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2018-06-09
Gli austriaci chiudono le moschee degli islamici che noi coccoliamo
ANSA
Gli austriaci ci avevano fatto infuriare, tempo fa, quando decisero di digrignare i denti e mostrarono l'intenzione di piazzare al Brennero uomini e mezzi blindati al fine di proteggere le frontiere. Un atteggiamento sacrosanto, che però ci danneggiava non poco. Ora, però, nell'Austria scopriamo un fondamentale alleato a livello europeo nella lotta contro l'invasione. Il Paese guidato dal cancelliere Sebastian Kurz ci ha dato man forte, giorni fa, nella discussione sul trattato di Dublino. Schierandosi con l'Italia, ha contribuito a far saltare una riforma dell'accordo che ci avrebbe causato parecchi guai. Subito dopo, l'ottimo cancelliere ha proposto di limitare l'ingresso di migranti nel Vecchio Continente tramite la realizzazione di campi profughi esterni alle frontiere europee, altro suggerimento che sarebbe molto interessante raccogliere. Ma il meglio di sé gli austriaci l'hanno offerto ieri. Il governo di Vienna ha fatto sapere che procederà alla chiusura di 7 moschee e all'espulsione di imam radicali. La decisione pare nasca da un'inchiesta del settimanale (di sinistra) Falter, che ha pubblicato foto scattate all'interno di un centro culturale islamico. Le immagini mostrano alcuni ragazzini impegnati in una rievocazione storica della battaglia di Gallipoli del 1915, divenuta il simbolo della resistenza ottomana all'Occidente.
Insomma, i baldi giovani venivano indottrinati e fomentati nell'odio contro l'infedele oppressore. Ovviamente la faccenda non si riduce a qualche pagliacciata di orgoglio radicale. Le autorità austriache si sono concentrate soprattutto sull'Atib, l'«Unione turco-islamica per la collaborazione culturale e sociale in Austria». Una quarantina di personalità di spicco dell'organizzazione rischiano l'espulsione, contando anche i famigliari di costoro si arriva a circa 150 musulmani. I capi dell'Atib sono accusati di aver ottenuto finanziamenti illeciti dall'estero e di aver violato le leggi austriache sull'islam. Da qui la chiusura di quattro moschee a Vienna, due in Alta Austria e una in Carinzia. «In Austria non c'è spazio per società parallele e radicalizzazioni», ha dichiarato Kurz, supportato dal ministro dell'Interno Herbert Kickl. Ovviamente, c'è già chi si straccia le vesti. Ibrahim Kalin, portavoce del presidente turco Erdogan, ha gridato che le decisioni dell'Austria sono «il risultato di un'ondata discriminatoria, populista, islamofoba e razzista». Beh, lo sdegno era prevedibile. La cosa più interessante, però, è che questa vicenda tocca anche il nostro Paese. Ieri, Matteo Salvini ha espresso un deciso apprezzamento per l'azione di Kurz: «Credo nella libertà di culto, non nell'estremismo religioso», ha detto. «Chi usa la propria fede per mettere a rischio la sicurezza di un Paese va allontanato. Spero già la prossima settimana di incontrare il collega ministro austriaco per confrontarci su linee d'azione».
Se Salvini scegliesse l'approccio austriaco, avrebbe molto su cui lavorare. Vale la pena di ricordare, infatti, che l'Atib presa di mira da Kurz e soci è una sorta di succursale austriaca di Diyanet, ovvero l'agenzia del governo turco per gli affari religiosi. Quella, per intendersi, che qualche tempo fa si è espressa a favore delle spose adolescenti. Come spiega un'inchiesta del Gatestone institute, il compito principale di Atib (e della germanica Ditib) è «installare la versione ufficiale dell'islam del governo turco» nei Paesi di lingua tedesca.
Direte: che c'entra l'Italia? Spieghiamo. Diyanet è la stessa agenzia grazie a cui, nel settembre 2015, il Caim (Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza) ha attivato delle borse di studio allo scopo di finanziare corsi di formazione per imam nei luoghi di culto italiani. Significa che anche nel nostro Paese l'influenza turca è piuttosto forte. Anzi, in certe realtà è addirittura dominante. È proprio il caso di Milano a dimostrarlo. Il presidente del suddetto Caim, infatti, è un signore chiamato Osman Duran. Il quale è anche presidente di Milli Gorus Italia, ovvero un'associazione islamica filo turca. Quest'organizzazione gestisce, da alcuni anni, un «centro culturale» in via Maderna, a Milano. Una moschea, in buona sostanza, che adesso il Comune meneghino guidato da Beppe Sala ha deciso di regolarizzare, varando un nuovo «Piano delle attrezzature religiose».
Milli Gorus è attiva anche in Germania. E infatti, già nel 2013, il ministero dell'Interno tedesco l'ha inserita in un lista di associazioni «islamiste» (cioè estremiste, o comunque radicali) da tenere d'occhio. Un successivo report delle autorità germaniche, uscito nel luglio 2017 e relativo al 2016, spiega che per i militanti di Milli Gorus sono «giusti» soltanto « gli ordinamenti che si fondano sulla rivelazione divina, mentre illegittimi sono quelli che sono creati dagli uomini. Attualmente con la civiltà occidentale dominerebbe un ordine ingiusto, fondato su violenza, torto e sopraffazione. Questo sistema illegittimo dovrebbe essere sostituito da un “ordine giusto" orientato esclusivamente dai principi islamici, anziché da regole arbitrarie create dagli uomini».
Riassumiamo. L'Austria chiude moschee e caccia imam che fanno riferimento all'agenzia turca Diyanet. La stessa a cui sono legati i leader di Milli Gorus, considerati estremisti dal governo tedesco. A Milano, invece, il Pd intende regolarizzare (assieme ad altre cinque strutture) una moschea gestita proprio da un'associazione riconducibile alla galassia filo turca.
Lo stesso islam che tedeschi e austriaci considerano radicale e pericoloso, in Italia viene considerato più che affidabile. Anzi, a Milano questo islam è l'interlocutore privilegiato della giunta comunale e del Partito democratico, che intendono regolarizzare un luogo di culto inizialmente sorto in maniera irregolare.
È evidente che Matteo Salvini, dalle nostre parti, ha parecchio lavoro da sbrigare.
La Rai produce il film sui tassisti del mare

LaPresse
Le sfide che attendono il nuovo governo in materia di immigrazione sono molteplici, e ci sono parecchie questioni che andranno affrontate celermente e con grande impegno. Sarebbe opportuno, tuttavia, che il nuovo esecutivo riuscisse a dedicare un pochettino di attenzione anche all'aspetto propagandistico della faccenda. In questi anni, infatti, nel nostro Paese si sono moltiplicate le iniziative volte a inculcare nel cranio degli italiani l'ideologia dell'accoglienza indiscriminata e delle frontiere aperte. Festival, sagre, kermesse, giochi per bambini, attività per le scuole. E poi libri, fumetti, film, fiction... La Rai, a questo riguardo, ha offerto un bel contributo. Ricordiamo, tra le altre cose, la fiction Lampedusa, con Claudio Amendola. L'ultimo gioiellino della serie si intitola Iuventa, ed è un film documentario diretto da Michele Cinque e prodotto da Lazy Film con Rai Cinema (in coproduzione con altri). Il marchio della televisione pubblica italiana è ben visibile sul poster, segno che l'emittente di Stato ci tiene. La pellicola è stata presentata al Biografilm festival di Bologna, e sarà proiettata anche alla rassegna La Repubblica delle idee organizzata dal quotidiano di Mario Calabresi.
Di che tratta il film? Secondo il regista, «questa è una storia che può ispirare tanti altri giovani e invitarli a non arrendersi di fronte a dinamiche più grandi di noi. A non smettere di lottare, a recuperare anche un po' di capacità di credere e di idealismo». Certo, i giovani (italiani e non) dovrebbero seguire l'esempio degli attivisti della Ong tedesca Jugend Rettet, che nel 2016 hanno acquistato e rimesso a nuovo la nave Iuventa e si sono messi a scorrazzare per il Mediterraneo allo scopo di recuperare migranti da portare qui.
Forse vi ricorderete di questa Ong in particolare. Jugend Rettet, infatti, è diventata il simbolo dei «tassisti del mare». Argomento cui ieri ha fatto cenno anche Matteo Salvini: «C'è preciso disegno al limite delle acque territoriali della Libia di fungere da taxi», ha detto il ministro. «Stiamo lavorando sul fronte di queste Ong: alcune fanno volontariato, altre fanno affari». A proposito di Jugend Rettet sappiamo che i suoi capi si rifiutarono, nell'estate del 2017, di firmare il «codice di condotta» approntato dal ministro Marco Minniti. All'inizio di agosto di quell'anno, la Procura di Trapani decise di sequestrare la Iuventa. Il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, raccontò, davanti alla Commissione difesa del Senato, di essere a conoscenza di un episodio che dimostrava la collaborazione fra la Ong e gli scafisti libici.
I membri dell'equipaggio della Iuventa furono pure intercettati mentre ribadivano di non voler collaborare con le autorità italiane. «Non è nostro compito contribuire alle indagini», dicevano. In un'altra registrazione si sentivano queste parole: «Allora noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c'è motivo, a questo non contribuiamo». La Procura di Trapani scrisse che i membri dell'equipaggio avevano dimostrato una «persistente volontà di non mettere a disposizione delle autorità italiane le informazioni e i supporti audio/ video relativi alle operazioni di soccorso, proprio al fine di impedire agli inquirenti di identificare i soggetti coinvolti nel traffico di esseri umani».
Altro che idealisti da ammirare e imitare. Gli attivisti tedeschi erano noti per essere avventati, si rifiutavano di rispettare gli ordini della Guardia costiera italiana, si mostravano riottosi e decisi a portare avanti la loro azione a tutti i costi. Le indagini sul loro conto, per altro, non si sono ancora concluse. Il 24 aprile scorso, la Corte di cassazione ha confermato il sequestro della Iuventa. Ma tutto questo non ha impedito a Rai Cinema di produrre un documentario che elogia persone sospettate di intelligenza con i trafficanti di esseri umani.
Anche se la vicenda giudiziaria si concludesse con un nulla di fatto, però, il problema ci sarebbe ugualmente. Per quale motivo una struttura pubblica deve collaborare alla realizzazione di una pellicola di questo genere? Beh, l'intento propagandistico è evidente. Nonostante le indagini, nonostante i sospetti e le dichiarazioni degli investigatori, si va avanti a proporre gli uomini e le donne di Jugend Rettet come dei modelli. Dei baldi giovani decisi a lottare per le proprie idee.
La Rai ha già avuto problemi con un altro prodotto in tema immigratorio, ovvero la fiction dedicata al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, interpretata da Beppe Fiorello. È stata annunciata in grande stile, le riprese sono iniziate ma, prima che la serie potesse andare in onda, il primo cittadino pro immigrati si è trovato coinvolto in un po' di guai giudiziari. Ergo, la fiction è stata bloccata. Il documentario, invece, circola liberamente e viene ben pubblicizzato. L'ideologia è sempre l'ultima a morire.
Francesco Borgonovo
Il migrante salta la coda per la casa popolare
Graduatorie? Bandi? Roba per poveracci. Roba per italiani. Gli immigrati possono benissimo saltare la fila. Accade ad Albenga, in provincia di Savona. A sollevare la questione, legata a un fatto specifico, è stato Eraldo Ciangherotti, consigliere comunale di Forza Italia. Accade infatti che una casa del complesso Arte di via Viveri, nella città ligure, sia stata requisita dal Comune e assegnata a una famiglia di immigrati, in barba alle graduatorie. L'immobile era inutilizzato da tempo, ma era stato appena ristrutturato. Era, quindi, pronto per essere assegnato agli aventi diritto. Andrà, invece, a un nucleo il cui capofamiglia è un marocchino di 34 anni, che ha appena perso il lavoro e, in difficoltà economica, non è riuscito a pagare l'affitto, venendo alla fine sfrattato. Una storia drammatica legata alla crisi, senz'altro.
Quello che la differenzia da tanti casi analoghi che colpiscono le famiglie italiane è il fatto che, quando il marocchino si è rivolto ai servizi sociali per chiedere aiuto, non gli è stato risposto «le faremo sapere» o «si metta in coda»: quel che invece è successo è che la casa è stata trovata subito. In men che non si dica, la famiglia immigrata è finita a vivere in via Viveri. Per i prossimi sei mesi abiterà lì, pagando ad Arte, l'Azienda regionale territoriale per l'edilizia, un canone di 157 euro mensili. «Una forzatura dei poteri della giunta al limite della legalità», che «ha stravolto i criteri di assegnazione degli alloggi previsti per legge», tuona sui social Ciangherotti.
Che rincara la dose: «Quando io ero assessore mai ho toccato gli alloggi disponibili per le graduatorie e quando ho dovuto portare in giunta l'assegnazione straordinaria di alloggi per famiglie che erano obbligate a trasferirsi per ragioni di incolumità, mai ho requisito le case popolari, bensì gli immobili pubblici vuoti e inutilizzati da anni nella palazzina di Rusineo a canone calmierato. Oggi torniamo alla vecchia maniera dei comunisti che, per fare una marchetta ideologica, sequestrano un alloggio a una famiglia in lista di attesa che sarebbe entrata tra pochi giorni, per dare ospitalità a un nucleo straniero sfrattato con minori, come tante altre famiglie di Albenga».
L'esponente di Forza Italia chiede all'amministrazione comunale di rivedere la scelta: «Il sindaco torni in giunta e annulli in autotutela questa delibera di requisizione illegittima e soprattutto viziata da un abuso di potere al di fuori della legge».
L'assessore Simona Vespo , secondo quanto riportato dal Secolo XIX, ha replicato difendendo la legittimità del provvedimento: «Non c'è nessuna forzatura e nessuna decisione o azione ai limiti dell'illegalità, ma anzi abbiamo fatto esattamente quanto è previsto, anzi imposto, dalla legge. Premesso che non è la giunta né l'assessore a decidere se un cittadino o una famiglia hanno diritto a un determinato tipo di contributo o supporto, ma gli assistenti sociali, i funzionari e il dirigente, in questi casi interveniamo cercando un accordo con i proprietari o altre soluzioni abitative, con o senza contributo. Noi non abbiamo tolto nulla a nessuno, perché abbiamo chiesto ad Arte se aveva disponibilità».
Ciangherotti, però, non ci sta, e alla Verità replica: «L'assegnazione dell'alloggio è avvenuta senza alcun metodo di trasparenza rispetto a tutte le altre famiglie nelle stesse condizioni di disagio che restano senza casa. Così si alimenta solo il razzismo, perché con questa forzatura, se da lunedì mattina tutti i cittadini di Albenga con sfratto esecutivo si presenteranno in Comune e non verranno accontentati anche loro con un alloggio popolare requisito extra graduatoria, il Pd avrà dimostrato di adottare la politica dei figli (gli stranieri) e figliastri (gli italiani)».
Adriano Scianca
Donna scomparsa a Brescia. Fermato marito marocchino
A far scattare l'allarme, rivolgendosi a una vicina di casa, erano stati lunedì i due figli di tre e nove anni, rimasti soli tra le mura domestiche per 24 ore. Della loro mamma, Allou Suad, ventinovenne di origine marocchina, infatti non si avevano più notizie da domenica sera. Dal carcere di Canton Mombello il marito della donna, cinquantenne marocchino, fermato a Brescia su disposizione della Procura con accuse pesantissime, omicidio volontario e occultamento di cadavere, continua a negare ogni addebito e responsabilità sulla scomparsa della moglie.
L'uomo ha ribadito la sua estraneità, negando di aver ucciso la moglie, anche ieri nel lungo interrogatorio davanti al pm(oggi comparirà davanti al gip per la convalida) che mercoledì sera ne aveva disposto il fermo. E sempre ieri il legale del cinquantenne, Gianfranco Abate, lasciando il carcere di Brescia ha spiegato di voler rinunciare all'incarico per incompatibilità con il suo assistito. Riavvolgiamo il nastro di una vicenda che ha quale scenario una città in cui i temi della sicurezza e dell'immigrazione sono da tempo sotto la lente di ingrandimento. E che negli ultimi mesi sono stati, e sono ancora, pure temi da campagna elettorale, visto che domani i bresciani sono chiamati alle urne per rinnovare giunta e consiglio comunale. A sfidarsi per la poltrona più importante della Loggia sono otto aspiranti primi cittadini, tra cui i tre big, il sindaco di centrosinistra uscente Emilio Del Bono, la candidata di centrodestra Paola Vilardi - proprio ieri sera il leader della Lega, e neoministro dell'Interno, Matteo Salvini, era a Brescia per la chiusura della campagna elettorale di Vilardi - e il pentastellato Guido Ghidini.
Da tempo la relazione tra Allou Suad e il marito non funzionava e i due si stavano separando. Da domenica sera, quando aveva incontrato il marito per riprendere i figli che avevano passato il fine settimana con lui, appunto non si avevano più notizie della giovane mamma di origine marocchina. I due figli della coppia erano rimasti soli nella casa di via Milano in cui vivono con la mamma per quasi 24 ore. E solo lunedì sera la bimba di nove anni, che fino a quel momento aveva badato al fratello più piccolo, si era rivolta a una vicina di casa spiegando che la mamma non c'era più e consegnando il numero di telefono del padre che vive sul confine tra la Provincia di Brescia e quella di Cremona.
Poi, mercoledì, la svolta, sul fronte delle indagini e giudiziario, con il fermo dell'uomo. A inchiodarlo, le immagini riprese dalle telecamere di un bar sotto casa della moglie, in via Milano, tra domenica e lunedì. Prima lo immortalano, attorno alle 23, mentre riporta i figli in casa della moglie, poi verso l'alba mentre trascina e carica in auto un sacco nero, voluminoso e molto pesante. In quel sacco, continua a dire lui, «c'erano solo vestiti usati». Ma quel che l'occhio elettronico ha catturato contribuisce a far assumere alla vicenda contorni ancor più inquietanti.
Paola Gregorio
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Vienna dura con un'organizzazione sospettata di estremismo. È la stessa che a Milano viene trattata con i guanti bianchi e i cui luoghi di culto si vogliono regolarizzare. Ma Matteo Salvini vuole seguire l'esempio: «Studieremo azioni comuni».Arriva nelle sale Iuventa, documentario sull'imbarcazione dell'Ong tedesca Jugend Rettet che fu sequestrata a Trapani. Dopo la fiction su Lampedusa e quella, poi bloccata, su Riace, la tv di Stato si presta a un'altra operazione di propaganda.Nel Savonese un appartamento requisito e assegnato a un nordafricano in barba a bandi e graduatorie. L'opposizione: «Una forzatura che mette gli stranieri davanti agli italiani, alimentando il razzismo».A Brescia è scomparsa una donna di 29 anni. Fermato il marito marocchino.Lo speciale contiene quattro articoli Gli austriaci ci avevano fatto infuriare, tempo fa, quando decisero di digrignare i denti e mostrarono l'intenzione di piazzare al Brennero uomini e mezzi blindati al fine di proteggere le frontiere. Un atteggiamento sacrosanto, che però ci danneggiava non poco. Ora, però, nell'Austria scopriamo un fondamentale alleato a livello europeo nella lotta contro l'invasione. Il Paese guidato dal cancelliere Sebastian Kurz ci ha dato man forte, giorni fa, nella discussione sul trattato di Dublino. Schierandosi con l'Italia, ha contribuito a far saltare una riforma dell'accordo che ci avrebbe causato parecchi guai. Subito dopo, l'ottimo cancelliere ha proposto di limitare l'ingresso di migranti nel Vecchio Continente tramite la realizzazione di campi profughi esterni alle frontiere europee, altro suggerimento che sarebbe molto interessante raccogliere. Ma il meglio di sé gli austriaci l'hanno offerto ieri. Il governo di Vienna ha fatto sapere che procederà alla chiusura di 7 moschee e all'espulsione di imam radicali. La decisione pare nasca da un'inchiesta del settimanale (di sinistra) Falter, che ha pubblicato foto scattate all'interno di un centro culturale islamico. Le immagini mostrano alcuni ragazzini impegnati in una rievocazione storica della battaglia di Gallipoli del 1915, divenuta il simbolo della resistenza ottomana all'Occidente.Insomma, i baldi giovani venivano indottrinati e fomentati nell'odio contro l'infedele oppressore. Ovviamente la faccenda non si riduce a qualche pagliacciata di orgoglio radicale. Le autorità austriache si sono concentrate soprattutto sull'Atib, l'«Unione turco-islamica per la collaborazione culturale e sociale in Austria». Una quarantina di personalità di spicco dell'organizzazione rischiano l'espulsione, contando anche i famigliari di costoro si arriva a circa 150 musulmani. I capi dell'Atib sono accusati di aver ottenuto finanziamenti illeciti dall'estero e di aver violato le leggi austriache sull'islam. Da qui la chiusura di quattro moschee a Vienna, due in Alta Austria e una in Carinzia. «In Austria non c'è spazio per società parallele e radicalizzazioni», ha dichiarato Kurz, supportato dal ministro dell'Interno Herbert Kickl. Ovviamente, c'è già chi si straccia le vesti. Ibrahim Kalin, portavoce del presidente turco Erdogan, ha gridato che le decisioni dell'Austria sono «il risultato di un'ondata discriminatoria, populista, islamofoba e razzista». Beh, lo sdegno era prevedibile. La cosa più interessante, però, è che questa vicenda tocca anche il nostro Paese. Ieri, Matteo Salvini ha espresso un deciso apprezzamento per l'azione di Kurz: «Credo nella libertà di culto, non nell'estremismo religioso», ha detto. «Chi usa la propria fede per mettere a rischio la sicurezza di un Paese va allontanato. Spero già la prossima settimana di incontrare il collega ministro austriaco per confrontarci su linee d'azione». Se Salvini scegliesse l'approccio austriaco, avrebbe molto su cui lavorare. Vale la pena di ricordare, infatti, che l'Atib presa di mira da Kurz e soci è una sorta di succursale austriaca di Diyanet, ovvero l'agenzia del governo turco per gli affari religiosi. Quella, per intendersi, che qualche tempo fa si è espressa a favore delle spose adolescenti. Come spiega un'inchiesta del Gatestone institute, il compito principale di Atib (e della germanica Ditib) è «installare la versione ufficiale dell'islam del governo turco» nei Paesi di lingua tedesca. Direte: che c'entra l'Italia? Spieghiamo. Diyanet è la stessa agenzia grazie a cui, nel settembre 2015, il Caim (Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza) ha attivato delle borse di studio allo scopo di finanziare corsi di formazione per imam nei luoghi di culto italiani. Significa che anche nel nostro Paese l'influenza turca è piuttosto forte. Anzi, in certe realtà è addirittura dominante. È proprio il caso di Milano a dimostrarlo. Il presidente del suddetto Caim, infatti, è un signore chiamato Osman Duran. Il quale è anche presidente di Milli Gorus Italia, ovvero un'associazione islamica filo turca. Quest'organizzazione gestisce, da alcuni anni, un «centro culturale» in via Maderna, a Milano. Una moschea, in buona sostanza, che adesso il Comune meneghino guidato da Beppe Sala ha deciso di regolarizzare, varando un nuovo «Piano delle attrezzature religiose». Milli Gorus è attiva anche in Germania. E infatti, già nel 2013, il ministero dell'Interno tedesco l'ha inserita in un lista di associazioni «islamiste» (cioè estremiste, o comunque radicali) da tenere d'occhio. Un successivo report delle autorità germaniche, uscito nel luglio 2017 e relativo al 2016, spiega che per i militanti di Milli Gorus sono «giusti» soltanto « gli ordinamenti che si fondano sulla rivelazione divina, mentre illegittimi sono quelli che sono creati dagli uomini. Attualmente con la civiltà occidentale dominerebbe un ordine ingiusto, fondato su violenza, torto e sopraffazione. Questo sistema illegittimo dovrebbe essere sostituito da un “ordine giusto" orientato esclusivamente dai principi islamici, anziché da regole arbitrarie create dagli uomini».Riassumiamo. L'Austria chiude moschee e caccia imam che fanno riferimento all'agenzia turca Diyanet. La stessa a cui sono legati i leader di Milli Gorus, considerati estremisti dal governo tedesco. A Milano, invece, il Pd intende regolarizzare (assieme ad altre cinque strutture) una moschea gestita proprio da un'associazione riconducibile alla galassia filo turca. Lo stesso islam che tedeschi e austriaci considerano radicale e pericoloso, in Italia viene considerato più che affidabile. Anzi, a Milano questo islam è l'interlocutore privilegiato della giunta comunale e del Partito democratico, che intendono regolarizzare un luogo di culto inizialmente sorto in maniera irregolare. È evidente che Matteo Salvini, dalle nostre parti, ha parecchio lavoro da sbrigare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/kurz-moschee-2576350525.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-rai-produce-il-film-sui-tassisti-del-mare" data-post-id="2576350525" data-published-at="1774136308" data-use-pagination="False"> La Rai produce il film sui tassisti del mare LaPresse Le sfide che attendono il nuovo governo in materia di immigrazione sono molteplici, e ci sono parecchie questioni che andranno affrontate celermente e con grande impegno. Sarebbe opportuno, tuttavia, che il nuovo esecutivo riuscisse a dedicare un pochettino di attenzione anche all'aspetto propagandistico della faccenda. In questi anni, infatti, nel nostro Paese si sono moltiplicate le iniziative volte a inculcare nel cranio degli italiani l'ideologia dell'accoglienza indiscriminata e delle frontiere aperte. Festival, sagre, kermesse, giochi per bambini, attività per le scuole. E poi libri, fumetti, film, fiction... La Rai, a questo riguardo, ha offerto un bel contributo. Ricordiamo, tra le altre cose, la fiction Lampedusa, con Claudio Amendola. L'ultimo gioiellino della serie si intitola Iuventa, ed è un film documentario diretto da Michele Cinque e prodotto da Lazy Film con Rai Cinema (in coproduzione con altri). Il marchio della televisione pubblica italiana è ben visibile sul poster, segno che l'emittente di Stato ci tiene. La pellicola è stata presentata al Biografilm festival di Bologna, e sarà proiettata anche alla rassegna La Repubblica delle idee organizzata dal quotidiano di Mario Calabresi. Di che tratta il film? Secondo il regista, «questa è una storia che può ispirare tanti altri giovani e invitarli a non arrendersi di fronte a dinamiche più grandi di noi. A non smettere di lottare, a recuperare anche un po' di capacità di credere e di idealismo». Certo, i giovani (italiani e non) dovrebbero seguire l'esempio degli attivisti della Ong tedesca Jugend Rettet, che nel 2016 hanno acquistato e rimesso a nuovo la nave Iuventa e si sono messi a scorrazzare per il Mediterraneo allo scopo di recuperare migranti da portare qui. Forse vi ricorderete di questa Ong in particolare. Jugend Rettet, infatti, è diventata il simbolo dei «tassisti del mare». Argomento cui ieri ha fatto cenno anche Matteo Salvini: «C'è preciso disegno al limite delle acque territoriali della Libia di fungere da taxi», ha detto il ministro. «Stiamo lavorando sul fronte di queste Ong: alcune fanno volontariato, altre fanno affari». A proposito di Jugend Rettet sappiamo che i suoi capi si rifiutarono, nell'estate del 2017, di firmare il «codice di condotta» approntato dal ministro Marco Minniti. All'inizio di agosto di quell'anno, la Procura di Trapani decise di sequestrare la Iuventa. Il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, raccontò, davanti alla Commissione difesa del Senato, di essere a conoscenza di un episodio che dimostrava la collaborazione fra la Ong e gli scafisti libici. I membri dell'equipaggio della Iuventa furono pure intercettati mentre ribadivano di non voler collaborare con le autorità italiane. «Non è nostro compito contribuire alle indagini», dicevano. In un'altra registrazione si sentivano queste parole: «Allora noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c'è motivo, a questo non contribuiamo». La Procura di Trapani scrisse che i membri dell'equipaggio avevano dimostrato una «persistente volontà di non mettere a disposizione delle autorità italiane le informazioni e i supporti audio/ video relativi alle operazioni di soccorso, proprio al fine di impedire agli inquirenti di identificare i soggetti coinvolti nel traffico di esseri umani». Altro che idealisti da ammirare e imitare. Gli attivisti tedeschi erano noti per essere avventati, si rifiutavano di rispettare gli ordini della Guardia costiera italiana, si mostravano riottosi e decisi a portare avanti la loro azione a tutti i costi. Le indagini sul loro conto, per altro, non si sono ancora concluse. Il 24 aprile scorso, la Corte di cassazione ha confermato il sequestro della Iuventa. Ma tutto questo non ha impedito a Rai Cinema di produrre un documentario che elogia persone sospettate di intelligenza con i trafficanti di esseri umani. Anche se la vicenda giudiziaria si concludesse con un nulla di fatto, però, il problema ci sarebbe ugualmente. Per quale motivo una struttura pubblica deve collaborare alla realizzazione di una pellicola di questo genere? Beh, l'intento propagandistico è evidente. Nonostante le indagini, nonostante i sospetti e le dichiarazioni degli investigatori, si va avanti a proporre gli uomini e le donne di Jugend Rettet come dei modelli. Dei baldi giovani decisi a lottare per le proprie idee. La Rai ha già avuto problemi con un altro prodotto in tema immigratorio, ovvero la fiction dedicata al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, interpretata da Beppe Fiorello. È stata annunciata in grande stile, le riprese sono iniziate ma, prima che la serie potesse andare in onda, il primo cittadino pro immigrati si è trovato coinvolto in un po' di guai giudiziari. Ergo, la fiction è stata bloccata. Il documentario, invece, circola liberamente e viene ben pubblicizzato. L'ideologia è sempre l'ultima a morire. 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Era, quindi, pronto per essere assegnato agli aventi diritto. Andrà, invece, a un nucleo il cui capofamiglia è un marocchino di 34 anni, che ha appena perso il lavoro e, in difficoltà economica, non è riuscito a pagare l'affitto, venendo alla fine sfrattato. Una storia drammatica legata alla crisi, senz'altro. Quello che la differenzia da tanti casi analoghi che colpiscono le famiglie italiane è il fatto che, quando il marocchino si è rivolto ai servizi sociali per chiedere aiuto, non gli è stato risposto «le faremo sapere» o «si metta in coda»: quel che invece è successo è che la casa è stata trovata subito. In men che non si dica, la famiglia immigrata è finita a vivere in via Viveri. Per i prossimi sei mesi abiterà lì, pagando ad Arte, l'Azienda regionale territoriale per l'edilizia, un canone di 157 euro mensili. «Una forzatura dei poteri della giunta al limite della legalità», che «ha stravolto i criteri di assegnazione degli alloggi previsti per legge», tuona sui social Ciangherotti. Che rincara la dose: «Quando io ero assessore mai ho toccato gli alloggi disponibili per le graduatorie e quando ho dovuto portare in giunta l'assegnazione straordinaria di alloggi per famiglie che erano obbligate a trasferirsi per ragioni di incolumità, mai ho requisito le case popolari, bensì gli immobili pubblici vuoti e inutilizzati da anni nella palazzina di Rusineo a canone calmierato. Oggi torniamo alla vecchia maniera dei comunisti che, per fare una marchetta ideologica, sequestrano un alloggio a una famiglia in lista di attesa che sarebbe entrata tra pochi giorni, per dare ospitalità a un nucleo straniero sfrattato con minori, come tante altre famiglie di Albenga». L'esponente di Forza Italia chiede all'amministrazione comunale di rivedere la scelta: «Il sindaco torni in giunta e annulli in autotutela questa delibera di requisizione illegittima e soprattutto viziata da un abuso di potere al di fuori della legge». L'assessore Simona Vespo , secondo quanto riportato dal Secolo XIX, ha replicato difendendo la legittimità del provvedimento: «Non c'è nessuna forzatura e nessuna decisione o azione ai limiti dell'illegalità, ma anzi abbiamo fatto esattamente quanto è previsto, anzi imposto, dalla legge. Premesso che non è la giunta né l'assessore a decidere se un cittadino o una famiglia hanno diritto a un determinato tipo di contributo o supporto, ma gli assistenti sociali, i funzionari e il dirigente, in questi casi interveniamo cercando un accordo con i proprietari o altre soluzioni abitative, con o senza contributo. Noi non abbiamo tolto nulla a nessuno, perché abbiamo chiesto ad Arte se aveva disponibilità». Ciangherotti, però, non ci sta, e alla Verità replica: «L'assegnazione dell'alloggio è avvenuta senza alcun metodo di trasparenza rispetto a tutte le altre famiglie nelle stesse condizioni di disagio che restano senza casa. Così si alimenta solo il razzismo, perché con questa forzatura, se da lunedì mattina tutti i cittadini di Albenga con sfratto esecutivo si presenteranno in Comune e non verranno accontentati anche loro con un alloggio popolare requisito extra graduatoria, il Pd avrà dimostrato di adottare la politica dei figli (gli stranieri) e figliastri (gli italiani)». Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kurz-moschee-2576350525.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="donna-scomparsa-a-brescia-fermato-marito-marocchino" data-post-id="2576350525" data-published-at="1774136308" data-use-pagination="False"> Donna scomparsa a Brescia. Fermato marito marocchino A far scattare l'allarme, rivolgendosi a una vicina di casa, erano stati lunedì i due figli di tre e nove anni, rimasti soli tra le mura domestiche per 24 ore. Della loro mamma, Allou Suad, ventinovenne di origine marocchina, infatti non si avevano più notizie da domenica sera. Dal carcere di Canton Mombello il marito della donna, cinquantenne marocchino, fermato a Brescia su disposizione della Procura con accuse pesantissime, omicidio volontario e occultamento di cadavere, continua a negare ogni addebito e responsabilità sulla scomparsa della moglie. L'uomo ha ribadito la sua estraneità, negando di aver ucciso la moglie, anche ieri nel lungo interrogatorio davanti al pm(oggi comparirà davanti al gip per la convalida) che mercoledì sera ne aveva disposto il fermo. E sempre ieri il legale del cinquantenne, Gianfranco Abate, lasciando il carcere di Brescia ha spiegato di voler rinunciare all'incarico per incompatibilità con il suo assistito. Riavvolgiamo il nastro di una vicenda che ha quale scenario una città in cui i temi della sicurezza e dell'immigrazione sono da tempo sotto la lente di ingrandimento. E che negli ultimi mesi sono stati, e sono ancora, pure temi da campagna elettorale, visto che domani i bresciani sono chiamati alle urne per rinnovare giunta e consiglio comunale. A sfidarsi per la poltrona più importante della Loggia sono otto aspiranti primi cittadini, tra cui i tre big, il sindaco di centrosinistra uscente Emilio Del Bono, la candidata di centrodestra Paola Vilardi - proprio ieri sera il leader della Lega, e neoministro dell'Interno, Matteo Salvini, era a Brescia per la chiusura della campagna elettorale di Vilardi - e il pentastellato Guido Ghidini. Da tempo la relazione tra Allou Suad e il marito non funzionava e i due si stavano separando. Da domenica sera, quando aveva incontrato il marito per riprendere i figli che avevano passato il fine settimana con lui, appunto non si avevano più notizie della giovane mamma di origine marocchina. I due figli della coppia erano rimasti soli nella casa di via Milano in cui vivono con la mamma per quasi 24 ore. E solo lunedì sera la bimba di nove anni, che fino a quel momento aveva badato al fratello più piccolo, si era rivolta a una vicina di casa spiegando che la mamma non c'era più e consegnando il numero di telefono del padre che vive sul confine tra la Provincia di Brescia e quella di Cremona. Poi, mercoledì, la svolta, sul fronte delle indagini e giudiziario, con il fermo dell'uomo. A inchiodarlo, le immagini riprese dalle telecamere di un bar sotto casa della moglie, in via Milano, tra domenica e lunedì. Prima lo immortalano, attorno alle 23, mentre riporta i figli in casa della moglie, poi verso l'alba mentre trascina e carica in auto un sacco nero, voluminoso e molto pesante. In quel sacco, continua a dire lui, «c'erano solo vestiti usati». Ma quel che l'occhio elettronico ha catturato contribuisce a far assumere alla vicenda contorni ancor più inquietanti. Paola Gregorio
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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