True
2024-08-31
La pagella di Kamala alla prima in tv. Errori e occhi bassi. Voto: insufficiente
Kamala Harris (Getty Images)
Ci hanno raccontato per settimane di quanto fosse fantastica la candidatura di Kamala Harris. Peccato che, in quanto a trasparenza, la diretta interessata non sia esattamente il massimo. A riprova di ciò, sta l’intervista che ha rilasciato, l’altro ieri, alla Cnn. Sì, perché non solo ha atteso quasi 40 giorni prima di sottoporsi, da candidata, a un’intervista giornalistica. Ma si è anche fatta accompagnare dal suo vice, Tim Walz. Come se non bastasse, il colloquio televisivo era registrato ed è durato in tutto meno di mezz’ora. Senza infine dimenticare che la vicepresidente si è scelta un network non propriamente noto per essere benevolo nei confronti del suo avversario, Donald Trump. Eppure, nonostante tutti questi accorgimenti, non si può dire che, alla fine dei giochi, la Harris sia uscita granché bene dalla sua performance davanti alle telecamere.
Innanzitutto, ha confermato la fumosità della sua proposta programmatica. Quando la giornalista Dana Bash le ha chiesto che cosa avrebbe intenzione di fare il primo giorno da presidente, la candidata dem si è lanciata in una serie di giri di parole. «Una delle mie massime priorità è fare il possibile per sostenere e rafforzare la classe media. Quando guardo alle aspirazioni, agli obiettivi, alle ambizioni del popolo americano, penso che le persone siano pronte per una nuova strada da seguire in un modo che generazioni di americani hanno alimentato con la speranza e l'ottimismo» ha detto. Evidentemente non soddisfatta, la Bash ha insistito, chiedendo all’interlocutrice di essere più precisa sulle sue proposte. Al che la Harris ha replicato di voler aiutare le famiglie, parlando anche di «edilizia abitativa a prezzi accessibili».
Tutto molto interessante, se non fosse che la candidata dem è quasi da quattro anni vicepresidente degli Stati Uniti. E infatti la Bash l’ha incalzata su questo punto. «Lei è vicepresidente da tre anni e mezzo. Perché non ha ancora attuato le misure di cui parla ora?» ha chiesto. La Harris ha risposto, sostenendo che l’economia doveva prima riprendersi e rivendicando di aver portato l’inflazione sotto il 3%. In realtà, è stata proprio la Bidenomics, a cui la vicepresidente ha sempre dato il proprio sostegno, a contribuire all’impennata dell’inflazione che, nel giugno 2022, raggiunse negli Usa quota 9,1%: il record in quarant’anni. Dall’altra parte, il suo calo negli scorsi mesi è stato dovuto non alla Casa Bianca ma alla politica monetaria della Fed.
Un secondo fronte di difficoltà è emerso quando la Bash ha chiesto conto alla candidata dem delle sue giravolte politiche, a partire dal fracking: nel 2019, la Harris voleva proibire questa controversa pratica di estrazione del gas, mentre, poche settimane fa, ha reso noto di non sostenere più tale divieto. «Lei vuole ancora vietare il fracking?», ha chiesto la giornalista. «No, e l'ho chiarito sul palco del dibattito nel 2020, che non avrei vietato il fracking», ha replicato. In realtà, nel dibattito del 2020, la Harris disse: «Joe Biden non porrà fine al fracking». Non si espose quindi in prima persona. Colta sul vivo, l’altro ieri la Harris ha comunque tenuto a precisare: «I miei valori non sono cambiati». Sarà, ma nel 2019 diceva: «Non c’è dubbio che sono a favore del divieto del fracking». Non solo. Un tempo, bollò le politiche di Trump a sostegno del muro con il Messico come «antiamericane». Adesso invece, secondo Axios, sarebbe pronta a finanziare l’opera. Un terzo nodo, nel corso dell’intervista, ha poi riguardato la crisi di Gaza. «Dobbiamo raggiungere un accordo che riguardi la liberazione degli ostaggi», ha dichiarato la Harris, per poi aggiungere: «Facciamo in modo che il cessate il fuoco venga fatto». Peccato che l’amministrazione di cui fa attualmente parte stia da mesi cercando di negoziare invano un’intesa in tal senso.
Insomma, dall’intervista alla Cnn sono emerse tutte le debolezze della candidata dem: la propensione al camaleontismo e alla fumosità, oltre agli scarsi risultati concreti conseguiti nel corso della sua attività come vicepresidente. È quindi difficile che questa performance televisiva possa aiutare la Harris a prolungare una luna di miele ormai sempre più agli sgoccioli. Vari sondaggi hanno sottolineato che il preconizzato «effetto Convention» o non c’è stato o è risultato inferiore al previsto. Negli Stati chiave si conferma inoltre fondamentalmente una serie di testa a testa con Trump. Senza infine trascurare che il modello di previsione statistica del sondaggista Nate Silver è tornato a dare il candidato repubblicano come lievemente favorito. La Harris avrebbe avuto bisogno di una performance televisiva audace per rilanciarsi: andare a farsi intervistare da sola, senza rete e magari – perché no? – in un network a lei ostile. Così non è stato. La vicepresidente si è dimostrata una candidata molto preimpostata e a disagio davanti alle domande scomode. Ha sprecato un’occasione. E adesso recuperare, per lei, potrebbe rivelarsi particolarmente difficile.
Il capo della Fed sta con la Harris
L’inflazione scende in tutto il mondo. In qualche caso anche più di quanto atteso. A luglio l’indice dei prezzi Pce degli Stati Uniti, l'indicatore preferito dalla Fed per misurare l’andamento dei prezzi è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente, in linea con le aspettative.
Su base annua c’è stato un aumento del 2,6%, al di sotto del consenso del 2,7%. Vuol dire che l’inflazione sta scendendo molto lentamente e resta, comunque, superiore all’obiettivo del 2% che resta il punto di riferimento della banca centrale Usa.
A questo punto è partito il solito gioco. La Fed taglierà i tassi a partire da settembre? E quanto sarà profonda l’incisione? Dalla lettura degli ultimi dati l’economia Usa gode di buona salute anche con il costo del denaro al top degli ultimi vent’anni.
Il Pil Usa, infatti, battendo le aspettative è cresciuto, con l’iltima revisione del 3%. Vuol dire che la Banca centrale Usa deve essere molto prudente nell’adeguamento al ribasso del costo del denaro per evitare una nuova fiammata dei prezzi. A fronte di una domanda che rimane gagliarda perchè rendere più facile l’accesso al credito con il rischio di riaccendere la fiamma dei prezzi?
Parlando al simposio annuale della Fed a Jackson Hole la scorsa settimana, il presidente Jerome Powell ha riconosciuto i recenti progressi sull'inflazione e ha affermato che «è giunto il momento per la politica di adeguarsi».
I mercati hanno interpretato questo dato come una garanzia per una riduzione del costo del denaro alla riunione prevista alla metà del mese prossimo. Tuttavia, a differenza di quanto accade in Europa i prezzi scendono più lentamente del previsto alimentati da una domanda interna brillante.
Improbabile che questo livello di inflazione, seppur superiore al target del 2%, impedisca ai responsabili politici della Fed di approvare l’attesa sforbiciata dei tassi dai massimi di oltre due decenni, ma potrebbe influire sul numero degli interventi quest’anno, soprattutto dopo che, come abbiamo visto, il Pil del secondo trimestre è stato rivisto leggermente al rialzo. In queste condizioni il rischio di recessione si sta allontanando. Già si parla di atterraggio morbido e qualcuno comincia a sostenere che l’economia continuerà a volare. E allora perchè tagliare i tassi? D’altronde non sarebbe nemmeno la prima volta che la Fed cambia idea. Alla fine dello scorso anno aveva lasciato intendere che il 2024 sarebbe stato punteggiato da almeno auattro riduzioni dei tassi. Uno ogni trimestre. Fino a questo momento, però, non si e visto nulla n’ le prospettive indicano l’urgenza di intervenire. Fed in questo momento sembra un indiretto appoggio a Kamala. Far arrivare l’economia Usa in forma brillante all’appuntamento con le urne sarebbe un bel propellente nel motore della candidata democratica. La conferma che l’amministrazione Biden, di cui lei era parte integrante fa bene alla Corporation Usa.
A questo bisogna aggiungere un fatto personale: i rapporti fra Powell e Trump non sono mai stati particolarmente cordiali. Non a caso Donald, durante il sui mandato avrebbe voluto sostituirlo. Poi le pressioni interne ed esterne lo avevano coinvinto diversamente. Tuttavia è difficile pensare che l’attuale capo della Fed conservi la poltrona nel caso di vittoria del candidato repubblicano.
Christine Lagarde si trova in una situazione molto diversa rispetto al suo collega Usa. La ripresa economica in Europa è asfittica l’inflazione scende più del previsto vista la debolezza della domanda. Ad agosto, comunica Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo nell’area dell’euro è calato al 2,2%. Un risultato in netta flessione rispetto al 2,6% di luglio. Tutto pronto, si spera per tagliare i tassi in modo consistente
Continua a leggereRiduci
Nel tentativo di spostarsi al centro rinnega molte delle vecchie convinzioni: dal muro con il Messico alla tutela dell’ambiente.La banca centrale Usa si dice pronta a tagliare i tassi anche se adesso sarebbe prematuro visto che il Pil sale e l’inflazione resta alta. Un palese favore alla dem.Lo speciale contiene due articoli.Ci hanno raccontato per settimane di quanto fosse fantastica la candidatura di Kamala Harris. Peccato che, in quanto a trasparenza, la diretta interessata non sia esattamente il massimo. A riprova di ciò, sta l’intervista che ha rilasciato, l’altro ieri, alla Cnn. Sì, perché non solo ha atteso quasi 40 giorni prima di sottoporsi, da candidata, a un’intervista giornalistica. Ma si è anche fatta accompagnare dal suo vice, Tim Walz. Come se non bastasse, il colloquio televisivo era registrato ed è durato in tutto meno di mezz’ora. Senza infine dimenticare che la vicepresidente si è scelta un network non propriamente noto per essere benevolo nei confronti del suo avversario, Donald Trump. Eppure, nonostante tutti questi accorgimenti, non si può dire che, alla fine dei giochi, la Harris sia uscita granché bene dalla sua performance davanti alle telecamere. Innanzitutto, ha confermato la fumosità della sua proposta programmatica. Quando la giornalista Dana Bash le ha chiesto che cosa avrebbe intenzione di fare il primo giorno da presidente, la candidata dem si è lanciata in una serie di giri di parole. «Una delle mie massime priorità è fare il possibile per sostenere e rafforzare la classe media. Quando guardo alle aspirazioni, agli obiettivi, alle ambizioni del popolo americano, penso che le persone siano pronte per una nuova strada da seguire in un modo che generazioni di americani hanno alimentato con la speranza e l'ottimismo» ha detto. Evidentemente non soddisfatta, la Bash ha insistito, chiedendo all’interlocutrice di essere più precisa sulle sue proposte. Al che la Harris ha replicato di voler aiutare le famiglie, parlando anche di «edilizia abitativa a prezzi accessibili». Tutto molto interessante, se non fosse che la candidata dem è quasi da quattro anni vicepresidente degli Stati Uniti. E infatti la Bash l’ha incalzata su questo punto. «Lei è vicepresidente da tre anni e mezzo. Perché non ha ancora attuato le misure di cui parla ora?» ha chiesto. La Harris ha risposto, sostenendo che l’economia doveva prima riprendersi e rivendicando di aver portato l’inflazione sotto il 3%. In realtà, è stata proprio la Bidenomics, a cui la vicepresidente ha sempre dato il proprio sostegno, a contribuire all’impennata dell’inflazione che, nel giugno 2022, raggiunse negli Usa quota 9,1%: il record in quarant’anni. Dall’altra parte, il suo calo negli scorsi mesi è stato dovuto non alla Casa Bianca ma alla politica monetaria della Fed.Un secondo fronte di difficoltà è emerso quando la Bash ha chiesto conto alla candidata dem delle sue giravolte politiche, a partire dal fracking: nel 2019, la Harris voleva proibire questa controversa pratica di estrazione del gas, mentre, poche settimane fa, ha reso noto di non sostenere più tale divieto. «Lei vuole ancora vietare il fracking?», ha chiesto la giornalista. «No, e l'ho chiarito sul palco del dibattito nel 2020, che non avrei vietato il fracking», ha replicato. In realtà, nel dibattito del 2020, la Harris disse: «Joe Biden non porrà fine al fracking». Non si espose quindi in prima persona. Colta sul vivo, l’altro ieri la Harris ha comunque tenuto a precisare: «I miei valori non sono cambiati». Sarà, ma nel 2019 diceva: «Non c’è dubbio che sono a favore del divieto del fracking». Non solo. Un tempo, bollò le politiche di Trump a sostegno del muro con il Messico come «antiamericane». Adesso invece, secondo Axios, sarebbe pronta a finanziare l’opera. Un terzo nodo, nel corso dell’intervista, ha poi riguardato la crisi di Gaza. «Dobbiamo raggiungere un accordo che riguardi la liberazione degli ostaggi», ha dichiarato la Harris, per poi aggiungere: «Facciamo in modo che il cessate il fuoco venga fatto». Peccato che l’amministrazione di cui fa attualmente parte stia da mesi cercando di negoziare invano un’intesa in tal senso.Insomma, dall’intervista alla Cnn sono emerse tutte le debolezze della candidata dem: la propensione al camaleontismo e alla fumosità, oltre agli scarsi risultati concreti conseguiti nel corso della sua attività come vicepresidente. È quindi difficile che questa performance televisiva possa aiutare la Harris a prolungare una luna di miele ormai sempre più agli sgoccioli. Vari sondaggi hanno sottolineato che il preconizzato «effetto Convention» o non c’è stato o è risultato inferiore al previsto. Negli Stati chiave si conferma inoltre fondamentalmente una serie di testa a testa con Trump. Senza infine trascurare che il modello di previsione statistica del sondaggista Nate Silver è tornato a dare il candidato repubblicano come lievemente favorito. La Harris avrebbe avuto bisogno di una performance televisiva audace per rilanciarsi: andare a farsi intervistare da sola, senza rete e magari – perché no? – in un network a lei ostile. Così non è stato. La vicepresidente si è dimostrata una candidata molto preimpostata e a disagio davanti alle domande scomode. Ha sprecato un’occasione. E adesso recuperare, per lei, potrebbe rivelarsi particolarmente difficile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kamala-harris-tv-2669105806.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-capo-della-fed-sta-con-la-harris" data-post-id="2669105806" data-published-at="1725049411" data-use-pagination="False"> Il capo della Fed sta con la Harris L’inflazione scende in tutto il mondo. In qualche caso anche più di quanto atteso. A luglio l’indice dei prezzi Pce degli Stati Uniti, l'indicatore preferito dalla Fed per misurare l’andamento dei prezzi è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente, in linea con le aspettative. Su base annua c’è stato un aumento del 2,6%, al di sotto del consenso del 2,7%. Vuol dire che l’inflazione sta scendendo molto lentamente e resta, comunque, superiore all’obiettivo del 2% che resta il punto di riferimento della banca centrale Usa. A questo punto è partito il solito gioco. La Fed taglierà i tassi a partire da settembre? E quanto sarà profonda l’incisione? Dalla lettura degli ultimi dati l’economia Usa gode di buona salute anche con il costo del denaro al top degli ultimi vent’anni. Il Pil Usa, infatti, battendo le aspettative è cresciuto, con l’iltima revisione del 3%. Vuol dire che la Banca centrale Usa deve essere molto prudente nell’adeguamento al ribasso del costo del denaro per evitare una nuova fiammata dei prezzi. A fronte di una domanda che rimane gagliarda perchè rendere più facile l’accesso al credito con il rischio di riaccendere la fiamma dei prezzi? Parlando al simposio annuale della Fed a Jackson Hole la scorsa settimana, il presidente Jerome Powell ha riconosciuto i recenti progressi sull'inflazione e ha affermato che «è giunto il momento per la politica di adeguarsi». I mercati hanno interpretato questo dato come una garanzia per una riduzione del costo del denaro alla riunione prevista alla metà del mese prossimo. Tuttavia, a differenza di quanto accade in Europa i prezzi scendono più lentamente del previsto alimentati da una domanda interna brillante. Improbabile che questo livello di inflazione, seppur superiore al target del 2%, impedisca ai responsabili politici della Fed di approvare l’attesa sforbiciata dei tassi dai massimi di oltre due decenni, ma potrebbe influire sul numero degli interventi quest’anno, soprattutto dopo che, come abbiamo visto, il Pil del secondo trimestre è stato rivisto leggermente al rialzo. In queste condizioni il rischio di recessione si sta allontanando. Già si parla di atterraggio morbido e qualcuno comincia a sostenere che l’economia continuerà a volare. E allora perchè tagliare i tassi? D’altronde non sarebbe nemmeno la prima volta che la Fed cambia idea. Alla fine dello scorso anno aveva lasciato intendere che il 2024 sarebbe stato punteggiato da almeno auattro riduzioni dei tassi. Uno ogni trimestre. Fino a questo momento, però, non si e visto nulla n’ le prospettive indicano l’urgenza di intervenire. Fed in questo momento sembra un indiretto appoggio a Kamala. Far arrivare l’economia Usa in forma brillante all’appuntamento con le urne sarebbe un bel propellente nel motore della candidata democratica. La conferma che l’amministrazione Biden, di cui lei era parte integrante fa bene alla Corporation Usa. A questo bisogna aggiungere un fatto personale: i rapporti fra Powell e Trump non sono mai stati particolarmente cordiali. Non a caso Donald, durante il sui mandato avrebbe voluto sostituirlo. Poi le pressioni interne ed esterne lo avevano coinvinto diversamente. Tuttavia è difficile pensare che l’attuale capo della Fed conservi la poltrona nel caso di vittoria del candidato repubblicano. Christine Lagarde si trova in una situazione molto diversa rispetto al suo collega Usa. La ripresa economica in Europa è asfittica l’inflazione scende più del previsto vista la debolezza della domanda. Ad agosto, comunica Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo nell’area dell’euro è calato al 2,2%. Un risultato in netta flessione rispetto al 2,6% di luglio. Tutto pronto, si spera per tagliare i tassi in modo consistente
Guardie della Rivoluzione (Ansa)
La discussione sulla designazione dei pasdaran come organizzazione terroristica «è in corso», ma il quadro resta frammentato. «Ci sono Paesi favorevoli, altri che hanno riserve e altri contrari. Non c’è consenso», ha spiegato un alto diplomatico europeo citato dall’Ansa, chiarendo che alla riunione dei ministri degli Esteri non sono attese decisioni su questo punto. La scelta richiederebbe infatti l’unanimità dei 27, una soglia politica che al momento appare irraggiungibile. In assenza di una decisione netta, Bruxelles si prepara ad annunciare nuove sanzioni contro Teheran, legate alle violazioni dei diritti umani e destinate a colpire anche esponenti delle Guardie della Rivoluzione.
Misure che rischiano però di avere un impatto limitato. I pasdaran sono già sottoposti a sanzioni europee e, come ammettono fonti diplomatiche, un’eventuale designazione come organizzazione terroristica avrebbe soprattutto «una natura simbolica». «Etichettare un apparato statale come terrorista non è qualcosa che si fa ogni giorno», spiegano a Bruxelles, sottolineando come una decisione del genere non possa essere presa «alla leggera». Dietro questa cautela emergono una serie di timori: le possibili ripercussioni sulla sicurezza dei cittadini europei detenuti in Iran e l’impatto sui delicati dossier diplomatici, a partire dal programma nucleare iraniano. Una prudenza che nei fatti si traduce in immobilismo, mentre il regime continua a reprimere nel sangue le proteste interne.
Sul fronte Usa-Iran, ieri Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran dell’invio di una «massiccia “armada”»: «Ci auguriamo che l’Iran si sieda presto al tavolo dei negoziati e accetti un accordo equo (niente armi nucleari) un’intesa che vada a beneficio di tutti. Il tempo sta per scadere. L’ho detto all’Iran già una volta: fate un accordo. Non l’hanno fatto, e c’è stata l’Operazione Midnight Hammer, con distruzioni massive. Il prossimo attacco sarebbe molto peggiore». Eppure, sul piano giuridico, le obiezioni tradizionali sembrano indebolirsi. L’Iran ha risposto che reagirà «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
Un’analisi del servizio giuridico del Consiglio Ue individua come possibile base legale una sentenza del 2023 della Corte d’appello di Düsseldorf, che ha accertato il coinvolgimento di un ente statale iraniano in un tentato attentato incendiario contro una sinagoga a Bochum. Un precedente che supera la linea finora sostenuta dalle istituzioni europee, secondo cui l’inserimento di apparati del regime iraniano nella lista nera non fosse possibile senza una decisione di un tribunale nazionale.
La resistenza politica resta forte. Sotto osservazione c’è in particolare la posizione della Germania, impegnata nel tentativo di costruire un consenso europeo. Da parte sua, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «il regime iraniano ha i giorni contati». Altri Paesi continuano a esprimere riserve, pur senza escludere formalmente alcuna opzione. Alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri, il portavoce del governo francese Maud Bregeon ha parlato di una «riflessione in corso» sulla designazione dei pasdaran, denunciando una repressione in Iran «di una violenza senza eguali». Anche la Spagna si è pronunciata a favore dell’inclusione delle Guardie della Rivoluzione nella lista nera, allineandosi alla proposta italiana.
Una posizione che ha irritato Teheran, arrivata a definire «irresponsabile» l’iniziativa e a convocare l’ambasciatrice italiana. Resta però il paradosso europeo: l’obiettivo dichiarato di inviare a Teheran «un messaggio di fermezza», ma l’incapacità di tradurlo in una scelta politica coerente.
Continua a leggereRiduci
La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
Continua a leggereRiduci
In questa puntata di «Tutta la Verità» il direttore Maurizio Belpietro commenta l'episodio accaduto a Milano al Boschetto di Rogoredo, in cui un agente ha ucciso un irregolare armato di pistola che lo stava aggredendo durante un'operazione, e confronta quello che accade in Italia con i tumulti a Minneapolis.