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2018-06-09
Gli austriaci chiudono le moschee degli islamici che noi coccoliamo
ANSA
Gli austriaci ci avevano fatto infuriare, tempo fa, quando decisero di digrignare i denti e mostrarono l'intenzione di piazzare al Brennero uomini e mezzi blindati al fine di proteggere le frontiere. Un atteggiamento sacrosanto, che però ci danneggiava non poco. Ora, però, nell'Austria scopriamo un fondamentale alleato a livello europeo nella lotta contro l'invasione. Il Paese guidato dal cancelliere Sebastian Kurz ci ha dato man forte, giorni fa, nella discussione sul trattato di Dublino. Schierandosi con l'Italia, ha contribuito a far saltare una riforma dell'accordo che ci avrebbe causato parecchi guai. Subito dopo, l'ottimo cancelliere ha proposto di limitare l'ingresso di migranti nel Vecchio Continente tramite la realizzazione di campi profughi esterni alle frontiere europee, altro suggerimento che sarebbe molto interessante raccogliere. Ma il meglio di sé gli austriaci l'hanno offerto ieri. Il governo di Vienna ha fatto sapere che procederà alla chiusura di 7 moschee e all'espulsione di imam radicali. La decisione pare nasca da un'inchiesta del settimanale (di sinistra) Falter, che ha pubblicato foto scattate all'interno di un centro culturale islamico. Le immagini mostrano alcuni ragazzini impegnati in una rievocazione storica della battaglia di Gallipoli del 1915, divenuta il simbolo della resistenza ottomana all'Occidente.
Insomma, i baldi giovani venivano indottrinati e fomentati nell'odio contro l'infedele oppressore. Ovviamente la faccenda non si riduce a qualche pagliacciata di orgoglio radicale. Le autorità austriache si sono concentrate soprattutto sull'Atib, l'«Unione turco-islamica per la collaborazione culturale e sociale in Austria». Una quarantina di personalità di spicco dell'organizzazione rischiano l'espulsione, contando anche i famigliari di costoro si arriva a circa 150 musulmani. I capi dell'Atib sono accusati di aver ottenuto finanziamenti illeciti dall'estero e di aver violato le leggi austriache sull'islam. Da qui la chiusura di quattro moschee a Vienna, due in Alta Austria e una in Carinzia. «In Austria non c'è spazio per società parallele e radicalizzazioni», ha dichiarato Kurz, supportato dal ministro dell'Interno Herbert Kickl. Ovviamente, c'è già chi si straccia le vesti. Ibrahim Kalin, portavoce del presidente turco Erdogan, ha gridato che le decisioni dell'Austria sono «il risultato di un'ondata discriminatoria, populista, islamofoba e razzista». Beh, lo sdegno era prevedibile. La cosa più interessante, però, è che questa vicenda tocca anche il nostro Paese. Ieri, Matteo Salvini ha espresso un deciso apprezzamento per l'azione di Kurz: «Credo nella libertà di culto, non nell'estremismo religioso», ha detto. «Chi usa la propria fede per mettere a rischio la sicurezza di un Paese va allontanato. Spero già la prossima settimana di incontrare il collega ministro austriaco per confrontarci su linee d'azione».
Se Salvini scegliesse l'approccio austriaco, avrebbe molto su cui lavorare. Vale la pena di ricordare, infatti, che l'Atib presa di mira da Kurz e soci è una sorta di succursale austriaca di Diyanet, ovvero l'agenzia del governo turco per gli affari religiosi. Quella, per intendersi, che qualche tempo fa si è espressa a favore delle spose adolescenti. Come spiega un'inchiesta del Gatestone institute, il compito principale di Atib (e della germanica Ditib) è «installare la versione ufficiale dell'islam del governo turco» nei Paesi di lingua tedesca.
Direte: che c'entra l'Italia? Spieghiamo. Diyanet è la stessa agenzia grazie a cui, nel settembre 2015, il Caim (Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza) ha attivato delle borse di studio allo scopo di finanziare corsi di formazione per imam nei luoghi di culto italiani. Significa che anche nel nostro Paese l'influenza turca è piuttosto forte. Anzi, in certe realtà è addirittura dominante. È proprio il caso di Milano a dimostrarlo. Il presidente del suddetto Caim, infatti, è un signore chiamato Osman Duran. Il quale è anche presidente di Milli Gorus Italia, ovvero un'associazione islamica filo turca. Quest'organizzazione gestisce, da alcuni anni, un «centro culturale» in via Maderna, a Milano. Una moschea, in buona sostanza, che adesso il Comune meneghino guidato da Beppe Sala ha deciso di regolarizzare, varando un nuovo «Piano delle attrezzature religiose».
Milli Gorus è attiva anche in Germania. E infatti, già nel 2013, il ministero dell'Interno tedesco l'ha inserita in un lista di associazioni «islamiste» (cioè estremiste, o comunque radicali) da tenere d'occhio. Un successivo report delle autorità germaniche, uscito nel luglio 2017 e relativo al 2016, spiega che per i militanti di Milli Gorus sono «giusti» soltanto « gli ordinamenti che si fondano sulla rivelazione divina, mentre illegittimi sono quelli che sono creati dagli uomini. Attualmente con la civiltà occidentale dominerebbe un ordine ingiusto, fondato su violenza, torto e sopraffazione. Questo sistema illegittimo dovrebbe essere sostituito da un “ordine giusto" orientato esclusivamente dai principi islamici, anziché da regole arbitrarie create dagli uomini».
Riassumiamo. L'Austria chiude moschee e caccia imam che fanno riferimento all'agenzia turca Diyanet. La stessa a cui sono legati i leader di Milli Gorus, considerati estremisti dal governo tedesco. A Milano, invece, il Pd intende regolarizzare (assieme ad altre cinque strutture) una moschea gestita proprio da un'associazione riconducibile alla galassia filo turca.
Lo stesso islam che tedeschi e austriaci considerano radicale e pericoloso, in Italia viene considerato più che affidabile. Anzi, a Milano questo islam è l'interlocutore privilegiato della giunta comunale e del Partito democratico, che intendono regolarizzare un luogo di culto inizialmente sorto in maniera irregolare.
È evidente che Matteo Salvini, dalle nostre parti, ha parecchio lavoro da sbrigare.
La Rai produce il film sui tassisti del mare

LaPresse
Le sfide che attendono il nuovo governo in materia di immigrazione sono molteplici, e ci sono parecchie questioni che andranno affrontate celermente e con grande impegno. Sarebbe opportuno, tuttavia, che il nuovo esecutivo riuscisse a dedicare un pochettino di attenzione anche all'aspetto propagandistico della faccenda. In questi anni, infatti, nel nostro Paese si sono moltiplicate le iniziative volte a inculcare nel cranio degli italiani l'ideologia dell'accoglienza indiscriminata e delle frontiere aperte. Festival, sagre, kermesse, giochi per bambini, attività per le scuole. E poi libri, fumetti, film, fiction... La Rai, a questo riguardo, ha offerto un bel contributo. Ricordiamo, tra le altre cose, la fiction Lampedusa, con Claudio Amendola. L'ultimo gioiellino della serie si intitola Iuventa, ed è un film documentario diretto da Michele Cinque e prodotto da Lazy Film con Rai Cinema (in coproduzione con altri). Il marchio della televisione pubblica italiana è ben visibile sul poster, segno che l'emittente di Stato ci tiene. La pellicola è stata presentata al Biografilm festival di Bologna, e sarà proiettata anche alla rassegna La Repubblica delle idee organizzata dal quotidiano di Mario Calabresi.
Di che tratta il film? Secondo il regista, «questa è una storia che può ispirare tanti altri giovani e invitarli a non arrendersi di fronte a dinamiche più grandi di noi. A non smettere di lottare, a recuperare anche un po' di capacità di credere e di idealismo». Certo, i giovani (italiani e non) dovrebbero seguire l'esempio degli attivisti della Ong tedesca Jugend Rettet, che nel 2016 hanno acquistato e rimesso a nuovo la nave Iuventa e si sono messi a scorrazzare per il Mediterraneo allo scopo di recuperare migranti da portare qui.
Forse vi ricorderete di questa Ong in particolare. Jugend Rettet, infatti, è diventata il simbolo dei «tassisti del mare». Argomento cui ieri ha fatto cenno anche Matteo Salvini: «C'è preciso disegno al limite delle acque territoriali della Libia di fungere da taxi», ha detto il ministro. «Stiamo lavorando sul fronte di queste Ong: alcune fanno volontariato, altre fanno affari». A proposito di Jugend Rettet sappiamo che i suoi capi si rifiutarono, nell'estate del 2017, di firmare il «codice di condotta» approntato dal ministro Marco Minniti. All'inizio di agosto di quell'anno, la Procura di Trapani decise di sequestrare la Iuventa. Il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, raccontò, davanti alla Commissione difesa del Senato, di essere a conoscenza di un episodio che dimostrava la collaborazione fra la Ong e gli scafisti libici.
I membri dell'equipaggio della Iuventa furono pure intercettati mentre ribadivano di non voler collaborare con le autorità italiane. «Non è nostro compito contribuire alle indagini», dicevano. In un'altra registrazione si sentivano queste parole: «Allora noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c'è motivo, a questo non contribuiamo». La Procura di Trapani scrisse che i membri dell'equipaggio avevano dimostrato una «persistente volontà di non mettere a disposizione delle autorità italiane le informazioni e i supporti audio/ video relativi alle operazioni di soccorso, proprio al fine di impedire agli inquirenti di identificare i soggetti coinvolti nel traffico di esseri umani».
Altro che idealisti da ammirare e imitare. Gli attivisti tedeschi erano noti per essere avventati, si rifiutavano di rispettare gli ordini della Guardia costiera italiana, si mostravano riottosi e decisi a portare avanti la loro azione a tutti i costi. Le indagini sul loro conto, per altro, non si sono ancora concluse. Il 24 aprile scorso, la Corte di cassazione ha confermato il sequestro della Iuventa. Ma tutto questo non ha impedito a Rai Cinema di produrre un documentario che elogia persone sospettate di intelligenza con i trafficanti di esseri umani.
Anche se la vicenda giudiziaria si concludesse con un nulla di fatto, però, il problema ci sarebbe ugualmente. Per quale motivo una struttura pubblica deve collaborare alla realizzazione di una pellicola di questo genere? Beh, l'intento propagandistico è evidente. Nonostante le indagini, nonostante i sospetti e le dichiarazioni degli investigatori, si va avanti a proporre gli uomini e le donne di Jugend Rettet come dei modelli. Dei baldi giovani decisi a lottare per le proprie idee.
La Rai ha già avuto problemi con un altro prodotto in tema immigratorio, ovvero la fiction dedicata al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, interpretata da Beppe Fiorello. È stata annunciata in grande stile, le riprese sono iniziate ma, prima che la serie potesse andare in onda, il primo cittadino pro immigrati si è trovato coinvolto in un po' di guai giudiziari. Ergo, la fiction è stata bloccata. Il documentario, invece, circola liberamente e viene ben pubblicizzato. L'ideologia è sempre l'ultima a morire.
Francesco Borgonovo
Il migrante salta la coda per la casa popolare
Graduatorie? Bandi? Roba per poveracci. Roba per italiani. Gli immigrati possono benissimo saltare la fila. Accade ad Albenga, in provincia di Savona. A sollevare la questione, legata a un fatto specifico, è stato Eraldo Ciangherotti, consigliere comunale di Forza Italia. Accade infatti che una casa del complesso Arte di via Viveri, nella città ligure, sia stata requisita dal Comune e assegnata a una famiglia di immigrati, in barba alle graduatorie. L'immobile era inutilizzato da tempo, ma era stato appena ristrutturato. Era, quindi, pronto per essere assegnato agli aventi diritto. Andrà, invece, a un nucleo il cui capofamiglia è un marocchino di 34 anni, che ha appena perso il lavoro e, in difficoltà economica, non è riuscito a pagare l'affitto, venendo alla fine sfrattato. Una storia drammatica legata alla crisi, senz'altro.
Quello che la differenzia da tanti casi analoghi che colpiscono le famiglie italiane è il fatto che, quando il marocchino si è rivolto ai servizi sociali per chiedere aiuto, non gli è stato risposto «le faremo sapere» o «si metta in coda»: quel che invece è successo è che la casa è stata trovata subito. In men che non si dica, la famiglia immigrata è finita a vivere in via Viveri. Per i prossimi sei mesi abiterà lì, pagando ad Arte, l'Azienda regionale territoriale per l'edilizia, un canone di 157 euro mensili. «Una forzatura dei poteri della giunta al limite della legalità», che «ha stravolto i criteri di assegnazione degli alloggi previsti per legge», tuona sui social Ciangherotti.
Che rincara la dose: «Quando io ero assessore mai ho toccato gli alloggi disponibili per le graduatorie e quando ho dovuto portare in giunta l'assegnazione straordinaria di alloggi per famiglie che erano obbligate a trasferirsi per ragioni di incolumità, mai ho requisito le case popolari, bensì gli immobili pubblici vuoti e inutilizzati da anni nella palazzina di Rusineo a canone calmierato. Oggi torniamo alla vecchia maniera dei comunisti che, per fare una marchetta ideologica, sequestrano un alloggio a una famiglia in lista di attesa che sarebbe entrata tra pochi giorni, per dare ospitalità a un nucleo straniero sfrattato con minori, come tante altre famiglie di Albenga».
L'esponente di Forza Italia chiede all'amministrazione comunale di rivedere la scelta: «Il sindaco torni in giunta e annulli in autotutela questa delibera di requisizione illegittima e soprattutto viziata da un abuso di potere al di fuori della legge».
L'assessore Simona Vespo , secondo quanto riportato dal Secolo XIX, ha replicato difendendo la legittimità del provvedimento: «Non c'è nessuna forzatura e nessuna decisione o azione ai limiti dell'illegalità, ma anzi abbiamo fatto esattamente quanto è previsto, anzi imposto, dalla legge. Premesso che non è la giunta né l'assessore a decidere se un cittadino o una famiglia hanno diritto a un determinato tipo di contributo o supporto, ma gli assistenti sociali, i funzionari e il dirigente, in questi casi interveniamo cercando un accordo con i proprietari o altre soluzioni abitative, con o senza contributo. Noi non abbiamo tolto nulla a nessuno, perché abbiamo chiesto ad Arte se aveva disponibilità».
Ciangherotti, però, non ci sta, e alla Verità replica: «L'assegnazione dell'alloggio è avvenuta senza alcun metodo di trasparenza rispetto a tutte le altre famiglie nelle stesse condizioni di disagio che restano senza casa. Così si alimenta solo il razzismo, perché con questa forzatura, se da lunedì mattina tutti i cittadini di Albenga con sfratto esecutivo si presenteranno in Comune e non verranno accontentati anche loro con un alloggio popolare requisito extra graduatoria, il Pd avrà dimostrato di adottare la politica dei figli (gli stranieri) e figliastri (gli italiani)».
Adriano Scianca
Donna scomparsa a Brescia. Fermato marito marocchino
A far scattare l'allarme, rivolgendosi a una vicina di casa, erano stati lunedì i due figli di tre e nove anni, rimasti soli tra le mura domestiche per 24 ore. Della loro mamma, Allou Suad, ventinovenne di origine marocchina, infatti non si avevano più notizie da domenica sera. Dal carcere di Canton Mombello il marito della donna, cinquantenne marocchino, fermato a Brescia su disposizione della Procura con accuse pesantissime, omicidio volontario e occultamento di cadavere, continua a negare ogni addebito e responsabilità sulla scomparsa della moglie.
L'uomo ha ribadito la sua estraneità, negando di aver ucciso la moglie, anche ieri nel lungo interrogatorio davanti al pm(oggi comparirà davanti al gip per la convalida) che mercoledì sera ne aveva disposto il fermo. E sempre ieri il legale del cinquantenne, Gianfranco Abate, lasciando il carcere di Brescia ha spiegato di voler rinunciare all'incarico per incompatibilità con il suo assistito. Riavvolgiamo il nastro di una vicenda che ha quale scenario una città in cui i temi della sicurezza e dell'immigrazione sono da tempo sotto la lente di ingrandimento. E che negli ultimi mesi sono stati, e sono ancora, pure temi da campagna elettorale, visto che domani i bresciani sono chiamati alle urne per rinnovare giunta e consiglio comunale. A sfidarsi per la poltrona più importante della Loggia sono otto aspiranti primi cittadini, tra cui i tre big, il sindaco di centrosinistra uscente Emilio Del Bono, la candidata di centrodestra Paola Vilardi - proprio ieri sera il leader della Lega, e neoministro dell'Interno, Matteo Salvini, era a Brescia per la chiusura della campagna elettorale di Vilardi - e il pentastellato Guido Ghidini.
Da tempo la relazione tra Allou Suad e il marito non funzionava e i due si stavano separando. Da domenica sera, quando aveva incontrato il marito per riprendere i figli che avevano passato il fine settimana con lui, appunto non si avevano più notizie della giovane mamma di origine marocchina. I due figli della coppia erano rimasti soli nella casa di via Milano in cui vivono con la mamma per quasi 24 ore. E solo lunedì sera la bimba di nove anni, che fino a quel momento aveva badato al fratello più piccolo, si era rivolta a una vicina di casa spiegando che la mamma non c'era più e consegnando il numero di telefono del padre che vive sul confine tra la Provincia di Brescia e quella di Cremona.
Poi, mercoledì, la svolta, sul fronte delle indagini e giudiziario, con il fermo dell'uomo. A inchiodarlo, le immagini riprese dalle telecamere di un bar sotto casa della moglie, in via Milano, tra domenica e lunedì. Prima lo immortalano, attorno alle 23, mentre riporta i figli in casa della moglie, poi verso l'alba mentre trascina e carica in auto un sacco nero, voluminoso e molto pesante. In quel sacco, continua a dire lui, «c'erano solo vestiti usati». Ma quel che l'occhio elettronico ha catturato contribuisce a far assumere alla vicenda contorni ancor più inquietanti.
Paola Gregorio
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Vienna dura con un'organizzazione sospettata di estremismo. È la stessa che a Milano viene trattata con i guanti bianchi e i cui luoghi di culto si vogliono regolarizzare. Ma Matteo Salvini vuole seguire l'esempio: «Studieremo azioni comuni».Arriva nelle sale Iuventa, documentario sull'imbarcazione dell'Ong tedesca Jugend Rettet che fu sequestrata a Trapani. Dopo la fiction su Lampedusa e quella, poi bloccata, su Riace, la tv di Stato si presta a un'altra operazione di propaganda.Nel Savonese un appartamento requisito e assegnato a un nordafricano in barba a bandi e graduatorie. L'opposizione: «Una forzatura che mette gli stranieri davanti agli italiani, alimentando il razzismo».A Brescia è scomparsa una donna di 29 anni. Fermato il marito marocchino.Lo speciale contiene quattro articoli Gli austriaci ci avevano fatto infuriare, tempo fa, quando decisero di digrignare i denti e mostrarono l'intenzione di piazzare al Brennero uomini e mezzi blindati al fine di proteggere le frontiere. Un atteggiamento sacrosanto, che però ci danneggiava non poco. Ora, però, nell'Austria scopriamo un fondamentale alleato a livello europeo nella lotta contro l'invasione. Il Paese guidato dal cancelliere Sebastian Kurz ci ha dato man forte, giorni fa, nella discussione sul trattato di Dublino. Schierandosi con l'Italia, ha contribuito a far saltare una riforma dell'accordo che ci avrebbe causato parecchi guai. Subito dopo, l'ottimo cancelliere ha proposto di limitare l'ingresso di migranti nel Vecchio Continente tramite la realizzazione di campi profughi esterni alle frontiere europee, altro suggerimento che sarebbe molto interessante raccogliere. Ma il meglio di sé gli austriaci l'hanno offerto ieri. Il governo di Vienna ha fatto sapere che procederà alla chiusura di 7 moschee e all'espulsione di imam radicali. La decisione pare nasca da un'inchiesta del settimanale (di sinistra) Falter, che ha pubblicato foto scattate all'interno di un centro culturale islamico. Le immagini mostrano alcuni ragazzini impegnati in una rievocazione storica della battaglia di Gallipoli del 1915, divenuta il simbolo della resistenza ottomana all'Occidente.Insomma, i baldi giovani venivano indottrinati e fomentati nell'odio contro l'infedele oppressore. Ovviamente la faccenda non si riduce a qualche pagliacciata di orgoglio radicale. Le autorità austriache si sono concentrate soprattutto sull'Atib, l'«Unione turco-islamica per la collaborazione culturale e sociale in Austria». Una quarantina di personalità di spicco dell'organizzazione rischiano l'espulsione, contando anche i famigliari di costoro si arriva a circa 150 musulmani. I capi dell'Atib sono accusati di aver ottenuto finanziamenti illeciti dall'estero e di aver violato le leggi austriache sull'islam. Da qui la chiusura di quattro moschee a Vienna, due in Alta Austria e una in Carinzia. «In Austria non c'è spazio per società parallele e radicalizzazioni», ha dichiarato Kurz, supportato dal ministro dell'Interno Herbert Kickl. Ovviamente, c'è già chi si straccia le vesti. Ibrahim Kalin, portavoce del presidente turco Erdogan, ha gridato che le decisioni dell'Austria sono «il risultato di un'ondata discriminatoria, populista, islamofoba e razzista». Beh, lo sdegno era prevedibile. La cosa più interessante, però, è che questa vicenda tocca anche il nostro Paese. Ieri, Matteo Salvini ha espresso un deciso apprezzamento per l'azione di Kurz: «Credo nella libertà di culto, non nell'estremismo religioso», ha detto. «Chi usa la propria fede per mettere a rischio la sicurezza di un Paese va allontanato. Spero già la prossima settimana di incontrare il collega ministro austriaco per confrontarci su linee d'azione». Se Salvini scegliesse l'approccio austriaco, avrebbe molto su cui lavorare. Vale la pena di ricordare, infatti, che l'Atib presa di mira da Kurz e soci è una sorta di succursale austriaca di Diyanet, ovvero l'agenzia del governo turco per gli affari religiosi. Quella, per intendersi, che qualche tempo fa si è espressa a favore delle spose adolescenti. Come spiega un'inchiesta del Gatestone institute, il compito principale di Atib (e della germanica Ditib) è «installare la versione ufficiale dell'islam del governo turco» nei Paesi di lingua tedesca. Direte: che c'entra l'Italia? Spieghiamo. Diyanet è la stessa agenzia grazie a cui, nel settembre 2015, il Caim (Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza) ha attivato delle borse di studio allo scopo di finanziare corsi di formazione per imam nei luoghi di culto italiani. Significa che anche nel nostro Paese l'influenza turca è piuttosto forte. Anzi, in certe realtà è addirittura dominante. È proprio il caso di Milano a dimostrarlo. Il presidente del suddetto Caim, infatti, è un signore chiamato Osman Duran. Il quale è anche presidente di Milli Gorus Italia, ovvero un'associazione islamica filo turca. Quest'organizzazione gestisce, da alcuni anni, un «centro culturale» in via Maderna, a Milano. Una moschea, in buona sostanza, che adesso il Comune meneghino guidato da Beppe Sala ha deciso di regolarizzare, varando un nuovo «Piano delle attrezzature religiose». Milli Gorus è attiva anche in Germania. E infatti, già nel 2013, il ministero dell'Interno tedesco l'ha inserita in un lista di associazioni «islamiste» (cioè estremiste, o comunque radicali) da tenere d'occhio. Un successivo report delle autorità germaniche, uscito nel luglio 2017 e relativo al 2016, spiega che per i militanti di Milli Gorus sono «giusti» soltanto « gli ordinamenti che si fondano sulla rivelazione divina, mentre illegittimi sono quelli che sono creati dagli uomini. Attualmente con la civiltà occidentale dominerebbe un ordine ingiusto, fondato su violenza, torto e sopraffazione. Questo sistema illegittimo dovrebbe essere sostituito da un “ordine giusto" orientato esclusivamente dai principi islamici, anziché da regole arbitrarie create dagli uomini».Riassumiamo. L'Austria chiude moschee e caccia imam che fanno riferimento all'agenzia turca Diyanet. La stessa a cui sono legati i leader di Milli Gorus, considerati estremisti dal governo tedesco. A Milano, invece, il Pd intende regolarizzare (assieme ad altre cinque strutture) una moschea gestita proprio da un'associazione riconducibile alla galassia filo turca. Lo stesso islam che tedeschi e austriaci considerano radicale e pericoloso, in Italia viene considerato più che affidabile. Anzi, a Milano questo islam è l'interlocutore privilegiato della giunta comunale e del Partito democratico, che intendono regolarizzare un luogo di culto inizialmente sorto in maniera irregolare. È evidente che Matteo Salvini, dalle nostre parti, ha parecchio lavoro da sbrigare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/kurz-moschee-2576350525.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-rai-produce-il-film-sui-tassisti-del-mare" data-post-id="2576350525" data-published-at="1776010930" data-use-pagination="False"> La Rai produce il film sui tassisti del mare LaPresse Le sfide che attendono il nuovo governo in materia di immigrazione sono molteplici, e ci sono parecchie questioni che andranno affrontate celermente e con grande impegno. Sarebbe opportuno, tuttavia, che il nuovo esecutivo riuscisse a dedicare un pochettino di attenzione anche all'aspetto propagandistico della faccenda. In questi anni, infatti, nel nostro Paese si sono moltiplicate le iniziative volte a inculcare nel cranio degli italiani l'ideologia dell'accoglienza indiscriminata e delle frontiere aperte. Festival, sagre, kermesse, giochi per bambini, attività per le scuole. E poi libri, fumetti, film, fiction... La Rai, a questo riguardo, ha offerto un bel contributo. Ricordiamo, tra le altre cose, la fiction Lampedusa, con Claudio Amendola. L'ultimo gioiellino della serie si intitola Iuventa, ed è un film documentario diretto da Michele Cinque e prodotto da Lazy Film con Rai Cinema (in coproduzione con altri). Il marchio della televisione pubblica italiana è ben visibile sul poster, segno che l'emittente di Stato ci tiene. La pellicola è stata presentata al Biografilm festival di Bologna, e sarà proiettata anche alla rassegna La Repubblica delle idee organizzata dal quotidiano di Mario Calabresi. Di che tratta il film? Secondo il regista, «questa è una storia che può ispirare tanti altri giovani e invitarli a non arrendersi di fronte a dinamiche più grandi di noi. A non smettere di lottare, a recuperare anche un po' di capacità di credere e di idealismo». Certo, i giovani (italiani e non) dovrebbero seguire l'esempio degli attivisti della Ong tedesca Jugend Rettet, che nel 2016 hanno acquistato e rimesso a nuovo la nave Iuventa e si sono messi a scorrazzare per il Mediterraneo allo scopo di recuperare migranti da portare qui. Forse vi ricorderete di questa Ong in particolare. Jugend Rettet, infatti, è diventata il simbolo dei «tassisti del mare». Argomento cui ieri ha fatto cenno anche Matteo Salvini: «C'è preciso disegno al limite delle acque territoriali della Libia di fungere da taxi», ha detto il ministro. «Stiamo lavorando sul fronte di queste Ong: alcune fanno volontariato, altre fanno affari». A proposito di Jugend Rettet sappiamo che i suoi capi si rifiutarono, nell'estate del 2017, di firmare il «codice di condotta» approntato dal ministro Marco Minniti. All'inizio di agosto di quell'anno, la Procura di Trapani decise di sequestrare la Iuventa. Il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, raccontò, davanti alla Commissione difesa del Senato, di essere a conoscenza di un episodio che dimostrava la collaborazione fra la Ong e gli scafisti libici. I membri dell'equipaggio della Iuventa furono pure intercettati mentre ribadivano di non voler collaborare con le autorità italiane. «Non è nostro compito contribuire alle indagini», dicevano. In un'altra registrazione si sentivano queste parole: «Allora noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c'è motivo, a questo non contribuiamo». La Procura di Trapani scrisse che i membri dell'equipaggio avevano dimostrato una «persistente volontà di non mettere a disposizione delle autorità italiane le informazioni e i supporti audio/ video relativi alle operazioni di soccorso, proprio al fine di impedire agli inquirenti di identificare i soggetti coinvolti nel traffico di esseri umani». Altro che idealisti da ammirare e imitare. Gli attivisti tedeschi erano noti per essere avventati, si rifiutavano di rispettare gli ordini della Guardia costiera italiana, si mostravano riottosi e decisi a portare avanti la loro azione a tutti i costi. Le indagini sul loro conto, per altro, non si sono ancora concluse. Il 24 aprile scorso, la Corte di cassazione ha confermato il sequestro della Iuventa. Ma tutto questo non ha impedito a Rai Cinema di produrre un documentario che elogia persone sospettate di intelligenza con i trafficanti di esseri umani. Anche se la vicenda giudiziaria si concludesse con un nulla di fatto, però, il problema ci sarebbe ugualmente. Per quale motivo una struttura pubblica deve collaborare alla realizzazione di una pellicola di questo genere? Beh, l'intento propagandistico è evidente. Nonostante le indagini, nonostante i sospetti e le dichiarazioni degli investigatori, si va avanti a proporre gli uomini e le donne di Jugend Rettet come dei modelli. Dei baldi giovani decisi a lottare per le proprie idee. La Rai ha già avuto problemi con un altro prodotto in tema immigratorio, ovvero la fiction dedicata al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, interpretata da Beppe Fiorello. È stata annunciata in grande stile, le riprese sono iniziate ma, prima che la serie potesse andare in onda, il primo cittadino pro immigrati si è trovato coinvolto in un po' di guai giudiziari. Ergo, la fiction è stata bloccata. Il documentario, invece, circola liberamente e viene ben pubblicizzato. L'ideologia è sempre l'ultima a morire. 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Era, quindi, pronto per essere assegnato agli aventi diritto. Andrà, invece, a un nucleo il cui capofamiglia è un marocchino di 34 anni, che ha appena perso il lavoro e, in difficoltà economica, non è riuscito a pagare l'affitto, venendo alla fine sfrattato. Una storia drammatica legata alla crisi, senz'altro. Quello che la differenzia da tanti casi analoghi che colpiscono le famiglie italiane è il fatto che, quando il marocchino si è rivolto ai servizi sociali per chiedere aiuto, non gli è stato risposto «le faremo sapere» o «si metta in coda»: quel che invece è successo è che la casa è stata trovata subito. In men che non si dica, la famiglia immigrata è finita a vivere in via Viveri. Per i prossimi sei mesi abiterà lì, pagando ad Arte, l'Azienda regionale territoriale per l'edilizia, un canone di 157 euro mensili. «Una forzatura dei poteri della giunta al limite della legalità», che «ha stravolto i criteri di assegnazione degli alloggi previsti per legge», tuona sui social Ciangherotti. Che rincara la dose: «Quando io ero assessore mai ho toccato gli alloggi disponibili per le graduatorie e quando ho dovuto portare in giunta l'assegnazione straordinaria di alloggi per famiglie che erano obbligate a trasferirsi per ragioni di incolumità, mai ho requisito le case popolari, bensì gli immobili pubblici vuoti e inutilizzati da anni nella palazzina di Rusineo a canone calmierato. Oggi torniamo alla vecchia maniera dei comunisti che, per fare una marchetta ideologica, sequestrano un alloggio a una famiglia in lista di attesa che sarebbe entrata tra pochi giorni, per dare ospitalità a un nucleo straniero sfrattato con minori, come tante altre famiglie di Albenga». L'esponente di Forza Italia chiede all'amministrazione comunale di rivedere la scelta: «Il sindaco torni in giunta e annulli in autotutela questa delibera di requisizione illegittima e soprattutto viziata da un abuso di potere al di fuori della legge». L'assessore Simona Vespo , secondo quanto riportato dal Secolo XIX, ha replicato difendendo la legittimità del provvedimento: «Non c'è nessuna forzatura e nessuna decisione o azione ai limiti dell'illegalità, ma anzi abbiamo fatto esattamente quanto è previsto, anzi imposto, dalla legge. Premesso che non è la giunta né l'assessore a decidere se un cittadino o una famiglia hanno diritto a un determinato tipo di contributo o supporto, ma gli assistenti sociali, i funzionari e il dirigente, in questi casi interveniamo cercando un accordo con i proprietari o altre soluzioni abitative, con o senza contributo. Noi non abbiamo tolto nulla a nessuno, perché abbiamo chiesto ad Arte se aveva disponibilità». Ciangherotti, però, non ci sta, e alla Verità replica: «L'assegnazione dell'alloggio è avvenuta senza alcun metodo di trasparenza rispetto a tutte le altre famiglie nelle stesse condizioni di disagio che restano senza casa. Così si alimenta solo il razzismo, perché con questa forzatura, se da lunedì mattina tutti i cittadini di Albenga con sfratto esecutivo si presenteranno in Comune e non verranno accontentati anche loro con un alloggio popolare requisito extra graduatoria, il Pd avrà dimostrato di adottare la politica dei figli (gli stranieri) e figliastri (gli italiani)». Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kurz-moschee-2576350525.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="donna-scomparsa-a-brescia-fermato-marito-marocchino" data-post-id="2576350525" data-published-at="1776010930" data-use-pagination="False"> Donna scomparsa a Brescia. Fermato marito marocchino A far scattare l'allarme, rivolgendosi a una vicina di casa, erano stati lunedì i due figli di tre e nove anni, rimasti soli tra le mura domestiche per 24 ore. Della loro mamma, Allou Suad, ventinovenne di origine marocchina, infatti non si avevano più notizie da domenica sera. Dal carcere di Canton Mombello il marito della donna, cinquantenne marocchino, fermato a Brescia su disposizione della Procura con accuse pesantissime, omicidio volontario e occultamento di cadavere, continua a negare ogni addebito e responsabilità sulla scomparsa della moglie. L'uomo ha ribadito la sua estraneità, negando di aver ucciso la moglie, anche ieri nel lungo interrogatorio davanti al pm(oggi comparirà davanti al gip per la convalida) che mercoledì sera ne aveva disposto il fermo. E sempre ieri il legale del cinquantenne, Gianfranco Abate, lasciando il carcere di Brescia ha spiegato di voler rinunciare all'incarico per incompatibilità con il suo assistito. Riavvolgiamo il nastro di una vicenda che ha quale scenario una città in cui i temi della sicurezza e dell'immigrazione sono da tempo sotto la lente di ingrandimento. E che negli ultimi mesi sono stati, e sono ancora, pure temi da campagna elettorale, visto che domani i bresciani sono chiamati alle urne per rinnovare giunta e consiglio comunale. A sfidarsi per la poltrona più importante della Loggia sono otto aspiranti primi cittadini, tra cui i tre big, il sindaco di centrosinistra uscente Emilio Del Bono, la candidata di centrodestra Paola Vilardi - proprio ieri sera il leader della Lega, e neoministro dell'Interno, Matteo Salvini, era a Brescia per la chiusura della campagna elettorale di Vilardi - e il pentastellato Guido Ghidini. Da tempo la relazione tra Allou Suad e il marito non funzionava e i due si stavano separando. Da domenica sera, quando aveva incontrato il marito per riprendere i figli che avevano passato il fine settimana con lui, appunto non si avevano più notizie della giovane mamma di origine marocchina. I due figli della coppia erano rimasti soli nella casa di via Milano in cui vivono con la mamma per quasi 24 ore. E solo lunedì sera la bimba di nove anni, che fino a quel momento aveva badato al fratello più piccolo, si era rivolta a una vicina di casa spiegando che la mamma non c'era più e consegnando il numero di telefono del padre che vive sul confine tra la Provincia di Brescia e quella di Cremona. Poi, mercoledì, la svolta, sul fronte delle indagini e giudiziario, con il fermo dell'uomo. A inchiodarlo, le immagini riprese dalle telecamere di un bar sotto casa della moglie, in via Milano, tra domenica e lunedì. Prima lo immortalano, attorno alle 23, mentre riporta i figli in casa della moglie, poi verso l'alba mentre trascina e carica in auto un sacco nero, voluminoso e molto pesante. In quel sacco, continua a dire lui, «c'erano solo vestiti usati». Ma quel che l'occhio elettronico ha catturato contribuisce a far assumere alla vicenda contorni ancor più inquietanti. Paola Gregorio
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Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
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Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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