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2025-03-12
Kiev dice di sì al cessate il fuoco e ritrova l’ombrello americano
Volodymyr Zelensky e Mohammad bin Salman (Ansa)
Comincia a dare dei frutti la strategia diplomatica, adottata dalla Casa Bianca sulla crisi ucraina: il cessate il fuoco sembra adesso più vicino. Ieri si sono tenuti a Gedda i colloqui tra Stati Uniti e Ucraina. La delegazione di Washington era costituita dal segretario di Stato americano, Marco Rubio, e dal consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz. Dall’altra parte, nel team di Kiev erano presenti il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, il capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak, e il ministro della Difesa, Rustem Umerovto. I colloqui si sono protratti per circa otto ore. E, alla fine, hanno prodotto un accordo. Secondo un comunicato ufficiale, gli Usa «revocheranno immediatamente la sospensione della condivisione di informazioni di intelligence e riprenderanno l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina». Dall’altra parte, Kiev ha «espresso la sua disponibilità ad accettare la proposta statunitense di attuare un cessate il fuoco immediato e provvisorio di 30 giorni, che può essere esteso di comune accordo tra le parti e che è soggetto all’accettazione e all’attuazione simultanea da parte della Federazione russa». La logica è chiara: gli americani riprenderanno a spalleggiare Kiev sul fronte dell’intelligence in cambio della sua disponibilità a intraprendere un percorso diplomatico con Mosca.
Non solo. Americani e ucraini hanno anche concordato di siglare «il prima possibile» l’intesa sui minerali strategici, la cui firma era saltata a seguito della lite tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello studio ovale: proprio ieri, in un’intervista rilasciata in esclusiva a questo giornale, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, Brian Hughes, aveva sostenuto che per Kiev fosse «importante» dare l’ok all’accordo sui minerali. Anche in questo caso, emerge una logica ben precisa. Nonostante qualcuno abbia definito quell’intesa come una forma di «estorsione» ai danni dell’Ucraina, si tratta, in realtà, di un modo per rafforzare la deterrenza nei confronti di Mosca. La presenza di aziende e dipendenti americani sul territorio ucraino renderebbe infatti più complicato per la Russia mettere nuovamente l’Ucraina sotto attacco.
Mentre la Casa Bianca definiva i colloqui di Gedda come «positivi» e «produttivi», Rubio sottolineava che sta adesso a Mosca accettare la proposta di tregua. «Ora la palla per la tregua in Ucraina è nel campo della Russia», ha dichiarato. «L’Ucraina», ha proseguito, «accetta negoziati immediati con Mosca». «La nostra speranza è che i russi rispondano di sì il più rapidamente possibile, così potremo passare alla seconda fase, che è quella dei veri negoziati», ha anche detto il segretario di Stato americano. «Spero che anche Putin sia d’accordo, parlerò con lui», ha commentato Trump, da parte sua. «La parte americana comprende le nostre argomentazioni, accetta le nostre proposte. Voglio ringraziare il presidente Trump per la costruttività della conversazione tra i nostri team», ha dichiarato, poco dopo, Zelensky. «L’Ucraina», ha aggiunto, «accetta questa proposta. La consideriamo positiva e siamo pronti a fare un passo del genere». Il presidente ucraino ha anche auspicato che gli americani convincano i russi ad accettare il cessate il fuoco: un cessate il fuoco che, ha precisato Zelensky, riguarderà «missili, droni e bombe, non solo nel Mar Nero, ma anche lungo l’intera linea del fronte». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, Mosca non aveva ancora rilasciato commenti. È tuttavia chiaro che la strategia della Casa Bianca sarà adesso quella di fare pressioni sul Cremlino per spingerlo ad accettare.
I colloqui di ieri si sono tenuti dopo che, il mese scorso, americani e russi avevano avuto due incontri: uno a Riad e l’altro a Istanbul. Due incontri che, tuttavia, non erano stati dedicati alla risoluzione della crisi ucraina: si era trattato semmai di faccia a faccia finalizzati a riattivare le comunicazioni tra Washington e Mosca ai massimi livelli. Vale a tal proposito anche la pena di sottolineare che, nelle ultime settimane, Trump aveva messo sotto pressione entrambi i belligeranti. Aveva fatto, sì, sospendere la condivisione delle informazioni d’intelligence con Kiev, ma, venerdì, aveva anche minacciato Mosca con delle sanzioni: l’obiettivo era, ed è ancora, quello di spingere i due nemici a sedersi al tavolo.
Nel momento in cui la Russia dovesse rispondere positivamente alla proposta di tregua, Trump porterebbe a casa un successo diplomatico rilevante. Ma attenzione, ci sarebbe, in caso, anche un altro vincitore: quell’Arabia Saudita che, irritando non poco la Turchia, si sta ritagliando un ruolo diplomatico di primo piano tanto nel disgelo tra Washington e Mosca quanto nelle eventuali trattative tra russi e ucraini. Riad, Gerusalemme e Washington guardano con apprensione alla crescente influenza di Ankara sulla Siria. E proprio la Siria potrebbe entrare nei negoziati sull’Ucraina. Trump, d’accordo con israeliani e sauditi, potrebbe aiutare Mosca a recuperare terreno in questo Paese. In cambio, chiederebbe però delle contropartite sul fronte ucraino. È in quest’ottica che Usa, Israele e Arabia Saudita potrebbero cercare di coinvolgere la Russia non solo nel rilancio degli Accordi di Abramo ma anche nel piano americano per Gaza: piano che, al di là delle critiche ufficiali, a Riad piace molto. Guarda caso, domenica Rubio, in una nota aveva condannato i «massacri» perpetrati ai danni delle minoranze in Siria dai «terroristi islamici radicali». Un tassello in più verso la realizzazione di un asse che punta al contenimento di Ankara nella regione.
Droni ucraini su Mosca: sei morti
Sei morti, almeno nove feriti, due aeroporti chiusi e traffico ferroviario bloccato. È questo il bilancio del massiccio attacco con i droni che l’esercito ucraino ha deciso di lanciare ieri nelle prime ore dell’alba in varie zone della Russia, in particolar modo nelle regioni di Mosca e Kursk. Secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa del Cremlino, si tratta del più significativo raid contro il territorio russo dall’inizio del conflitto. Una vera pioggia di velivoli senza pilota, ben 337 di cui 91 nella zona della capitale, «arrivati a ondate» - come ha descritto sul suo canale Telegram il sindaco di Mosca, Sergej Sobyanin - tutti abbattuti dalla difesa aerea ma che hanno impegnato per molte ore gli specialisti dei servizi di emergenza intervenuti nelle zone in cui sono caduti i detriti. Sono stati proprio i frammenti dei droni intercettati dalla contraerea a provocare le vittime, tre nella regione di Mosca nel quartiere urbano di Ramenskoye e tre in quella del Kursk. Da Kiev hanno immediatamente rivendicato l’attacco, con l’agenzia di stampa Rbc Ukraina che ha riportato una nota dello Stato maggiore delle forze armate ucraine: «Le Forze dei sistemi senza pilota, l’Sbu e il Gur, in collaborazione con altre unità, hanno colpito obiettivi strategici russi che sostengono l’aggressione contro l’Ucraina. In particolare è stata colpita la raffineria di petrolio di Mosca, che è in grado di elaborare 11 milioni di tonnellate di petrolio all’anno e fornisce il 40-50% del fabbisogno di gasolio e benzina della città di Mosca». Una rivendicazione a cui si aggiunge il messaggio del portavoce del Centro governativo ucraino contro la disinformazione, Andriy Kovalenko, secondo cui l’attacco «serve a spingere il presidente russo Vladimir Putin ad accettare una tregua aerea proposta da Kiev nei negoziati in corso in Arabia Saudita». La prima reazione del Cremlino è stata affidata alle parole del portavoce Dmitri Peskov, il quale ha accusato Kiev di voler bloccare sul nascere le trattative per il raggiungimento di un accordo di pace e affermato che l’attacco con i droni «potrebbe compromettere la tendenza al dialogo appena emersa a Gedda». Più duro il commento della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui il raid ucraino è il segnale che le truppe russe stanno vincendo sul campo di battaglia e che l’esercito di Kiev si sta giocando le ultime carte attaccando direttamente i civili. A tal proposito, la portavoce di Sergej Lavrov, ha annunciato che nei prossimi giorni sarà in visita a Mosca il segretario generale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa per la promozione della pace, per un sopralluogo sui posti in cui sono precipitati i detriti dei droni abbattuti.
Tuttavia, nelle stesse ore in cui i droni ucraini sorvolavano i cieli di Mosca, l’esercito russo conduceva raid in diversi punti dell’Ucraina. Nel Donetsk, secondo quanto comunicato dal governatore Vadym Filashkin su Telegram, sono morte sei persone, tra cui due fratelli di 11 e 13 anni. A Odessa, il governatore Oleg Kiper ha denunciato incendi in diversi edifici della città, tra cui un edificio residenziale privato, un magazzino di giocattoli per bambini e un serbatoio di carburante, causati dall’esplosione di droni russi. Mentre il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha scritto che è stato necessario l’intervento delle forze di difesa aerea per eliminare la minaccia nei cieli della Capitale.
Mosca ha poi annunciato di aver conquistato con le unità del gruppo di truppe del Sud l’insediamento di Gorky nel Donbass e di aver ripreso il controllo di 12 villaggi nel Kursk in una porzione di territorio di circa 100 chilometri quadrati che era finita nelle mani dell’esercito ucraino dopo l’offensiva lanciata il 6 agosto 2024.
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Svolta diplomatica a Gedda: gli Usa ripristinano la condivisione di dati di intelligence, Zelensky concede la tregua e la disponibilità a trattative immediate con Putin. Rubio: «Ora la palla è nel campo della Russia».Proprio mentre in Arabia Saudita sembra decollare il negoziato, le forze armate ucraine lanciano il più vasto raid in territorio nemico dall’inizio della guerra.Lo speciale contiene due articoli.Comincia a dare dei frutti la strategia diplomatica, adottata dalla Casa Bianca sulla crisi ucraina: il cessate il fuoco sembra adesso più vicino. Ieri si sono tenuti a Gedda i colloqui tra Stati Uniti e Ucraina. La delegazione di Washington era costituita dal segretario di Stato americano, Marco Rubio, e dal consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz. Dall’altra parte, nel team di Kiev erano presenti il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, il capo dell’ufficio presidenziale, Andriy Yermak, e il ministro della Difesa, Rustem Umerovto. I colloqui si sono protratti per circa otto ore. E, alla fine, hanno prodotto un accordo. Secondo un comunicato ufficiale, gli Usa «revocheranno immediatamente la sospensione della condivisione di informazioni di intelligence e riprenderanno l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina». Dall’altra parte, Kiev ha «espresso la sua disponibilità ad accettare la proposta statunitense di attuare un cessate il fuoco immediato e provvisorio di 30 giorni, che può essere esteso di comune accordo tra le parti e che è soggetto all’accettazione e all’attuazione simultanea da parte della Federazione russa». La logica è chiara: gli americani riprenderanno a spalleggiare Kiev sul fronte dell’intelligence in cambio della sua disponibilità a intraprendere un percorso diplomatico con Mosca.Non solo. Americani e ucraini hanno anche concordato di siglare «il prima possibile» l’intesa sui minerali strategici, la cui firma era saltata a seguito della lite tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello studio ovale: proprio ieri, in un’intervista rilasciata in esclusiva a questo giornale, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, Brian Hughes, aveva sostenuto che per Kiev fosse «importante» dare l’ok all’accordo sui minerali. Anche in questo caso, emerge una logica ben precisa. Nonostante qualcuno abbia definito quell’intesa come una forma di «estorsione» ai danni dell’Ucraina, si tratta, in realtà, di un modo per rafforzare la deterrenza nei confronti di Mosca. La presenza di aziende e dipendenti americani sul territorio ucraino renderebbe infatti più complicato per la Russia mettere nuovamente l’Ucraina sotto attacco. Mentre la Casa Bianca definiva i colloqui di Gedda come «positivi» e «produttivi», Rubio sottolineava che sta adesso a Mosca accettare la proposta di tregua. «Ora la palla per la tregua in Ucraina è nel campo della Russia», ha dichiarato. «L’Ucraina», ha proseguito, «accetta negoziati immediati con Mosca». «La nostra speranza è che i russi rispondano di sì il più rapidamente possibile, così potremo passare alla seconda fase, che è quella dei veri negoziati», ha anche detto il segretario di Stato americano. «Spero che anche Putin sia d’accordo, parlerò con lui», ha commentato Trump, da parte sua. «La parte americana comprende le nostre argomentazioni, accetta le nostre proposte. Voglio ringraziare il presidente Trump per la costruttività della conversazione tra i nostri team», ha dichiarato, poco dopo, Zelensky. «L’Ucraina», ha aggiunto, «accetta questa proposta. La consideriamo positiva e siamo pronti a fare un passo del genere». Il presidente ucraino ha anche auspicato che gli americani convincano i russi ad accettare il cessate il fuoco: un cessate il fuoco che, ha precisato Zelensky, riguarderà «missili, droni e bombe, non solo nel Mar Nero, ma anche lungo l’intera linea del fronte». Nel momento in cui La Verità andava in stampa, Mosca non aveva ancora rilasciato commenti. È tuttavia chiaro che la strategia della Casa Bianca sarà adesso quella di fare pressioni sul Cremlino per spingerlo ad accettare.I colloqui di ieri si sono tenuti dopo che, il mese scorso, americani e russi avevano avuto due incontri: uno a Riad e l’altro a Istanbul. Due incontri che, tuttavia, non erano stati dedicati alla risoluzione della crisi ucraina: si era trattato semmai di faccia a faccia finalizzati a riattivare le comunicazioni tra Washington e Mosca ai massimi livelli. Vale a tal proposito anche la pena di sottolineare che, nelle ultime settimane, Trump aveva messo sotto pressione entrambi i belligeranti. Aveva fatto, sì, sospendere la condivisione delle informazioni d’intelligence con Kiev, ma, venerdì, aveva anche minacciato Mosca con delle sanzioni: l’obiettivo era, ed è ancora, quello di spingere i due nemici a sedersi al tavolo.Nel momento in cui la Russia dovesse rispondere positivamente alla proposta di tregua, Trump porterebbe a casa un successo diplomatico rilevante. Ma attenzione, ci sarebbe, in caso, anche un altro vincitore: quell’Arabia Saudita che, irritando non poco la Turchia, si sta ritagliando un ruolo diplomatico di primo piano tanto nel disgelo tra Washington e Mosca quanto nelle eventuali trattative tra russi e ucraini. Riad, Gerusalemme e Washington guardano con apprensione alla crescente influenza di Ankara sulla Siria. E proprio la Siria potrebbe entrare nei negoziati sull’Ucraina. Trump, d’accordo con israeliani e sauditi, potrebbe aiutare Mosca a recuperare terreno in questo Paese. In cambio, chiederebbe però delle contropartite sul fronte ucraino. È in quest’ottica che Usa, Israele e Arabia Saudita potrebbero cercare di coinvolgere la Russia non solo nel rilancio degli Accordi di Abramo ma anche nel piano americano per Gaza: piano che, al di là delle critiche ufficiali, a Riad piace molto. Guarda caso, domenica Rubio, in una nota aveva condannato i «massacri» perpetrati ai danni delle minoranze in Siria dai «terroristi islamici radicali». Un tassello in più verso la realizzazione di un asse che punta al contenimento di Ankara nella regione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kiev-dice-si-cessate-fuoco-2671309588.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="droni-ucraini-su-mosca-sei-morti" data-post-id="2671309588" data-published-at="1741773492" data-use-pagination="False"> Droni ucraini su Mosca: sei morti Sei morti, almeno nove feriti, due aeroporti chiusi e traffico ferroviario bloccato. È questo il bilancio del massiccio attacco con i droni che l’esercito ucraino ha deciso di lanciare ieri nelle prime ore dell’alba in varie zone della Russia, in particolar modo nelle regioni di Mosca e Kursk. Secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa del Cremlino, si tratta del più significativo raid contro il territorio russo dall’inizio del conflitto. Una vera pioggia di velivoli senza pilota, ben 337 di cui 91 nella zona della capitale, «arrivati a ondate» - come ha descritto sul suo canale Telegram il sindaco di Mosca, Sergej Sobyanin - tutti abbattuti dalla difesa aerea ma che hanno impegnato per molte ore gli specialisti dei servizi di emergenza intervenuti nelle zone in cui sono caduti i detriti. Sono stati proprio i frammenti dei droni intercettati dalla contraerea a provocare le vittime, tre nella regione di Mosca nel quartiere urbano di Ramenskoye e tre in quella del Kursk. Da Kiev hanno immediatamente rivendicato l’attacco, con l’agenzia di stampa Rbc Ukraina che ha riportato una nota dello Stato maggiore delle forze armate ucraine: «Le Forze dei sistemi senza pilota, l’Sbu e il Gur, in collaborazione con altre unità, hanno colpito obiettivi strategici russi che sostengono l’aggressione contro l’Ucraina. In particolare è stata colpita la raffineria di petrolio di Mosca, che è in grado di elaborare 11 milioni di tonnellate di petrolio all’anno e fornisce il 40-50% del fabbisogno di gasolio e benzina della città di Mosca». Una rivendicazione a cui si aggiunge il messaggio del portavoce del Centro governativo ucraino contro la disinformazione, Andriy Kovalenko, secondo cui l’attacco «serve a spingere il presidente russo Vladimir Putin ad accettare una tregua aerea proposta da Kiev nei negoziati in corso in Arabia Saudita». La prima reazione del Cremlino è stata affidata alle parole del portavoce Dmitri Peskov, il quale ha accusato Kiev di voler bloccare sul nascere le trattative per il raggiungimento di un accordo di pace e affermato che l’attacco con i droni «potrebbe compromettere la tendenza al dialogo appena emersa a Gedda». Più duro il commento della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui il raid ucraino è il segnale che le truppe russe stanno vincendo sul campo di battaglia e che l’esercito di Kiev si sta giocando le ultime carte attaccando direttamente i civili. A tal proposito, la portavoce di Sergej Lavrov, ha annunciato che nei prossimi giorni sarà in visita a Mosca il segretario generale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa per la promozione della pace, per un sopralluogo sui posti in cui sono precipitati i detriti dei droni abbattuti. Tuttavia, nelle stesse ore in cui i droni ucraini sorvolavano i cieli di Mosca, l’esercito russo conduceva raid in diversi punti dell’Ucraina. Nel Donetsk, secondo quanto comunicato dal governatore Vadym Filashkin su Telegram, sono morte sei persone, tra cui due fratelli di 11 e 13 anni. A Odessa, il governatore Oleg Kiper ha denunciato incendi in diversi edifici della città, tra cui un edificio residenziale privato, un magazzino di giocattoli per bambini e un serbatoio di carburante, causati dall’esplosione di droni russi. Mentre il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, ha scritto che è stato necessario l’intervento delle forze di difesa aerea per eliminare la minaccia nei cieli della Capitale. Mosca ha poi annunciato di aver conquistato con le unità del gruppo di truppe del Sud l’insediamento di Gorky nel Donbass e di aver ripreso il controllo di 12 villaggi nel Kursk in una porzione di territorio di circa 100 chilometri quadrati che era finita nelle mani dell’esercito ucraino dopo l’offensiva lanciata il 6 agosto 2024.
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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