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2023-10-18
Italico Brass: la sua Venezia in mostra a Palazzo Loredan
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Goriziano , classe 1870, come suo padre irredentista convinto, Italico (e del resto, come dicevano i latini, Nomen omen… ) Brass , che sin da bambino dimostrò grande interesse per l’arte, aveva due grande passioni: la pittura e Venezia. Sua musa preferita, la città lagunare (dove si trasferì definitivamente nel 1895, prendendo casa a San Trovaso, nel sestriere di Dorsoduro) divenne la protagonista assoluta dei suoi quadri, tele che raccontano di calli e di campielli, di gondole, regate e canali, di feste, riti e processioni. Di una Venezia che apparteneva ancora ai veneziani, con pochissimi turisti e tanta umanità. Una città popolare, senza distinzioni di classi, che Brass rappresenta in uno stile originale, privo di retorica e sterotipi, nonostante le influenze vedutiste e impressioniste. E’ innegabile, osservando molte delle sue opere (per esempio Il Canal Grande verso la Salute e Caffè Florian), è chiaro il rimando al Canaletto e a Bellotto, a Monet e a Renoir, ma quello che colpisce è la sua modernità, quell’ essere «cronista accurato, divertito e partecipe di ogni aspetto della vita quotidiana [...] », come scrivono Giandomenico Romanelli e Pascaline Vatin, curatori della bella mostra allestita a Palazzo Loredan, un’esposizione che - finalmente - dopo oltre sessant’anni di oblio restituisce a questo artista (ma anche grande mecenate, mercante e collezionista d’arte, frequentatore della «Venezia che conta» e amico di imprenditori, intellettuali, politici e artisti) ingiustamente dimenticato il posto che gli spetta. E che merita.
La mostra e le suggestioni di Hanryette Perl
Organizzato in una serie di «visioni veneziane», il percorso espositivo - che raccoglie un centinaio di opere, di cui molte mai esposte prima, parte del lascito dell’artista alla famiglia - è una sorta di suggestivo, inedito itinerario per la città, una passeggiata in una Venezia rappresentata con un utilizzo magico dei colori e della luce, che fanno sembrare veri l’acqua e il cielo, che creano ombre e sfumano i contorni. Fra le tele più interessanti, Caffè Lavena in Piazza San Marco, dove la basilica e la piazza brulicante fanno da sfondo a un grande tricolore mosso dal vento (quello della bandiera è un tema molto ricorrente in Brass, che fu pittore-reporter nella Grande Guerra e, come ho già sottolineato, irredentista convinto) ; Mascherata / Venezia: passano le maschere, veduta notturna di un campiello veneziano animato da un gruppo di maschere; la delicata Roulotte del coiffeur al Lido, spaccato di una normalissima giornata di veneziani in vacanza…
A rievocare la Venezia di Brass, accanto ai suoi dipinti e alle numerose foto d’epoca che lo ritraggono in famiglia o in momenti particolari della sua vita, le descrizioni e i commenti della traduttrice, autrice e scrittrice di viaggi tedesca Hanryette Perl, fin da piccola frequentatrice dell'Italia e innamorata di Venezia, dove visse per oltre 20 anni. Con lo pseudonimo maschile di Henry, la Perl pubblicò una fortunatissima guida illustrata di Venezia (1894), un intelligente e appassionato percorso in città e il laguna in forma discorsiva, privo di luoghi comuni e con i caratteri, la vita e gli umori della stessa città immortalata nelle tele di Brass: «Guarda questo panorama impareggiabile: qui, a destra, la gigantesca Chiesa della Salute, che staglia la sua mole colossale su questo cielo notturno, e più in là il sottile promontorio bianco che si estende a perdita d’occhio sulla laguna, la Punta della Dogana, con Mercurio che danza così allegramente sul globo dorato. Non è bello? » (Henry Perl, Venezia, 1894).
Una mostra che sorprende quella dedicata a Italico Brass. E non solo per la riscoperta di un artista (nonno di un nipote celebre, Tinto...). Ad arricchirla di suggestioni orientaliste, un profumo, creato appositamente per l’occasione da The Merchant of Venice e le lampade di seta di Fortuny, altro simbolo della vivacità creativa, culturale e artistica della Venezia di inizio secolo.
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Nelle stanze di Palazzo Loredan, sino al 22 dicembre 2023, la prima grande mostra veneziana dedicata a Italico Brass (1870-1943), pittore goriziano acclamato in vita e nel dopoguerra e quasi dimenticato per oltre sessant'anni. Da Piazza San Marco al Lido, passando per processioni e feste popolari, esposte un centinaio di visioni veneziane, in uno straordinario gioco di luci, ombre e di colori vibranti.Goriziano , classe 1870, come suo padre irredentista convinto, Italico (e del resto, come dicevano i latini, Nomen omen… ) Brass , che sin da bambino dimostrò grande interesse per l’arte, aveva due grande passioni: la pittura e Venezia. Sua musa preferita, la città lagunare (dove si trasferì definitivamente nel 1895, prendendo casa a San Trovaso, nel sestriere di Dorsoduro) divenne la protagonista assoluta dei suoi quadri, tele che raccontano di calli e di campielli, di gondole, regate e canali, di feste, riti e processioni. Di una Venezia che apparteneva ancora ai veneziani, con pochissimi turisti e tanta umanità. Una città popolare, senza distinzioni di classi, che Brass rappresenta in uno stile originale, privo di retorica e sterotipi, nonostante le influenze vedutiste e impressioniste. E’ innegabile, osservando molte delle sue opere (per esempio Il Canal Grande verso la Salute e Caffè Florian), è chiaro il rimando al Canaletto e a Bellotto, a Monet e a Renoir, ma quello che colpisce è la sua modernità, quell’ essere «cronista accurato, divertito e partecipe di ogni aspetto della vita quotidiana [...] », come scrivono Giandomenico Romanelli e Pascaline Vatin, curatori della bella mostra allestita a Palazzo Loredan, un’esposizione che - finalmente - dopo oltre sessant’anni di oblio restituisce a questo artista (ma anche grande mecenate, mercante e collezionista d’arte, frequentatore della «Venezia che conta» e amico di imprenditori, intellettuali, politici e artisti) ingiustamente dimenticato il posto che gli spetta. E che merita.La mostra e le suggestioni di Hanryette PerlOrganizzato in una serie di «visioni veneziane», il percorso espositivo - che raccoglie un centinaio di opere, di cui molte mai esposte prima, parte del lascito dell’artista alla famiglia - è una sorta di suggestivo, inedito itinerario per la città, una passeggiata in una Venezia rappresentata con un utilizzo magico dei colori e della luce, che fanno sembrare veri l’acqua e il cielo, che creano ombre e sfumano i contorni. Fra le tele più interessanti, Caffè Lavena in Piazza San Marco, dove la basilica e la piazza brulicante fanno da sfondo a un grande tricolore mosso dal vento (quello della bandiera è un tema molto ricorrente in Brass, che fu pittore-reporter nella Grande Guerra e, come ho già sottolineato, irredentista convinto) ; Mascherata / Venezia: passano le maschere, veduta notturna di un campiello veneziano animato da un gruppo di maschere; la delicata Roulotte del coiffeur al Lido, spaccato di una normalissima giornata di veneziani in vacanza… A rievocare la Venezia di Brass, accanto ai suoi dipinti e alle numerose foto d’epoca che lo ritraggono in famiglia o in momenti particolari della sua vita, le descrizioni e i commenti della traduttrice, autrice e scrittrice di viaggi tedesca Hanryette Perl, fin da piccola frequentatrice dell'Italia e innamorata di Venezia, dove visse per oltre 20 anni. Con lo pseudonimo maschile di Henry, la Perl pubblicò una fortunatissima guida illustrata di Venezia (1894), un intelligente e appassionato percorso in città e il laguna in forma discorsiva, privo di luoghi comuni e con i caratteri, la vita e gli umori della stessa città immortalata nelle tele di Brass: «Guarda questo panorama impareggiabile: qui, a destra, la gigantesca Chiesa della Salute, che staglia la sua mole colossale su questo cielo notturno, e più in là il sottile promontorio bianco che si estende a perdita d’occhio sulla laguna, la Punta della Dogana, con Mercurio che danza così allegramente sul globo dorato. Non è bello? » (Henry Perl, Venezia, 1894).Una mostra che sorprende quella dedicata a Italico Brass. E non solo per la riscoperta di un artista (nonno di un nipote celebre, Tinto...). Ad arricchirla di suggestioni orientaliste, un profumo, creato appositamente per l’occasione da The Merchant of Venice e le lampade di seta di Fortuny, altro simbolo della vivacità creativa, culturale e artistica della Venezia di inizio secolo.
L'edificio dove è avvenuta la strage a Casalotti (Roma). Nel riquadro, Shahadat Hossain (Ansa)
Prosegue senza sosta la caccia a Shahadat Hossain, il bengalese di 43 anni ritenuto dagli investigatori l’autore della strage di Casalotti, a Roma. Dell’uomo sembra essersi persa ogni traccia dopo il triplice omicidio avvenuto nella notte tra venerdì e sabato in un appartamento di via Montiglio, dove sono stati uccisi, a colpi di mannaia, Kamal Uddin Babul, 39 anni, la moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la figlia Islam Arowa. Gravemente ferito anche il figlio ventenne della coppia, unico sopravvissuto al massacro.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e condotte dagli investigatori della squadra mobile, diretti da Roberto Pititto, si muovono su più fronti. Le ricerche sono state estese anche al Regno Unito, dove il ricercato avrebbe la moglie e i figli. Prende corpo anche l’ipotesi che il fuggitivo possa essersi tolto la vita, ragion per cui ricerche coinvolgono il Tevere e i casali abbandonati.
Gli investigatori cercano di ricostruire anche il movente del delitto. L’ipotesi è che tutto sia nato dall’ossessione dell’uomo nei confronti della moglie di Kamal. Hossain frequentava abitualmente l’abitazione di via Montiglio e veniva visto sempre più spesso insieme alla donna, soprattutto quando il marito era al lavoro. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe tentato ancora una volta un approccio sentimentale con la trentottenne, ricevendo però un altro rifiuto. A quel punto avrebbe impugnato una mannaia, scagliandosi prima contro la donna e poi contro la figlia. Il rapporto tra il quarantatreenne, privo di permesso di soggiorno ma con una richiesta di protezione internazionale presentata a Frosinone un anno fa e ancora pendente, e la famiglia era però da tempo al centro dell’attenzione della comunità bengalese.
A confermarlo è Maamoun Maamoun, 55 anni, presidente dell’associazione Brahmanbaria: «Spero che lo prendano al più presto e che sia punito in modo esemplare. Shahadat aveva la moglie e i figli in Inghilterra, ma si era separato. Tutti nella comunità sapevano della relazione con la moglie di Kamal. Pochi giorni prima della tragedia si era tenuta una riunione a Roma per cercare di risolvere la situazione. Kamal era molto arrabbiato perché Hossain continuava a frequentare casa sua cercando la moglie. L’obiettivo era convincerlo ad allontanarsi definitivamente dal quartiere», afferma il presidente. Anche le testimonianze raccolte nel quartiere confermano questa ricostruzione. Diversi residenti raccontano che Hossain accompagnava spesso la donna a fare la spesa e la seguiva quando usciva con la bambina. «Era come se volesse controllarla. Entrava nel nostro locale senza consumare nulla. Succedeva spesso», raccontano dal bar della zona. Tra gli elementi al vaglio della Squadra mobile c’è anche l’ultimo messaggio pubblicato dal killer sul proprio profilo Facebook, circa 24 ore prima della strage. Alle 21.33 del 25 giugno aveva scritto: «Un uomo non muore da solo» e «Dovresti morire con i tuoi cari quando muori. Così nessuno deve soffrire per nessuno». Hossain, domiciliato a Frosinone, secondo gli investigatori sarebbe partito proprio dal capoluogo ciociaro per raggiungere Roma. L’uomo ricercato avrebbe ricoperto in passato incarichi nel Bangladesh nationalist party (Bnp), sia nell’organizzazione italiana sia nel comitato estero del movimento, partecipando all’inizio di giugno a un convegno a Roma in qualità di relatore. Nei prossimi giorni saranno eseguite le autopsie sui corpi delle tre vittime, mentre gli investigatori ritengono fondamentale la testimonianza del figlio ventenne, unico sopravvissuto al massacro.
Sul piano politico, il consigliere municipale di Fratelli d’Italia Marco Giovagnorio attacca la Giunta del Municipio XIII, accusandola di non aver espresso cordoglio per la tragedia e di aver diffuso, nelle stesse ore del triplice omicidio, video di una festa organizzata dal Municipio. Secondo l’esponente di Fdi, gli eventi celebrativi avrebbero dovuto essere sospesi in segno di rispetto per le vittime, la comunità bengalese e l’intero quartiere di Casalotti.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.