Tre avvocati. Tre verbali. Tre racconti che dovrebbero combaciare e, invece, si contraddicono riga dopo riga. Massimo Lovati, Federico Soldani e Simone Grassi. È il primo collegio difensivo di Andrea Sempio. Sentiti dai magistrati della Procura di Brescia nell’inchiesta che ruota attorno all’archiviazione del 2017, finiscono per consegnare agli inquirenti una specie di romanzo a tre voci. Che non si armonizzano. Si correggono e spesso si contraddicono. Sugli atti, sui rapporti con gli investigatori, perfino sul lavoro svolto.
Già la formazione del collegio difensivo sembra particolarmente rocambolesca. Lovati racconta: «Il 23 dicembre 2016 Sempio ha appreso dagli organi di stampa di essere indagato e ha ricevuto un avviso di garanzia. La famiglia ha cercato un avvocato e si sono recati da una amica di Andrea, Angela Taccia (attuale avvocato di Sempio, con il collega Liborio Cataliotti, ndr), che all’epoca non era ancora avvocato. Si sono rivolti alla mamma della Taccia, avvocato Marcella Schiavi, civilista, che li ha indirizzati a me». Qualcosa probabilmente andò storto: «Io, però, non ho ricevuto le chiamate, non so se perché il mio telefono non prendeva la linea o perché avevano un numero sbagliato. Sta di fatto che io sono stato poi contattato dal collega Soldani, che era stato mio praticante, che mi ha coinvolto nel collegio difensivo, di cui faceva parte anche il collega di studio di Soldani, l’avvocato Grassi». Soldani, invece, ricorda che la Schiavi chiamò lui, dicendogli «che doveva» affidargli «un caso delicato e importante, di omicidio». E, in contraddizione con Lovati, afferma: «Poiché non me la sentivo di affrontare il caso da solo ho subito detto che avrei voluto affiancarmi all’avvocato Lovati, che era stato il mio dominus». Grassi, al contrario, sembra quasi un corpo estraneo capitato lì per relazioni personali più che per competenze specifiche. Dice di conoscere Soldani «da anni» e Lovati «tramite Soldani». Poi, quando gli chiedono perché sia stato coinvolto, risponde con una frase quasi mortificante: «Non lo so, penso per amicizia».
A proposito dei pagamenti ricevuti dai Sempio, in parte incassati ancora prima di aver ricevuto un mandato ufficiale (arrivato solo con l’ufficializzazione dell’iscrizione sul registro degli indagati del solo assistito), i tre concordano solo su una circostanza: 45.000 euro complessivi, 15.000 a testa, rigorosamente in contanti e senza fattura. Per otto mesi di attività difensiva. Lovati prova subito a collocarsi in una posizione laterale. Dice: «I compensi li percepivo dall’avvocato Soldani e dall’avvocato Grassi», aggiungendo una frase che sembra piazzata lì per alleggerire ogni responsabilità diretta: «Io non ho chiesto soldi, mi arrivavano e basta». Quando, però, gli chiedono chi abbia deciso l’onorario complessivo, la memoria si annebbia improvvisamente: «Non ricordo». Salvo poi recuperare lucidità su un dettaglio non proprio secondario: «Ho chiesto io il cash perché mi piacciono i pagamenti in contanti». Soldani, invece, disegna una scena completamente diversa. Nella sua versione esiste un regista della trattativa economica, ed è Lovati: «Fu Lovati a decidere la cifra» e «fu Lovati a insistere che venissero erogati in contanti». Grassi conferma questa impostazione senza esitazioni. Poi ci sono le modalità di pagamento, che assomigliano più alla cassa di una bisca di provincia che allo studio di tre avvocati. Soldani parla di «pacchettini dai 2.000 ai 6.000 euro» che venivano consegnati dai Sempio e poi spartiti tra i tre professionisti. Grassi conferma: «I Sempio pagavano a piccole tranche» e «noi avvocati ce li spartivamo quando i clienti andavano via». Lovati resta più vago. Si limita a ricordare di avere ricevuto il suo onorario in «cinque, sei, sette, otto tranche». La seconda frattura riguarda il lavoro realmente svolto.
Lovati si presenta come l’unico vero motore della difesa: «La mia attività è stata andare da Garofano (il generale Luciano Garofano, ex comandante del Ris diventato consulente di Sempio, ndr), studiare gli atti del processo Stasi e presenziare all’interrogatorio». Quindi minimizza l’apporto di Soldani e Grassi in questo modo: «Gli altri due colleghi non hanno fatto assolutamente niente». Soldani fa, invece, riferimento a un lavoro collegiale. Parla degli incontri con i Sempio, della scelta condivisa su Garofano, della gestione economica, della querela contro lo studio Giarda (che rappresentava Alberto Stasi) e dell’opposizione all’archiviazione. Racconta che che gli incontri con i Sempio avvenivano regolarmente nello studio Soldani-Grassi. Quest’ultimo, da parte sua, conferma di aver preso circa 15.000 euro, ma contemporaneamente smonta il proprio ruolo fino quasi ad annullarlo: «Mi occupo solo di civile, non ho alcuna esperienza di penale e di fatto non ho svolto alcuna attività». Poi rincara: «Partecipavo, ma non davo contributi, stavo solo ad ascoltare». I magistrati insistono. Cercano almeno un frammento di attività concreta. E Grassi concede appena questo: «L’unica cosa che ho fatto è stato collazionare gli allegati alla querela (contro lo studio Giarda, ndr) che era stata redatta da Lovati». A quel punto la domanda degli investigatori diventa inevitabile: come mai era stato coinvolto e pagato pur non avendo alcuna esperienza penale? La risposta è quasi imbarazzata: «Non lo so, penso per amicizia». A questo punto arriva la frase più pesante del suo verbale: «Mi vergogno di aver preso quei soldi». Anche gli incontri negli studi legali aprono scenari curiosi. Perché avvenivano prima ancora che esistesse formalmente una nomina difensiva. Si discuteva già dell’indagine, si consultavano documenti, si preparavano consulenze tecniche e circolavano pacchetti di denaro contante. Grassi lo ammette senza esitazioni: «Prima dell’invito a presentarsi per l’interrogatorio non era stata depositata alcuna nomina». Soldani conferma: «La nomina penso sia stata fatta in occasione della notifica dell’invito all’interrogatorio». Eppure i Sempio frequentavano già quegli studi. Soldani spiega che erano molto agitati e che bisognava «tranquillizzare» Andrea Sempio e la famiglia. Quasi una funzione psicologica prima ancora che difensiva. Quando gli inquirenti chiedono se fossero state fatte richieste formali per avere notizie dell’iscrizione, come «una richiesta ex articolo 335 (che permette all’indagato di sapere se è iscritto nel registro degli indagati)», la risposta è unanime: no. Lovati conferma: niente 335, «sono andato dritto per la mia strada con le mie investigazioni difensive preventive». Basate su pochi documenti. «Ho visto la consulenza (del dottor De Stefano sul Dna, elemento che puntava dritto su Sempio, ndr) e le indagini della Skp, altro non ho visto». Per Lovati era materiale sufficiente per definire le indagini «povere». Una specie di chiaroveggenza processuale. Poi arrivano i rapporti con gli inquirenti. Ed è qui che i verbali diventano scivolosi. Lovati mette subito le mani avanti: «Io non ho mai parlato con il dottor Venditti (Mario, ex procuratore aggiunto di Pavia, ndr)». Però subito dopo introduce un dettaglio interessante: «Forse ho sentito Tizzoni (Gian Luigi, difensore della famiglia Poggi, ndr), che è stato mio praticante. […] Tizzoni mi ha detto che il dottor Venditti aveva intenzione di sentire il perito De Stefano». E soprattutto aggiunge: «Non gli ho chiesto come l’avesse saputo, mi bastava quello per capire che si andava verso l’archiviazione». Soldani è più netto: «Non ho mai parlato con i pm di questo caso». Ma gli inquirenti gli contestano che avrebbe detto ai Sempio che i pm «stanno dalla parte nostra». E allora il legale recita il mea culpa: «Ho sbagliato a parlare».
Gli inquirenti insistono ancora: esistevano contatti informali con i carabinieri prima della conoscenza ufficiale dell’indagine? Soldani risponde: «Non ricordo di aver avuto notizie da Sempio di comunicazioni dirette con i carabinieri». Grassi ammette che tra loro circolava già una convinzione precisa: «Lovati era molto persuaso che non vi fosse nulla a carico di Sempio». Infine ci sono le carte del processo Stasi, recuperate con strane triangolazioni. Lovati tira di nuovo in ballo Tizzoni (in teoria sua «controparte», sottolineano gli inquirenti). Sostiene: «È stato lui a fornirmi gli atti del processo Stasi. Mi ha dato le sentenze e la perizia De Stefano». Qui i pm tentano di aprire un varco: «Risulta che Tizzoni abbia ottenuto anche gli atti della difesa Stasi dalla Corte d’assise d’Appello di Brescia». Risposta: «Sì, lo so, me lo ha detto. Ma quegli atti non me li ha dati Tizzoni, me li ha dati Sulas (Gian Gavino Sulas, cronista del settimanale Oggi nel frattempo deceduto, ndr)». Soldani scarica tutto sul suo vecchio dominus: «Gli atti li ha acquisiti l’avvocato Lovati e ce li ha portati in studio». Ma quando gli contestano che sui documenti trasmessi a Garofano comparivano «il timbro a secco della Procura generale» e «il provvedimento firmato dal procuratore generale Roberto Alfonso», risponde: «Non so cosa dire». I tre avvocati sono stati sentiti come persone informate sui fatti, ruolo che impone al testimone di dire la verità. È evidente che qualcuno non l’ha detta.