Sull’eguaglianza di tutte le cose (Adelphi, 2025) è l’ultimo.
In ordine di tempo? Mah, chi può dirlo?
«Cos’è il tempo? Non c’è una risposta finale», se non quelle convenzionali, ha spiegato a DiMartedì il 5 giugno 2015 a Giovanni Floris che capozziava (annuiva con la testa) facendo finta di seguirlo.
Rovelli - piedi nudi, in ipnotici sandali simil-francescani modello Birkenstock - era lì visto il successo del volumetto che gli ha procurato fama e onori: Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi 2014.
Un best-seller divenuto tale senza promozioni, appena 3.000 copie al lancio, prezzo modico: 10 euro.
«La gente lo prendeva per curiosità, poi lo leggeva e ne comprava altre cinque copie da regalare a cinque amici» ha ricostruito lo scrittore Rovelli, celebrando il nesso eziologico, il rapporto causa-effetto (lo compri, lo leggi, lo regali, il libro vende), cui però lo scienziato Rovelli non crede.
Leggere per credere il suo L’ordine del tempo, Adelphi 2017: «Se osservo lo stato microscopico delle cose, allora la differenza tra passato e futuro svanisce. Nella grammatica elementare delle cose, non c’è distinzione tra “causa” ed “effetto”».
Quando il primo libello decolla in classifica, ecco gli inviti in tv.
Il più lesto, ça va sans dire, è il paladino della cultura dei ceti riflessivi: Fabio Fazio.
Che lo ospita a Che tempo che fa il 1° febbraio 2015 (c’era anche Pier Luigi Bersani, in quella puntata: nei camerini, chiese di conoscere Rovelli perché a Natale gli avevano regalato il libro, che gli era tanto piaciuto).
Ma quali fenomeni studiano fisica e meccanica quantistica?
Avete visto Interstellar di Christopher Nolan?
Nel film, il protagonista Matthew McConaughey torna dalla figlia dopo un viaggio nelle galassie, nei pressi di un buco nero.
Per via della sfasatura spazio-temporale la donna che ritrova non è però una bambina cresciuta, ma un’anziana decrepita, ben più vecchia del suo stesso padre.
«Non è una fantasia hollywoodiana, è come funziona veramente il mondo, il consulente del film era Kip Thorne, premio Nobel per la fisica 2017», ha ricordato Rovelli in un articolo sul Financial Times del 20 aprile 2018, nella raccolta di suoi contributi, con un titolo che manco Lina Wertmuller: Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza (Solferino, 2023).
Il tempo è un concetto relativo, dunque, e la realtà stessa non esiste, è solo un gioco di specchi, «una trama fine, intricata e fragile come un pizzo veneziano».
Per illustrare la teoria dei «quanti» Rovelli ricorre al «gatto nella scatola», il celeberrimo apologo di Erwin Schrödinger, fisico austriaco premio Nobel nel 1933, che immagina il quadrupede «sveglio e contemporaneamente addormentato» (nella versione di Schrödinger in verità il gatto era vivo e morto, «ma non mi piace scherzare sulla morte di un animale», ha puntualizzato Rovelli).
In sintesi: siccome nulla succede «in assoluto», la realtà si realizza solo nell’interazione, quindi la bestiolina è in un modo per Tizio, in un altro per Caio.
Vi siete persi?
Tranquilli: «Se tutto questo vi confonde e non ne capite nulla, non siete i soli. Richard Feynman (fisico statunitense, premio Nobel nel 1965) sosteneva che nessuno capisce i quanti. Se invece sembra tutto chiaro, vuol dire che non sono stato chiaro io. Niels Bohr (fisico danese, Nobel 1922) affermava: non esprimetevi mai più chiaramente di come pensate», ha dissertato Rovelli in Helgoland, altro libello per Adelphi, 2020.
Da dove è partito Rovelli per approdare alla fisica quantitistica? Lo ha confessato lui stesso a Charlotte Higgins per The Guardian del 14 aprile 2018: da un un paio di «botte» di Lsd.
«Fu un’esperienza straordinariamente forte che mi toccò anche intellettualmente. C’era la sensazione che il tempo si fermasse. Nella mia mente accadevano cose, ma l’orologio non andava avanti, il flusso del tempo non scorreva più. Era una totale sovversione della struttura della realtà».
Un trip tipo quello di William Hurt, scienziato alla scoperta del segreto della materia, nel film di Ken Russell Stati di allucinazione.
Esposto quale geniale mente sia Rovelli, la domanda che sorge spontanea è un’altra: perché è diventato un oracolo della sinistra, almeno di quella televisiva, che lo impiega come maître-a-penser su questioni distanti anni luce dal suo campo di studio?
Si dirà: se «tatsachen gibt es nicht, nur interpretationen», se cioè non ci sono fatti, solo interpretazioni, come sosteneva Friedrich Nietzsche, perché Rovelli non dovrebbe dire la sua?
Tanto più se a interpellarlo e a invitarlo a tale scopo sono i talk show, ormai ridotti ad arene per incontri di wrestling verbale.
Suo ruolo in commedia: quello dell’«antagonista», movimentista e pacifista, invecchiato ma ancora combattivo, un estremista senile, insomma (absit iniuria verbis, io ho 65 anni).
Il primo libro da lui firmato, insieme con altri, non è infatti un tomo sulla fisica, ma su Bologna marzo 1977, fatti nostri che ricostruisce quanto successo nel capoluogo emiliano, con la morte di Francesco Lorusso - durante gli scontri tra studenti e forze dell’ordine - per un colpo di pistola esploso da un carabiniere di leva.
Lui stesso - secondo la citata Higgins - fu protagonista di «occasionali scontri con la polizia».
Obiettore di coscienza, rifiutò coerentemente di indossare la divisa e per questo fu arrestato e financo detenuto per un brevissimo periodo: «Volevamo un mondo senza confini, senza Stato, senza guerra, senza religione, senza famiglia, senza scuola, senza proprietà privata», ha elencato senza imbarazzo (per l’ingenuità del programma).
Il 22 aprile 2023, in collegamento con La7, è arrivato a spiegare, a chi osservava che gli ucraini stanno combattendo per la loro libertà come fatto da noi contro i nazifascisti: «Non sono sicuro che quella nostra fosse una lotta di liberazione, visto che eravamo alleati della Germania».
«Fino all’8 settembre» gli ha fatto educatamente notare da studio Massimo Franco, notista politico del Corriere della Sera.
«Comunque la mia città, Verona, fu bombardata dagli inglesi, non dai tedeschi», è andato avanti lui.
Una bella concessione al benaltrismo, «trappola, artificio retorico, cortina fumogena, la tendenza a eludere le possibili risposte a una questione» calciando la palla in tribuna, ma il fatto è che «non si può paragonare a casaccio tutto quel che si vuole e senza alcun criterio, non si possono confrontare le mele con le pere» (così Francesco Filippi in Guida semiseria per aspiranti storici social, Bollati Boringhieri, 2022).
Ergo: la Russia va condannata per quello che fa in Ucraina, certo, «però allora va condannata anche l’Arabia Saudita per i bombardamenti in Yemen. Noi dobbiamo chiedere ai nostri governanti di opporsi a ogni guerra. Come ha sostenuto il presidente finlandese: vuoi vincere o vuoi la pace?», non contemplando quindi Rovelli la possibilità di una Resistenza, magari dopo che una mattina ti sei svegliato, e hai trovato l’invasor.
Di più: perché mandare armi agli ucraini? «Allora avremmo dovuto inviarle anche a Saddam Hussein in Iraq, ai talebani in Afghanistan, a Gheddafi in Libia per opporsi all’aggressione degli Usa», evidentemente sfuggendogli che l’Ucraina è un Paese democratico, invaso per impedirle di entrare in Europa.
Tesi ribadite, una settimana dopo, sul palco del Concertone del primo Maggio, dove Rovelli ha comiziato sulla pace attaccando il governo di Giorgia Meloni che «rischia di distruggerci la vita» e il ministro della Difesa Guido Crosetto, peraltro senza nominarlo: «È stato presidente della federazione dei costruttori di armi, ma il ministero della Difesa deve servire per difenderci dalla guerra, non per fare i piazzisti di strumenti di morte».
Cosa c’entrasse la filippica con le tematiche legate al lavoro, sa Dio.
Controllata la reazione di Crosetto: «Mi ha fatto male, certo, come può succedere tutte le volte che le persone intervengono senza conoscere. Io non parlerei mai di fisica e lui non può parlare di cose di cui non sa nulla».
Facendo scivolare la polemica non in un buco nero, ma in un’atmosfera alla Nanni Moretti.
Che in suo film, Sogni d’oro, ci ha regalato una sequenza perfetta per lo stimato Rovelli: «Tutti si sentono in dovere di parlare di cinema. Parlo mai di astrofisica io?», e poi in un crescendo rossiniano: «Parlo mai di biologia?, di neuropsichiatria, botanica, elettronica? Di cardiologia?!?». Fino all’urlo finale: «Io non parlo di cose che non conosco!».
«Al di fuori del suo campo di specializzazione, l’opinione di Rovelli sulla guerra - peraltro in contrasto con la posizione espressa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella - vale la mia, o quella del mio portiere», ha chiosato nell’occasione il filosofo Umberto Galimberti.
Non si sa se Rovelli l’abbia presa con filosofia (in questo universo, o in quello parallelo).