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2023-02-05
L’Iss manda al massacro i suoi stessi ricercatori pur di assolvere i vaccini
Imagoeconomica
Alla faccia della scienza libera. L’articolo che invitava a riconsiderare il calcolo rischi/benefici delle vaccinazioni anti Covid, uscito su Pathogens e vergato da tre ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, ha mandato su tutte le furie l’ente guidato da Silvio Brusaferro. Più probabilmente, la scintilla è scoccata perché il testo è finito sulle colonne della Verità, anziché rimanere confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Si era capito: finché se ne discute tra cervelloni, qualche posizione eterodossa può essere tollerata. Ma pubblicamente, del dio vaccino, si devono solo tessere le lodi.
Ieri, inopinatamente, l’Iss ha diffuso una nota durissima contro gli autori del pezzo. «Analisi lacunosa e parziale», ha tuonato sul suo sito l’organismo, precisando che l’articolo «riporta esclusivamente l’opinione personale degli autori»; che la «rassegna della letteratura» proposta dagli scienziati è «arbitraria»; che «l’interpretazione dei dati è del tutto personale», poiché, in alcuni casi, essi «citano studi arrivando a conclusioni opposte rispetto a quelle di chi li ha condotti»; e che il lavoro «è stato inviato alla rivista senza seguire la procedura di valutazione» pretesa dallo stesso Iss. In pratica, i luminari avrebbero spedito a Pathogens il loro scritto prima di richiederne l’approvazione all’istituto stesso.
Un errore? Una leggerezza? Un’omissione colposa? Quale che sia la verità, il problema sembra più di natura burocratica che sostanziale.
La questione, al contrario, appare cruciale per l’ente. L’editor del giornale svizzero sul quale è uscito il paper, Roberto Paganelli, si è visto quindi recapitare un comunicato, firmato dal presidente Brusaferro e da due dirigenti, Patrizia Popoli e Stefano Pieretti, nel quale si ribadisce che il testo è stato inoltrato «eludendo la valutazione scientifica e il processo di approvazione richiesti dalle linee guida sull’integrità della ricerca». Avendo aggirato la trafila, l’opera va considerata «come un punto di vista personale degli autori». Soprattutto, i pezzi da novanta dell’Iss insistono sul fatto che «l’articolo non è abbastanza oggettivo» e chiedono a Pathogens addirittura di «pubblicare il disclaimer per proteggere il ruolo istituzionale dell’Istituto superiore di sanità, le sue regole di funzionamento interno sull’integrità della ricerca e il suo lavoro a vantaggio e tutela della salute pubblica italiana». Evidentemente, parlare di effetti avversi delle iniezioni e cure Covid integra una minaccia alla sanità del nostro Paese.
Una delle autrici, Loredana Frasca, raggiunta dalla Verità, è comprensibilmente irritata per la mossa dell’Iss: «Sono assunta dal 2006», ci ha riferito, «e Brusaferro, guarda caso, si accorge di me adesso. Non mi avevano nemmeno avvisata che stavano trasmettendo quelle osservazioni all’editor del giornale: potevano inoltrarmi un’email, io le leggo anche nel fine settimana…».
Per ciò che concerne le contestazioni sul via libera al paper, la studiosa garantisce che l’iter della discordia «è stato sempre un proforma e nessuno è mai andato nel merito. Di solito approviamo dopo o durante la pubblicazione. Qui sembra sia diventata meno importante la qualità del lavoro». Su quella, la ricercatrice non nutre alcun dubbio: «Che il rapporto rischi/benefici del vaccino vada riconsiderato sono pronta a riscriverlo. In più, il mio capo reparto, Pieretti, era al corrente di cosa stavo facendo già da settembre. E mi ha incoraggiata a proseguire». Non è finita: «Pieretti aveva commentato il mio progetto osservando che la scienza progredisce proprio tramite l’accumulazione di nuove prove. Mi aveva fatto un esempio: “Se la tachipirina fa male, noi dobbiamo saperlo”». Il punto è se anche la gente abbia diritto di sapere. Alle persone vanno raccontate (ig)nobili bugie, pur di convincerle a sottoporsi ancora alla giostra dei richiami? Intanto, la dottoressa Frasca è stata convocata a un incontro con i suoi superiori, che devono parlarle di «questioni importanti». Non conosciamo ulteriori dettagli; c’è in vista una lavata di capo?
Tutta la vicenda sorprende e sconcerta, perché fa comprendere bene quanto si sia spinta in là la propaganda per i vaccini. L’imperativo è promuoverli contro ogni evidenza e considerazione di buon senso: alla fine, il paper di Pathogens si limitava a contestare la policy dei booster perenni, alla luce delle più recenti evidenze sugli effetti collaterali, specie su chi è affetto da malattie autoimmuni, delle terapie disponibili e della minore patogenicità di Omicron e delle sue sottovarianti, peraltro in una popolazione già largamente protetta.
Viva i preparati a mRna, sempre e comunque, anche a costo di umiliare personale qualificato, che da anni lavora per l’Iss. È così che si tutela la salute pubblica?
Più miocarditi post siero che da virus
Il rischio di miocardite è risultato più alto nella popolazione vaccinata con un farmaco a mRna, che nei malati di Covid. È una delle conclusioni dell’ampio studio di coorte pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) e compiuto in quattro Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia).
Dopo aver osservato, dal 1° gennaio 2018 all’ultima data di follow-up nel 2022 (31 gennaio per la Svezia, 13 marzo per la Finlandia, 27 aprile per la Norvegia e 30 aprile per la Danimarca), un gruppo di 7.292 persone over 12 ricoverate con una diagnosi di miocardite di nuova insorgenza, la condizione infiammatoria del muscolo cardiaco era risultata più frequente in coloro che avevano ricevuto un vaccino a Rna messaggero.
Ben 530 (7,3%) sono stati classificati come affetti da miocardite associata a una vaccinazione, che usa un codice genetico per istruire le cellule del nostro corpo a produrre proteine che poi il sistema immunitario riconoscerà come estranee producendo anticorpi; 109 (1,5%) erano invece i soggetti con miocardite associata a malattia Covid-19.
Per completezza dei dati forniti, il maggior numero delle persone, ovvero 6.653 (91,2%) che facevano parte dello studio di coorte avevano evidenziato altri tipi di miocardite (né da vaccino, né da Covid). Le persone vaccinate contro il Covid o che avevano contratto la malattia, ovviamente, sono state incluse nell’osservazione solo nel periodo 2020-2022.
Significativa la tabella del rischio relativo di insufficienza cardiaca o di morte entro 90 giorni di follow-up dal ricovero in ospedale per miocardite di nuova insorgenza. Nei soggetti con miocardite associata alla vaccinazione a mRna Sars-CoV-2, si erano conteggiate 22 diagnosi di insufficienza cardiaca, quasi il doppio delle 12 riscontrate nelle miocarditi associate alla malattia da Covid-19.
Certo, i ricercatori dei dipartimenti di epidemiologia, sanità pubblica, del controllo infezioni e vaccini, e del centro cardiopolmonare dei quattro Paesi coinvolti, dichiarano di aver scoperto che la miocardite post vaccinazione con vaccini a mRna «era associata a un minor rischio di insufficienza cardiaca entro 90 giorni dal ricovero in ospedale», rispetto alla miocardite convenzionale e alla miocardite dopo la malattia da Covid-19. Quindi, con migliori esiti clinici entro 90 giorni dal ricovero in ospedale.
Però sono gli stessi autori ad ammettere: «Sebbene il nostro studio abbia costantemente suggerito che gli esiti della miocardite dopo la vaccinazione fossero meno gravi rispetto ad altri tipi di miocardite, abbiamo riscontrato solo differenze minime nel rischio relativo di riammissione in ospedale entro 90 giorni per tipo di miocardite».
E che studi futuri, su pazienti che hanno sviluppato miocardite dopo un vaccino a mRna, «dovrebbero mirare a un periodo di follow-up esteso di almeno un anno». Occorre monitorarli per un periodo più lungo, accertando lo scompenso cardiaco misurando la disfunzione ventricolare sistolica e /o diastolica, valutando le cicatrici del cuore attraverso la risonanza magnetica cardiaca, l’aritmia cardiaca e impiegando test per i biomarcatori cardiaci.
Come aveva riportato il mese scorso La Verità, uno studio dell’Università di Taiwan pubblicato su PubMed, che riguarda i cambiamenti dei parametri dell’elettrocardiogramma dopo la vaccinazione con Pfizer, in 4.928 studenti dai 12 ai 18 anni delle scuole superiori della capitale Taipei, mostrava dati molto diversi a seconda dell’utilizzo o meno dell’Ecg, prima e post vaccino nel presentare «un’elevata sensibilità e specificità per rilevare effetti avversi cardiaci significativi», legati a un vaccino a mRna.
Tornando allo studio nordico, rimane, dunque, preoccupante, il numero di persone che hanno avuto una miocardite come effetto collaterale della vaccinazione anti Covid effettuata nei 28 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi. In fascia 12-24 anni, 202 persone (38,1% su 530), hanno sofferto infiammazione della tonaca muscolare chiamata miocardio, lo strato intermedio della parete del cuore; in fascia 25-39, i colpiti sono stati 138 (26%) e 190 (35,8%) gli over 40.
Nelle stesse classi di età, hanno avuto miocardite dopo l’infezione Covid contratta nei 28 giorni precedenti, rispettivamente 19 persone (17,4% su 109), 29 (26,6%) e 61 (56%). La malattia infiammatoria del miocardio ha colpito più i vaccinati nella fascia fino ai 24 anni, mentre nei soggetti dai 25 ai 39 anni è stato pressoché simile l’effetto da vaccino e da infezione Covid.
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L’ente si dissocia da tre dipendenti «rei» di uno studio sgradito. Dati Covid: tra i vaccinati 5 volte più miocarditi che tra i malati.Rischio superiore dopo la puntura rispetto alla malattia. Infiammazione meno grave negli inoculati, ma l’indagine specifica: «Necessario monitorare più a lungo i casi».Lo speciale contiene due articoli.Alla faccia della scienza libera. L’articolo che invitava a riconsiderare il calcolo rischi/benefici delle vaccinazioni anti Covid, uscito su Pathogens e vergato da tre ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, ha mandato su tutte le furie l’ente guidato da Silvio Brusaferro. Più probabilmente, la scintilla è scoccata perché il testo è finito sulle colonne della Verità, anziché rimanere confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Si era capito: finché se ne discute tra cervelloni, qualche posizione eterodossa può essere tollerata. Ma pubblicamente, del dio vaccino, si devono solo tessere le lodi. Ieri, inopinatamente, l’Iss ha diffuso una nota durissima contro gli autori del pezzo. «Analisi lacunosa e parziale», ha tuonato sul suo sito l’organismo, precisando che l’articolo «riporta esclusivamente l’opinione personale degli autori»; che la «rassegna della letteratura» proposta dagli scienziati è «arbitraria»; che «l’interpretazione dei dati è del tutto personale», poiché, in alcuni casi, essi «citano studi arrivando a conclusioni opposte rispetto a quelle di chi li ha condotti»; e che il lavoro «è stato inviato alla rivista senza seguire la procedura di valutazione» pretesa dallo stesso Iss. In pratica, i luminari avrebbero spedito a Pathogens il loro scritto prima di richiederne l’approvazione all’istituto stesso. Un errore? Una leggerezza? Un’omissione colposa? Quale che sia la verità, il problema sembra più di natura burocratica che sostanziale. La questione, al contrario, appare cruciale per l’ente. L’editor del giornale svizzero sul quale è uscito il paper, Roberto Paganelli, si è visto quindi recapitare un comunicato, firmato dal presidente Brusaferro e da due dirigenti, Patrizia Popoli e Stefano Pieretti, nel quale si ribadisce che il testo è stato inoltrato «eludendo la valutazione scientifica e il processo di approvazione richiesti dalle linee guida sull’integrità della ricerca». Avendo aggirato la trafila, l’opera va considerata «come un punto di vista personale degli autori». Soprattutto, i pezzi da novanta dell’Iss insistono sul fatto che «l’articolo non è abbastanza oggettivo» e chiedono a Pathogens addirittura di «pubblicare il disclaimer per proteggere il ruolo istituzionale dell’Istituto superiore di sanità, le sue regole di funzionamento interno sull’integrità della ricerca e il suo lavoro a vantaggio e tutela della salute pubblica italiana». Evidentemente, parlare di effetti avversi delle iniezioni e cure Covid integra una minaccia alla sanità del nostro Paese. Una delle autrici, Loredana Frasca, raggiunta dalla Verità, è comprensibilmente irritata per la mossa dell’Iss: «Sono assunta dal 2006», ci ha riferito, «e Brusaferro, guarda caso, si accorge di me adesso. Non mi avevano nemmeno avvisata che stavano trasmettendo quelle osservazioni all’editor del giornale: potevano inoltrarmi un’email, io le leggo anche nel fine settimana…». Per ciò che concerne le contestazioni sul via libera al paper, la studiosa garantisce che l’iter della discordia «è stato sempre un proforma e nessuno è mai andato nel merito. Di solito approviamo dopo o durante la pubblicazione. Qui sembra sia diventata meno importante la qualità del lavoro». Su quella, la ricercatrice non nutre alcun dubbio: «Che il rapporto rischi/benefici del vaccino vada riconsiderato sono pronta a riscriverlo. In più, il mio capo reparto, Pieretti, era al corrente di cosa stavo facendo già da settembre. E mi ha incoraggiata a proseguire». Non è finita: «Pieretti aveva commentato il mio progetto osservando che la scienza progredisce proprio tramite l’accumulazione di nuove prove. Mi aveva fatto un esempio: “Se la tachipirina fa male, noi dobbiamo saperlo”». Il punto è se anche la gente abbia diritto di sapere. Alle persone vanno raccontate (ig)nobili bugie, pur di convincerle a sottoporsi ancora alla giostra dei richiami? Intanto, la dottoressa Frasca è stata convocata a un incontro con i suoi superiori, che devono parlarle di «questioni importanti». Non conosciamo ulteriori dettagli; c’è in vista una lavata di capo?Tutta la vicenda sorprende e sconcerta, perché fa comprendere bene quanto si sia spinta in là la propaganda per i vaccini. L’imperativo è promuoverli contro ogni evidenza e considerazione di buon senso: alla fine, il paper di Pathogens si limitava a contestare la policy dei booster perenni, alla luce delle più recenti evidenze sugli effetti collaterali, specie su chi è affetto da malattie autoimmuni, delle terapie disponibili e della minore patogenicità di Omicron e delle sue sottovarianti, peraltro in una popolazione già largamente protetta. Viva i preparati a mRna, sempre e comunque, anche a costo di umiliare personale qualificato, che da anni lavora per l’Iss. 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Dopo aver osservato, dal 1° gennaio 2018 all’ultima data di follow-up nel 2022 (31 gennaio per la Svezia, 13 marzo per la Finlandia, 27 aprile per la Norvegia e 30 aprile per la Danimarca), un gruppo di 7.292 persone over 12 ricoverate con una diagnosi di miocardite di nuova insorgenza, la condizione infiammatoria del muscolo cardiaco era risultata più frequente in coloro che avevano ricevuto un vaccino a Rna messaggero. Ben 530 (7,3%) sono stati classificati come affetti da miocardite associata a una vaccinazione, che usa un codice genetico per istruire le cellule del nostro corpo a produrre proteine che poi il sistema immunitario riconoscerà come estranee producendo anticorpi; 109 (1,5%) erano invece i soggetti con miocardite associata a malattia Covid-19. Per completezza dei dati forniti, il maggior numero delle persone, ovvero 6.653 (91,2%) che facevano parte dello studio di coorte avevano evidenziato altri tipi di miocardite (né da vaccino, né da Covid). Le persone vaccinate contro il Covid o che avevano contratto la malattia, ovviamente, sono state incluse nell’osservazione solo nel periodo 2020-2022. Significativa la tabella del rischio relativo di insufficienza cardiaca o di morte entro 90 giorni di follow-up dal ricovero in ospedale per miocardite di nuova insorgenza. Nei soggetti con miocardite associata alla vaccinazione a mRna Sars-CoV-2, si erano conteggiate 22 diagnosi di insufficienza cardiaca, quasi il doppio delle 12 riscontrate nelle miocarditi associate alla malattia da Covid-19. Certo, i ricercatori dei dipartimenti di epidemiologia, sanità pubblica, del controllo infezioni e vaccini, e del centro cardiopolmonare dei quattro Paesi coinvolti, dichiarano di aver scoperto che la miocardite post vaccinazione con vaccini a mRna «era associata a un minor rischio di insufficienza cardiaca entro 90 giorni dal ricovero in ospedale», rispetto alla miocardite convenzionale e alla miocardite dopo la malattia da Covid-19. Quindi, con migliori esiti clinici entro 90 giorni dal ricovero in ospedale. Però sono gli stessi autori ad ammettere: «Sebbene il nostro studio abbia costantemente suggerito che gli esiti della miocardite dopo la vaccinazione fossero meno gravi rispetto ad altri tipi di miocardite, abbiamo riscontrato solo differenze minime nel rischio relativo di riammissione in ospedale entro 90 giorni per tipo di miocardite». E che studi futuri, su pazienti che hanno sviluppato miocardite dopo un vaccino a mRna, «dovrebbero mirare a un periodo di follow-up esteso di almeno un anno». Occorre monitorarli per un periodo più lungo, accertando lo scompenso cardiaco misurando la disfunzione ventricolare sistolica e /o diastolica, valutando le cicatrici del cuore attraverso la risonanza magnetica cardiaca, l’aritmia cardiaca e impiegando test per i biomarcatori cardiaci. Come aveva riportato il mese scorso La Verità, uno studio dell’Università di Taiwan pubblicato su PubMed, che riguarda i cambiamenti dei parametri dell’elettrocardiogramma dopo la vaccinazione con Pfizer, in 4.928 studenti dai 12 ai 18 anni delle scuole superiori della capitale Taipei, mostrava dati molto diversi a seconda dell’utilizzo o meno dell’Ecg, prima e post vaccino nel presentare «un’elevata sensibilità e specificità per rilevare effetti avversi cardiaci significativi», legati a un vaccino a mRna. Tornando allo studio nordico, rimane, dunque, preoccupante, il numero di persone che hanno avuto una miocardite come effetto collaterale della vaccinazione anti Covid effettuata nei 28 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi. In fascia 12-24 anni, 202 persone (38,1% su 530), hanno sofferto infiammazione della tonaca muscolare chiamata miocardio, lo strato intermedio della parete del cuore; in fascia 25-39, i colpiti sono stati 138 (26%) e 190 (35,8%) gli over 40. Nelle stesse classi di età, hanno avuto miocardite dopo l’infezione Covid contratta nei 28 giorni precedenti, rispettivamente 19 persone (17,4% su 109), 29 (26,6%) e 61 (56%). La malattia infiammatoria del miocardio ha colpito più i vaccinati nella fascia fino ai 24 anni, mentre nei soggetti dai 25 ai 39 anni è stato pressoché simile l’effetto da vaccino e da infezione Covid.
Alessia Pifferi (Ansa)
Secondo la corte d’Appello (presidente Ivana Caputo) i giornalisti e i conduttori di programmi tv avrebbero dovuto appiattirsi nella penombra, mandare in onda brani di musica classica ed esimersi dal trattare uno dei più terribili delitti degli ultimi anni, quello commesso da Alessia Pifferi, che nel luglio del 2022 lasciò morire di stenti da sola in casa la figlia Diana di 18 mesi per andare a festeggiare per sei giorni con il fidanzato. Poiché la faccenda suscitò parecchio clamore e una forte ondata di legittima indignazione, moltiplicata (difficile negarlo) dal consueto cialtronismo social, la corte ha deciso di riformare la pena inflitta in primo grado all’imputata (ergastolo) togliendo le aggravanti dei futili e abietti motivi, e riconoscendo le circostanze attenuanti (totale 24 anni).
Per il collegio giudicante di secondo grado, in favore della donna hanno pesato il contesto socio-famigliare nel quale era cresciuta, qualche défaillance cognitiva e soprattutto l’incidenza perniciosa di «quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove si è adusi a condannare e ad assolvere secondo pregiudizio e secondo copione». La sorpresa innesca una duplice reazione. E lo spontaneo «bentornati sulla Terra» alle toghe si spegne immediatamente, all’apparire del quesito supremo: cosa ci azzecca (per dirla alla Antonio Di Pietro) il circo con i suoi molesti malvezzi con la sacralità di una sentenza che dovrebbe sorvolare-annullare-dimenticare le esibizioni da bar di telecamere e popolino?
Verrebbe da dire, nulla. Almeno si spera. Sennò invece del codice penale, per stabilire innocenti e colpevoli sarebbe più opportuno usare il sorteggio. Da Avetrana alla strage di Erba passando per il delitto di Perugia (do you remember Meredith Kercher?); dalla tragedia di Yara Gambirasio all’omicidio di Giulia Tramontano, nessun processo ha potuto esimersi dall’essere affiancato da articoli, interviste, retroscena, inciampi e litigi nelle Procure, revisioni annunciate, programmi televisivi, comparsate di criminologi più o meno accreditati. Con apparizioni scomparenti di medium, cartomanti e del mago Otelma. Tutto ciò senza che la giustizia tenesse conto del Barnum. O almeno non lo ammettesse con candore, visto che - dopo averlo scatenato - nulla può per arginarlo o imbavagliarlo. Se davvero, in assenza di legittima suspicione, dovessimo pensare che Chi l’ha visto?, Quarto grado, «Ignoto X» condizionano non solo l’opinione pubblica (poco male, sono i media bellezza) ma anche quella dei giudici, saremmo nel giorno zero del diritto. E dovremmo autoconvocarci tutti in vista del Garlasco Show.
Il 14 luglio 2022 Alessia Pifferi aveva abbandonato nel lettino da campo della casa di Pontelambro (Como) la figlia Diana di un anno e mezzo, mentre dormiva, con accanto una bottiglietta d’acqua e un biberon di latte. Ed era uscita con una valigia contenente un buon numero di abiti da sera per andare a trovare a Leffe (Bergamo) il fidanzato. La bimba è rimasta sei giorni da sola. Alla nonna, che telefonava per sapere come stava la nipote, Alessia faceva credere di essere a casa e rispondeva: «Bene, sta dormendo». Invece stava morendo di stenti. Invece, prima di esalare l’ultimo respiro, tentò di mangiare un pannolino. Quando la trovò senza vita, la madre si giustificò dicendo che l’aveva affidata a una babysitter inesistente. Poi, lentamente, ammise l’agghiacciante verità. Due perizie psichiatriche hanno stabilito che era in grado di intendere e di volere.
La sentenza che, in assenza di fatti nuovi, smonta le architravi di un omicidio volontario efferato e derubrica la pena per «l’asfissiante morbosità mediatica» e per «la lapidazione verbale» costituisce un precedente. E non può non sorprendere anche per la deriva freudiana, per la volontà del collegio di andare oltre i codici e avventurarsi negli empirei rarefatti della psicanalisi. Scrivono i giudici: «Il processo televisivo ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla condotta processuale, ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove». Un’ammissione di debolezza, di condizionamento di tutto il sistema giudiziario. Con un finale da brivido: «Le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano, non dal popolo italiano». Lo davamo per scontato dal primo anno di giurisprudenza. Ora non più.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 14 gennaio con Carlo Cambi