2020-03-23
La carica
dei virologi
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La pandemia li ha resi star mediatiche. Abbiamo imparato a conoscerli dalle interviste in tv e sui giornali, che divoriamo sperando di trovare una buona notizia, un consiglio, una certezza cui appigliarci nel mezzo dell'ecatombe causata dal coronavirus. I virologi, dall'ospedale Sacco di Milano allo Spallanzani di Roma, dall'Oms all'Istituto superiore di sanità, ci hanno fatto riscoprire che, nell'emergenza, per gli italiani valgono ancora il «principio di autorità», il rispetto e la fiducia nei confronti degli esperti. Ma gli scienziati non sono divinità. Sono uomini. E come tutti gli uomini, hanno dei limiti, possono sbagliare e possono dividersi tra di loro.
La maggior parte degli epidemiologi, fino a gennaio, aveva sottostimato il potenziale impatto del coronavirus sullo Stivale. Poi, i più si sono ovviamente ricreduti - e in tanti hanno addirittura fatto pubblica ammenda. Qualcun altro ha continuato a minimizzare anche quando era evidente che il Covid-19 era fuori controllo. Alcuni vorrebbero tamponi a tappeto, altri ritengono questa misura inutile e impraticabile. Alcuni distinguono tra morti «di» e morti «con» il virus. D'altronde, la sfida della pandemia e questo particolare agente patogeno sono novità anche per i luminari. Ma l'opera d'informazione e di sostegno alle autorità, svolta dagli esperti, è essenziale. Oltre che a medici e infermieri, l'Italia si affida ai suoi scienziati.
Massimo Galli, Ospedale Luigi Sacco di Milano
Sguardo rassicurante, voce calma, linguaggio semplice. Il professor Massimo Galli, docente e responsabile di Malattie infettive al Sacco di Milano, si è trovato per forza di cose in mezzo alla bufera del coronavirus. Ma non per questo ha perso l'aplomb o si è montato la testa, come altri suoi colleghi affetti dalla sindrome da primadonna. Il suo curriculum è smisurato: dopo la laurea in Medicina conseguita nel 1976 a Milano, Galli ottiene bene tre specializzazioni (Allergologia, Malattie infettive clinica e Medicina interna). Oltre agli impegni accademici, nel 2007 è entrato anche a far parte della commissione nazionale sull'Aids. Come quasi tutti i suoi colleghi, inizialmente ha preso sottogamba il virus. A fine gennaio, commentando la possibilità di trasmissione attraverso gli asintomatici affermava: «Non c'è da stupirsi, accade anche con l'influenza». Ma a differenza dei suoi pari, è stato capace di riconoscere l'errore di valutazione. «Io per primo mi stavo convincendo che l'avessimo scampata», ha dichiarato qualche giorno fa, «ma il virus ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane, spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l'epidemia così come la conosciamo». Galli inoltre sostiene, in forza dei suoi studi, che il virus sia arrivato dalla Germania. «Stimo Walter Ricciardi, ma stavolta credo abbia fatto un errore», ha commentato in seguito alle polemiche con le Regioni sul numero di tamponi eccessivi, «così sembra che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa».
L'intervista a Galli: «Tra gli esperti ho visto troppi narcististi»
Massimo Galli, 69 anni, milanese, ordinario dell'Università degli Studi e primario di malattie infettive all'Ospedale Sacco, ripete che per lui «il pericolo di contagio più incombente viene dalle interviste».
L'ospedale, la pressione dei media: quanto è cambiata la sua vita da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus?
«Tutti gli altri impegni sono stati cancellati. Non mi sposto perché non ce la faccio più a muovermi come una trottola. Quello che mi dispiace maggiormente è non poter fare lezione. A marzo sarebbe partito il mio corso, si iniziava proprio con le malattie emergenti. Dovrei farlo online, in videoconferenza, non ho il tempo per organizzare la didattica interattiva».
A casa sua che dicono? Si parla apertamente di timori di fronte al moltiplicarsi di contagi e morti?
«Mia moglie si è rassegnata a non aver paura. La prendo in giro perché fa un mestiere molto più pericoloso del mio, è insegnante, passa tutte le mattine in classi piene di studenti e che pullulano di infezioni alle prime vie respiratorie. Se ho un raffreddore, è perché l'ho preso da lei. Certo, ora fa lezione da casa. Io non ho paura, il rischio, come diceva mia nonna, è quando “la confidenza fa perdere la riverenza"».
Ci parlate in ogni momento del giorno del coronavirus, a volte fornendo indicazioni, interpretazioni contraddittorie.
«C'è stata una discreta corsa ad alimentare il proprio personale narcisismo e ad affermare: “Eccomi, ci sono". Qualcuno ha anche rilasciato dichiarazioni che rivelavano quanto fosse poco esperto delle questioni di cui stava parlando. Ho un po' di titoli e di storia professionale, certo alla mia età non devo fare altra carriera né devo farmi eleggere, neppure ho libri da presentare. In televisione normalmente vanno le persone che hanno molti agganci e molta voglia di esserci, le mie comparsate sono sempre state viste nell'ottica di fare battaglie contro l'Hiv, contro il virus dell'epatite C, per altre iniziative. Anche per la battaglia contro le sciocchezze che si sono sentite negli ultimi tempi».
Si riferisce alla polemica con il professor Paolo Ascierto sulla sperimentazione a Napoli del Tocilizumab?
«Sono cose antipatiche da dirsi, però certe sovraesposizioni mi sembrano fuori luogo, ridicole e grottesche, fatte solo per finire sui giornali. Sull'approccio terapeutico abbiamo ancora moltissimo da capire, meglio stare zitti e vedere se il farmaco funziona o no, altrimenti crei aspettative. Non mi piace questo provincialismo del chiamarsi primo autore di qualche cosa che hanno fatto altri. D'altra parte siamo il Paese che al ventunesimo isolamento del virus ha esultato, quasi fosse una scoperta da premio Nobel. Mi sta bene che allo Spallanzani siano stati un po' più supportati, ma di precariato nella sanità ce n'è tanto. Quanto all'impegno personale, mi sento come un soldato richiamato alle armi. Sono abbastanza ansioso di tornare nel mio relativo anonimato, significherà che questa brutta epidemia sarà terminata».
Andrea Crisanti, Aou di Padova
Alle volte distinguere il pessimismo dal realismo è arduo. Andrea Crisanti, direttore di Virologia all'Aou di Padova, teme che, diminuiti i contagi, il coronavirus possa tornare. Sostenitore dei tamponi agli asintomatici, sul tema si è scontrato all'Aria che tira del 12 marzo con Matteo Bassetti, che gli ha rimproverato: «Dobbiamo fare 2 milioni di tamponi? Così il sistema crolla».
Matteo Bassetti, Ospedale San Martino di Genova
«Questa non è un'epidemia, la mortalità è bassa». Parola di Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova, dopo i primi casi. Bassetti distingue tra morti «di» e «con» il coronavirus. Perciò viene tirato in ballo da Vittorio Sgarbi, che invoca il ripristino dei Sacramenti. Bassetti lo diffida: «La situazione epidemiologica è cambiata».
Maria Rita Gismondo, Ospedale Luigi Sacco di Milano
Nella schiera dei protagonisti dell'emergenza, Maria Rita Gismondo è uno dei più controversi. Laureata in Biologia (1976) e Medicina (1984) all'università di Catania, oggi è direttrice del laboratorio di Microbiologia e virologia del Sacco di Milano. «Ora in tanti mi danno ragione. Fra una settimana non parleremo più di coronavirus, ne farò un ciondolo», profetizzava il 26 febbraio scorso. Mai annuncio fu più infelice. D'altronde, la Gismondo è la «minimizzatrice» per eccellenza. «È una follia che farà male, si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale», scriveva su Facebook qualche giorno prima, «il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte». Il primo marzo, con più di 1.000 casi registrati, la microbiologa del Sacco insisteva: «Non voglio sminuire il coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale». E poi: «Non è una pandemia». Oggi è palese che lei e i suoi «angeli» - così la Gismondo chiama i suoi collaboratori - erano fuori strada. Le sue tesi hanno attirato le ire di Roberto Burioni. «Niente panico, ma niente bugie. Attenzione a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate». E giù accuse di sessismo con tanto di editoriali di Massimo Gramellini. Ora, la Gismondo ha assunto toni decisamente più allarmati. A suo avviso, il virus «potrebbe essere mutato», visto il tasso di mortalità in Lombardia. Ma i colleghi la diffidano: «Affermazioni pericolose».
Walter Ricciardi, Organizzazione Mondiale della Sanità
Sarà che tra gli anni Sessanta e Ottanta ha fatto l'attore al fianco di tante celebrità italiane, ma a Walter Ricciardi è uno a cui piace calcare i palcoscenici. Laureatosi alla Federico II, si specializza nel 1990 in Igiene e medicina preventiva. Da allora in poi tutti gli incarichi istituzionali saranno in questo campo. Nel dicembre 2002 viene nominato componente del Consiglio superiore di sanità, del quale dal 2010 al 2014 sarà presidente della III sezione. Nel 2014, Matteo Renzi lo nomina commissario dell'Istituto superiore di sanità, per poi diventare presidente l'anno dopo, a settembre 2015. Nel 2019 si dimette dall'Iss, ufficialmente per dedicarsi all'attività accademica (è prof ordinario) ma in realtà pesa la polemica con il governo Conte e l'ex ministro. Ma sulla sua figura pende anche un'accusa di conflitto di interessi per aver collaborato con alcune società di lobbying in campo farmaceutico. Poco meno di un mese fa, il ministro Roberto Speranza lo ha nominato consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali. È un grande sostenitore delle vaccinazioni, e su questo punto va d'accordo con Roberto Burioni. Solo una settimana prima che scoppiasse il focolaio di coronavirus a Codogno, pur riconoscendo la serietà della situazione, sosteneva che «non ci deve essere allarme». Ma già dalla seconda metà di febbraio accusava le autorità di aver sottostimato il pericolo non applicando la quarantena. Nel «Ricciardi pensiero» il fatto che la sanità sia in mano alle Regioni rappresenta un punto di «debolezza». Celebre la polemica di fine febbraio con il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusato di effettuare troppi tamponi.
Pier Luigo Lopalco, Università di Pisa
«Massima allerta, ma niente panico». Era il 9 febbraio e il Covid-19 sembrava ancora confinato in Cina. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anche l'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, invitava alla prudenza. Secondo i suoi calcoli, la curva dei contagi nel Paese asiatico mostrava segni di rallentamento, facendo ben sperare per la sua evoluzione in Europa. Peccato però che, almeno una quindicina di giorni prima, il virus avesse iniziato a circolare silente e indisturbato in Italia, probabilmente importato dalla Germania. Dopo le prime rassicurazioni, però, Lopalco si è ricreduto in fretta. «Non è assolutamente un'influenza», così il 23 febbraio, «se arriva in Italia in maniera incontrollata mette in crisi il sistema, il nostro sistema ospedaliero non è pronto a rispondere a questo evento». Previsione, ahinoi, del tutto azzeccata.
Fabrizio Pregliasco, Università Statale di Milano
Probabilmente nemmeno Fabrizio Pregliasco, ricercatore alla Statale di Milano, consigliere del Cnel e del Consiglio nazionale del terzo settore, credeva che il coronavirus avrebbe potuto raggiungere le terribili cifre di oggi. Era il 28 febbraio quando, nel corso di un'intervista a Vita, alla domanda se l'epidemia fosse sotto controllo rassicurava: «Certo. Adesso però non dobbiamo abbassare la guardia. Non possiamo adesso pensare che sia finita. Abbiamo preso limitazioni dolorose che in qualche modo pagheremo dal punto di vista economico. Ma che sembrano aver funzionato. Non dobbiamo vanificare questo sforzo. Dobbiamo insistere. Ma sicuramente possiamo stare più tranquilli». Dopo gli appelli alla calma, Pregliasco ha assistito come tutti all'escalation, fino ad affermare qualche giorno fa: «Le misure del governo vanno prorogate, la battaglia non finirà il 3 aprile».
Roberto Burioni, Università San Raffaele di Milano
È la «medistar» per eccellenza in Italia, l'uomo che insulta senza tanti complimenti i No vax e setaccia i social in cerca di somari da catechizzare. L'unico verbo che ammette è quello scientifico. Che, per sua stessa ammissione, ha poco a che fare con la democrazia. Roberto Burioni è fatto così, o lo odi, o lo ami. Nato a Pesaro 57 anni fa, ha conseguito la laurea in medicina all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e il dottorato in Scienze microbiologiche e virologiche a Genova. Oggi è docente di Microbiologia e virologia all'università San Raffaele e dirige il sito medicalfacts.it, la sua personale plancia digitale dalla quale si fa vanto di smascherare i pregiudizi in campo medico. L'approccio iniziale nei confronti del coronavirus è stato piuttosto cauto. Il 29 gennaio, dunque il giorno prima che l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l'emergenza a livello globale, pur mettendo in guardia da una «situazione in rapida evoluzione», Burioni rassicurava: «Il virus in Italia ancora non c'è, quindi non ha senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi, non dobbiamo farci prendere dal panico». La chiave di volta è stata probabilmente la scoperta che il virus poteva trasmettersi per mezzo di soggetti asintomatici. «Una brutta notizia», così l'aveva definita il virologo. E così, mentre mezzo Pd consigliava agli italiani di proseguire la vita normale tra un'apericena e un abbraccio a un cinese, il professore martellava sui media la necessità di applicare un regime quarantena. Finendo, strano caso del destino, per trovarsi bullizzato a sua volta. Oggi sappiamo che, mentre Burioni veniva tacciato di fascioleghismo, il virus circolava indisturbato per l'Italia infettando migliaia di persone. Celebre la diatriba con la collega dell'ospedale Sacco, Maria Rita Gismondo, che aveva criticato il paragone fatto da Burioni con l'influenza spagnola. «A me sembra una follia, si è scambiata un'infezione più seria di un'influenza per una pandemia letale» (così la Gismondo). «Scemenze», aveva ribattuto il virologo all'indirizzo della «signora del Sacco», salvo poi scusarsi a seguito delle accuse di sessismo.
Giovanni Maga, lo studioso del Cnr: «Io mi affido a Dio: la scienza non ci dà tutte le risposte»
Giovanni Maga, 55 anni, di Pavia, virologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr, si sente «obbligato a comunicare al pubblico informazioni utili. Certo, ora la pressione mediatica è elevatissima, vengo interpellato dieci volte al giorno dalle 6 e 30 del mattino a tarda sera. Oltre al tempo sottratto al mio lavoro, che ho dovuto riorganizzare completamente, per rispondere in modo puntuale devo aggiornarmi in continuazione sull'andamento di un virus in così rapida evoluzione».
Professore, che cosa le risulta più impegnativo?
«Fornire riflessioni basate sull'elaborazione di dati, di numeri, è il mio mestiere. La domanda cui è difficile rispondere è: “Come andrà a finire?". Anche noi ricercatori abbiamo i nostri limiti, la scienza non ha tutte le risposte. Troppe rassicurazioni superficiali che vengono fornite e tanti allarmismi, che generano eccessiva ansia, sono fuori luogo allo stesso modo. Gli italiani ascoltano tutti gli studiosi cui riconoscono un “principio di autorità", perciò abbiamo una grande responsabilità».
Del Covid-19 si conosce troppo poco. Comunicare questo messaggio spaventa, per questo tra voi uomini di scienza c'è la corsa a dire di più o il contrario dell'altro?
«È vero, a volte si sentono valutazioni personali. Ognuno può interpretare i dati in maniera leggermente diversa, quando ci si lancia in ipotesi sul futuro bisognerebbe premettere “secondo me". Altrimenti sono speculazioni più o meno ragionevoli fatte passare per certezze. Se c'è possibilità di intuire un andamento, cerco sempre di dire “a oggi", perché domani potrebbe cambiare. Cercando di essere positivo, pur nella criticità».
La sua famiglia come vede questo impegno extra Cnr?
«Mia moglie è insegnante, mia figlia studia medicina, entrambe comprendono l'importanza di comunicare. Certo, anche a loro pesa vedermi così poco e quando sono a casa, spesso sono ancora impegnato in interviste. Cerchiamo di mantenere un po' di normalità nell'ambito delle limitazioni, giuste, che vengono date. Non posso svolgere attività sportiva, faccio qualche esercizio in camera mia».
La fede, se ce l'ha, è di aiuto in questo momento?
«Sì. Per quanto possa sembrare strano in uno scienziato, sono credente, cattolico praticante. Non posso andare a messa, la seguo via Youtube, se riesco partecipo anche a momenti di preghiera in collegamento sul Web. Con le altre persone che sono solito incontrare in chiesa restiamo in contatto, per uno scambio di solidarietà. La fede aiuta sempre, nei momenti positivi e in mezzo alle avversità. Dà forza potersi affidare a Dio, che supera i limiti dell'uomo, al quale le regole della biologia non sempre sono favorevoli».
La pandemia li ha resi star mediatiche. Abbiamo imparato a conoscerli dalle interviste in tv e sui giornali, che divoriamo sperando di trovare una buona notizia, un consiglio, una certezza cui appigliarci nel mezzo dell'ecatombe causata dal coronavirus. I virologi, dall'ospedale Sacco di Milano allo Spallanzani di Roma, dall'Oms all'Istituto superiore di sanità, ci hanno fatto riscoprire che, nell'emergenza, per gli italiani valgono ancora il «principio di autorità», il rispetto e la fiducia nei confronti degli esperti. Ma gli scienziati non sono divinità. Sono uomini. E come tutti gli uomini, hanno dei limiti, possono sbagliare e possono dividersi tra di loro. La maggior parte degli epidemiologi, fino a gennaio, aveva sottostimato il potenziale impatto del coronavirus sullo Stivale. Poi, i più si sono ovviamente ricreduti - e in tanti hanno addirittura fatto pubblica ammenda. Qualcun altro ha continuato a minimizzare anche quando era evidente che il Covid-19 era fuori controllo. Alcuni vorrebbero tamponi a tappeto, altri ritengono questa misura inutile e impraticabile. Alcuni distinguono tra morti «di» e morti «con» il virus. D'altronde, la sfida della pandemia e questo particolare agente patogeno sono novità anche per i luminari. Ma l'opera d'informazione e di sostegno alle autorità, svolta dagli esperti, è essenziale. Oltre che a medici e infermieri, l'Italia si affida ai suoi scienziati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem11" data-id="11" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=11#rebelltitem11" data-basename="massimo-galli-ospedale-luigi-sacco-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Massimo Galli, Ospedale Luigi Sacco di Milano Sguardo rassicurante, voce calma, linguaggio semplice. Il professor Massimo Galli, docente e responsabile di Malattie infettive al Sacco di Milano, si è trovato per forza di cose in mezzo alla bufera del coronavirus. Ma non per questo ha perso l'aplomb o si è montato la testa, come altri suoi colleghi affetti dalla sindrome da primadonna. Il suo curriculum è smisurato: dopo la laurea in Medicina conseguita nel 1976 a Milano, Galli ottiene bene tre specializzazioni (Allergologia, Malattie infettive clinica e Medicina interna). Oltre agli impegni accademici, nel 2007 è entrato anche a far parte della commissione nazionale sull'Aids. Come quasi tutti i suoi colleghi, inizialmente ha preso sottogamba il virus. A fine gennaio, commentando la possibilità di trasmissione attraverso gli asintomatici affermava: «Non c'è da stupirsi, accade anche con l'influenza». Ma a differenza dei suoi pari, è stato capace di riconoscere l'errore di valutazione. «Io per primo mi stavo convincendo che l'avessimo scampata», ha dichiarato qualche giorno fa, «ma il virus ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane, spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l'epidemia così come la conosciamo». Galli inoltre sostiene, in forza dei suoi studi, che il virus sia arrivato dalla Germania. «Stimo Walter Ricciardi, ma stavolta credo abbia fatto un errore», ha commentato in seguito alle polemiche con le Regioni sul numero di tamponi eccessivi, «così sembra che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem10" data-id="10" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=10#rebelltitem10" data-basename="l-intervista-a-galli-tra-gli-esperti-ho-visto-troppi-narcististi" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> L'intervista a Galli: «Tra gli esperti ho visto troppi narcististi» Massimo Galli, 69 anni, milanese, ordinario dell'Università degli Studi e primario di malattie infettive all'Ospedale Sacco, ripete che per lui «il pericolo di contagio più incombente viene dalle interviste». L'ospedale, la pressione dei media: quanto è cambiata la sua vita da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus? «Tutti gli altri impegni sono stati cancellati. Non mi sposto perché non ce la faccio più a muovermi come una trottola. Quello che mi dispiace maggiormente è non poter fare lezione. A marzo sarebbe partito il mio corso, si iniziava proprio con le malattie emergenti. Dovrei farlo online, in videoconferenza, non ho il tempo per organizzare la didattica interattiva». A casa sua che dicono? Si parla apertamente di timori di fronte al moltiplicarsi di contagi e morti? «Mia moglie si è rassegnata a non aver paura. La prendo in giro perché fa un mestiere molto più pericoloso del mio, è insegnante, passa tutte le mattine in classi piene di studenti e che pullulano di infezioni alle prime vie respiratorie. Se ho un raffreddore, è perché l'ho preso da lei. Certo, ora fa lezione da casa. Io non ho paura, il rischio, come diceva mia nonna, è quando “la confidenza fa perdere la riverenza"». Ci parlate in ogni momento del giorno del coronavirus, a volte fornendo indicazioni, interpretazioni contraddittorie. «C'è stata una discreta corsa ad alimentare il proprio personale narcisismo e ad affermare: “Eccomi, ci sono". Qualcuno ha anche rilasciato dichiarazioni che rivelavano quanto fosse poco esperto delle questioni di cui stava parlando. Ho un po' di titoli e di storia professionale, certo alla mia età non devo fare altra carriera né devo farmi eleggere, neppure ho libri da presentare. In televisione normalmente vanno le persone che hanno molti agganci e molta voglia di esserci, le mie comparsate sono sempre state viste nell'ottica di fare battaglie contro l'Hiv, contro il virus dell'epatite C, per altre iniziative. Anche per la battaglia contro le sciocchezze che si sono sentite negli ultimi tempi». Si riferisce alla polemica con il professor Paolo Ascierto sulla sperimentazione a Napoli del Tocilizumab? «Sono cose antipatiche da dirsi, però certe sovraesposizioni mi sembrano fuori luogo, ridicole e grottesche, fatte solo per finire sui giornali. Sull'approccio terapeutico abbiamo ancora moltissimo da capire, meglio stare zitti e vedere se il farmaco funziona o no, altrimenti crei aspettative. Non mi piace questo provincialismo del chiamarsi primo autore di qualche cosa che hanno fatto altri. D'altra parte siamo il Paese che al ventunesimo isolamento del virus ha esultato, quasi fosse una scoperta da premio Nobel. Mi sta bene che allo Spallanzani siano stati un po' più supportati, ma di precariato nella sanità ce n'è tanto. Quanto all'impegno personale, mi sento come un soldato richiamato alle armi. Sono abbastanza ansioso di tornare nel mio relativo anonimato, significherà che questa brutta epidemia sarà terminata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem9" data-id="9" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=9#rebelltitem9" data-basename="andrea-crisanti-aou-di-padova" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Andrea Crisanti, Aou di Padova Alle volte distinguere il pessimismo dal realismo è arduo. Andrea Crisanti, direttore di Virologia all'Aou di Padova, teme che, diminuiti i contagi, il coronavirus possa tornare. Sostenitore dei tamponi agli asintomatici, sul tema si è scontrato all'Aria che tira del 12 marzo con Matteo Bassetti, che gli ha rimproverato: «Dobbiamo fare 2 milioni di tamponi? 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Bassetti lo diffida: «La situazione epidemiologica è cambiata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="maria-rita-gismondo-ospedale-luigi-sacco-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Maria Rita Gismondo, Ospedale Luigi Sacco di Milano Nella schiera dei protagonisti dell'emergenza, Maria Rita Gismondo è uno dei più controversi. Laureata in Biologia (1976) e Medicina (1984) all'università di Catania, oggi è direttrice del laboratorio di Microbiologia e virologia del Sacco di Milano. «Ora in tanti mi danno ragione. Fra una settimana non parleremo più di coronavirus, ne farò un ciondolo», profetizzava il 26 febbraio scorso. Mai annuncio fu più infelice. D'altronde, la Gismondo è la «minimizzatrice» per eccellenza. «È una follia che farà male, si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale», scriveva su Facebook qualche giorno prima, «il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte». Il primo marzo, con più di 1.000 casi registrati, la microbiologa del Sacco insisteva: «Non voglio sminuire il coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale». E poi: «Non è una pandemia». Oggi è palese che lei e i suoi «angeli» - così la Gismondo chiama i suoi collaboratori - erano fuori strada. Le sue tesi hanno attirato le ire di Roberto Burioni. «Niente panico, ma niente bugie. Attenzione a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate». E giù accuse di sessismo con tanto di editoriali di Massimo Gramellini. Ora, la Gismondo ha assunto toni decisamente più allarmati. A suo avviso, il virus «potrebbe essere mutato», visto il tasso di mortalità in Lombardia. Ma i colleghi la diffidano: «Affermazioni pericolose». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="walter-ricciardi-organizzazione-mondiale-della-sanita" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Walter Ricciardi, Organizzazione Mondiale della Sanità Sarà che tra gli anni Sessanta e Ottanta ha fatto l'attore al fianco di tante celebrità italiane, ma a Walter Ricciardi è uno a cui piace calcare i palcoscenici. Laureatosi alla Federico II, si specializza nel 1990 in Igiene e medicina preventiva. Da allora in poi tutti gli incarichi istituzionali saranno in questo campo. Nel dicembre 2002 viene nominato componente del Consiglio superiore di sanità, del quale dal 2010 al 2014 sarà presidente della III sezione. Nel 2014, Matteo Renzi lo nomina commissario dell'Istituto superiore di sanità, per poi diventare presidente l'anno dopo, a settembre 2015. Nel 2019 si dimette dall'Iss, ufficialmente per dedicarsi all'attività accademica (è prof ordinario) ma in realtà pesa la polemica con il governo Conte e l'ex ministro. Ma sulla sua figura pende anche un'accusa di conflitto di interessi per aver collaborato con alcune società di lobbying in campo farmaceutico. Poco meno di un mese fa, il ministro Roberto Speranza lo ha nominato consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali. È un grande sostenitore delle vaccinazioni, e su questo punto va d'accordo con Roberto Burioni. Solo una settimana prima che scoppiasse il focolaio di coronavirus a Codogno, pur riconoscendo la serietà della situazione, sosteneva che «non ci deve essere allarme». Ma già dalla seconda metà di febbraio accusava le autorità di aver sottostimato il pericolo non applicando la quarantena. Nel «Ricciardi pensiero» il fatto che la sanità sia in mano alle Regioni rappresenta un punto di «debolezza». Celebre la polemica di fine febbraio con il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusato di effettuare troppi tamponi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="pier-luigo-lopalco-universita-di-pisa" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Pier Luigo Lopalco, Università di Pisa «Massima allerta, ma niente panico». Era il 9 febbraio e il Covid-19 sembrava ancora confinato in Cina. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anche l'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, invitava alla prudenza. Secondo i suoi calcoli, la curva dei contagi nel Paese asiatico mostrava segni di rallentamento, facendo ben sperare per la sua evoluzione in Europa. Peccato però che, almeno una quindicina di giorni prima, il virus avesse iniziato a circolare silente e indisturbato in Italia, probabilmente importato dalla Germania. Dopo le prime rassicurazioni, però, Lopalco si è ricreduto in fretta. «Non è assolutamente un'influenza», così il 23 febbraio, «se arriva in Italia in maniera incontrollata mette in crisi il sistema, il nostro sistema ospedaliero non è pronto a rispondere a questo evento». Previsione, ahinoi, del tutto azzeccata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="fabrizio-pregliasco-universita-statale-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Fabrizio Pregliasco, Università Statale di Milano Probabilmente nemmeno Fabrizio Pregliasco, ricercatore alla Statale di Milano, consigliere del Cnel e del Consiglio nazionale del terzo settore, credeva che il coronavirus avrebbe potuto raggiungere le terribili cifre di oggi. Era il 28 febbraio quando, nel corso di un'intervista a Vita, alla domanda se l'epidemia fosse sotto controllo rassicurava: «Certo. Adesso però non dobbiamo abbassare la guardia. Non possiamo adesso pensare che sia finita. Abbiamo preso limitazioni dolorose che in qualche modo pagheremo dal punto di vista economico. Ma che sembrano aver funzionato. Non dobbiamo vanificare questo sforzo. Dobbiamo insistere. Ma sicuramente possiamo stare più tranquilli». Dopo gli appelli alla calma, Pregliasco ha assistito come tutti all'escalation, fino ad affermare qualche giorno fa: «Le misure del governo vanno prorogate, la battaglia non finirà il 3 aprile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="roberto-burioni-universita-san-raffaele-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Roberto Burioni, Università San Raffaele di Milano È la «medistar» per eccellenza in Italia, l'uomo che insulta senza tanti complimenti i No vax e setaccia i social in cerca di somari da catechizzare. L'unico verbo che ammette è quello scientifico. Che, per sua stessa ammissione, ha poco a che fare con la democrazia. Roberto Burioni è fatto così, o lo odi, o lo ami. Nato a Pesaro 57 anni fa, ha conseguito la laurea in medicina all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e il dottorato in Scienze microbiologiche e virologiche a Genova. Oggi è docente di Microbiologia e virologia all'università San Raffaele e dirige il sito medicalfacts.it, la sua personale plancia digitale dalla quale si fa vanto di smascherare i pregiudizi in campo medico. L'approccio iniziale nei confronti del coronavirus è stato piuttosto cauto. Il 29 gennaio, dunque il giorno prima che l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l'emergenza a livello globale, pur mettendo in guardia da una «situazione in rapida evoluzione», Burioni rassicurava: «Il virus in Italia ancora non c'è, quindi non ha senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi, non dobbiamo farci prendere dal panico». La chiave di volta è stata probabilmente la scoperta che il virus poteva trasmettersi per mezzo di soggetti asintomatici. «Una brutta notizia», così l'aveva definita il virologo. E così, mentre mezzo Pd consigliava agli italiani di proseguire la vita normale tra un'apericena e un abbraccio a un cinese, il professore martellava sui media la necessità di applicare un regime quarantena. Finendo, strano caso del destino, per trovarsi bullizzato a sua volta. Oggi sappiamo che, mentre Burioni veniva tacciato di fascioleghismo, il virus circolava indisturbato per l'Italia infettando migliaia di persone. Celebre la diatriba con la collega dell'ospedale Sacco, Maria Rita Gismondo, che aveva criticato il paragone fatto da Burioni con l'influenza spagnola. «A me sembra una follia, si è scambiata un'infezione più seria di un'influenza per una pandemia letale» (così la Gismondo). «Scemenze», aveva ribattuto il virologo all'indirizzo della «signora del Sacco», salvo poi scusarsi a seguito delle accuse di sessismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="giovanni-maga-lo-studioso-del-cnr-io-mi-affido-a-dio-la-scienza-non-ci-da-tutte-le-risposte" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Giovanni Maga, lo studioso del Cnr: «Io mi affido a Dio: la scienza non ci dà tutte le risposte» Giovanni Maga, 55 anni, di Pavia, virologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr, si sente «obbligato a comunicare al pubblico informazioni utili. Certo, ora la pressione mediatica è elevatissima, vengo interpellato dieci volte al giorno dalle 6 e 30 del mattino a tarda sera. Oltre al tempo sottratto al mio lavoro, che ho dovuto riorganizzare completamente, per rispondere in modo puntuale devo aggiornarmi in continuazione sull'andamento di un virus in così rapida evoluzione». Professore, che cosa le risulta più impegnativo? «Fornire riflessioni basate sull'elaborazione di dati, di numeri, è il mio mestiere. La domanda cui è difficile rispondere è: “Come andrà a finire?". Anche noi ricercatori abbiamo i nostri limiti, la scienza non ha tutte le risposte. Troppe rassicurazioni superficiali che vengono fornite e tanti allarmismi, che generano eccessiva ansia, sono fuori luogo allo stesso modo. Gli italiani ascoltano tutti gli studiosi cui riconoscono un “principio di autorità", perciò abbiamo una grande responsabilità». Del Covid-19 si conosce troppo poco. Comunicare questo messaggio spaventa, per questo tra voi uomini di scienza c'è la corsa a dire di più o il contrario dell'altro? «È vero, a volte si sentono valutazioni personali. Ognuno può interpretare i dati in maniera leggermente diversa, quando ci si lancia in ipotesi sul futuro bisognerebbe premettere “secondo me". Altrimenti sono speculazioni più o meno ragionevoli fatte passare per certezze. Se c'è possibilità di intuire un andamento, cerco sempre di dire “a oggi", perché domani potrebbe cambiare. Cercando di essere positivo, pur nella criticità». La sua famiglia come vede questo impegno extra Cnr? «Mia moglie è insegnante, mia figlia studia medicina, entrambe comprendono l'importanza di comunicare. Certo, anche a loro pesa vedermi così poco e quando sono a casa, spesso sono ancora impegnato in interviste. Cerchiamo di mantenere un po' di normalità nell'ambito delle limitazioni, giuste, che vengono date. Non posso svolgere attività sportiva, faccio qualche esercizio in camera mia». La fede, se ce l'ha, è di aiuto in questo momento? «Sì. Per quanto possa sembrare strano in uno scienziato, sono credente, cattolico praticante. Non posso andare a messa, la seguo via Youtube, se riesco partecipo anche a momenti di preghiera in collegamento sul Web. Con le altre persone che sono solito incontrare in chiesa restiamo in contatto, per uno scambio di solidarietà. La fede aiuta sempre, nei momenti positivi e in mezzo alle avversità. Dà forza potersi affidare a Dio, che supera i limiti dell'uomo, al quale le regole della biologia non sempre sono favorevoli».
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Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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