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2021-04-15
La variabile J&J rallenta il piano. Caos Astrazeneca in Lombardia
Getty Images
Nella battaglia per accelerare le vaccinazioni, il generale Figliuolo forse sarà di nuovo costretto a rivedere «armi» e strategie. Se il blocco di Johnson&Johnson non viene risolto nel giro di pochi giorni, il piano vaccinale rallenterà ancora una volta. Adesso si tratta di 184.000 monodosi arrivate nei magazzini di Pratica di Mare e da lì neppure uscite, ma a giugno ne aspettiamo 7 milioni, nel frattempo forse altre 400.000 dosi. Serviranno per tutti o verranno anche queste destinate agli over 60, come già successo con Astrazeneca?
Siamo in attesa di conoscere quali decisioni prenderà la Food and drugs administration, l'Agenzia statunitense del farmaco, dopo aver fermato il vaccino in seguito ai sei casi di trombosi segnalati negli States (su 6,8 milioni di dosi somministrate), ma di certo la Fda non ha la fretta che assilla le Agenzie regolatorie dei singoli Paesi Ue, con pochi vaccini ancora a disposizione. Oltreoceano abbondano le fiale Pfizer, già a gennaio furono consegnate 200 milioni di dosi solo di quell'azienda, invece qui il farmaco monodose J&J - che si conserva facilmente in frigorifero senza bisogno di congelarlo - sembrava l'ideale per velocizzare una campagna che finora ha immunizzato solo 4 milioni di cittadini.
Utilizziamo il passato, perché quel vaccino è al momento bloccato, e perché il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini, ha pensato bene di anticipare una possibile strada in salita per il siero statunitense, affermando a Porta a Porta che «le limitazioni sono possibili e ragionevoli», dal momento che «ci sono molte similitudini con il vaccino Astrazeneca». Conclusioni a cui sarebbe giunta anche Patrizia Popoli, presidente della Commissione tecnico scientifica dell'Agenzia italiana del farmaco, che a Rainews24 ha dichiarato: «È verosimile che il vaccino anti Covid di Johnson&Johnson possa essere limitato agli over 60». Quindi in assenza di dati di farmacovigilanza, l'Aifa già raccomanderebbe il nuovo vaccino, il quarto approvato in Italia e per tutti gli over 18, solo per la popolazione più anziana?
Gli occhi sono tutti puntati sull'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, la prima a dover sciogliere le riserve su Johnson&Johnson dopo il parere che sarà espresso dalla Fda. L'Ema prevede di «emettere una raccomandazione la prossima settimana», ha fatto sapere. Potrebbe anche agire in autonomia, il tempo è prezioso nel Vecchio Continente e se le conclusioni poi fossero le stesse raggiunte per Astrazeneca, ovvero che i benefici superano i rischi, lo stallo odierno, il blocco di un vaccino che non è ancora stato somministrato nell'Ue sarebbe servito solo a rallentare la campagna di vaccinazione. Oltre a infondere altri dubbi sulla sicurezza di un farmaco anti Covid.
Ieri il commissario straordinario per l'emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, comunicava che era iniziata la distribuzione di 1,5 milioni di dosi di Pfizer, «consegne che interesseranno più di 210 strutture sanitarie in tutta Italia» e che si dovrebbero concludere oggi. Non solo, il generale ha annunciato di aver ricevuto «una chiamata dal premier, Mario Draghi, che mi ha comunicato l'arrivo per l'Europa in questo trimestre di 50 milioni di dosi Pfizer in più. Per l'Italia vuol dire oltre 670.000 dosi in più ad aprile, 2 milioni e 150.000 dosi in più a maggio e oltre 4 milioni di dosi in più a giugno». Finalmente una bella notizia, commentava, «il piano va avanti così come l'avevo strutturato, per questo sono davvero contento». Figliuolo si è dichiarato soddisfatto perché «ci sono molte Regioni che stanno per terminare le vaccinazioni degli over 80», ma è chiaramente preoccupato per l'utilizzo che si potrà fare di Johnson&Johnson. «Dal punto di vista scientifico i casi avversi», ha tenuto a precisare, «sono in linea con quelli di qualunque altro farmaco, e i numeri sono incomparabili con quelli dei morti fatti dal coronavirus. Rispetteremo comunque le prescrizioni che arriveranno dall'Ema».
In Campania, dove sono arrivate 148.000 dosi di Pfizer, oggi dovrebbero ripartire con maggior intensità le vaccinazioni degli anziani di fascia 70-79 anni ai quali era stato somministrato soprattutto Astrazeneca, farmaco che il governatore Vincenzo De Luca vuole dare «a una popolazione limitata di isole che sono un brand mondiale come Capri e Ischia», una volta completata l'immunizzazione delle categorie più fragili. Per il siero anglosvedese si continuano a registrare rifiuti, anche se non ben quantificati come è capitato ieri in Lombardia dove un «allarme» è stato ridimensionato. Il direttore generale del Welfare della Regione, Giovanni Pavesi, intervenendo in commissione Sanità aveva parlato di un rifiuto che si aggira sul 15%, «ma abbiamo la sensazione che sia una percentuale in crescita», mentre l'assessore al Welfare, Letizia Moratti, poche ore dopo ha ridimensionato i dati.
Sarebbero «meno del 5%» i cittadini che lo rifiutano. «Le rinunce a vaccinarsi con Astrazeneca in Lombardia sono irrisorie», ha fatto sapere la vicepresidente della Regione, aggiungendo che «nel corso delle anamnesi i nostri medici stanno ricevendo una crescente domanda di approfondimenti da parte dei cittadini che però, grazie soprattutto alla competenza, alla chiarezza e alle rassicurazioni del personale medico, accettano nella pressoché totalità di farsi vaccinare». In Lombardia si cerca di completare la vaccinazione degli anziani ultraottantenni a domicilio anche con l'aiuto dei medici militari.
Uno su quattro non è morto di Covid
A volte la preposizione corretta può fare la differenza. Come ha dimostrato la revisione dei dati dei decessi registrati durante la pandemia nel Regno Unito. Nelle ultime ore l'ufficio nazionale di statistica britannico ha segnalato infatti che un quarto dei 127.000 decessi collegati alla pandemia non sono avvenuti «per» il Covid, ma bensì «con» il Covid, in pazienti che avevano altre malattie. Per la precisione nel 23 per cento dei casi la loro morte è stata causata da patologie diverse, anche se il test condotto durante il ricovero ha confermato che erano positivi al coronavirus. Un dettaglio messo nero su bianco nel certificato di morte, ma poi sfuggito probabilmente nel conteggio iniziale.
La notizia permette di tirare un sospiro di sollievo, anche perché arriva insieme ad altri dati incoraggianti. Le statistiche quotidiane nel Regno Unito annunciano che da almeno 15 giorni non ci sono stati più di 28 decessi quotidiani legati al Covid. Secondo l'ufficio nazionale di statistica, le morti per Covid adesso sono pari al 4,9 per cento del totale dei decessi registrati in Inghilterra e Galles, quasi nulla rispetto al 45 per cento di gennaio.
Anche il numero dei ricoveri sembra essersi ridotto in modo significativo, con medie di 2.537 pazienti in cura per coronavirus e di non più di 230 ricoveri quotidiani.
Secondo gli esperti a fare la differenza è la campagna di vaccinazione, che ha portato il rischio di morte per gli ultrasessantenni ad abbassarsi e a essere simile a quello dei più giovani, quando a gennaio era ben 43 volte superiore.
Al momento oltre 32 milioni di persone sono state vaccinate nel Regno Unito, con il governo che adesso sta cominciando a vaccinare i quarantenni, perché ha completato almeno la prima dose per gli anziani, i soggetti vulnerabili e quelli che lavorano nella sanità e nei servizi sociali. Anzi, oltre 8 milioni di cittadini le hanno già ricevute entrambe.
Di fronte alla scoperta degli statistici che un deceduto di Covid su quattro sarebbe probabilmente morto anche senza il virus, per via delle altre patologie che aveva contratto, molti parlamentari hanno avanzato l'ipotesi di ridurre ancora di più le restrizioni in atto. In particolare, Steve Baker, coordinatore del gruppo di ricerca sul Covid dei Conservatori, ha dichiarato al quotidiano The Telegraph che a suo parere si dovrebbe lasciare ancora maggiore libertà ai cittadini. Una proposta che probabilmente non troverà seguito.
Benché il primo ministro, Boris Johnson, guardi con soddisfazione a questa nuova valutazione dei dati, infatti, continua comunque a invitare i cittadini alla calma. Soprattutto dopo che lunedì hanno riaperto i negozi non essenziali, i pub e i ristoranti che hanno spazio all'aperto, con inevitabili file e assembramenti. Comprensibile, dopo tre mesi di clausura forzata, ma pur sempre rischioso, soprattutto adesso che i numeri lasciano sperare in una svolta positiva. Il premier ha già detto ufficialmente che si aspetta un aumento dei casi nelle prossime settimane e che il governo e i suoi consulenti hanno intenzione di monitorare la situazione in modo puntuale. Johnson ha un piano chiaro che prevede il ritorno alla normalità (o quasi) entro il 21 giugno, ma ha già detto che sarebbe pronto a introdurre nuove restrizioni, nel caso in cui i numeri del contagio ricominciassero ad aumentare. Perché comunque il Regno Unito ha già pagato alla pandemia un tributo di 127.000 persone, che è uno dei più alti al mondo. Anche considerando con attenzione da filologi la differenza tra il «di», il «per» e il «con».
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La campagna resta appesa al parere dell'Ema su Janssen dopo il blocco Usa. Potrebbero però volerci giorni. Aifa ipotizza limitazioni. Allarme dal Pirellone sul rifiuto di Az da parte dei cittadini, ma Letizia Moratti smentisce.Secondo l'ufficio statistico del Regno Unito, il 25% dei decessi attribuiti al virus non è stato causato dalla pandemia, ma da altre patologie. Da 15 giorni vittime inferiori a 28.Lo speciale contiene due articoli.Nella battaglia per accelerare le vaccinazioni, il generale Figliuolo forse sarà di nuovo costretto a rivedere «armi» e strategie. Se il blocco di Johnson&Johnson non viene risolto nel giro di pochi giorni, il piano vaccinale rallenterà ancora una volta. Adesso si tratta di 184.000 monodosi arrivate nei magazzini di Pratica di Mare e da lì neppure uscite, ma a giugno ne aspettiamo 7 milioni, nel frattempo forse altre 400.000 dosi. Serviranno per tutti o verranno anche queste destinate agli over 60, come già successo con Astrazeneca? Siamo in attesa di conoscere quali decisioni prenderà la Food and drugs administration, l'Agenzia statunitense del farmaco, dopo aver fermato il vaccino in seguito ai sei casi di trombosi segnalati negli States (su 6,8 milioni di dosi somministrate), ma di certo la Fda non ha la fretta che assilla le Agenzie regolatorie dei singoli Paesi Ue, con pochi vaccini ancora a disposizione. Oltreoceano abbondano le fiale Pfizer, già a gennaio furono consegnate 200 milioni di dosi solo di quell'azienda, invece qui il farmaco monodose J&J - che si conserva facilmente in frigorifero senza bisogno di congelarlo - sembrava l'ideale per velocizzare una campagna che finora ha immunizzato solo 4 milioni di cittadini. Utilizziamo il passato, perché quel vaccino è al momento bloccato, e perché il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini, ha pensato bene di anticipare una possibile strada in salita per il siero statunitense, affermando a Porta a Porta che «le limitazioni sono possibili e ragionevoli», dal momento che «ci sono molte similitudini con il vaccino Astrazeneca». Conclusioni a cui sarebbe giunta anche Patrizia Popoli, presidente della Commissione tecnico scientifica dell'Agenzia italiana del farmaco, che a Rainews24 ha dichiarato: «È verosimile che il vaccino anti Covid di Johnson&Johnson possa essere limitato agli over 60». Quindi in assenza di dati di farmacovigilanza, l'Aifa già raccomanderebbe il nuovo vaccino, il quarto approvato in Italia e per tutti gli over 18, solo per la popolazione più anziana? Gli occhi sono tutti puntati sull'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, la prima a dover sciogliere le riserve su Johnson&Johnson dopo il parere che sarà espresso dalla Fda. L'Ema prevede di «emettere una raccomandazione la prossima settimana», ha fatto sapere. Potrebbe anche agire in autonomia, il tempo è prezioso nel Vecchio Continente e se le conclusioni poi fossero le stesse raggiunte per Astrazeneca, ovvero che i benefici superano i rischi, lo stallo odierno, il blocco di un vaccino che non è ancora stato somministrato nell'Ue sarebbe servito solo a rallentare la campagna di vaccinazione. Oltre a infondere altri dubbi sulla sicurezza di un farmaco anti Covid. Ieri il commissario straordinario per l'emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, comunicava che era iniziata la distribuzione di 1,5 milioni di dosi di Pfizer, «consegne che interesseranno più di 210 strutture sanitarie in tutta Italia» e che si dovrebbero concludere oggi. Non solo, il generale ha annunciato di aver ricevuto «una chiamata dal premier, Mario Draghi, che mi ha comunicato l'arrivo per l'Europa in questo trimestre di 50 milioni di dosi Pfizer in più. Per l'Italia vuol dire oltre 670.000 dosi in più ad aprile, 2 milioni e 150.000 dosi in più a maggio e oltre 4 milioni di dosi in più a giugno». Finalmente una bella notizia, commentava, «il piano va avanti così come l'avevo strutturato, per questo sono davvero contento». Figliuolo si è dichiarato soddisfatto perché «ci sono molte Regioni che stanno per terminare le vaccinazioni degli over 80», ma è chiaramente preoccupato per l'utilizzo che si potrà fare di Johnson&Johnson. «Dal punto di vista scientifico i casi avversi», ha tenuto a precisare, «sono in linea con quelli di qualunque altro farmaco, e i numeri sono incomparabili con quelli dei morti fatti dal coronavirus. Rispetteremo comunque le prescrizioni che arriveranno dall'Ema». In Campania, dove sono arrivate 148.000 dosi di Pfizer, oggi dovrebbero ripartire con maggior intensità le vaccinazioni degli anziani di fascia 70-79 anni ai quali era stato somministrato soprattutto Astrazeneca, farmaco che il governatore Vincenzo De Luca vuole dare «a una popolazione limitata di isole che sono un brand mondiale come Capri e Ischia», una volta completata l'immunizzazione delle categorie più fragili. Per il siero anglosvedese si continuano a registrare rifiuti, anche se non ben quantificati come è capitato ieri in Lombardia dove un «allarme» è stato ridimensionato. Il direttore generale del Welfare della Regione, Giovanni Pavesi, intervenendo in commissione Sanità aveva parlato di un rifiuto che si aggira sul 15%, «ma abbiamo la sensazione che sia una percentuale in crescita», mentre l'assessore al Welfare, Letizia Moratti, poche ore dopo ha ridimensionato i dati. Sarebbero «meno del 5%» i cittadini che lo rifiutano. «Le rinunce a vaccinarsi con Astrazeneca in Lombardia sono irrisorie», ha fatto sapere la vicepresidente della Regione, aggiungendo che «nel corso delle anamnesi i nostri medici stanno ricevendo una crescente domanda di approfondimenti da parte dei cittadini che però, grazie soprattutto alla competenza, alla chiarezza e alle rassicurazioni del personale medico, accettano nella pressoché totalità di farsi vaccinare». In Lombardia si cerca di completare la vaccinazione degli anziani ultraottantenni a domicilio anche con l'aiuto dei medici militari. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/j-j-rallenta-astrazeneca-lombardia-2652585510.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="uno-su-quattro-non-e-morto-di-covid" data-post-id="2652585510" data-published-at="1618440383" data-use-pagination="False"> Uno su quattro non è morto di Covid A volte la preposizione corretta può fare la differenza. Come ha dimostrato la revisione dei dati dei decessi registrati durante la pandemia nel Regno Unito. Nelle ultime ore l'ufficio nazionale di statistica britannico ha segnalato infatti che un quarto dei 127.000 decessi collegati alla pandemia non sono avvenuti «per» il Covid, ma bensì «con» il Covid, in pazienti che avevano altre malattie. Per la precisione nel 23 per cento dei casi la loro morte è stata causata da patologie diverse, anche se il test condotto durante il ricovero ha confermato che erano positivi al coronavirus. Un dettaglio messo nero su bianco nel certificato di morte, ma poi sfuggito probabilmente nel conteggio iniziale. La notizia permette di tirare un sospiro di sollievo, anche perché arriva insieme ad altri dati incoraggianti. Le statistiche quotidiane nel Regno Unito annunciano che da almeno 15 giorni non ci sono stati più di 28 decessi quotidiani legati al Covid. Secondo l'ufficio nazionale di statistica, le morti per Covid adesso sono pari al 4,9 per cento del totale dei decessi registrati in Inghilterra e Galles, quasi nulla rispetto al 45 per cento di gennaio. Anche il numero dei ricoveri sembra essersi ridotto in modo significativo, con medie di 2.537 pazienti in cura per coronavirus e di non più di 230 ricoveri quotidiani. Secondo gli esperti a fare la differenza è la campagna di vaccinazione, che ha portato il rischio di morte per gli ultrasessantenni ad abbassarsi e a essere simile a quello dei più giovani, quando a gennaio era ben 43 volte superiore. Al momento oltre 32 milioni di persone sono state vaccinate nel Regno Unito, con il governo che adesso sta cominciando a vaccinare i quarantenni, perché ha completato almeno la prima dose per gli anziani, i soggetti vulnerabili e quelli che lavorano nella sanità e nei servizi sociali. Anzi, oltre 8 milioni di cittadini le hanno già ricevute entrambe. Di fronte alla scoperta degli statistici che un deceduto di Covid su quattro sarebbe probabilmente morto anche senza il virus, per via delle altre patologie che aveva contratto, molti parlamentari hanno avanzato l'ipotesi di ridurre ancora di più le restrizioni in atto. In particolare, Steve Baker, coordinatore del gruppo di ricerca sul Covid dei Conservatori, ha dichiarato al quotidiano The Telegraph che a suo parere si dovrebbe lasciare ancora maggiore libertà ai cittadini. Una proposta che probabilmente non troverà seguito. Benché il primo ministro, Boris Johnson, guardi con soddisfazione a questa nuova valutazione dei dati, infatti, continua comunque a invitare i cittadini alla calma. Soprattutto dopo che lunedì hanno riaperto i negozi non essenziali, i pub e i ristoranti che hanno spazio all'aperto, con inevitabili file e assembramenti. Comprensibile, dopo tre mesi di clausura forzata, ma pur sempre rischioso, soprattutto adesso che i numeri lasciano sperare in una svolta positiva. Il premier ha già detto ufficialmente che si aspetta un aumento dei casi nelle prossime settimane e che il governo e i suoi consulenti hanno intenzione di monitorare la situazione in modo puntuale. Johnson ha un piano chiaro che prevede il ritorno alla normalità (o quasi) entro il 21 giugno, ma ha già detto che sarebbe pronto a introdurre nuove restrizioni, nel caso in cui i numeri del contagio ricominciassero ad aumentare. Perché comunque il Regno Unito ha già pagato alla pandemia un tributo di 127.000 persone, che è uno dei più alti al mondo. Anche considerando con attenzione da filologi la differenza tra il «di», il «per» e il «con».
Ansa
Ieri abbiamo raccontato che ha intestati circa 90 immobili acquistati alle aste giudiziarie senza dover accendere mutui. Ora La Verità è in grado di svelare che Abu Rawwa per operare ha aperto un’agenzia immobiliare e investe insieme a un giovane palestinese che appartiene a una famiglia molto religiosa e molto attiva nella difesa della causa palestinese. Ben 12 dei 90 immobili di cui è diventato proprietario per via giudiziaria Abu Rawwa, infatti, sono cointestati (al 50%) con Osama Qasim. Otto sono appartamenti. Alloggi residenziali inseriti nello stesso stabile, con metrature diverse e distribuiti su più piani. Blocchi compatti di unità abitative spalmati su tre strade dello stesso comune della provincia di Reggio Emilia: Castellarano.
Il resto delle proprietà non è abitativo. Ci sono due locali di servizio: accessori funzionali alle case. Gli ultimi due immobili sono strutture non ancora definite, volumi ampi, uno dei quali particolarmente esteso: 603 metri quadri. Entrambi i locali non sono pronti per essere abitati, né sono destinati a un uso immediato. Sono spazi da completare o da trasformare. Un’operazione da immobiliaristi.
Abu Rawwa e Qasim compaiono in visure camerali diverse. Il primo è amministratore unico e socio al 100% dell’Immobiliare My home srls, impresa costituita il 6 dicembre 2023 e iscritta al Registro imprese di Modena il 13 dicembre di quello stesso anno. Capitale sociale da 2.000 euro. Attività dichiarata: «Compravendita di beni immobili effettuata su beni propri», con una specificazione ampia che comprende edifici residenziali, non residenziali, strutture commerciali e terreni. La sede legale è a Sassuolo, in circonvallazione Nord Est. Un solo addetto risultante dai dati Inps.
Osama Qasim, nato a Sassuolo il 3 febbraio 1993, è invece amministratore unico della Qasim srls, società costituita il 24 maggio 2022 con capitale sociale da 3.000 euro. Anche qui l’attività prevalente è immobiliare: «Compravendita di beni immobili effettuata su beni propri». La sede è sempre a Sassuolo, in circonvallazione Nord Est, ma il civico è differente. I soci sono tre: Osama (che è il legale rappresentante e nel frattempo gestisce anche una società di ristorazione a Modena) detiene il 20%, Khawla Ghannam (60 anni), la mamma, il 60%, e Zahi Qasim (62 anni), il papà, il 20%. Un nucleo familiare di cui si sono interessati, negli anni, numerosi giornalisti ma anche la polizia. Su Internet si trova ancora un articolo dell’Herald tribune sulla famiglia Qasim, ripreso in Italia dal Secolo XIX, proprio il giornale di Genova. Risale a 20 anni fa, ma è molto interessante. Anche perché ci racconta che la famiglia di Osama è molto religiosa e ha ricevuto nel tempo anche la visita della polizia italiana dopo alcuni attentati dei tagliagole islamici.
Il padre, Zahi, classe 1963, all’epoca era caposquadra in fabbrica a Sassuolo ed era già «uno degli esponenti più impegnati della comunità». Sua moglie, Khawla, era un’insegnante che «parla fluentemente tre lingue». Osama, all’epoca era un bambino di 12 anni. Il cronista scriveva che il fratello, «l’esuberante Ali, un anno, adora gattonare sulle piastrelle della sala, decorata con illustrazioni di proverbi tratti dal Corano». I Qasim non offrirono né cibo, né bevande al giornalista «perché per loro era in corso il Ramadan». «Ci piacerebbe molto essere italiani», aveva dichiarato Ghannam, con indosso «un hijab color porpora». Ed ecco il passaggio più interessante dell’articolo: «La loro vita, sebbene economicamente agiata, è costellata da continui episodi che ricordano loro che non sono pienamente integrati in un Paese che definiscono casa da 20 anni. A seguito degli attentati a Londra di questa estate (del 2005, ndr), Qasim è stato più volte interrogato dalla polizia che gli ha anche perquisito la casa. L’uomo afferma anche che il suo cellulare è sotto controllo. Quando ha invitato a cena alcuni amici di Torino in occasione del Ramadan, la polizia lo ha chiamato per chiedergli chi fossero quelle persone e l’hanno rimproverato di non aver comunicato che avrebbe avuto ospiti. I tentativi di Qasim di comprare un edificio per aprirvi una scuola islamica domenicale sono stati ostacolati per quattro anni dalle istituzioni locali che ritenevano che il luogo non fosse idoneo per via della mancanza di spazi da adibire al parcheggio». Zahi disse: «È chiaro che tutto questo mi dà fastidio: succede perché sono musulmano e non accadrebbe lo stesso se fossi europeo».
Ricordiamo che all’epoca un islamico sospettato di aver preso parte agli attentati di Londra è stato catturato in Italia, dove si era rifugiato. Ghannam ha spiegato che l’inserimento non è stato sempre facile e che «suo figlio è stato spesso preso in giro per il suo nome, Osama, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre». Quando i Qasim si trasferirono nel loro attuale appartamento, «i vicini italiani si mostrarono freddi e ostili. Tuttavia, il loro atteggiamento è migliorato nel tempo». Zahi ha anche dichiarato di «esser sempre stato trattato con rispetto a lavoro, e gli è stato persino consentito di pregare cinque volte al giorno».
L’articolo contiene anche un’altra notizia interessante: «La famiglia ha una casa a Ramallah e torna laggiù durante le vacanze estive». Anche se la famiglia non si sentiva sicura in Israele: «Ci sono aspetti dell’Islam che vanno bene in Palestina, ma non qui», ha concesso l’uomo con il cronista. Ha anche detto di credere che «gli arresti e il coprifuoco siano soltanto serviti ad aggravare la situazione in Francia». E ha spiegato che «è sbagliato ricorrere alla polizia». Il motivo? «Quando parli con gli altri li fai sentire parte della società. Se li fai sentire emarginati, prima o poi si ribelleranno». Alla fine l’intervistato aveva consegnato al cronista il motto che ripeteva al figlio Osama: «Ignora le offese, lavora più sodo dei tuoi compagni. In fondo i palestinesi sono abituati a essere controllati: pensa solo di essere a Ramallah». Papà Qasim è stato un grande animatore del centro «al Medina» (dell’Associazione della comunità islamica di Sassuolo), fondato nel 1993 da un gruppo di migranti nordafricani, chiuso e poi riaperto varie volte. Qui si riunivano per pregare a turni sino a 600 fedeli per volta. Nel 2018 Zahi, a Casalgrande, è stato tra i promotori del Villaggio islamico, che l’associazione islamica di Sassuolo voleva tirare su nell’area di un ex salumificio. E fu proprio Zahi, col piglio dell’immobiliarista, a spiegare: «Abbiamo comprato l’area per un guadagno, come qualsiasi altro cittadino. A Casalgrande, Veggia e Villalunga abbiamo comprato all’asta circa 6-7 appartamenti».
L’idea di acquistare dai tribunali qualche anno dopo è stata fatta propria dal figlio Osama e da Abu Rawwa. Le indagini della Procura di Genova dovranno stabilire se in questo shopping compulsivo c’entri Hamas.
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Ansa
Tema che dovrebbe stare a cuore di chi si batte per la Palestina, e quindi di tanti ProPal. E invece a quanto pare no. Poco importa se il flusso di denaro che dall’Italia è volato a Gaza avrebbe permesso di acquistare armi e immobili anziché portare cibo e servizi ai civili. La propria solidarietà, più che a quanti avrebbero avuto diritto agli aiuti e a quanto pare non li hanno mai ricevuti, meglio portarla al presidente dei palestinesi in Italia. Colui che nell’ipotesi della procura è l’ideatore di una grande operazione di triangolazione di fondi. E così ieri è scattato il tam tam via social e in 200 si sono radunati davanti al carcere Marassi di Genova per gridare contro quella che viene considerata una vera e propria «offensiva contro tutte le realtà e tutti gli attivisti cosiddetti “ProPal” scatenata dalla propaganda di regime». Tra gli organizzatori del meeting solidale, l’Unione democratica arabo palestinese e Si Cobas Genova che in un post spiega l’architettura che muoverebbe l’indagine della procura.
«Già con la repressione degli ultimi mesi […] è emersa chiaramente la volontà di individuare un nuovo nemico pubblico numero uno nella cosiddetta saldatura tra sinistra radicale e islam. Associare tutta la popolazione che ha manifestato e scioperato contro il genocidio palestinese, e in particolare gli organizzatori di queste mobilitazioni, al terrorismo islamico». Il riferimento è alla revoca del permesso di soggiorno ad Abbas, coordinatore sindacale e destinatario di un foglio di via per due anni da Brescia. Già il 12 dicembre, in occasione del provvedimento, Si Cobas aveva lanciato il medesimo slogan. «La vostra repressione non fermerà le nostre lotte». Ben prima della notizia dell’operazione Domino ma tant’è. L’accusa è buona per tutte le stagioni. E tutte le mobilitazioni. Anche a Piacenza, dove una serie di sigle e associazioni puntano il dito contro la regia di Israele. Tra gli altri Usb, Sgb, Laboratorio popolare della cultura e dell’arte, Collettivo Schiaffo, Resisto, Collettivo 26x1, ControTendenza e Una voce per Gaza. «L’impianto accusatorio - commentano - si basa essenzialmente, come scritto dagli stessi inquirenti, su documenti forniti da Israele», posizione ribadita anche dalle sedi locali di Potere al popolo e Rifondazione comunista in linea con quelle nazionali. «Un’indagine basata su documenti forniti da uno Stato accusato di genocidio dagli organismi internazionali e guidato da un premier condannato e ricercato come criminale di guerra, è in partenza completamente squalificata». Iniziata sabato a Milano poche ore dopo la notizia degli arresti al grido di «Liberi subito» e «La solidarietà non è terrorismo», l’onda delle mobilitazioni in soccorso di Hannoun viaggia in parallelo alle adesioni social, come quella di Alaeddine Kaabouri, consigliere comunale di Thiene, Vicenza, sul suo profilo Instagram. «Criminalizzare tutto questo significa colpire l’idea stessa di solidarietà internazionale e trasformare l’aiuto umanitario in un reato. Sostenere il popolo palestinese non è terrorismo: è un dovere umano e politico».
Intanto, oggi Hannoun incontra il Gip per delle dichiarazioni spontanee. Non si sottoporrà a interrogatorio perché non sono ancora stati recapitati tutti gli atti depositati, spiegano gli avvocati Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo che tengono a precisare che l’attivista ha sempre operato in maniera tracciabile e con associazioni registrate, molte delle quali anche in Israele. Spiegano inoltre che non sarebbe stato in procinto di fuggire per la Turchia, come sostenuto dalla procura, perché il viaggio sarebbe stato parte di regolari attività di beneficenza. Dal 7 ottobre 2023 non aveva più possibilità di operare dall’Italia e, a causa del blocco dei conti, doveva portare i contanti in Turchia o in Egitto. In difesa del leader dei palestinesi in Italia, ieri è sceso anche il figlio e alcuni suoi familiari, che hanno preso parte ad un corteo sempre attorno al carcere di Genova dove non sono mancati cori anche contro la premier Giorgia Meloni: «Meloni fascista, sei tu la terrorista».
Se i «fondi per Gaza» finiti ad Hamas abbiano aiutato i palestinesi, lo chiarirà la procura ma certo è che nelle piazze a oggi non si scorge cenno alcuno che entri nel merito delle iniziative «finto benefiche» di Hannoun. Che pur essendo attualmente solo «presunte», con tutti i condizionali del caso, qualora dovessero essere confermate, costituirebbero un vero e proprio tradimento del popolo palestinese in nome del quale si continua a scendere in piazza.
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L’esperto confronta il trentennio 1960-1990, connotato dalla «crescita travolgente dell’industria farmaceutica con un solo obiettivo comune, la quantità e la qualità di vita dell’uomo - il risultato furono 52 nuove classi di farmaci con il 90% delle patologie guarite o cronicizzate» -, con quanto accadde dopo la nascita del marketing farmacologico. «L’obiettivo viene stravolto, diventa fare il massimo fatturato possibile. Parallelamente la politica capisce che la salute è una grande opportunità per rafforzare il potere e acquistare consenso, per cui trasforma il settore in azienda (nascono le Asl), mettendo a capo delle aziende non un medico ma un politico che per incapacità e clientelismo riesce a sopravvivere grazie a tagli feroci di posti letto, di personale medico e attrezzature».
Il risultato è che da allora il malato diventa per i secondi un potenziale elettore, per i primi un consumatore. «In questo contesto la finanza crea le Big Pharma, attraverso fusioni e acquisizioni delle classiche aziende farmaceutiche», interviene Franco Stocco, 35 anni trascorsi nel settore oncologico e poi nelle aree dell’immunologia di colossi quali Farmitalia Carlo Erba, Aventis Pharma, Sanofi. Aggiunge: «Non si limita a questo, ha un obiettivo ben preciso ovvero creare e raggiungere il nuovo enorme mercato, cioè la popolazione sana». Se per un farmaco il mercato non c’è, basta crearlo.
Il terreno di coltura che ha permesso l’evoluzione del pensiero scientifico verso il presente «risiede nella medicalizzazione della società umana, resa possibile dall’elencare un numero pressoché infinito di malattie le quali descrivono non solo una condizione di rischio, ma una specie di allontanamento più o meno marcato da un archetipo di perfezione. Ogni anomalia o devianza o disfunzione sono in definitiva riconducibili a una patologia o a una sindrome».
Per realizzare il progetto di trasformare le persone sane in potenziali malati, l’industria della salute «vende quindi anche “fattori di rischio”». In quest’ottica i vaccini ricoprono un ruolo chiave. Sfruttando il concetto che prevenire è meglio che curare, radicato nell’opinione comune, sono stati proposti o imposti nuovi prodotti «che non sono antigeni ma approcci genici», sottolinea Stocco.
Se la prevenzione è l’imperativo strategico dettato dalla grande industria farmacologica, che margine di azione ci può essere per impedire che a farne le spese sia il cittadino, non paziente afflitto da patologie, ma anche un servizio sanitario inutilmente gravato da diagnosi non necessarie? «Da un lato c’è il problema sociale di far passare il concetto di una sana sanità, non quella di stare bene subito con qualsiasi mezzo, e per questo obiettivo serve tanta informazione. Dall’altro, è necessario che le associazioni scientifiche siano meno influenzabili dalle case farmaceutiche», osserva Maria Rita Gismondo, già direttrice del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano.
L’iper prevenzione «è una tendenza generalizzata», prosegue la professoressa, «basti vede quello che accade quando si consiglia una Rx e il paziente con un minimo di conoscenza chiede: “Ma non è meglio che faccia una risonanza magnetica o una Tac?”. Si chiede una cosa sempre più sofisticata. Sicuramente questo è dovuto alla pressione da parte delle case farmaceutiche che devono vendere sempre più strumenti, test e servizi, ma si fonda anche su un fatto sociale, su un concetto di salute che è cambiato. Se oggi mi alzo con il mal di testa o il mal di schiena non dico aspetto, mi passerà; c’è un abuso di antidolorifici e anti infiammatori. Su questo atteggiamento si fonda la speculazione della Big Pharma, che trova terreno fertile».
Un protocollo di prevenzione deve partire da una possibilità di ricadute positive superiori a quello che è il rischio della falsa diagnosi. Se lo aggiungiamo alla psicosi di un benessere estremizzato, «le conseguenze sono un dispendio di energie economiche e molto stress da parte del paziente».
Per Gismondo, occorre dunque «interrompere la catena deleteria sponsor-sperimentatore. Dall’altra, il ministero della Salute dovrebbe esercitare un controllo maggiore sulle linee guida date dalle associazioni scientifiche perché non si ecceda con i percorsi diagnostici, che rischiano di diventare inutili se non dannosi».
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Roberto Fico (Ansa)
Il partito di Matteo Renzi, a ieri sera, al momento in cui siamo andati in stampa, non aveva ancora raggiunto l’accordo al suo interno sul nome da proporre a Fico; solito marasma nel Pd, dove alla fine due posti su tre in giunta sono stati decisi (Mario Casillo ed Enzo Cuomo) mentre sul terzo è andato in scena lo psicodramma, con Elly Schlein che ha rotto lo schema che prevedeva almeno una donna e ha deciso, a quanto ci risulta, di nominare un terzo uomo (in pole Andrea Morniroli). Per il M5s in pole c’è la deputata Gilda Sportiello, fedelissima di Fico, mentre Vincenzo De Luca dovrebbe riuscire a vincere il braccio di ferro con Fico e ottenere una delega di peso per il suo ex vicepresidente, Fulvio Buonavitacola. Per il Psi certo l’ingresso in giunta di Enzo Maraio, per Avs Fiorella Zabatta, mentre Noi di centro, lista di Clemente Mastella, dovrebbe indicare Maria Carmela Serluca.
«Siamo agli sgoccioli», ha commentato Fico al termine della seduta, «a breve la giunta sarà annunciata. Non ci sono ritardi, la legge ci dice che possono passare fino a dieci giorni dall’insediamento del Consiglio per la nomina della giunta, siamo perfettamente nei tempi. Ci prendiamo il tempo giusto per la migliore giunta possibile. Penso che sia normale che ogni forza politica metta sul tavolo anche le proprie competenze, le proprie volontà e quindi si sta cercando solo un equilibrio giusto nell’interesse dei cittadini campani. Ma se devo dire che ci sono particolari discussioni, no».
Manco a dirlo a centrare il bersaglio al primo colpo è stato invece il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, il cui fratello Massimiliano è stato eletto presidente del Consiglio regionale con 41 voti su 51 presenti. Considerato che il centrodestra ha votato per lui, a Manfredi jr sono mancati una decina di voti della maggioranza. I sospetti si addensano sui consiglieri della lista di Vincenzo De Luca, A testa alta, e su qualche mal di pancia in altre liste. «Nessun soccorso alla maggioranza, ma una scelta politica netta e motivata dal rispetto delle istituzioni e dagli interessi della Campania». Forza Italia, in una nota, «chiarisce» il senso del voto espresso per l’elezione del presidente del Consiglio regionale. «Non abbiamo votato Manfredi per far dispetto a qualcuno», hanno dichiarato capogruppo e vice di Fi, Massimo Pelliccia e Roberto Celano, «ma perché riteniamo che il presidente del Consiglio regionale debba essere la più alta espressione del Consiglio stesso. Una decisione che nasce da una valutazione autonoma e istituzionale. Non abbiamo guardato a quello che faceva De Luca, non ci interessavano dinamiche o contrapposizioni personali. Abbiamo guardato esclusivamente agli interessi dei campani». «A fronte di un’apertura istituzionale del centrodestra che ha votato compatto Manfredi», hanno poi precisato tutti i capigruppo del centrodestra, «dimostrando rigore istituzionale e collaborazione nell’interesse dei cittadini campani, la maggioranza di centrosinistra si lacera nelle sue divisioni interne. I fatti sono chiari nella loro oggettività, il centrosinistra parte male». In realtà anche la Lega è partita con un passo falso: caso più unico che raro un consigliere appena eletto, Mimì Minella, ha abbandonato alla prima seduta il Carroccio e si è iscritto al Misto. I problemi del centrosinistra si sono manifestati plasticamente quando, dopo una sospensione, i cinque consiglieri regionali del gruppo congiunto Casa riformista-Noi di centro non si sono ripresentati in aula. Clamorosa poi la protesta pubblica di Avs che con un comunicato durissimo in serata parla addirittura di «atti di forza che mortificano il confronto democratico e alterano gli equilibri della coalizione» e chiede al governatore di intervenire immediatamente.
Fico ha annunciato il ritiro da parte della Regione della querela contro la trasmissione Rai Report, presentata da Vincenzo De Luca e relativa a un servizio sulla sanità campana: «Per dare un segnale di distensione da subito», ha detto Fico, «annuncio il ritiro della querela. Sosterremo un’informazione locale plurale e di qualità, gli organi di stampa del territorio sono presidi di democrazia. Ognuno deve naturalmente fare il proprio mestiere, ma deve farlo liberamente e senza condizionamenti».
Da parte sua, il candidato del centrodestra sconfitto da Fico, il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, non ha sciolto l’interrogativo sulla sua permanenza in Consiglio come capo dell’opposizione: «Sto qua, sto bene, farò la mia parte», ha detto Cirielli, «poi si prenderanno decisioni ad alto livello istituzionale per garantire il miglior funzionamento del Consiglio regionale».
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