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2024-08-31
La pagella di Kamala alla prima in tv. Errori e occhi bassi. Voto: insufficiente
Kamala Harris (Getty Images)
Ci hanno raccontato per settimane di quanto fosse fantastica la candidatura di Kamala Harris. Peccato che, in quanto a trasparenza, la diretta interessata non sia esattamente il massimo. A riprova di ciò, sta l’intervista che ha rilasciato, l’altro ieri, alla Cnn. Sì, perché non solo ha atteso quasi 40 giorni prima di sottoporsi, da candidata, a un’intervista giornalistica. Ma si è anche fatta accompagnare dal suo vice, Tim Walz. Come se non bastasse, il colloquio televisivo era registrato ed è durato in tutto meno di mezz’ora. Senza infine dimenticare che la vicepresidente si è scelta un network non propriamente noto per essere benevolo nei confronti del suo avversario, Donald Trump. Eppure, nonostante tutti questi accorgimenti, non si può dire che, alla fine dei giochi, la Harris sia uscita granché bene dalla sua performance davanti alle telecamere.
Innanzitutto, ha confermato la fumosità della sua proposta programmatica. Quando la giornalista Dana Bash le ha chiesto che cosa avrebbe intenzione di fare il primo giorno da presidente, la candidata dem si è lanciata in una serie di giri di parole. «Una delle mie massime priorità è fare il possibile per sostenere e rafforzare la classe media. Quando guardo alle aspirazioni, agli obiettivi, alle ambizioni del popolo americano, penso che le persone siano pronte per una nuova strada da seguire in un modo che generazioni di americani hanno alimentato con la speranza e l'ottimismo» ha detto. Evidentemente non soddisfatta, la Bash ha insistito, chiedendo all’interlocutrice di essere più precisa sulle sue proposte. Al che la Harris ha replicato di voler aiutare le famiglie, parlando anche di «edilizia abitativa a prezzi accessibili».
Tutto molto interessante, se non fosse che la candidata dem è quasi da quattro anni vicepresidente degli Stati Uniti. E infatti la Bash l’ha incalzata su questo punto. «Lei è vicepresidente da tre anni e mezzo. Perché non ha ancora attuato le misure di cui parla ora?» ha chiesto. La Harris ha risposto, sostenendo che l’economia doveva prima riprendersi e rivendicando di aver portato l’inflazione sotto il 3%. In realtà, è stata proprio la Bidenomics, a cui la vicepresidente ha sempre dato il proprio sostegno, a contribuire all’impennata dell’inflazione che, nel giugno 2022, raggiunse negli Usa quota 9,1%: il record in quarant’anni. Dall’altra parte, il suo calo negli scorsi mesi è stato dovuto non alla Casa Bianca ma alla politica monetaria della Fed.
Un secondo fronte di difficoltà è emerso quando la Bash ha chiesto conto alla candidata dem delle sue giravolte politiche, a partire dal fracking: nel 2019, la Harris voleva proibire questa controversa pratica di estrazione del gas, mentre, poche settimane fa, ha reso noto di non sostenere più tale divieto. «Lei vuole ancora vietare il fracking?», ha chiesto la giornalista. «No, e l'ho chiarito sul palco del dibattito nel 2020, che non avrei vietato il fracking», ha replicato. In realtà, nel dibattito del 2020, la Harris disse: «Joe Biden non porrà fine al fracking». Non si espose quindi in prima persona. Colta sul vivo, l’altro ieri la Harris ha comunque tenuto a precisare: «I miei valori non sono cambiati». Sarà, ma nel 2019 diceva: «Non c’è dubbio che sono a favore del divieto del fracking». Non solo. Un tempo, bollò le politiche di Trump a sostegno del muro con il Messico come «antiamericane». Adesso invece, secondo Axios, sarebbe pronta a finanziare l’opera. Un terzo nodo, nel corso dell’intervista, ha poi riguardato la crisi di Gaza. «Dobbiamo raggiungere un accordo che riguardi la liberazione degli ostaggi», ha dichiarato la Harris, per poi aggiungere: «Facciamo in modo che il cessate il fuoco venga fatto». Peccato che l’amministrazione di cui fa attualmente parte stia da mesi cercando di negoziare invano un’intesa in tal senso.
Insomma, dall’intervista alla Cnn sono emerse tutte le debolezze della candidata dem: la propensione al camaleontismo e alla fumosità, oltre agli scarsi risultati concreti conseguiti nel corso della sua attività come vicepresidente. È quindi difficile che questa performance televisiva possa aiutare la Harris a prolungare una luna di miele ormai sempre più agli sgoccioli. Vari sondaggi hanno sottolineato che il preconizzato «effetto Convention» o non c’è stato o è risultato inferiore al previsto. Negli Stati chiave si conferma inoltre fondamentalmente una serie di testa a testa con Trump. Senza infine trascurare che il modello di previsione statistica del sondaggista Nate Silver è tornato a dare il candidato repubblicano come lievemente favorito. La Harris avrebbe avuto bisogno di una performance televisiva audace per rilanciarsi: andare a farsi intervistare da sola, senza rete e magari – perché no? – in un network a lei ostile. Così non è stato. La vicepresidente si è dimostrata una candidata molto preimpostata e a disagio davanti alle domande scomode. Ha sprecato un’occasione. E adesso recuperare, per lei, potrebbe rivelarsi particolarmente difficile.
Il capo della Fed sta con la Harris
L’inflazione scende in tutto il mondo. In qualche caso anche più di quanto atteso. A luglio l’indice dei prezzi Pce degli Stati Uniti, l'indicatore preferito dalla Fed per misurare l’andamento dei prezzi è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente, in linea con le aspettative.
Su base annua c’è stato un aumento del 2,6%, al di sotto del consenso del 2,7%. Vuol dire che l’inflazione sta scendendo molto lentamente e resta, comunque, superiore all’obiettivo del 2% che resta il punto di riferimento della banca centrale Usa.
A questo punto è partito il solito gioco. La Fed taglierà i tassi a partire da settembre? E quanto sarà profonda l’incisione? Dalla lettura degli ultimi dati l’economia Usa gode di buona salute anche con il costo del denaro al top degli ultimi vent’anni.
Il Pil Usa, infatti, battendo le aspettative è cresciuto, con l’iltima revisione del 3%. Vuol dire che la Banca centrale Usa deve essere molto prudente nell’adeguamento al ribasso del costo del denaro per evitare una nuova fiammata dei prezzi. A fronte di una domanda che rimane gagliarda perchè rendere più facile l’accesso al credito con il rischio di riaccendere la fiamma dei prezzi?
Parlando al simposio annuale della Fed a Jackson Hole la scorsa settimana, il presidente Jerome Powell ha riconosciuto i recenti progressi sull'inflazione e ha affermato che «è giunto il momento per la politica di adeguarsi».
I mercati hanno interpretato questo dato come una garanzia per una riduzione del costo del denaro alla riunione prevista alla metà del mese prossimo. Tuttavia, a differenza di quanto accade in Europa i prezzi scendono più lentamente del previsto alimentati da una domanda interna brillante.
Improbabile che questo livello di inflazione, seppur superiore al target del 2%, impedisca ai responsabili politici della Fed di approvare l’attesa sforbiciata dei tassi dai massimi di oltre due decenni, ma potrebbe influire sul numero degli interventi quest’anno, soprattutto dopo che, come abbiamo visto, il Pil del secondo trimestre è stato rivisto leggermente al rialzo. In queste condizioni il rischio di recessione si sta allontanando. Già si parla di atterraggio morbido e qualcuno comincia a sostenere che l’economia continuerà a volare. E allora perchè tagliare i tassi? D’altronde non sarebbe nemmeno la prima volta che la Fed cambia idea. Alla fine dello scorso anno aveva lasciato intendere che il 2024 sarebbe stato punteggiato da almeno auattro riduzioni dei tassi. Uno ogni trimestre. Fino a questo momento, però, non si e visto nulla n’ le prospettive indicano l’urgenza di intervenire. Fed in questo momento sembra un indiretto appoggio a Kamala. Far arrivare l’economia Usa in forma brillante all’appuntamento con le urne sarebbe un bel propellente nel motore della candidata democratica. La conferma che l’amministrazione Biden, di cui lei era parte integrante fa bene alla Corporation Usa.
A questo bisogna aggiungere un fatto personale: i rapporti fra Powell e Trump non sono mai stati particolarmente cordiali. Non a caso Donald, durante il sui mandato avrebbe voluto sostituirlo. Poi le pressioni interne ed esterne lo avevano coinvinto diversamente. Tuttavia è difficile pensare che l’attuale capo della Fed conservi la poltrona nel caso di vittoria del candidato repubblicano.
Christine Lagarde si trova in una situazione molto diversa rispetto al suo collega Usa. La ripresa economica in Europa è asfittica l’inflazione scende più del previsto vista la debolezza della domanda. Ad agosto, comunica Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo nell’area dell’euro è calato al 2,2%. Un risultato in netta flessione rispetto al 2,6% di luglio. Tutto pronto, si spera per tagliare i tassi in modo consistente
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Nel tentativo di spostarsi al centro rinnega molte delle vecchie convinzioni: dal muro con il Messico alla tutela dell’ambiente.La banca centrale Usa si dice pronta a tagliare i tassi anche se adesso sarebbe prematuro visto che il Pil sale e l’inflazione resta alta. Un palese favore alla dem.Lo speciale contiene due articoli.Ci hanno raccontato per settimane di quanto fosse fantastica la candidatura di Kamala Harris. Peccato che, in quanto a trasparenza, la diretta interessata non sia esattamente il massimo. A riprova di ciò, sta l’intervista che ha rilasciato, l’altro ieri, alla Cnn. Sì, perché non solo ha atteso quasi 40 giorni prima di sottoporsi, da candidata, a un’intervista giornalistica. Ma si è anche fatta accompagnare dal suo vice, Tim Walz. Come se non bastasse, il colloquio televisivo era registrato ed è durato in tutto meno di mezz’ora. Senza infine dimenticare che la vicepresidente si è scelta un network non propriamente noto per essere benevolo nei confronti del suo avversario, Donald Trump. Eppure, nonostante tutti questi accorgimenti, non si può dire che, alla fine dei giochi, la Harris sia uscita granché bene dalla sua performance davanti alle telecamere. Innanzitutto, ha confermato la fumosità della sua proposta programmatica. Quando la giornalista Dana Bash le ha chiesto che cosa avrebbe intenzione di fare il primo giorno da presidente, la candidata dem si è lanciata in una serie di giri di parole. «Una delle mie massime priorità è fare il possibile per sostenere e rafforzare la classe media. Quando guardo alle aspirazioni, agli obiettivi, alle ambizioni del popolo americano, penso che le persone siano pronte per una nuova strada da seguire in un modo che generazioni di americani hanno alimentato con la speranza e l'ottimismo» ha detto. Evidentemente non soddisfatta, la Bash ha insistito, chiedendo all’interlocutrice di essere più precisa sulle sue proposte. Al che la Harris ha replicato di voler aiutare le famiglie, parlando anche di «edilizia abitativa a prezzi accessibili». Tutto molto interessante, se non fosse che la candidata dem è quasi da quattro anni vicepresidente degli Stati Uniti. E infatti la Bash l’ha incalzata su questo punto. «Lei è vicepresidente da tre anni e mezzo. Perché non ha ancora attuato le misure di cui parla ora?» ha chiesto. La Harris ha risposto, sostenendo che l’economia doveva prima riprendersi e rivendicando di aver portato l’inflazione sotto il 3%. In realtà, è stata proprio la Bidenomics, a cui la vicepresidente ha sempre dato il proprio sostegno, a contribuire all’impennata dell’inflazione che, nel giugno 2022, raggiunse negli Usa quota 9,1%: il record in quarant’anni. Dall’altra parte, il suo calo negli scorsi mesi è stato dovuto non alla Casa Bianca ma alla politica monetaria della Fed.Un secondo fronte di difficoltà è emerso quando la Bash ha chiesto conto alla candidata dem delle sue giravolte politiche, a partire dal fracking: nel 2019, la Harris voleva proibire questa controversa pratica di estrazione del gas, mentre, poche settimane fa, ha reso noto di non sostenere più tale divieto. «Lei vuole ancora vietare il fracking?», ha chiesto la giornalista. «No, e l'ho chiarito sul palco del dibattito nel 2020, che non avrei vietato il fracking», ha replicato. In realtà, nel dibattito del 2020, la Harris disse: «Joe Biden non porrà fine al fracking». Non si espose quindi in prima persona. Colta sul vivo, l’altro ieri la Harris ha comunque tenuto a precisare: «I miei valori non sono cambiati». Sarà, ma nel 2019 diceva: «Non c’è dubbio che sono a favore del divieto del fracking». Non solo. Un tempo, bollò le politiche di Trump a sostegno del muro con il Messico come «antiamericane». Adesso invece, secondo Axios, sarebbe pronta a finanziare l’opera. Un terzo nodo, nel corso dell’intervista, ha poi riguardato la crisi di Gaza. «Dobbiamo raggiungere un accordo che riguardi la liberazione degli ostaggi», ha dichiarato la Harris, per poi aggiungere: «Facciamo in modo che il cessate il fuoco venga fatto». Peccato che l’amministrazione di cui fa attualmente parte stia da mesi cercando di negoziare invano un’intesa in tal senso.Insomma, dall’intervista alla Cnn sono emerse tutte le debolezze della candidata dem: la propensione al camaleontismo e alla fumosità, oltre agli scarsi risultati concreti conseguiti nel corso della sua attività come vicepresidente. È quindi difficile che questa performance televisiva possa aiutare la Harris a prolungare una luna di miele ormai sempre più agli sgoccioli. Vari sondaggi hanno sottolineato che il preconizzato «effetto Convention» o non c’è stato o è risultato inferiore al previsto. Negli Stati chiave si conferma inoltre fondamentalmente una serie di testa a testa con Trump. Senza infine trascurare che il modello di previsione statistica del sondaggista Nate Silver è tornato a dare il candidato repubblicano come lievemente favorito. La Harris avrebbe avuto bisogno di una performance televisiva audace per rilanciarsi: andare a farsi intervistare da sola, senza rete e magari – perché no? – in un network a lei ostile. Così non è stato. La vicepresidente si è dimostrata una candidata molto preimpostata e a disagio davanti alle domande scomode. Ha sprecato un’occasione. E adesso recuperare, per lei, potrebbe rivelarsi particolarmente difficile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kamala-harris-tv-2669105806.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-capo-della-fed-sta-con-la-harris" data-post-id="2669105806" data-published-at="1725049411" data-use-pagination="False"> Il capo della Fed sta con la Harris L’inflazione scende in tutto il mondo. In qualche caso anche più di quanto atteso. A luglio l’indice dei prezzi Pce degli Stati Uniti, l'indicatore preferito dalla Fed per misurare l’andamento dei prezzi è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente, in linea con le aspettative. Su base annua c’è stato un aumento del 2,6%, al di sotto del consenso del 2,7%. Vuol dire che l’inflazione sta scendendo molto lentamente e resta, comunque, superiore all’obiettivo del 2% che resta il punto di riferimento della banca centrale Usa. A questo punto è partito il solito gioco. La Fed taglierà i tassi a partire da settembre? E quanto sarà profonda l’incisione? Dalla lettura degli ultimi dati l’economia Usa gode di buona salute anche con il costo del denaro al top degli ultimi vent’anni. Il Pil Usa, infatti, battendo le aspettative è cresciuto, con l’iltima revisione del 3%. Vuol dire che la Banca centrale Usa deve essere molto prudente nell’adeguamento al ribasso del costo del denaro per evitare una nuova fiammata dei prezzi. A fronte di una domanda che rimane gagliarda perchè rendere più facile l’accesso al credito con il rischio di riaccendere la fiamma dei prezzi? Parlando al simposio annuale della Fed a Jackson Hole la scorsa settimana, il presidente Jerome Powell ha riconosciuto i recenti progressi sull'inflazione e ha affermato che «è giunto il momento per la politica di adeguarsi». I mercati hanno interpretato questo dato come una garanzia per una riduzione del costo del denaro alla riunione prevista alla metà del mese prossimo. Tuttavia, a differenza di quanto accade in Europa i prezzi scendono più lentamente del previsto alimentati da una domanda interna brillante. Improbabile che questo livello di inflazione, seppur superiore al target del 2%, impedisca ai responsabili politici della Fed di approvare l’attesa sforbiciata dei tassi dai massimi di oltre due decenni, ma potrebbe influire sul numero degli interventi quest’anno, soprattutto dopo che, come abbiamo visto, il Pil del secondo trimestre è stato rivisto leggermente al rialzo. In queste condizioni il rischio di recessione si sta allontanando. Già si parla di atterraggio morbido e qualcuno comincia a sostenere che l’economia continuerà a volare. E allora perchè tagliare i tassi? D’altronde non sarebbe nemmeno la prima volta che la Fed cambia idea. Alla fine dello scorso anno aveva lasciato intendere che il 2024 sarebbe stato punteggiato da almeno auattro riduzioni dei tassi. Uno ogni trimestre. Fino a questo momento, però, non si e visto nulla n’ le prospettive indicano l’urgenza di intervenire. Fed in questo momento sembra un indiretto appoggio a Kamala. Far arrivare l’economia Usa in forma brillante all’appuntamento con le urne sarebbe un bel propellente nel motore della candidata democratica. La conferma che l’amministrazione Biden, di cui lei era parte integrante fa bene alla Corporation Usa. A questo bisogna aggiungere un fatto personale: i rapporti fra Powell e Trump non sono mai stati particolarmente cordiali. Non a caso Donald, durante il sui mandato avrebbe voluto sostituirlo. Poi le pressioni interne ed esterne lo avevano coinvinto diversamente. Tuttavia è difficile pensare che l’attuale capo della Fed conservi la poltrona nel caso di vittoria del candidato repubblicano. Christine Lagarde si trova in una situazione molto diversa rispetto al suo collega Usa. La ripresa economica in Europa è asfittica l’inflazione scende più del previsto vista la debolezza della domanda. Ad agosto, comunica Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo nell’area dell’euro è calato al 2,2%. Un risultato in netta flessione rispetto al 2,6% di luglio. Tutto pronto, si spera per tagliare i tassi in modo consistente
Chi ha inventato le luci sugli aerei? Proprio quelle colorate che vediamo lampeggiare quando ne scorgiamo uno nel cielo. Ecco la storia di Warren e della sua fantastica idea!
Giorgia Meloni (Ansa)
Ieri la pantomima sulla Groenlandia, che Donald Trump ha eletto a checkpoint Charlie del nuovo ordine mondiale, ha toccato l’apice. Gli europei hanno inviato sull’isola un contingente militare di svedesi, francesi e tedeschi. Poche centinaia di soldati, con un ufficiale belga, che hanno fatto arricciare il naso a Vladimir Putin che se dice che la Danimarca è Europa però mette sull’avviso la Nato: manovre vicine a noi provocheranno una reazione. Perciò Copenaghen si è affrettata a sostenere che la missione Artic Endurance, già in ritirata, va allargata agli Usa: finita la guerra in Ucraina prevedendo un espansionismo di Mosca dovranno garantire con gli europei la sicurezza nell’Artico. Ieri mentre il presidente del Ppe Manfred Weber, accodandosi a Pse e Renew, ha sentenziato che «si sospendono gli accordi commerciali tra Usa e Ue finché resta la minaccia dei dazi aggiuntivi», il cancelliere tedesco Friedrich Merz faceva ritirare, dopo 24 ore, le truppe tedesche dalla Groenlandia perché «fa troppo freddo», ma ribadiva: «Siamo a fianco di Danimarca e isolani, come Nato ci impegniamo a garantire la sicurezza nell’Artico e avvertiamo che le minacce tariffarie compromettono le relazioni transatlantiche e comportano il rischio di un’escalation». Qualcosa però non torna. A fine novembre - rivela Die Welt - la Nato ha deciso il trasferimento top secret della difesa dei Paesi nordici dal comando di Brunnsum (Paesi Bassi) a quello di Norfolk (Stati Uniti) e riguarda Danimarca, Finlandia e Svezia. Perciò il comandante della Seconda Flotta Usa di Norfolk, Douglas G. Perry, sarebbe responsabile della difesa della Groenlandia, potenzialmente contro un ordine militare del suo stesso comandante in capo, il presidente americano.
A Bruxelles hanno deciso di sfidare oltre a Donald Trump anche il ridicolo. Stamane il segretario generale della Nato vede il ministro della Difesa della Danimarca, Troels Lund Poulsen, e il ministro per gli Affari esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri Mark Rutte col presidente americano ha discusso i piani di difesa Nato per la sicurezza nell’Artico. Se questo è il quadro sul terreno resta la disperata ricerca di pretesti per farsi vedere. Emmanuel Macron - scavalcando i tedeschi - chiede «l’attivazione dello strumento anticoercizione dell’Ue qualora venissero messe in atto le minacce di Trump relative a nuovi dazi». Significa di fatto interrompere ogni rapporto economico con Washington. È lo stesso strumento invocato da Paolo Gentiloni che alla Stampa accusa: quello di Trump «è l’annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati: il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai si sciolga anche la Nato». E poi aggiunge che la posizione «attendista italiana non giova perché il nostro è il governo più trumpiano d’Europa». Peccato che l’Irlanda col primo ministro Micheal Martin dica che «una guerra commerciale Usa-Ue sarebbe dannosa per tutti e va trovata un’intesa». Non la pensano così Ursula von der Leyen - «si rischia una spirale pericolosa» - e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che come già col Mercosur sperano nella crisi groenlandese per evitare che si liquefaccia l’Europa. Per il Financial Times la Ue starebbe valutando l’ipotesi di controdazi per 93 miliardi. Dà una mano il britannico Keir Starmer che critica i dazi, ma vuole vedersela a tu per tu con Trump.
La posizione italiana - ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «La nostra capacità di mediare proverà a evitare guerre commerciali e contrasti, vogliamo trovare accordi che non penalizzino nessuno» - è quella di Giorgia Meloni che condivide la preoccupazione di Trump sull’Artico ma stigmatizza: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido. C’è bisogno di riprendere il dialogo ed evitare l’escalation».
Come già sulla prima partita dei dazi finirà che la Von der Leyen dovrà chiedere aiuto alla Meloni perché - come sostiene Nicola Procaccini di Ecr - «siamo per la distensione, lo strumento anticoercizione invocato da Macron non va in quella direzione, si guardi invece all’accordo sui dazi con gli Usa che tiene e ha dato frutti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente americano ha detto che qualora venissero inviati dei soldati in Groenlandia, gli Stati Uniti metterebbero dazi sui Paesi che partecipassero all’operazione con loro uomini sul terreno. In pratica, più che a un conflitto vero e proprio con Bruxelles, siamo di fronte a una nuova guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il problema è che da Macron alla Von der Leyen (Merz si è subito adeguato ordinando la retromarcia delle sue truppe), in molti in Europa sembrano non capire che l’Unione non può permettersi di innescare un’altra battaglia con l’America sul tema dei dazi. Come abbiamo già visto lo scorso anno, la Ue ha tutto da perdere in un braccio di ferro con Washington, prova ne sia che, dopo aver minacciato sfracelli, di fronte alle pretese di Trump di riequilibrare la bilancia commerciale, ha accettato un accordo che ha fatto sparire le tariffe sui prodotti Usa, concordando per di più acquisti di prodotti petroliferi e forniture militari. Che altro può mettere in campo dunque Bruxelles per arginare le pretese americane? A mio parere solo la demagogia. E infatti in queste ore, dal piccolo Napoleone dell’Eliseo alla baronessa che guida l’Unione, se ne sta spargendo a piene mani. Invece di comprendere quali siano le ragioni geopolitiche dello scontro in atto e come cercare di raggiungere un’intesa, l’Europa si appresta a una mossa che non ha alcuna valenza militare ma solo d’immagine. I 100 o 200 militari che si vogliono inviare in Groenlandia non hanno alcuna capacità difensiva, ma il loro schieramento rischia di innescare un conflitto commerciale che la Ue potrebbe pagare a caro prezzo. E non soltanto perché, come spesso abbiamo spiegato a proposito dei dazi, quando si introducono delle tariffe come rappresaglia nei confronti di un Paese, l’arma dalla parte del manico è impugnata dall’acquirente, non certo dal venditore. Giocando con le tasse sui prodotti importati dagli Usa, usandole come strumento di coercizione, l’economia dei Paesi europei rischia non soltanto di farsi molto male, ma di finire definitivamente tra le braccia della Cina, divenendone praticamente un satellite, come già è accaduto ad altri.
Vale la pena di rompersi l’osso del collo per la Groenlandia o non sarebbe il caso di capire perché Trump insiste tanto a volerla? È evidente che ci sono ragioni strategiche dietro alla sua insistenza. Questioni che riguardano i commerci internazionali, le rotte artiche, ma che hanno anche a che fare con gli approvvigionamenti di materie prime. E probabilmente molti di questi punti potrebbero essere risolti con un negoziato che consentisse una maggiore presenza e penetrazione degli Stati Uniti sull’isola.
Tuttavia, il braccio di ferro che potrebbe innescarsi fra America ed Europa non tocca soltanto la possibilità di quest’ultima di resistere a un’offensiva sulle esportazioni, con l’aggravio delle tariffe per le merci Ue. Ha influenza anche sugli schieramenti. Siamo sicuri che una Ue già impegnata sul fronte orientale, già incapace di fronteggiare le minacce russe, sarebbe in grado di reggere anche uno sforzo - se non bellico, probabilmente commerciale - sul fronte occidentale?
Parliamoci chiaro una volta per tutte: oggi, nonostante la prosopopea di qualche suo leader, la Ue è un vaso di coccio fra vasi di ferro. La sua economia è in ritirata da tempo e i troppi sistemi di regolamentazione frenano qualsiasi possibile recupero. Senza dire che invece di pagare il welfare a cui la popolazione si è ormai abituata, la forte immigrazione rischia di mandarlo in bancarotta, aumentando anche i problemi di sicurezza. Detto in altre parole, davvero siamo in grado, noi europei, di dichiarare guerra - per lo meno commerciale - agli Usa? Io credo di no e penso che se lo facessimo, con buona pace dei molti Gentiloni che dopo aver trascorso una vita a fare da scendiletto dei potenti oggi si scoprono un animo da guerrieri, sarebbe un suicidio. Volete un consiglio? Visto che l’Europa, nonostante sia affetta da un complesso di superiorità, è inferiore all’America, chiediamo di aderire agli Stati Uniti. Se entrassimo separati, cioè aderendo ogni Stato per conto proprio, gli Usa avrebbero 67 Stati, ma avrebbero anche 900 milioni di abitanti. Se poi, oltre alla Costituzione americana (la Ue non ne ha una) adottassimo pure le politiche liberiste d’Oltreoceano, non solo sarebbe risolto il problema della Groenlandia e quello dei dazi, ma probabilmente porremmo anche fine al declino europeo. È un’idea folle la mia? Può darsi, ma certo fa meno ridere di quella di mandare 100 o 200 militari a Nuuk scatenando una guerra con gli Usa.
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Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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