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2019-03-31
La Cirinnà minaccia: «Attento Bussetti, rieducheremo i figli degli oscurantisti»
Ansa
«Donne di sinistra, riprendiamoci le città chiave del nostro Paese». L'urlo di Monica Cirinnà provoca un delirio di applausi all'incontro pubblico «Liber.e di scegliere» che a Verona ha aperto la «contromanifestazione della società reale», indignata dalle tematiche su vita, diritti di donne e bambini che sono al centro dei lavori del Congresso mondiale delle famiglie. Indossando una maglietta con la scritta «Il loro amore brucerà ancora più forte», in sostegno dei due gay aggrediti nella città scaligera un anno fa perché, spiega la senatrice, «hanno cercato di bruciare il matrimonio tra due uomini», la Cirinnà rivela infine la natura politica della mobilitazione. «Verona, fortemente contaminata da persone pericolose, da neofascisti e neonazisti, deve tornare una città combattente con un nuovo sindaco», scandisce forte e chiaro. Si alzano in piedi le donne che affollano il cinema K2, 500 posti a sedere (altrettante persone rimaste fuori per mancanza di spazio), affittato da Cgil, Cisl, Uil di Verona, dal comitato Se non ora quando, da Telefono rosa e da altre associazioni. Voleva essere una risposta al Congresso «che ha tanti mezzi a disposizione, ha l'appoggio del governo, ha il lavoro di lobby alle spalle, ha a sostenerlo la rete dell'integralismo cattolico, i media, la propaganda demagogica e, purtroppo, la disinformazione di molti cittadini». L'idea di cacciare un primo cittadino democraticamente eletto non indigna le femministe, anzi le esalta. Hanno risposto entusiaste alla convocazione contro la convention del World congress of families (Wcf), ma l'intera assemblea lancia strali anche contro il governo e rivendica il ruolo fondamentale del femminismo definito «la più grande rivoluzione del Novecento», da Laura Boldrini, ex presidente della Camera e deputata Leu. L'incontro, moderato dalla giornalista radiofonica Natascha Lusenti, che spesso dimentica di presentare i relatori, ma volentieri li interrompe per enfatizzare i toni (impossibile non fare paragoni con la pacatezza di Eva Crosetta, madrina del Congresso), si era aperto con l'intervento di Giorgio Gosetti, sociologo dell'università di Verona, esperto di «mercato del lavoro e di qualità della vita». Il professore spiega che «la terza missione dell'università è di essere dentro la società civile» e che è necessario «creare un altro modo di pensare, che dia valore al dubbio, alla diversità. L'omogeneo e il lineare non esistono», sentenzia, ringraziando tra gli ospiti in prima fila Riccardo Panattoni, direttore del dipartimento di scienze umane dell'ateneo veronese, primo firmatario della lettera di protesta di docenti e ricercatori contro il Congresso, che mancherebbe di scientificità. Il direttore del dipartimento di cui fa parte Politesse, laboratorio di studi gender che sforna seminari sul tema Lgbt appoggiati dall'università. Quando sul palco sale Laura Boldrini, il pubblico femminile comincia a scaldarsi, la deputata sa quali toni scegliere. Prima di lei, Gabriella Congiu di Se non ora quando (il comitato di Torino che ha tradotto il programma di Agenda Europa, «rete di mobilitazione che mira a portare un arretramento dei diritti umani» e che sarebbe la «vera anima del Wcf»), aveva messo in guardia: «Questo Congresso si propone di cancellare l'Europa dei diritti». La Boldrini incalza: «Noi crediamo alle libertà e ai diritti di tutti. Al ministro Salvini diciamo: “Not in my name", no alla donna solo madre e moglie e che non avrebbe diritto di interrompere la gravidanza». L'ex presidente della Camera strilla: «Giù le mani dalla 194, è una legge dello Stato», partono applausi e l'auditorio freme.
Tocca a Livia Turco, la moderatrice le rivolge una domanda tranello: «Si poteva fare di più per evitare un congresso come quello in corso alla Gran Guardia?». L'ex ministra piddina reagisce con veemenza, urla che non ha nulla da rimproverarsi, che non se la sente di fare autocritica perché «abbiamo cambiato questo Paese e vorremmo che ci fossero riconosciute di più le tante battaglie fatte». Esorta le donne a non «essere timide», a combattere perché si facciano leggi che le tutelino, con più asili nido e più servizi sociali. Ma perché mai non ci ha pensato quando era ministro della Solidarietà sociale nei governi Prodi e D'Alema? Imperterrita continua a inveire contro chi non fa leggi per tutelare l'universo femminile e con la voce ormai strozzata esala un: «Vergogna! Le nostre famiglie non esisterebbero se non ci fossero gli emigrati». Colpo di genio della Lusenti: «Se al governo preoccupa la denatalità, diamo la cittadinanza al milione di ragazzi extracomunitari che vivono in Italia», propone e sorride felice del coro di sì che parte da chi indossa magliette con scritte come «Partigiani sempre» o «Famiglie arcobaleno». Se la sindacalista Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, con le altre colleghe di Cisl e Uil interessa ma non coinvolge il pubblico, la scintilla in platea si riaccende con l'Illuminante intervento di Cristina Simoncelli, presidente del Coordinamento teologhe italiane. Ha detto di aspettarsi «parole di perdono della Chiesa nei confronti dell'omosessualità», perché le famiglie «sono tutte le realtà che si mettono insieme» e molte persone Lgbt ancora non si sentono accolte e pienamente riconosciute. Domandina di Natascha Lusenti: «Pensa che questo possa accadere sotto il pontificato di papa Francesco?». La teologa scuote la testa, mestamente.
E arriviamo alla Cirinnà. Dopo aver annunciato felice «che il nuovo segretario del Pd è femminista» e di tutt'altra pasta rispetto «all'uomo solo al comando (Matteo Salvini, ndr) che parla in quell'oscura enclave di oscurantisti», la madrina delle unioni civili ha assicurato che «il vero congresso sarà quello delle famiglie arcobaleno sabato prossimo a Rimini». Poi è andata al sodo, al nodo della questione. «La presenza più grave al contesto degli odiatori è quella del ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti», inveisce Monica Cirinnà. Aggiunge: «Attento Bussetti, se davvero vuoi proteggere le donne devi consentire l'educazione sessuale, l'educazione alla differenza di genere». Eccola, la preoccupazione più grande dell'amica degli Lgbt, il via libera all'educazione gender ai nostri figli. Perla finale: «La scuola pubblica ti deve aiutare se hai avuto la sfiga di nascere in una di quelle famiglie oscurantiste». Standing ovation, mentre si preparavano al flash mob sul ponte di Castelvecchio, accompagnate dalla canzone Viva la Libertà «che Jovanotti ha molto gentilmente concesso di utilizzare per l'occasione». Poi, tutte a manifestare con gli altri collettivi, indossando qualcosa di bianco e portando con sé guanti da lavoro colorati.
Di Maio insulta ancora: «Fanatici». Salvini: «È distratto, il futuro è qui»
Ventimila contro uno. Il corteo transfemminista ha tentato di togliere la scena ieri a Verona al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, costretto a superare a piedi una zona rossa per arrivare alla Gran Guardia, dove le forze dell'ordine erano schierate fin dalla mattina, a «osservare» il flash mob, sulle note di Bella ciao, di Radicali, +Europa e femministe, mentre Forza Nuova ha tentato un accesso forzato annunciando un referendum contro l'aborto.
Il leader del Carroccio, Matteo Salvini, tra fischi e acclamazioni, già prima di salire sul palco ha ribadito: «Non sono qui per togliere qualcosa a qualcuno, non si tocca niente a nessuno. La 194 non è in discussione». Poi il «saluto» all'alleato Luigi Di Maio che aveva bollato il Congresso come una «riunione della destra degli sfigathi»: «Dico a qualche distratto amico di governo che qua dentro si prepara il futuro. Se parlare di mamma, papà e bambini è da sfigati allora sono uno sfigato». Poi: «Sono qua a sostenere con il sorriso una giornata di festa, il diritto a essere madre, a essere papà e a essere nonni. La necessità dell'Italia di mettere al mondo dei figli. Siamo qua non per togliere i diritti: non si tocca niente a nessuno. Non sono in discussione l'aborto, il divorzio: ognuno fa l'amore con chi vuole, va a cena con chi vuole. Combatterò però fino a che campo una pratica disumana, barbara e tribale come la pratica dell'utero in affitto, della donna bancomat, forno a microonde. Condivido le parole del Papa», ha aggiunto, «io bado alla sostanza, non alla forma. Non mi permetterò inoltre di fare le polemiche razziste che si fanno attorno alla famiglia. Ma le donne che manifestano fuori e vedono un pericolo in questo congresso dico che per le donne il pericolo è l'islam».
Infine due attacchi. Il primo ai giornalisti: «C'è stato un mix di ipocrisia, benpensantismo e malafede». Il secondo al sottosegretario M5s, Vincenzo Spadafora: «Si occupi di rendere più veloci le adozioni, ci sono più di 30.000 famiglie che attendono». Un passaggio che però ha spinto Palazzo Chigi a diffondere una nota: «La delega in materia di adozioni è in capo al ministro della Lega, Lorenzo Fontana. Spetta quindi a lui adoperarsi per renderle più veloci».
Appassionato l'intervento della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che ha avuto anche un incontro bilaterale col ministro della famiglia dell'Ungheria, Katalin Novak. «Grazie per aver resistito alla censura. Impresentabili sono chi vuole l'aborto e l'utero in affitto. Si vergognino. Noi dobbiamo resistere. Così si difendono le donne e le famiglie. Poi ha sottolineato: "Sono qui perché voglio aggiungere diritti, senza toglierne nessuno di quelli già esistenti. Chiedo diritti che oggi le donne non hanno. Una donna deve poter essere madre senza rinunciare a lavorare. Voglio meno tasse per chi fa una figlio. Voglio il diritto per una donna che si trova ad abortire perché non ha alternative, ad avere quella alternativa. Perché oggi garantiamo il diritto all'aborto, ma non quello a mettere al mondo un bambino».
Anche ieri il tema dell'aborto è stato al centro delle polemiche dopo che i leader locali di Forza Nuova, Luca Castellini e Pietro Amedeo, malgrado gli accrediti, sono stati bloccati all'ingresso del Palazzo. Ne hanno approfittato per distribuire un volantino per pubblicizzare la loro ultima proposta: un'iniziativa referendaria per abolire la legge 194, accompagnata da una serie di misure a sostegno della famiglia. I forzanovisti hanno annunciato l'istituzione di un comitato anti 194 con queste parole: «L'aborto è un'uccisione, quindi l'idea è togliere la libertà di scegliere se abortire o no, a meno di gravi condizioni o rischi per la salute». Un'iniziativa da cui hanno preso le distanze gli organizzatori. Filippo Savarese, direttore di CitizenGo, tra i promotori del Congresso, ha commentato telegrafico: «Non ne sapevamo nulla». Il leader del Family day, Massimo Gandolfini, è tornato a parlare del feto di gomma regalato come gadget: «Fa parte di un certo tipo di sensibilità che io non ho. Detto questo, quel gadget fotografa semplicemente la realtà». Anche se Maria, la primogenita dei suoi nove figli, ieri si è dissociata dalle posizioni del padre dicendo che mentre c'è «una riunione medievale, maschilista e retrograda, sono qui a testimoniare che l'amore non ha colore, non ha razza e non ha sesso».
Oggi, giornata di chiusura, è prevista la presenza del presidente Brian Brown, anima del Congresso. E se fino a ieri i contestatori dell'evento lamentavano la scarsa presenza di bambini (quando mai a un convegno vanno i bambini?), oggi saranno tanti e sfileranno con i loro genitori nelle strade di Verona nella Marcia per la famiglia.
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Toni anni '70 da Susanna Camusso & C. Rispunta Livia Turco: «Senza migranti niente famiglie». Laura Boldrini: «Giù le mani dalla 194».Per Luigi Di Maio il convegno semina «odio e discriminazione». Matteo Salvini replica: «Sarei io lo sfigato?». Poi richiama Vincenzo Spadafora: «Pensi a velocizzare le adozioni». Giorgia Meloni: «Resisteremo».Lo speciale contiene due articoli.«Donne di sinistra, riprendiamoci le città chiave del nostro Paese». L'urlo di Monica Cirinnà provoca un delirio di applausi all'incontro pubblico «Liber.e di scegliere» che a Verona ha aperto la «contromanifestazione della società reale», indignata dalle tematiche su vita, diritti di donne e bambini che sono al centro dei lavori del Congresso mondiale delle famiglie. Indossando una maglietta con la scritta «Il loro amore brucerà ancora più forte», in sostegno dei due gay aggrediti nella città scaligera un anno fa perché, spiega la senatrice, «hanno cercato di bruciare il matrimonio tra due uomini», la Cirinnà rivela infine la natura politica della mobilitazione. «Verona, fortemente contaminata da persone pericolose, da neofascisti e neonazisti, deve tornare una città combattente con un nuovo sindaco», scandisce forte e chiaro. Si alzano in piedi le donne che affollano il cinema K2, 500 posti a sedere (altrettante persone rimaste fuori per mancanza di spazio), affittato da Cgil, Cisl, Uil di Verona, dal comitato Se non ora quando, da Telefono rosa e da altre associazioni. Voleva essere una risposta al Congresso «che ha tanti mezzi a disposizione, ha l'appoggio del governo, ha il lavoro di lobby alle spalle, ha a sostenerlo la rete dell'integralismo cattolico, i media, la propaganda demagogica e, purtroppo, la disinformazione di molti cittadini». L'idea di cacciare un primo cittadino democraticamente eletto non indigna le femministe, anzi le esalta. Hanno risposto entusiaste alla convocazione contro la convention del World congress of families (Wcf), ma l'intera assemblea lancia strali anche contro il governo e rivendica il ruolo fondamentale del femminismo definito «la più grande rivoluzione del Novecento», da Laura Boldrini, ex presidente della Camera e deputata Leu. L'incontro, moderato dalla giornalista radiofonica Natascha Lusenti, che spesso dimentica di presentare i relatori, ma volentieri li interrompe per enfatizzare i toni (impossibile non fare paragoni con la pacatezza di Eva Crosetta, madrina del Congresso), si era aperto con l'intervento di Giorgio Gosetti, sociologo dell'università di Verona, esperto di «mercato del lavoro e di qualità della vita». Il professore spiega che «la terza missione dell'università è di essere dentro la società civile» e che è necessario «creare un altro modo di pensare, che dia valore al dubbio, alla diversità. L'omogeneo e il lineare non esistono», sentenzia, ringraziando tra gli ospiti in prima fila Riccardo Panattoni, direttore del dipartimento di scienze umane dell'ateneo veronese, primo firmatario della lettera di protesta di docenti e ricercatori contro il Congresso, che mancherebbe di scientificità. Il direttore del dipartimento di cui fa parte Politesse, laboratorio di studi gender che sforna seminari sul tema Lgbt appoggiati dall'università. Quando sul palco sale Laura Boldrini, il pubblico femminile comincia a scaldarsi, la deputata sa quali toni scegliere. Prima di lei, Gabriella Congiu di Se non ora quando (il comitato di Torino che ha tradotto il programma di Agenda Europa, «rete di mobilitazione che mira a portare un arretramento dei diritti umani» e che sarebbe la «vera anima del Wcf»), aveva messo in guardia: «Questo Congresso si propone di cancellare l'Europa dei diritti». La Boldrini incalza: «Noi crediamo alle libertà e ai diritti di tutti. Al ministro Salvini diciamo: “Not in my name", no alla donna solo madre e moglie e che non avrebbe diritto di interrompere la gravidanza». L'ex presidente della Camera strilla: «Giù le mani dalla 194, è una legge dello Stato», partono applausi e l'auditorio freme. Tocca a Livia Turco, la moderatrice le rivolge una domanda tranello: «Si poteva fare di più per evitare un congresso come quello in corso alla Gran Guardia?». L'ex ministra piddina reagisce con veemenza, urla che non ha nulla da rimproverarsi, che non se la sente di fare autocritica perché «abbiamo cambiato questo Paese e vorremmo che ci fossero riconosciute di più le tante battaglie fatte». Esorta le donne a non «essere timide», a combattere perché si facciano leggi che le tutelino, con più asili nido e più servizi sociali. Ma perché mai non ci ha pensato quando era ministro della Solidarietà sociale nei governi Prodi e D'Alema? Imperterrita continua a inveire contro chi non fa leggi per tutelare l'universo femminile e con la voce ormai strozzata esala un: «Vergogna! Le nostre famiglie non esisterebbero se non ci fossero gli emigrati». Colpo di genio della Lusenti: «Se al governo preoccupa la denatalità, diamo la cittadinanza al milione di ragazzi extracomunitari che vivono in Italia», propone e sorride felice del coro di sì che parte da chi indossa magliette con scritte come «Partigiani sempre» o «Famiglie arcobaleno». Se la sindacalista Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, con le altre colleghe di Cisl e Uil interessa ma non coinvolge il pubblico, la scintilla in platea si riaccende con l'Illuminante intervento di Cristina Simoncelli, presidente del Coordinamento teologhe italiane. Ha detto di aspettarsi «parole di perdono della Chiesa nei confronti dell'omosessualità», perché le famiglie «sono tutte le realtà che si mettono insieme» e molte persone Lgbt ancora non si sentono accolte e pienamente riconosciute. Domandina di Natascha Lusenti: «Pensa che questo possa accadere sotto il pontificato di papa Francesco?». La teologa scuote la testa, mestamente. E arriviamo alla Cirinnà. Dopo aver annunciato felice «che il nuovo segretario del Pd è femminista» e di tutt'altra pasta rispetto «all'uomo solo al comando (Matteo Salvini, ndr) che parla in quell'oscura enclave di oscurantisti», la madrina delle unioni civili ha assicurato che «il vero congresso sarà quello delle famiglie arcobaleno sabato prossimo a Rimini». Poi è andata al sodo, al nodo della questione. «La presenza più grave al contesto degli odiatori è quella del ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti», inveisce Monica Cirinnà. Aggiunge: «Attento Bussetti, se davvero vuoi proteggere le donne devi consentire l'educazione sessuale, l'educazione alla differenza di genere». Eccola, la preoccupazione più grande dell'amica degli Lgbt, il via libera all'educazione gender ai nostri figli. Perla finale: «La scuola pubblica ti deve aiutare se hai avuto la sfiga di nascere in una di quelle famiglie oscurantiste». Standing ovation, mentre si preparavano al flash mob sul ponte di Castelvecchio, accompagnate dalla canzone Viva la Libertà «che Jovanotti ha molto gentilmente concesso di utilizzare per l'occasione». Poi, tutte a manifestare con gli altri collettivi, indossando qualcosa di bianco e portando con sé guanti da lavoro colorati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-cirinna-minaccia-attento-bussetti-rieducheremo-i-figli-degli-oscurantisti-2633263968.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-insulta-ancora-fanatici-salvini-e-distratto-il-futuro-e-qui" data-post-id="2633263968" data-published-at="1777453241" data-use-pagination="False"> Di Maio insulta ancora: «Fanatici». Salvini: «È distratto, il futuro è qui» Ventimila contro uno. Il corteo transfemminista ha tentato di togliere la scena ieri a Verona al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, costretto a superare a piedi una zona rossa per arrivare alla Gran Guardia, dove le forze dell'ordine erano schierate fin dalla mattina, a «osservare» il flash mob, sulle note di Bella ciao, di Radicali, +Europa e femministe, mentre Forza Nuova ha tentato un accesso forzato annunciando un referendum contro l'aborto. Il leader del Carroccio, Matteo Salvini, tra fischi e acclamazioni, già prima di salire sul palco ha ribadito: «Non sono qui per togliere qualcosa a qualcuno, non si tocca niente a nessuno. La 194 non è in discussione». Poi il «saluto» all'alleato Luigi Di Maio che aveva bollato il Congresso come una «riunione della destra degli sfigathi»: «Dico a qualche distratto amico di governo che qua dentro si prepara il futuro. Se parlare di mamma, papà e bambini è da sfigati allora sono uno sfigato». Poi: «Sono qua a sostenere con il sorriso una giornata di festa, il diritto a essere madre, a essere papà e a essere nonni. La necessità dell'Italia di mettere al mondo dei figli. Siamo qua non per togliere i diritti: non si tocca niente a nessuno. Non sono in discussione l'aborto, il divorzio: ognuno fa l'amore con chi vuole, va a cena con chi vuole. Combatterò però fino a che campo una pratica disumana, barbara e tribale come la pratica dell'utero in affitto, della donna bancomat, forno a microonde. Condivido le parole del Papa», ha aggiunto, «io bado alla sostanza, non alla forma. Non mi permetterò inoltre di fare le polemiche razziste che si fanno attorno alla famiglia. Ma le donne che manifestano fuori e vedono un pericolo in questo congresso dico che per le donne il pericolo è l'islam». Infine due attacchi. Il primo ai giornalisti: «C'è stato un mix di ipocrisia, benpensantismo e malafede». Il secondo al sottosegretario M5s, Vincenzo Spadafora: «Si occupi di rendere più veloci le adozioni, ci sono più di 30.000 famiglie che attendono». Un passaggio che però ha spinto Palazzo Chigi a diffondere una nota: «La delega in materia di adozioni è in capo al ministro della Lega, Lorenzo Fontana. Spetta quindi a lui adoperarsi per renderle più veloci». Appassionato l'intervento della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che ha avuto anche un incontro bilaterale col ministro della famiglia dell'Ungheria, Katalin Novak. «Grazie per aver resistito alla censura. Impresentabili sono chi vuole l'aborto e l'utero in affitto. Si vergognino. Noi dobbiamo resistere. Così si difendono le donne e le famiglie. Poi ha sottolineato: "Sono qui perché voglio aggiungere diritti, senza toglierne nessuno di quelli già esistenti. Chiedo diritti che oggi le donne non hanno. Una donna deve poter essere madre senza rinunciare a lavorare. Voglio meno tasse per chi fa una figlio. Voglio il diritto per una donna che si trova ad abortire perché non ha alternative, ad avere quella alternativa. Perché oggi garantiamo il diritto all'aborto, ma non quello a mettere al mondo un bambino». Anche ieri il tema dell'aborto è stato al centro delle polemiche dopo che i leader locali di Forza Nuova, Luca Castellini e Pietro Amedeo, malgrado gli accrediti, sono stati bloccati all'ingresso del Palazzo. Ne hanno approfittato per distribuire un volantino per pubblicizzare la loro ultima proposta: un'iniziativa referendaria per abolire la legge 194, accompagnata da una serie di misure a sostegno della famiglia. I forzanovisti hanno annunciato l'istituzione di un comitato anti 194 con queste parole: «L'aborto è un'uccisione, quindi l'idea è togliere la libertà di scegliere se abortire o no, a meno di gravi condizioni o rischi per la salute». Un'iniziativa da cui hanno preso le distanze gli organizzatori. Filippo Savarese, direttore di CitizenGo, tra i promotori del Congresso, ha commentato telegrafico: «Non ne sapevamo nulla». Il leader del Family day, Massimo Gandolfini, è tornato a parlare del feto di gomma regalato come gadget: «Fa parte di un certo tipo di sensibilità che io non ho. Detto questo, quel gadget fotografa semplicemente la realtà». Anche se Maria, la primogenita dei suoi nove figli, ieri si è dissociata dalle posizioni del padre dicendo che mentre c'è «una riunione medievale, maschilista e retrograda, sono qui a testimoniare che l'amore non ha colore, non ha razza e non ha sesso». Oggi, giornata di chiusura, è prevista la presenza del presidente Brian Brown, anima del Congresso. E se fino a ieri i contestatori dell'evento lamentavano la scarsa presenza di bambini (quando mai a un convegno vanno i bambini?), oggi saranno tanti e sfileranno con i loro genitori nelle strade di Verona nella Marcia per la famiglia.
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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