
L’attacco è arrivato all’improvviso nella notte tra mercoledì e giovedì scorso quando i jihadisti dello Stato islamico, usando droni e mortai, hanno assaltato l’aeroporto internazionale civile Diori Hamani di Niamey, la capitale del Niger. Un obiettivo non casuale, visto che li si trova la base 101 dell’aeronautica militare; il quartier generale della Forza unificata anti jihadista composta da Niger, Burkina Faso e Mali della Confederazione degli stati del Sahel (Aes); una base per droni; i mercenari russi dell’Africa Corps e, soprattutto, un contingente di circa 250 militari italiani. Gli unici soldati occidentali rimasti in Niger.
«La priorità assoluta resta la sicurezza del personale italiano e dei nostri militari della Missione italiana di supporto in Niger (Misin), che non risultano coinvolti», aveva detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nelle ore immediatamente successive all’attacco. La realtà però sarebbe diversa. Non solo guardando le foto satellitari, che mostrano come almeno tre tetti dell’aeroporto sarebbero stati colpiti, ma soprattutto leggendo il rapporto stilato, all’interno dell’ambasciata, il 29 gennaio scorso. A parlare sono il maresciallo ordinario MZ, il vice brigadiere FF, il primo graduato dell’esercito MM e la prima graduata dell’esercito AA.
Attorno alle 21.30 i quattro si stanno dirigendo verso l’aeroporto perché AA ha necessità di tornare in patria per importanti motivi familiari. È un tragitto come tanti altri, magari fatto con un po’ più di spensieratezza del solito. Si muovono scortati «da una pattuglia della locale gendarmeria nazionale». Passano due ore e AA ha già oltrepassato i controlli insieme a MZ e MM. Mancano meno di due ore alla partenza. Lasciano le armi in auto, dove resta FF, per entrare nella zona franca dell’aeroporto.
Dieci minuti dopo la mezzanotte, però, la situazione precipita. Si sentono i primi colpi di mortaio e da fuoco «provenienti da armi lunghe». MZ e MM si precipitano fuori dalla zona franca per recuperare le armi. «Una volta fuori», si legge nel report, «i colpi d’arma da fuoco si facevano sempre più fitti e la squadra si è trovata improvvisamente in mezzo a un forte cono di fuoco che proveniva dalla zona parcheggi verso l’ingresso dell’aeroporto. MZ decideva pertanto di chiudere l’autovettura (della quale non si riusciva a chiudere il finestrino lato passeggero per un malfunzionamento) e di entrare velocemente all’interno del palazzo aeroportuale per trovare un riparo idoneo che potesse consentire di comprendere esattamente quello che stava accadendo». L’attacco però non accenna a finire. Anzi. L’artiglieria pesante colpisce sempre più forte. Le forze nigerine lasciano le loro postazioni. I tre militari italiani capiscono che c’è solo una cosa da fare: andare a recuperare la loro collega nella zona franca. «Notavamo che l’azione di fuoco stava disintegrando i vetri della struttura aeroportuale, fattore che ha poi impedito l’immediato recupero della AA che, su disposizione della polizia aeroportuale nigerina, si era sdraiata a terra insieme agli altri passeggeri in attesa».
I militari riescono però a recuperarla, staccandola dagli altri passeggeri. Tornano all’auto, presa d’assalto da alcuni nigerini che la vorrebbero usare per scappare. Allontanano la folla e riescono a partire, «diretti verso il gate interno che collega l’aeroporto civile con la base AB101 dove è ubicata la Base Italia della missione Misin». Arrivano al gate. L’odore di polvere da sparo riempie l’aria. Non c’è nessuno a controllare. Prendono così «l’uscita principale dell’aeroporto» e si dirigono «verso il gate principale d’accesso alla base AB101 (e di conseguenza alla Base Italia della Misin). Giunti all’uscita dell’aeroporto, le forze armate nigerine ci intimavano di arrestare la corsa ma, nonostante ciò, abbiamo proseguito sino a giungere dinanzi all’ingresso principale della AB101 dove, dopo esserci qualificati come italiani e membri della Misin, le guardie nigerine hanno tassativamente negato l’accesso».
Resta solo una cosa da fare: andare all’ambasciata italiana a Niamey. Chiamano e avvisano il personale diplomatico. Il maresciallo dei carabinieri Antimo Puca, «resosi immediatamente conto della gravità di quanto accaduto, forniva indicazioni dettagliate e progressive sulle vie da seguire al fine di raggiungere la sede diplomatica in condizioni di sicurezza, riducendo al minimo il tempo di esposizione al pericolo della squadra, considerato anche l’utilizzo di un veicoli non blindato».
Qui, i quattro militari vengono accolti dall’ambasciatore Roberto Orlando e dal generale di brigata dei carabinieri Mauro Conte. Questo è quello che è successo nella notte tra mercoledì e giovedì scorso. Tre soldati italiani si sono trovati sotto il fuoco dei jihadisti, mettendo davanti a tutto il recupero delle armi e la salvezza di una collega. I loro nomi solo la Difesa li sa. E, forse, dovrebbe pensare di dare loro una medaglia.






