True
2019-03-31
La Cirinnà minaccia: «Attento Bussetti, rieducheremo i figli degli oscurantisti»
Ansa
«Donne di sinistra, riprendiamoci le città chiave del nostro Paese». L'urlo di Monica Cirinnà provoca un delirio di applausi all'incontro pubblico «Liber.e di scegliere» che a Verona ha aperto la «contromanifestazione della società reale», indignata dalle tematiche su vita, diritti di donne e bambini che sono al centro dei lavori del Congresso mondiale delle famiglie. Indossando una maglietta con la scritta «Il loro amore brucerà ancora più forte», in sostegno dei due gay aggrediti nella città scaligera un anno fa perché, spiega la senatrice, «hanno cercato di bruciare il matrimonio tra due uomini», la Cirinnà rivela infine la natura politica della mobilitazione. «Verona, fortemente contaminata da persone pericolose, da neofascisti e neonazisti, deve tornare una città combattente con un nuovo sindaco», scandisce forte e chiaro. Si alzano in piedi le donne che affollano il cinema K2, 500 posti a sedere (altrettante persone rimaste fuori per mancanza di spazio), affittato da Cgil, Cisl, Uil di Verona, dal comitato Se non ora quando, da Telefono rosa e da altre associazioni. Voleva essere una risposta al Congresso «che ha tanti mezzi a disposizione, ha l'appoggio del governo, ha il lavoro di lobby alle spalle, ha a sostenerlo la rete dell'integralismo cattolico, i media, la propaganda demagogica e, purtroppo, la disinformazione di molti cittadini». L'idea di cacciare un primo cittadino democraticamente eletto non indigna le femministe, anzi le esalta. Hanno risposto entusiaste alla convocazione contro la convention del World congress of families (Wcf), ma l'intera assemblea lancia strali anche contro il governo e rivendica il ruolo fondamentale del femminismo definito «la più grande rivoluzione del Novecento», da Laura Boldrini, ex presidente della Camera e deputata Leu. L'incontro, moderato dalla giornalista radiofonica Natascha Lusenti, che spesso dimentica di presentare i relatori, ma volentieri li interrompe per enfatizzare i toni (impossibile non fare paragoni con la pacatezza di Eva Crosetta, madrina del Congresso), si era aperto con l'intervento di Giorgio Gosetti, sociologo dell'università di Verona, esperto di «mercato del lavoro e di qualità della vita». Il professore spiega che «la terza missione dell'università è di essere dentro la società civile» e che è necessario «creare un altro modo di pensare, che dia valore al dubbio, alla diversità. L'omogeneo e il lineare non esistono», sentenzia, ringraziando tra gli ospiti in prima fila Riccardo Panattoni, direttore del dipartimento di scienze umane dell'ateneo veronese, primo firmatario della lettera di protesta di docenti e ricercatori contro il Congresso, che mancherebbe di scientificità. Il direttore del dipartimento di cui fa parte Politesse, laboratorio di studi gender che sforna seminari sul tema Lgbt appoggiati dall'università. Quando sul palco sale Laura Boldrini, il pubblico femminile comincia a scaldarsi, la deputata sa quali toni scegliere. Prima di lei, Gabriella Congiu di Se non ora quando (il comitato di Torino che ha tradotto il programma di Agenda Europa, «rete di mobilitazione che mira a portare un arretramento dei diritti umani» e che sarebbe la «vera anima del Wcf»), aveva messo in guardia: «Questo Congresso si propone di cancellare l'Europa dei diritti». La Boldrini incalza: «Noi crediamo alle libertà e ai diritti di tutti. Al ministro Salvini diciamo: “Not in my name", no alla donna solo madre e moglie e che non avrebbe diritto di interrompere la gravidanza». L'ex presidente della Camera strilla: «Giù le mani dalla 194, è una legge dello Stato», partono applausi e l'auditorio freme.
Tocca a Livia Turco, la moderatrice le rivolge una domanda tranello: «Si poteva fare di più per evitare un congresso come quello in corso alla Gran Guardia?». L'ex ministra piddina reagisce con veemenza, urla che non ha nulla da rimproverarsi, che non se la sente di fare autocritica perché «abbiamo cambiato questo Paese e vorremmo che ci fossero riconosciute di più le tante battaglie fatte». Esorta le donne a non «essere timide», a combattere perché si facciano leggi che le tutelino, con più asili nido e più servizi sociali. Ma perché mai non ci ha pensato quando era ministro della Solidarietà sociale nei governi Prodi e D'Alema? Imperterrita continua a inveire contro chi non fa leggi per tutelare l'universo femminile e con la voce ormai strozzata esala un: «Vergogna! Le nostre famiglie non esisterebbero se non ci fossero gli emigrati». Colpo di genio della Lusenti: «Se al governo preoccupa la denatalità, diamo la cittadinanza al milione di ragazzi extracomunitari che vivono in Italia», propone e sorride felice del coro di sì che parte da chi indossa magliette con scritte come «Partigiani sempre» o «Famiglie arcobaleno». Se la sindacalista Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, con le altre colleghe di Cisl e Uil interessa ma non coinvolge il pubblico, la scintilla in platea si riaccende con l'Illuminante intervento di Cristina Simoncelli, presidente del Coordinamento teologhe italiane. Ha detto di aspettarsi «parole di perdono della Chiesa nei confronti dell'omosessualità», perché le famiglie «sono tutte le realtà che si mettono insieme» e molte persone Lgbt ancora non si sentono accolte e pienamente riconosciute. Domandina di Natascha Lusenti: «Pensa che questo possa accadere sotto il pontificato di papa Francesco?». La teologa scuote la testa, mestamente.
E arriviamo alla Cirinnà. Dopo aver annunciato felice «che il nuovo segretario del Pd è femminista» e di tutt'altra pasta rispetto «all'uomo solo al comando (Matteo Salvini, ndr) che parla in quell'oscura enclave di oscurantisti», la madrina delle unioni civili ha assicurato che «il vero congresso sarà quello delle famiglie arcobaleno sabato prossimo a Rimini». Poi è andata al sodo, al nodo della questione. «La presenza più grave al contesto degli odiatori è quella del ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti», inveisce Monica Cirinnà. Aggiunge: «Attento Bussetti, se davvero vuoi proteggere le donne devi consentire l'educazione sessuale, l'educazione alla differenza di genere». Eccola, la preoccupazione più grande dell'amica degli Lgbt, il via libera all'educazione gender ai nostri figli. Perla finale: «La scuola pubblica ti deve aiutare se hai avuto la sfiga di nascere in una di quelle famiglie oscurantiste». Standing ovation, mentre si preparavano al flash mob sul ponte di Castelvecchio, accompagnate dalla canzone Viva la Libertà «che Jovanotti ha molto gentilmente concesso di utilizzare per l'occasione». Poi, tutte a manifestare con gli altri collettivi, indossando qualcosa di bianco e portando con sé guanti da lavoro colorati.
Di Maio insulta ancora: «Fanatici». Salvini: «È distratto, il futuro è qui»
Ventimila contro uno. Il corteo transfemminista ha tentato di togliere la scena ieri a Verona al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, costretto a superare a piedi una zona rossa per arrivare alla Gran Guardia, dove le forze dell'ordine erano schierate fin dalla mattina, a «osservare» il flash mob, sulle note di Bella ciao, di Radicali, +Europa e femministe, mentre Forza Nuova ha tentato un accesso forzato annunciando un referendum contro l'aborto.
Il leader del Carroccio, Matteo Salvini, tra fischi e acclamazioni, già prima di salire sul palco ha ribadito: «Non sono qui per togliere qualcosa a qualcuno, non si tocca niente a nessuno. La 194 non è in discussione». Poi il «saluto» all'alleato Luigi Di Maio che aveva bollato il Congresso come una «riunione della destra degli sfigathi»: «Dico a qualche distratto amico di governo che qua dentro si prepara il futuro. Se parlare di mamma, papà e bambini è da sfigati allora sono uno sfigato». Poi: «Sono qua a sostenere con il sorriso una giornata di festa, il diritto a essere madre, a essere papà e a essere nonni. La necessità dell'Italia di mettere al mondo dei figli. Siamo qua non per togliere i diritti: non si tocca niente a nessuno. Non sono in discussione l'aborto, il divorzio: ognuno fa l'amore con chi vuole, va a cena con chi vuole. Combatterò però fino a che campo una pratica disumana, barbara e tribale come la pratica dell'utero in affitto, della donna bancomat, forno a microonde. Condivido le parole del Papa», ha aggiunto, «io bado alla sostanza, non alla forma. Non mi permetterò inoltre di fare le polemiche razziste che si fanno attorno alla famiglia. Ma le donne che manifestano fuori e vedono un pericolo in questo congresso dico che per le donne il pericolo è l'islam».
Infine due attacchi. Il primo ai giornalisti: «C'è stato un mix di ipocrisia, benpensantismo e malafede». Il secondo al sottosegretario M5s, Vincenzo Spadafora: «Si occupi di rendere più veloci le adozioni, ci sono più di 30.000 famiglie che attendono». Un passaggio che però ha spinto Palazzo Chigi a diffondere una nota: «La delega in materia di adozioni è in capo al ministro della Lega, Lorenzo Fontana. Spetta quindi a lui adoperarsi per renderle più veloci».
Appassionato l'intervento della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che ha avuto anche un incontro bilaterale col ministro della famiglia dell'Ungheria, Katalin Novak. «Grazie per aver resistito alla censura. Impresentabili sono chi vuole l'aborto e l'utero in affitto. Si vergognino. Noi dobbiamo resistere. Così si difendono le donne e le famiglie. Poi ha sottolineato: "Sono qui perché voglio aggiungere diritti, senza toglierne nessuno di quelli già esistenti. Chiedo diritti che oggi le donne non hanno. Una donna deve poter essere madre senza rinunciare a lavorare. Voglio meno tasse per chi fa una figlio. Voglio il diritto per una donna che si trova ad abortire perché non ha alternative, ad avere quella alternativa. Perché oggi garantiamo il diritto all'aborto, ma non quello a mettere al mondo un bambino».
Anche ieri il tema dell'aborto è stato al centro delle polemiche dopo che i leader locali di Forza Nuova, Luca Castellini e Pietro Amedeo, malgrado gli accrediti, sono stati bloccati all'ingresso del Palazzo. Ne hanno approfittato per distribuire un volantino per pubblicizzare la loro ultima proposta: un'iniziativa referendaria per abolire la legge 194, accompagnata da una serie di misure a sostegno della famiglia. I forzanovisti hanno annunciato l'istituzione di un comitato anti 194 con queste parole: «L'aborto è un'uccisione, quindi l'idea è togliere la libertà di scegliere se abortire o no, a meno di gravi condizioni o rischi per la salute». Un'iniziativa da cui hanno preso le distanze gli organizzatori. Filippo Savarese, direttore di CitizenGo, tra i promotori del Congresso, ha commentato telegrafico: «Non ne sapevamo nulla». Il leader del Family day, Massimo Gandolfini, è tornato a parlare del feto di gomma regalato come gadget: «Fa parte di un certo tipo di sensibilità che io non ho. Detto questo, quel gadget fotografa semplicemente la realtà». Anche se Maria, la primogenita dei suoi nove figli, ieri si è dissociata dalle posizioni del padre dicendo che mentre c'è «una riunione medievale, maschilista e retrograda, sono qui a testimoniare che l'amore non ha colore, non ha razza e non ha sesso».
Oggi, giornata di chiusura, è prevista la presenza del presidente Brian Brown, anima del Congresso. E se fino a ieri i contestatori dell'evento lamentavano la scarsa presenza di bambini (quando mai a un convegno vanno i bambini?), oggi saranno tanti e sfileranno con i loro genitori nelle strade di Verona nella Marcia per la famiglia.
Continua a leggereRiduci
Toni anni '70 da Susanna Camusso & C. Rispunta Livia Turco: «Senza migranti niente famiglie». Laura Boldrini: «Giù le mani dalla 194».Per Luigi Di Maio il convegno semina «odio e discriminazione». Matteo Salvini replica: «Sarei io lo sfigato?». Poi richiama Vincenzo Spadafora: «Pensi a velocizzare le adozioni». Giorgia Meloni: «Resisteremo».Lo speciale contiene due articoli.«Donne di sinistra, riprendiamoci le città chiave del nostro Paese». L'urlo di Monica Cirinnà provoca un delirio di applausi all'incontro pubblico «Liber.e di scegliere» che a Verona ha aperto la «contromanifestazione della società reale», indignata dalle tematiche su vita, diritti di donne e bambini che sono al centro dei lavori del Congresso mondiale delle famiglie. Indossando una maglietta con la scritta «Il loro amore brucerà ancora più forte», in sostegno dei due gay aggrediti nella città scaligera un anno fa perché, spiega la senatrice, «hanno cercato di bruciare il matrimonio tra due uomini», la Cirinnà rivela infine la natura politica della mobilitazione. «Verona, fortemente contaminata da persone pericolose, da neofascisti e neonazisti, deve tornare una città combattente con un nuovo sindaco», scandisce forte e chiaro. Si alzano in piedi le donne che affollano il cinema K2, 500 posti a sedere (altrettante persone rimaste fuori per mancanza di spazio), affittato da Cgil, Cisl, Uil di Verona, dal comitato Se non ora quando, da Telefono rosa e da altre associazioni. Voleva essere una risposta al Congresso «che ha tanti mezzi a disposizione, ha l'appoggio del governo, ha il lavoro di lobby alle spalle, ha a sostenerlo la rete dell'integralismo cattolico, i media, la propaganda demagogica e, purtroppo, la disinformazione di molti cittadini». L'idea di cacciare un primo cittadino democraticamente eletto non indigna le femministe, anzi le esalta. Hanno risposto entusiaste alla convocazione contro la convention del World congress of families (Wcf), ma l'intera assemblea lancia strali anche contro il governo e rivendica il ruolo fondamentale del femminismo definito «la più grande rivoluzione del Novecento», da Laura Boldrini, ex presidente della Camera e deputata Leu. L'incontro, moderato dalla giornalista radiofonica Natascha Lusenti, che spesso dimentica di presentare i relatori, ma volentieri li interrompe per enfatizzare i toni (impossibile non fare paragoni con la pacatezza di Eva Crosetta, madrina del Congresso), si era aperto con l'intervento di Giorgio Gosetti, sociologo dell'università di Verona, esperto di «mercato del lavoro e di qualità della vita». Il professore spiega che «la terza missione dell'università è di essere dentro la società civile» e che è necessario «creare un altro modo di pensare, che dia valore al dubbio, alla diversità. L'omogeneo e il lineare non esistono», sentenzia, ringraziando tra gli ospiti in prima fila Riccardo Panattoni, direttore del dipartimento di scienze umane dell'ateneo veronese, primo firmatario della lettera di protesta di docenti e ricercatori contro il Congresso, che mancherebbe di scientificità. Il direttore del dipartimento di cui fa parte Politesse, laboratorio di studi gender che sforna seminari sul tema Lgbt appoggiati dall'università. Quando sul palco sale Laura Boldrini, il pubblico femminile comincia a scaldarsi, la deputata sa quali toni scegliere. Prima di lei, Gabriella Congiu di Se non ora quando (il comitato di Torino che ha tradotto il programma di Agenda Europa, «rete di mobilitazione che mira a portare un arretramento dei diritti umani» e che sarebbe la «vera anima del Wcf»), aveva messo in guardia: «Questo Congresso si propone di cancellare l'Europa dei diritti». La Boldrini incalza: «Noi crediamo alle libertà e ai diritti di tutti. Al ministro Salvini diciamo: “Not in my name", no alla donna solo madre e moglie e che non avrebbe diritto di interrompere la gravidanza». L'ex presidente della Camera strilla: «Giù le mani dalla 194, è una legge dello Stato», partono applausi e l'auditorio freme. Tocca a Livia Turco, la moderatrice le rivolge una domanda tranello: «Si poteva fare di più per evitare un congresso come quello in corso alla Gran Guardia?». L'ex ministra piddina reagisce con veemenza, urla che non ha nulla da rimproverarsi, che non se la sente di fare autocritica perché «abbiamo cambiato questo Paese e vorremmo che ci fossero riconosciute di più le tante battaglie fatte». Esorta le donne a non «essere timide», a combattere perché si facciano leggi che le tutelino, con più asili nido e più servizi sociali. Ma perché mai non ci ha pensato quando era ministro della Solidarietà sociale nei governi Prodi e D'Alema? Imperterrita continua a inveire contro chi non fa leggi per tutelare l'universo femminile e con la voce ormai strozzata esala un: «Vergogna! Le nostre famiglie non esisterebbero se non ci fossero gli emigrati». Colpo di genio della Lusenti: «Se al governo preoccupa la denatalità, diamo la cittadinanza al milione di ragazzi extracomunitari che vivono in Italia», propone e sorride felice del coro di sì che parte da chi indossa magliette con scritte come «Partigiani sempre» o «Famiglie arcobaleno». Se la sindacalista Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, con le altre colleghe di Cisl e Uil interessa ma non coinvolge il pubblico, la scintilla in platea si riaccende con l'Illuminante intervento di Cristina Simoncelli, presidente del Coordinamento teologhe italiane. Ha detto di aspettarsi «parole di perdono della Chiesa nei confronti dell'omosessualità», perché le famiglie «sono tutte le realtà che si mettono insieme» e molte persone Lgbt ancora non si sentono accolte e pienamente riconosciute. Domandina di Natascha Lusenti: «Pensa che questo possa accadere sotto il pontificato di papa Francesco?». La teologa scuote la testa, mestamente. E arriviamo alla Cirinnà. Dopo aver annunciato felice «che il nuovo segretario del Pd è femminista» e di tutt'altra pasta rispetto «all'uomo solo al comando (Matteo Salvini, ndr) che parla in quell'oscura enclave di oscurantisti», la madrina delle unioni civili ha assicurato che «il vero congresso sarà quello delle famiglie arcobaleno sabato prossimo a Rimini». Poi è andata al sodo, al nodo della questione. «La presenza più grave al contesto degli odiatori è quella del ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti», inveisce Monica Cirinnà. Aggiunge: «Attento Bussetti, se davvero vuoi proteggere le donne devi consentire l'educazione sessuale, l'educazione alla differenza di genere». Eccola, la preoccupazione più grande dell'amica degli Lgbt, il via libera all'educazione gender ai nostri figli. Perla finale: «La scuola pubblica ti deve aiutare se hai avuto la sfiga di nascere in una di quelle famiglie oscurantiste». Standing ovation, mentre si preparavano al flash mob sul ponte di Castelvecchio, accompagnate dalla canzone Viva la Libertà «che Jovanotti ha molto gentilmente concesso di utilizzare per l'occasione». Poi, tutte a manifestare con gli altri collettivi, indossando qualcosa di bianco e portando con sé guanti da lavoro colorati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-cirinna-minaccia-attento-bussetti-rieducheremo-i-figli-degli-oscurantisti-2633263968.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-insulta-ancora-fanatici-salvini-e-distratto-il-futuro-e-qui" data-post-id="2633263968" data-published-at="1772890146" data-use-pagination="False"> Di Maio insulta ancora: «Fanatici». Salvini: «È distratto, il futuro è qui» Ventimila contro uno. Il corteo transfemminista ha tentato di togliere la scena ieri a Verona al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, costretto a superare a piedi una zona rossa per arrivare alla Gran Guardia, dove le forze dell'ordine erano schierate fin dalla mattina, a «osservare» il flash mob, sulle note di Bella ciao, di Radicali, +Europa e femministe, mentre Forza Nuova ha tentato un accesso forzato annunciando un referendum contro l'aborto. Il leader del Carroccio, Matteo Salvini, tra fischi e acclamazioni, già prima di salire sul palco ha ribadito: «Non sono qui per togliere qualcosa a qualcuno, non si tocca niente a nessuno. La 194 non è in discussione». Poi il «saluto» all'alleato Luigi Di Maio che aveva bollato il Congresso come una «riunione della destra degli sfigathi»: «Dico a qualche distratto amico di governo che qua dentro si prepara il futuro. Se parlare di mamma, papà e bambini è da sfigati allora sono uno sfigato». Poi: «Sono qua a sostenere con il sorriso una giornata di festa, il diritto a essere madre, a essere papà e a essere nonni. La necessità dell'Italia di mettere al mondo dei figli. Siamo qua non per togliere i diritti: non si tocca niente a nessuno. Non sono in discussione l'aborto, il divorzio: ognuno fa l'amore con chi vuole, va a cena con chi vuole. Combatterò però fino a che campo una pratica disumana, barbara e tribale come la pratica dell'utero in affitto, della donna bancomat, forno a microonde. Condivido le parole del Papa», ha aggiunto, «io bado alla sostanza, non alla forma. Non mi permetterò inoltre di fare le polemiche razziste che si fanno attorno alla famiglia. Ma le donne che manifestano fuori e vedono un pericolo in questo congresso dico che per le donne il pericolo è l'islam». Infine due attacchi. Il primo ai giornalisti: «C'è stato un mix di ipocrisia, benpensantismo e malafede». Il secondo al sottosegretario M5s, Vincenzo Spadafora: «Si occupi di rendere più veloci le adozioni, ci sono più di 30.000 famiglie che attendono». Un passaggio che però ha spinto Palazzo Chigi a diffondere una nota: «La delega in materia di adozioni è in capo al ministro della Lega, Lorenzo Fontana. Spetta quindi a lui adoperarsi per renderle più veloci». Appassionato l'intervento della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che ha avuto anche un incontro bilaterale col ministro della famiglia dell'Ungheria, Katalin Novak. «Grazie per aver resistito alla censura. Impresentabili sono chi vuole l'aborto e l'utero in affitto. Si vergognino. Noi dobbiamo resistere. Così si difendono le donne e le famiglie. Poi ha sottolineato: "Sono qui perché voglio aggiungere diritti, senza toglierne nessuno di quelli già esistenti. Chiedo diritti che oggi le donne non hanno. Una donna deve poter essere madre senza rinunciare a lavorare. Voglio meno tasse per chi fa una figlio. Voglio il diritto per una donna che si trova ad abortire perché non ha alternative, ad avere quella alternativa. Perché oggi garantiamo il diritto all'aborto, ma non quello a mettere al mondo un bambino». Anche ieri il tema dell'aborto è stato al centro delle polemiche dopo che i leader locali di Forza Nuova, Luca Castellini e Pietro Amedeo, malgrado gli accrediti, sono stati bloccati all'ingresso del Palazzo. Ne hanno approfittato per distribuire un volantino per pubblicizzare la loro ultima proposta: un'iniziativa referendaria per abolire la legge 194, accompagnata da una serie di misure a sostegno della famiglia. I forzanovisti hanno annunciato l'istituzione di un comitato anti 194 con queste parole: «L'aborto è un'uccisione, quindi l'idea è togliere la libertà di scegliere se abortire o no, a meno di gravi condizioni o rischi per la salute». Un'iniziativa da cui hanno preso le distanze gli organizzatori. Filippo Savarese, direttore di CitizenGo, tra i promotori del Congresso, ha commentato telegrafico: «Non ne sapevamo nulla». Il leader del Family day, Massimo Gandolfini, è tornato a parlare del feto di gomma regalato come gadget: «Fa parte di un certo tipo di sensibilità che io non ho. Detto questo, quel gadget fotografa semplicemente la realtà». Anche se Maria, la primogenita dei suoi nove figli, ieri si è dissociata dalle posizioni del padre dicendo che mentre c'è «una riunione medievale, maschilista e retrograda, sono qui a testimoniare che l'amore non ha colore, non ha razza e non ha sesso». Oggi, giornata di chiusura, è prevista la presenza del presidente Brian Brown, anima del Congresso. E se fino a ieri i contestatori dell'evento lamentavano la scarsa presenza di bambini (quando mai a un convegno vanno i bambini?), oggi saranno tanti e sfileranno con i loro genitori nelle strade di Verona nella Marcia per la famiglia.
Il museo Leonardo3 di Milano presenta al pubblico la ricostruzione funzionante dell'orologio progettato dal genio toscano tra il 1490 e il 1493.
Sergio Mattarella (Ansa)
C’è un cdm riprogrammato e annunciato da Matteo Salvini per martedì, ma conterrà solo un pezzetto del piano, quello «che mette a disposizione delle Aziende Casa, delle Aler e delle Ater circa 950 milioni di euro destinati alla manutenzione e al recupero del patrimonio pubblico di edilizia residenziale non a norma. Per il resto, tutto ciò che riguarda le nuove costruzioni, tocca aspettare momenti migliori (che si diradino le nubi di guerra che arrivano dall’Iran) e il via libera del Quirinale.
Ma cosa contestano dal Colle? Secondo quando risulta alla Verità, i nodi da sciogliere riguarderebbero la velocizzazione delle procedure di rilascio degli immobili, il rafforzamento della tutela del proprietario e l’introduzione di conseguenze penali per chi non esegue l’ordine di rilascio. Su alcune questioni i tecnici della presidenza della Repubblica ritengono che lo strumento della decretazione d’urgenza rappresenti una forzatura.
Soprattutto per quei provvedimenti che prevedono una modifica del codice di procedura civile, insomma, servirebbe un disegno di legge.
Non parliamo di minuzie, perché in un progetto così ampio di social housing il rapporto di tutele tra proprietario e affittuario è fondamentale. Ma nulla che non possa essere risolto. Anche perché val la pena ricordare le cifre e gli investimenti di cui stiamo parlando.
Martedì, come detto, il cdm darà il via libera a un primo consistente pacchetto di risorse per rimettere in gioco su tutto il territorio nazionale tra i 50.000 e i 60.000 appartamenti oggi non utilizzabili. Mentre, nelle intenzioni del vicepremier Matteo Salvini, la seconda gamba del progetto pubblico dovrebbe portare alla nascita di nuovi contesti abitativi anche grazie all’introduzione di formule innovative di riscatto progressivo (si pensi al rent to buy) rivolte soprattutto a famiglie e giovani che non riescono ad accedere a un mutuo ma non rientrano nei criteri dell’edilizia popolare.
Non solo. Perché poi c’è la terza gamba: quella dei privati. Sul piatto un miliardo, ma sono avviatissimi i contratti con investitori che nel tempo dovrebbero portare il loro impegno fino a raggiungere quota 20 miliardi. A coordinare il tutto uno dei manager italiani più navigati del settore, l’ex Hines Mario Abbadessa, che ha avuto un ruolo fondamentale nel coinvolgere il fondo degli Emirati Mubadala. Della partita dovrebbero far parte anche altri fondi sovrani, così come un ruolo fondamentale sarà giocato da Cdp, diverse assicurazioni private (sono in trattativa Poste Vita, Generali Vita, Intesa Vita e Unipol) oltre a casse previdenziali e fondi pensione. Mentre quello di Confindustria sarà un ruolo più operativo (indicare città e quartieri con il maggior «potenziale» lavorativo). Obiettivo: 100.000 nuove abitazioni nell’arco di dieci anni.
Piano casa con il quale sicuramente non sarà d’accordo l’europarlamentare Ilaria Salis, che nelle scorse ore si è fatta nuovamente «riconoscere» per un paio di emendamenti presentati al Piano casa Ue. In uno di questi si «sottolinea la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti». Siamo alla legalizzazione dell’esproprio proletario.
Continua a leggereRiduci