest’ultimo, per bocca della presidente Giovanna Scroccaro, aveva d’altronde rivendicato il proprio intervento a gamba tesa, a ridosso dell’entrata in vigore della riforma dell’Aifa, che sopprimerà l’unità istituendo un’unica Commissione scientifica ed economica. Visto che la nomina dei componenti di quest’organismo e del cda spetta prevalentemente ai ministeri, ora in mano al centrodestra, gli ultimi mohicani dell’era Speranza avranno pensato bene di tentare il raid prima del 30 giugno. Ossia, la data entro la quale è atteso l’ok finale al provvedimento dalla Conferenza Stato-Regioni.È questo metodo discutibile, più che la gratuità della pillola in sé, il nodo sul quale non si dovrebbe mollare la presa. Pena, lasciar immaginare che dal centrodestra ci sia o una tacita approvazione, o una mancanza di coraggio. Passerebbe, inoltre, il principio per cui agli esperti basta rivestire con argomentazioni tecniche un programma politico, per attuarlo in aperta contraddizione, se non in manifesta polemica, con le misure cui sta lavorando un esecutivo in carica. Sarà vero che la maternità di cui abbiamo bisogno in Italia è una maternità consapevole; sarà vero che non è la pillola, o non solo essa, ad aver abbattuto il tasso di fecondità in Occidente; ma è pur vero che, quando si parla di facilitare la vita alle famiglie e a chi vorrebbe mettere al mondo dei bambini, non è alla contraccezione che si pensa in prima istanza.Dentro gli ambienti di maggioranza, adesso, comincia a farsi strada un’idea: che la strategia più scaltra non sia tanto quella di ostacolare l’iter di ratifica interno all’Agenzia del farmaco, bensì quella di rintuzzarla con un pacchetto di misure a sostegno della maternità. «Alle donne va garantita la massima libertà di scelta», dice alla Verità un esponente di primo piano di Fratelli d’Italia, «purché la libertà viga in entrambe le direzioni: quella di usare contraccettivi e quella di non subire impedimenti economici a una gravidanza, quantunque inaspettata». E sia. Ma qualcuno, in via del Tritone, avrà percepito un certo malumore per la mossa del Comitato prezzi. E, scriveva ieri Il Fatto Quotidiano, per la scelta della Scroccaro di sponsorizzarla su Quotidiano Sanità, quasi a voler blindare, attraverso un’uscita pubblica, il successivo e imprescindibile verdetto del cda. Secondo la ricostruzione del giornale di Marco Travaglio, ovviamente favorevole all’incursione, lo stesso presidente dell’Agenzia, Giorgio Palù, si sarebbe «molto irritato» per la vicenda, sulla scorta delle proteste almeno di una parte del centrodestra e delle associazioni cattoliche pro life. Il Fatto ha tuonato contro «le mani del governo su Aifa». Anche Huffington Post, ieri pomeriggio, sosteneva che la prospettiva della riforma dell’organismo mette a rischio l’anticoncezionale gratis. Lungotevere Ripa, invero, mantiene il riserbo. Comunque, è probabile che ai vertici del regolatore, formalmente indipendente ma non del tutto autocefalo, sia stato fatto presente il disappunto dell’esecutivo. Sul piano dell’immagine, non sarebbe il massimo farsi passare sotto al naso un intervento di segno inverso, rispetto alle priorità che, da Francesco Lollobrigida al Mef di Giancarlo Giorgetti, la maggioranza sta indicando.In realtà, la frenata di ieri non significa che l’azione lampo dell’Aifa sia naufragata. Di qui all’azzeramento delle sue strutture, ci passa almeno un altro consiglio d’amministrazione. Che si terrà, certo, ad acque più calme e a dibattito mediatico meno infuocato. Lì si chiarirà se il governo si sarà accontentato di spegnere i riflettori su uno scenario che considera irrevocabile, o se vorrà tenere il punto, evitando di mostrarsi vulnerabile agli intrighi dell’apparato. 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L’affermazione non corrisponde al vero, secondo l’Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc) che ha fornito numeri e tabelle per sostenere che la realtà italiana è ben diversa. Ed è la stessa Aifa, nel rapporto sui farmaci del 2021, a segnalare che nel corso degli anni 2014‐-2021 «si è assistito ad un progressivo ma costante aumento del consumo dei farmaci contraccettivi». Nel 2015, la «Ddd/1000 abitanti die», la dose media di un farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti, era 97,7 mentre nel 2021 era salita a 138,5. Il tasso annuo di crescita composto è stato del +6%. Nello stesso periodo, il costo medio per Ddd è aumentato dell’11% e l’Aigoc ha calcolato quanto si è speso nel 2021 in contraccettivi orali. Moltiplicando il numero di donne in età fertile in quell’anno (11.965.446), per la dose media di farmaco assunta al giorno ogni 1.000 abitanti (138,5), in 365 giorni sono stati spesi 302.441.604 euro. Una cifra ben più alta dei 140 milioni di euro annui che sarebbero a carico dello Stato, secondo i calcoli fatti dal Cpr dell’Aifa, dando la pillola gratuita. Questo, secondo i ginecologici cattolici, dimostra che già sono tante le donne che ricorrono alla pillola, quindi non c’è bisogno di incentivarne l’uso. E, fanno notare, la spesa preventivata «è sottostimata già per quanto riguarda il 2021 e lo sarà ancor di più se il numero delle donne che ne faranno ricorso aumenterà». Ricordano, inoltre che solo nella Puglia (nel 2008) e nel Piemonte (nel 2018) gli estroprogestinici sono stati dispensati gratuitamente nei consultori alle donne di età superiore ai 26 anni disoccupate, nei due anni successivi a un aborto e nei 12 mesi dopo il parto. Però, la riduzione nel tempo del rapporto di abortività, con un tasso di 5,8 interruzioni volontarie di gravidanza ogni mille donne nel 2019, sceso a 5,17 nel 2021, «non è legata alla dispensazione gratuita degli estroprogestinici, ma al crescente numero delle fasce di popolazione femminile di età più avanzata (35-49 anni) e quindi meno fertili». Quindi, rendere gratuito e per tutte le età l’uso della pillola «non è legato a necessità obiettivamente sanitarie». Ne possono «trarre vantaggio solo i produttori», è la loro conclusione. Senza contare che «nelle donne che assumono la pillola, nell’1% dei cicli l’ovulazione avviene lo stesso». Soldi buttati, e mettendo a rischio la salute delle donne. Assumendo estroprogestinici, ovvero la pillola combinata, aumenta il rischio di tumori al seno, al fegato e della cervice uterina come avverte il National cancer institute (Nci) che fa parte del dipartimento della Salute e dei Servizi umani degli Stati Uniti. La Verità ha ricordato che nel 2017 un ampio studio prospettico che coinvolse tutte le donne in Danimarca tra i 15 e i 49 anni di età, segnalava i rischi di cancro al seno associati a formulazioni più recenti di contraccettivi orali, con un aumento di circa il 20%, e fino al 60%, a seconda del tipo di pillola. Rischi e questione salute che non vanno sottovalutati, dichiarano i ginecologi cattolici, come invece lascerebbe intendere il Quotidiano Sanità quando sostiene che «il ministero della Sanità, tuttavia, essendo l’Aifa un organismo indipendente, non avrà possibilità di intervenire sulla decisione», di una pillola gratuita per tutte. Trattandosi di salute della donna, in un Paese con la natalità ai minimi termini, sarebbe invece quanto mai opportuna una presa di posizione di Orazio Schillaci.
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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