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2019-03-29
Il diritto di difendersi è legge
Ansa
Esulta il vicepremier Matteo Salvini dopo l'approvazione in Senato della legge sulla legittima difesa: «Oggi è un giorno bellissimo non per la Lega ma per gli italiani. Non si distribuiscono armi, non si legittima il Far West, ma si sta con i cittadini perbene». Spiega, sorridendo per la soddisfazione, che «dopo anni di chiacchiere è stato sancito il sacrosanto diritto alla legittima difesa per chi viene aggredito a casa sua, nel suo bar, nel suo ristorante». Festeggia assieme agli altri esponenti del Carroccio, che per l'occasione indossano magliette blu con la scritta «La difesa è sempre legittima»: «Da oggi i delinquenti sanno che fare i rapinatori in Italia è un mestiere ancora più difficile e pericoloso», dice il ministro dell'Interno, «quindi ovviamente punteremo su polizia, telecamere e forze dell'ordine, ma se entri in casa mia di notte armato e mascherato, io ho il diritto di difendermi prima che tu metta le mani addosso a me o ai miei figli».
E sulle polemiche taglia corto: «Non c'è nessuna perplessità per chi ha letto il testo, c'è solo la scelta dello Stato di stare con vittime e aggrediti».
In pratica vengono allargate le maglie del principio di proporzionalità tra offesa e difesa, anche se tale principio rimane: restano comunque le indagini e si deve dimostrare che la difesa è stata legittima. Tuttavia, si restringe la discrezionalità del giudice. Ma vediamo nei particolari come funziona la nuova legge e in quali punti differisce dalla vecchia.
L'articolo 1 va a modificare l'articolo 52 del Codice penale: prevede che sia «sempre» legittima la difesa di chi «compie» un atto per respingere l'intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica. Naturalmente resta il processo, ma i magistrati avranno minore potere. È quindi possibile utilizzare «un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo» per la difesa legittima della «propria o altrui incolumità» o dei «beni propri o altrui». Viene inoltre introdotto un ulteriore cambiamento, in base al quale è da considerarsi in stato di legittima difesa colui che «legittimamente presente all'interno del proprio o dell'altrui domicilio (da intendersi anche come luogo di lavoro ndr), agisca al fine di respingere l'intrusione posta in essere dal malintenzionato di turno con violenza o minaccia». Affinché scatti la legittima difesa è sufficiente la sola minaccia di utilizzare un'arma e non è necessario che la minaccia sia espressamente rivolta alla persona.
La legge interviene poi sull'articolo 55 del Codice penale relativamente alla disciplina dell'eccesso colposo, escludendo la punibilità di chi, trovandosi «in condizione di minorata difesa o in stato di grave turbamento», derivante dalla situazione di pericolo, commette il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumità. In altre parole finora era prevista una proporzionalità tra offesa e difesa, punendo l'eccesso colposo di legittima difesa. Ora scompare nel caso che chi reagisca sia «in stato di grave turbamento» derivante dal pericolo. Una norma di natura psicologica, che riguarda uno spettro di situazioni molto ampio.
Modificato anche l'articolo 624 bis del Codice penale: chi si è reso responsabile di un furto in appartamento potrà ottenere la sospensione condizionale della pena soltanto in caso di risarcimento integrale del danno alla persona.
Inoltre sono inasprite le pene per violazione di domicilio e furto in appartamento. La violazione di domicilio, che era punita con una pena da 6 mesi a 3 anni diventa «da 1 a 5 anni». Ma se e la violazione è aggravata, perché «il fatto è commesso con violenza sulle cose o alle persone o se il colpevole è palesemente armato», la pena, che era da 1 a 5 anni, diventa da 2 a 6 anni. Quanto al furto in abitazione e scippo, si arriva fino a un massimo di 6 e 7 anni di prigione. Infine, per la rapina, il minimo passa da 4 a 5 anni. Per la rapina aggravata si sale da un minimo di 5 a 6 anni e per la pluriaggravata da 6 a 7 anni.
Chi si è difeso legittimamente non sarà responsabile civilmente. La riforma fa sì che l'autore del fatto, se assolto in sede penale, non debba essere obbligato «a risarcire il danno derivante dal medesimo fatto in sede civile». Nei casi di eccesso colposo, inoltre, al danneggiato è riconosciuto il diritto a un'indennità, calcolata dal giudice tenendo conto «della gravità, delle modalità realizzative e del contributo causale della condotta posta in essere dal danneggiato».
La riforma della legittima difesa estende le norme sul gratuito patrocinio (criteri e modalità di liquidazione dei compensi e delle spese per la difesa) a favore della persona nei cui confronti sia stata disposta l'archiviazione o il proscioglimento o il non luogo a procedere per fatti commessi in condizioni di legittima difesa o di eccesso colposo. È comunque «fatto salvo il diritto dello Stato di chiedere le spese anticipate, qualora a seguito di riapertura delle indagini o revoca del proscioglimento, la persona sia poi condannata in via definitiva».
L'ultimo articolo del provvedimento interviene sul Codice di procedura penale affinché «nella formazione dei ruoli di udienza debba essere assicurata priorità anche ai processi relativi ai delitti di omicidio colposo e di lesioni personali colpose». Quindi la nuova legge accorcia anche i tempi dei processi.
Ci sono tanti «pistoleri» pure nel Pd
La legittima difesa è ufficialmente legge dopo l'approvazione di ieri al Senato con 201 voti a favore, 38 contrari e sei astenuti. «È stata approvata a larga maggioranza, tranne dal Pd che voterebbe contro a qualsiasi cosa pur di andare contro la Lega», ha commentato il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «Onore al merito per tutti gli altri, Forza Italia e Fratelli d'Italia».
In aula, tuttavia, si è notata l'assenza dei ministri 5 stelle, compreso il titolare della Giustizia, Alfonso Bonafede. «Io bado alla sostanza», rassicura Salvini, «chi c'era e chi non c'era non mi interessa molto». Un altro dato su cui riflettere a proposito della tenuta del governo proviene dai tabulati della votazione, in cui è stato registrato un «buco» di ben 15 voti rispetto a quelli disponibili tra i banchi del Movimento. Di questi, nove sono legati ad assenze «giustificate», come ad esempio quelle dei ministri Barbara Lezzi e Danilo Toninelli, mentre sei si riferiscono ai dissidenti espliciti: oltre a Paola Nugnes ed Elena Fattori, anche Barbara Floridia, Virginia La Mura, Michela Montevecchi e Matteo Mantero. Quest'ultimo, lo confermano fonti parlamentari, era fisicamente presente in aula, ma al momento del voto avrebbe tenuto la sua tessera sollevata per risultare assente.
La nuova legge ha invece messo d'accordo tutti, o quasi, nel centrodestra: «Questa è una vittoria di Forza Italia, la maggioranza al Senato non esiste più: sono stati solo 142 i sì di Lega e 5 stelle. La riforma è stata approvata solo grazie ai nostri voti», ha dichiarato la capogruppo azzurra Anna Maria Bernini, alla quale si è aggiunta la voce del deputato forzista Marco Marin, che ha detto che i gialloblù «hanno dovuto fare un compromesso al ribasso, e nonostante questo si siano dovuti turare il naso per votare a favore sì».
Dalle file di Fratelli d'Italia, voto compatto a favore del provvedimento, ma qualche puntualizzazione sul contenuto della norma: «Non è ciò che era stato promesso, né ciò che viene predicato nelle piazze e in tv», ha rimproverato Isabella Rauti. «Chi sarà costretto a difendersi e chi sarà vittima di un'aggressione avrà evidentemente più tutele, e soprattutto saranno risparmiati alle vittime anni di calvario giudiziario, di spese legali e di risarcimenti agli aggressori, ma resta inevitabile l'apertura di un'inchiesta giudiziaria a carico di chi si difende in casa propria», ha concluso.
E il Pd? Per il Partito democratico questa «è una legge che cancella uno dei fondamenti della legislazione, quello della proporzionalità tra offesa e difesa. È una aberrazione, senza considerare che interviene su una questione marginale, poche decine di casi all'anno». Sulla stessa linea anche il nuovo segretario Nicola Zingaretti: «È un atto irresponsabile. L'anno scorso ci sono stati solo dieci casi di valutazione di abuso di legittima difesa in un Paese di 60 milioni di abitanti», ha commentato, «Evidentemente anche questo bisogno è inventato, forse per fare un favore a qualche potente lobby che pensa ai propri business ma non a difendere i cittadini».
Un clima tetro quello che si respira nel centrosinistra, forse ispirato dalle parole del regista horror Dario Argento, che prevede «più violenza, più spari, più morti e più sangue nelle case degli italiani». Tornando ai numeri di Palazzo Madama, se è vero che il Pd ieri ha rappresentato l'unica opposizione al provvedimento, non sono passate inosservate le assenze: su 52 senatori totali, in aula ce n'erano solo 34. Sia Matteo Renzi sia il capogruppo Andrea Marcucci, seppur giustificati, hanno disertato, e altri 16 senatori non si sono presentati al voto (fra cui Alessandro Alfieri, Caterina Biti, Francesco Bonifazi, Tommaso Cerno, Tommaso Nannicini, Giovanni Pittella, Tatiana Rojc, Anna Rossomando, Daniele Sbrollini, Giacomino Taricco).
Astenuto infine l'ex presidente del Consiglio Mario Monti, che ora fa parte del gruppo delle Autonomie.
Toghe subito all’attacco: «Legge incostituzionale»
«Gravi profili di incostituzionalità» e «pericolosità» oltre che «inutilità». Appena arrivata l'approvazione del Senato alla riforma della legge sulla legittima difesa figlia della Lega, ma condivisa nel contratto del governo gialloblù (che recita testualmente: «Si prevede la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa), arriva in coro il parere negativo di avvocati e magistrati.
Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Francesco Minisci, ha ribadito quanto già detto nei mesi scorsi durante la discussione del provvedimento: «La nuova legge sulla legittima difesa non tutelerà i cittadini più di quanto erano già tutelati fino a oggi; al contrario introduce concetti che poco hanno a che fare con il diritto, prevede pericolosi automatismi e restringe gli spazi di valutazione dei magistrati, oltre a portare con sé grandi difficoltà di interpretazione: tutto ciò significa che tutti saranno meno garantiti. Per non parlare dei numerosi dubbi di incostituzionalità che la nuova legge comporta», ha aggiunto Minisci. Secondo il numero uno del sindacato dei magistrati «è bene ribadire che, in ogni caso, in presenza di un ipotetico caso di legittima difesa, anche con questa nuova legge, un procedimento penale dovrà essere sempre aperto e le indagini andranno comunque fatte, a garanzia dei cittadini, questo va detto con chiarezza da parte di tutti, altrimenti si danno messaggi sbagliati portatori di gravi rischi e si rende un cattivo servizio alla collettività. È poi pericolosa per la convinzione che si possa reagire sempre e comunque, una sorta di garanzia di impunità, cosa che certamente non è».
E se per il super soddisfatto leader della Lega «non si legittima il Far West ma si sta con i cittadini perbene», molti avvocati penalisti italiani non hanno dubbi: questa legge «porterà le persone a credere di non essere perseguite in caso di ferimento o uccisione dei ladri. E dunque, questo comporterà un aumento preoccupante degli episodi».
«È una legge inutile e pericolosa e interviene su un'emergenza virtuale, inesistente, visto che i casi di legittima difesa in casa sono due all'anno e si tratta di assoluzioni», ha rincarato Giandomenico Caiazza, presidente delle Camere penali che insiste proprio sul concetto di inutile: «Una norma inutile perché qualunque avverbio inserito in una norma non può evitare la valutazione discrezionale di un giudice su un omicidio avvenuto in casa. Ed è pericolosa perché diffonde la convinzione nella gente che si possa agire in condizioni di impunità in casa. Non è così».
Stop alle pensioni ai terroristi scappati all’estero
C'è anche lo stop alla pensione per i latitanti e gli evasi nel decretone Reddito di cittadinanza e quota 100, approvato in Senato e ora pronto per diventare legge. Ad aprire il vaso di Pandora sulla questione delle pensioni pagate dagli italiani ai condannati per reati di terrorismo fuggiti all'estero è stata la copertina di Panorama sugli emolumenti che l'Inps ha versato per anni (e avrebbe continuato a versare) al latitante Giorgio Pietrostefani, ma ora, grazie a un emendamento inserito nel testo definitivo, la battaglia della Verità ha ottenuto il risultato sperato: porre fine all'assurdità di uno Stato costretto a mantenere a vita chi, dopo aver commesso gravi reati, si sottrae alla pena che dovrebbe scontare nel nostro Paese, fuggendo all'estero.
A presentare l'emendamento sono stati Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato, con i colleghi William De Vecchis, Nadia Pizzol e Simone Bossi e il testo sancisce, in sostanza, che ai latitanti per una serie di gravi reati venga «sospeso il pagamento dei trattamenti previdenziali di vecchiaia e anticipata, erogati dagli enti di previdenza obbligatoria», comprese, oltre all'Inps, eventuali altre casse previdenziali. I reati per i quali la pensione verrà sospesa sono l'associazione terroristica (punita con la reclusione da 7 a 15 anni), l'attentato terroristico (da 6 a 20 anni), il sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione (da 25 a 30 anni), l'associazione mafiosa (da 7 a 12 anni), il voto di scambio politico mafioso (da 6 a 12 anni) e la strage (punita con l'ergastolo). Certo, anche per evitare ricorsi e diatribe giudiziarie, la sospensione della pensione non avrà effetto retroattivo e, dunque, lo Stato non potrà ritirare quanto versato, ma quantomeno da ora in poi non saremo noi a dover pagare.
Il testo prevede anche una clausola ulteriore: se il latitante pensionato dovesse arrendersi e consegnarsi alla giustizia, la sospensione del suo assegno potrà essere revocata dall'autorità giudiziaria, senza che questo permetta comunque al condannato di rientrare in possesso degli importi che non gli sono stati versati durante il periodo di fermo.
L'ultimo comma dell'emendamento, infine, stabilisce che tutte le risorse non pagate dallo Stato grazie al provvedimento antilatitanti siano riassegnate al Fondo per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell'usura, oltre che agli interventi in favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata.
Il caso di scuola è proprio quello di Pietrostefani, condannato definitivamente nel 2000 come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi insieme a Ovidio Bompressi (graziato dall'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) e ad Adriano Sofri, tutti leader del disciolto movimento Lotta continua, e che, da tempo, percepiva una pensione da 1.500 euro al mese, alla stregua di qualsiasi altro pensionato che abbia deciso di passare all'estero la terza età. Come Panorama aveva denunciato, all'Inps risulta che, in Italia, Pietrostefani abbia versato contributi per quasi 297.400 euro in nove anni, tra il 1983 e il 1992, a cui vanno aggiunti altri 600 euro di retribuzioni percepite per due mesi e mezzo di lavoro tra il 1976 e il 1977. Per un totale di 298.000 euro. Considerando che il 33% circa va in contributi, Pietrostefani ha pagato quasi 100.000 euro in Italia, quasi del tutto già restituiti. L'Inps infatti ne versati 41.000, 21.740 nel 2017, 17.700 nel 2018 e 1.565 con l'assegno di gennaio di quest'anno. A conti fatti, nei prossimi 36 mesi Pietrostefani avrebbe esaurito il suo credito e, se la nuova norma non fosse diventata legge, saremmo stati noi a pagargli la pensione. E questo nonostante la fuga dall'Italia gli stia evitando il carcere, con una pena che dovrebbe scadere nel 2033.
Ma Pietrostefani non è l'unico ad aver beneficiato del vuoto legislativo. Anche l'ex avanguardista nazionale Mario Pellegrini, originario di Papozze (Rovigo), ha ricevuto per lungo tempo una pensione da artigiano da poco meno di 800 euro al mese. Pellegrini venne arrestato nel 2002 a San Isidro, in Argentina, e gli fu notificata una condanna definitiva a 12 anni e 6 mesi di reclusione (che deve ancora scontare) per concorso nel sequestro del banchiere Luigi Mariano, compiuto nel 1975 in cambio di un riscatto da 280 milioni di lire.
In tutto, come ha dimostrato l'inchiesta di Panorama, sono una trentina gli ex terroristi che hanno una pena da scontare ma vivono serenamente all'estero. Da oggi, quantomeno, senza pensione.
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Passa in Senato la riforma voluta da Matteo Salvini: «Non creiamo il Far West, ma stiamo con i cittadini perbene». Niente più condanne per eccesso colposo per chi agisce in stato di grave turbamento dovuto al pericolo.Ci sono tanti «pistoleri» pure nel Pd. Disertano ben 18 senatori, fra cui big come Renzi, Bonifazi e il capogruppo Marcucci. Monti si astiene. Assenti, come annunciato, i ministri del Movimento 5 stelle .Toghe subito all'attacco: «Legge incostituzionale». L'Anm: «Pericolosi automatismi e meno spazi ai magistrati». Contrari anche gli avvocati penalisti: «Inutile e pericolosa».Stop alle pensioni ai terroristi scappati all'estero. Sì all'emendamento. Caso nato dopo lo scoop di Panorama sull'assegno a Pietrostefani, mandante dell'omicidio Calabresi.Lo speciale comprende quattro articoli.Esulta il vicepremier Matteo Salvini dopo l'approvazione in Senato della legge sulla legittima difesa: «Oggi è un giorno bellissimo non per la Lega ma per gli italiani. Non si distribuiscono armi, non si legittima il Far West, ma si sta con i cittadini perbene». Spiega, sorridendo per la soddisfazione, che «dopo anni di chiacchiere è stato sancito il sacrosanto diritto alla legittima difesa per chi viene aggredito a casa sua, nel suo bar, nel suo ristorante». Festeggia assieme agli altri esponenti del Carroccio, che per l'occasione indossano magliette blu con la scritta «La difesa è sempre legittima»: «Da oggi i delinquenti sanno che fare i rapinatori in Italia è un mestiere ancora più difficile e pericoloso», dice il ministro dell'Interno, «quindi ovviamente punteremo su polizia, telecamere e forze dell'ordine, ma se entri in casa mia di notte armato e mascherato, io ho il diritto di difendermi prima che tu metta le mani addosso a me o ai miei figli». E sulle polemiche taglia corto: «Non c'è nessuna perplessità per chi ha letto il testo, c'è solo la scelta dello Stato di stare con vittime e aggrediti».In pratica vengono allargate le maglie del principio di proporzionalità tra offesa e difesa, anche se tale principio rimane: restano comunque le indagini e si deve dimostrare che la difesa è stata legittima. Tuttavia, si restringe la discrezionalità del giudice. Ma vediamo nei particolari come funziona la nuova legge e in quali punti differisce dalla vecchia. L'articolo 1 va a modificare l'articolo 52 del Codice penale: prevede che sia «sempre» legittima la difesa di chi «compie» un atto per respingere l'intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica. Naturalmente resta il processo, ma i magistrati avranno minore potere. È quindi possibile utilizzare «un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo» per la difesa legittima della «propria o altrui incolumità» o dei «beni propri o altrui». Viene inoltre introdotto un ulteriore cambiamento, in base al quale è da considerarsi in stato di legittima difesa colui che «legittimamente presente all'interno del proprio o dell'altrui domicilio (da intendersi anche come luogo di lavoro ndr), agisca al fine di respingere l'intrusione posta in essere dal malintenzionato di turno con violenza o minaccia». Affinché scatti la legittima difesa è sufficiente la sola minaccia di utilizzare un'arma e non è necessario che la minaccia sia espressamente rivolta alla persona.La legge interviene poi sull'articolo 55 del Codice penale relativamente alla disciplina dell'eccesso colposo, escludendo la punibilità di chi, trovandosi «in condizione di minorata difesa o in stato di grave turbamento», derivante dalla situazione di pericolo, commette il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumità. In altre parole finora era prevista una proporzionalità tra offesa e difesa, punendo l'eccesso colposo di legittima difesa. Ora scompare nel caso che chi reagisca sia «in stato di grave turbamento» derivante dal pericolo. Una norma di natura psicologica, che riguarda uno spettro di situazioni molto ampio.Modificato anche l'articolo 624 bis del Codice penale: chi si è reso responsabile di un furto in appartamento potrà ottenere la sospensione condizionale della pena soltanto in caso di risarcimento integrale del danno alla persona. Inoltre sono inasprite le pene per violazione di domicilio e furto in appartamento. La violazione di domicilio, che era punita con una pena da 6 mesi a 3 anni diventa «da 1 a 5 anni». Ma se e la violazione è aggravata, perché «il fatto è commesso con violenza sulle cose o alle persone o se il colpevole è palesemente armato», la pena, che era da 1 a 5 anni, diventa da 2 a 6 anni. Quanto al furto in abitazione e scippo, si arriva fino a un massimo di 6 e 7 anni di prigione. Infine, per la rapina, il minimo passa da 4 a 5 anni. Per la rapina aggravata si sale da un minimo di 5 a 6 anni e per la pluriaggravata da 6 a 7 anni. Chi si è difeso legittimamente non sarà responsabile civilmente. La riforma fa sì che l'autore del fatto, se assolto in sede penale, non debba essere obbligato «a risarcire il danno derivante dal medesimo fatto in sede civile». Nei casi di eccesso colposo, inoltre, al danneggiato è riconosciuto il diritto a un'indennità, calcolata dal giudice tenendo conto «della gravità, delle modalità realizzative e del contributo causale della condotta posta in essere dal danneggiato». La riforma della legittima difesa estende le norme sul gratuito patrocinio (criteri e modalità di liquidazione dei compensi e delle spese per la difesa) a favore della persona nei cui confronti sia stata disposta l'archiviazione o il proscioglimento o il non luogo a procedere per fatti commessi in condizioni di legittima difesa o di eccesso colposo. È comunque «fatto salvo il diritto dello Stato di chiedere le spese anticipate, qualora a seguito di riapertura delle indagini o revoca del proscioglimento, la persona sia poi condannata in via definitiva».L'ultimo articolo del provvedimento interviene sul Codice di procedura penale affinché «nella formazione dei ruoli di udienza debba essere assicurata priorità anche ai processi relativi ai delitti di omicidio colposo e di lesioni personali colpose». 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In aula, tuttavia, si è notata l'assenza dei ministri 5 stelle, compreso il titolare della Giustizia, Alfonso Bonafede. «Io bado alla sostanza», rassicura Salvini, «chi c'era e chi non c'era non mi interessa molto». Un altro dato su cui riflettere a proposito della tenuta del governo proviene dai tabulati della votazione, in cui è stato registrato un «buco» di ben 15 voti rispetto a quelli disponibili tra i banchi del Movimento. Di questi, nove sono legati ad assenze «giustificate», come ad esempio quelle dei ministri Barbara Lezzi e Danilo Toninelli, mentre sei si riferiscono ai dissidenti espliciti: oltre a Paola Nugnes ed Elena Fattori, anche Barbara Floridia, Virginia La Mura, Michela Montevecchi e Matteo Mantero. Quest'ultimo, lo confermano fonti parlamentari, era fisicamente presente in aula, ma al momento del voto avrebbe tenuto la sua tessera sollevata per risultare assente. La nuova legge ha invece messo d'accordo tutti, o quasi, nel centrodestra: «Questa è una vittoria di Forza Italia, la maggioranza al Senato non esiste più: sono stati solo 142 i sì di Lega e 5 stelle. La riforma è stata approvata solo grazie ai nostri voti», ha dichiarato la capogruppo azzurra Anna Maria Bernini, alla quale si è aggiunta la voce del deputato forzista Marco Marin, che ha detto che i gialloblù «hanno dovuto fare un compromesso al ribasso, e nonostante questo si siano dovuti turare il naso per votare a favore sì». Dalle file di Fratelli d'Italia, voto compatto a favore del provvedimento, ma qualche puntualizzazione sul contenuto della norma: «Non è ciò che era stato promesso, né ciò che viene predicato nelle piazze e in tv», ha rimproverato Isabella Rauti. «Chi sarà costretto a difendersi e chi sarà vittima di un'aggressione avrà evidentemente più tutele, e soprattutto saranno risparmiati alle vittime anni di calvario giudiziario, di spese legali e di risarcimenti agli aggressori, ma resta inevitabile l'apertura di un'inchiesta giudiziaria a carico di chi si difende in casa propria», ha concluso. E il Pd? Per il Partito democratico questa «è una legge che cancella uno dei fondamenti della legislazione, quello della proporzionalità tra offesa e difesa. È una aberrazione, senza considerare che interviene su una questione marginale, poche decine di casi all'anno». Sulla stessa linea anche il nuovo segretario Nicola Zingaretti: «È un atto irresponsabile. L'anno scorso ci sono stati solo dieci casi di valutazione di abuso di legittima difesa in un Paese di 60 milioni di abitanti», ha commentato, «Evidentemente anche questo bisogno è inventato, forse per fare un favore a qualche potente lobby che pensa ai propri business ma non a difendere i cittadini». Un clima tetro quello che si respira nel centrosinistra, forse ispirato dalle parole del regista horror Dario Argento, che prevede «più violenza, più spari, più morti e più sangue nelle case degli italiani». Tornando ai numeri di Palazzo Madama, se è vero che il Pd ieri ha rappresentato l'unica opposizione al provvedimento, non sono passate inosservate le assenze: su 52 senatori totali, in aula ce n'erano solo 34. Sia Matteo Renzi sia il capogruppo Andrea Marcucci, seppur giustificati, hanno disertato, e altri 16 senatori non si sono presentati al voto (fra cui Alessandro Alfieri, Caterina Biti, Francesco Bonifazi, Tommaso Cerno, Tommaso Nannicini, Giovanni Pittella, Tatiana Rojc, Anna Rossomando, Daniele Sbrollini, Giacomino Taricco). Astenuto infine l'ex presidente del Consiglio Mario Monti, che ora fa parte del gruppo delle Autonomie. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-difesa-adesso-e-sempre-legittima-basta-risarcimenti-ai-delinquenti-2633074200.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="toghe-subito-allattacco-legge-incostituzionale" data-post-id="2633074200" data-published-at="1782195090" data-use-pagination="False"> Toghe subito all’attacco: «Legge incostituzionale» «Gravi profili di incostituzionalità» e «pericolosità» oltre che «inutilità». Appena arrivata l'approvazione del Senato alla riforma della legge sulla legittima difesa figlia della Lega, ma condivisa nel contratto del governo gialloblù (che recita testualmente: «Si prevede la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa), arriva in coro il parere negativo di avvocati e magistrati. Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Francesco Minisci, ha ribadito quanto già detto nei mesi scorsi durante la discussione del provvedimento: «La nuova legge sulla legittima difesa non tutelerà i cittadini più di quanto erano già tutelati fino a oggi; al contrario introduce concetti che poco hanno a che fare con il diritto, prevede pericolosi automatismi e restringe gli spazi di valutazione dei magistrati, oltre a portare con sé grandi difficoltà di interpretazione: tutto ciò significa che tutti saranno meno garantiti. Per non parlare dei numerosi dubbi di incostituzionalità che la nuova legge comporta», ha aggiunto Minisci. Secondo il numero uno del sindacato dei magistrati «è bene ribadire che, in ogni caso, in presenza di un ipotetico caso di legittima difesa, anche con questa nuova legge, un procedimento penale dovrà essere sempre aperto e le indagini andranno comunque fatte, a garanzia dei cittadini, questo va detto con chiarezza da parte di tutti, altrimenti si danno messaggi sbagliati portatori di gravi rischi e si rende un cattivo servizio alla collettività. È poi pericolosa per la convinzione che si possa reagire sempre e comunque, una sorta di garanzia di impunità, cosa che certamente non è». E se per il super soddisfatto leader della Lega «non si legittima il Far West ma si sta con i cittadini perbene», molti avvocati penalisti italiani non hanno dubbi: questa legge «porterà le persone a credere di non essere perseguite in caso di ferimento o uccisione dei ladri. E dunque, questo comporterà un aumento preoccupante degli episodi». «È una legge inutile e pericolosa e interviene su un'emergenza virtuale, inesistente, visto che i casi di legittima difesa in casa sono due all'anno e si tratta di assoluzioni», ha rincarato Giandomenico Caiazza, presidente delle Camere penali che insiste proprio sul concetto di inutile: «Una norma inutile perché qualunque avverbio inserito in una norma non può evitare la valutazione discrezionale di un giudice su un omicidio avvenuto in casa. Ed è pericolosa perché diffonde la convinzione nella gente che si possa agire in condizioni di impunità in casa. Non è così». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-difesa-adesso-e-sempre-legittima-basta-risarcimenti-ai-delinquenti-2633074200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stop-alle-pensioni-ai-terroristi-scappati-allestero" data-post-id="2633074200" data-published-at="1782195090" data-use-pagination="False"> Stop alle pensioni ai terroristi scappati all’estero C'è anche lo stop alla pensione per i latitanti e gli evasi nel decretone Reddito di cittadinanza e quota 100, approvato in Senato e ora pronto per diventare legge. Ad aprire il vaso di Pandora sulla questione delle pensioni pagate dagli italiani ai condannati per reati di terrorismo fuggiti all'estero è stata la copertina di Panorama sugli emolumenti che l'Inps ha versato per anni (e avrebbe continuato a versare) al latitante Giorgio Pietrostefani, ma ora, grazie a un emendamento inserito nel testo definitivo, la battaglia della Verità ha ottenuto il risultato sperato: porre fine all'assurdità di uno Stato costretto a mantenere a vita chi, dopo aver commesso gravi reati, si sottrae alla pena che dovrebbe scontare nel nostro Paese, fuggendo all'estero. A presentare l'emendamento sono stati Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato, con i colleghi William De Vecchis, Nadia Pizzol e Simone Bossi e il testo sancisce, in sostanza, che ai latitanti per una serie di gravi reati venga «sospeso il pagamento dei trattamenti previdenziali di vecchiaia e anticipata, erogati dagli enti di previdenza obbligatoria», comprese, oltre all'Inps, eventuali altre casse previdenziali. I reati per i quali la pensione verrà sospesa sono l'associazione terroristica (punita con la reclusione da 7 a 15 anni), l'attentato terroristico (da 6 a 20 anni), il sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione (da 25 a 30 anni), l'associazione mafiosa (da 7 a 12 anni), il voto di scambio politico mafioso (da 6 a 12 anni) e la strage (punita con l'ergastolo). Certo, anche per evitare ricorsi e diatribe giudiziarie, la sospensione della pensione non avrà effetto retroattivo e, dunque, lo Stato non potrà ritirare quanto versato, ma quantomeno da ora in poi non saremo noi a dover pagare. Il testo prevede anche una clausola ulteriore: se il latitante pensionato dovesse arrendersi e consegnarsi alla giustizia, la sospensione del suo assegno potrà essere revocata dall'autorità giudiziaria, senza che questo permetta comunque al condannato di rientrare in possesso degli importi che non gli sono stati versati durante il periodo di fermo. L'ultimo comma dell'emendamento, infine, stabilisce che tutte le risorse non pagate dallo Stato grazie al provvedimento antilatitanti siano riassegnate al Fondo per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell'usura, oltre che agli interventi in favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata. Il caso di scuola è proprio quello di Pietrostefani, condannato definitivamente nel 2000 come mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi insieme a Ovidio Bompressi (graziato dall'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) e ad Adriano Sofri, tutti leader del disciolto movimento Lotta continua, e che, da tempo, percepiva una pensione da 1.500 euro al mese, alla stregua di qualsiasi altro pensionato che abbia deciso di passare all'estero la terza età. Come Panorama aveva denunciato, all'Inps risulta che, in Italia, Pietrostefani abbia versato contributi per quasi 297.400 euro in nove anni, tra il 1983 e il 1992, a cui vanno aggiunti altri 600 euro di retribuzioni percepite per due mesi e mezzo di lavoro tra il 1976 e il 1977. Per un totale di 298.000 euro. Considerando che il 33% circa va in contributi, Pietrostefani ha pagato quasi 100.000 euro in Italia, quasi del tutto già restituiti. L'Inps infatti ne versati 41.000, 21.740 nel 2017, 17.700 nel 2018 e 1.565 con l'assegno di gennaio di quest'anno. A conti fatti, nei prossimi 36 mesi Pietrostefani avrebbe esaurito il suo credito e, se la nuova norma non fosse diventata legge, saremmo stati noi a pagargli la pensione. E questo nonostante la fuga dall'Italia gli stia evitando il carcere, con una pena che dovrebbe scadere nel 2033. Ma Pietrostefani non è l'unico ad aver beneficiato del vuoto legislativo. Anche l'ex avanguardista nazionale Mario Pellegrini, originario di Papozze (Rovigo), ha ricevuto per lungo tempo una pensione da artigiano da poco meno di 800 euro al mese. Pellegrini venne arrestato nel 2002 a San Isidro, in Argentina, e gli fu notificata una condanna definitiva a 12 anni e 6 mesi di reclusione (che deve ancora scontare) per concorso nel sequestro del banchiere Luigi Mariano, compiuto nel 1975 in cambio di un riscatto da 280 milioni di lire. In tutto, come ha dimostrato l'inchiesta di Panorama, sono una trentina gli ex terroristi che hanno una pena da scontare ma vivono serenamente all'estero. Da oggi, quantomeno, senza pensione.
Ansa
Dal vento che soffia in Gran Bretagna tira brutta aria per i partiti tradizionali, tanto per i Labour (dalle cui fila arrivano sia Starmer che Burnham) quanto per i Tories, che hanno «offerto» Sunak, Truss, Johnson, May e proprio quel David Cameron da cui cominciò tutto.
Primo pensiero: la Brexit è stato il più potente esercizio di democrazia dentro lo spazio Ue. E proprio per questo, da allora, nessuno ha mai voluto affrontare la madre delle questioni, ossia la mancanza di legittimazione dal basso dell’Europa. Che invece viene battezzata da banchieri centrali, analisti, uomini d’affari, leader di partito a cui manca il coraggio di affermare il peccato originale europeo. Dicono: «O l’Europa cambia passo e diventa adulta, oppure sarà la fine». Questo fatalismo non è nuovo, anzi è un po’ come la vecchia storiella che i nonni tiravano fuori per spaventare i nipoti, una specie di babau; del resto le generazioni Erasmus sono state tirate su a botte di belle parole: la pace, il superamento dei confini, le opportunità di lavoro… Poi, sul tavolo, è arrivato un conto più salato del preventivo e così qualche giovane ha aperto gli occhi e si è unito ai genitori o ai fratelli più grandi, i quali hanno protestato in piazza a difesa dell’agricoltura vera e non quella di Bill Gates, a difesa della pesca, dell’identità.
Più di dieci anni fa, in Gran Bretagna, un politico fuori dagli schemi di nome Nigel Farage aveva capito che il tappo stava saltando, almeno lì da lui; e ha ingaggiato una battaglia democratica: la richiesta di un referendum, consultivo e non vincolante. L’allora premier (che era appunto David Cameron) accettò la sfida, «istituzionalizzò» il referendum e, dopo la vittoria del Leave, si dimise. Quel che accadde dieci anni fa fu il più grande esercizio di democrazia dentro lo spazio dell’Unione europea. Che di fronte ai due casi precedenti di consultazione referendaria - in Francia e in Olanda, dove i cittadini bocciarono il lascito della Convenzione europea, poi riscritto nel trattato di Lisbona - preferì fare spallucce e tirar dritto. Ecco, siamo ancora lì, alla mancanza di coraggio di chiedere al popolo: cosa vogliamo fare di questa Europa?
Seconda questione, che è figlia della prima: la crisi dei partiti. Siccome la terza questione sarà sul quadro economico e sociale post Brexit, è giusto anticipare quel che le ultime consultazioni elettorali britanniche e i sondaggi stanno facendo emergere: perché un blocco sociale importante si sta muovendo dai contenitori storici verso contenitori nuovi e radicali, qualcuno anche estremista? Semplice, perché Farage resta il campione assoluto nell’intercettare le emergenze: sicurezza, immigrazione, lavoro. Era lo stesso paradigma del Maga trumpiano prima che Donald lo tradisse. Quindi Farage con il suo Reform Uk pesca a destra come a sinistra, lasciando qualcosa alla sua sinistra (ai Verdi) e alla sua destra (Advance Uk e Restore Britain, i quali hanno l’appoggio esplicito di Musk). Farage resta l’interprete di ciò che i sostenitori del Leave volevano allora e che a Downing Street, nei dieci anni successivi, non hanno saputo fare ma solo abbozzare. Il prossimo premier Burnham - che ha battuto alle suppletive un esponente del Reform Uk - riuscirà a fermare Mr. Brexit?
Arriviamo così al terzo e quarto punto: com’è la situazione oggi e se si facesse un referendum cosa voterebbero gli inglesi? Cominciamo da qui. Nessun politico oggi si sognerebbe di affermare: «Voglio un referendum per ritornare nella Ue»; se lo facesse perderebbe immediatamente voti. I britannici non sono soddisfatti della Brexit ma non vogliono ritornare nella Ue, ecco perché nessun politico metterebbe la faccia su un rientro.
Chiudiamo allora con la situazione lasciata dalla Brexit. Uno studio firmato da economisti della Banca d’Inghilterra e da Nick Bloom della Stanford University stima che la Brexit abbia sottratto circa il 6% alla crescita economica britannica nell’ultimo decennio rispetto a uno scenario in cui Londra fosse rimasta nell’Unione europea. L’Ufficio per la responsabilità del bilancio (Obr) fissa la perdita a lungo termine al 4% del Pil; Goldman Sachs e il National bureau of economic research arrivano fino all’8%. In termini assoluti, si parla di circa 125 miliardi di sterline di Pil annuale bruciati, e di quasi 50 miliardi di mancate entrate fiscali.
Verdetto sancito dunque? No, perché gli stessi studi parlano di luci e ombre: ridurre tutto alla Brexit sarebbe intellettualmente disonesto. La pandemia ha devastato tutte le economie avanzate. La guerra in Ucraina ha fatto esplodere i prezzi energetici e alimentari su scala continentale. La Germania ha vissuto una recessione più lunga e profonda di quella britannica. La Francia ristagna. Il confronto con i partner europei, dunque, mostra che il Regno Unito ha sofferto di problemi in larga parte condivisi - con la differenza cruciale che la Brexit ha operato come variante autoctona, quasi da punire a scopo esemplificativo.
Brexit non ha di per sé scassato i conti o fatto sprofondare la Gran Bretagna nella crisi e lo dimostra la crisi delle sue stesse istituzioni e dei suoi partiti storici (quasi un logoramento): ha funzionato come grande prova di democrazia, ma non ha sbloccato le cause di malcontento. Una lezione che vale per tutti.
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Pedro Sánchez e Keir Starmer (Ansa)
E a Cipro, alle elezioni dello scorso maggio, il partito più votato è stato il Raggruppamento democratico che, a dispetto del nome non ha nulla a che spartire con il nostro Pd ma, anzi, si colloca sul fronte opposto: senza contare che l’estrema destra ha raddoppiato i propri seggi. Certo, ci si può consolare con la sconfitta di Viktor Orbán, ma al trionfo di Peter Magyar (ha conquistato la maggioranza assoluta) si contrappone la scomparsa della sinistra dal Parlamento di Budapest.
Per socialisti e compagni, dunque, il quadro non è confortevole, ma se si aggiunge quanto accaduto ieri è, se possibile, addirittura drammatico. Cominciamo da Keir Starmer, premier di un Paese che da dieci anni non fa più parte dell’Unione, ma che ultimamente aspirerebbe a ritornarvi. Il leader laburista, dopo mesi di passione, si è rassegnato a fare le valigie. Il suo consenso era ridotto al minimo: i sondaggi, infatti, lo davano da tempo in caduta libera, con percentuali che quasi facevano rimpiangere Boris Johnson e perfino Liz Truss. A fargli rapidamente perdere il gradimento pare siano state una serie di scelte sbagliate molto progressiste, tipo togliere i sussidi per il riscaldamento o prendersela con chi protestava contro gli effetti di una immigrazione senza controllo. Risultato, adesso il Labour si affida al sindaco di Manchester, altro socialista, il quale oscilla fra Tony Blair e Jeremy Corbyn, ovvero due che più lontani non potrebbero essere. Le premesse per un nuovo fallimento dunque ci sono tutte, con grande soddisfazione di Nigel Farage, leader di Reform Uk, un tipo che, fino a poco tempo fa, era considerato una specie di guitto (ha partecipato anche alla versione inglese dell’Isola dei famosi), ma che di recente spopola a ogni elezione.
Tuttavia, se la sinistra inglese piange, quella spagnola di certo non ride. Delle difficoltà in cui si dibatte Pedro Sánchez, leader del Psoe, si sa: la coalizione che lo ha portato al governo perde i pezzi e per mantenersi a galla il politico più amato da Elly Schlein è costretto a ogni genere di mediazione. Di recente, però, le cose si sono fatte più complicate, anche perché i guai non sono politici ma giudiziari. Prima le indagini a carico dei familiari, poi quelle sulla sua cerchia di collaboratori, quindi l’irruzione della Guardia civil prima a casa e negli uffici di Luis Zapatero, nume tutelare dei compagni, e poi nella sede dello stesso partito operaio. Nella cassaforte dell’ex premier gli agenti hanno trovato un tesoro, composto da orologi di lusso e gioielli oltre, naturalmente, ai contanti. Un colpo capace di tramortire chiunque, perché nel mirino della magistratura è finita l’icona del progressismo e della moralità. Sánchez ha provato a fare finta di niente, anzi a gridare al complotto, ma è difficile credergli, soprattutto dopo quanto successo negli ultimi due giorni. Prima il rinvio a giudizio della moglie Begoña Gómez, accusata di traffico d’influenze e contro cui è stato deciso il ritiro del passaporto. Per uno che deve guidare un Paese, avere la moglie che non può espatriare non è proprio un bel biglietto da visita. Se poi a questo si aggiunge la condanna del suo ex braccio destro José Luis Ábalos a 24 anni e tre mesi di reclusione per i reati di criminalità organizzata, corruzione, traffico di influenze e appropriazione indebita, si capisce che il faro della sinistra italiana rischia di spegnersi a breve.
A questo punto, visto che su 27 Paesi europei, 14 sono guidati da coalizioni di centrodestra, tre da destra, cinque da partiti liberali e solo quattro dalla sinistra (anche se sulla Slovacchia ci sarebbe da dire), viene spontanea una domanda: ma se l’Europa è sostanzialmente spostata a destra, perché la Ue continua a fare scelte di sinistra? In altre parole: fino a quando Bruxelles potrà continuare a ignorare il fallimento dei socialisti?
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Corrado Augias (Ansa)
Mi è tornata in mente - la pochade nella pochade - davanti al (preteso) scandalo che si è consumato su quel pulmino diretto a Bisceglie, in cui viaggiavano i finalisti dell’edizione 2026 del premio Strega, vicenda su cui si è già intrattenuto ieri su queste pagine Francesco Borgonovo.
E che vede una dialettica molto accesa tutta interna all’universo progressista, tra uomini - patriarchi? - che invitano a non dare rilievo al pissipissi privato, e donne - neo o post-femministe? - che replicano: manco per niente, è una violenza inaudita, altro che «Mari un martire della libertà di espressione», come ha tuonato ieri un’appassionata Simonetta Sciandivasci su La Stampa, con incipit fulminante: «Stregacidio, giorno 3» (ussignur).
Con annessa preghiera di Maria Grazia Calandrone, finalista allo Strega 2023: «Non è il momento di litigare», appello rivolto a «chiunque faccia parte del mondo intellettuale, specie se di sinistra» (per poi aggiungere, testualmente: «Ignoro in effetti se ce ne sia uno di destra». E poi a sinistra si sorprendono se li si accusa di essere animati da pregiudizi, presunzione e arroganza).
«L’affaire Mari» è scandito da tre momenti.
Il primo, la messa al rogo di Michele Mari, «trasfigurato in un perfetto interprete del “meschino” maschilismo, va da sé, senile», come lo ha fotografato - con una lettera a Dagospia - lo scrittore Fulvio Abbate, demiurgo del concetto di «amichettismo» de sinistra, e questo nonostante il medesimo Mari abbia assicurato di non aver mai detto quanto attribuitogli, e cioè di ritenere Michela Murgia «una donna intransigente e violenta, perché era brutta e per questo motivo sfogava così la sua rabbia».
Parole che avrebbero provocato l’intervento di un’altra finalista, Teresa Ciabatti.
Il secondo, l’entrata in campo dell’«intera rubrica telefonica amichettistica della Confraternita della Beata Michela».
Che si è «mobilitata, tra “figli d’anima”, femministe devote alla schwa, narratrici pronte a citare frasi degne dei Baci Perugina di Fleur Jaeggy (scrittrice vedova dell’adelphiano editore Roberto Calasso, nda) e ancora, non ultimo, l’editore Feltrinelli, interessato ad abbattere il “cavallo” dato per sicuro vincente, a favore del suo concorrente, Matteo Nucci, autore presente con il romanzo Platone», ha continuato Abbate, che ha fatto pure coming out: «Si sappia che il sottoscritto ha votato I convitati di pietra, il romanzo di Mari, pubblicato da Einaudi, ritenendo il suo autore tra i maggiori narratori viventi» (per par condicio, ricordo che nel 2017 lo stesso Abbate aveva dichiarato di aver votato per Ciabatti e il suo La più amata, editore Mondadori).
Il terzo, con uno stuolo di interventi - a opera di giornalisti, scrittori, opinionisti maschi - il cui senso era riassumibile nel grido di dolore di Michele Serra: «Ma così, scusate, non si può più andare avanti».
Perché di questo passo «non si può più dire niente»?
No.
Il «basta» è alla pretesa che non ci siano «sporcature» nell’aulico Pantheon dei letterati, «laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso»: «Perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Non fa una grinza.
Se non fosse per un marginale, quanto fastidioso sospetto.
Se le presunte opinioni offensive espresse da Mari le avesse «sparate» uno scrittore estraneo al circoletto degli «Amici della domenica», quelli della fondatrice del premio Strega Maria Bellonci ma pure di Walter Veltroni, nume tutelare degli artisti engagé, «allineati e coperti», cosa sarebbe accaduto?
Per andare giù piatti: se quella sentenza «sessista» l’avesse pronunciata un irregolare fuori dagli schemi, dalle confraternite e dalle conventicole, anarchico o, Dio non voglia, dichiaratamente «di destra», cultore di, che so, Ezra Pound, Louis-Ferdinand Céline e Charles Bukowski con il suo famoso «realismo sporco», il «soccorso rosso» sarebbe ugualmente scattato?
Il dubbio mi è sorto leggendo l’esortazione formulata ieri dalle colonne di Repubblica da Corrado Augias: «Saper distinguere l’opera e l’autore» (anche lui quindi facente inconsapevolmente parte della categoria dei «compagni della mozione: vale il romanzo, non il romanziere», irrisi da Sciandivasci).
Argomento non inedito, trattato ad esempio da Claire Dederer nel suo Mostri - Distinguere o non distinguere le vite dallo opere: il tormento dei fan (il Post - Iperborea, 2023).
Augias, per dare forza alla sua tesi, evoca invece Umberto Eco e Marcel Proust.
Dimenticando - ma qui è il Franti che è in me a parlare - le polemiche in cui è finito lui medesimo, per il sospetto che in almeno un suo scritto non si riuscisse a distinguere non tanto l’autore dall’opera, bensì dell’opera (nel 2009 ci fu la querelle sul volume Disputa su Dio e dintorni, scritto con il teologo Vito Mancuso, in cui le conclusioni di Augias ricalcavano quasi alla lettera quelle di Edward Osborne Wilson nel suo saggio La Creazione. Augias non fece un plissé: «Mi sono avvalso di numerose testimonianze, dalla Confessioni di Sant'Agostino a Internet, citando la fonte ogni volta che è stato possibile». Mancuso fu invece più tranchant: «Sono amareggiato, completamente sbalordito, non capisco come sia potuta accadere una cosa del genere»).
Conclusione odierna di Augias: niente caccia alle streghe, basata per di più sull’«eventuale chiacchiericcio rubato in un pulmino».
Niente affatto, lo aveva anticipato Donatella Di Pietrantonio, vincitrice dello Strega 2024, sul quotidiano Il Centro: «Se vere, sono frasi gravissime. Non sono garantista al punto da pensare che quello del van, che portava insieme tutte quelle persone, fosse da considerare come un luogo “privato”».
Di più: «Chi parla di conversazione privata mi sembra che finisca per sfruttare la stessa argomentazione usata a difesa dei partecipanti alle chat sessiste degli autisti Atm» (a difesa della cui privacy è peraltro intervenuto il Garante).
Giusto.
Ma perché, a questo punto, non far concorrere anche loro?
Anzi: in nome dell’interclassismo, se la loro è la stessa prosa di Mari, perché non premiare - con una clamorosa iniziativa situazionista - direttamente i tranvieri meneghini?
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