Raniero Guerra (Ansa)
Troppi aspetti non tornano nel verbale di un’udienza del processo a Raniero Guerra & C.: dalla registrazione iniziata in ritardo ai controlli del pubblico in aula «raccomandati» alla toga fino a uno strano video collegamento partito con una persona esterna.
Dentro l’aula, prima della sentenza, c’è già qualcosa che non torna. È il 12 maggio. Nel palazzo di giustizia di Roma si celebra l’udienza preliminare del procedimento sul mancato aggiornamento del piano pandemico nazionale. Davanti al giudice ci sono gli ex dirigenti del ministero della Salute: Raniero Guerra, Giuseppe Ruocco, Maria Grazia Pompa e Francesco Maraglino (nel frattempo deceduto).
L’accusa è di omissione di atti d’ufficio. Il procedimento si chiuderà con un «non luogo a procedere» per «intervenuta prescrizione». Ma oggi il caso non riguarda la prescrizione. La vicenda è arrivata sul tavolo del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, con un’interrogazione parlamentare depositata alla Camera e al Senato da Fratelli d’Italia. I meloniani chiedono «di avviare un’ispezione al tribunale di Roma al fine di verificare la regolarità dello svolgimento del procedimento penale». La richiesta, come anticipato ieri dalla Verità, nasce dai rilievi trasmessi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia, presieduta dal senatore Marco Lisei, dall’associazione dei familiari delle vittime del Covid #Sereniesempreuniti. Il punto di partenza è il verbale dell’udienza. Un verbale redatto con il sistema della fonoregistrazione e successiva trascrizione. Ed è proprio qui che si nota la prima crepa.
Il documento si apre alle 10.48. Ma il giudice Alessandra Boffi esordisce così: «Da questo momento parte con la trascrizione. D’accordo? Vuole formulare la questione avvocato di nuovo? Abbia pazienza, perché abbiamo acceso...». L’udienza, quindi, almeno in parte, era già cominciata. La registrazione no. Tanto che a un avvocato viene chiesto di ripetere la questione. È un dettaglio? Forse. Ma nelle aule giudiziarie i dettagli spesso diventano sostanza. Soprattutto quando, più avanti, proprio la pubblicità dell’udienza diventa terreno di scontro. A un certo punto prende la parola l’avvocato Augusto Sinagra, che rappresentava alcune delle parti civili costituite. Sta spiegando perché, dopo quello che dice di aver visto, aveva deciso di non mettere più piede in un’aula di giustizia penale.
Il giudice lo interrompe. Non per il merito. Per una persona seduta in fondo all’aula. «Mi perdoni. Può chiedere chi è quel signore, lì in fondo, quello in fondo. Mi perdoni, chi è lei? Mi scusi, perché la vedevo... va bene. Prego, mi perdoni avvocato». Sinagra riprende. Ma non lascia passare l’episodio. Lo trasforma nel cuore politico e processuale del suo intervento. Dice al giudice: «Lei ha chiesto l’accertamento dell’identità della persona, adesso. Giudice, sappiamo tutti quanti che questo zelo, questa precisione, chiamiamola così, questa accuratezza nel tenere presente che la Camera di Consiglio non è aperta al pubblico, non è di tutti i giorni, non è di tutti i giudici. Lei con attitudine generosa direi, e anche sincera, stamattina ci ha comunicato che era stato raccomandato di fare queste verifiche». L’avvocato attribuisce alla giudice una precedente comunicazione: quei controlli sarebbero stati «raccomandati».
E proprio qui il ritardo iniziale della fonoregistrazione diventa un elemento che non può essere liquidato come una formalità. Sinagra insiste: «Questa verifica non ha lo scopo di rendere ossequio alla norma del codice, ha lo scopo di dare il minimo della pubblicità possibile quando si parla di queste cose». E ancora: «Non basta che il giudice sia imparziale... lei certamente lo è! Occorre che appaia anche imparziale, ma per apparire imparziale occorre che ci sia un pubblico». Ma proprio quando le parti civili stanno per chiedere che il capo d’accusa venga trasformato in uno più grave, quello di epidemia colposa, c’è un secondo colpo di scena. L’udienza viene interrotta, questa volta per un inconveniente tecnico. Dal verbale risulta che «è partito un videocollegamento in aula». Dagli altoparlanti parte la voce di qualcuno che non è presente. Uno strano e sospetto cortocircuito. Il giudice si accorge che qualcosa non funziona: «Scusate... non credo che sentano, no! Sospendiamo 5 minuti e risolviamo questo problema». Qualcuno, a quel punto, si è chiesto se ci fosse stato un collegamento con l’esterno. Secondo quanto riportato nel materiale trasmesso alla Commissione Covid e ripreso da Fratelli d’Italia, il giudice avrebbe dichiarato di aver subito «pressioni» esterne ed estranee in relazione alle decisioni da assumere nel procedimento, «tanto da impedirle di autorizzare la pubblicità delle udienze». È una ricostruzione politica, non giudiziaria. Ma quel passaggio è stato ritenuto di una gravità tale da finire in un’interrogazione al Guardasigilli.
Nell’interrogazione le «condotte processuali» vengono definite «gravi» e «meritevoli di una approfondita valutazione sotto il profilo ispettivo, disciplinare e politico-istituzionale». I firmatari sostengono che «il condizionamento della funzione giurisdizionale sarebbe stato apertamente menzionato in udienza alla presenza di decine di parti civili costituite», oltre che dei legali degli imputati, e che ciò rappresenterebbe «una evidente lesione dei principi costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura».
Di certo sull’apertura dell’udienza al pubblico c’era molta tensione. Al punto che alle precisazioni dell’avvocato Sinagra il giudice lo interrompe: «Ma non ho capito, ma lei sta facendo un appunto?». L’avvocato replica: «No...», ma viene nuovamente fermato. Ne nasce un breve botta e risposta. E a quel punto il giudice spiega il senso del proprio intervento: «Mi sembra solo che insistesse troppo sul fatto che io abbia richiamato... è mio dovere, perché mi hanno invitato... a contenere il numero delle persone». Una frase che si collega a quanto sostenuto pochi istanti prima da Sinagra, secondo cui il giudice aveva comunicato che era stato «raccomandato di fare queste verifiche». Proprio attorno a queste parole si concentra una parte delle contestazioni nell’interrogazione parlamentare.
Ma mentre attorno a queste parole si concentra una parte delle contestazioni dell’interrogazione parlamentare, il capogruppo di Fdi alla Camera, Galeazzo Bignami, chiede che l’ex premier Giuseppe Conte, invece di «intralciare i lavori» della Commissione Covid, «si faccia audire» e «racconti quello che sa riguardo a ciò che sta emergendo come il più grande scandalo della storia della Repubblica». Ovvero l’acquisto per «1 miliardo 251 milioni di euro» da «consorzi cinesi sconosciuti» di mascherine «rivelatesi farlocche».
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Maxi esercitazione antiterrorismo all'aeroporto di Roma Fiumicino. Simulati un attacco informatico ai sistemi di check-in e l'irruzione di un commando armato nel Terminal 5 per testare la risposta delle forze di sicurezza.
All'aeroporto di Roma Fiumicino è andata in scena Hybrid Threat, l'esercitazione antiterrorismo organizzata nell'ambito del programma periodico del Dipartimento della pubblica sicurezza. Il test ha messo alla prova la capacità di risposta del sistema di sicurezza aeroportuale e l'efficacia del Piano "Leonardo da Vinci", verificando il coordinamento tra Polizia di frontiera, Questura, Prefettura e gli altri uffici coinvolti.
Lo scenario ha previsto una doppia minaccia: inizialmente un attacco hacker ai sistemi di check-in e imbarco, con conseguente blocco dei voli e affollamento del Terminal 5; successivamente un commando composto da cinque finti terroristi, armati di coltello, ha fatto irruzione nell'area, simulando il ferimento di alcuni passeggeri e il sequestro di diversi ostaggi. L'esercitazione è servita a testare le procedure operative e la capacità di intervento delle forze impegnate nella sicurezza dello scalo.
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Silvia Salis (Ansa)
Cgil & C. fanno la rivoluzione in Comune per «numerose e inascoltate criticità»: dichiarato lo stato di agitazione. Dem nervosi perché si sentono esautorati dai pieni poteri dal capo di gabinetto del sindaco, al mare con lei.
Mercoledì il settimanale Chi ha pubblicato delle foto della sindaca di Genova, Silvia Salis, al mare a Forte dei Marmi con alcune amiche e con il suo capo di gabinetto, Marco Speciale. I membri del centrodestra, temendo una trappola, non hanno commentato, per non spostare l’attenzione sul gossip quando in città sta avvenendo una cosa che non succedeva da circa vent’anni: tutti i sindacati hanno dichiarato lo stato di agitazione contro l’operato della giunta Salis.
Il principale giornale cittadino, il Secolo XIX, non ha scritto una riga su questa iniziativa che interessa tutta la città.
In compenso, dopo aver pubblicato una breve notizia sul sito del giornale che riguardava la giornata al mare della prima cittadina, ha successivamente, in tutta fretta, eliminato la notizia dal Web.
Il portavoce del governatore Marco Bucci, Federico Casabella, sui social, ha picchiato duro, dopo essere stato accusato dal quotidiano della famiglia Aponte di aver realizzato dossier contro la Salis: «Perché un articolo viene pubblicato e poi ritirato? È stata una normale scelta editoriale? Oppure qualcuno ha ritenuto che quella notizia fosse meglio non lasciarla online? Lo chiedo perché qualche mese fa, quando il bersaglio eravamo io e il presidente Bucci, gli editoriali si sprecavano. Si parlava di dossieraggi, black-list, libertà di stampa sotto attacco. Si costruì un caso nazionale. Oggi, invece, un articolo sparisce e nessuno sembra trovare la cosa degna di una domanda».
Speciale, ex vicecapo dei vigili urbani, è stato capo di gabinetto con il sindaco Marco Doria, detto il marchese rosso per i nobili natali e le idee politiche, ma anche, per ben sette anni con Bucci, pezzo da 90 del centrodestra ligure.
Ma anche il segretario generale del Comune, Pasquale Criscuolo, aveva già lavorato con Bucci.
Insomma, i due dirigenti più influenti della macchina amministrativa non sono espressione del Pd, né dello spoil system. Anzi, sono entrambi considerati trasversali e non certo nemici della destra.
Per molti Speciale è colui che diffonde tra i dipendenti del Comune il Verbo della sindaca, che ai contatti con il personale preferisce i video, girati nella sua torre eburnea del sesto piano di Palazzo Tursi.
A rappresentarla all’esterno è più spesso Speciale che non il vicesindaco Alessandro Terrile, che mal digerirebbe il ruolo debordante del capo di gabinetto.
Per questo il servizio di Chi sarebbe stato diffuso a tambur battente anche da diversi esponenti dem, nella speranza (vana) di disarcionare Speciale a suon di battutine e gomitate, sebbene il dirigente in Versilia abbia casa e moglie.
Il capo di gabinetto ha uno stipendio di 143.000 euro, ma a inizio 2026 ha cessato il vecchio incarico e ha assunto quello nuovo: identico.
Nella delibera di nomina si legge che c’è «una quota di retribuzione di posizione determinata con atto datoriale del direttore generale […] del 18 dicembre 2025».
Per qualcuno la parte variabile potrebbe contenere un aumento ad personam (forse alla voce premio di risultato) in un momento in cui l’organico dei dipendenti del Comune sta subendo tagli senza precedenti.
Ma la vera spina nel fianco della Salis, che punta molto sulla sua immagine di sindaca de sinistra e antifa, è la guerra che le hanno dichiarato i sindacati.
Dal comunicato diramato da tutte le sigle (ignorato dalla versione cartacea del solito Secolo XIX) apprendiamo che il 15 giugno 2026 si è svolta l’assemblea generale dei lavoratori del Comune, in cui «sono emerse le numerose e inascoltate criticità che da tempo perdurano in tutte le Direzioni» del Comune.
Per questo il 22 è stato dichiarato lo stato di agitazione, comunicato alla Prefettura.
Una condizione che «comporterà, in particolare, l’indisponibilità a effettuare ore straordinarie, cambi turni non programmati e l’effettuazione di attività che non siano strettamente correlate all’erogazione del servizio».
Ma che cosa contestano alla giunta le rappresentanze dei lavoratori? Mancherebbero le «risposte chiare da parte dell’amministrazione» al taglio di 570 dipendenti previsto tra il 2023 e il 2028. La riduzione del personale avrebbe infatti «evidenti e palesi ricadute sullo stress da lavoro».
Non basta: il Comune avrebbe «deciso di non procedere a una razionalizzazione della spesa per il comparto dirigenziale, implementandone l’organico a tempo indeterminato». Su 5.000 dipendenti comunali, la metà sono sotto la supervisione di sei dirigenti, l’altra metà di altri 76. Circa un generale ogni trenta soldati.
Per i sindacati la scelta di puntare sul rafforzamento della componente dirigenziale e il ricorso a esternalizzazioni e appalti, mettono a rischio la qualità dei servizi, le condizioni salariali e la stabilità occupazionale.
Ci sarebbe, poi, una «gestione fuori controllo del lavoro straordinario»: solo la Polizia locale avrebbe accumulato 82.000 ore.
Nel comunicato inviato alla Prefettura, le rappresentanze dei lavoratori allargano, però, il quadro delle contestazioni ben oltre il tema degli organici e dello straordinario. Tutte le sigle denunciano, infatti, pressioni sempre più forti sul personale, tra scadenze, richieste di prestazioni aggiuntive, cambi turno, estensione della reperibilità e riduzione dello smart working.
Lo sfacelo è davanti agli occhi di tutti: i servizi amministrativi e demografici, l’ossatura del Comune, sono in continua sofferenza; la Polizia locale è gravata da un numero sempre maggiore di compiti; i servizi tecnici sono indeboliti dalla carenza di figure specialistiche e di mezzi. Nei servizi sociali, culturali e turistici e soprattutto nel settore educativo 0-6 anni, ci sarebbero un burnout diffuso, una carenza di assunzioni stabili e il rischio di riduzione del sostegno ai bambini più fragili.
Le organizzazioni sindacali lamentano il mancato rispetto di accordi già sottoscritti su smart working, buoni pasto, banca ore, valutazione e servizi educativi, oltre che la trasmissione tardiva di dati e informazioni. Su tali questioni è stato aperto lo stato di agitazione di tutto il personale comunale con richiesta di «raffreddamento» del conflitto al prefetto.
Il 29 giugno è previsto un presidio unitario dei sindacati sotto la Prefettura a partire dalle 10.30 del mattino.
Cinzia Maniglia, segretaria regionale della Cisl Fp Liguria, sottolinea la delicatezza del momento: «La proclamazione dello stato di agitazione nel Comune di Genova rappresenta un atto politico di straordinaria gravità, la cui portata è evidente nei numeri: sei organizzazioni sindacali che si muovono unite e compatte. Quando l’intero arco della rappresentanza del lavoro si schiera in questo modo, siamo di fronte a una vera e propria emergenza democratica e sociale per il territorio. L’amministrazione non può continuare a ignorare o a prendere passivamente atto di una realtà drammatica: da qui al prossimo triennio verranno a mancare oltre 500 posti di lavoro nella macchina comunale. Questa non è una fatalità, è una precisa responsabilità politica che sta scientemente svuotando i servizi pubblici. Questo fronte unito è il segno che il tempo delle risposte parziali è scaduto e che serve un cambio di rotta immediato».
Claudio Musicò, segretario regionale del Dipartimento autonomie locali e Polizie locali, rimarca la distanza che ormai separa la Salis, progressista solo sulla carta, e i dipendenti del Comune: «C’è un forte rammarico per essere arrivati a questo punto, perché da una giunta di centrosinistra ci saremmo aspettati un rapporto più vicino ai lavoratori, più ascolto e una maggiore capacità di intervenire prima che le criticità diventassero strutturali. Lo stato di agitazione non nasce per alzare i toni, ma perché per troppo tempo le lavoratrici e i lavoratori del Comune hanno segnalato problemi concreti su organici, carichi di lavoro, organizzazione dei servizi e rispetto degli accordi senza ricevere risposte adeguate. Adesso serve un cambio di passo vero: meno distanza politica e più confronto serio con chi ogni giorno manda avanti i servizi comunali».
Nonostante un simile scontro, la Salis, forte del sostegno dei media, risponde costruendo una narrazione del tutto virtuale.
Nei palazzi genovesi che contano si vocifera che nell’ultimo periodo la sintonia tra la prima cittadina e il suo comunicatore romano di riferimento, Marco Agnoletti, già portavoce di Matteo Renzi, si sia un po’ raffreddata. Di sicuro nella conferenza stampa su un anno di giunta, a precisa domanda su Agnoletti, la sindaca non ha voluto rispondere, specificando che la consulenza del giornalista era pagata da lei personalmente e non con denaro pubblico.
L’ex campionessa di lancio del martello sarebbe, però, pronta a circondarsi di nuovi collaboratori. Dopo l’exploit dell’intervista a Bloomberg, sta portando avanti le grandi manovre per una squadra della comunicazione ancora più efficace, ben consapevole che le fortune di Renzi iniziarono con la poderosa Bestia del fu Rottamatore, la Florence multimedia, quando l’ex premier era ancora presidente della Provincia.
L’1 maggio la responsabile dell’Informazione istituzionale, comunicazione e capo ufficio stampa, Chiara Barbieri, ha lasciato l’incarico. Considerata vicina alla Lega, ma apprezzata anche dal centrosinistra, passerà a luglio all’Autorità portuale.
La nuova amministrazione non ha ancora nominato il successore.
La vera novità è che il Comune ha aperto due partite contemporaneamente e ha indetto un bando per l’Ufficio stampa e uno per una figura di «alta specializzazione» presso il Gabinetto della sindaca. In pratica, un portavoce vero e proprio. Un incarico fiduciario e strategico per cui sono scadute l’8 giugno le candidature.
L’impressione è che la nuova amministrazione non stia semplicemente sostituendo Barbieri, ma stia costruendo una struttura più articolata.
Si tratta di un modello più simile a quello adottato da grandi amministrazioni e ministeri, dove la comunicazione strategica e l’ufficio stampa sono separati.
Al momento il portavoce della sindaca è Simone D’Ambrosio, redattore senior dell’agenzia di stampa Dire dal 2015 al 2025.
Nello staff della sindaca figurano anche l’assistente personale Ludovica Chiarelli, figlia di Teodoro, storico giornalista della Stampa, e l’addetto stampa Pietro Zampedroni.
Ma adesso si attende l’arrivo delle due nuove figure esterne pronte a rafforzare la comunicazione della sindaca. Già molto forte.
Notevole l’ultima trovata: un incontro pubblico tra la Salis e l’ex sindaco della Grande mela, Bill De Blasio, alla Festa del viaggio della guida Lonely planet. Nella locandina dell’evento, intitolato «Da New York a Genova storie di città che cambiano», i due primi cittadini sono posti sullo stesso piano, anche a livello di immagine.
L’ennesima dimostrazione del fatto che alla Salis l’ambizione non fa difetto.
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Le autorità hanno il compito di assicurare le condizioni minime per una vita dignitosa.
Nella sua enciclica, Magnifica humanitas, papa Leone XIV, riprendendo quasi alla lettera un concetto già espresso da papa Francesco nel 2023, in occasione della Giornata del migrante e del rifugiato, ha affermato che, accanto al diritto di migrare, dovrebbe riconoscersi anche quello «a rimanere nella propria terra in pace e sicurezza, affrontando le cause profonde che costringono a migrare, comprese quelle legate alle ingiustizie economiche e alla crisi climatica».
Si tratta, in sostanza, del diritto a non subire la «costrizione» a emigrare. Ed essa è ravvisabile quando nel proprio Paese mancano le condizioni minime per una dignitosa e sicura sopravvivenza. Il che vale a distinguere tale situazione da quella nella quale l’emigrazione si presenti, invece, soltanto come la via più promettente per tentare il miglioramento delle proprie condizioni di vita. In questo secondo caso l’emigrazione costituisce null’altro che una libera scelta di ciascun individuo, che lo Stato di provenienza non dovrebbe, in linea di massima, ostacolare ma alla quale può contrapporsi, da parte dello Stato verso il quale si vuole emigrare, il diritto di rifiutare l’accoglienza se ritenuta, per una qualsiasi ragione, contraria al proprio interesse. Nel primo caso, invece, si può ritenere che lo Stato al quale il migrante si rivolge sia gravato da un «dovere di accoglienza» che, però, può definirsi propriamente «giuridico» solo quando ciò sia desumibile dalle norme interne del medesimo Stato, ovvero da convenzioni internazionali alle quali esso abbia aderito, come ad esempio la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo «status» dei rifugiati. Altrimenti rimane soltanto un generico quanto elastico «dovere morale» dal quale ciascuno Stato può, a sua totale discrezione, ritenersi o meno gravato, sulla base di considerazioni etiche e politiche che possono essere della più varia natura.
Alla stregua della suddetta distinzione, è poi facile comprendere che la mancanza di condizioni minime di dignitosa e sicura sopravvivenza costituisce un cerchio concentrico, ma di raggio ridottissimo rispetto a quello, enormemente più ampio, costituito dalla sola mancanza delle condizioni che consentano, senza lasciare il proprio Paese, un apprezzabile miglioramento del proprio livello di vita. Tanto per fare un esempio, la massiccia emigrazione italiana che ebbe luogo tra la fine del diciannovesimo secolo e i primi anni del ventesimo non fu certamente dovuta, nella stragrande maggioranza dei casi, all’esigenza di sfuggire a quello che, altrimenti, sarebbe stato un inesorabile destino a morire di stenti, ma soltanto al legittimo desiderio di cercare, al di là dell’oceano, una fortuna che in Italia non sarebbe stato possibile trovare.
I nostri emigranti erano, quindi, del tutto equiparabili a quelli che oggi si definiscono i «migranti economici», per cui, come essi erano legittimamente respinti quando non avevano titolo o non rispondevano alle condizioni previste per essere accolti nel paese in cui volevano emigrare, anche gli attuali «migranti economici» possono essere respinti, per le stesse ragioni, dal nostro come da qualsiasi altro Paese nel quale abbiano manifestato l’intenzione di stabilirsi.
Vi è, poi, da chiedersi, a questo punto, su chi faccia carico, a fronte del diritto di ciascuno di non essere «costretto» a emigrare, il dovere di impedire l’insorgere di una tale costrizione. E a questo interrogativo non può che rispondersi, secondo logica e comune buonsenso, che un tale dovere incombe essenzialmente sulle pubbliche autorità dello Stato al quale ciascuno appartiene. Esse, infatti, sono in primo luogo responsabili della eventuale mancanza delle condizioni minime di dignitosa sopravvivenza per tutti i cittadini dello Stato amministrato, salve, naturalmente, le situazioni di emergenza createsi, ad esempio, per imprevedibili catastrofi naturali (ivi comprese quelle ipoteticamente prodotte da mutamenti climatici), ovvero quelle derivanti da aggressioni esterne o sommovimenti interni cui, da parte delle stesse autorità, non si sia in alcun modo data causa. Solo in via del tutto subordinata possono ammettersi responsabilità di altri Stati o di potenti organismi economici sovranazionali per vere o presunte «ingiustizie economiche» derivanti dall’abuso di posizioni di vantaggio acquisite nello Stato nel quale si manifesti il fenomeno dell’emigrazione.
Responsabilità, quelle ora dette, che ben difficilmente potrebbero essere esclusive, ma potrebbero tutt’al più concorrere con quelle delle autorità locali per aver esse contravvenuto al dovere di combattere, in tutti i modi possibili, l’affermarsi delle suddette posizioni di vantaggio, una volta resasi riconoscibile la loro nocività rispetto agli interessi della popolazione. Al riguardo può evocarsi, come esempio storico, quello del re Ferdinando II di Napoli, il quale non esitò a mettersi in fiero contrasto con quella che era allora la superpotenza britannica, fino a rischiare addirittura la guerra, per tutelare i legittimi interessi del Regno e delle popolazioni siciliane contro le vessatorie condizioni alle quali la Gran Bretagna pretendeva che le fosse fornito lo zolfo estratto dalle miniere della Sicilia. E il risultato, anche se non del tutto conforme alle attese, fu comunque quello di un miglioramento delle suddette condizioni.
Occorre, dunque, decidersi a lasciar finalmente cadere un certo, diffuso modo di pensare che tende, per un verso, a considerare frutto di «costrizione» quello che, invece, nella quasi totalità dei casi, è frutto soltanto di una libera, ancorché condizionata scelta di ciascun soggetto che decida di lasciare il proprio paese in cerca di miglior fortuna; per altro verso, ad esonerare i governanti dei paesi dai quali provengono i maggiori flussi migratori da ogni responsabilità con riguardo alla ritenuta esistenza, in essi, di condizioni tali da dar luogo alla vera o presunta «costrizione», per una parte della popolazione, ad intraprendere la via dell’emigrazione. Atteggiamento, quest’ultimo, all’origine del quale appare facilmente riconoscibile un residuo di vero e proprio «razzismo», tale dovendosi ritenere quello di chi, da una parte, in nome del più rigoroso antirazzismo, pretende giustamente il riconoscimento di uguali diritti e uguale dignità per gli appartenenti a qualsiasi etnia ma, dall’altra, ritiene normale che non ci si possa attendere, da chi appartiene a determinate etnie, l’adempimento degli stessi doveri e l’assunzione delle stesse responsabilità che gravano su chi appartenga alle altre.
di Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
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