True
2025-03-12
Kiev dice di sì al cessate il fuoco e ritrova l’ombrello americano
Volodymyr Zelensky e Mohammad bin Salman (Ansa)
Comincia a dare dei frutti la strategia diplomatica, adottata dalla Casa Bianca sulla crisi ucraina: il cessate il fuoco sembra adesso più vicino. Ieri si sono tenuti a Gedda i colloqui tra Stati Uniti e Ucraina. La delegazione di Washington era costituita dal segretario di Stato americano, Marco Rubio, e dal consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz. Dall’altra parte, nel team di Kiev erano presenti il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, il capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak, e il ministro della Difesa, Rustem Umerovto. I colloqui si sono protratti per circa otto ore. E, alla fine, hanno prodotto un accordo. Secondo un comunicato ufficiale, gli Usa «revocheranno immediatamente la sospensione della condivisione di informazioni di intelligence e riprenderanno l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina». Dall’altra parte, Kiev ha «espresso la sua disponibilità ad accettare la proposta statunitense di attuare un cessate il fuoco immediato e provvisorio di 30 giorni, che può essere esteso di comune accordo tra le parti e che è soggetto all’accettazione e all’attuazione simultanea da parte della Federazione russa». La logica è chiara: gli americani riprenderanno a spalleggiare Kiev sul fronte dell’intelligence in cambio della sua disponibilità a intraprendere un percorso diplomatico con Mosca.
Non solo. Americani e ucraini hanno anche concordato di siglare «il prima possibile» l’intesa sui minerali strategici, la cui firma era saltata a seguito della lite tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello studio ovale: proprio ieri, in un’intervista rilasciata in esclusiva a questo giornale, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, Brian Hughes, aveva sostenuto che per Kiev fosse «importante» dare l’ok all’accordo sui minerali. Anche in questo caso, emerge una logica ben precisa. Nonostante qualcuno abbia definito quell’intesa come una forma di «estorsione» ai danni dell’Ucraina, si tratta, in realtà, di un modo per rafforzare la deterrenza nei confronti di Mosca. La presenza di aziende e dipendenti americani sul territorio ucraino renderebbe infatti più complicato per la Russia mettere nuovamente l’Ucraina sotto attacco.
Mentre la Casa Bianca definiva i colloqui di Gedda come «positivi» e «produttivi», Rubio sottolineava che sta adesso a Mosca accettare la proposta di tregua. «Ora la palla per la tregua in Ucraina è nel campo della Russia», ha dichiarato. «L’Ucraina», ha proseguito, «accetta negoziati immediati con Mosca». «La nostra speranza è che i russi rispondano di sì il più rapidamente possibile, così potremo passare alla seconda fase, che è quella dei veri negoziati», ha anche detto il segretario di Stato americano. «Spero che anche Putin sia d’accordo, parlerò con lui», ha commentato Trump, da parte sua. «La parte americana comprende le nostre argomentazioni, accetta le nostre proposte. Voglio ringraziare il presidente Trump per la costruttività della conversazione tra i nostri team», ha dichiarato, poco dopo, Zelensky. «L’Ucraina», ha aggiunto, «accetta questa proposta. La consideriamo positiva e siamo pronti a fare un passo del genere». Il presidente ucraino ha anche auspicato che gli americani convincano i russi ad accettare il cessate il fuoco: un cessate il fuoco che, ha precisato Zelensky, riguarderà «missili, droni e bombe, non solo nel Mar Nero, ma anche lungo l’intera linea del fronte». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, Mosca non aveva ancora rilasciato commenti. È tuttavia chiaro che la strategia della Casa Bianca sarà adesso quella di fare pressioni sul Cremlino per spingerlo ad accettare.
I colloqui di ieri si sono tenuti dopo che, il mese scorso, americani e russi avevano avuto due incontri: uno a Riad e l’altro a Istanbul. Due incontri che, tuttavia, non erano stati dedicati alla risoluzione della crisi ucraina: si era trattato semmai di faccia a faccia finalizzati a riattivare le comunicazioni tra Washington e Mosca ai massimi livelli. Vale a tal proposito anche la pena di sottolineare che, nelle ultime settimane, Trump aveva messo sotto pressione entrambi i belligeranti. Aveva fatto, sì, sospendere la condivisione delle informazioni d’intelligence con Kiev, ma, venerdì, aveva anche minacciato Mosca con delle sanzioni: l’obiettivo era, ed è ancora, quello di spingere i due nemici a sedersi al tavolo.
Nel momento in cui la Russia dovesse rispondere positivamente alla proposta di tregua, Trump porterebbe a casa un successo diplomatico rilevante. Ma attenzione, ci sarebbe, in caso, anche un altro vincitore: quell’Arabia Saudita che, irritando non poco la Turchia, si sta ritagliando un ruolo diplomatico di primo piano tanto nel disgelo tra Washington e Mosca quanto nelle eventuali trattative tra russi e ucraini. Riad, Gerusalemme e Washington guardano con apprensione alla crescente influenza di Ankara sulla Siria. E proprio la Siria potrebbe entrare nei negoziati sull’Ucraina. Trump, d’accordo con israeliani e sauditi, potrebbe aiutare Mosca a recuperare terreno in questo Paese. In cambio, chiederebbe però delle contropartite sul fronte ucraino. È in quest’ottica che Usa, Israele e Arabia Saudita potrebbero cercare di coinvolgere la Russia non solo nel rilancio degli Accordi di Abramo ma anche nel piano americano per Gaza: piano che, al di là delle critiche ufficiali, a Riad piace molto. Guarda caso, domenica Rubio, in una nota aveva condannato i «massacri» perpetrati ai danni delle minoranze in Siria dai «terroristi islamici radicali». Un tassello in più verso la realizzazione di un asse che punta al contenimento di Ankara nella regione.
Droni ucraini su Mosca: sei morti
Sei morti, almeno nove feriti, due aeroporti chiusi e traffico ferroviario bloccato. È questo il bilancio del massiccio attacco con i droni che l’esercito ucraino ha deciso di lanciare ieri nelle prime ore dell’alba in varie zone della Russia, in particolar modo nelle regioni di Mosca e Kursk. Secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa del Cremlino, si tratta del più significativo raid contro il territorio russo dall’inizio del conflitto. Una vera pioggia di velivoli senza pilota, ben 337 di cui 91 nella zona della capitale, «arrivati a ondate» - come ha descritto sul suo canale Telegram il sindaco di Mosca, Sergej Sobyanin - tutti abbattuti dalla difesa aerea ma che hanno impegnato per molte ore gli specialisti dei servizi di emergenza intervenuti nelle zone in cui sono caduti i detriti. Sono stati proprio i frammenti dei droni intercettati dalla contraerea a provocare le vittime, tre nella regione di Mosca nel quartiere urbano di Ramenskoye e tre in quella del Kursk. Da Kiev hanno immediatamente rivendicato l’attacco, con l’agenzia di stampa Rbc Ukraina che ha riportato una nota dello Stato maggiore delle forze armate ucraine: «Le Forze dei sistemi senza pilota, l’Sbu e il Gur, in collaborazione con altre unità, hanno colpito obiettivi strategici russi che sostengono l’aggressione contro l’Ucraina. In particolare è stata colpita la raffineria di petrolio di Mosca, che è in grado di elaborare 11 milioni di tonnellate di petrolio all’anno e fornisce il 40-50% del fabbisogno di gasolio e benzina della città di Mosca». Una rivendicazione a cui si aggiunge il messaggio del portavoce del Centro governativo ucraino contro la disinformazione, Andriy Kovalenko, secondo cui l’attacco «serve a spingere il presidente russo Vladimir Putin ad accettare una tregua aerea proposta da Kiev nei negoziati in corso in Arabia Saudita». La prima reazione del Cremlino è stata affidata alle parole del portavoce Dmitri Peskov, il quale ha accusato Kiev di voler bloccare sul nascere le trattative per il raggiungimento di un accordo di pace e affermato che l’attacco con i droni «potrebbe compromettere la tendenza al dialogo appena emersa a Gedda». Più duro il commento della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui il raid ucraino è il segnale che le truppe russe stanno vincendo sul campo di battaglia e che l’esercito di Kiev si sta giocando le ultime carte attaccando direttamente i civili. A tal proposito, la portavoce di Sergej Lavrov, ha annunciato che nei prossimi giorni sarà in visita a Mosca il segretario generale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa per la promozione della pace, per un sopralluogo sui posti in cui sono precipitati i detriti dei droni abbattuti.
Tuttavia, nelle stesse ore in cui i droni ucraini sorvolavano i cieli di Mosca, l’esercito russo conduceva raid in diversi punti dell’Ucraina. Nel Donetsk, secondo quanto comunicato dal governatore Vadym Filashkin su Telegram, sono morte sei persone, tra cui due fratelli di 11 e 13 anni. A Odessa, il governatore Oleg Kiper ha denunciato incendi in diversi edifici della città, tra cui un edificio residenziale privato, un magazzino di giocattoli per bambini e un serbatoio di carburante, causati dall’esplosione di droni russi. Mentre il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha scritto che è stato necessario l’intervento delle forze di difesa aerea per eliminare la minaccia nei cieli della Capitale.
Mosca ha poi annunciato di aver conquistato con le unità del gruppo di truppe del Sud l’insediamento di Gorky nel Donbass e di aver ripreso il controllo di 12 villaggi nel Kursk in una porzione di territorio di circa 100 chilometri quadrati che era finita nelle mani dell’esercito ucraino dopo l’offensiva lanciata il 6 agosto 2024.
Continua a leggereRiduci
Svolta diplomatica a Gedda: gli Usa ripristinano la condivisione di dati di intelligence, Zelensky concede la tregua e la disponibilità a trattative immediate con Putin. Rubio: «Ora la palla è nel campo della Russia».Proprio mentre in Arabia Saudita sembra decollare il negoziato, le forze armate ucraine lanciano il più vasto raid in territorio nemico dall’inizio della guerra.Lo speciale contiene due articoli.Comincia a dare dei frutti la strategia diplomatica, adottata dalla Casa Bianca sulla crisi ucraina: il cessate il fuoco sembra adesso più vicino. Ieri si sono tenuti a Gedda i colloqui tra Stati Uniti e Ucraina. La delegazione di Washington era costituita dal segretario di Stato americano, Marco Rubio, e dal consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz. Dall’altra parte, nel team di Kiev erano presenti il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, il capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak, e il ministro della Difesa, Rustem Umerovto. I colloqui si sono protratti per circa otto ore. E, alla fine, hanno prodotto un accordo. Secondo un comunicato ufficiale, gli Usa «revocheranno immediatamente la sospensione della condivisione di informazioni di intelligence e riprenderanno l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina». Dall’altra parte, Kiev ha «espresso la sua disponibilità ad accettare la proposta statunitense di attuare un cessate il fuoco immediato e provvisorio di 30 giorni, che può essere esteso di comune accordo tra le parti e che è soggetto all’accettazione e all’attuazione simultanea da parte della Federazione russa». La logica è chiara: gli americani riprenderanno a spalleggiare Kiev sul fronte dell’intelligence in cambio della sua disponibilità a intraprendere un percorso diplomatico con Mosca.Non solo. Americani e ucraini hanno anche concordato di siglare «il prima possibile» l’intesa sui minerali strategici, la cui firma era saltata a seguito della lite tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello studio ovale: proprio ieri, in un’intervista rilasciata in esclusiva a questo giornale, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, Brian Hughes, aveva sostenuto che per Kiev fosse «importante» dare l’ok all’accordo sui minerali. Anche in questo caso, emerge una logica ben precisa. Nonostante qualcuno abbia definito quell’intesa come una forma di «estorsione» ai danni dell’Ucraina, si tratta, in realtà, di un modo per rafforzare la deterrenza nei confronti di Mosca. La presenza di aziende e dipendenti americani sul territorio ucraino renderebbe infatti più complicato per la Russia mettere nuovamente l’Ucraina sotto attacco. Mentre la Casa Bianca definiva i colloqui di Gedda come «positivi» e «produttivi», Rubio sottolineava che sta adesso a Mosca accettare la proposta di tregua. «Ora la palla per la tregua in Ucraina è nel campo della Russia», ha dichiarato. «L’Ucraina», ha proseguito, «accetta negoziati immediati con Mosca». «La nostra speranza è che i russi rispondano di sì il più rapidamente possibile, così potremo passare alla seconda fase, che è quella dei veri negoziati», ha anche detto il segretario di Stato americano. «Spero che anche Putin sia d’accordo, parlerò con lui», ha commentato Trump, da parte sua. «La parte americana comprende le nostre argomentazioni, accetta le nostre proposte. Voglio ringraziare il presidente Trump per la costruttività della conversazione tra i nostri team», ha dichiarato, poco dopo, Zelensky. «L’Ucraina», ha aggiunto, «accetta questa proposta. La consideriamo positiva e siamo pronti a fare un passo del genere». Il presidente ucraino ha anche auspicato che gli americani convincano i russi ad accettare il cessate il fuoco: un cessate il fuoco che, ha precisato Zelensky, riguarderà «missili, droni e bombe, non solo nel Mar Nero, ma anche lungo l’intera linea del fronte». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, Mosca non aveva ancora rilasciato commenti. È tuttavia chiaro che la strategia della Casa Bianca sarà adesso quella di fare pressioni sul Cremlino per spingerlo ad accettare.I colloqui di ieri si sono tenuti dopo che, il mese scorso, americani e russi avevano avuto due incontri: uno a Riad e l’altro a Istanbul. Due incontri che, tuttavia, non erano stati dedicati alla risoluzione della crisi ucraina: si era trattato semmai di faccia a faccia finalizzati a riattivare le comunicazioni tra Washington e Mosca ai massimi livelli. Vale a tal proposito anche la pena di sottolineare che, nelle ultime settimane, Trump aveva messo sotto pressione entrambi i belligeranti. Aveva fatto, sì, sospendere la condivisione delle informazioni d’intelligence con Kiev, ma, venerdì, aveva anche minacciato Mosca con delle sanzioni: l’obiettivo era, ed è ancora, quello di spingere i due nemici a sedersi al tavolo.Nel momento in cui la Russia dovesse rispondere positivamente alla proposta di tregua, Trump porterebbe a casa un successo diplomatico rilevante. Ma attenzione, ci sarebbe, in caso, anche un altro vincitore: quell’Arabia Saudita che, irritando non poco la Turchia, si sta ritagliando un ruolo diplomatico di primo piano tanto nel disgelo tra Washington e Mosca quanto nelle eventuali trattative tra russi e ucraini. Riad, Gerusalemme e Washington guardano con apprensione alla crescente influenza di Ankara sulla Siria. E proprio la Siria potrebbe entrare nei negoziati sull’Ucraina. Trump, d’accordo con israeliani e sauditi, potrebbe aiutare Mosca a recuperare terreno in questo Paese. In cambio, chiederebbe però delle contropartite sul fronte ucraino. È in quest’ottica che Usa, Israele e Arabia Saudita potrebbero cercare di coinvolgere la Russia non solo nel rilancio degli Accordi di Abramo ma anche nel piano americano per Gaza: piano che, al di là delle critiche ufficiali, a Riad piace molto. Guarda caso, domenica Rubio, in una nota aveva condannato i «massacri» perpetrati ai danni delle minoranze in Siria dai «terroristi islamici radicali». Un tassello in più verso la realizzazione di un asse che punta al contenimento di Ankara nella regione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-dice-si-cessate-fuoco-2671309588.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="droni-ucraini-su-mosca-sei-morti" data-post-id="2671309588" data-published-at="1741773492" data-use-pagination="False"> Droni ucraini su Mosca: sei morti Sei morti, almeno nove feriti, due aeroporti chiusi e traffico ferroviario bloccato. È questo il bilancio del massiccio attacco con i droni che l’esercito ucraino ha deciso di lanciare ieri nelle prime ore dell’alba in varie zone della Russia, in particolar modo nelle regioni di Mosca e Kursk. Secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa del Cremlino, si tratta del più significativo raid contro il territorio russo dall’inizio del conflitto. Una vera pioggia di velivoli senza pilota, ben 337 di cui 91 nella zona della capitale, «arrivati a ondate» - come ha descritto sul suo canale Telegram il sindaco di Mosca, Sergej Sobyanin - tutti abbattuti dalla difesa aerea ma che hanno impegnato per molte ore gli specialisti dei servizi di emergenza intervenuti nelle zone in cui sono caduti i detriti. Sono stati proprio i frammenti dei droni intercettati dalla contraerea a provocare le vittime, tre nella regione di Mosca nel quartiere urbano di Ramenskoye e tre in quella del Kursk. Da Kiev hanno immediatamente rivendicato l’attacco, con l’agenzia di stampa Rbc Ukraina che ha riportato una nota dello Stato maggiore delle forze armate ucraine: «Le Forze dei sistemi senza pilota, l’Sbu e il Gur, in collaborazione con altre unità, hanno colpito obiettivi strategici russi che sostengono l’aggressione contro l’Ucraina. In particolare è stata colpita la raffineria di petrolio di Mosca, che è in grado di elaborare 11 milioni di tonnellate di petrolio all’anno e fornisce il 40-50% del fabbisogno di gasolio e benzina della città di Mosca». Una rivendicazione a cui si aggiunge il messaggio del portavoce del Centro governativo ucraino contro la disinformazione, Andriy Kovalenko, secondo cui l’attacco «serve a spingere il presidente russo Vladimir Putin ad accettare una tregua aerea proposta da Kiev nei negoziati in corso in Arabia Saudita». La prima reazione del Cremlino è stata affidata alle parole del portavoce Dmitri Peskov, il quale ha accusato Kiev di voler bloccare sul nascere le trattative per il raggiungimento di un accordo di pace e affermato che l’attacco con i droni «potrebbe compromettere la tendenza al dialogo appena emersa a Gedda». Più duro il commento della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui il raid ucraino è il segnale che le truppe russe stanno vincendo sul campo di battaglia e che l’esercito di Kiev si sta giocando le ultime carte attaccando direttamente i civili. A tal proposito, la portavoce di Sergej Lavrov, ha annunciato che nei prossimi giorni sarà in visita a Mosca il segretario generale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa per la promozione della pace, per un sopralluogo sui posti in cui sono precipitati i detriti dei droni abbattuti. Tuttavia, nelle stesse ore in cui i droni ucraini sorvolavano i cieli di Mosca, l’esercito russo conduceva raid in diversi punti dell’Ucraina. Nel Donetsk, secondo quanto comunicato dal governatore Vadym Filashkin su Telegram, sono morte sei persone, tra cui due fratelli di 11 e 13 anni. A Odessa, il governatore Oleg Kiper ha denunciato incendi in diversi edifici della città, tra cui un edificio residenziale privato, un magazzino di giocattoli per bambini e un serbatoio di carburante, causati dall’esplosione di droni russi. Mentre il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha scritto che è stato necessario l’intervento delle forze di difesa aerea per eliminare la minaccia nei cieli della Capitale. Mosca ha poi annunciato di aver conquistato con le unità del gruppo di truppe del Sud l’insediamento di Gorky nel Donbass e di aver ripreso il controllo di 12 villaggi nel Kursk in una porzione di territorio di circa 100 chilometri quadrati che era finita nelle mani dell’esercito ucraino dopo l’offensiva lanciata il 6 agosto 2024.
(Ansa)
L’ambasciatore dovrebbe evidenziare a Landini e compagni la drammatica situazione del popolo cubano e illustrare le sfide che il Paese, alle prese con «le strette» di Trump, affronta quotidianamente. Più o meno come successo di recente, in occasione di un convegno («Difendere Cuba e il diritto internazionale: la campagna Energia per la vita») organizzato nella Sala del Carroccio in Campidoglio. L’incontro è stato ideato da diverse associazioni e tra queste spiccavano i nomi di Cgil, Anpi e Arci. Così come tra i relatori si faceva notare la presenza del segretario generale della Cgil, Pino Gesmundo, considerato uno degli uomini più vicini al Lider Maximo , Landini.
Tutto legittimo, ci mancherebbe. Qui non è in discussione il diritto dei cubani di difendere la libertà del loro popolo o la possibilità di organizzare delle iniziative per raccogliere aiuti o solidarietà. Viene invece assai difficile comprendere perché questa sia diventata una delle principali attività (tra convegni e flotille varie) di un sindacato che dovrebbe avere ben altre priorità: preoccuparsi di chi sta perdendo il posto di lavoro.
Anche perché, nonostante i buoni dati sull’occupazione, peraltro ripetutamente confutati dalla stessa Cgil, basterebbe la situazione dell’automotive e di Stellantis per convincere i duri e puri della Fiom a spostare il centro dei loro pensieri.
Che la situazione in casa ex Fiat sia critica lo ripetiamo da mesi. Ma con gli eredi degli Agnelli non c’è mai limite al peggio. Solo ieri, tanto per lasciar spazio ai fatti nuovi, Stellantis ha «messo alla porta» della fabbrica di Atessa altri 305 dipendenti. Il linguaggio usato dall’azienda è molto meno diretto, si parla di apertura di una procedura di incentivazione all’esodo, ma la sostanza è quella. Ci sono altre posizioni di troppo che vanno tagliate.
Che si aggiungono alle continue sforbiciate degli ultimi anni. Nella Val di Sangro gli addetti sono passati dai circa 6.500 di alcuni anni fa agli attuali 4.330, con la prospettiva di scendere a poco più di 4.000 al termine della nuova procedura di incentivazione all’uscita. Nello stesso momento, come è ovvio che sia, è crollata anche la produzione, passata dai 297.000 furgoni realizzati nel 2018 aai 166.000 del 2025.
Cambiano solo i numeri, ma la sostanza degli altri stabilimenti italiani è la stessa. E i vari siti, da Mirafiori fino a Pomigliano, Termoli e Melfi, si portano dietro la drammatica scia di chiusure e licenziamenti che sta falcidiando l’indotto. Ieri l’epicentro è stato Cassino dove i lavoratori hanno proclamato una giornata di sciopero.
Motivazione? Secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali, all’origine della protesta ci sarebbe la decisione di Stellantis di negare l’accesso all’assemblea delle aziende dell’indotto. In particolare Logitech, Teknoservice e Trasnova. Che paradossalmente sono quelle più colpite dalla crisi, con una cassa integrazione continua e prospettive occupazionali assai incerte.
Il punto è che la cronaca aziendale su Stellantis (ieri altro tracollo in Borsa: ha perso il 4,37%) assomiglia sempre di più a una sorta di bollettino di guerra. Con delle giornate più funeste, come quelle che sono appena trascorse. Anche perché raccontano di nuove iniziative strategiche (per adesso smentite) che porterebbero le ex fabbriche Agnelli sempre più lontane dal Belpase.
Giovedì Bloomberg ha parlato di incontri con i produttori cinesi Xiaomi e Xpeng per valutare diverse opzioni per una potenziale ristrutturazione delle attività europee del gruppo. Evidenziando che tra le alternative prese in considerazione ci sarebbe la possibilità di acquisire partecipazioni in alcuni marchi del gruppo. Per esempio Maserati. Stellantis ha smentito in modo anche abbastanza seccato.
Non sarebbe, però, la prima volta che una smentita degli Elkann si trasforma in tempi rapidi nell’ennesimo annuncio drammatico per i lavoratori.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
«Mostrano un legame molto solido e intenso […] una coppia matura, equilibrata, traspare fiducia e stima nell’altro […] caratterialmente sono l’opposto ma questo non li divide, piuttosto li integra», si legge nel provvedimento del tribunale di cui dà notizia il Corriere della Sera. Uniti civilmente dal 2019, vogliono adottare un bambino di un orfanatrofio all’estero ma l’articolo 6 della legge 184 sulle adozioni parla chiaro: «L’adozione è consentita a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni».
Il vincolo matrimoniale è requisito fondamentale, in Italia non esiste il matrimonio legale tra persone dello stesso sesso e le coppie unite civilmente dopo la legge Cirinnà del 2016 non possono accedere all’adozione congiunta. La Consulta, con sentenza 33/2025 aveva dichiarato incostituzionale il comma 1 dell’articolo 29 bis della legge in questione «solo» nella parte in cui non includeva le persone singole, residenti in Italia, fra coloro che possono presentare dichiarazione di disponibilità all’adozione internazionale.
Il tribunale di Venezia sostiene che la normativa risulta discriminante sia per le coppie unite civilmente, sia per i bambini e contrasta con i principi della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Per l’avvocato Valentina Pizzol, che assiste la coppia, il divieto diventa facilmente aggirabile: «Se i nostri clienti divorziassero, ciascuno di loro potrebbe adottare un bimbo e dopo anche ricostituire l’unione civile», ha tenuto a sottolineare.
È vero, ritenendo che di fronte a una situazione di abbandono e di sofferenza del bambino bisogna guardare al suo concreto interesse, con la sentenza 33 la Consulta ha, però, aperto solo a persone di stato libero e non ai componenti di unioni civili. Il single può essere Lgbt, ma l’orientamento sessuale non sembra un criterio rilevante per valutare la sua idoneità genitoriale, mentre le coppie gay restano escluse. I giudici costituzionali dovevano immaginare che prima o poi anche le coppie dello stesso sesso avrebbero puntato i piedi per vedersi riconosciuto il diritto di adottare un minore all’estero.
Una norma che impedisce l’adozione internazionale a due uomini uniti civilmente non ha «alcuno scopo legittimo e non trova una ragione plausibile alla luce del principio di uguaglianza», sostiene il Tribunale dei minorenni, secondo il quale la coppia di veneziani «ha risorse idonee a farsi carico di minori in stato di abbandono». Fa bene Pro vita & famiglia a protestare, affermando attraverso il suo portavoce Jacopo Coghe che la decisione «di rimettere alla Corte costituzionale la norma sulle adozioni è grave perché strumentalizza e snatura il senso del supremo interesse di un minore».
L’associazione ricorda che «l’adozione esiste per dare a un bambino una mamma e un papà, non per esaudire il “diritto al figlio” degli adulti». Però la Consulta, riconoscendo che i single risultano in astratto idonei a prendersi cura di un minore abbandonato, idonei a offrire un «ambiente stabile e armonioso», lo scorso anno ha aperto la strada alle pretese anche degli omosessuali. Ha inaugurato «quella pericolosa deriva del “diritto al figlio”», come sottolinea Coghe.
Certo, poi spetta al giudice minorile accertare l’idoneità affettiva, la capacità di mantenere, di educare dell’aspirante genitore, tenendo pure conto della rete familiare di riferimento, però se un single omosessuale offre garanzie la sua dichiarazione di disponibilità ad adottare un minore straniero residente all’estero non viene negata. E la coppia omosessuale allora punta i piedi, si ribella.
Pro vita & famiglia denuncia anche una «contraddizione palese» nella magistratura minorile italiana: «Mentre il tribunale di Venezia vuole far adottare un bambino a coppie gay, i colleghi dell’Aquila, con la famiglia del bosco, li strappano ai genitori naturali. È chiaro che i giudici devono rivedere urgentemente la loro concezione, evidentemente fallace, di “superiore interesse del minore”».
Le sentenze della Consulta diventano il pretesto per forzare la mano con il legislatore anche in tema di suicidio assistito. L’archiviazione delle inchieste nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, autodenunciatosi per aver accompagnato in Svizzera nel 2022 due malati terminali che rifiutavano trattamenti di sostegno vitale, sta spostando la questione non punibilità riconosciuta dalla Consulta a una pretesa di diritto generalizzato «all’aiuto alla morte volontaria».
L’associazione ha annunciato mobilitazioni nelle piazze di tutta Italia, dal 6 al 19 aprile. Obiettivo, chiedere al governo di ritirare la legge che «escluderebbe il Servizio sanitario nazionale (e, dunque, le Regioni stesse) da questi percorsi; limiterebbe il diritto all’aiuto alla morte volontaria solo a pazienti attaccati a una macchina (escludendo così molti pazienti oncologici terminali o affetti da patologie neurodegenerative); eliminerebbe il ruolo dei Comitati etici locali, sostituiti da un Comitato nazionale di nomina governativa». Verrebbe anche annullato il testamento biologico, per chi fa richiesta di aiuto alla morte volontaria.
A dispetto delle proclamazioni e dei toni che si preannunciano sempre più accesi, non va dimenticato che la Consulta ha sempre ritenuto pregiudiziale a ogni trattamento di fine vita il ricorso alle cure palliative e che la cultura della vita va di pari passo con la cura della sofferenza. L’autodeterminazione vale anche nelle scelte di morte?
Continua a leggereRiduci
Sulla crisi in Medio Oriente il ministro ha dichiarato: «L’Italia non partecipa e non parteciperà assolutamente alla guerra. Noi lavoriamo con la nostra diplomazia per cercare di impedire un allargamento del conflitto».
Tajani ha poi sottolineato l’importanza del traffico nello Stretto di Hormuz: «Ci auguriamo che quanto prima si possa tornare a transitare attraverso Hormuz per impedire che ci sia un’impennata nel costo dell’energia». Infine, il ministro ha assicurato controlli contro eventuali speculazioni: «Stiamo vigilando affinché non ci sia assolutamente speculazione da parte delle imprese. Chi specula verrà sanzionato».