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2023-02-05
L’Iss manda al massacro i suoi stessi ricercatori pur di assolvere i vaccini
Imagoeconomica
Alla faccia della scienza libera. L’articolo che invitava a riconsiderare il calcolo rischi/benefici delle vaccinazioni anti Covid, uscito su Pathogens e vergato da tre ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, ha mandato su tutte le furie l’ente guidato da Silvio Brusaferro. Più probabilmente, la scintilla è scoccata perché il testo è finito sulle colonne della Verità, anziché rimanere confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Si era capito: finché se ne discute tra cervelloni, qualche posizione eterodossa può essere tollerata. Ma pubblicamente, del dio vaccino, si devono solo tessere le lodi.
Ieri, inopinatamente, l’Iss ha diffuso una nota durissima contro gli autori del pezzo. «Analisi lacunosa e parziale», ha tuonato sul suo sito l’organismo, precisando che l’articolo «riporta esclusivamente l’opinione personale degli autori»; che la «rassegna della letteratura» proposta dagli scienziati è «arbitraria»; che «l’interpretazione dei dati è del tutto personale», poiché, in alcuni casi, essi «citano studi arrivando a conclusioni opposte rispetto a quelle di chi li ha condotti»; e che il lavoro «è stato inviato alla rivista senza seguire la procedura di valutazione» pretesa dallo stesso Iss. In pratica, i luminari avrebbero spedito a Pathogens il loro scritto prima di richiederne l’approvazione all’istituto stesso.
Un errore? Una leggerezza? Un’omissione colposa? Quale che sia la verità, il problema sembra più di natura burocratica che sostanziale.
La questione, al contrario, appare cruciale per l’ente. L’editor del giornale svizzero sul quale è uscito il paper, Roberto Paganelli, si è visto quindi recapitare un comunicato, firmato dal presidente Brusaferro e da due dirigenti, Patrizia Popoli e Stefano Pieretti, nel quale si ribadisce che il testo è stato inoltrato «eludendo la valutazione scientifica e il processo di approvazione richiesti dalle linee guida sull’integrità della ricerca». Avendo aggirato la trafila, l’opera va considerata «come un punto di vista personale degli autori». Soprattutto, i pezzi da novanta dell’Iss insistono sul fatto che «l’articolo non è abbastanza oggettivo» e chiedono a Pathogens addirittura di «pubblicare il disclaimer per proteggere il ruolo istituzionale dell’Istituto superiore di sanità, le sue regole di funzionamento interno sull’integrità della ricerca e il suo lavoro a vantaggio e tutela della salute pubblica italiana». Evidentemente, parlare di effetti avversi delle iniezioni e cure Covid integra una minaccia alla sanità del nostro Paese.
Una delle autrici, Loredana Frasca, raggiunta dalla Verità, è comprensibilmente irritata per la mossa dell’Iss: «Sono assunta dal 2006», ci ha riferito, «e Brusaferro, guarda caso, si accorge di me adesso. Non mi avevano nemmeno avvisata che stavano trasmettendo quelle osservazioni all’editor del giornale: potevano inoltrarmi un’email, io le leggo anche nel fine settimana…».
Per ciò che concerne le contestazioni sul via libera al paper, la studiosa garantisce che l’iter della discordia «è stato sempre un proforma e nessuno è mai andato nel merito. Di solito approviamo dopo o durante la pubblicazione. Qui sembra sia diventata meno importante la qualità del lavoro». Su quella, la ricercatrice non nutre alcun dubbio: «Che il rapporto rischi/benefici del vaccino vada riconsiderato sono pronta a riscriverlo. In più, il mio capo reparto, Pieretti, era al corrente di cosa stavo facendo già da settembre. E mi ha incoraggiata a proseguire». Non è finita: «Pieretti aveva commentato il mio progetto osservando che la scienza progredisce proprio tramite l’accumulazione di nuove prove. Mi aveva fatto un esempio: “Se la tachipirina fa male, noi dobbiamo saperlo”». Il punto è se anche la gente abbia diritto di sapere. Alle persone vanno raccontate (ig)nobili bugie, pur di convincerle a sottoporsi ancora alla giostra dei richiami? Intanto, la dottoressa Frasca è stata convocata a un incontro con i suoi superiori, che devono parlarle di «questioni importanti». Non conosciamo ulteriori dettagli; c’è in vista una lavata di capo?
Tutta la vicenda sorprende e sconcerta, perché fa comprendere bene quanto si sia spinta in là la propaganda per i vaccini. L’imperativo è promuoverli contro ogni evidenza e considerazione di buon senso: alla fine, il paper di Pathogens si limitava a contestare la policy dei booster perenni, alla luce delle più recenti evidenze sugli effetti collaterali, specie su chi è affetto da malattie autoimmuni, delle terapie disponibili e della minore patogenicità di Omicron e delle sue sottovarianti, peraltro in una popolazione già largamente protetta.
Viva i preparati a mRna, sempre e comunque, anche a costo di umiliare personale qualificato, che da anni lavora per l’Iss. È così che si tutela la salute pubblica?
Più miocarditi post siero che da virus
Il rischio di miocardite è risultato più alto nella popolazione vaccinata con un farmaco a mRna, che nei malati di Covid. È una delle conclusioni dell’ampio studio di coorte pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) e compiuto in quattro Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia).
Dopo aver osservato, dal 1° gennaio 2018 all’ultima data di follow-up nel 2022 (31 gennaio per la Svezia, 13 marzo per la Finlandia, 27 aprile per la Norvegia e 30 aprile per la Danimarca), un gruppo di 7.292 persone over 12 ricoverate con una diagnosi di miocardite di nuova insorgenza, la condizione infiammatoria del muscolo cardiaco era risultata più frequente in coloro che avevano ricevuto un vaccino a Rna messaggero.
Ben 530 (7,3%) sono stati classificati come affetti da miocardite associata a una vaccinazione, che usa un codice genetico per istruire le cellule del nostro corpo a produrre proteine che poi il sistema immunitario riconoscerà come estranee producendo anticorpi; 109 (1,5%) erano invece i soggetti con miocardite associata a malattia Covid-19.
Per completezza dei dati forniti, il maggior numero delle persone, ovvero 6.653 (91,2%) che facevano parte dello studio di coorte avevano evidenziato altri tipi di miocardite (né da vaccino, né da Covid). Le persone vaccinate contro il Covid o che avevano contratto la malattia, ovviamente, sono state incluse nell’osservazione solo nel periodo 2020-2022.
Significativa la tabella del rischio relativo di insufficienza cardiaca o di morte entro 90 giorni di follow-up dal ricovero in ospedale per miocardite di nuova insorgenza. Nei soggetti con miocardite associata alla vaccinazione a mRna Sars-CoV-2, si erano conteggiate 22 diagnosi di insufficienza cardiaca, quasi il doppio delle 12 riscontrate nelle miocarditi associate alla malattia da Covid-19.
Certo, i ricercatori dei dipartimenti di epidemiologia, sanità pubblica, del controllo infezioni e vaccini, e del centro cardiopolmonare dei quattro Paesi coinvolti, dichiarano di aver scoperto che la miocardite post vaccinazione con vaccini a mRna «era associata a un minor rischio di insufficienza cardiaca entro 90 giorni dal ricovero in ospedale», rispetto alla miocardite convenzionale e alla miocardite dopo la malattia da Covid-19. Quindi, con migliori esiti clinici entro 90 giorni dal ricovero in ospedale.
Però sono gli stessi autori ad ammettere: «Sebbene il nostro studio abbia costantemente suggerito che gli esiti della miocardite dopo la vaccinazione fossero meno gravi rispetto ad altri tipi di miocardite, abbiamo riscontrato solo differenze minime nel rischio relativo di riammissione in ospedale entro 90 giorni per tipo di miocardite».
E che studi futuri, su pazienti che hanno sviluppato miocardite dopo un vaccino a mRna, «dovrebbero mirare a un periodo di follow-up esteso di almeno un anno». Occorre monitorarli per un periodo più lungo, accertando lo scompenso cardiaco misurando la disfunzione ventricolare sistolica e /o diastolica, valutando le cicatrici del cuore attraverso la risonanza magnetica cardiaca, l’aritmia cardiaca e impiegando test per i biomarcatori cardiaci.
Come aveva riportato il mese scorso La Verità, uno studio dell’Università di Taiwan pubblicato su PubMed, che riguarda i cambiamenti dei parametri dell’elettrocardiogramma dopo la vaccinazione con Pfizer, in 4.928 studenti dai 12 ai 18 anni delle scuole superiori della capitale Taipei, mostrava dati molto diversi a seconda dell’utilizzo o meno dell’Ecg, prima e post vaccino nel presentare «un’elevata sensibilità e specificità per rilevare effetti avversi cardiaci significativi», legati a un vaccino a mRna.
Tornando allo studio nordico, rimane, dunque, preoccupante, il numero di persone che hanno avuto una miocardite come effetto collaterale della vaccinazione anti Covid effettuata nei 28 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi. In fascia 12-24 anni, 202 persone (38,1% su 530), hanno sofferto infiammazione della tonaca muscolare chiamata miocardio, lo strato intermedio della parete del cuore; in fascia 25-39, i colpiti sono stati 138 (26%) e 190 (35,8%) gli over 40.
Nelle stesse classi di età, hanno avuto miocardite dopo l’infezione Covid contratta nei 28 giorni precedenti, rispettivamente 19 persone (17,4% su 109), 29 (26,6%) e 61 (56%). La malattia infiammatoria del miocardio ha colpito più i vaccinati nella fascia fino ai 24 anni, mentre nei soggetti dai 25 ai 39 anni è stato pressoché simile l’effetto da vaccino e da infezione Covid.
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L’ente si dissocia da tre dipendenti «rei» di uno studio sgradito. Dati Covid: tra i vaccinati 5 volte più miocarditi che tra i malati.Rischio superiore dopo la puntura rispetto alla malattia. Infiammazione meno grave negli inoculati, ma l’indagine specifica: «Necessario monitorare più a lungo i casi».Lo speciale contiene due articoli.Alla faccia della scienza libera. L’articolo che invitava a riconsiderare il calcolo rischi/benefici delle vaccinazioni anti Covid, uscito su Pathogens e vergato da tre ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, ha mandato su tutte le furie l’ente guidato da Silvio Brusaferro. Più probabilmente, la scintilla è scoccata perché il testo è finito sulle colonne della Verità, anziché rimanere confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Si era capito: finché se ne discute tra cervelloni, qualche posizione eterodossa può essere tollerata. Ma pubblicamente, del dio vaccino, si devono solo tessere le lodi. Ieri, inopinatamente, l’Iss ha diffuso una nota durissima contro gli autori del pezzo. «Analisi lacunosa e parziale», ha tuonato sul suo sito l’organismo, precisando che l’articolo «riporta esclusivamente l’opinione personale degli autori»; che la «rassegna della letteratura» proposta dagli scienziati è «arbitraria»; che «l’interpretazione dei dati è del tutto personale», poiché, in alcuni casi, essi «citano studi arrivando a conclusioni opposte rispetto a quelle di chi li ha condotti»; e che il lavoro «è stato inviato alla rivista senza seguire la procedura di valutazione» pretesa dallo stesso Iss. In pratica, i luminari avrebbero spedito a Pathogens il loro scritto prima di richiederne l’approvazione all’istituto stesso. Un errore? Una leggerezza? Un’omissione colposa? Quale che sia la verità, il problema sembra più di natura burocratica che sostanziale. La questione, al contrario, appare cruciale per l’ente. L’editor del giornale svizzero sul quale è uscito il paper, Roberto Paganelli, si è visto quindi recapitare un comunicato, firmato dal presidente Brusaferro e da due dirigenti, Patrizia Popoli e Stefano Pieretti, nel quale si ribadisce che il testo è stato inoltrato «eludendo la valutazione scientifica e il processo di approvazione richiesti dalle linee guida sull’integrità della ricerca». Avendo aggirato la trafila, l’opera va considerata «come un punto di vista personale degli autori». Soprattutto, i pezzi da novanta dell’Iss insistono sul fatto che «l’articolo non è abbastanza oggettivo» e chiedono a Pathogens addirittura di «pubblicare il disclaimer per proteggere il ruolo istituzionale dell’Istituto superiore di sanità, le sue regole di funzionamento interno sull’integrità della ricerca e il suo lavoro a vantaggio e tutela della salute pubblica italiana». Evidentemente, parlare di effetti avversi delle iniezioni e cure Covid integra una minaccia alla sanità del nostro Paese. Una delle autrici, Loredana Frasca, raggiunta dalla Verità, è comprensibilmente irritata per la mossa dell’Iss: «Sono assunta dal 2006», ci ha riferito, «e Brusaferro, guarda caso, si accorge di me adesso. Non mi avevano nemmeno avvisata che stavano trasmettendo quelle osservazioni all’editor del giornale: potevano inoltrarmi un’email, io le leggo anche nel fine settimana…». Per ciò che concerne le contestazioni sul via libera al paper, la studiosa garantisce che l’iter della discordia «è stato sempre un proforma e nessuno è mai andato nel merito. Di solito approviamo dopo o durante la pubblicazione. Qui sembra sia diventata meno importante la qualità del lavoro». Su quella, la ricercatrice non nutre alcun dubbio: «Che il rapporto rischi/benefici del vaccino vada riconsiderato sono pronta a riscriverlo. In più, il mio capo reparto, Pieretti, era al corrente di cosa stavo facendo già da settembre. E mi ha incoraggiata a proseguire». Non è finita: «Pieretti aveva commentato il mio progetto osservando che la scienza progredisce proprio tramite l’accumulazione di nuove prove. Mi aveva fatto un esempio: “Se la tachipirina fa male, noi dobbiamo saperlo”». Il punto è se anche la gente abbia diritto di sapere. Alle persone vanno raccontate (ig)nobili bugie, pur di convincerle a sottoporsi ancora alla giostra dei richiami? Intanto, la dottoressa Frasca è stata convocata a un incontro con i suoi superiori, che devono parlarle di «questioni importanti». Non conosciamo ulteriori dettagli; c’è in vista una lavata di capo?Tutta la vicenda sorprende e sconcerta, perché fa comprendere bene quanto si sia spinta in là la propaganda per i vaccini. L’imperativo è promuoverli contro ogni evidenza e considerazione di buon senso: alla fine, il paper di Pathogens si limitava a contestare la policy dei booster perenni, alla luce delle più recenti evidenze sugli effetti collaterali, specie su chi è affetto da malattie autoimmuni, delle terapie disponibili e della minore patogenicità di Omicron e delle sue sottovarianti, peraltro in una popolazione già largamente protetta. Viva i preparati a mRna, sempre e comunque, anche a costo di umiliare personale qualificato, che da anni lavora per l’Iss. È così che si tutela la salute pubblica?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iss-massacro-ricercatori-assolvere-vaccini-2659373549.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-miocarditi-post-siero-che-da-virus" data-post-id="2659373549" data-published-at="1675583664" data-use-pagination="False"> Più miocarditi post siero che da virus Il rischio di miocardite è risultato più alto nella popolazione vaccinata con un farmaco a mRna, che nei malati di Covid. È una delle conclusioni dell’ampio studio di coorte pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) e compiuto in quattro Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia). Dopo aver osservato, dal 1° gennaio 2018 all’ultima data di follow-up nel 2022 (31 gennaio per la Svezia, 13 marzo per la Finlandia, 27 aprile per la Norvegia e 30 aprile per la Danimarca), un gruppo di 7.292 persone over 12 ricoverate con una diagnosi di miocardite di nuova insorgenza, la condizione infiammatoria del muscolo cardiaco era risultata più frequente in coloro che avevano ricevuto un vaccino a Rna messaggero. Ben 530 (7,3%) sono stati classificati come affetti da miocardite associata a una vaccinazione, che usa un codice genetico per istruire le cellule del nostro corpo a produrre proteine che poi il sistema immunitario riconoscerà come estranee producendo anticorpi; 109 (1,5%) erano invece i soggetti con miocardite associata a malattia Covid-19. Per completezza dei dati forniti, il maggior numero delle persone, ovvero 6.653 (91,2%) che facevano parte dello studio di coorte avevano evidenziato altri tipi di miocardite (né da vaccino, né da Covid). Le persone vaccinate contro il Covid o che avevano contratto la malattia, ovviamente, sono state incluse nell’osservazione solo nel periodo 2020-2022. Significativa la tabella del rischio relativo di insufficienza cardiaca o di morte entro 90 giorni di follow-up dal ricovero in ospedale per miocardite di nuova insorgenza. Nei soggetti con miocardite associata alla vaccinazione a mRna Sars-CoV-2, si erano conteggiate 22 diagnosi di insufficienza cardiaca, quasi il doppio delle 12 riscontrate nelle miocarditi associate alla malattia da Covid-19. Certo, i ricercatori dei dipartimenti di epidemiologia, sanità pubblica, del controllo infezioni e vaccini, e del centro cardiopolmonare dei quattro Paesi coinvolti, dichiarano di aver scoperto che la miocardite post vaccinazione con vaccini a mRna «era associata a un minor rischio di insufficienza cardiaca entro 90 giorni dal ricovero in ospedale», rispetto alla miocardite convenzionale e alla miocardite dopo la malattia da Covid-19. Quindi, con migliori esiti clinici entro 90 giorni dal ricovero in ospedale. Però sono gli stessi autori ad ammettere: «Sebbene il nostro studio abbia costantemente suggerito che gli esiti della miocardite dopo la vaccinazione fossero meno gravi rispetto ad altri tipi di miocardite, abbiamo riscontrato solo differenze minime nel rischio relativo di riammissione in ospedale entro 90 giorni per tipo di miocardite». E che studi futuri, su pazienti che hanno sviluppato miocardite dopo un vaccino a mRna, «dovrebbero mirare a un periodo di follow-up esteso di almeno un anno». Occorre monitorarli per un periodo più lungo, accertando lo scompenso cardiaco misurando la disfunzione ventricolare sistolica e /o diastolica, valutando le cicatrici del cuore attraverso la risonanza magnetica cardiaca, l’aritmia cardiaca e impiegando test per i biomarcatori cardiaci. Come aveva riportato il mese scorso La Verità, uno studio dell’Università di Taiwan pubblicato su PubMed, che riguarda i cambiamenti dei parametri dell’elettrocardiogramma dopo la vaccinazione con Pfizer, in 4.928 studenti dai 12 ai 18 anni delle scuole superiori della capitale Taipei, mostrava dati molto diversi a seconda dell’utilizzo o meno dell’Ecg, prima e post vaccino nel presentare «un’elevata sensibilità e specificità per rilevare effetti avversi cardiaci significativi», legati a un vaccino a mRna. Tornando allo studio nordico, rimane, dunque, preoccupante, il numero di persone che hanno avuto una miocardite come effetto collaterale della vaccinazione anti Covid effettuata nei 28 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi. In fascia 12-24 anni, 202 persone (38,1% su 530), hanno sofferto infiammazione della tonaca muscolare chiamata miocardio, lo strato intermedio della parete del cuore; in fascia 25-39, i colpiti sono stati 138 (26%) e 190 (35,8%) gli over 40. Nelle stesse classi di età, hanno avuto miocardite dopo l’infezione Covid contratta nei 28 giorni precedenti, rispettivamente 19 persone (17,4% su 109), 29 (26,6%) e 61 (56%). La malattia infiammatoria del miocardio ha colpito più i vaccinati nella fascia fino ai 24 anni, mentre nei soggetti dai 25 ai 39 anni è stato pressoché simile l’effetto da vaccino e da infezione Covid.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 15 aprile con Carlo Cambi
Papa Leone XIV (Ansa)
Ha ribadito che la dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Egli ha precisato che la democrazia rappresenta «una delle più alte espressioni del potere legittimo» e che essa non deve essere ridotta a una «mera procedura», poiché il suo valore risiede nel riconoscimento della dignità di ogni persona e nella partecipazione attiva di ciascun cittadino al bene della collettività. Tuttavia, ha sottolineato il Papa, la democrazia «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». In assenza di tali fondamenti, essa rischia di degradarsi in «una tirannia della maggioranza o in una maschera del dominio delle élite economiche e tecnologiche». Queste parole confermano come il Papa, e con lui la Chiesa, intervenga nel dibattito politico non come un attore di parte, ma come un’autorità morale che indica la via della giustizia e della virtù, necessarie per evitare che la concentrazione del potere nelle mani di pochi minacci la pace e la partecipazione dei popoli.
Questa missione di testimonianza morale e spirituale è stata rappresentata anche ieri in Algeria, dove appunto si è aperto il viaggio africano che proseguirà oggi in Camerun. Ieri Leone XIV si è recato ad Annaba, l’antica Ippona, compiendo quello che è stato definito come un ritorno alle origini della sua vocazione. Come «figlio di Sant’Agostino», che fu vescovo di questa città tra il 396 e il 430, il Papa ha visitato il sito archeologico nonostante il forte maltempo. Presso le rovine della Basilica Pacis, dove Agostino esercitò il suo ministero, il Pontefice ha deposto una corona di fiori, accompagnato dai canti in latino, berbero e arabo della corale locale, incentrati sui temi della pace e della fratellanza.
Particolarmente significativo è stato l’incontro privato con le suore agostiniane missionarie a Bab El Oued. In questo popoloso comune di Algeri, il Papa ha reso omaggio alla memoria di suor Esther Paniagua e suor Caridad Álvarez Martín Alonso, martiri uccise nel 1994 durante la guerra civile. Rivolgendosi alle religiose, il Papa ha sottolineato che il martirio e la testimonianza sono dimensioni iscritte nel cuore della vita agostiniana e che la loro presenza in terra algerina è un segno prezioso. Egli ha richiamato l’eredità del Vescovo di Ippona, che ancora oggi insegna come sia «possibile vivere in pace, valorizzando le differenze» e promuovendo il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
Infine, sempre ieri, è stata diffusa la lettera che il Papa ha inviato ai cardinali per convocare il prossimo Concistoro, fissato per il 26-27 giugno 2026. Leone ha tracciato le linee guida del lavoro che li aspetta, ponendo al centro l’esortazione Evangelii gaudium del predecessore Francesco. Il Papa chiede una missione che sia «cristocentrica e kerigmatica», capace di ricentrare l’identità cristiana sull’annuncio del cuore del Vangelo. Tra i principali punti di lavoro figurano la necessità di riformare i percorsi di iniziazione cristiana e l’urgenza di rendere la comunicazione ecclesiale, inclusa quella della Santa Sede, più chiaramente orientata alla missione.
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Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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