Percy Bysshe Shelley diceva che «un uomo per essere buono e grande deve immaginare intensamente». Il nome dello spirito ribelle del romanticismo inglese fa capolino nella conversazione quando nell'intervista con Francesco Tesei, unanimemente considerato il più grande mentalista italiano, il ghiaccio è già abbondantemente rotto. Shelley e gli altri romantici la chiamavano immaginazione, Tesei la modernizza in empatia. Per lui che dello straordinario, della suggestione che porta a chiedersi se sappia leggere nei nostri pensieri ha fatto pane quotidiano, empatia è la parola chiave negli spettacoli portati sul palcoscenico, Mind Juggler e The Game e sul grande schermo. Protagonista su Sky 1 di Il Mentalista, dove affascina con le sue performance, anticipando le scelte di coloro che si prestano ai suoi esperimenti, tra cui campioni di scacchi e poker (gente che con le strategie mentali, proprie e altrui, per portare a casa la partita, ha parecchia confidenza) sabato 8 settembre sarà ospite alla Rocca d'Anfo, in provincia di Brescia, con uno show fatto di estratti dai suoi più celebri spettacoli teatrali, per La Rocca tra le Nuvole, nell'ambito della rassegna Nuvole. Eventi in Valle Sabbia per raccontare la salute mentale promosso dalla Comunità Montana valsabbina.
Se dici mentalista, pensi a una persona in grado di intuire quel che stai pensando. E magari non hai ben chiara la distinzione tra un mentalista e un illusionista tout court, come il celeberrimo David Copperfield, già mister Claudia Schiffer. La chiacchierata con Tesei, che è pure regista teatrale e scrittore, si muove sul binario del dare risposta a curiosità e perplessità, tra fascinazione e un pizzico di timore di fronte a chi sa così ben addentrarsi nei meccanismi della comunicazione e del nostro cervello. Perché il mentalismo parla degli incantesimi della mente e del comunicare, delle amletiche domande che l'uomo si fa dalla notte dei tempi. E che in epoca di social network debbono fare i conti con i rischi della «manipolazione» tecnologica. Il nostro libero arbitrio è davvero così libero oppure dentro la nostra mente esiste un ordine che regola il caos e tutto è comune e condiviso?
Si crede che un mentalista possa intuire i pensieri altrui. Idea che affascina ma presta anche il fianco a timori di una possibile ed eventuale manipolazione.
«Il mentalismo non è una scienza, ripetibile in laboratorio o testabile, ma una forma d'arte. Io faccio spettacoli, non conferenze. La mia priorità è creare performance che regalino emozioni e suggestioni. Il mentalismo solleva dubbi che fanno vacillare le convinzioni del pubblico, compreso l'interrogativo se il mentalista sia, o meno, in grado di leggere e suggestionare i pensieri altrui».
E lo è?
«Ribadisco, è una forma d'arte e come tale va guardata. Certo pone di fronte a degli interrogativi, suggestioni rispetto al fatto che io sia in grado di leggere nei pensieri del pubblico. Non dimentichiamo poi che il mentalismo ha delle radici nell'illusionismo. Il mentalismo che piace a me e che ho abbracciato, tuttavia, è quello del momento storico attuale, in cui c'è molto più interesse per l'aspetto comunicativo e psicologico».
Come si distingue un mentalista da un illusionista?
«Lo ripeto, il mentalismo ha radici nell'illusionismo. Io ho fatto l'illusionista da giovane e da quell'esperienza ho ereditato il piacere di lasciare a bocca aperta le persone. E questa voglia di sollevare un senso di stupore e di meraviglia nel pubblico è rimasta anche nelle performance da mentalista. Ma a differenza dell'illusionista, che magari vuole stupire con un coniglio che salta fuori dal cappello, il mentalista vuole stupire mettendo l'accento sulle domande esistenziali relative a quanto siamo liberi nelle nostre scelte o quanto siamo condizionabili, a quanto la realtà sia solo una cosa oggettiva o piuttosto che noi costruiamo soprattutto nella nostra mente».
Quindi cosa è il mentalismo per Francesco Tesei?
«Il mentalismo che ho abbracciato, come anticipato, è quello di oggi, in cui si è sostanzialmente perso l'interesse per la telepatia e per il mondo del paranormale e vi è molta più attenzione per la componente psicologica e della comunicazione. Quindi il mio è un mentalismo in chiave psicologica che interessa gli aspetti magici della comunicazione. E con un pizzico di illusionismo. L'aggettivo magico resta una delle parole chiave per me».
In Mind Juggler e The Game lei mostra che a ingannarci sono spesso i nostri stessi pensieri, i nostri ragionamenti…
«La più grande illusione della nostra mente è confondere gli eventi indipendenti da noi con quelli di cui invece abbiamo piena responsabilità. Le domande che suscitano i miei spettacoli, in particolare The Game, sono una sorta di inno a prenderci le nostre responsabilità. Capita che parliamo di fortuna confondendo tra ciò di cui non abbiamo alcuna responsabilità e ciò in cui abbiamo invece responsabilità oggettive e personali».
E quindi gli «incantesimi» della mente possono aiutarci a influenzare ciò che è imponderabile per definizione, ovvero la «dea bendata»?
«Leggendo le biografie di personaggi famosi, come Steve Jobs, mi sono reso conto che parlando della loro storia citavano spesso la fortuna. Ma nulla succede per caso. Se mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto è perché ho creato le premesse per essere lì».
Lei ha affermato: Io sono un mentalista: non ragiono in termini di vittoria o di sconfitta. Quello che a me interessa è … il controllo».
«È la frase che ho detto in chiusura al campione di scacchi in The Mentalist. Ovvero, sono stato in grado di prevedere le tue mosse. Non ragiono in termini di vittoria o di sconfitta, perché non si tratta di una prova di forza mentale, ma della condivisione di un'esperienza in cui si riesce a creare assieme qualcosa di stupefacente. E in cui non ci sono vincitori o sconfitti».
Si farà una seconda stagione di The Mentalist?
«Le posso solo dire che ci sono vari progetti televisivi che stiamo valutando con più canali».
E invece, a proposito di performance, sta già lavorando a un nuovo spettacolo?
«Continuerò a portare in giro Mind Juggler e The Game, ma sto lavorando a un nuovo spettacolo di cui farò le prove generali aperte al pubblico in zona Forlì e che sarà nei teatri da inizio 2019. Posso solo anticipare che affronterà il tema del rapporto con il mondo altamente tecnologico in cui viviamo».
- Il sottosegretario con delega al settore annuncia la minirivoluzione: «Basta contributi pubblici». Sostegno invece a start up e ai progetti innovativi. «La Rai? Va riformata o venduta come dice Beppe Grillo».
- Per quest'anno la presidenza del Consiglio e il ministero dello Sviluppo economico hanno devoluto oltre 180 milioni di euro. Di questi circa 68 per l'emittenza radio televisiva locale.
- Già nel 2016 si ipotizzava una sforbiciata alla pubblicità legale obbligatoria della Pubblica amministrazione. Leggi l'articolo di Claudio Antonelli.
Lo speciale contiene tre articoli
Il superamento del sistema dei contributi pubblici e diretti all'editoria resta un cavallo di battaglia dei 5 stelle. Pur se non figura nel contratto di governo Lega-M5s «perché quel contratto ha al centro i bisogni dei cittadini e le priorità su questo fronte». Parola, lapidaria, di Vito Crimi, il senatore pentastellato che da sottosegretario alle presidenza del Consiglio, con delega all'editoria, ci dice, affronterà al più presto il tema con gli alleati di governo. Palermitano di nascita, bresciano d'adozione, grillino della prima ora e candidato alla presidenza del Pirellone nel 2010 per Movimento 5 stelle prima di approdare nel 2013 al Senato, sgombra il campo da qualsivoglia ambiguità. «È chiaro che tutto il sistema va rivisto. Bisogna superare il sistema del finanziamento pubblico senza creare danni all'industria editoriale sana. Con particolare riferimento alle piccole testate espressione di comunità locali e che non hanno la forza dei grandi numeri. Mi farò promotore di una riforma sistematica del settore, coinvolgendo tutti gli attori».
Sottosegretario Crimi l'abolizione dei contributi pubblici ai giornali è da sempre una battaglia del vostro movimento. Non ve ne è però traccia nel contratto di governo M5s-Lega. La legge attualmente in vigore sulla partita è la 198/2016 proposta dall'allora ministro allo Sport, con delega all'editoria, Luca Lotti. Legge che voi volete superare.
«Ribadisco che tutto il sistema va rivisto e che questa voce non è nel contratto di governo perché quest'ultimo si concentra sulle priorità rispetto alle esigenze dei cittadini. L'informazione deve essere libera, anche dagli eventuali condizionamenti del governo di turno che può aprire o chiudere i cordoni della borsa. Con rischio di una forma di pressione indiretta. Che non è detto ovviamente i giornali subiscano, ma il pericolo resta. Se da una parte oggi si dice che il finanziamento pubblico ai giornali sia garanzia di pluralismo, io vi dico, per le ragioni appena ricordate, che i contributi pubblici non fanno bene all'informazione. Come detto va rivisto tutto il sistema, senza creare danni all'industria editoriale sana. Ben venga ad esempio il sostegno pubblico a start up, a progetti editoriali, specie quelli innovativi o dei giovani. Che però, questa è conditio sine qua non, devono essere in grado di camminare con le proprie gambe. E ancora il sostegno al rinnovamento tecnologico di prodotti editoriali tradizionali. Quanto alla legge 198/2016 bisogna andare ancora più a fondo di quelle norme e pure procedere con un'ulteriore verifica dei beneficiari».
Lei ha annunciato a breve proposte su questo fronte da sottoporre al governo.
«Il primo provvedimento che sottoporrò in questi giorni all'attenzione del governo è l'abolizione dell'obbligo per le pubbliche amministrazioni di pubblicazione degli avvisi di gara e aggiudicazione sui quotidiani nazionali e locali. Un giro d'affari da 50 milioni di euro, con costi a carico delle imprese. Ad oggi infatti subito dopo l'aggiudicazione l'impresa deve rimborsare le spese di pubblicazione alla Pubblica amministrazione. Un vero e proprio balzello per le aziende che vogliono lavorare con quest'ultima».
Beppe Grillo ha recentemente lanciato la sua proposta sulla Rai, ovvero due reti da mettere sul mercato e una senza pubblicità. E il vicepremier Luigi Di Maio ha rilanciato sul tema delle tv e delle aziende rimarcando che «per Rai e Mediaset sarà fondamentale riuscire a rinnovarsi con nuove persone e nuove idee. E inserendosi in una logica diversa da quella seguita fino ad oggi, perché le televisioni tradizionali hanno i giorni contati»…
«Preciso che non sono questioni che riguardano il mio dipartimento. Ma nella provocazione Grillo ha certo detto una cosa sacrosanta. Ovvero, sulla Rai bisogna agire. Quindi, o il sistema si riforma e si cambia, oppure se ciò non avviene meglio andare nella direzione provocatoriamente disegnata da Grillo».
Nell'agenda di governo uno dei temi chiave è la gestione dell'emergenza migratoria. Dopo le dichiarazioni del presidente pentastellato della Camera, Roberto Fico, che ha detto «i porti io non li chiuderei» e del ministro 5 stelle delle Infrastrutture, Danilo Toninelli (che in relazione alle parole del ministro dell'Interno e vicepremier, Matteo Salvini, dal raduno di Pontida sulle competenze sui porti ha risposto: «le competenze sono congiunte tra Mit e Viminale») , nell'alleanza governativa lo scenario è parecchio agitato…
«Nessuna agitazione, la linea è chiara. Ciascuno di noi ha le sue sensibilità ed esprime le sue opinioni, ma è proprio l'aver governato un Paese complesso come il nostro affidandoci alla sensibilità del politico di turno o alle emozioni dettate dalle emergenze che ha reso la situazione al limite dell'ingestibilità. Occorre governare il fenomeno migratorio e saper gestire l'accoglienza. Servono buon senso, pragmatismo e visione a lungo termine. Quando gli ospiti in casa tua superano il livello che puoi gestire, accoglierne altri significa non garantire neppure ai primi un'accoglienza dignitosa. E più alimentiamo la speranza di trovare uno sbocco partendo, più incentiviamo interi popoli a muoversi, a partire andando incontro a quelli che si trasformano spesso in veri e propri viaggi della morte. In questo modo non facciamo il loro bene. La soluzione migliore resta quella di agire in Libia affinché la Guardia costiera libica blocchi le partenze e riporti i migranti nei luoghi seguiti dall'Onu e dall'Unhcr. E l'obiettivo è creare appunto dei luoghi dove raccoglierli prima che partano».
Il decreto Dignità che porta la firma del vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, appena licenziato dal Consiglio dei ministri, si è presentato un po' attenuato e meno ambizioso, rispetto alle bozze iniziali, su alcune delle misure annunciate. Sono correzioni frutto dell'influsso dell'alleato di governo leghista?
«Non mi sto occupando del decreto Dignità. Ma stiamo governando assieme e le iniziative si concordano assieme. È una normale dialettica tra alleati. Parlare di alleggerimento mi pare una semplificazione. Non c'è nulla di alleggerito, il risultato finale sarà il frutto di un lavoro congiunto. E così sempre sarà».
Paola Gregorio
Quei contributi nati nel 1981 che quest'anno superano i 180 milioni di euro
Con le difficoltà che sta attraversando il mondo dell'editoria, il cosiddetto fondo per il pluralismo (dell'informazione) fa gola a molti. Nato nel 1981, era previsto un contributo fisso per ogni copia stampata, con una maggiorazione del 15% nel caso il giornale fosse edito da una cooperativa di giornalisti. Nel 1990, poi, i finanziamenti sono stati allargati anche a tutti gli organi di partito, fattore che ha fatto la gioia di molti editori fino al 2008, anno in cui il parlamento ha iniziato a ripensare i finanziamenti all'editoria, abolendo ogni criterio legato alla tiratura. Alla fine nel 2014 il sistema di contribuzione diretta è stato quindi abolito.
Ciò non toglie, però, che alcuni finanziamenti siano previsti per alcune categorie di imprese editoriali. Quest'anno le risorse che la presidenza del Consiglio e il ministero per lo Sviluppo Economico stanno devolvendo ammontano a 182,3 milioni di euro. Di questi, 114,4 sono destinati alle diverse finalità di competenza della presidenza del Consiglio dei ministri. Gli altri 67,8 milioni servono per gli interventi di sostegno alla emittenza radiotelevisiva locale, di competenza del ministero per lo Sviluppo Economico.
Una nota emessa dalla presidenza del Consiglio ha reso noto come vengono spesi quest'anno i 114,4 milioni previsti dal fondo per il pluralismo.
Circa 4 milioni sono previsti per le imprese radiofoniche e televisive. Altri 3 milioni vanno alla stampa italiana periodica all' estero. Un milione è invece il contributo speciale a favore dei quotidiani in lingua slovena editi in Italia. 9.000 euro servono per l'Associazione stampa estera. Poco più di 27,8 milioni sono destinati alle convenzioni con Rai International e Rai minoranze linguistiche.
Circa 572.500 euro vanno invece all'Inpgi (l'istituto nazionale di previdenza dei giornalisti) come aiuto per la Cassa integrazione guadagni straordinaria e per i contratti di solidarietà. La fetta maggiore, 47 milioni, va nelle casse dei quotidiani e dei periodici che esprimono il pensiero di “enti morali" come partiti o associazioni. Solo 1,1 milioni vanno alle imprese radiofoniche organo di partito o movimento politico. 4,5 milioni servono invece per rimborsare i canoni elettrici e satellitari delle emittenti radiotelevisive che ne hanno fatto richiesta. Infine, sono previsti stanziamenti per due milioni per le imprese editrici che abbiano intenzione di realizzare progetti a carattere innovativo.
La pacchia, però, potrebbe finire da un momento all'altro. Nel programma presentato dal Movimento 5 stelle prima delle elezioni del 4 marzo si spiegava chiaramente che sarebbe finita l'era dei giornali finanziati con i soldi pubblici. Nel nuovo programma, però, quello scritto a quattro con la Lega, dell'abolizione dei finanziamenti pubblici all'editoria non c'è traccia. Va detto però che il taglio dei contributi all'editoria è un ritornello che con i 5 Stelle ritorna sempre. Non stupirebbe dunque se un decreto, prima o poi, dovesse arrivare di punto in bianco.
Gianluca Baldini
- Vienna dura con un'organizzazione sospettata di estremismo. È la stessa che a Milano viene trattata con i guanti bianchi e i cui luoghi di culto si vogliono regolarizzare. Ma Matteo Salvini vuole seguire l'esempio: «Studieremo azioni comuni».
- Arriva nelle sale Iuventa, documentario sull'imbarcazione dell'Ong tedesca Jugend Rettet che fu sequestrata a Trapani. Dopo la fiction su Lampedusa e quella, poi bloccata, su Riace, la tv di Stato si presta a un'altra operazione di propaganda.
- Nel Savonese un appartamento requisito e assegnato a un nordafricano in barba a bandi e graduatorie. L'opposizione: «Una forzatura che mette gli stranieri davanti agli italiani, alimentando il razzismo».
- A Brescia è scomparsa una donna di 29 anni. Fermato il marito marocchino.
Lo speciale contiene quattro articoli
Gli austriaci ci avevano fatto infuriare, tempo fa, quando decisero di digrignare i denti e mostrarono l'intenzione di piazzare al Brennero uomini e mezzi blindati al fine di proteggere le frontiere. Un atteggiamento sacrosanto, che però ci danneggiava non poco. Ora, però, nell'Austria scopriamo un fondamentale alleato a livello europeo nella lotta contro l'invasione. Il Paese guidato dal cancelliere Sebastian Kurz ci ha dato man forte, giorni fa, nella discussione sul trattato di Dublino. Schierandosi con l'Italia, ha contribuito a far saltare una riforma dell'accordo che ci avrebbe causato parecchi guai. Subito dopo, l'ottimo cancelliere ha proposto di limitare l'ingresso di migranti nel Vecchio Continente tramite la realizzazione di campi profughi esterni alle frontiere europee, altro suggerimento che sarebbe molto interessante raccogliere. Ma il meglio di sé gli austriaci l'hanno offerto ieri. Il governo di Vienna ha fatto sapere che procederà alla chiusura di 7 moschee e all'espulsione di imam radicali. La decisione pare nasca da un'inchiesta del settimanale (di sinistra) Falter, che ha pubblicato foto scattate all'interno di un centro culturale islamico. Le immagini mostrano alcuni ragazzini impegnati in una rievocazione storica della battaglia di Gallipoli del 1915, divenuta il simbolo della resistenza ottomana all'Occidente.
Insomma, i baldi giovani venivano indottrinati e fomentati nell'odio contro l'infedele oppressore. Ovviamente la faccenda non si riduce a qualche pagliacciata di orgoglio radicale. Le autorità austriache si sono concentrate soprattutto sull'Atib, l'«Unione turco-islamica per la collaborazione culturale e sociale in Austria». Una quarantina di personalità di spicco dell'organizzazione rischiano l'espulsione, contando anche i famigliari di costoro si arriva a circa 150 musulmani. I capi dell'Atib sono accusati di aver ottenuto finanziamenti illeciti dall'estero e di aver violato le leggi austriache sull'islam. Da qui la chiusura di quattro moschee a Vienna, due in Alta Austria e una in Carinzia. «In Austria non c'è spazio per società parallele e radicalizzazioni», ha dichiarato Kurz, supportato dal ministro dell'Interno Herbert Kickl. Ovviamente, c'è già chi si straccia le vesti. Ibrahim Kalin, portavoce del presidente turco Erdogan, ha gridato che le decisioni dell'Austria sono «il risultato di un'ondata discriminatoria, populista, islamofoba e razzista». Beh, lo sdegno era prevedibile. La cosa più interessante, però, è che questa vicenda tocca anche il nostro Paese. Ieri, Matteo Salvini ha espresso un deciso apprezzamento per l'azione di Kurz: «Credo nella libertà di culto, non nell'estremismo religioso», ha detto. «Chi usa la propria fede per mettere a rischio la sicurezza di un Paese va allontanato. Spero già la prossima settimana di incontrare il collega ministro austriaco per confrontarci su linee d'azione».
Se Salvini scegliesse l'approccio austriaco, avrebbe molto su cui lavorare. Vale la pena di ricordare, infatti, che l'Atib presa di mira da Kurz e soci è una sorta di succursale austriaca di Diyanet, ovvero l'agenzia del governo turco per gli affari religiosi. Quella, per intendersi, che qualche tempo fa si è espressa a favore delle spose adolescenti. Come spiega un'inchiesta del Gatestone institute, il compito principale di Atib (e della germanica Ditib) è «installare la versione ufficiale dell'islam del governo turco» nei Paesi di lingua tedesca.
Direte: che c'entra l'Italia? Spieghiamo. Diyanet è la stessa agenzia grazie a cui, nel settembre 2015, il Caim (Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza) ha attivato delle borse di studio allo scopo di finanziare corsi di formazione per imam nei luoghi di culto italiani. Significa che anche nel nostro Paese l'influenza turca è piuttosto forte. Anzi, in certe realtà è addirittura dominante. È proprio il caso di Milano a dimostrarlo. Il presidente del suddetto Caim, infatti, è un signore chiamato Osman Duran. Il quale è anche presidente di Milli Gorus Italia, ovvero un'associazione islamica filo turca. Quest'organizzazione gestisce, da alcuni anni, un «centro culturale» in via Maderna, a Milano. Una moschea, in buona sostanza, che adesso il Comune meneghino guidato da Beppe Sala ha deciso di regolarizzare, varando un nuovo «Piano delle attrezzature religiose».
Milli Gorus è attiva anche in Germania. E infatti, già nel 2013, il ministero dell'Interno tedesco l'ha inserita in un lista di associazioni «islamiste» (cioè estremiste, o comunque radicali) da tenere d'occhio. Un successivo report delle autorità germaniche, uscito nel luglio 2017 e relativo al 2016, spiega che per i militanti di Milli Gorus sono «giusti» soltanto « gli ordinamenti che si fondano sulla rivelazione divina, mentre illegittimi sono quelli che sono creati dagli uomini. Attualmente con la civiltà occidentale dominerebbe un ordine ingiusto, fondato su violenza, torto e sopraffazione. Questo sistema illegittimo dovrebbe essere sostituito da un “ordine giusto" orientato esclusivamente dai principi islamici, anziché da regole arbitrarie create dagli uomini».
Riassumiamo. L'Austria chiude moschee e caccia imam che fanno riferimento all'agenzia turca Diyanet. La stessa a cui sono legati i leader di Milli Gorus, considerati estremisti dal governo tedesco. A Milano, invece, il Pd intende regolarizzare (assieme ad altre cinque strutture) una moschea gestita proprio da un'associazione riconducibile alla galassia filo turca.
Lo stesso islam che tedeschi e austriaci considerano radicale e pericoloso, in Italia viene considerato più che affidabile. Anzi, a Milano questo islam è l'interlocutore privilegiato della giunta comunale e del Partito democratico, che intendono regolarizzare un luogo di culto inizialmente sorto in maniera irregolare.
È evidente che Matteo Salvini, dalle nostre parti, ha parecchio lavoro da sbrigare.
La Rai produce il film sui tassisti del mare

LaPresse
Le sfide che attendono il nuovo governo in materia di immigrazione sono molteplici, e ci sono parecchie questioni che andranno affrontate celermente e con grande impegno. Sarebbe opportuno, tuttavia, che il nuovo esecutivo riuscisse a dedicare un pochettino di attenzione anche all'aspetto propagandistico della faccenda. In questi anni, infatti, nel nostro Paese si sono moltiplicate le iniziative volte a inculcare nel cranio degli italiani l'ideologia dell'accoglienza indiscriminata e delle frontiere aperte. Festival, sagre, kermesse, giochi per bambini, attività per le scuole. E poi libri, fumetti, film, fiction... La Rai, a questo riguardo, ha offerto un bel contributo. Ricordiamo, tra le altre cose, la fiction Lampedusa, con Claudio Amendola. L'ultimo gioiellino della serie si intitola Iuventa, ed è un film documentario diretto da Michele Cinque e prodotto da Lazy Film con Rai Cinema (in coproduzione con altri). Il marchio della televisione pubblica italiana è ben visibile sul poster, segno che l'emittente di Stato ci tiene. La pellicola è stata presentata al Biografilm festival di Bologna, e sarà proiettata anche alla rassegna La Repubblica delle idee organizzata dal quotidiano di Mario Calabresi.
Di che tratta il film? Secondo il regista, «questa è una storia che può ispirare tanti altri giovani e invitarli a non arrendersi di fronte a dinamiche più grandi di noi. A non smettere di lottare, a recuperare anche un po' di capacità di credere e di idealismo». Certo, i giovani (italiani e non) dovrebbero seguire l'esempio degli attivisti della Ong tedesca Jugend Rettet, che nel 2016 hanno acquistato e rimesso a nuovo la nave Iuventa e si sono messi a scorrazzare per il Mediterraneo allo scopo di recuperare migranti da portare qui.
Forse vi ricorderete di questa Ong in particolare. Jugend Rettet, infatti, è diventata il simbolo dei «tassisti del mare». Argomento cui ieri ha fatto cenno anche Matteo Salvini: «C'è preciso disegno al limite delle acque territoriali della Libia di fungere da taxi», ha detto il ministro. «Stiamo lavorando sul fronte di queste Ong: alcune fanno volontariato, altre fanno affari». A proposito di Jugend Rettet sappiamo che i suoi capi si rifiutarono, nell'estate del 2017, di firmare il «codice di condotta» approntato dal ministro Marco Minniti. All'inizio di agosto di quell'anno, la Procura di Trapani decise di sequestrare la Iuventa. Il procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio, raccontò, davanti alla Commissione difesa del Senato, di essere a conoscenza di un episodio che dimostrava la collaborazione fra la Ong e gli scafisti libici.
I membri dell'equipaggio della Iuventa furono pure intercettati mentre ribadivano di non voler collaborare con le autorità italiane. «Non è nostro compito contribuire alle indagini», dicevano. In un'altra registrazione si sentivano queste parole: «Allora noi ci predisponiamo prima che sia tutto pulito e in ogni caso non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che potrebbero venire identificate, non c'è motivo, a questo non contribuiamo». La Procura di Trapani scrisse che i membri dell'equipaggio avevano dimostrato una «persistente volontà di non mettere a disposizione delle autorità italiane le informazioni e i supporti audio/ video relativi alle operazioni di soccorso, proprio al fine di impedire agli inquirenti di identificare i soggetti coinvolti nel traffico di esseri umani».
Altro che idealisti da ammirare e imitare. Gli attivisti tedeschi erano noti per essere avventati, si rifiutavano di rispettare gli ordini della Guardia costiera italiana, si mostravano riottosi e decisi a portare avanti la loro azione a tutti i costi. Le indagini sul loro conto, per altro, non si sono ancora concluse. Il 24 aprile scorso, la Corte di cassazione ha confermato il sequestro della Iuventa. Ma tutto questo non ha impedito a Rai Cinema di produrre un documentario che elogia persone sospettate di intelligenza con i trafficanti di esseri umani.
Anche se la vicenda giudiziaria si concludesse con un nulla di fatto, però, il problema ci sarebbe ugualmente. Per quale motivo una struttura pubblica deve collaborare alla realizzazione di una pellicola di questo genere? Beh, l'intento propagandistico è evidente. Nonostante le indagini, nonostante i sospetti e le dichiarazioni degli investigatori, si va avanti a proporre gli uomini e le donne di Jugend Rettet come dei modelli. Dei baldi giovani decisi a lottare per le proprie idee.
La Rai ha già avuto problemi con un altro prodotto in tema immigratorio, ovvero la fiction dedicata al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, interpretata da Beppe Fiorello. È stata annunciata in grande stile, le riprese sono iniziate ma, prima che la serie potesse andare in onda, il primo cittadino pro immigrati si è trovato coinvolto in un po' di guai giudiziari. Ergo, la fiction è stata bloccata. Il documentario, invece, circola liberamente e viene ben pubblicizzato. L'ideologia è sempre l'ultima a morire.
Francesco Borgonovo
Il migrante salta la coda per la casa popolare
Graduatorie? Bandi? Roba per poveracci. Roba per italiani. Gli immigrati possono benissimo saltare la fila. Accade ad Albenga, in provincia di Savona. A sollevare la questione, legata a un fatto specifico, è stato Eraldo Ciangherotti, consigliere comunale di Forza Italia. Accade infatti che una casa del complesso Arte di via Viveri, nella città ligure, sia stata requisita dal Comune e assegnata a una famiglia di immigrati, in barba alle graduatorie. L'immobile era inutilizzato da tempo, ma era stato appena ristrutturato. Era, quindi, pronto per essere assegnato agli aventi diritto. Andrà, invece, a un nucleo il cui capofamiglia è un marocchino di 34 anni, che ha appena perso il lavoro e, in difficoltà economica, non è riuscito a pagare l'affitto, venendo alla fine sfrattato. Una storia drammatica legata alla crisi, senz'altro.
Quello che la differenzia da tanti casi analoghi che colpiscono le famiglie italiane è il fatto che, quando il marocchino si è rivolto ai servizi sociali per chiedere aiuto, non gli è stato risposto «le faremo sapere» o «si metta in coda»: quel che invece è successo è che la casa è stata trovata subito. In men che non si dica, la famiglia immigrata è finita a vivere in via Viveri. Per i prossimi sei mesi abiterà lì, pagando ad Arte, l'Azienda regionale territoriale per l'edilizia, un canone di 157 euro mensili. «Una forzatura dei poteri della giunta al limite della legalità», che «ha stravolto i criteri di assegnazione degli alloggi previsti per legge», tuona sui social Ciangherotti.
Che rincara la dose: «Quando io ero assessore mai ho toccato gli alloggi disponibili per le graduatorie e quando ho dovuto portare in giunta l'assegnazione straordinaria di alloggi per famiglie che erano obbligate a trasferirsi per ragioni di incolumità, mai ho requisito le case popolari, bensì gli immobili pubblici vuoti e inutilizzati da anni nella palazzina di Rusineo a canone calmierato. Oggi torniamo alla vecchia maniera dei comunisti che, per fare una marchetta ideologica, sequestrano un alloggio a una famiglia in lista di attesa che sarebbe entrata tra pochi giorni, per dare ospitalità a un nucleo straniero sfrattato con minori, come tante altre famiglie di Albenga».
L'esponente di Forza Italia chiede all'amministrazione comunale di rivedere la scelta: «Il sindaco torni in giunta e annulli in autotutela questa delibera di requisizione illegittima e soprattutto viziata da un abuso di potere al di fuori della legge».
L'assessore Simona Vespo , secondo quanto riportato dal Secolo XIX, ha replicato difendendo la legittimità del provvedimento: «Non c'è nessuna forzatura e nessuna decisione o azione ai limiti dell'illegalità, ma anzi abbiamo fatto esattamente quanto è previsto, anzi imposto, dalla legge. Premesso che non è la giunta né l'assessore a decidere se un cittadino o una famiglia hanno diritto a un determinato tipo di contributo o supporto, ma gli assistenti sociali, i funzionari e il dirigente, in questi casi interveniamo cercando un accordo con i proprietari o altre soluzioni abitative, con o senza contributo. Noi non abbiamo tolto nulla a nessuno, perché abbiamo chiesto ad Arte se aveva disponibilità».
Ciangherotti, però, non ci sta, e alla Verità replica: «L'assegnazione dell'alloggio è avvenuta senza alcun metodo di trasparenza rispetto a tutte le altre famiglie nelle stesse condizioni di disagio che restano senza casa. Così si alimenta solo il razzismo, perché con questa forzatura, se da lunedì mattina tutti i cittadini di Albenga con sfratto esecutivo si presenteranno in Comune e non verranno accontentati anche loro con un alloggio popolare requisito extra graduatoria, il Pd avrà dimostrato di adottare la politica dei figli (gli stranieri) e figliastri (gli italiani)».
Adriano Scianca
Donna scomparsa a Brescia. Fermato marito marocchino
A far scattare l'allarme, rivolgendosi a una vicina di casa, erano stati lunedì i due figli di tre e nove anni, rimasti soli tra le mura domestiche per 24 ore. Della loro mamma, Allou Suad, ventinovenne di origine marocchina, infatti non si avevano più notizie da domenica sera. Dal carcere di Canton Mombello il marito della donna, cinquantenne marocchino, fermato a Brescia su disposizione della Procura con accuse pesantissime, omicidio volontario e occultamento di cadavere, continua a negare ogni addebito e responsabilità sulla scomparsa della moglie.
L'uomo ha ribadito la sua estraneità, negando di aver ucciso la moglie, anche ieri nel lungo interrogatorio davanti al pm(oggi comparirà davanti al gip per la convalida) che mercoledì sera ne aveva disposto il fermo. E sempre ieri il legale del cinquantenne, Gianfranco Abate, lasciando il carcere di Brescia ha spiegato di voler rinunciare all'incarico per incompatibilità con il suo assistito. Riavvolgiamo il nastro di una vicenda che ha quale scenario una città in cui i temi della sicurezza e dell'immigrazione sono da tempo sotto la lente di ingrandimento. E che negli ultimi mesi sono stati, e sono ancora, pure temi da campagna elettorale, visto che domani i bresciani sono chiamati alle urne per rinnovare giunta e consiglio comunale. A sfidarsi per la poltrona più importante della Loggia sono otto aspiranti primi cittadini, tra cui i tre big, il sindaco di centrosinistra uscente Emilio Del Bono, la candidata di centrodestra Paola Vilardi - proprio ieri sera il leader della Lega, e neoministro dell'Interno, Matteo Salvini, era a Brescia per la chiusura della campagna elettorale di Vilardi - e il pentastellato Guido Ghidini.
Da tempo la relazione tra Allou Suad e il marito non funzionava e i due si stavano separando. Da domenica sera, quando aveva incontrato il marito per riprendere i figli che avevano passato il fine settimana con lui, appunto non si avevano più notizie della giovane mamma di origine marocchina. I due figli della coppia erano rimasti soli nella casa di via Milano in cui vivono con la mamma per quasi 24 ore. E solo lunedì sera la bimba di nove anni, che fino a quel momento aveva badato al fratello più piccolo, si era rivolta a una vicina di casa spiegando che la mamma non c'era più e consegnando il numero di telefono del padre che vive sul confine tra la Provincia di Brescia e quella di Cremona.
Poi, mercoledì, la svolta, sul fronte delle indagini e giudiziario, con il fermo dell'uomo. A inchiodarlo, le immagini riprese dalle telecamere di un bar sotto casa della moglie, in via Milano, tra domenica e lunedì. Prima lo immortalano, attorno alle 23, mentre riporta i figli in casa della moglie, poi verso l'alba mentre trascina e carica in auto un sacco nero, voluminoso e molto pesante. In quel sacco, continua a dire lui, «c'erano solo vestiti usati». Ma quel che l'occhio elettronico ha catturato contribuisce a far assumere alla vicenda contorni ancor più inquietanti.
Paola Gregorio





