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2025-03-12
Kiev dice di sì al cessate il fuoco e ritrova l’ombrello americano
Volodymyr Zelensky e Mohammad bin Salman (Ansa)
Comincia a dare dei frutti la strategia diplomatica, adottata dalla Casa Bianca sulla crisi ucraina: il cessate il fuoco sembra adesso più vicino. Ieri si sono tenuti a Gedda i colloqui tra Stati Uniti e Ucraina. La delegazione di Washington era costituita dal segretario di Stato americano, Marco Rubio, e dal consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz. Dall’altra parte, nel team di Kiev erano presenti il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, il capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak, e il ministro della Difesa, Rustem Umerovto. I colloqui si sono protratti per circa otto ore. E, alla fine, hanno prodotto un accordo. Secondo un comunicato ufficiale, gli Usa «revocheranno immediatamente la sospensione della condivisione di informazioni di intelligence e riprenderanno l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina». Dall’altra parte, Kiev ha «espresso la sua disponibilità ad accettare la proposta statunitense di attuare un cessate il fuoco immediato e provvisorio di 30 giorni, che può essere esteso di comune accordo tra le parti e che è soggetto all’accettazione e all’attuazione simultanea da parte della Federazione russa». La logica è chiara: gli americani riprenderanno a spalleggiare Kiev sul fronte dell’intelligence in cambio della sua disponibilità a intraprendere un percorso diplomatico con Mosca.
Non solo. Americani e ucraini hanno anche concordato di siglare «il prima possibile» l’intesa sui minerali strategici, la cui firma era saltata a seguito della lite tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello studio ovale: proprio ieri, in un’intervista rilasciata in esclusiva a questo giornale, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, Brian Hughes, aveva sostenuto che per Kiev fosse «importante» dare l’ok all’accordo sui minerali. Anche in questo caso, emerge una logica ben precisa. Nonostante qualcuno abbia definito quell’intesa come una forma di «estorsione» ai danni dell’Ucraina, si tratta, in realtà, di un modo per rafforzare la deterrenza nei confronti di Mosca. La presenza di aziende e dipendenti americani sul territorio ucraino renderebbe infatti più complicato per la Russia mettere nuovamente l’Ucraina sotto attacco.
Mentre la Casa Bianca definiva i colloqui di Gedda come «positivi» e «produttivi», Rubio sottolineava che sta adesso a Mosca accettare la proposta di tregua. «Ora la palla per la tregua in Ucraina è nel campo della Russia», ha dichiarato. «L’Ucraina», ha proseguito, «accetta negoziati immediati con Mosca». «La nostra speranza è che i russi rispondano di sì il più rapidamente possibile, così potremo passare alla seconda fase, che è quella dei veri negoziati», ha anche detto il segretario di Stato americano. «Spero che anche Putin sia d’accordo, parlerò con lui», ha commentato Trump, da parte sua. «La parte americana comprende le nostre argomentazioni, accetta le nostre proposte. Voglio ringraziare il presidente Trump per la costruttività della conversazione tra i nostri team», ha dichiarato, poco dopo, Zelensky. «L’Ucraina», ha aggiunto, «accetta questa proposta. La consideriamo positiva e siamo pronti a fare un passo del genere». Il presidente ucraino ha anche auspicato che gli americani convincano i russi ad accettare il cessate il fuoco: un cessate il fuoco che, ha precisato Zelensky, riguarderà «missili, droni e bombe, non solo nel Mar Nero, ma anche lungo l’intera linea del fronte». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, Mosca non aveva ancora rilasciato commenti. È tuttavia chiaro che la strategia della Casa Bianca sarà adesso quella di fare pressioni sul Cremlino per spingerlo ad accettare.
I colloqui di ieri si sono tenuti dopo che, il mese scorso, americani e russi avevano avuto due incontri: uno a Riad e l’altro a Istanbul. Due incontri che, tuttavia, non erano stati dedicati alla risoluzione della crisi ucraina: si era trattato semmai di faccia a faccia finalizzati a riattivare le comunicazioni tra Washington e Mosca ai massimi livelli. Vale a tal proposito anche la pena di sottolineare che, nelle ultime settimane, Trump aveva messo sotto pressione entrambi i belligeranti. Aveva fatto, sì, sospendere la condivisione delle informazioni d’intelligence con Kiev, ma, venerdì, aveva anche minacciato Mosca con delle sanzioni: l’obiettivo era, ed è ancora, quello di spingere i due nemici a sedersi al tavolo.
Nel momento in cui la Russia dovesse rispondere positivamente alla proposta di tregua, Trump porterebbe a casa un successo diplomatico rilevante. Ma attenzione, ci sarebbe, in caso, anche un altro vincitore: quell’Arabia Saudita che, irritando non poco la Turchia, si sta ritagliando un ruolo diplomatico di primo piano tanto nel disgelo tra Washington e Mosca quanto nelle eventuali trattative tra russi e ucraini. Riad, Gerusalemme e Washington guardano con apprensione alla crescente influenza di Ankara sulla Siria. E proprio la Siria potrebbe entrare nei negoziati sull’Ucraina. Trump, d’accordo con israeliani e sauditi, potrebbe aiutare Mosca a recuperare terreno in questo Paese. In cambio, chiederebbe però delle contropartite sul fronte ucraino. È in quest’ottica che Usa, Israele e Arabia Saudita potrebbero cercare di coinvolgere la Russia non solo nel rilancio degli Accordi di Abramo ma anche nel piano americano per Gaza: piano che, al di là delle critiche ufficiali, a Riad piace molto. Guarda caso, domenica Rubio, in una nota aveva condannato i «massacri» perpetrati ai danni delle minoranze in Siria dai «terroristi islamici radicali». Un tassello in più verso la realizzazione di un asse che punta al contenimento di Ankara nella regione.
Droni ucraini su Mosca: sei morti
Sei morti, almeno nove feriti, due aeroporti chiusi e traffico ferroviario bloccato. È questo il bilancio del massiccio attacco con i droni che l’esercito ucraino ha deciso di lanciare ieri nelle prime ore dell’alba in varie zone della Russia, in particolar modo nelle regioni di Mosca e Kursk. Secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa del Cremlino, si tratta del più significativo raid contro il territorio russo dall’inizio del conflitto. Una vera pioggia di velivoli senza pilota, ben 337 di cui 91 nella zona della capitale, «arrivati a ondate» - come ha descritto sul suo canale Telegram il sindaco di Mosca, Sergej Sobyanin - tutti abbattuti dalla difesa aerea ma che hanno impegnato per molte ore gli specialisti dei servizi di emergenza intervenuti nelle zone in cui sono caduti i detriti. Sono stati proprio i frammenti dei droni intercettati dalla contraerea a provocare le vittime, tre nella regione di Mosca nel quartiere urbano di Ramenskoye e tre in quella del Kursk. Da Kiev hanno immediatamente rivendicato l’attacco, con l’agenzia di stampa Rbc Ukraina che ha riportato una nota dello Stato maggiore delle forze armate ucraine: «Le Forze dei sistemi senza pilota, l’Sbu e il Gur, in collaborazione con altre unità, hanno colpito obiettivi strategici russi che sostengono l’aggressione contro l’Ucraina. In particolare è stata colpita la raffineria di petrolio di Mosca, che è in grado di elaborare 11 milioni di tonnellate di petrolio all’anno e fornisce il 40-50% del fabbisogno di gasolio e benzina della città di Mosca». Una rivendicazione a cui si aggiunge il messaggio del portavoce del Centro governativo ucraino contro la disinformazione, Andriy Kovalenko, secondo cui l’attacco «serve a spingere il presidente russo Vladimir Putin ad accettare una tregua aerea proposta da Kiev nei negoziati in corso in Arabia Saudita». La prima reazione del Cremlino è stata affidata alle parole del portavoce Dmitri Peskov, il quale ha accusato Kiev di voler bloccare sul nascere le trattative per il raggiungimento di un accordo di pace e affermato che l’attacco con i droni «potrebbe compromettere la tendenza al dialogo appena emersa a Gedda». Più duro il commento della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui il raid ucraino è il segnale che le truppe russe stanno vincendo sul campo di battaglia e che l’esercito di Kiev si sta giocando le ultime carte attaccando direttamente i civili. A tal proposito, la portavoce di Sergej Lavrov, ha annunciato che nei prossimi giorni sarà in visita a Mosca il segretario generale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa per la promozione della pace, per un sopralluogo sui posti in cui sono precipitati i detriti dei droni abbattuti.
Tuttavia, nelle stesse ore in cui i droni ucraini sorvolavano i cieli di Mosca, l’esercito russo conduceva raid in diversi punti dell’Ucraina. Nel Donetsk, secondo quanto comunicato dal governatore Vadym Filashkin su Telegram, sono morte sei persone, tra cui due fratelli di 11 e 13 anni. A Odessa, il governatore Oleg Kiper ha denunciato incendi in diversi edifici della città, tra cui un edificio residenziale privato, un magazzino di giocattoli per bambini e un serbatoio di carburante, causati dall’esplosione di droni russi. Mentre il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha scritto che è stato necessario l’intervento delle forze di difesa aerea per eliminare la minaccia nei cieli della Capitale.
Mosca ha poi annunciato di aver conquistato con le unità del gruppo di truppe del Sud l’insediamento di Gorky nel Donbass e di aver ripreso il controllo di 12 villaggi nel Kursk in una porzione di territorio di circa 100 chilometri quadrati che era finita nelle mani dell’esercito ucraino dopo l’offensiva lanciata il 6 agosto 2024.
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Svolta diplomatica a Gedda: gli Usa ripristinano la condivisione di dati di intelligence, Zelensky concede la tregua e la disponibilità a trattative immediate con Putin. Rubio: «Ora la palla è nel campo della Russia».Proprio mentre in Arabia Saudita sembra decollare il negoziato, le forze armate ucraine lanciano il più vasto raid in territorio nemico dall’inizio della guerra.Lo speciale contiene due articoli.Comincia a dare dei frutti la strategia diplomatica, adottata dalla Casa Bianca sulla crisi ucraina: il cessate il fuoco sembra adesso più vicino. Ieri si sono tenuti a Gedda i colloqui tra Stati Uniti e Ucraina. La delegazione di Washington era costituita dal segretario di Stato americano, Marco Rubio, e dal consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz. Dall’altra parte, nel team di Kiev erano presenti il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, il capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak, e il ministro della Difesa, Rustem Umerovto. I colloqui si sono protratti per circa otto ore. E, alla fine, hanno prodotto un accordo. Secondo un comunicato ufficiale, gli Usa «revocheranno immediatamente la sospensione della condivisione di informazioni di intelligence e riprenderanno l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina». Dall’altra parte, Kiev ha «espresso la sua disponibilità ad accettare la proposta statunitense di attuare un cessate il fuoco immediato e provvisorio di 30 giorni, che può essere esteso di comune accordo tra le parti e che è soggetto all’accettazione e all’attuazione simultanea da parte della Federazione russa». La logica è chiara: gli americani riprenderanno a spalleggiare Kiev sul fronte dell’intelligence in cambio della sua disponibilità a intraprendere un percorso diplomatico con Mosca.Non solo. Americani e ucraini hanno anche concordato di siglare «il prima possibile» l’intesa sui minerali strategici, la cui firma era saltata a seguito della lite tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello studio ovale: proprio ieri, in un’intervista rilasciata in esclusiva a questo giornale, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, Brian Hughes, aveva sostenuto che per Kiev fosse «importante» dare l’ok all’accordo sui minerali. Anche in questo caso, emerge una logica ben precisa. Nonostante qualcuno abbia definito quell’intesa come una forma di «estorsione» ai danni dell’Ucraina, si tratta, in realtà, di un modo per rafforzare la deterrenza nei confronti di Mosca. La presenza di aziende e dipendenti americani sul territorio ucraino renderebbe infatti più complicato per la Russia mettere nuovamente l’Ucraina sotto attacco. Mentre la Casa Bianca definiva i colloqui di Gedda come «positivi» e «produttivi», Rubio sottolineava che sta adesso a Mosca accettare la proposta di tregua. «Ora la palla per la tregua in Ucraina è nel campo della Russia», ha dichiarato. «L’Ucraina», ha proseguito, «accetta negoziati immediati con Mosca». «La nostra speranza è che i russi rispondano di sì il più rapidamente possibile, così potremo passare alla seconda fase, che è quella dei veri negoziati», ha anche detto il segretario di Stato americano. «Spero che anche Putin sia d’accordo, parlerò con lui», ha commentato Trump, da parte sua. «La parte americana comprende le nostre argomentazioni, accetta le nostre proposte. Voglio ringraziare il presidente Trump per la costruttività della conversazione tra i nostri team», ha dichiarato, poco dopo, Zelensky. «L’Ucraina», ha aggiunto, «accetta questa proposta. La consideriamo positiva e siamo pronti a fare un passo del genere». Il presidente ucraino ha anche auspicato che gli americani convincano i russi ad accettare il cessate il fuoco: un cessate il fuoco che, ha precisato Zelensky, riguarderà «missili, droni e bombe, non solo nel Mar Nero, ma anche lungo l’intera linea del fronte». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, Mosca non aveva ancora rilasciato commenti. È tuttavia chiaro che la strategia della Casa Bianca sarà adesso quella di fare pressioni sul Cremlino per spingerlo ad accettare.I colloqui di ieri si sono tenuti dopo che, il mese scorso, americani e russi avevano avuto due incontri: uno a Riad e l’altro a Istanbul. Due incontri che, tuttavia, non erano stati dedicati alla risoluzione della crisi ucraina: si era trattato semmai di faccia a faccia finalizzati a riattivare le comunicazioni tra Washington e Mosca ai massimi livelli. Vale a tal proposito anche la pena di sottolineare che, nelle ultime settimane, Trump aveva messo sotto pressione entrambi i belligeranti. Aveva fatto, sì, sospendere la condivisione delle informazioni d’intelligence con Kiev, ma, venerdì, aveva anche minacciato Mosca con delle sanzioni: l’obiettivo era, ed è ancora, quello di spingere i due nemici a sedersi al tavolo.Nel momento in cui la Russia dovesse rispondere positivamente alla proposta di tregua, Trump porterebbe a casa un successo diplomatico rilevante. Ma attenzione, ci sarebbe, in caso, anche un altro vincitore: quell’Arabia Saudita che, irritando non poco la Turchia, si sta ritagliando un ruolo diplomatico di primo piano tanto nel disgelo tra Washington e Mosca quanto nelle eventuali trattative tra russi e ucraini. Riad, Gerusalemme e Washington guardano con apprensione alla crescente influenza di Ankara sulla Siria. E proprio la Siria potrebbe entrare nei negoziati sull’Ucraina. Trump, d’accordo con israeliani e sauditi, potrebbe aiutare Mosca a recuperare terreno in questo Paese. In cambio, chiederebbe però delle contropartite sul fronte ucraino. È in quest’ottica che Usa, Israele e Arabia Saudita potrebbero cercare di coinvolgere la Russia non solo nel rilancio degli Accordi di Abramo ma anche nel piano americano per Gaza: piano che, al di là delle critiche ufficiali, a Riad piace molto. Guarda caso, domenica Rubio, in una nota aveva condannato i «massacri» perpetrati ai danni delle minoranze in Siria dai «terroristi islamici radicali». Un tassello in più verso la realizzazione di un asse che punta al contenimento di Ankara nella regione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-dice-si-cessate-fuoco-2671309588.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="droni-ucraini-su-mosca-sei-morti" data-post-id="2671309588" data-published-at="1741773492" data-use-pagination="False"> Droni ucraini su Mosca: sei morti Sei morti, almeno nove feriti, due aeroporti chiusi e traffico ferroviario bloccato. È questo il bilancio del massiccio attacco con i droni che l’esercito ucraino ha deciso di lanciare ieri nelle prime ore dell’alba in varie zone della Russia, in particolar modo nelle regioni di Mosca e Kursk. Secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa del Cremlino, si tratta del più significativo raid contro il territorio russo dall’inizio del conflitto. Una vera pioggia di velivoli senza pilota, ben 337 di cui 91 nella zona della capitale, «arrivati a ondate» - come ha descritto sul suo canale Telegram il sindaco di Mosca, Sergej Sobyanin - tutti abbattuti dalla difesa aerea ma che hanno impegnato per molte ore gli specialisti dei servizi di emergenza intervenuti nelle zone in cui sono caduti i detriti. Sono stati proprio i frammenti dei droni intercettati dalla contraerea a provocare le vittime, tre nella regione di Mosca nel quartiere urbano di Ramenskoye e tre in quella del Kursk. Da Kiev hanno immediatamente rivendicato l’attacco, con l’agenzia di stampa Rbc Ukraina che ha riportato una nota dello Stato maggiore delle forze armate ucraine: «Le Forze dei sistemi senza pilota, l’Sbu e il Gur, in collaborazione con altre unità, hanno colpito obiettivi strategici russi che sostengono l’aggressione contro l’Ucraina. In particolare è stata colpita la raffineria di petrolio di Mosca, che è in grado di elaborare 11 milioni di tonnellate di petrolio all’anno e fornisce il 40-50% del fabbisogno di gasolio e benzina della città di Mosca». Una rivendicazione a cui si aggiunge il messaggio del portavoce del Centro governativo ucraino contro la disinformazione, Andriy Kovalenko, secondo cui l’attacco «serve a spingere il presidente russo Vladimir Putin ad accettare una tregua aerea proposta da Kiev nei negoziati in corso in Arabia Saudita». La prima reazione del Cremlino è stata affidata alle parole del portavoce Dmitri Peskov, il quale ha accusato Kiev di voler bloccare sul nascere le trattative per il raggiungimento di un accordo di pace e affermato che l’attacco con i droni «potrebbe compromettere la tendenza al dialogo appena emersa a Gedda». Più duro il commento della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui il raid ucraino è il segnale che le truppe russe stanno vincendo sul campo di battaglia e che l’esercito di Kiev si sta giocando le ultime carte attaccando direttamente i civili. A tal proposito, la portavoce di Sergej Lavrov, ha annunciato che nei prossimi giorni sarà in visita a Mosca il segretario generale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa per la promozione della pace, per un sopralluogo sui posti in cui sono precipitati i detriti dei droni abbattuti. Tuttavia, nelle stesse ore in cui i droni ucraini sorvolavano i cieli di Mosca, l’esercito russo conduceva raid in diversi punti dell’Ucraina. Nel Donetsk, secondo quanto comunicato dal governatore Vadym Filashkin su Telegram, sono morte sei persone, tra cui due fratelli di 11 e 13 anni. A Odessa, il governatore Oleg Kiper ha denunciato incendi in diversi edifici della città, tra cui un edificio residenziale privato, un magazzino di giocattoli per bambini e un serbatoio di carburante, causati dall’esplosione di droni russi. Mentre il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha scritto che è stato necessario l’intervento delle forze di difesa aerea per eliminare la minaccia nei cieli della Capitale. Mosca ha poi annunciato di aver conquistato con le unità del gruppo di truppe del Sud l’insediamento di Gorky nel Donbass e di aver ripreso il controllo di 12 villaggi nel Kursk in una porzione di territorio di circa 100 chilometri quadrati che era finita nelle mani dell’esercito ucraino dopo l’offensiva lanciata il 6 agosto 2024.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.