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2023-02-05
L’Iss manda al massacro i suoi stessi ricercatori pur di assolvere i vaccini
Imagoeconomica
Alla faccia della scienza libera. L’articolo che invitava a riconsiderare il calcolo rischi/benefici delle vaccinazioni anti Covid, uscito su Pathogens e vergato da tre ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, ha mandato su tutte le furie l’ente guidato da Silvio Brusaferro. Più probabilmente, la scintilla è scoccata perché il testo è finito sulle colonne della Verità, anziché rimanere confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Si era capito: finché se ne discute tra cervelloni, qualche posizione eterodossa può essere tollerata. Ma pubblicamente, del dio vaccino, si devono solo tessere le lodi.
Ieri, inopinatamente, l’Iss ha diffuso una nota durissima contro gli autori del pezzo. «Analisi lacunosa e parziale», ha tuonato sul suo sito l’organismo, precisando che l’articolo «riporta esclusivamente l’opinione personale degli autori»; che la «rassegna della letteratura» proposta dagli scienziati è «arbitraria»; che «l’interpretazione dei dati è del tutto personale», poiché, in alcuni casi, essi «citano studi arrivando a conclusioni opposte rispetto a quelle di chi li ha condotti»; e che il lavoro «è stato inviato alla rivista senza seguire la procedura di valutazione» pretesa dallo stesso Iss. In pratica, i luminari avrebbero spedito a Pathogens il loro scritto prima di richiederne l’approvazione all’istituto stesso.
Un errore? Una leggerezza? Un’omissione colposa? Quale che sia la verità, il problema sembra più di natura burocratica che sostanziale.
La questione, al contrario, appare cruciale per l’ente. L’editor del giornale svizzero sul quale è uscito il paper, Roberto Paganelli, si è visto quindi recapitare un comunicato, firmato dal presidente Brusaferro e da due dirigenti, Patrizia Popoli e Stefano Pieretti, nel quale si ribadisce che il testo è stato inoltrato «eludendo la valutazione scientifica e il processo di approvazione richiesti dalle linee guida sull’integrità della ricerca». Avendo aggirato la trafila, l’opera va considerata «come un punto di vista personale degli autori». Soprattutto, i pezzi da novanta dell’Iss insistono sul fatto che «l’articolo non è abbastanza oggettivo» e chiedono a Pathogens addirittura di «pubblicare il disclaimer per proteggere il ruolo istituzionale dell’Istituto superiore di sanità, le sue regole di funzionamento interno sull’integrità della ricerca e il suo lavoro a vantaggio e tutela della salute pubblica italiana». Evidentemente, parlare di effetti avversi delle iniezioni e cure Covid integra una minaccia alla sanità del nostro Paese.
Una delle autrici, Loredana Frasca, raggiunta dalla Verità, è comprensibilmente irritata per la mossa dell’Iss: «Sono assunta dal 2006», ci ha riferito, «e Brusaferro, guarda caso, si accorge di me adesso. Non mi avevano nemmeno avvisata che stavano trasmettendo quelle osservazioni all’editor del giornale: potevano inoltrarmi un’email, io le leggo anche nel fine settimana…».
Per ciò che concerne le contestazioni sul via libera al paper, la studiosa garantisce che l’iter della discordia «è stato sempre un proforma e nessuno è mai andato nel merito. Di solito approviamo dopo o durante la pubblicazione. Qui sembra sia diventata meno importante la qualità del lavoro». Su quella, la ricercatrice non nutre alcun dubbio: «Che il rapporto rischi/benefici del vaccino vada riconsiderato sono pronta a riscriverlo. In più, il mio capo reparto, Pieretti, era al corrente di cosa stavo facendo già da settembre. E mi ha incoraggiata a proseguire». Non è finita: «Pieretti aveva commentato il mio progetto osservando che la scienza progredisce proprio tramite l’accumulazione di nuove prove. Mi aveva fatto un esempio: “Se la tachipirina fa male, noi dobbiamo saperlo”». Il punto è se anche la gente abbia diritto di sapere. Alle persone vanno raccontate (ig)nobili bugie, pur di convincerle a sottoporsi ancora alla giostra dei richiami? Intanto, la dottoressa Frasca è stata convocata a un incontro con i suoi superiori, che devono parlarle di «questioni importanti». Non conosciamo ulteriori dettagli; c’è in vista una lavata di capo?
Tutta la vicenda sorprende e sconcerta, perché fa comprendere bene quanto si sia spinta in là la propaganda per i vaccini. L’imperativo è promuoverli contro ogni evidenza e considerazione di buon senso: alla fine, il paper di Pathogens si limitava a contestare la policy dei booster perenni, alla luce delle più recenti evidenze sugli effetti collaterali, specie su chi è affetto da malattie autoimmuni, delle terapie disponibili e della minore patogenicità di Omicron e delle sue sottovarianti, peraltro in una popolazione già largamente protetta.
Viva i preparati a mRna, sempre e comunque, anche a costo di umiliare personale qualificato, che da anni lavora per l’Iss. È così che si tutela la salute pubblica?
Più miocarditi post siero che da virus
Il rischio di miocardite è risultato più alto nella popolazione vaccinata con un farmaco a mRna, che nei malati di Covid. È una delle conclusioni dell’ampio studio di coorte pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) e compiuto in quattro Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia).
Dopo aver osservato, dal 1° gennaio 2018 all’ultima data di follow-up nel 2022 (31 gennaio per la Svezia, 13 marzo per la Finlandia, 27 aprile per la Norvegia e 30 aprile per la Danimarca), un gruppo di 7.292 persone over 12 ricoverate con una diagnosi di miocardite di nuova insorgenza, la condizione infiammatoria del muscolo cardiaco era risultata più frequente in coloro che avevano ricevuto un vaccino a Rna messaggero.
Ben 530 (7,3%) sono stati classificati come affetti da miocardite associata a una vaccinazione, che usa un codice genetico per istruire le cellule del nostro corpo a produrre proteine che poi il sistema immunitario riconoscerà come estranee producendo anticorpi; 109 (1,5%) erano invece i soggetti con miocardite associata a malattia Covid-19.
Per completezza dei dati forniti, il maggior numero delle persone, ovvero 6.653 (91,2%) che facevano parte dello studio di coorte avevano evidenziato altri tipi di miocardite (né da vaccino, né da Covid). Le persone vaccinate contro il Covid o che avevano contratto la malattia, ovviamente, sono state incluse nell’osservazione solo nel periodo 2020-2022.
Significativa la tabella del rischio relativo di insufficienza cardiaca o di morte entro 90 giorni di follow-up dal ricovero in ospedale per miocardite di nuova insorgenza. Nei soggetti con miocardite associata alla vaccinazione a mRna Sars-CoV-2, si erano conteggiate 22 diagnosi di insufficienza cardiaca, quasi il doppio delle 12 riscontrate nelle miocarditi associate alla malattia da Covid-19.
Certo, i ricercatori dei dipartimenti di epidemiologia, sanità pubblica, del controllo infezioni e vaccini, e del centro cardiopolmonare dei quattro Paesi coinvolti, dichiarano di aver scoperto che la miocardite post vaccinazione con vaccini a mRna «era associata a un minor rischio di insufficienza cardiaca entro 90 giorni dal ricovero in ospedale», rispetto alla miocardite convenzionale e alla miocardite dopo la malattia da Covid-19. Quindi, con migliori esiti clinici entro 90 giorni dal ricovero in ospedale.
Però sono gli stessi autori ad ammettere: «Sebbene il nostro studio abbia costantemente suggerito che gli esiti della miocardite dopo la vaccinazione fossero meno gravi rispetto ad altri tipi di miocardite, abbiamo riscontrato solo differenze minime nel rischio relativo di riammissione in ospedale entro 90 giorni per tipo di miocardite».
E che studi futuri, su pazienti che hanno sviluppato miocardite dopo un vaccino a mRna, «dovrebbero mirare a un periodo di follow-up esteso di almeno un anno». Occorre monitorarli per un periodo più lungo, accertando lo scompenso cardiaco misurando la disfunzione ventricolare sistolica e /o diastolica, valutando le cicatrici del cuore attraverso la risonanza magnetica cardiaca, l’aritmia cardiaca e impiegando test per i biomarcatori cardiaci.
Come aveva riportato il mese scorso La Verità, uno studio dell’Università di Taiwan pubblicato su PubMed, che riguarda i cambiamenti dei parametri dell’elettrocardiogramma dopo la vaccinazione con Pfizer, in 4.928 studenti dai 12 ai 18 anni delle scuole superiori della capitale Taipei, mostrava dati molto diversi a seconda dell’utilizzo o meno dell’Ecg, prima e post vaccino nel presentare «un’elevata sensibilità e specificità per rilevare effetti avversi cardiaci significativi», legati a un vaccino a mRna.
Tornando allo studio nordico, rimane, dunque, preoccupante, il numero di persone che hanno avuto una miocardite come effetto collaterale della vaccinazione anti Covid effettuata nei 28 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi. In fascia 12-24 anni, 202 persone (38,1% su 530), hanno sofferto infiammazione della tonaca muscolare chiamata miocardio, lo strato intermedio della parete del cuore; in fascia 25-39, i colpiti sono stati 138 (26%) e 190 (35,8%) gli over 40.
Nelle stesse classi di età, hanno avuto miocardite dopo l’infezione Covid contratta nei 28 giorni precedenti, rispettivamente 19 persone (17,4% su 109), 29 (26,6%) e 61 (56%). La malattia infiammatoria del miocardio ha colpito più i vaccinati nella fascia fino ai 24 anni, mentre nei soggetti dai 25 ai 39 anni è stato pressoché simile l’effetto da vaccino e da infezione Covid.
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L’ente si dissocia da tre dipendenti «rei» di uno studio sgradito. Dati Covid: tra i vaccinati 5 volte più miocarditi che tra i malati.Rischio superiore dopo la puntura rispetto alla malattia. Infiammazione meno grave negli inoculati, ma l’indagine specifica: «Necessario monitorare più a lungo i casi».Lo speciale contiene due articoli.Alla faccia della scienza libera. L’articolo che invitava a riconsiderare il calcolo rischi/benefici delle vaccinazioni anti Covid, uscito su Pathogens e vergato da tre ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, ha mandato su tutte le furie l’ente guidato da Silvio Brusaferro. Più probabilmente, la scintilla è scoccata perché il testo è finito sulle colonne della Verità, anziché rimanere confinato alla cerchia degli addetti ai lavori. Si era capito: finché se ne discute tra cervelloni, qualche posizione eterodossa può essere tollerata. Ma pubblicamente, del dio vaccino, si devono solo tessere le lodi. Ieri, inopinatamente, l’Iss ha diffuso una nota durissima contro gli autori del pezzo. «Analisi lacunosa e parziale», ha tuonato sul suo sito l’organismo, precisando che l’articolo «riporta esclusivamente l’opinione personale degli autori»; che la «rassegna della letteratura» proposta dagli scienziati è «arbitraria»; che «l’interpretazione dei dati è del tutto personale», poiché, in alcuni casi, essi «citano studi arrivando a conclusioni opposte rispetto a quelle di chi li ha condotti»; e che il lavoro «è stato inviato alla rivista senza seguire la procedura di valutazione» pretesa dallo stesso Iss. In pratica, i luminari avrebbero spedito a Pathogens il loro scritto prima di richiederne l’approvazione all’istituto stesso. Un errore? Una leggerezza? Un’omissione colposa? Quale che sia la verità, il problema sembra più di natura burocratica che sostanziale. La questione, al contrario, appare cruciale per l’ente. L’editor del giornale svizzero sul quale è uscito il paper, Roberto Paganelli, si è visto quindi recapitare un comunicato, firmato dal presidente Brusaferro e da due dirigenti, Patrizia Popoli e Stefano Pieretti, nel quale si ribadisce che il testo è stato inoltrato «eludendo la valutazione scientifica e il processo di approvazione richiesti dalle linee guida sull’integrità della ricerca». Avendo aggirato la trafila, l’opera va considerata «come un punto di vista personale degli autori». Soprattutto, i pezzi da novanta dell’Iss insistono sul fatto che «l’articolo non è abbastanza oggettivo» e chiedono a Pathogens addirittura di «pubblicare il disclaimer per proteggere il ruolo istituzionale dell’Istituto superiore di sanità, le sue regole di funzionamento interno sull’integrità della ricerca e il suo lavoro a vantaggio e tutela della salute pubblica italiana». Evidentemente, parlare di effetti avversi delle iniezioni e cure Covid integra una minaccia alla sanità del nostro Paese. Una delle autrici, Loredana Frasca, raggiunta dalla Verità, è comprensibilmente irritata per la mossa dell’Iss: «Sono assunta dal 2006», ci ha riferito, «e Brusaferro, guarda caso, si accorge di me adesso. Non mi avevano nemmeno avvisata che stavano trasmettendo quelle osservazioni all’editor del giornale: potevano inoltrarmi un’email, io le leggo anche nel fine settimana…». Per ciò che concerne le contestazioni sul via libera al paper, la studiosa garantisce che l’iter della discordia «è stato sempre un proforma e nessuno è mai andato nel merito. Di solito approviamo dopo o durante la pubblicazione. Qui sembra sia diventata meno importante la qualità del lavoro». Su quella, la ricercatrice non nutre alcun dubbio: «Che il rapporto rischi/benefici del vaccino vada riconsiderato sono pronta a riscriverlo. In più, il mio capo reparto, Pieretti, era al corrente di cosa stavo facendo già da settembre. E mi ha incoraggiata a proseguire». Non è finita: «Pieretti aveva commentato il mio progetto osservando che la scienza progredisce proprio tramite l’accumulazione di nuove prove. Mi aveva fatto un esempio: “Se la tachipirina fa male, noi dobbiamo saperlo”». Il punto è se anche la gente abbia diritto di sapere. Alle persone vanno raccontate (ig)nobili bugie, pur di convincerle a sottoporsi ancora alla giostra dei richiami? Intanto, la dottoressa Frasca è stata convocata a un incontro con i suoi superiori, che devono parlarle di «questioni importanti». Non conosciamo ulteriori dettagli; c’è in vista una lavata di capo?Tutta la vicenda sorprende e sconcerta, perché fa comprendere bene quanto si sia spinta in là la propaganda per i vaccini. L’imperativo è promuoverli contro ogni evidenza e considerazione di buon senso: alla fine, il paper di Pathogens si limitava a contestare la policy dei booster perenni, alla luce delle più recenti evidenze sugli effetti collaterali, specie su chi è affetto da malattie autoimmuni, delle terapie disponibili e della minore patogenicità di Omicron e delle sue sottovarianti, peraltro in una popolazione già largamente protetta. Viva i preparati a mRna, sempre e comunque, anche a costo di umiliare personale qualificato, che da anni lavora per l’Iss. È così che si tutela la salute pubblica?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iss-massacro-ricercatori-assolvere-vaccini-2659373549.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-miocarditi-post-siero-che-da-virus" data-post-id="2659373549" data-published-at="1675583664" data-use-pagination="False"> Più miocarditi post siero che da virus Il rischio di miocardite è risultato più alto nella popolazione vaccinata con un farmaco a mRna, che nei malati di Covid. È una delle conclusioni dell’ampio studio di coorte pubblicato sul British Medical Journal (Bmj) e compiuto in quattro Paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia). Dopo aver osservato, dal 1° gennaio 2018 all’ultima data di follow-up nel 2022 (31 gennaio per la Svezia, 13 marzo per la Finlandia, 27 aprile per la Norvegia e 30 aprile per la Danimarca), un gruppo di 7.292 persone over 12 ricoverate con una diagnosi di miocardite di nuova insorgenza, la condizione infiammatoria del muscolo cardiaco era risultata più frequente in coloro che avevano ricevuto un vaccino a Rna messaggero. Ben 530 (7,3%) sono stati classificati come affetti da miocardite associata a una vaccinazione, che usa un codice genetico per istruire le cellule del nostro corpo a produrre proteine che poi il sistema immunitario riconoscerà come estranee producendo anticorpi; 109 (1,5%) erano invece i soggetti con miocardite associata a malattia Covid-19. Per completezza dei dati forniti, il maggior numero delle persone, ovvero 6.653 (91,2%) che facevano parte dello studio di coorte avevano evidenziato altri tipi di miocardite (né da vaccino, né da Covid). Le persone vaccinate contro il Covid o che avevano contratto la malattia, ovviamente, sono state incluse nell’osservazione solo nel periodo 2020-2022. Significativa la tabella del rischio relativo di insufficienza cardiaca o di morte entro 90 giorni di follow-up dal ricovero in ospedale per miocardite di nuova insorgenza. Nei soggetti con miocardite associata alla vaccinazione a mRna Sars-CoV-2, si erano conteggiate 22 diagnosi di insufficienza cardiaca, quasi il doppio delle 12 riscontrate nelle miocarditi associate alla malattia da Covid-19. Certo, i ricercatori dei dipartimenti di epidemiologia, sanità pubblica, del controllo infezioni e vaccini, e del centro cardiopolmonare dei quattro Paesi coinvolti, dichiarano di aver scoperto che la miocardite post vaccinazione con vaccini a mRna «era associata a un minor rischio di insufficienza cardiaca entro 90 giorni dal ricovero in ospedale», rispetto alla miocardite convenzionale e alla miocardite dopo la malattia da Covid-19. Quindi, con migliori esiti clinici entro 90 giorni dal ricovero in ospedale. Però sono gli stessi autori ad ammettere: «Sebbene il nostro studio abbia costantemente suggerito che gli esiti della miocardite dopo la vaccinazione fossero meno gravi rispetto ad altri tipi di miocardite, abbiamo riscontrato solo differenze minime nel rischio relativo di riammissione in ospedale entro 90 giorni per tipo di miocardite». E che studi futuri, su pazienti che hanno sviluppato miocardite dopo un vaccino a mRna, «dovrebbero mirare a un periodo di follow-up esteso di almeno un anno». Occorre monitorarli per un periodo più lungo, accertando lo scompenso cardiaco misurando la disfunzione ventricolare sistolica e /o diastolica, valutando le cicatrici del cuore attraverso la risonanza magnetica cardiaca, l’aritmia cardiaca e impiegando test per i biomarcatori cardiaci. Come aveva riportato il mese scorso La Verità, uno studio dell’Università di Taiwan pubblicato su PubMed, che riguarda i cambiamenti dei parametri dell’elettrocardiogramma dopo la vaccinazione con Pfizer, in 4.928 studenti dai 12 ai 18 anni delle scuole superiori della capitale Taipei, mostrava dati molto diversi a seconda dell’utilizzo o meno dell’Ecg, prima e post vaccino nel presentare «un’elevata sensibilità e specificità per rilevare effetti avversi cardiaci significativi», legati a un vaccino a mRna. Tornando allo studio nordico, rimane, dunque, preoccupante, il numero di persone che hanno avuto una miocardite come effetto collaterale della vaccinazione anti Covid effettuata nei 28 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi. In fascia 12-24 anni, 202 persone (38,1% su 530), hanno sofferto infiammazione della tonaca muscolare chiamata miocardio, lo strato intermedio della parete del cuore; in fascia 25-39, i colpiti sono stati 138 (26%) e 190 (35,8%) gli over 40. Nelle stesse classi di età, hanno avuto miocardite dopo l’infezione Covid contratta nei 28 giorni precedenti, rispettivamente 19 persone (17,4% su 109), 29 (26,6%) e 61 (56%). La malattia infiammatoria del miocardio ha colpito più i vaccinati nella fascia fino ai 24 anni, mentre nei soggetti dai 25 ai 39 anni è stato pressoché simile l’effetto da vaccino e da infezione Covid.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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