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2024-08-31
La pagella di Kamala alla prima in tv. Errori e occhi bassi. Voto: insufficiente
Kamala Harris (Getty Images)
Ci hanno raccontato per settimane di quanto fosse fantastica la candidatura di Kamala Harris. Peccato che, in quanto a trasparenza, la diretta interessata non sia esattamente il massimo. A riprova di ciò, sta l’intervista che ha rilasciato, l’altro ieri, alla Cnn. Sì, perché non solo ha atteso quasi 40 giorni prima di sottoporsi, da candidata, a un’intervista giornalistica. Ma si è anche fatta accompagnare dal suo vice, Tim Walz. Come se non bastasse, il colloquio televisivo era registrato ed è durato in tutto meno di mezz’ora. Senza infine dimenticare che la vicepresidente si è scelta un network non propriamente noto per essere benevolo nei confronti del suo avversario, Donald Trump. Eppure, nonostante tutti questi accorgimenti, non si può dire che, alla fine dei giochi, la Harris sia uscita granché bene dalla sua performance davanti alle telecamere.
Innanzitutto, ha confermato la fumosità della sua proposta programmatica. Quando la giornalista Dana Bash le ha chiesto che cosa avrebbe intenzione di fare il primo giorno da presidente, la candidata dem si è lanciata in una serie di giri di parole. «Una delle mie massime priorità è fare il possibile per sostenere e rafforzare la classe media. Quando guardo alle aspirazioni, agli obiettivi, alle ambizioni del popolo americano, penso che le persone siano pronte per una nuova strada da seguire in un modo che generazioni di americani hanno alimentato con la speranza e l'ottimismo» ha detto. Evidentemente non soddisfatta, la Bash ha insistito, chiedendo all’interlocutrice di essere più precisa sulle sue proposte. Al che la Harris ha replicato di voler aiutare le famiglie, parlando anche di «edilizia abitativa a prezzi accessibili».
Tutto molto interessante, se non fosse che la candidata dem è quasi da quattro anni vicepresidente degli Stati Uniti. E infatti la Bash l’ha incalzata su questo punto. «Lei è vicepresidente da tre anni e mezzo. Perché non ha ancora attuato le misure di cui parla ora?» ha chiesto. La Harris ha risposto, sostenendo che l’economia doveva prima riprendersi e rivendicando di aver portato l’inflazione sotto il 3%. In realtà, è stata proprio la Bidenomics, a cui la vicepresidente ha sempre dato il proprio sostegno, a contribuire all’impennata dell’inflazione che, nel giugno 2022, raggiunse negli Usa quota 9,1%: il record in quarant’anni. Dall’altra parte, il suo calo negli scorsi mesi è stato dovuto non alla Casa Bianca ma alla politica monetaria della Fed.
Un secondo fronte di difficoltà è emerso quando la Bash ha chiesto conto alla candidata dem delle sue giravolte politiche, a partire dal fracking: nel 2019, la Harris voleva proibire questa controversa pratica di estrazione del gas, mentre, poche settimane fa, ha reso noto di non sostenere più tale divieto. «Lei vuole ancora vietare il fracking?», ha chiesto la giornalista. «No, e l'ho chiarito sul palco del dibattito nel 2020, che non avrei vietato il fracking», ha replicato. In realtà, nel dibattito del 2020, la Harris disse: «Joe Biden non porrà fine al fracking». Non si espose quindi in prima persona. Colta sul vivo, l’altro ieri la Harris ha comunque tenuto a precisare: «I miei valori non sono cambiati». Sarà, ma nel 2019 diceva: «Non c’è dubbio che sono a favore del divieto del fracking». Non solo. Un tempo, bollò le politiche di Trump a sostegno del muro con il Messico come «antiamericane». Adesso invece, secondo Axios, sarebbe pronta a finanziare l’opera. Un terzo nodo, nel corso dell’intervista, ha poi riguardato la crisi di Gaza. «Dobbiamo raggiungere un accordo che riguardi la liberazione degli ostaggi», ha dichiarato la Harris, per poi aggiungere: «Facciamo in modo che il cessate il fuoco venga fatto». Peccato che l’amministrazione di cui fa attualmente parte stia da mesi cercando di negoziare invano un’intesa in tal senso.
Insomma, dall’intervista alla Cnn sono emerse tutte le debolezze della candidata dem: la propensione al camaleontismo e alla fumosità, oltre agli scarsi risultati concreti conseguiti nel corso della sua attività come vicepresidente. È quindi difficile che questa performance televisiva possa aiutare la Harris a prolungare una luna di miele ormai sempre più agli sgoccioli. Vari sondaggi hanno sottolineato che il preconizzato «effetto Convention» o non c’è stato o è risultato inferiore al previsto. Negli Stati chiave si conferma inoltre fondamentalmente una serie di testa a testa con Trump. Senza infine trascurare che il modello di previsione statistica del sondaggista Nate Silver è tornato a dare il candidato repubblicano come lievemente favorito. La Harris avrebbe avuto bisogno di una performance televisiva audace per rilanciarsi: andare a farsi intervistare da sola, senza rete e magari – perché no? – in un network a lei ostile. Così non è stato. La vicepresidente si è dimostrata una candidata molto preimpostata e a disagio davanti alle domande scomode. Ha sprecato un’occasione. E adesso recuperare, per lei, potrebbe rivelarsi particolarmente difficile.
Il capo della Fed sta con la Harris
L’inflazione scende in tutto il mondo. In qualche caso anche più di quanto atteso. A luglio l’indice dei prezzi Pce degli Stati Uniti, l'indicatore preferito dalla Fed per misurare l’andamento dei prezzi è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente, in linea con le aspettative.
Su base annua c’è stato un aumento del 2,6%, al di sotto del consenso del 2,7%. Vuol dire che l’inflazione sta scendendo molto lentamente e resta, comunque, superiore all’obiettivo del 2% che resta il punto di riferimento della banca centrale Usa.
A questo punto è partito il solito gioco. La Fed taglierà i tassi a partire da settembre? E quanto sarà profonda l’incisione? Dalla lettura degli ultimi dati l’economia Usa gode di buona salute anche con il costo del denaro al top degli ultimi vent’anni.
Il Pil Usa, infatti, battendo le aspettative è cresciuto, con l’iltima revisione del 3%. Vuol dire che la Banca centrale Usa deve essere molto prudente nell’adeguamento al ribasso del costo del denaro per evitare una nuova fiammata dei prezzi. A fronte di una domanda che rimane gagliarda perchè rendere più facile l’accesso al credito con il rischio di riaccendere la fiamma dei prezzi?
Parlando al simposio annuale della Fed a Jackson Hole la scorsa settimana, il presidente Jerome Powell ha riconosciuto i recenti progressi sull'inflazione e ha affermato che «è giunto il momento per la politica di adeguarsi».
I mercati hanno interpretato questo dato come una garanzia per una riduzione del costo del denaro alla riunione prevista alla metà del mese prossimo. Tuttavia, a differenza di quanto accade in Europa i prezzi scendono più lentamente del previsto alimentati da una domanda interna brillante.
Improbabile che questo livello di inflazione, seppur superiore al target del 2%, impedisca ai responsabili politici della Fed di approvare l’attesa sforbiciata dei tassi dai massimi di oltre due decenni, ma potrebbe influire sul numero degli interventi quest’anno, soprattutto dopo che, come abbiamo visto, il Pil del secondo trimestre è stato rivisto leggermente al rialzo. In queste condizioni il rischio di recessione si sta allontanando. Già si parla di atterraggio morbido e qualcuno comincia a sostenere che l’economia continuerà a volare. E allora perchè tagliare i tassi? D’altronde non sarebbe nemmeno la prima volta che la Fed cambia idea. Alla fine dello scorso anno aveva lasciato intendere che il 2024 sarebbe stato punteggiato da almeno auattro riduzioni dei tassi. Uno ogni trimestre. Fino a questo momento, però, non si e visto nulla n’ le prospettive indicano l’urgenza di intervenire. Fed in questo momento sembra un indiretto appoggio a Kamala. Far arrivare l’economia Usa in forma brillante all’appuntamento con le urne sarebbe un bel propellente nel motore della candidata democratica. La conferma che l’amministrazione Biden, di cui lei era parte integrante fa bene alla Corporation Usa.
A questo bisogna aggiungere un fatto personale: i rapporti fra Powell e Trump non sono mai stati particolarmente cordiali. Non a caso Donald, durante il sui mandato avrebbe voluto sostituirlo. Poi le pressioni interne ed esterne lo avevano coinvinto diversamente. Tuttavia è difficile pensare che l’attuale capo della Fed conservi la poltrona nel caso di vittoria del candidato repubblicano.
Christine Lagarde si trova in una situazione molto diversa rispetto al suo collega Usa. La ripresa economica in Europa è asfittica l’inflazione scende più del previsto vista la debolezza della domanda. Ad agosto, comunica Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo nell’area dell’euro è calato al 2,2%. Un risultato in netta flessione rispetto al 2,6% di luglio. Tutto pronto, si spera per tagliare i tassi in modo consistente
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Nel tentativo di spostarsi al centro rinnega molte delle vecchie convinzioni: dal muro con il Messico alla tutela dell’ambiente.La banca centrale Usa si dice pronta a tagliare i tassi anche se adesso sarebbe prematuro visto che il Pil sale e l’inflazione resta alta. Un palese favore alla dem.Lo speciale contiene due articoli.Ci hanno raccontato per settimane di quanto fosse fantastica la candidatura di Kamala Harris. Peccato che, in quanto a trasparenza, la diretta interessata non sia esattamente il massimo. A riprova di ciò, sta l’intervista che ha rilasciato, l’altro ieri, alla Cnn. Sì, perché non solo ha atteso quasi 40 giorni prima di sottoporsi, da candidata, a un’intervista giornalistica. Ma si è anche fatta accompagnare dal suo vice, Tim Walz. Come se non bastasse, il colloquio televisivo era registrato ed è durato in tutto meno di mezz’ora. Senza infine dimenticare che la vicepresidente si è scelta un network non propriamente noto per essere benevolo nei confronti del suo avversario, Donald Trump. Eppure, nonostante tutti questi accorgimenti, non si può dire che, alla fine dei giochi, la Harris sia uscita granché bene dalla sua performance davanti alle telecamere. Innanzitutto, ha confermato la fumosità della sua proposta programmatica. Quando la giornalista Dana Bash le ha chiesto che cosa avrebbe intenzione di fare il primo giorno da presidente, la candidata dem si è lanciata in una serie di giri di parole. «Una delle mie massime priorità è fare il possibile per sostenere e rafforzare la classe media. Quando guardo alle aspirazioni, agli obiettivi, alle ambizioni del popolo americano, penso che le persone siano pronte per una nuova strada da seguire in un modo che generazioni di americani hanno alimentato con la speranza e l'ottimismo» ha detto. Evidentemente non soddisfatta, la Bash ha insistito, chiedendo all’interlocutrice di essere più precisa sulle sue proposte. Al che la Harris ha replicato di voler aiutare le famiglie, parlando anche di «edilizia abitativa a prezzi accessibili». Tutto molto interessante, se non fosse che la candidata dem è quasi da quattro anni vicepresidente degli Stati Uniti. E infatti la Bash l’ha incalzata su questo punto. «Lei è vicepresidente da tre anni e mezzo. Perché non ha ancora attuato le misure di cui parla ora?» ha chiesto. La Harris ha risposto, sostenendo che l’economia doveva prima riprendersi e rivendicando di aver portato l’inflazione sotto il 3%. In realtà, è stata proprio la Bidenomics, a cui la vicepresidente ha sempre dato il proprio sostegno, a contribuire all’impennata dell’inflazione che, nel giugno 2022, raggiunse negli Usa quota 9,1%: il record in quarant’anni. Dall’altra parte, il suo calo negli scorsi mesi è stato dovuto non alla Casa Bianca ma alla politica monetaria della Fed.Un secondo fronte di difficoltà è emerso quando la Bash ha chiesto conto alla candidata dem delle sue giravolte politiche, a partire dal fracking: nel 2019, la Harris voleva proibire questa controversa pratica di estrazione del gas, mentre, poche settimane fa, ha reso noto di non sostenere più tale divieto. «Lei vuole ancora vietare il fracking?», ha chiesto la giornalista. «No, e l'ho chiarito sul palco del dibattito nel 2020, che non avrei vietato il fracking», ha replicato. In realtà, nel dibattito del 2020, la Harris disse: «Joe Biden non porrà fine al fracking». Non si espose quindi in prima persona. Colta sul vivo, l’altro ieri la Harris ha comunque tenuto a precisare: «I miei valori non sono cambiati». Sarà, ma nel 2019 diceva: «Non c’è dubbio che sono a favore del divieto del fracking». Non solo. Un tempo, bollò le politiche di Trump a sostegno del muro con il Messico come «antiamericane». Adesso invece, secondo Axios, sarebbe pronta a finanziare l’opera. Un terzo nodo, nel corso dell’intervista, ha poi riguardato la crisi di Gaza. «Dobbiamo raggiungere un accordo che riguardi la liberazione degli ostaggi», ha dichiarato la Harris, per poi aggiungere: «Facciamo in modo che il cessate il fuoco venga fatto». Peccato che l’amministrazione di cui fa attualmente parte stia da mesi cercando di negoziare invano un’intesa in tal senso.Insomma, dall’intervista alla Cnn sono emerse tutte le debolezze della candidata dem: la propensione al camaleontismo e alla fumosità, oltre agli scarsi risultati concreti conseguiti nel corso della sua attività come vicepresidente. È quindi difficile che questa performance televisiva possa aiutare la Harris a prolungare una luna di miele ormai sempre più agli sgoccioli. Vari sondaggi hanno sottolineato che il preconizzato «effetto Convention» o non c’è stato o è risultato inferiore al previsto. Negli Stati chiave si conferma inoltre fondamentalmente una serie di testa a testa con Trump. Senza infine trascurare che il modello di previsione statistica del sondaggista Nate Silver è tornato a dare il candidato repubblicano come lievemente favorito. La Harris avrebbe avuto bisogno di una performance televisiva audace per rilanciarsi: andare a farsi intervistare da sola, senza rete e magari – perché no? – in un network a lei ostile. Così non è stato. La vicepresidente si è dimostrata una candidata molto preimpostata e a disagio davanti alle domande scomode. Ha sprecato un’occasione. 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A questo punto è partito il solito gioco. La Fed taglierà i tassi a partire da settembre? E quanto sarà profonda l’incisione? Dalla lettura degli ultimi dati l’economia Usa gode di buona salute anche con il costo del denaro al top degli ultimi vent’anni. Il Pil Usa, infatti, battendo le aspettative è cresciuto, con l’iltima revisione del 3%. Vuol dire che la Banca centrale Usa deve essere molto prudente nell’adeguamento al ribasso del costo del denaro per evitare una nuova fiammata dei prezzi. A fronte di una domanda che rimane gagliarda perchè rendere più facile l’accesso al credito con il rischio di riaccendere la fiamma dei prezzi? Parlando al simposio annuale della Fed a Jackson Hole la scorsa settimana, il presidente Jerome Powell ha riconosciuto i recenti progressi sull'inflazione e ha affermato che «è giunto il momento per la politica di adeguarsi». I mercati hanno interpretato questo dato come una garanzia per una riduzione del costo del denaro alla riunione prevista alla metà del mese prossimo. Tuttavia, a differenza di quanto accade in Europa i prezzi scendono più lentamente del previsto alimentati da una domanda interna brillante. Improbabile che questo livello di inflazione, seppur superiore al target del 2%, impedisca ai responsabili politici della Fed di approvare l’attesa sforbiciata dei tassi dai massimi di oltre due decenni, ma potrebbe influire sul numero degli interventi quest’anno, soprattutto dopo che, come abbiamo visto, il Pil del secondo trimestre è stato rivisto leggermente al rialzo. In queste condizioni il rischio di recessione si sta allontanando. Già si parla di atterraggio morbido e qualcuno comincia a sostenere che l’economia continuerà a volare. E allora perchè tagliare i tassi? D’altronde non sarebbe nemmeno la prima volta che la Fed cambia idea. Alla fine dello scorso anno aveva lasciato intendere che il 2024 sarebbe stato punteggiato da almeno auattro riduzioni dei tassi. Uno ogni trimestre. Fino a questo momento, però, non si e visto nulla n’ le prospettive indicano l’urgenza di intervenire. Fed in questo momento sembra un indiretto appoggio a Kamala. Far arrivare l’economia Usa in forma brillante all’appuntamento con le urne sarebbe un bel propellente nel motore della candidata democratica. La conferma che l’amministrazione Biden, di cui lei era parte integrante fa bene alla Corporation Usa. A questo bisogna aggiungere un fatto personale: i rapporti fra Powell e Trump non sono mai stati particolarmente cordiali. Non a caso Donald, durante il sui mandato avrebbe voluto sostituirlo. Poi le pressioni interne ed esterne lo avevano coinvinto diversamente. Tuttavia è difficile pensare che l’attuale capo della Fed conservi la poltrona nel caso di vittoria del candidato repubblicano. Christine Lagarde si trova in una situazione molto diversa rispetto al suo collega Usa. La ripresa economica in Europa è asfittica l’inflazione scende più del previsto vista la debolezza della domanda. Ad agosto, comunica Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo nell’area dell’euro è calato al 2,2%. Un risultato in netta flessione rispetto al 2,6% di luglio. Tutto pronto, si spera per tagliare i tassi in modo consistente
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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