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2019-12-14
Johnson si gode la vittoria. Il 31 gennaio scatta il divorzio da Bruxelles
Gettyimages
La Brexit si avvicina. La netta vittoria dei conservatori in Regno Unito giovedì scorso ha conferito al premier britannico, Boris Johnson, un mandato forte per attuare il divorzio di Londra dall'Unione europea.
«Che la guarigione abbia inizio», ha dichiarato ieri il premier. «Voglio che sappiate», ha proseguito, «che in questo governo conservatore non ignoreremo mai i vostri buoni e positivi sentimenti di calore e simpatia verso le altre nazioni d'Europa. Perché adesso è il momento, proprio mentre abbandoniamo l'Ue, di lasciare che quei sentimenti naturali trovino una rinnovata espressione nella costruzione di un nuovo partenariato, che è uno dei grandi progetti per il prossimo anno». Del resto, la campagna elettorale di queste ultime settimane aveva trovato proprio nella Brexit il suo principale centro gravitazionale. Obiettivo del premier è sempre stato quello di ottenere una maggioranza nutrita, che gli permettesse di dare seguito a quanto stabilito dalla volontà popolare nel referendum del 2016. E, in un certo senso, è stato proprio questo obiettivo netto ad aver costituito la fortuna elettorale di Johnson.
D'altronde, il tracollo dei laburisti sta lì a dimostrarlo: al di là delle sue posizioni giudicate da molti troppo a sinistra, il grande problema di Jeremy Corbyn si è principalmente rivelato la profonda ambiguità da lui ripetutamente mostrata sul tema Brexit. Un'ambiguità che, alla fine, ha scontentato ampie frange del suo partito: dai blairiani agli ambienti operai euroscettici. Ambienti operai euroscettici che, dal canto loro, hanno in buona parte volto il proprio sguardo verso la compagine tory: in tal senso, non va trascurato che - in questa occasione - il programma dei conservatori abbia mostrato una certa attenzione al welfare state (dalle pensioni alla sanità). Inoltre un ulteriore dato interessante risiede nel pessimo risultato conseguito dai liberaldemocratici di Jo Swinson: quegli stessi liberaldemocratici che hanno puntato tutto su un messaggio smaccatamente europeista, arrivando ad invocare l'indizione di un secondo referendum che potesse bloccare l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. La sonora bocciatura di questa linea ha tuttavia evidenziato, una volta di più, le decise tendenze euroscettiche dell'elettorato britannico.
Il 31 di gennaio è la data in cui si consumerà il divorzio di Londra da Bruxelles. Seguirà quindi un periodo di transizione della durata di quasi un anno. A fronte di questa tabella di marcia, l'impegno che il premier si è assunto in campagna elettorale appare non poco ambizioso. Johnson ha infatti detto di voler negoziare un accordo commerciale con Bruxelles entro la fine del 2020, assicurando inoltre che Londra resterà fuori dal Mercato europeo comune. In quest'ottica, il premier vuole quindi svincolarsi formalmente dall'orbita dell'Unione europea, anche con l'obiettivo di avere le mani libere per siglare un'intesa commerciale con gli Stati Uniti: un'intesa che, proprio ieri, Donald Trump è tornato ad auspicare. Il punto sarà capire se l'inquilino di Downing Street riuscirà a tener fede a questa rapida tempistica. Una tempistica che, già nei giorni scorsi, il capo negoziatore di Bruxelles, Michel Barnier, aveva bollato come «irrealistica». Per quanto costui si sia poi detto ieri «disposto a negoziare», bisognerà vedere come si configureranno i rapporti con Johnson nelle prossime settimane.
La verità è che, sulla Brexit, non sembra esserci troppa unità di vedute nell'Unione europea. E il contrasto principale che si registra è tra Germania e Francia. Se la prima tende ad assumere una posizione relativamente conciliante, la seconda appare invece più ruvida. Mentre ieri Angela Merkel - pur definendo il Regno Unito un «concorrente» - ha auspicato una «stretta collaborazione con Johnson», Emmanuel Macron si è un po' polemicamente augurato che questo concorrente non sia «sleale».
Non è del resto un mistero che il presidente francese punti ad accelerare l'addio britannico dall'Unione europea per rafforzare la propria leadership politica e militare. Differenze di vedute tra l'inquilino di Downing Street e quello dell'Eliseo erano d'altronde già emerse nel recente summit Nato di Londra, con il primo che ha difeso a spada tratta l'Alleanza atlantica e il secondo che l'aveva poco prima definita in stato di «morte cerebrale». Un elemento che evidenzia come tra gli intenti di Johnson ci sia quello di ricompattare l'anglosfera, attraverso una riedizione geopolitica, economica e militare della «special relationship» tra Londra e Washington. Un obiettivo che fomenta le mire «bonapartiste» di Macron in Europa ma che non piace granché dalle parti di Berlino. Quella Berlino che non guarda quindi con troppo favore alla linea dura del francese Barnier.
Con ogni probabilità sarà dunque su questa sottile soglia che si giocheranno i negoziati sulla Brexit nei prossimi mesi: una soglia che rischia di creare qualche fastidiosa frattura in seno all'asse franco-tedesco. Johnson, dal canto suo, potrebbe usare come leva negoziale la propria vicinanza con la Casa Bianca, sfruttando tra l'altro le divisioni dello stesso fronte europeo, per cercare di ottenere un accordo vantaggioso nel minor tempo possibile. Paradossalmente la sfida più difficile per lui potrebbe essere rappresentata dalla politica interna: non solo dovrà infatti affrontare le ambizioni indipendentiste scozzesi ma - soprattutto - dovrà riuscire a coniugare la svolta parzialmente sociale dei tory col modello liberista della Singapore sul Tamigi.
Il voto riapre la partita scozzese. Edimburgo sogna l’indipendenza
La Brexit ha abbattuto la muraglia rossa. È crollato il cosiddetto red wall che corre, anzi correva, da Vale of Clwyd nel Galles del Nord fino a Grimsby nel Lincolnshire, sulla costa Est. Ad abbatterlo, il bulldozer Boris Johnson e il suo Partito conservatore, in grado di conquistare alle elezioni generali tenutesi giovedì ben 365 seggi sui 650 della Camera dei Comuni di Londra.
Una maggioranza schiacciante, la più ampia vittoria da oltre 30 anni. Serve, infatti, tornare indietro alla seconda rielezione di Margaret Thatcher nel 1987 per trovare un'affermazione più netta da parte dei conservatori britannici. Che rispetto a prima del voto hanno conquistato 66 seggi in più.
La maggior parte a scapito del Partito laburista, il grande sconfitto di questa tornata elettorale. Il Labour di Jeremy Corbyn non subiva una così pesante sconfitta da prima della Seconda guerra mondiale: dobbiamo tornare indietro fino al 1935 per trovare un risultato peggiore. Si è fermato a 203 seggi, 42 in meno di quelli con cui ha chiuso la scorsa legislatura. Il Partito laburista ha vinto nelle zone più ricche di Londra, e a molti ha ricordato le ultime performance del Partito democratico italiano ridottosi a partito della zona a traffico limitato. Ma ha perso roccaforti importanti nel Nord e nelle Midland. È crollato il muro rosso attorno a Manchester.
Flop anche per il Partito liberaldemocratico, che aveva scommesso tutto su queste elezioni per rilanciarsi puntando sull'europeismo e sui giovani. Un solo obiettivo: fermare la Brexit. La strategia della loro campagna era il cosiddetto voto tattico: invitavano a votare il candidato, sia laburista, libdem o Snp con più chance di battere quello conservatore. Ma è finita male. Non soltanto non hanno fatto registrare l'exploit sperato. Hanno praticamente dimezzato i seggi, passando da 21 a 11. E a confermare il fallimento dei centristi c'è l'epilogo della leader Jo Swinson. Descritta fino a poche ore prima del voto come un astro nascente della politica britannica, ha perso il suo seggio.
Il Brexit party di Nigel Farage è rimasto vittima della forza attrattiva di Boris Johnson e non è riuscito a conquistare alcun seggio: un risultato deludente soprattutto se si pensa che alle europee di maggio era stato il primo partito del Paese. Mantengono il loro unico seggio, invece, i Verdi. Tra chi si lecca le ferite, anche il Dup, il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord, i cui dieci deputati erano fino a giovedì sera fondamentali per la tenuta della maggioranza dei conservatori. Il loro leader a Westminster, Nigel Dodds, ha perso il suo seggio a Belfast North.
Una sconfitta che brucia, tanto che l'ex speaker della Camera, John Bercow, l'ha definito la vittima più illustre della nottata elettorale. Il Dup ha perso due seggi, fermandosi a otto. Ma il grosso problema per il partito che fu fondamentale per bocciare per ben tre volte il patto per la Brexit negoziato da Theresa May è la maggioranza di Boris Johnson, così ampia da rendere gli unionisti nordirlandesi ininfluenti.
Guardando le mappe del voto, sono due i colori che risaltano di più. Il blu dei conservatori e il giallo dei nazionalisti scozzesi. L'Snp ha infatti conquistato ben 48 seggi, 13 in più rispetto al 2017. Ma è la loro distribuzione a colpire. Infatti, sono 48 sui 59 in palio in tutta la Scozia. Un risultato così significativo che questo voto ha restituito voce a chi tifa per l'indipendenza dalla Corona per rimanere nell'Unione europea (la Scozia nel referendum del 2016 votò a maggioranza «remain»). Oltre il Vallo di Adriano, conservatori e laburisti sono andati male perdendo diversi deputati. Così, ora il Regno Unito è spaccato. A Sud e al Centro il blu del Partito conservatore, il cui nome completo è Partito conservatore e unionista. A Nord, il giallo Snp, indipendentista. L'addio all'Ue ha trionfato in Inghilterra, ma la Scozia «ha detto di nuovo no a Boris Johnson e alla Brexit» nelle elezioni britanniche di giovedì e ha chiarito che «desidera un futuro diverso da quello scelto dal resto del Regno Unito». Così ha parlato Nicola Sturgeon, leader degli indipendentisti dell'Snp e primo ministro scozzese. «Il nostro messaggio ha avuto un enorme successo», ha detto Sturgeon, evocando il voto come «uno spartiacque» e rilanciando la sfida «democratica» per un referendum bis sulla secessione.
Londra teme un nuovo caso Catalogna (con la differenza che in quel caso il mainstream sarebbe probabilmente dalla parte degli indipendentisti). Difficilmente Boris Johnson concederà un secondo referendum: né lui né il Partito conservatore vogliono passare alla storia per quelli che hanno perso la Scozia. Ma attenzione, i sogni europeisti degli scozzesi non sono così facili da realizzare: se, come sembra ormai certo, la Scozia lascerà l'Unione europea assieme al Regno Unito il 31 gennaio prossimo, se volesse rientrare successivamente, ottenuta l'indipendenza, nel club di Bruxelles dovrebbe fare tutta la trafila. Che è lunga e alimenta l'incertezza. Senza dimenticare la fortissima dipendenza dell'economia scozzese dal mercato britannico.
Con il risultato di giovedì il secondo referendum sulla Brexit sembra un'ipotesi remotissima. Ma, visto quanto appena spiegato, neppure la strada di una consultazione bis sull'indipendenza scozzese appare in discesa.
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L'esuberante leader dei Tory raggiante per il risultato: «Che la guarigione abbia inizio». La tabella di marcia della Brexit, però, resta incerta. Soprattutto per le divisioni nell'Ue.Laburisti mai così male dal 1935, reggono solo nei feudi ricchi della capitale. Sotto al Vallo di Adriano i conservatori cannibalizzano tutto, ma sulle Highland si scalpita per abbandonare la Corona.Lo speciale contiene due articoli.La Brexit si avvicina. La netta vittoria dei conservatori in Regno Unito giovedì scorso ha conferito al premier britannico, Boris Johnson, un mandato forte per attuare il divorzio di Londra dall'Unione europea. «Che la guarigione abbia inizio», ha dichiarato ieri il premier. «Voglio che sappiate», ha proseguito, «che in questo governo conservatore non ignoreremo mai i vostri buoni e positivi sentimenti di calore e simpatia verso le altre nazioni d'Europa. Perché adesso è il momento, proprio mentre abbandoniamo l'Ue, di lasciare che quei sentimenti naturali trovino una rinnovata espressione nella costruzione di un nuovo partenariato, che è uno dei grandi progetti per il prossimo anno». Del resto, la campagna elettorale di queste ultime settimane aveva trovato proprio nella Brexit il suo principale centro gravitazionale. Obiettivo del premier è sempre stato quello di ottenere una maggioranza nutrita, che gli permettesse di dare seguito a quanto stabilito dalla volontà popolare nel referendum del 2016. E, in un certo senso, è stato proprio questo obiettivo netto ad aver costituito la fortuna elettorale di Johnson.D'altronde, il tracollo dei laburisti sta lì a dimostrarlo: al di là delle sue posizioni giudicate da molti troppo a sinistra, il grande problema di Jeremy Corbyn si è principalmente rivelato la profonda ambiguità da lui ripetutamente mostrata sul tema Brexit. Un'ambiguità che, alla fine, ha scontentato ampie frange del suo partito: dai blairiani agli ambienti operai euroscettici. Ambienti operai euroscettici che, dal canto loro, hanno in buona parte volto il proprio sguardo verso la compagine tory: in tal senso, non va trascurato che - in questa occasione - il programma dei conservatori abbia mostrato una certa attenzione al welfare state (dalle pensioni alla sanità). Inoltre un ulteriore dato interessante risiede nel pessimo risultato conseguito dai liberaldemocratici di Jo Swinson: quegli stessi liberaldemocratici che hanno puntato tutto su un messaggio smaccatamente europeista, arrivando ad invocare l'indizione di un secondo referendum che potesse bloccare l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. La sonora bocciatura di questa linea ha tuttavia evidenziato, una volta di più, le decise tendenze euroscettiche dell'elettorato britannico. Il 31 di gennaio è la data in cui si consumerà il divorzio di Londra da Bruxelles. Seguirà quindi un periodo di transizione della durata di quasi un anno. A fronte di questa tabella di marcia, l'impegno che il premier si è assunto in campagna elettorale appare non poco ambizioso. Johnson ha infatti detto di voler negoziare un accordo commerciale con Bruxelles entro la fine del 2020, assicurando inoltre che Londra resterà fuori dal Mercato europeo comune. In quest'ottica, il premier vuole quindi svincolarsi formalmente dall'orbita dell'Unione europea, anche con l'obiettivo di avere le mani libere per siglare un'intesa commerciale con gli Stati Uniti: un'intesa che, proprio ieri, Donald Trump è tornato ad auspicare. Il punto sarà capire se l'inquilino di Downing Street riuscirà a tener fede a questa rapida tempistica. Una tempistica che, già nei giorni scorsi, il capo negoziatore di Bruxelles, Michel Barnier, aveva bollato come «irrealistica». Per quanto costui si sia poi detto ieri «disposto a negoziare», bisognerà vedere come si configureranno i rapporti con Johnson nelle prossime settimane. La verità è che, sulla Brexit, non sembra esserci troppa unità di vedute nell'Unione europea. E il contrasto principale che si registra è tra Germania e Francia. Se la prima tende ad assumere una posizione relativamente conciliante, la seconda appare invece più ruvida. Mentre ieri Angela Merkel - pur definendo il Regno Unito un «concorrente» - ha auspicato una «stretta collaborazione con Johnson», Emmanuel Macron si è un po' polemicamente augurato che questo concorrente non sia «sleale». Non è del resto un mistero che il presidente francese punti ad accelerare l'addio britannico dall'Unione europea per rafforzare la propria leadership politica e militare. Differenze di vedute tra l'inquilino di Downing Street e quello dell'Eliseo erano d'altronde già emerse nel recente summit Nato di Londra, con il primo che ha difeso a spada tratta l'Alleanza atlantica e il secondo che l'aveva poco prima definita in stato di «morte cerebrale». Un elemento che evidenzia come tra gli intenti di Johnson ci sia quello di ricompattare l'anglosfera, attraverso una riedizione geopolitica, economica e militare della «special relationship» tra Londra e Washington. Un obiettivo che fomenta le mire «bonapartiste» di Macron in Europa ma che non piace granché dalle parti di Berlino. Quella Berlino che non guarda quindi con troppo favore alla linea dura del francese Barnier. Con ogni probabilità sarà dunque su questa sottile soglia che si giocheranno i negoziati sulla Brexit nei prossimi mesi: una soglia che rischia di creare qualche fastidiosa frattura in seno all'asse franco-tedesco. Johnson, dal canto suo, potrebbe usare come leva negoziale la propria vicinanza con la Casa Bianca, sfruttando tra l'altro le divisioni dello stesso fronte europeo, per cercare di ottenere un accordo vantaggioso nel minor tempo possibile. Paradossalmente la sfida più difficile per lui potrebbe essere rappresentata dalla politica interna: non solo dovrà infatti affrontare le ambizioni indipendentiste scozzesi ma - soprattutto - dovrà riuscire a coniugare la svolta parzialmente sociale dei tory col modello liberista della Singapore sul Tamigi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/johnson-si-gode-la-vittoria-il-31-gennaio-scatta-il-divorzio-da-bruxelles-2641591726.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-voto-riapre-la-partita-scozzese-edimburgo-sogna-lindipendenza" data-post-id="2641591726" data-published-at="1767744760" data-use-pagination="False"> Il voto riapre la partita scozzese. Edimburgo sogna l’indipendenza La Brexit ha abbattuto la muraglia rossa. È crollato il cosiddetto red wall che corre, anzi correva, da Vale of Clwyd nel Galles del Nord fino a Grimsby nel Lincolnshire, sulla costa Est. Ad abbatterlo, il bulldozer Boris Johnson e il suo Partito conservatore, in grado di conquistare alle elezioni generali tenutesi giovedì ben 365 seggi sui 650 della Camera dei Comuni di Londra. Una maggioranza schiacciante, la più ampia vittoria da oltre 30 anni. Serve, infatti, tornare indietro alla seconda rielezione di Margaret Thatcher nel 1987 per trovare un'affermazione più netta da parte dei conservatori britannici. Che rispetto a prima del voto hanno conquistato 66 seggi in più. La maggior parte a scapito del Partito laburista, il grande sconfitto di questa tornata elettorale. Il Labour di Jeremy Corbyn non subiva una così pesante sconfitta da prima della Seconda guerra mondiale: dobbiamo tornare indietro fino al 1935 per trovare un risultato peggiore. Si è fermato a 203 seggi, 42 in meno di quelli con cui ha chiuso la scorsa legislatura. Il Partito laburista ha vinto nelle zone più ricche di Londra, e a molti ha ricordato le ultime performance del Partito democratico italiano ridottosi a partito della zona a traffico limitato. Ma ha perso roccaforti importanti nel Nord e nelle Midland. È crollato il muro rosso attorno a Manchester. Flop anche per il Partito liberaldemocratico, che aveva scommesso tutto su queste elezioni per rilanciarsi puntando sull'europeismo e sui giovani. Un solo obiettivo: fermare la Brexit. La strategia della loro campagna era il cosiddetto voto tattico: invitavano a votare il candidato, sia laburista, libdem o Snp con più chance di battere quello conservatore. Ma è finita male. Non soltanto non hanno fatto registrare l'exploit sperato. Hanno praticamente dimezzato i seggi, passando da 21 a 11. E a confermare il fallimento dei centristi c'è l'epilogo della leader Jo Swinson. Descritta fino a poche ore prima del voto come un astro nascente della politica britannica, ha perso il suo seggio. Il Brexit party di Nigel Farage è rimasto vittima della forza attrattiva di Boris Johnson e non è riuscito a conquistare alcun seggio: un risultato deludente soprattutto se si pensa che alle europee di maggio era stato il primo partito del Paese. Mantengono il loro unico seggio, invece, i Verdi. Tra chi si lecca le ferite, anche il Dup, il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord, i cui dieci deputati erano fino a giovedì sera fondamentali per la tenuta della maggioranza dei conservatori. Il loro leader a Westminster, Nigel Dodds, ha perso il suo seggio a Belfast North. Una sconfitta che brucia, tanto che l'ex speaker della Camera, John Bercow, l'ha definito la vittima più illustre della nottata elettorale. Il Dup ha perso due seggi, fermandosi a otto. Ma il grosso problema per il partito che fu fondamentale per bocciare per ben tre volte il patto per la Brexit negoziato da Theresa May è la maggioranza di Boris Johnson, così ampia da rendere gli unionisti nordirlandesi ininfluenti. Guardando le mappe del voto, sono due i colori che risaltano di più. Il blu dei conservatori e il giallo dei nazionalisti scozzesi. L'Snp ha infatti conquistato ben 48 seggi, 13 in più rispetto al 2017. Ma è la loro distribuzione a colpire. Infatti, sono 48 sui 59 in palio in tutta la Scozia. Un risultato così significativo che questo voto ha restituito voce a chi tifa per l'indipendenza dalla Corona per rimanere nell'Unione europea (la Scozia nel referendum del 2016 votò a maggioranza «remain»). Oltre il Vallo di Adriano, conservatori e laburisti sono andati male perdendo diversi deputati. Così, ora il Regno Unito è spaccato. A Sud e al Centro il blu del Partito conservatore, il cui nome completo è Partito conservatore e unionista. A Nord, il giallo Snp, indipendentista. L'addio all'Ue ha trionfato in Inghilterra, ma la Scozia «ha detto di nuovo no a Boris Johnson e alla Brexit» nelle elezioni britanniche di giovedì e ha chiarito che «desidera un futuro diverso da quello scelto dal resto del Regno Unito». Così ha parlato Nicola Sturgeon, leader degli indipendentisti dell'Snp e primo ministro scozzese. «Il nostro messaggio ha avuto un enorme successo», ha detto Sturgeon, evocando il voto come «uno spartiacque» e rilanciando la sfida «democratica» per un referendum bis sulla secessione. Londra teme un nuovo caso Catalogna (con la differenza che in quel caso il mainstream sarebbe probabilmente dalla parte degli indipendentisti). Difficilmente Boris Johnson concederà un secondo referendum: né lui né il Partito conservatore vogliono passare alla storia per quelli che hanno perso la Scozia. Ma attenzione, i sogni europeisti degli scozzesi non sono così facili da realizzare: se, come sembra ormai certo, la Scozia lascerà l'Unione europea assieme al Regno Unito il 31 gennaio prossimo, se volesse rientrare successivamente, ottenuta l'indipendenza, nel club di Bruxelles dovrebbe fare tutta la trafila. Che è lunga e alimenta l'incertezza. Senza dimenticare la fortissima dipendenza dell'economia scozzese dal mercato britannico. Con il risultato di giovedì il secondo referendum sulla Brexit sembra un'ipotesi remotissima. Ma, visto quanto appena spiegato, neppure la strada di una consultazione bis sull'indipendenza scozzese appare in discesa.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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