
Toni Capuozzo, inviato di guerra che nel 2005 durante il conflitto in Iraq fu anche sequestrato dalle forze paramilitari sciite dell’esercito del Mahdi, ha una grande esperienza in Medio Oriente. Ma lo scrittore e giornalista non ricorda in tutti questi anni una gestione simile della guerra da parte degli Usa.
«Non ho mai visto niente di paragonabile a quello che sta succedendo. Le guerre degli americani, per come le ho sempre viste, di solito sono gestite da team, oltre che approvate da un voto del Congresso. Se dovessi fare un esempio semplice di guerre simmetriche, direi che si è sempre trattato di conflitti da parte di Stati con degli eserciti, mentre oggi siamo di fronte a una guerra tra guerriglieri. Trump stesso si comporta da guerrigliero: il suo è un continuo stop and go, con attacchi a sorpresa e azioni non pianificate. Una realtà tormentosa, comprensibilmente, per analisti e mercati finanziari. Vedremo quale sarà l’epilogo finale».
C’è ancora una logica in questo attacco all’Iran?
«La vicenda è complicata dalla guerra sotterranea fra Trump e i democratici, ma aspettiamo i risultati finali. C’è ancora possibilità di vittoria per gli americani. E poi diciamoci la verità, oggi è opinione comune pensare che Trump abbia ottenuto soltanto sconfitte, che il regime iraniano sia più forte di prima, che la stessa mancata libera circolazione delle merci dimostri un bilancio fallimentare di questa guerra. Ma aspetterei prima di emettere un verdetto definitivo».
Per guerra sotterranea cosa si intende?
«Esiste una guerra sì internazionale, ma anche una guerra parallela portata avanti da una parte politica dell’America e dell’Europa: c’è chi spera prima di tutto che Trump si impantani in Iran, mentre la finanza e l’ambiente economico lo sostengono ancora. I democratici, ma a questo punto direi non solo, sperano in un’anatra azzoppata. Ma se uno spera che Trump fallisca, in automatico tifa per l’altro, e mi chiedo: come si fa a sperare che i pasdaran abbiano la meglio? Questo è un elemento che complica la situazione. In questo momento poi che la Cina non aspetta altro…».
Ecco la Cina, il vero nemico di Trump. Dopo il Venezuela, l’Iran avrebbe dovuto rappresentare l’altro trofeo nella gara del petrolio. E invece, si trattava di due sport completamente diversi…
«La Cina in un primo momento ha fatto dichiarazioni di sostegno all’Iran, in qualche modo sembrava quasi che volesse persuadere i pasdaran a essere più malleabili sui negoziati. Ma dopo che c’è stato lo scontro su Hormuz e gli iraniani hanno risposto colpendo con i missili, gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di essere pronti a contrattaccare. Si sta aprendo un fronte secondario, un fronte nel fronte: Emirati Arabi contro Iran. E la Cina ora vede la situazione da un’altra prospettiva. Cerca una tregua».
Presto Trump dovrebbe recarsi a Pechino. Questo cambierà le cose?
«Come dicevamo, la Cina ha fallito questo tentativo di testare la malleabilità del regime e a questo punto l’Iran resta una sua area di influenza, ma non può sostenerlo così tanto in guerra, o meglio, lo vorrebbe più presentabile agli occhi del Medio Oriente. Questa situazione è un guaio grosso per tutti».
Ma Trump è ossessionato dal nemico cinese?
«Sì, lo penso anche io. Si tratta di un braccio di ferro tra Usa e Cina, ma Trump cerca una nuova Yalta, un po’ come se il presidente degli Stati Uniti volesse dire: dividiamoci il mondo. Questo vuole comunicare Trump a Xi Jinping. La Russia e l’Ucraina lo dimostrano: a lui non interessa chi ha ragione. Dietro c’è la ricerca di un equilibrio per la spartizione dei territori. È un countdown non verso una guerra mondiale, ma verso una nuova Yalta».
Ma, seguendo il filo di questo ragionamento, l’Europa, in pratica, sparisce?
«L’Europa sta facendo di tutto per spaccarsi e scomparire. Noi non possiamo che vedere un’Europa e una Nato con il ruolo di osservatori, non sono di certo attori attivi ma semmai passivi: noi europei siamo notai della crisi».
La spallata di Trump non c’è stata, diciamolo…
«Trump ha aperto la finestra e ora tira vento da tutte le parti. Dobbiamo fare il tifo per la fine di questa guerra. Ci vuole un equilibrio mondiale anche imperfetto, ma chiaro. E questo perché le guerre che in passato non sono arrivate a stabilire un nuovo ordine sono poi riscoppiate a distanza di poco tempo, penso al vicino Libano e a Israele. Sarà necessario un Iran con un’altra impronta e un altro spirito, prima di tutto senza l’opzione di costruzione del programma nucleare, tanto temuto dall’Occidente. Perché la pace non si può pensare con la minaccia dell’Iran che apre e chiude il rubinetto di Hormuz. O che costruisce segretamente armi atomiche. Poi si può litigare per giorni sul fatto che Trump sia pazzo o meno, che le sue siano state scelte avventante e spinte dall’emotività, però in questo momento noi tifiamo per gli Usa, consapevoli che sperare in un Trump impantanato è il finale più tafazziano possibile».
A proposito di minaccia nucleare, si cerca un accordo che preveda la sospensione totale dell’arricchimento dell’uranio per un certo numero di anni. L’Iran mira a 5 anni, Washington ne vuole 20. Chi la spunterà?
«Questi numeri di solito diventano una media, almeno secondo la mia esperienza: però se noi usciamo da questo conflitto giocando a nascondino, non va bene. O l’Occidente si impone e dice: l’Iran come Paese non può aggiungersi al club degli Stati nucleari, oppure rischiamo di continuare a farci prendere in giro. Non c’è un Paese così ricco di petrolio che abbia realmente bisogno del nucleare per scopi civili, è chiaro che l’Iran lo arricchisce per avere un’arma atomica. Lo stesso Iran che, inoltre, ha promesso di distruggere Israele… quindi bisogna negoziare».
A proposito di Israele, Netanyahu è la mente di questa guerra?
«No, ma è un partecipante molto interessato e diciamo che se l’Iran uscisse da questa guerra per quello che è oggi Israele sarebbe a lutto. Sebbene l’Iran sia una minaccia depotenziata, ha rivelato al mondo una capacità di resistenza inaspettata. Oltretutto si è scoperto essere un Paese molto meno debole del previsto: la Cia aveva fornito informazioni decisamente sbagliate sulla volontà degli iraniani di essere pronti a scendere in piazza in qualsiasi momento. Così non è stato. Un Iran belva ferita è sempre più feroce di un Iran belva sazia. Questo gli Usa devono stamparselo in testa, Israele lo sa. Diciamo che Israele fa i suoi interessi spingendo verso una soluzione chiara che preveda il tramonto dell’Iran, o almeno mira a un peso negoziale più interlocutorio: il sogno di Netanyahu resta l’Occidente che tiene l’Iran per la gola».
Intanto Rubio ha fatto visita al Papa per tamponare le ferite inferte al Vaticano da Trump. Missione compiuta?
«Rubio è un grande cattolico e questo ha pesato molto nell’incontro tra lui e il Pontefice. Il segretario di Stato Usa è stato mandato come un unguento agli attacchi trumpiani, anche se avrebbe dovuto comunque venire in Italia a prescindere dalla diatriba tra i due. Ma quale occasione migliore per giocare al poliziotto buono e a quello cattivo? Il cattivo è Trump, ovviamente, che non le manda a dire neanche al Papa. Trump parla come se avesse di fronte Obama e non il Pontefice, al quale continua ad addebitare l’errore di aver lasciato all’Iran la possibilità di compiacere un certo tipo di elettorato».
Meloni come dovrebbe muoversi tra falchi o le colombe?
«Meloni deve accettare di essere marginale, tenersi aperte tutte le strade… come si suol dire, Francia o Spagna, purché se magna. Se Trump vincesse per l’Italia diventa importante non essere considerata ostile, se Trump perdesse va mantenuto un qualche rapporto con il nuovo regime. Siamo ancorati a un’Europa che è irrilevante».
La Russia è l’unico spettatore che gode in questo momento?
«Il petrolio russo si sta valorizzando e Trump si sta arenando esattamente come successo a Putin quattro anni fa, quindi, per lui è un momento estremamente soddisfacente: diciamo, in sintesi, un’occasione favorevole per la Russia e sfavorevole per Kiev. In Russia si producono armi a prescindere dalla fine dell’Iran. Ormai è chiaro il disimpegno Usa in Ucraina. L’Ucraina, nonostante la sconfitta di Orbán, è più sola che mai. Non vedo bene la guerra di Zelensky, l’Ucraina è declassata a crisi di secondo livello, un problema in secondo piano».
Possiamo concludere dicendo che la furia trumpiana ha cambiato il mondo?
«La situazione è stagnante con due sassi lanciati uno in Ucraina e uno nel Golfo e con onde che si ripercuotono ovunque, in tutto il mondo. Papa Francesco aveva ragione quando affermava che è in corso una guerra mondiale a tappe. E questo, sì, in parte dipende dall’America che pensa che tutti vogliano il tostapane e la macchina nel box. Ma lo stesso, forse in modo più elegante, vale per l’Europa che da sempre mira all’esportazione dei suoi valori. Da sempre, in tutte le guerre».






