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2023-10-09
L'attacco di Hamas scuote il dibattito politico americano
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Donald Trump (Ansa)
“L'attacco israeliano è stato effettuato perché siamo percepiti come deboli e inefficaci e con un leader davvero debole”, ha tuonato l’ex presidente, parlando in Iowa. “In tutto il mondo le cose non sono più quelle di solo tre anni fa”, ha aggiunto. “Purtroppo, i dollari dei contribuenti americani hanno contribuito a finanziare questi attacchi, che secondo molti rapporti provenivano dall’amministrazione Biden”, ha proseguito Trump. “Abbiamo portato così tanta pace in Medio Oriente attraverso gli Accordi di Abramo, solo per vedere Biden eliminarla a un ritmo molto più rapido di quanto si pensasse possibile. Ci risiamo”.
In un comunicato a parte, l’ex presidente ha anche sottolineato che Israele ha diritto di difendersi. Una posizione, questa, fatta propria anche da vari altri candidati alla nomination presidenziale repubblicana. “Ogni americano dovrebbe condannare l’attacco immotivato e massiccio contro Israele da parte dei terroristi di Hamas”, ha detto l’ex vicepresidente Mike Pence. “I vili attacchi terroristici perpetrati contro civili israeliani innocenti dal gruppo terroristico Hamas, sostenuto dall’Iran, meritano una risposta rapida e letale”, ha dichiarato, dal canto suo, il governatore della Florida, Ron DeSantis. “Israele ha tutto il diritto di difendere i suoi cittadini dal terrorismo. Dobbiamo sempre stare dalla parte di Israele e contro il regime iraniano”, ha affermato l’ex ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley, mentre il businessman Vivek Ramaswamy ha dichiarato: “Il diritto di Israele ad esistere e difendersi non dovrebbe mai essere messo in dubbio e non si può permettere che Hamas e Hezbollah, sostenuti dall'Iran, prevalgano”.
L’amministrazione Biden, dal canto suo, ha respinto le accuse di Trump, negando che i dollari dei contribuenti americani abbiano finanziato l’attacco di Hamas. Il riferimento era ai sei miliardi di dollari iraniani che la Casa Bianca ha recentemente scongelato nell’ambito di uno scambio di prigionieri tra Washington e Teheran. Resta tuttavia il fatto che, nel mondo conservatore americano, fioccano le accuse contro l’attuale presidente americano, considerato eccessivamente arrendevole nei confronti del regime khomeinista. Accuse, va detto, che non risultano esattamente infondate. E che potrebbero danneggiare Biden in vista della battaglia per la rielezione nel 2024. D’altronde, non dimentichiamo che l’attuale presidente americano sta ancora cercando di ripristinare l’accordo sul nucleare iraniano: un’intesa da cui Trump si era ritirato e che rappresenta un pericolo per la sicurezza dello Stato ebraico.
Nel frattempo, la questione israeliana è entrata anche nel dibattito per l’elezione del nuovo Speaker della Camera. In particolare, il presidente della commissione Esteri della Camera, il repubblicano Michael McCaul, ha auspicato un’elezione rapida, per fornire a Israele l’assistenza necessaria a fronteggiare l’attacco di Hamas.
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L’attacco di Hamas contro Israele è rapidamente entrato nel dibattito politico americano. Donald Trump è andato all’attacco di Joe Biden, accusandolo di debolezza.“L'attacco israeliano è stato effettuato perché siamo percepiti come deboli e inefficaci e con un leader davvero debole”, ha tuonato l’ex presidente, parlando in Iowa. “In tutto il mondo le cose non sono più quelle di solo tre anni fa”, ha aggiunto. “Purtroppo, i dollari dei contribuenti americani hanno contribuito a finanziare questi attacchi, che secondo molti rapporti provenivano dall’amministrazione Biden”, ha proseguito Trump. “Abbiamo portato così tanta pace in Medio Oriente attraverso gli Accordi di Abramo, solo per vedere Biden eliminarla a un ritmo molto più rapido di quanto si pensasse possibile. Ci risiamo”. In un comunicato a parte, l’ex presidente ha anche sottolineato che Israele ha diritto di difendersi. Una posizione, questa, fatta propria anche da vari altri candidati alla nomination presidenziale repubblicana. “Ogni americano dovrebbe condannare l’attacco immotivato e massiccio contro Israele da parte dei terroristi di Hamas”, ha detto l’ex vicepresidente Mike Pence. “I vili attacchi terroristici perpetrati contro civili israeliani innocenti dal gruppo terroristico Hamas, sostenuto dall’Iran, meritano una risposta rapida e letale”, ha dichiarato, dal canto suo, il governatore della Florida, Ron DeSantis. “Israele ha tutto il diritto di difendere i suoi cittadini dal terrorismo. Dobbiamo sempre stare dalla parte di Israele e contro il regime iraniano”, ha affermato l’ex ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley, mentre il businessman Vivek Ramaswamy ha dichiarato: “Il diritto di Israele ad esistere e difendersi non dovrebbe mai essere messo in dubbio e non si può permettere che Hamas e Hezbollah, sostenuti dall'Iran, prevalgano”.L’amministrazione Biden, dal canto suo, ha respinto le accuse di Trump, negando che i dollari dei contribuenti americani abbiano finanziato l’attacco di Hamas. Il riferimento era ai sei miliardi di dollari iraniani che la Casa Bianca ha recentemente scongelato nell’ambito di uno scambio di prigionieri tra Washington e Teheran. Resta tuttavia il fatto che, nel mondo conservatore americano, fioccano le accuse contro l’attuale presidente americano, considerato eccessivamente arrendevole nei confronti del regime khomeinista. Accuse, va detto, che non risultano esattamente infondate. E che potrebbero danneggiare Biden in vista della battaglia per la rielezione nel 2024. D’altronde, non dimentichiamo che l’attuale presidente americano sta ancora cercando di ripristinare l’accordo sul nucleare iraniano: un’intesa da cui Trump si era ritirato e che rappresenta un pericolo per la sicurezza dello Stato ebraico. Nel frattempo, la questione israeliana è entrata anche nel dibattito per l’elezione del nuovo Speaker della Camera. In particolare, il presidente della commissione Esteri della Camera, il repubblicano Michael McCaul, ha auspicato un’elezione rapida, per fornire a Israele l’assistenza necessaria a fronteggiare l’attacco di Hamas.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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