True
2024-08-31
La pagella di Kamala alla prima in tv. Errori e occhi bassi. Voto: insufficiente
Kamala Harris (Getty Images)
Ci hanno raccontato per settimane di quanto fosse fantastica la candidatura di Kamala Harris. Peccato che, in quanto a trasparenza, la diretta interessata non sia esattamente il massimo. A riprova di ciò, sta l’intervista che ha rilasciato, l’altro ieri, alla Cnn. Sì, perché non solo ha atteso quasi 40 giorni prima di sottoporsi, da candidata, a un’intervista giornalistica. Ma si è anche fatta accompagnare dal suo vice, Tim Walz. Come se non bastasse, il colloquio televisivo era registrato ed è durato in tutto meno di mezz’ora. Senza infine dimenticare che la vicepresidente si è scelta un network non propriamente noto per essere benevolo nei confronti del suo avversario, Donald Trump. Eppure, nonostante tutti questi accorgimenti, non si può dire che, alla fine dei giochi, la Harris sia uscita granché bene dalla sua performance davanti alle telecamere.
Innanzitutto, ha confermato la fumosità della sua proposta programmatica. Quando la giornalista Dana Bash le ha chiesto che cosa avrebbe intenzione di fare il primo giorno da presidente, la candidata dem si è lanciata in una serie di giri di parole. «Una delle mie massime priorità è fare il possibile per sostenere e rafforzare la classe media. Quando guardo alle aspirazioni, agli obiettivi, alle ambizioni del popolo americano, penso che le persone siano pronte per una nuova strada da seguire in un modo che generazioni di americani hanno alimentato con la speranza e l'ottimismo» ha detto. Evidentemente non soddisfatta, la Bash ha insistito, chiedendo all’interlocutrice di essere più precisa sulle sue proposte. Al che la Harris ha replicato di voler aiutare le famiglie, parlando anche di «edilizia abitativa a prezzi accessibili».
Tutto molto interessante, se non fosse che la candidata dem è quasi da quattro anni vicepresidente degli Stati Uniti. E infatti la Bash l’ha incalzata su questo punto. «Lei è vicepresidente da tre anni e mezzo. Perché non ha ancora attuato le misure di cui parla ora?» ha chiesto. La Harris ha risposto, sostenendo che l’economia doveva prima riprendersi e rivendicando di aver portato l’inflazione sotto il 3%. In realtà, è stata proprio la Bidenomics, a cui la vicepresidente ha sempre dato il proprio sostegno, a contribuire all’impennata dell’inflazione che, nel giugno 2022, raggiunse negli Usa quota 9,1%: il record in quarant’anni. Dall’altra parte, il suo calo negli scorsi mesi è stato dovuto non alla Casa Bianca ma alla politica monetaria della Fed.
Un secondo fronte di difficoltà è emerso quando la Bash ha chiesto conto alla candidata dem delle sue giravolte politiche, a partire dal fracking: nel 2019, la Harris voleva proibire questa controversa pratica di estrazione del gas, mentre, poche settimane fa, ha reso noto di non sostenere più tale divieto. «Lei vuole ancora vietare il fracking?», ha chiesto la giornalista. «No, e l'ho chiarito sul palco del dibattito nel 2020, che non avrei vietato il fracking», ha replicato. In realtà, nel dibattito del 2020, la Harris disse: «Joe Biden non porrà fine al fracking». Non si espose quindi in prima persona. Colta sul vivo, l’altro ieri la Harris ha comunque tenuto a precisare: «I miei valori non sono cambiati». Sarà, ma nel 2019 diceva: «Non c’è dubbio che sono a favore del divieto del fracking». Non solo. Un tempo, bollò le politiche di Trump a sostegno del muro con il Messico come «antiamericane». Adesso invece, secondo Axios, sarebbe pronta a finanziare l’opera. Un terzo nodo, nel corso dell’intervista, ha poi riguardato la crisi di Gaza. «Dobbiamo raggiungere un accordo che riguardi la liberazione degli ostaggi», ha dichiarato la Harris, per poi aggiungere: «Facciamo in modo che il cessate il fuoco venga fatto». Peccato che l’amministrazione di cui fa attualmente parte stia da mesi cercando di negoziare invano un’intesa in tal senso.
Insomma, dall’intervista alla Cnn sono emerse tutte le debolezze della candidata dem: la propensione al camaleontismo e alla fumosità, oltre agli scarsi risultati concreti conseguiti nel corso della sua attività come vicepresidente. È quindi difficile che questa performance televisiva possa aiutare la Harris a prolungare una luna di miele ormai sempre più agli sgoccioli. Vari sondaggi hanno sottolineato che il preconizzato «effetto Convention» o non c’è stato o è risultato inferiore al previsto. Negli Stati chiave si conferma inoltre fondamentalmente una serie di testa a testa con Trump. Senza infine trascurare che il modello di previsione statistica del sondaggista Nate Silver è tornato a dare il candidato repubblicano come lievemente favorito. La Harris avrebbe avuto bisogno di una performance televisiva audace per rilanciarsi: andare a farsi intervistare da sola, senza rete e magari – perché no? – in un network a lei ostile. Così non è stato. La vicepresidente si è dimostrata una candidata molto preimpostata e a disagio davanti alle domande scomode. Ha sprecato un’occasione. E adesso recuperare, per lei, potrebbe rivelarsi particolarmente difficile.
Il capo della Fed sta con la Harris
L’inflazione scende in tutto il mondo. In qualche caso anche più di quanto atteso. A luglio l’indice dei prezzi Pce degli Stati Uniti, l'indicatore preferito dalla Fed per misurare l’andamento dei prezzi è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente, in linea con le aspettative.
Su base annua c’è stato un aumento del 2,6%, al di sotto del consenso del 2,7%. Vuol dire che l’inflazione sta scendendo molto lentamente e resta, comunque, superiore all’obiettivo del 2% che resta il punto di riferimento della banca centrale Usa.
A questo punto è partito il solito gioco. La Fed taglierà i tassi a partire da settembre? E quanto sarà profonda l’incisione? Dalla lettura degli ultimi dati l’economia Usa gode di buona salute anche con il costo del denaro al top degli ultimi vent’anni.
Il Pil Usa, infatti, battendo le aspettative è cresciuto, con l’iltima revisione del 3%. Vuol dire che la Banca centrale Usa deve essere molto prudente nell’adeguamento al ribasso del costo del denaro per evitare una nuova fiammata dei prezzi. A fronte di una domanda che rimane gagliarda perchè rendere più facile l’accesso al credito con il rischio di riaccendere la fiamma dei prezzi?
Parlando al simposio annuale della Fed a Jackson Hole la scorsa settimana, il presidente Jerome Powell ha riconosciuto i recenti progressi sull'inflazione e ha affermato che «è giunto il momento per la politica di adeguarsi».
I mercati hanno interpretato questo dato come una garanzia per una riduzione del costo del denaro alla riunione prevista alla metà del mese prossimo. Tuttavia, a differenza di quanto accade in Europa i prezzi scendono più lentamente del previsto alimentati da una domanda interna brillante.
Improbabile che questo livello di inflazione, seppur superiore al target del 2%, impedisca ai responsabili politici della Fed di approvare l’attesa sforbiciata dei tassi dai massimi di oltre due decenni, ma potrebbe influire sul numero degli interventi quest’anno, soprattutto dopo che, come abbiamo visto, il Pil del secondo trimestre è stato rivisto leggermente al rialzo. In queste condizioni il rischio di recessione si sta allontanando. Già si parla di atterraggio morbido e qualcuno comincia a sostenere che l’economia continuerà a volare. E allora perchè tagliare i tassi? D’altronde non sarebbe nemmeno la prima volta che la Fed cambia idea. Alla fine dello scorso anno aveva lasciato intendere che il 2024 sarebbe stato punteggiato da almeno auattro riduzioni dei tassi. Uno ogni trimestre. Fino a questo momento, però, non si e visto nulla n’ le prospettive indicano l’urgenza di intervenire. Fed in questo momento sembra un indiretto appoggio a Kamala. Far arrivare l’economia Usa in forma brillante all’appuntamento con le urne sarebbe un bel propellente nel motore della candidata democratica. La conferma che l’amministrazione Biden, di cui lei era parte integrante fa bene alla Corporation Usa.
A questo bisogna aggiungere un fatto personale: i rapporti fra Powell e Trump non sono mai stati particolarmente cordiali. Non a caso Donald, durante il sui mandato avrebbe voluto sostituirlo. Poi le pressioni interne ed esterne lo avevano coinvinto diversamente. Tuttavia è difficile pensare che l’attuale capo della Fed conservi la poltrona nel caso di vittoria del candidato repubblicano.
Christine Lagarde si trova in una situazione molto diversa rispetto al suo collega Usa. La ripresa economica in Europa è asfittica l’inflazione scende più del previsto vista la debolezza della domanda. Ad agosto, comunica Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo nell’area dell’euro è calato al 2,2%. Un risultato in netta flessione rispetto al 2,6% di luglio. Tutto pronto, si spera per tagliare i tassi in modo consistente
Continua a leggereRiduci
Nel tentativo di spostarsi al centro rinnega molte delle vecchie convinzioni: dal muro con il Messico alla tutela dell’ambiente.La banca centrale Usa si dice pronta a tagliare i tassi anche se adesso sarebbe prematuro visto che il Pil sale e l’inflazione resta alta. Un palese favore alla dem.Lo speciale contiene due articoli.Ci hanno raccontato per settimane di quanto fosse fantastica la candidatura di Kamala Harris. Peccato che, in quanto a trasparenza, la diretta interessata non sia esattamente il massimo. A riprova di ciò, sta l’intervista che ha rilasciato, l’altro ieri, alla Cnn. Sì, perché non solo ha atteso quasi 40 giorni prima di sottoporsi, da candidata, a un’intervista giornalistica. Ma si è anche fatta accompagnare dal suo vice, Tim Walz. Come se non bastasse, il colloquio televisivo era registrato ed è durato in tutto meno di mezz’ora. Senza infine dimenticare che la vicepresidente si è scelta un network non propriamente noto per essere benevolo nei confronti del suo avversario, Donald Trump. Eppure, nonostante tutti questi accorgimenti, non si può dire che, alla fine dei giochi, la Harris sia uscita granché bene dalla sua performance davanti alle telecamere. Innanzitutto, ha confermato la fumosità della sua proposta programmatica. Quando la giornalista Dana Bash le ha chiesto che cosa avrebbe intenzione di fare il primo giorno da presidente, la candidata dem si è lanciata in una serie di giri di parole. «Una delle mie massime priorità è fare il possibile per sostenere e rafforzare la classe media. Quando guardo alle aspirazioni, agli obiettivi, alle ambizioni del popolo americano, penso che le persone siano pronte per una nuova strada da seguire in un modo che generazioni di americani hanno alimentato con la speranza e l'ottimismo» ha detto. Evidentemente non soddisfatta, la Bash ha insistito, chiedendo all’interlocutrice di essere più precisa sulle sue proposte. Al che la Harris ha replicato di voler aiutare le famiglie, parlando anche di «edilizia abitativa a prezzi accessibili». Tutto molto interessante, se non fosse che la candidata dem è quasi da quattro anni vicepresidente degli Stati Uniti. E infatti la Bash l’ha incalzata su questo punto. «Lei è vicepresidente da tre anni e mezzo. Perché non ha ancora attuato le misure di cui parla ora?» ha chiesto. La Harris ha risposto, sostenendo che l’economia doveva prima riprendersi e rivendicando di aver portato l’inflazione sotto il 3%. In realtà, è stata proprio la Bidenomics, a cui la vicepresidente ha sempre dato il proprio sostegno, a contribuire all’impennata dell’inflazione che, nel giugno 2022, raggiunse negli Usa quota 9,1%: il record in quarant’anni. Dall’altra parte, il suo calo negli scorsi mesi è stato dovuto non alla Casa Bianca ma alla politica monetaria della Fed.Un secondo fronte di difficoltà è emerso quando la Bash ha chiesto conto alla candidata dem delle sue giravolte politiche, a partire dal fracking: nel 2019, la Harris voleva proibire questa controversa pratica di estrazione del gas, mentre, poche settimane fa, ha reso noto di non sostenere più tale divieto. «Lei vuole ancora vietare il fracking?», ha chiesto la giornalista. «No, e l'ho chiarito sul palco del dibattito nel 2020, che non avrei vietato il fracking», ha replicato. In realtà, nel dibattito del 2020, la Harris disse: «Joe Biden non porrà fine al fracking». Non si espose quindi in prima persona. Colta sul vivo, l’altro ieri la Harris ha comunque tenuto a precisare: «I miei valori non sono cambiati». Sarà, ma nel 2019 diceva: «Non c’è dubbio che sono a favore del divieto del fracking». Non solo. Un tempo, bollò le politiche di Trump a sostegno del muro con il Messico come «antiamericane». Adesso invece, secondo Axios, sarebbe pronta a finanziare l’opera. Un terzo nodo, nel corso dell’intervista, ha poi riguardato la crisi di Gaza. «Dobbiamo raggiungere un accordo che riguardi la liberazione degli ostaggi», ha dichiarato la Harris, per poi aggiungere: «Facciamo in modo che il cessate il fuoco venga fatto». Peccato che l’amministrazione di cui fa attualmente parte stia da mesi cercando di negoziare invano un’intesa in tal senso.Insomma, dall’intervista alla Cnn sono emerse tutte le debolezze della candidata dem: la propensione al camaleontismo e alla fumosità, oltre agli scarsi risultati concreti conseguiti nel corso della sua attività come vicepresidente. È quindi difficile che questa performance televisiva possa aiutare la Harris a prolungare una luna di miele ormai sempre più agli sgoccioli. Vari sondaggi hanno sottolineato che il preconizzato «effetto Convention» o non c’è stato o è risultato inferiore al previsto. Negli Stati chiave si conferma inoltre fondamentalmente una serie di testa a testa con Trump. Senza infine trascurare che il modello di previsione statistica del sondaggista Nate Silver è tornato a dare il candidato repubblicano come lievemente favorito. La Harris avrebbe avuto bisogno di una performance televisiva audace per rilanciarsi: andare a farsi intervistare da sola, senza rete e magari – perché no? – in un network a lei ostile. Così non è stato. La vicepresidente si è dimostrata una candidata molto preimpostata e a disagio davanti alle domande scomode. Ha sprecato un’occasione. E adesso recuperare, per lei, potrebbe rivelarsi particolarmente difficile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kamala-harris-tv-2669105806.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-capo-della-fed-sta-con-la-harris" data-post-id="2669105806" data-published-at="1725049411" data-use-pagination="False"> Il capo della Fed sta con la Harris L’inflazione scende in tutto il mondo. In qualche caso anche più di quanto atteso. A luglio l’indice dei prezzi Pce degli Stati Uniti, l'indicatore preferito dalla Fed per misurare l’andamento dei prezzi è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente, in linea con le aspettative. Su base annua c’è stato un aumento del 2,6%, al di sotto del consenso del 2,7%. Vuol dire che l’inflazione sta scendendo molto lentamente e resta, comunque, superiore all’obiettivo del 2% che resta il punto di riferimento della banca centrale Usa. A questo punto è partito il solito gioco. La Fed taglierà i tassi a partire da settembre? E quanto sarà profonda l’incisione? Dalla lettura degli ultimi dati l’economia Usa gode di buona salute anche con il costo del denaro al top degli ultimi vent’anni. Il Pil Usa, infatti, battendo le aspettative è cresciuto, con l’iltima revisione del 3%. Vuol dire che la Banca centrale Usa deve essere molto prudente nell’adeguamento al ribasso del costo del denaro per evitare una nuova fiammata dei prezzi. A fronte di una domanda che rimane gagliarda perchè rendere più facile l’accesso al credito con il rischio di riaccendere la fiamma dei prezzi? Parlando al simposio annuale della Fed a Jackson Hole la scorsa settimana, il presidente Jerome Powell ha riconosciuto i recenti progressi sull'inflazione e ha affermato che «è giunto il momento per la politica di adeguarsi». I mercati hanno interpretato questo dato come una garanzia per una riduzione del costo del denaro alla riunione prevista alla metà del mese prossimo. Tuttavia, a differenza di quanto accade in Europa i prezzi scendono più lentamente del previsto alimentati da una domanda interna brillante. Improbabile che questo livello di inflazione, seppur superiore al target del 2%, impedisca ai responsabili politici della Fed di approvare l’attesa sforbiciata dei tassi dai massimi di oltre due decenni, ma potrebbe influire sul numero degli interventi quest’anno, soprattutto dopo che, come abbiamo visto, il Pil del secondo trimestre è stato rivisto leggermente al rialzo. In queste condizioni il rischio di recessione si sta allontanando. Già si parla di atterraggio morbido e qualcuno comincia a sostenere che l’economia continuerà a volare. E allora perchè tagliare i tassi? D’altronde non sarebbe nemmeno la prima volta che la Fed cambia idea. Alla fine dello scorso anno aveva lasciato intendere che il 2024 sarebbe stato punteggiato da almeno auattro riduzioni dei tassi. Uno ogni trimestre. Fino a questo momento, però, non si e visto nulla n’ le prospettive indicano l’urgenza di intervenire. Fed in questo momento sembra un indiretto appoggio a Kamala. Far arrivare l’economia Usa in forma brillante all’appuntamento con le urne sarebbe un bel propellente nel motore della candidata democratica. La conferma che l’amministrazione Biden, di cui lei era parte integrante fa bene alla Corporation Usa. A questo bisogna aggiungere un fatto personale: i rapporti fra Powell e Trump non sono mai stati particolarmente cordiali. Non a caso Donald, durante il sui mandato avrebbe voluto sostituirlo. Poi le pressioni interne ed esterne lo avevano coinvinto diversamente. Tuttavia è difficile pensare che l’attuale capo della Fed conservi la poltrona nel caso di vittoria del candidato repubblicano. Christine Lagarde si trova in una situazione molto diversa rispetto al suo collega Usa. La ripresa economica in Europa è asfittica l’inflazione scende più del previsto vista la debolezza della domanda. Ad agosto, comunica Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo nell’area dell’euro è calato al 2,2%. Un risultato in netta flessione rispetto al 2,6% di luglio. Tutto pronto, si spera per tagliare i tassi in modo consistente
Getty Images
Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
Continua a leggereRiduci
Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
Continua a leggereRiduci
Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
Continua a leggereRiduci
Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
Continua a leggereRiduci