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2021-08-16
Storia della Iso Rivolta: dai caloriferi alla Formula 1
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(Getty Images)
Tutto cominciò nel 1939, quando l'ingegnere brianzolo Renzo Rivolta (classe 1908, figlio di un imprenditore della lavorazione del legno) mise gli occhi su una piccola azienda di Bolzaneto. Laggiù dove la Val Polcevera declina verso Genova si era installata una piccola azienda di termoidraulica, la Isothermos, alla quale Rivolta fece un offerta di acquisto, già proiettato verso quello che sarebbe diventato il mercato italiano una volta terminata la guerra imminente. La media azienda ligure, oltre ad impianti termici, si era cimentata anche nella progettazione dei primi frigoriferi e Rivolta intuì la potenzialità del prodotto con la consulenza dell'ingegner Bianchi, un amico di lunga data che aveva allo studio un compressore di dimensioni ridotte adatto all'installazione sui frigoriferi domestici. Pochi mesi dopo, un grande bombardamento su Genova che colpì anche Bolzaneto spinse la nuova proprietà a lasciare la sede d'origine trasferendosi a Bresso, alle porte di Milano, proprio a poca distanza dall'aeroporto dal quale partivano i caccia italiani contro le formazioni di bombardieri alleati. Per meglio mimetizzare l'attività dalle incursioni aeree, Rivolta scelse un edificio storico, una villa padronale (villa Patellari) all'interno della quale i macchinari erano ben celati da spesse pareti invisibili dall'esterno, soluzione che risulterà cruciale in quanto evitò la spoliazione da parte dei tedeschi operata negli ultimi mesi di guerra presso le aziende del Nord Italia.
Fu nel 1946 che Rivolta, come molti altri industriali italiani, intuì le opportunità offerte dalla ricostruzione nel campo della motorizzazione del Paese. Accanto alla produzione di termosifoni, caldaie e frigoriferi, la Isothermos di Bresso si lanciò inizialmente nel campo delle due ruote, sull'onda del successo della Vespa e della "vicina di casa" Innocenti Lambretta.
Già nei mesi precedenti la fine del conflitto, Rivolta aveva acquisito terreni per allargare l'azienda e assunto maestranze qualificate per essere pronto all'esordio nel settore motoristico. Quello che mancava tuttavia era un progetto originale per partire con la produzione e la crisi dell'immediato dopoguerra non permetteva grande impiego di risorse senza relativi rischi. Fu un piccolo produttore milanese, la Giesse, a fornire il primo brevetto che la Isothermos acquisì su licenza. Il prodotto era un piccolo scooter chiamato "Furetto". Il motorino era un 65cc. con buone caratteristiche costruttive e di stabilità (aveva già le ruote alte). Tuttavia il primo tentativo non raggiunse che un modesto numero di pezzi venduti. Il carattere volitivo dell'ingegnere di Desio fece sì che la Isothermos non abbandonasse il settore al primo tentativo, spingendo affinché i modelli successivi fossero interamente sviluppati a Bresso, propulsori compresi. L'asso nella manica fu proprio il nuovo motore, dalle caratteristiche tecniche innovative. Si trattava infatti di un 125cc. a due tempi con una caratteristica peculiare: il cilindro sdoppiato, che permetteva consumi inferiori e prestazioni superiori alla cilindrata. Il motore andò ad equipaggiare il secondo modello, l'Isoscooter, del 1949. La linea accattivante, le prestazioni migliorate rispetto al primo modello e il nuovo motore fecero raggiungere alla Isothermos un ottimo livello di vendite, tanto che il marchio di Bresso venne a trovarsi nei primi anni cinquanta appena dietro a Piaggio e Innocenti. Dalle officine di Bresso uscirà anche un affidabile motocarro, dotato del motore Iso da 150cc, sia aperto che cabinato. Il piccolo Isoscooter "presterà" il suo cuore ad un altro modello di buon successo, una motoleggera dalle dimensioni compatte e ruote da 12 pollici, estremamente comoda e maneggevole per l'uso quotidiano, la Isomoto 125. Alle due piccole motoleggere seguiranno modelli di cilindrata superiore, come la 175cc e la 200, per arrivare nel 1961 a produrre una 500 a quattro tempi. Anche nel periodo più florido delle due ruote, tuttavia, Renzo Rivolta proiettò la sua visione oltre la prima forma di motorizzazione italiana, quando la Fiat lanciò le sue utilitarie per tutti. Quello che nacque da Bresso, anticiperà di decenni il concetto di city car. Si trattava infatti di una microvettura con motorizzazione motociclistica, dalle dimensioni estremamente ridotte. Nasceva così nel 1953 la "Isetta", al cui progetto parteciparono due vecchie "conoscenze" dell'ingegneria aeronautica degli anni di guerra, Ermenegildo Preti e Pierluigi Raggi. La vetturetta aveva la caratteristica peculiare di avere l'accesso frontale, tramite una portiera unica che, aprendosi, spostava automaticamente il volante per far accedere i passeggeri. Le dimensioni erano minime: lunghezza 227 cm, larghezza 132, altezza 127. Il motore era lo sperimentato 200cc delle moto Iso per una velocità di 85 Km/h. Troppo in anticipo sui tempi, la piccola di Bresso non ebbe il successo sperato in Italia. Tuttavia la storia della Isetta continuò all'estero perché nel 1956 da Monaco di Baviera la Iso ricevette l'offerta di cessione del brevetto da parte della Bmw, che la produsse con il suo marchio ed ebbe un discreto successo.
Ancora una volta in anticipo sui tempi, Renzo Rivolta intuì la fine del successo delle motoleggere soppiantate dalle auto, e decise ancora una volta di trasformare l'azienda. Sognò in grande, questa volta: l'idea era di fare di Bresso la Maranello lombarda, per competere coi blasonati marchi come Lamborghini, Maserati, Ferrari. Proprio dall'azienda di Maranello l'ingegnere brianzolo chiamò il progettista Giotto Bizzarrini, un mago delle vetture sportive e delle preparazioni, che giunse a Bresso all'inizio degli anni '60 con il compito di concepire una Gran Turismo di nicchia che potesse piacere anche all'estero. Un'impresa non semplice, data anche la ristrettezza del mercato del lusso dei primi anni sessanta. I costi abnormi della progettazione del propulsore furono risolti utilizzando motori già in produzione e acquistati dalla americana General Motors. Fu infatti il motore V8 da 5,7 litri della Chevrolet Corvette ad equipaggiare la prima gran turismo del marchio del grifone. Il corpo vettura invece fu affidato al design Bretone, dove allora lavorava un giovane Giorgetto Giugiaro che definì le linee americaneggianti della Iso Rivolta 300/340 Gt. che sarà prodotta dal 1962 al 1970 in circa 800 esemplari, molto apprezzati negli Usa dove le tasse sulle vetture di lusso non erano proibitive come in Italia. Le finiture erano artigianali, l'assemblaggio perfetto e le dotazioni di serie e materiali di altissima categoria. La buona risposta del pubblico alla nuova supercar italo-americana spinse l'azienda di Bresso a proporre un altra vettura, questa volta una coupé dalle forme che ricordavano sia le muscle car d'oltreoceano che le Ferrari come la 250 GTO, al cui progetto Bizzarrini aveva partecipato. Nasceva così la secondogenita della casa di Bresso, la Iso Grifo. Si trattava di una Gt coupé dalle linee estremamente aggressive, aveva un "cuore" Chevrolet da 350 Cv in grado di spingerla ai 260 Km/h. Uno dei modelli preparati partecipò anche alla 24 Ore di Le Mans. Fu apprezzata anche dall'ex-beatle John Lennon, che ne acquistò una nel 1967. La Grifo fu l'ultima creatura che Renzo Rivolta vide uscire dalla catena di montaggio, prima della morte per infarto avvenuta il 20 agosto 1966. L'azienda passò nelle mani del figlio Piero, ingegnere, che seguendo le orme paterne proseguì nel settore delle supercar. Sotto la sua guida nacquero le Iso Rivolta Fidia e Lele. La prima era una grande berlina sportiva nata nel 1969 per far concorrenza alla Maserati Quattroporte e alle grandi Mercedes. I motori questa volta erano Ford Usa, visto che il contratto con General Motors si era interrotto a causa della pretesa del management di Detroit del pagamento anticipato dei propulsori. Lo stile fu diviso tra la Carrozzeria Ghia e Giugiaro, risultando in una linea tipicamente anni settanta che ricordava quella della futura Alfetta. Il 5.7 litri V8 la spingeva a 240 Km/h, mantenendo tuttavia un prezzo competitivo rispetto alle berline di lusso del mercato estero.
Piero Rivolta, che aveva ereditato l'esprit geniale del padre, volle allargare la fabbrica e per non soccombere ai costi elevatissimi inventò una attività parallela nel campo degli immobili industriali, cosa che gli permise pochi anni dopo il lancio della Fidia di spostarsi da Bresso a Varedo. Qui fu prodotta l'ultima sportiva con il grifone sul cofano, la "Lele" (nomignolo della moglie di Piero), una muscle car che ricordava parzialmente la Alfa Romeo Montreal e le GT americane con motore da 300 o 350 Cv.
L'ultima grande avventura della Iso fu quella dell'ingresso nel circo della Formula 1 nel campionato 1973. La monoposto IR fu realizzata per la scuderia di Frank Williams chiamata Iso-Marlboro (dal nome del main sponsor). Al di là di un sesto posto in Canada del pilota Bowden Ganley la casa del grifone, che nel frattempo era stata partecipata da capitali americani diventando Iso Motor Co. lasciò dopo soli due anni di gare. Nel 1974 l'unica Iso in gara fu pilotata dal brianzolo Arturo Merzario, che riuscì a conquistare un 4° posto come miglior piazzamento della stagione a Monza davanti al "suo" pubblico.
Nonostante gli aumenti di capitale iniettati a partire dal 1972 dagli investitori americani, che fecero produrre con il marchio lombardo anche una motoslitta, la Iso Motor andò a schiantarsi contro gli effetti insormontabili della crisi petrolifera scoppiata nel 1973. La riconversione, questa volta, era impossibile e la gloriosa azienda di Bresso chiuse i battenti per sempre il 10 dicembre 1974.
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Partita nel 1939 con termosifoni e frigo, fu una delle aziende più poliedriche del dopoguerra. Dalla fabbrica di Bresso uscirono scooter, moto, minicar, supercar e berline di lusso, fino all'avventura nel motorsport prima della chiusura nel 1974.Tutto cominciò nel 1939, quando l'ingegnere brianzolo Renzo Rivolta (classe 1908, figlio di un imprenditore della lavorazione del legno) mise gli occhi su una piccola azienda di Bolzaneto. Laggiù dove la Val Polcevera declina verso Genova si era installata una piccola azienda di termoidraulica, la Isothermos, alla quale Rivolta fece un offerta di acquisto, già proiettato verso quello che sarebbe diventato il mercato italiano una volta terminata la guerra imminente. La media azienda ligure, oltre ad impianti termici, si era cimentata anche nella progettazione dei primi frigoriferi e Rivolta intuì la potenzialità del prodotto con la consulenza dell'ingegner Bianchi, un amico di lunga data che aveva allo studio un compressore di dimensioni ridotte adatto all'installazione sui frigoriferi domestici. Pochi mesi dopo, un grande bombardamento su Genova che colpì anche Bolzaneto spinse la nuova proprietà a lasciare la sede d'origine trasferendosi a Bresso, alle porte di Milano, proprio a poca distanza dall'aeroporto dal quale partivano i caccia italiani contro le formazioni di bombardieri alleati. Per meglio mimetizzare l'attività dalle incursioni aeree, Rivolta scelse un edificio storico, una villa padronale (villa Patellari) all'interno della quale i macchinari erano ben celati da spesse pareti invisibili dall'esterno, soluzione che risulterà cruciale in quanto evitò la spoliazione da parte dei tedeschi operata negli ultimi mesi di guerra presso le aziende del Nord Italia.Fu nel 1946 che Rivolta, come molti altri industriali italiani, intuì le opportunità offerte dalla ricostruzione nel campo della motorizzazione del Paese. Accanto alla produzione di termosifoni, caldaie e frigoriferi, la Isothermos di Bresso si lanciò inizialmente nel campo delle due ruote, sull'onda del successo della Vespa e della "vicina di casa" Innocenti Lambretta. Già nei mesi precedenti la fine del conflitto, Rivolta aveva acquisito terreni per allargare l'azienda e assunto maestranze qualificate per essere pronto all'esordio nel settore motoristico. Quello che mancava tuttavia era un progetto originale per partire con la produzione e la crisi dell'immediato dopoguerra non permetteva grande impiego di risorse senza relativi rischi. Fu un piccolo produttore milanese, la Giesse, a fornire il primo brevetto che la Isothermos acquisì su licenza. Il prodotto era un piccolo scooter chiamato "Furetto". Il motorino era un 65cc. con buone caratteristiche costruttive e di stabilità (aveva già le ruote alte). Tuttavia il primo tentativo non raggiunse che un modesto numero di pezzi venduti. Il carattere volitivo dell'ingegnere di Desio fece sì che la Isothermos non abbandonasse il settore al primo tentativo, spingendo affinché i modelli successivi fossero interamente sviluppati a Bresso, propulsori compresi. L'asso nella manica fu proprio il nuovo motore, dalle caratteristiche tecniche innovative. Si trattava infatti di un 125cc. a due tempi con una caratteristica peculiare: il cilindro sdoppiato, che permetteva consumi inferiori e prestazioni superiori alla cilindrata. Il motore andò ad equipaggiare il secondo modello, l'Isoscooter, del 1949. La linea accattivante, le prestazioni migliorate rispetto al primo modello e il nuovo motore fecero raggiungere alla Isothermos un ottimo livello di vendite, tanto che il marchio di Bresso venne a trovarsi nei primi anni cinquanta appena dietro a Piaggio e Innocenti. Dalle officine di Bresso uscirà anche un affidabile motocarro, dotato del motore Iso da 150cc, sia aperto che cabinato. Il piccolo Isoscooter "presterà" il suo cuore ad un altro modello di buon successo, una motoleggera dalle dimensioni compatte e ruote da 12 pollici, estremamente comoda e maneggevole per l'uso quotidiano, la Isomoto 125. Alle due piccole motoleggere seguiranno modelli di cilindrata superiore, come la 175cc e la 200, per arrivare nel 1961 a produrre una 500 a quattro tempi. Anche nel periodo più florido delle due ruote, tuttavia, Renzo Rivolta proiettò la sua visione oltre la prima forma di motorizzazione italiana, quando la Fiat lanciò le sue utilitarie per tutti. Quello che nacque da Bresso, anticiperà di decenni il concetto di city car. Si trattava infatti di una microvettura con motorizzazione motociclistica, dalle dimensioni estremamente ridotte. Nasceva così nel 1953 la "Isetta", al cui progetto parteciparono due vecchie "conoscenze" dell'ingegneria aeronautica degli anni di guerra, Ermenegildo Preti e Pierluigi Raggi. La vetturetta aveva la caratteristica peculiare di avere l'accesso frontale, tramite una portiera unica che, aprendosi, spostava automaticamente il volante per far accedere i passeggeri. Le dimensioni erano minime: lunghezza 227 cm, larghezza 132, altezza 127. Il motore era lo sperimentato 200cc delle moto Iso per una velocità di 85 Km/h. Troppo in anticipo sui tempi, la piccola di Bresso non ebbe il successo sperato in Italia. Tuttavia la storia della Isetta continuò all'estero perché nel 1956 da Monaco di Baviera la Iso ricevette l'offerta di cessione del brevetto da parte della Bmw, che la produsse con il suo marchio ed ebbe un discreto successo. Ancora una volta in anticipo sui tempi, Renzo Rivolta intuì la fine del successo delle motoleggere soppiantate dalle auto, e decise ancora una volta di trasformare l'azienda. Sognò in grande, questa volta: l'idea era di fare di Bresso la Maranello lombarda, per competere coi blasonati marchi come Lamborghini, Maserati, Ferrari. Proprio dall'azienda di Maranello l'ingegnere brianzolo chiamò il progettista Giotto Bizzarrini, un mago delle vetture sportive e delle preparazioni, che giunse a Bresso all'inizio degli anni '60 con il compito di concepire una Gran Turismo di nicchia che potesse piacere anche all'estero. Un'impresa non semplice, data anche la ristrettezza del mercato del lusso dei primi anni sessanta. I costi abnormi della progettazione del propulsore furono risolti utilizzando motori già in produzione e acquistati dalla americana General Motors. Fu infatti il motore V8 da 5,7 litri della Chevrolet Corvette ad equipaggiare la prima gran turismo del marchio del grifone. Il corpo vettura invece fu affidato al design Bretone, dove allora lavorava un giovane Giorgetto Giugiaro che definì le linee americaneggianti della Iso Rivolta 300/340 Gt. che sarà prodotta dal 1962 al 1970 in circa 800 esemplari, molto apprezzati negli Usa dove le tasse sulle vetture di lusso non erano proibitive come in Italia. Le finiture erano artigianali, l'assemblaggio perfetto e le dotazioni di serie e materiali di altissima categoria. La buona risposta del pubblico alla nuova supercar italo-americana spinse l'azienda di Bresso a proporre un altra vettura, questa volta una coupé dalle forme che ricordavano sia le muscle car d'oltreoceano che le Ferrari come la 250 GTO, al cui progetto Bizzarrini aveva partecipato. Nasceva così la secondogenita della casa di Bresso, la Iso Grifo. Si trattava di una Gt coupé dalle linee estremamente aggressive, aveva un "cuore" Chevrolet da 350 Cv in grado di spingerla ai 260 Km/h. Uno dei modelli preparati partecipò anche alla 24 Ore di Le Mans. Fu apprezzata anche dall'ex-beatle John Lennon, che ne acquistò una nel 1967. La Grifo fu l'ultima creatura che Renzo Rivolta vide uscire dalla catena di montaggio, prima della morte per infarto avvenuta il 20 agosto 1966. L'azienda passò nelle mani del figlio Piero, ingegnere, che seguendo le orme paterne proseguì nel settore delle supercar. Sotto la sua guida nacquero le Iso Rivolta Fidia e Lele. La prima era una grande berlina sportiva nata nel 1969 per far concorrenza alla Maserati Quattroporte e alle grandi Mercedes. I motori questa volta erano Ford Usa, visto che il contratto con General Motors si era interrotto a causa della pretesa del management di Detroit del pagamento anticipato dei propulsori. Lo stile fu diviso tra la Carrozzeria Ghia e Giugiaro, risultando in una linea tipicamente anni settanta che ricordava quella della futura Alfetta. Il 5.7 litri V8 la spingeva a 240 Km/h, mantenendo tuttavia un prezzo competitivo rispetto alle berline di lusso del mercato estero. Piero Rivolta, che aveva ereditato l'esprit geniale del padre, volle allargare la fabbrica e per non soccombere ai costi elevatissimi inventò una attività parallela nel campo degli immobili industriali, cosa che gli permise pochi anni dopo il lancio della Fidia di spostarsi da Bresso a Varedo. Qui fu prodotta l'ultima sportiva con il grifone sul cofano, la "Lele" (nomignolo della moglie di Piero), una muscle car che ricordava parzialmente la Alfa Romeo Montreal e le GT americane con motore da 300 o 350 Cv. L'ultima grande avventura della Iso fu quella dell'ingresso nel circo della Formula 1 nel campionato 1973. La monoposto IR fu realizzata per la scuderia di Frank Williams chiamata Iso-Marlboro (dal nome del main sponsor). Al di là di un sesto posto in Canada del pilota Bowden Ganley la casa del grifone, che nel frattempo era stata partecipata da capitali americani diventando Iso Motor Co. lasciò dopo soli due anni di gare. Nel 1974 l'unica Iso in gara fu pilotata dal brianzolo Arturo Merzario, che riuscì a conquistare un 4° posto come miglior piazzamento della stagione a Monza davanti al "suo" pubblico. Nonostante gli aumenti di capitale iniettati a partire dal 1972 dagli investitori americani, che fecero produrre con il marchio lombardo anche una motoslitta, la Iso Motor andò a schiantarsi contro gli effetti insormontabili della crisi petrolifera scoppiata nel 1973. La riconversione, questa volta, era impossibile e la gloriosa azienda di Bresso chiuse i battenti per sempre il 10 dicembre 1974.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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