True
2023-02-05
L’Iss manda al massacro i suoi stessi ricercatori pur di assolvere i vaccini
Imagoeconomica
Alla faccia della scienza libera. L’articolo che invitava a riconsiderare il calcolo rischi/benefici delle vaccinazioni anti Covid, uscito su Pathogens e vergato da tre ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, ha mandato su tutte le furie l’ente guidato da Silvio Brusaferro. Più probabilmente, la scintilla è scoccata perché il testo è finito sulle colonne della Verità, anziché rimanere confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Si era capito: finché se ne discute tra cervelloni, qualche posizione eterodossa può essere tollerata. Ma pubblicamente, del dio vaccino, si devono solo tessere le lodi.
Ieri, inopinatamente, l’Iss ha diffuso una nota durissima contro gli autori del pezzo. «Analisi lacunosa e parziale», ha tuonato sul suo sito l’organismo, precisando che l’articolo «riporta esclusivamente l’opinione personale degli autori»; che la «rassegna della letteratura» proposta dagli scienziati è «arbitraria»; che «l’interpretazione dei dati è del tutto personale», poiché, in alcuni casi, essi «citano studi arrivando a conclusioni opposte rispetto a quelle di chi li ha condotti»; e che il lavoro «è stato inviato alla rivista senza seguire la procedura di valutazione» pretesa dallo stesso Iss. In pratica, i luminari avrebbero spedito a Pathogens il loro scritto prima di richiederne l’approvazione all’istituto stesso.
Un errore? Una leggerezza? Un’omissione colposa? Quale che sia la verità, il problema sembra più di natura burocratica che sostanziale.
La questione, al contrario, appare cruciale per l’ente. L’editor del giornale svizzero sul quale è uscito il paper, Roberto Paganelli, si è visto quindi recapitare un comunicato, firmato dal presidente Brusaferro e da due dirigenti, Patrizia Popoli e Stefano Pieretti, nel quale si ribadisce che il testo è stato inoltrato «eludendo la valutazione scientifica e il processo di approvazione richiesti dalle linee guida sull’integrità della ricerca». Avendo aggirato la trafila, l’opera va considerata «come un punto di vista personale degli autori». Soprattutto, i pezzi da novanta dell’Iss insistono sul fatto che «l’articolo non è abbastanza oggettivo» e chiedono a Pathogens addirittura di «pubblicare il disclaimer per proteggere il ruolo istituzionale dell’Istituto superiore di sanità, le sue regole di funzionamento interno sull’integrità della ricerca e il suo lavoro a vantaggio e tutela della salute pubblica italiana». Evidentemente, parlare di effetti avversi delle iniezioni e cure Covid integra una minaccia alla sanità del nostro Paese.
Una delle autrici, Loredana Frasca, raggiunta dalla Verità, è comprensibilmente irritata per la mossa dell’Iss: «Sono assunta dal 2006», ci ha riferito, «e Brusaferro, guarda caso, si accorge di me adesso. Non mi avevano nemmeno avvisata che stavano trasmettendo quelle osservazioni all’editor del giornale: potevano inoltrarmi un’email, io le leggo anche nel fine settimana…».
Per ciò che concerne le contestazioni sul via libera al paper, la studiosa garantisce che l’iter della discordia «è stato sempre un proforma e nessuno è mai andato nel merito. Di solito approviamo dopo o durante la pubblicazione. Qui sembra sia diventata meno importante la qualità del lavoro». Su quella, la ricercatrice non nutre alcun dubbio: «Che il rapporto rischi/benefici del vaccino vada riconsiderato sono pronta a riscriverlo. In più, il mio capo reparto, Pieretti, era al corrente di cosa stavo facendo già da settembre. E mi ha incoraggiata a proseguire». Non è finita: «Pieretti aveva commentato il mio progetto osservando che la scienza progredisce proprio tramite l’accumulazione di nuove prove. Mi aveva fatto un esempio: “Se la tachipirina fa male, noi dobbiamo saperlo”». Il punto è se anche la gente abbia diritto di sapere. Alle persone vanno raccontate (ig)nobili bugie, pur di convincerle a sottoporsi ancora alla giostra dei richiami? Intanto, la dottoressa Frasca è stata convocata a un incontro con i suoi superiori, che devono parlarle di «questioni importanti». Non conosciamo ulteriori dettagli; c’è in vista una lavata di capo?
Tutta la vicenda sorprende e sconcerta, perché fa comprendere bene quanto si sia spinta in là la propaganda per i vaccini. L’imperativo è promuoverli contro ogni evidenza e considerazione di buon senso: alla fine, il paper di Pathogens si limitava a contestare la policy dei booster perenni, alla luce delle più recenti evidenze sugli effetti collaterali, specie su chi è affetto da malattie autoimmuni, delle terapie disponibili e della minore patogenicità di Omicron e delle sue sottovarianti, peraltro in una popolazione già largamente protetta.
Viva i preparati a mRna, sempre e comunque, anche a costo di umiliare personale qualificato, che da anni lavora per l’Iss. È così che si tutela la salute pubblica?
Più miocarditi post siero che da virus
Il rischio di miocardite è risultato più alto nella popolazione vaccinata con un farmaco a mRna, che nei malati di Covid. È una delle conclusioni dell’ampio studio di coorte pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) e compiuto in quattro Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia).
Dopo aver osservato, dal 1° gennaio 2018 all’ultima data di follow-up nel 2022 (31 gennaio per la Svezia, 13 marzo per la Finlandia, 27 aprile per la Norvegia e 30 aprile per la Danimarca), un gruppo di 7.292 persone over 12 ricoverate con una diagnosi di miocardite di nuova insorgenza, la condizione infiammatoria del muscolo cardiaco era risultata più frequente in coloro che avevano ricevuto un vaccino a Rna messaggero.
Ben 530 (7,3%) sono stati classificati come affetti da miocardite associata a una vaccinazione, che usa un codice genetico per istruire le cellule del nostro corpo a produrre proteine che poi il sistema immunitario riconoscerà come estranee producendo anticorpi; 109 (1,5%) erano invece i soggetti con miocardite associata a malattia Covid-19.
Per completezza dei dati forniti, il maggior numero delle persone, ovvero 6.653 (91,2%) che facevano parte dello studio di coorte avevano evidenziato altri tipi di miocardite (né da vaccino, né da Covid). Le persone vaccinate contro il Covid o che avevano contratto la malattia, ovviamente, sono state incluse nell’osservazione solo nel periodo 2020-2022.
Significativa la tabella del rischio relativo di insufficienza cardiaca o di morte entro 90 giorni di follow-up dal ricovero in ospedale per miocardite di nuova insorgenza. Nei soggetti con miocardite associata alla vaccinazione a mRna Sars-CoV-2, si erano conteggiate 22 diagnosi di insufficienza cardiaca, quasi il doppio delle 12 riscontrate nelle miocarditi associate alla malattia da Covid-19.
Certo, i ricercatori dei dipartimenti di epidemiologia, sanità pubblica, del controllo infezioni e vaccini, e del centro cardiopolmonare dei quattro Paesi coinvolti, dichiarano di aver scoperto che la miocardite post vaccinazione con vaccini a mRna «era associata a un minor rischio di insufficienza cardiaca entro 90 giorni dal ricovero in ospedale», rispetto alla miocardite convenzionale e alla miocardite dopo la malattia da Covid-19. Quindi, con migliori esiti clinici entro 90 giorni dal ricovero in ospedale.
Però sono gli stessi autori ad ammettere: «Sebbene il nostro studio abbia costantemente suggerito che gli esiti della miocardite dopo la vaccinazione fossero meno gravi rispetto ad altri tipi di miocardite, abbiamo riscontrato solo differenze minime nel rischio relativo di riammissione in ospedale entro 90 giorni per tipo di miocardite».
E che studi futuri, su pazienti che hanno sviluppato miocardite dopo un vaccino a mRna, «dovrebbero mirare a un periodo di follow-up esteso di almeno un anno». Occorre monitorarli per un periodo più lungo, accertando lo scompenso cardiaco misurando la disfunzione ventricolare sistolica e /o diastolica, valutando le cicatrici del cuore attraverso la risonanza magnetica cardiaca, l’aritmia cardiaca e impiegando test per i biomarcatori cardiaci.
Come aveva riportato il mese scorso La Verità, uno studio dell’Università di Taiwan pubblicato su PubMed, che riguarda i cambiamenti dei parametri dell’elettrocardiogramma dopo la vaccinazione con Pfizer, in 4.928 studenti dai 12 ai 18 anni delle scuole superiori della capitale Taipei, mostrava dati molto diversi a seconda dell’utilizzo o meno dell’Ecg, prima e post vaccino nel presentare «un’elevata sensibilità e specificità per rilevare effetti avversi cardiaci significativi», legati a un vaccino a mRna.
Tornando allo studio nordico, rimane, dunque, preoccupante, il numero di persone che hanno avuto una miocardite come effetto collaterale della vaccinazione anti Covid effettuata nei 28 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi. In fascia 12-24 anni, 202 persone (38,1% su 530), hanno sofferto infiammazione della tonaca muscolare chiamata miocardio, lo strato intermedio della parete del cuore; in fascia 25-39, i colpiti sono stati 138 (26%) e 190 (35,8%) gli over 40.
Nelle stesse classi di età, hanno avuto miocardite dopo l’infezione Covid contratta nei 28 giorni precedenti, rispettivamente 19 persone (17,4% su 109), 29 (26,6%) e 61 (56%). La malattia infiammatoria del miocardio ha colpito più i vaccinati nella fascia fino ai 24 anni, mentre nei soggetti dai 25 ai 39 anni è stato pressoché simile l’effetto da vaccino e da infezione Covid.
Continua a leggereRiduci
L’ente si dissocia da tre dipendenti «rei» di uno studio sgradito. Dati Covid: tra i vaccinati 5 volte più miocarditi che tra i malati.Rischio superiore dopo la puntura rispetto alla malattia. Infiammazione meno grave negli inoculati, ma l’indagine specifica: «Necessario monitorare più a lungo i casi».Lo speciale contiene due articoli.Alla faccia della scienza libera. L’articolo che invitava a riconsiderare il calcolo rischi/benefici delle vaccinazioni anti Covid, uscito su Pathogens e vergato da tre ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, ha mandato su tutte le furie l’ente guidato da Silvio Brusaferro. Più probabilmente, la scintilla è scoccata perché il testo è finito sulle colonne della Verità, anziché rimanere confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Si era capito: finché se ne discute tra cervelloni, qualche posizione eterodossa può essere tollerata. Ma pubblicamente, del dio vaccino, si devono solo tessere le lodi. Ieri, inopinatamente, l’Iss ha diffuso una nota durissima contro gli autori del pezzo. «Analisi lacunosa e parziale», ha tuonato sul suo sito l’organismo, precisando che l’articolo «riporta esclusivamente l’opinione personale degli autori»; che la «rassegna della letteratura» proposta dagli scienziati è «arbitraria»; che «l’interpretazione dei dati è del tutto personale», poiché, in alcuni casi, essi «citano studi arrivando a conclusioni opposte rispetto a quelle di chi li ha condotti»; e che il lavoro «è stato inviato alla rivista senza seguire la procedura di valutazione» pretesa dallo stesso Iss. In pratica, i luminari avrebbero spedito a Pathogens il loro scritto prima di richiederne l’approvazione all’istituto stesso. Un errore? Una leggerezza? Un’omissione colposa? Quale che sia la verità, il problema sembra più di natura burocratica che sostanziale. La questione, al contrario, appare cruciale per l’ente. L’editor del giornale svizzero sul quale è uscito il paper, Roberto Paganelli, si è visto quindi recapitare un comunicato, firmato dal presidente Brusaferro e da due dirigenti, Patrizia Popoli e Stefano Pieretti, nel quale si ribadisce che il testo è stato inoltrato «eludendo la valutazione scientifica e il processo di approvazione richiesti dalle linee guida sull’integrità della ricerca». Avendo aggirato la trafila, l’opera va considerata «come un punto di vista personale degli autori». Soprattutto, i pezzi da novanta dell’Iss insistono sul fatto che «l’articolo non è abbastanza oggettivo» e chiedono a Pathogens addirittura di «pubblicare il disclaimer per proteggere il ruolo istituzionale dell’Istituto superiore di sanità, le sue regole di funzionamento interno sull’integrità della ricerca e il suo lavoro a vantaggio e tutela della salute pubblica italiana». Evidentemente, parlare di effetti avversi delle iniezioni e cure Covid integra una minaccia alla sanità del nostro Paese. Una delle autrici, Loredana Frasca, raggiunta dalla Verità, è comprensibilmente irritata per la mossa dell’Iss: «Sono assunta dal 2006», ci ha riferito, «e Brusaferro, guarda caso, si accorge di me adesso. Non mi avevano nemmeno avvisata che stavano trasmettendo quelle osservazioni all’editor del giornale: potevano inoltrarmi un’email, io le leggo anche nel fine settimana…». Per ciò che concerne le contestazioni sul via libera al paper, la studiosa garantisce che l’iter della discordia «è stato sempre un proforma e nessuno è mai andato nel merito. Di solito approviamo dopo o durante la pubblicazione. Qui sembra sia diventata meno importante la qualità del lavoro». Su quella, la ricercatrice non nutre alcun dubbio: «Che il rapporto rischi/benefici del vaccino vada riconsiderato sono pronta a riscriverlo. In più, il mio capo reparto, Pieretti, era al corrente di cosa stavo facendo già da settembre. E mi ha incoraggiata a proseguire». Non è finita: «Pieretti aveva commentato il mio progetto osservando che la scienza progredisce proprio tramite l’accumulazione di nuove prove. Mi aveva fatto un esempio: “Se la tachipirina fa male, noi dobbiamo saperlo”». Il punto è se anche la gente abbia diritto di sapere. Alle persone vanno raccontate (ig)nobili bugie, pur di convincerle a sottoporsi ancora alla giostra dei richiami? Intanto, la dottoressa Frasca è stata convocata a un incontro con i suoi superiori, che devono parlarle di «questioni importanti». Non conosciamo ulteriori dettagli; c’è in vista una lavata di capo?Tutta la vicenda sorprende e sconcerta, perché fa comprendere bene quanto si sia spinta in là la propaganda per i vaccini. L’imperativo è promuoverli contro ogni evidenza e considerazione di buon senso: alla fine, il paper di Pathogens si limitava a contestare la policy dei booster perenni, alla luce delle più recenti evidenze sugli effetti collaterali, specie su chi è affetto da malattie autoimmuni, delle terapie disponibili e della minore patogenicità di Omicron e delle sue sottovarianti, peraltro in una popolazione già largamente protetta. Viva i preparati a mRna, sempre e comunque, anche a costo di umiliare personale qualificato, che da anni lavora per l’Iss. È così che si tutela la salute pubblica?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iss-massacro-ricercatori-assolvere-vaccini-2659373549.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-miocarditi-post-siero-che-da-virus" data-post-id="2659373549" data-published-at="1675583664" data-use-pagination="False"> Più miocarditi post siero che da virus Il rischio di miocardite è risultato più alto nella popolazione vaccinata con un farmaco a mRna, che nei malati di Covid. È una delle conclusioni dell’ampio studio di coorte pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) e compiuto in quattro Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia). Dopo aver osservato, dal 1° gennaio 2018 all’ultima data di follow-up nel 2022 (31 gennaio per la Svezia, 13 marzo per la Finlandia, 27 aprile per la Norvegia e 30 aprile per la Danimarca), un gruppo di 7.292 persone over 12 ricoverate con una diagnosi di miocardite di nuova insorgenza, la condizione infiammatoria del muscolo cardiaco era risultata più frequente in coloro che avevano ricevuto un vaccino a Rna messaggero. Ben 530 (7,3%) sono stati classificati come affetti da miocardite associata a una vaccinazione, che usa un codice genetico per istruire le cellule del nostro corpo a produrre proteine che poi il sistema immunitario riconoscerà come estranee producendo anticorpi; 109 (1,5%) erano invece i soggetti con miocardite associata a malattia Covid-19. Per completezza dei dati forniti, il maggior numero delle persone, ovvero 6.653 (91,2%) che facevano parte dello studio di coorte avevano evidenziato altri tipi di miocardite (né da vaccino, né da Covid). Le persone vaccinate contro il Covid o che avevano contratto la malattia, ovviamente, sono state incluse nell’osservazione solo nel periodo 2020-2022. Significativa la tabella del rischio relativo di insufficienza cardiaca o di morte entro 90 giorni di follow-up dal ricovero in ospedale per miocardite di nuova insorgenza. Nei soggetti con miocardite associata alla vaccinazione a mRna Sars-CoV-2, si erano conteggiate 22 diagnosi di insufficienza cardiaca, quasi il doppio delle 12 riscontrate nelle miocarditi associate alla malattia da Covid-19. Certo, i ricercatori dei dipartimenti di epidemiologia, sanità pubblica, del controllo infezioni e vaccini, e del centro cardiopolmonare dei quattro Paesi coinvolti, dichiarano di aver scoperto che la miocardite post vaccinazione con vaccini a mRna «era associata a un minor rischio di insufficienza cardiaca entro 90 giorni dal ricovero in ospedale», rispetto alla miocardite convenzionale e alla miocardite dopo la malattia da Covid-19. Quindi, con migliori esiti clinici entro 90 giorni dal ricovero in ospedale. Però sono gli stessi autori ad ammettere: «Sebbene il nostro studio abbia costantemente suggerito che gli esiti della miocardite dopo la vaccinazione fossero meno gravi rispetto ad altri tipi di miocardite, abbiamo riscontrato solo differenze minime nel rischio relativo di riammissione in ospedale entro 90 giorni per tipo di miocardite». E che studi futuri, su pazienti che hanno sviluppato miocardite dopo un vaccino a mRna, «dovrebbero mirare a un periodo di follow-up esteso di almeno un anno». Occorre monitorarli per un periodo più lungo, accertando lo scompenso cardiaco misurando la disfunzione ventricolare sistolica e /o diastolica, valutando le cicatrici del cuore attraverso la risonanza magnetica cardiaca, l’aritmia cardiaca e impiegando test per i biomarcatori cardiaci. Come aveva riportato il mese scorso La Verità, uno studio dell’Università di Taiwan pubblicato su PubMed, che riguarda i cambiamenti dei parametri dell’elettrocardiogramma dopo la vaccinazione con Pfizer, in 4.928 studenti dai 12 ai 18 anni delle scuole superiori della capitale Taipei, mostrava dati molto diversi a seconda dell’utilizzo o meno dell’Ecg, prima e post vaccino nel presentare «un’elevata sensibilità e specificità per rilevare effetti avversi cardiaci significativi», legati a un vaccino a mRna. Tornando allo studio nordico, rimane, dunque, preoccupante, il numero di persone che hanno avuto una miocardite come effetto collaterale della vaccinazione anti Covid effettuata nei 28 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi. In fascia 12-24 anni, 202 persone (38,1% su 530), hanno sofferto infiammazione della tonaca muscolare chiamata miocardio, lo strato intermedio della parete del cuore; in fascia 25-39, i colpiti sono stati 138 (26%) e 190 (35,8%) gli over 40. Nelle stesse classi di età, hanno avuto miocardite dopo l’infezione Covid contratta nei 28 giorni precedenti, rispettivamente 19 persone (17,4% su 109), 29 (26,6%) e 61 (56%). La malattia infiammatoria del miocardio ha colpito più i vaccinati nella fascia fino ai 24 anni, mentre nei soggetti dai 25 ai 39 anni è stato pressoché simile l’effetto da vaccino e da infezione Covid.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
Continua a leggereRiduci
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Continua a leggereRiduci