- Svolta diplomatica a Gedda: gli Usa ripristinano la condivisione di dati di intelligence, Zelensky concede la tregua e la disponibilità a trattative immediate con Putin. Rubio: «Ora la palla è nel campo della Russia».
- Proprio mentre in Arabia Saudita sembra decollare il negoziato, le forze armate ucraine lanciano il più vasto raid in territorio nemico dall’inizio della guerra.
Lo speciale contiene due articoli.
Comincia a dare dei frutti la strategia diplomatica, adottata dalla Casa Bianca sulla crisi ucraina: il cessate il fuoco sembra adesso più vicino. Ieri si sono tenuti a Gedda i colloqui tra Stati Uniti e Ucraina. La delegazione di Washington era costituita dal segretario di Stato americano, Marco Rubio, e dal consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz. Dall’altra parte, nel team di Kiev erano presenti il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, il capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak, e il ministro della Difesa, Rustem Umerovto. I colloqui si sono protratti per circa otto ore. E, alla fine, hanno prodotto un accordo. Secondo un comunicato ufficiale, gli Usa «revocheranno immediatamente la sospensione della condivisione di informazioni di intelligence e riprenderanno l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina». Dall’altra parte, Kiev ha «espresso la sua disponibilità ad accettare la proposta statunitense di attuare un cessate il fuoco immediato e provvisorio di 30 giorni, che può essere esteso di comune accordo tra le parti e che è soggetto all’accettazione e all’attuazione simultanea da parte della Federazione russa». La logica è chiara: gli americani riprenderanno a spalleggiare Kiev sul fronte dell’intelligence in cambio della sua disponibilità a intraprendere un percorso diplomatico con Mosca.
Non solo. Americani e ucraini hanno anche concordato di siglare «il prima possibile» l’intesa sui minerali strategici, la cui firma era saltata a seguito della lite tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello studio ovale: proprio ieri, in un’intervista rilasciata in esclusiva a questo giornale, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, Brian Hughes, aveva sostenuto che per Kiev fosse «importante» dare l’ok all’accordo sui minerali. Anche in questo caso, emerge una logica ben precisa. Nonostante qualcuno abbia definito quell’intesa come una forma di «estorsione» ai danni dell’Ucraina, si tratta, in realtà, di un modo per rafforzare la deterrenza nei confronti di Mosca. La presenza di aziende e dipendenti americani sul territorio ucraino renderebbe infatti più complicato per la Russia mettere nuovamente l’Ucraina sotto attacco.
Mentre la Casa Bianca definiva i colloqui di Gedda come «positivi» e «produttivi», Rubio sottolineava che sta adesso a Mosca accettare la proposta di tregua. «Ora la palla per la tregua in Ucraina è nel campo della Russia», ha dichiarato. «L’Ucraina», ha proseguito, «accetta negoziati immediati con Mosca». «La nostra speranza è che i russi rispondano di sì il più rapidamente possibile, così potremo passare alla seconda fase, che è quella dei veri negoziati», ha anche detto il segretario di Stato americano. «Spero che anche Putin sia d’accordo, parlerò con lui», ha commentato Trump, da parte sua. «La parte americana comprende le nostre argomentazioni, accetta le nostre proposte. Voglio ringraziare il presidente Trump per la costruttività della conversazione tra i nostri team», ha dichiarato, poco dopo, Zelensky. «L’Ucraina», ha aggiunto, «accetta questa proposta. La consideriamo positiva e siamo pronti a fare un passo del genere». Il presidente ucraino ha anche auspicato che gli americani convincano i russi ad accettare il cessate il fuoco: un cessate il fuoco che, ha precisato Zelensky, riguarderà «missili, droni e bombe, non solo nel Mar Nero, ma anche lungo l’intera linea del fronte». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, Mosca non aveva ancora rilasciato commenti. È tuttavia chiaro che la strategia della Casa Bianca sarà adesso quella di fare pressioni sul Cremlino per spingerlo ad accettare.
I colloqui di ieri si sono tenuti dopo che, il mese scorso, americani e russi avevano avuto due incontri: uno a Riad e l’altro a Istanbul. Due incontri che, tuttavia, non erano stati dedicati alla risoluzione della crisi ucraina: si era trattato semmai di faccia a faccia finalizzati a riattivare le comunicazioni tra Washington e Mosca ai massimi livelli. Vale a tal proposito anche la pena di sottolineare che, nelle ultime settimane, Trump aveva messo sotto pressione entrambi i belligeranti. Aveva fatto, sì, sospendere la condivisione delle informazioni d’intelligence con Kiev, ma, venerdì, aveva anche minacciato Mosca con delle sanzioni: l’obiettivo era, ed è ancora, quello di spingere i due nemici a sedersi al tavolo.
Nel momento in cui la Russia dovesse rispondere positivamente alla proposta di tregua, Trump porterebbe a casa un successo diplomatico rilevante. Ma attenzione, ci sarebbe, in caso, anche un altro vincitore: quell’Arabia Saudita che, irritando non poco la Turchia, si sta ritagliando un ruolo diplomatico di primo piano tanto nel disgelo tra Washington e Mosca quanto nelle eventuali trattative tra russi e ucraini. Riad, Gerusalemme e Washington guardano con apprensione alla crescente influenza di Ankara sulla Siria. E proprio la Siria potrebbe entrare nei negoziati sull’Ucraina. Trump, d’accordo con israeliani e sauditi, potrebbe aiutare Mosca a recuperare terreno in questo Paese. In cambio, chiederebbe però delle contropartite sul fronte ucraino. È in quest’ottica che Usa, Israele e Arabia Saudita potrebbero cercare di coinvolgere la Russia non solo nel rilancio degli Accordi di Abramo ma anche nel piano americano per Gaza: piano che, al di là delle critiche ufficiali, a Riad piace molto. Guarda caso, domenica Rubio, in una nota aveva condannato i «massacri» perpetrati ai danni delle minoranze in Siria dai «terroristi islamici radicali». Un tassello in più verso la realizzazione di un asse che punta al contenimento di Ankara nella regione.
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