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2023-02-05
L’Iss manda al massacro i suoi stessi ricercatori pur di assolvere i vaccini
Imagoeconomica
Alla faccia della scienza libera. L’articolo che invitava a riconsiderare il calcolo rischi/benefici delle vaccinazioni anti Covid, uscito su Pathogens e vergato da tre ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, ha mandato su tutte le furie l’ente guidato da Silvio Brusaferro. Più probabilmente, la scintilla è scoccata perché il testo è finito sulle colonne della Verità, anziché rimanere confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Si era capito: finché se ne discute tra cervelloni, qualche posizione eterodossa può essere tollerata. Ma pubblicamente, del dio vaccino, si devono solo tessere le lodi.
Ieri, inopinatamente, l’Iss ha diffuso una nota durissima contro gli autori del pezzo. «Analisi lacunosa e parziale», ha tuonato sul suo sito l’organismo, precisando che l’articolo «riporta esclusivamente l’opinione personale degli autori»; che la «rassegna della letteratura» proposta dagli scienziati è «arbitraria»; che «l’interpretazione dei dati è del tutto personale», poiché, in alcuni casi, essi «citano studi arrivando a conclusioni opposte rispetto a quelle di chi li ha condotti»; e che il lavoro «è stato inviato alla rivista senza seguire la procedura di valutazione» pretesa dallo stesso Iss. In pratica, i luminari avrebbero spedito a Pathogens il loro scritto prima di richiederne l’approvazione all’istituto stesso.
Un errore? Una leggerezza? Un’omissione colposa? Quale che sia la verità, il problema sembra più di natura burocratica che sostanziale.
La questione, al contrario, appare cruciale per l’ente. L’editor del giornale svizzero sul quale è uscito il paper, Roberto Paganelli, si è visto quindi recapitare un comunicato, firmato dal presidente Brusaferro e da due dirigenti, Patrizia Popoli e Stefano Pieretti, nel quale si ribadisce che il testo è stato inoltrato «eludendo la valutazione scientifica e il processo di approvazione richiesti dalle linee guida sull’integrità della ricerca». Avendo aggirato la trafila, l’opera va considerata «come un punto di vista personale degli autori». Soprattutto, i pezzi da novanta dell’Iss insistono sul fatto che «l’articolo non è abbastanza oggettivo» e chiedono a Pathogens addirittura di «pubblicare il disclaimer per proteggere il ruolo istituzionale dell’Istituto superiore di sanità, le sue regole di funzionamento interno sull’integrità della ricerca e il suo lavoro a vantaggio e tutela della salute pubblica italiana». Evidentemente, parlare di effetti avversi delle iniezioni e cure Covid integra una minaccia alla sanità del nostro Paese.
Una delle autrici, Loredana Frasca, raggiunta dalla Verità, è comprensibilmente irritata per la mossa dell’Iss: «Sono assunta dal 2006», ci ha riferito, «e Brusaferro, guarda caso, si accorge di me adesso. Non mi avevano nemmeno avvisata che stavano trasmettendo quelle osservazioni all’editor del giornale: potevano inoltrarmi un’email, io le leggo anche nel fine settimana…».
Per ciò che concerne le contestazioni sul via libera al paper, la studiosa garantisce che l’iter della discordia «è stato sempre un proforma e nessuno è mai andato nel merito. Di solito approviamo dopo o durante la pubblicazione. Qui sembra sia diventata meno importante la qualità del lavoro». Su quella, la ricercatrice non nutre alcun dubbio: «Che il rapporto rischi/benefici del vaccino vada riconsiderato sono pronta a riscriverlo. In più, il mio capo reparto, Pieretti, era al corrente di cosa stavo facendo già da settembre. E mi ha incoraggiata a proseguire». Non è finita: «Pieretti aveva commentato il mio progetto osservando che la scienza progredisce proprio tramite l’accumulazione di nuove prove. Mi aveva fatto un esempio: “Se la tachipirina fa male, noi dobbiamo saperlo”». Il punto è se anche la gente abbia diritto di sapere. Alle persone vanno raccontate (ig)nobili bugie, pur di convincerle a sottoporsi ancora alla giostra dei richiami? Intanto, la dottoressa Frasca è stata convocata a un incontro con i suoi superiori, che devono parlarle di «questioni importanti». Non conosciamo ulteriori dettagli; c’è in vista una lavata di capo?
Tutta la vicenda sorprende e sconcerta, perché fa comprendere bene quanto si sia spinta in là la propaganda per i vaccini. L’imperativo è promuoverli contro ogni evidenza e considerazione di buon senso: alla fine, il paper di Pathogens si limitava a contestare la policy dei booster perenni, alla luce delle più recenti evidenze sugli effetti collaterali, specie su chi è affetto da malattie autoimmuni, delle terapie disponibili e della minore patogenicità di Omicron e delle sue sottovarianti, peraltro in una popolazione già largamente protetta.
Viva i preparati a mRna, sempre e comunque, anche a costo di umiliare personale qualificato, che da anni lavora per l’Iss. È così che si tutela la salute pubblica?
Più miocarditi post siero che da virus
Il rischio di miocardite è risultato più alto nella popolazione vaccinata con un farmaco a mRna, che nei malati di Covid. È una delle conclusioni dell’ampio studio di coorte pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) e compiuto in quattro Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia).
Dopo aver osservato, dal 1° gennaio 2018 all’ultima data di follow-up nel 2022 (31 gennaio per la Svezia, 13 marzo per la Finlandia, 27 aprile per la Norvegia e 30 aprile per la Danimarca), un gruppo di 7.292 persone over 12 ricoverate con una diagnosi di miocardite di nuova insorgenza, la condizione infiammatoria del muscolo cardiaco era risultata più frequente in coloro che avevano ricevuto un vaccino a Rna messaggero.
Ben 530 (7,3%) sono stati classificati come affetti da miocardite associata a una vaccinazione, che usa un codice genetico per istruire le cellule del nostro corpo a produrre proteine che poi il sistema immunitario riconoscerà come estranee producendo anticorpi; 109 (1,5%) erano invece i soggetti con miocardite associata a malattia Covid-19.
Per completezza dei dati forniti, il maggior numero delle persone, ovvero 6.653 (91,2%) che facevano parte dello studio di coorte avevano evidenziato altri tipi di miocardite (né da vaccino, né da Covid). Le persone vaccinate contro il Covid o che avevano contratto la malattia, ovviamente, sono state incluse nell’osservazione solo nel periodo 2020-2022.
Significativa la tabella del rischio relativo di insufficienza cardiaca o di morte entro 90 giorni di follow-up dal ricovero in ospedale per miocardite di nuova insorgenza. Nei soggetti con miocardite associata alla vaccinazione a mRna Sars-CoV-2, si erano conteggiate 22 diagnosi di insufficienza cardiaca, quasi il doppio delle 12 riscontrate nelle miocarditi associate alla malattia da Covid-19.
Certo, i ricercatori dei dipartimenti di epidemiologia, sanità pubblica, del controllo infezioni e vaccini, e del centro cardiopolmonare dei quattro Paesi coinvolti, dichiarano di aver scoperto che la miocardite post vaccinazione con vaccini a mRna «era associata a un minor rischio di insufficienza cardiaca entro 90 giorni dal ricovero in ospedale», rispetto alla miocardite convenzionale e alla miocardite dopo la malattia da Covid-19. Quindi, con migliori esiti clinici entro 90 giorni dal ricovero in ospedale.
Però sono gli stessi autori ad ammettere: «Sebbene il nostro studio abbia costantemente suggerito che gli esiti della miocardite dopo la vaccinazione fossero meno gravi rispetto ad altri tipi di miocardite, abbiamo riscontrato solo differenze minime nel rischio relativo di riammissione in ospedale entro 90 giorni per tipo di miocardite».
E che studi futuri, su pazienti che hanno sviluppato miocardite dopo un vaccino a mRna, «dovrebbero mirare a un periodo di follow-up esteso di almeno un anno». Occorre monitorarli per un periodo più lungo, accertando lo scompenso cardiaco misurando la disfunzione ventricolare sistolica e /o diastolica, valutando le cicatrici del cuore attraverso la risonanza magnetica cardiaca, l’aritmia cardiaca e impiegando test per i biomarcatori cardiaci.
Come aveva riportato il mese scorso La Verità, uno studio dell’Università di Taiwan pubblicato su PubMed, che riguarda i cambiamenti dei parametri dell’elettrocardiogramma dopo la vaccinazione con Pfizer, in 4.928 studenti dai 12 ai 18 anni delle scuole superiori della capitale Taipei, mostrava dati molto diversi a seconda dell’utilizzo o meno dell’Ecg, prima e post vaccino nel presentare «un’elevata sensibilità e specificità per rilevare effetti avversi cardiaci significativi», legati a un vaccino a mRna.
Tornando allo studio nordico, rimane, dunque, preoccupante, il numero di persone che hanno avuto una miocardite come effetto collaterale della vaccinazione anti Covid effettuata nei 28 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi. In fascia 12-24 anni, 202 persone (38,1% su 530), hanno sofferto infiammazione della tonaca muscolare chiamata miocardio, lo strato intermedio della parete del cuore; in fascia 25-39, i colpiti sono stati 138 (26%) e 190 (35,8%) gli over 40.
Nelle stesse classi di età, hanno avuto miocardite dopo l’infezione Covid contratta nei 28 giorni precedenti, rispettivamente 19 persone (17,4% su 109), 29 (26,6%) e 61 (56%). La malattia infiammatoria del miocardio ha colpito più i vaccinati nella fascia fino ai 24 anni, mentre nei soggetti dai 25 ai 39 anni è stato pressoché simile l’effetto da vaccino e da infezione Covid.
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L’ente si dissocia da tre dipendenti «rei» di uno studio sgradito. Dati Covid: tra i vaccinati 5 volte più miocarditi che tra i malati.Rischio superiore dopo la puntura rispetto alla malattia. Infiammazione meno grave negli inoculati, ma l’indagine specifica: «Necessario monitorare più a lungo i casi».Lo speciale contiene due articoli.Alla faccia della scienza libera. L’articolo che invitava a riconsiderare il calcolo rischi/benefici delle vaccinazioni anti Covid, uscito su Pathogens e vergato da tre ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, ha mandato su tutte le furie l’ente guidato da Silvio Brusaferro. Più probabilmente, la scintilla è scoccata perché il testo è finito sulle colonne della Verità, anziché rimanere confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Si era capito: finché se ne discute tra cervelloni, qualche posizione eterodossa può essere tollerata. Ma pubblicamente, del dio vaccino, si devono solo tessere le lodi. Ieri, inopinatamente, l’Iss ha diffuso una nota durissima contro gli autori del pezzo. «Analisi lacunosa e parziale», ha tuonato sul suo sito l’organismo, precisando che l’articolo «riporta esclusivamente l’opinione personale degli autori»; che la «rassegna della letteratura» proposta dagli scienziati è «arbitraria»; che «l’interpretazione dei dati è del tutto personale», poiché, in alcuni casi, essi «citano studi arrivando a conclusioni opposte rispetto a quelle di chi li ha condotti»; e che il lavoro «è stato inviato alla rivista senza seguire la procedura di valutazione» pretesa dallo stesso Iss. In pratica, i luminari avrebbero spedito a Pathogens il loro scritto prima di richiederne l’approvazione all’istituto stesso. Un errore? Una leggerezza? Un’omissione colposa? Quale che sia la verità, il problema sembra più di natura burocratica che sostanziale. La questione, al contrario, appare cruciale per l’ente. L’editor del giornale svizzero sul quale è uscito il paper, Roberto Paganelli, si è visto quindi recapitare un comunicato, firmato dal presidente Brusaferro e da due dirigenti, Patrizia Popoli e Stefano Pieretti, nel quale si ribadisce che il testo è stato inoltrato «eludendo la valutazione scientifica e il processo di approvazione richiesti dalle linee guida sull’integrità della ricerca». Avendo aggirato la trafila, l’opera va considerata «come un punto di vista personale degli autori». Soprattutto, i pezzi da novanta dell’Iss insistono sul fatto che «l’articolo non è abbastanza oggettivo» e chiedono a Pathogens addirittura di «pubblicare il disclaimer per proteggere il ruolo istituzionale dell’Istituto superiore di sanità, le sue regole di funzionamento interno sull’integrità della ricerca e il suo lavoro a vantaggio e tutela della salute pubblica italiana». Evidentemente, parlare di effetti avversi delle iniezioni e cure Covid integra una minaccia alla sanità del nostro Paese. Una delle autrici, Loredana Frasca, raggiunta dalla Verità, è comprensibilmente irritata per la mossa dell’Iss: «Sono assunta dal 2006», ci ha riferito, «e Brusaferro, guarda caso, si accorge di me adesso. Non mi avevano nemmeno avvisata che stavano trasmettendo quelle osservazioni all’editor del giornale: potevano inoltrarmi un’email, io le leggo anche nel fine settimana…». Per ciò che concerne le contestazioni sul via libera al paper, la studiosa garantisce che l’iter della discordia «è stato sempre un proforma e nessuno è mai andato nel merito. Di solito approviamo dopo o durante la pubblicazione. Qui sembra sia diventata meno importante la qualità del lavoro». Su quella, la ricercatrice non nutre alcun dubbio: «Che il rapporto rischi/benefici del vaccino vada riconsiderato sono pronta a riscriverlo. In più, il mio capo reparto, Pieretti, era al corrente di cosa stavo facendo già da settembre. E mi ha incoraggiata a proseguire». Non è finita: «Pieretti aveva commentato il mio progetto osservando che la scienza progredisce proprio tramite l’accumulazione di nuove prove. Mi aveva fatto un esempio: “Se la tachipirina fa male, noi dobbiamo saperlo”». Il punto è se anche la gente abbia diritto di sapere. Alle persone vanno raccontate (ig)nobili bugie, pur di convincerle a sottoporsi ancora alla giostra dei richiami? Intanto, la dottoressa Frasca è stata convocata a un incontro con i suoi superiori, che devono parlarle di «questioni importanti». Non conosciamo ulteriori dettagli; c’è in vista una lavata di capo?Tutta la vicenda sorprende e sconcerta, perché fa comprendere bene quanto si sia spinta in là la propaganda per i vaccini. L’imperativo è promuoverli contro ogni evidenza e considerazione di buon senso: alla fine, il paper di Pathogens si limitava a contestare la policy dei booster perenni, alla luce delle più recenti evidenze sugli effetti collaterali, specie su chi è affetto da malattie autoimmuni, delle terapie disponibili e della minore patogenicità di Omicron e delle sue sottovarianti, peraltro in una popolazione già largamente protetta. Viva i preparati a mRna, sempre e comunque, anche a costo di umiliare personale qualificato, che da anni lavora per l’Iss. È così che si tutela la salute pubblica?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iss-massacro-ricercatori-assolvere-vaccini-2659373549.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-miocarditi-post-siero-che-da-virus" data-post-id="2659373549" data-published-at="1675583664" data-use-pagination="False"> Più miocarditi post siero che da virus Il rischio di miocardite è risultato più alto nella popolazione vaccinata con un farmaco a mRna, che nei malati di Covid. È una delle conclusioni dell’ampio studio di coorte pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) e compiuto in quattro Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia). Dopo aver osservato, dal 1° gennaio 2018 all’ultima data di follow-up nel 2022 (31 gennaio per la Svezia, 13 marzo per la Finlandia, 27 aprile per la Norvegia e 30 aprile per la Danimarca), un gruppo di 7.292 persone over 12 ricoverate con una diagnosi di miocardite di nuova insorgenza, la condizione infiammatoria del muscolo cardiaco era risultata più frequente in coloro che avevano ricevuto un vaccino a Rna messaggero. Ben 530 (7,3%) sono stati classificati come affetti da miocardite associata a una vaccinazione, che usa un codice genetico per istruire le cellule del nostro corpo a produrre proteine che poi il sistema immunitario riconoscerà come estranee producendo anticorpi; 109 (1,5%) erano invece i soggetti con miocardite associata a malattia Covid-19. Per completezza dei dati forniti, il maggior numero delle persone, ovvero 6.653 (91,2%) che facevano parte dello studio di coorte avevano evidenziato altri tipi di miocardite (né da vaccino, né da Covid). Le persone vaccinate contro il Covid o che avevano contratto la malattia, ovviamente, sono state incluse nell’osservazione solo nel periodo 2020-2022. Significativa la tabella del rischio relativo di insufficienza cardiaca o di morte entro 90 giorni di follow-up dal ricovero in ospedale per miocardite di nuova insorgenza. Nei soggetti con miocardite associata alla vaccinazione a mRna Sars-CoV-2, si erano conteggiate 22 diagnosi di insufficienza cardiaca, quasi il doppio delle 12 riscontrate nelle miocarditi associate alla malattia da Covid-19. Certo, i ricercatori dei dipartimenti di epidemiologia, sanità pubblica, del controllo infezioni e vaccini, e del centro cardiopolmonare dei quattro Paesi coinvolti, dichiarano di aver scoperto che la miocardite post vaccinazione con vaccini a mRna «era associata a un minor rischio di insufficienza cardiaca entro 90 giorni dal ricovero in ospedale», rispetto alla miocardite convenzionale e alla miocardite dopo la malattia da Covid-19. Quindi, con migliori esiti clinici entro 90 giorni dal ricovero in ospedale. Però sono gli stessi autori ad ammettere: «Sebbene il nostro studio abbia costantemente suggerito che gli esiti della miocardite dopo la vaccinazione fossero meno gravi rispetto ad altri tipi di miocardite, abbiamo riscontrato solo differenze minime nel rischio relativo di riammissione in ospedale entro 90 giorni per tipo di miocardite». E che studi futuri, su pazienti che hanno sviluppato miocardite dopo un vaccino a mRna, «dovrebbero mirare a un periodo di follow-up esteso di almeno un anno». Occorre monitorarli per un periodo più lungo, accertando lo scompenso cardiaco misurando la disfunzione ventricolare sistolica e /o diastolica, valutando le cicatrici del cuore attraverso la risonanza magnetica cardiaca, l’aritmia cardiaca e impiegando test per i biomarcatori cardiaci. Come aveva riportato il mese scorso La Verità, uno studio dell’Università di Taiwan pubblicato su PubMed, che riguarda i cambiamenti dei parametri dell’elettrocardiogramma dopo la vaccinazione con Pfizer, in 4.928 studenti dai 12 ai 18 anni delle scuole superiori della capitale Taipei, mostrava dati molto diversi a seconda dell’utilizzo o meno dell’Ecg, prima e post vaccino nel presentare «un’elevata sensibilità e specificità per rilevare effetti avversi cardiaci significativi», legati a un vaccino a mRna. Tornando allo studio nordico, rimane, dunque, preoccupante, il numero di persone che hanno avuto una miocardite come effetto collaterale della vaccinazione anti Covid effettuata nei 28 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi. In fascia 12-24 anni, 202 persone (38,1% su 530), hanno sofferto infiammazione della tonaca muscolare chiamata miocardio, lo strato intermedio della parete del cuore; in fascia 25-39, i colpiti sono stati 138 (26%) e 190 (35,8%) gli over 40. Nelle stesse classi di età, hanno avuto miocardite dopo l’infezione Covid contratta nei 28 giorni precedenti, rispettivamente 19 persone (17,4% su 109), 29 (26,6%) e 61 (56%). La malattia infiammatoria del miocardio ha colpito più i vaccinati nella fascia fino ai 24 anni, mentre nei soggetti dai 25 ai 39 anni è stato pressoché simile l’effetto da vaccino e da infezione Covid.
Persone guardano i loro telefoni per strada durante un'interruzione di corrente a L'Avana (Ansa)
Ci stanno pensando i cubani, in effetti, a protestare per le strade inneggiando alla libertà e urlando «abbasso il comunismo», dopo il crollo quasi totale del National electric system (Sen) mercoledì scorso, che ha lasciato gran parte del Paese senza elettricità. La disconnessione dell’impianto di Guiteras, il più grande di Cuba, ha innescato una reazione a catena che ha destabilizzato la rete elettrica nazionale che, sebbene gradualmente ripristinata, continua a funzionare a singhiozzo: le interruzioni di corrente superano le 20 ore al giorno e interessano abitazioni private, approvvigionamento idrico, trasporti e conservazione degli alimenti.
La crisi energetica è dovuta a una combinazione di fattori strutturali: centrali termoelettriche vetuste e malfunzionanti, scarsa manutenzione, carenza di carburante. Il sistema elettrico cubano è in agonia, non essendo in grado di fornire quotidianamente più di 1.500/1.600 megawatt. Il colpo finale lo ha dato la pressione esercitata dagli Stati Uniti sui Paesi e sulle società che forniscono carburante al regime, dopo la cattura di Nicolás Maduro che per anni ne aveva garantito la sopravvivenza.
Il 29 gennaio, Trump ha firmato un ordine esecutivo che definisce il governo cubano una «minaccia straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, misura che consente sanzioni economiche volte a limitare la fornitura di petrolio all’isola. Allo stesso tempo, i membri del Congresso cubano-americani e gli attivisti esiliati insistono sulla pressione interna ed esterna e stanno esortando i cubani a protestare per accelerare il crollo del regime.
«Non hanno soldi. Non hanno più niente in questo momento», ha detto Trump ai giornalisti, «abbiamo tagliato tutto il petrolio, tutto il denaro, tutto ciò che arrivava dal Venezuela». È da gennaio, inoltre, che l’amministrazione Trump è alla ricerca di alti funzionari del governo cubano che possano favorire il crollo del regime comunista «entro la fine dell’anno», forti del fatto che l’economia di Cuba è vicina al collasso e che il governo non è mai stato così fragile dopo aver perso l’appoggio vitale di Maduro. Dall’altra sponda del mar dei Caraibi, il procuratore federale della Florida Jason Reding Quinones ha creato un gruppo di lavoro che include funzionari del dipartimento del Tesoro, dell’Fbi e della Dea per raccogliere prove per mettere in piedi procedimenti penali contro i leader del governo cubano e del Partito comunista per potenziali crimini legati a droghe, immigrazione e altre violazioni: lo stesso fratello di Fidel Castro, Raul, 94 anni, è stato recentemente incriminato dal dipartimento di Giustizia Usa per il suo coinvolgimento diretto nell’abbattimento di due aerei civili nientemeno che nel 1996.
Dopo l’arresto di Maduro e l’insediamento a capo del Paese della sua più flessibile vicepresidente, Delcy Rodriguez - operazione lampo che ha consentito la deposizione di un leader ostile assicurando agli Usa l’accesso a vaste riserve petrolifere senza spargimento di sangue americano - ora l’amministrazione Trump è alla ricerca del/della «Delcy of Cuba».
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Siamo d’accordissimo: la festa della donna non si celebra solo l’8 marzo. Si dovrebbe aggiungere che la donna è di per sé una festa, ma noi ci adeguiamo un po’ alla moda della consuetudine: mimose e promesse di rispetto che invece deve diventare codice quotidiano! Per darvi un’idea sfiziosa e veloce che serve a portare a tavola un omaggio alla femminilità ecco questo appetizer che può essere un’ottima entrata, un compagno dell’aperitivo, un felice intermezzo.
Ingredienti – 4 uova XXL, 120 gr di tonno sott’olio peso sgocciolato, un cucchiaio di capperi sotto sale, due filetti di acciughe, 70 gr di maionese già fatta, un ciuffo di prezzemolo.
Procedimento – Mettete a lessare le uova partendo da acqua fredda, dalla presa del bollore cuocete per 8 minuti. Dissalate bene i capperi. Nel frattempo fate un trito finissimo di prezzemolo, capperi e acciughe. Sgocciolate bene il tonno. Quando le uova sono a punto, freddatele, sgusciatele e con l’aiuto di un coltello ben affilato e bagnato dividetele a metà per la lunghezza. Estraete i tuorli e raccoglieteli in una ciottola dove li sbriciolerete con le mani. In un'altra ciotola unite tonno, maionese e battuto di prezzemolo acciughe e capperi con un’esigua parte dei rossi d’uovo sbriciolati. Mescolate bene e poi riempite con questo composto le metà delle uova che sistemerete nel vassoio di portata cospargendole poi con i rossi d’uovo sbriciolati che vi daranno uno scenografico effetto mimosa.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di amalgamare tutti gli ingredienti per la farcitura delle uova.
Abbinamento – Per la sua solarità abbiamo scelto dalla Sicilia un Grillo spumante metodo Martinotti. Per esaltare la territorialità scegliete spumanti da vitigni autoctoni: una Passerina, un Bellone, un Durello, un Torbato. S’intende che vanno benissimo tutti i Prosecco. Abbinate comunque spumanti di non eccessiva struttura.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani durante le comunicazioni del governo sulla crisi in Iran (Ansa)
«Noi lavoriamo, per quanto possibile, all’obiettivo di ridurre le tensioni e verificare se vi sia ancora una possibilità di riprendere i negoziati», ha proseguito, sottolineando di essersi confrontata con Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer per evitare «un’ulteriore escalation». Tutto questo, mentre Guido Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza con i vertici militari e i rappresentanti dell’industria delle armi per «rafforzare le difese».
Nel frattempo, Donald Trump continua ad aumentare la pressione militare sull’Iran. «Oggi l’Iran sarà colpito duramente!», ha tuonato ieri su Truth. «A causa del cattivo comportamento dell’Iran, sto prendendo seriamente in considerazione la distruzione completa e la morte certa di aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi», ha aggiunto. L’inquilino della Casa Bianca ha anche rivendicato il merito del fatto che il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, si sia scusato con i Paesi del Golfo per gli attacchi di Teheran nei loro confronti. «L’Iran, che è stato colpito a morte, si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non sparerà più contro di loro. Questa promessa è stata fatta solo a causa dell’incessante attacco di Usa e Israele», ha affermato, per poi proseguire: «L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente».
Sempre ieri, il presidente americano ha anche reso noto che gli Usa hanno distrutto 42 navi della Marina iraniana e annientato le telecomunicazioni del regime. È d’altronde in questo quadro che Washington non solo starebbe schierando in Medio Oriente dei sistemi antidrone già testati in Ucraina ma sarebbe anche pronta a inviare nella regione una terza portaerei: la George H.W. Bush. Sempre ieri, Trump ha altresì parlato dei sei soldati statunitensi rimasti uccisi durante l’operazione contro l’Iran. «Andrò a Dover, in una situazione molto triste, per salutare le famiglie degli eroi che tornano dall’Iran e che tornano a casa in un modo diverso da come pensavano», ha detto prima di recarsi nella base di Dover, in Delaware, dove si sarebbe tenuta la cerimonia per il rientro delle salme.
Tuttavia, per quanto continui a martellare militarmente l’Iran, il presidente non sembra intenzionato ad attuare un regime change alla Bush jr. Secondo il Washington Post, un rapporto redatto dal National Intelligence Council statunitense prima dell’attacco, avrebbe sottolineato l’improbabilità di conseguire un cambio di regime, anche in presenza di un’offensiva su larga scala. Inoltre, parlando l’altro ieri con la Cnn, Trump ha aperto a due possibilità, e cioè che il prossimo governo di Teheran sia guidato da un religioso e che il futuro assetto istituzionale del Paese non sia di natura democratica. La stessa Casa Bianca ha chiarito che, quando il presidente ha parlato di «resa incondizionata» dell’Iran, si riferiva alla necessità di farlo cessare di essere una minaccia per gli Usa.
Ciò detto, secondo Nbc News, Trump avrebbe privatamente aperto all’ipotesi di inviare soldati statunitensi in territorio iraniano. Tuttavia, stando alla testata, l’idea non sarebbe quella di un’invasione su larga scala. In realtà, il presidente starebbe pensando di schierare un «piccolo contingente» da usare «per specifici scopi strategici». Non solo. Secondo Nbc News, Trump auspicherebbe anche che il prossimo governo iraniano cooperi con Washington nella produzione di petrolio, secondo il modello messo in campo a Caracas dopo la cattura di Nicolas Maduro.
L’inquilino della Casa Bianca sembra quindi propenso a una soluzione venezuelana: in altre parole, dopo aver decapitato e sdentato il regime khomeinista, punta a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Un simile scenario, per quanto non facile da attuare, garantirebbe a Washington di evitare costose operazioni di nation building. È anche in quest’ottica che, alcuni giorni fa, Trump ha chiesto di essere «coinvolto» nella scelta del successore di Ali Khamenei a Guida suprema dell’Iran. Il punto è che Israele sembra scettico sulla soluzione venezuelana, preferendo un regime change classico. «Siamo ottimisti sulla capacità di far crollare il regime», ha detto ieri un funzionario dello Stato ebraico. Questo pare confermare che Trump e Netanyahu non siano attualmente in sintonia sul futuro politico dell’Iran.
Nel frattempo, il ministero della Difesa britannico ha reso noto che il Regno Unito ha messo a disposizione degli Usa le sue basi per «specifiche operazioni difensive volte a impedire all’Iran di lanciare missili nella regione». Il via libera di Londra è arrivato dopo che, negli scorsi giorni, Trump si era lamentato della scarsa assistenza fornita da Starmer alla Casa Bianca nell’operazione contro Teheran.
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