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2018-09-14
Insulti da Parigi: «Siete un guaio per l’euro»
Ansa
Quando si tratta di Strasburgo e Bruxelles, essere buoni profeti non è difficile: basta prevedere il peggio, e si hanno spesso ottime probabilità di azzeccare il pronostico. Per due giorni, La Verità aveva anticipato che, dopo l'Ungheria, sarebbe stata l'Italia a esser messa nel mirino, in un modo o nell'altro. E infatti, dopo neanche ventiquattr'ore dal voto dell'Europarlamento contro il governo di Viktor Orban, ci ha pensato il francese Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari economici, a inviare a Roma un obliquo mix di avvertimenti e vere e proprie offese.
Moscovici, esponente socialista che da giovane si dichiarava trotskista e comunista rivoluzionario, anziché occuparsi dei conti pubblici di Parigi, che nei prossimi mesi tornerà a sfondare la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil, ha dichiarato che l'Italia «è un problema per l'eurozona». E, per chi non avesse capito bene, ha aggiunto: «È assolutamente l'Italia il tema su cui voglio concentrare la mia attenzione prima di tutto». Poi, interpellato sui populisti in Europa, la terza bordata: «C'è un clima che assomiglia molto agli anni '30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c'è Hitler, forse dei piccoli Mussolini...». Ma a Moscovici non è sembrato ancora abbastanza, e, passando all'immigrazione, ha avvisato Matteo Salvini così: «L'Italia ha il ministro più nazionalista, e al tempo stesso è il Paese che avrebbe maggiore bisogno di solidarietà da parte dei partner Ue».
Ricapitoliamo: per cominciare, un paragone insultante riferibile a Orban e - senza forse - allo stesso Salvini. Poi, una minaccia neanche tanto velata sull'immigrazione, del tipo: o vi allineate sul resto, oppure dall'Ue non verrà alcun aiuto. E infine, una chiara espressione di ostilità alla vigilia del varo della manovra, una specie di pistola rumorosamente sbattuta sul tavolo prim'ancora che inizi il confronto tra Roma e Bruxelles su caratteristiche e peso della legge di bilancio.
Vale peraltro la pena di ricordare meglio chi sia l'uomo politico che ha pronunciato espressioni così gravi (e così grevi). Prima di diventare commissario Ue nel 2014, Moscovici era stato ministro delle Finanze in Francia, sotto la presidenza di François Hollande. In quella veste, a metà 2012, si era impegnato solennemente davanti all'allora commissario economico Ue, Olli Rehn, a tornare sotto la soglia del 3% già nel 2013. Cosa che invece non accadde - badate bene - per dieci anni consecutivi, dal 2007 fino a tutto il 2016, inclusi i due anni di governo di Moscovici.
L'Ue, però, fu ultraclemente con Parigi, a cui vennero dati altri 24 mesi per mettersi in regola: ma la Francia continuò a sforare allegramente, arrivando ben sopra il 4% nel 2014 e poco sotto il 4% nel 2015. Peraltro, il debito pubblico francese non è affatto sotto controllo, essendo al 96-97% del Pil transalpino.
Sulla base di queste «credenziali», Moscovici se la prende con l'Italia, uno dei Paesi fondatori dell'Unione, e soprattutto un contribuente netto, visto che l'Italia dà ogni anno all'Ue molto più di quanto riceva (14 miliardi contro 11 circa). Quanto all'immigrazione, la cosa si fa addirittura offensiva, se si considera che quest'anno l'Italia ha speso tra i 4,6 e i 5 miliardi di euro per l'accoglienza (ben più del gettito della vecchia tassa sulla prima casa, per capirci) ricevendo in cambio la miseria di 80 milioni.
Il primo a rispondere a Moscovici è stato Luigi Di Maio, che ha definito «veramente insopportabili» le affermazioni del francese. «Dall'alto della loro Commissione», ha aggiunto, «si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini. Non solo non si devono permettere, ma questo dimostra come queste siano persone totalmente scollegate dalla realtà». Reazione dura, certo: peccato che forse la tracotanza di Moscovici sia stata involontariamente incoraggiata anche dal contributo fornito dagli eurodeputati grillini, il giorno prima, alla messa sotto processo di Orban.
Matteo Salvini è stato ancora più netto: «Il commissario Ue Moscovici, anziché censurare la sua Francia che respinge gli immigrati a Ventimiglia, ha bombardato la Libia e ha sforato i parametri europei, attacca l'Italia e parla a vanvera di tanti piccoli Mussolini in giro per l'Europa. Si sciacqui la bocca prima di insultare l'Italia, gli italiani e il loro legittimo governo».
La cosa tragicomica è che, mentre Moscovici parlava, veniva sempre da Parigi un annuncio clamoroso - e per molti versi surreale - da un Emmanuel Macron in drammatica crisi di consenso e in cerca di qualunque espediente per risalire la china: «Entro il 2020 la Francia avrà il reddito universale di attività», ha detto l'inquilino dell'Eliseo. Quindi, la linea del governo francese è: porti chiusi (come Salvini) e reddito di cittadinanza (come i grillini). Però i «cattivi» sono i governanti italiani.
Lega e 5 stelle litigano su 8 miliardi, e pure Moavero si è stufato dell’Ue
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Il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, muove guerra all'Italia. Come previsto, dopo l'Ungheria tocca a noi. Prima la minaccia sull'immigrazione: o ci si allinea o niente aiuti. Poi l'affondo: «Da voi è pieno di tanti piccoli Mussolini».Restano le tensioni sulla manovra tra gli alleati: le risorse basterebbero solo per pensioni e taglio delle tasse, ma il M5s non vuole rinunciare al reddito di cittadinanza. Il ministro degli Esteri: «Bilancio europeo inadatto agli italiani».Il presidente della Bce: «Tassi invariati, stop al Qe a fine anno ma servono misure di stimolo».Lo speciale contiene tre articoli.Quando si tratta di Strasburgo e Bruxelles, essere buoni profeti non è difficile: basta prevedere il peggio, e si hanno spesso ottime probabilità di azzeccare il pronostico. Per due giorni, La Verità aveva anticipato che, dopo l'Ungheria, sarebbe stata l'Italia a esser messa nel mirino, in un modo o nell'altro. E infatti, dopo neanche ventiquattr'ore dal voto dell'Europarlamento contro il governo di Viktor Orban, ci ha pensato il francese Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari economici, a inviare a Roma un obliquo mix di avvertimenti e vere e proprie offese. Moscovici, esponente socialista che da giovane si dichiarava trotskista e comunista rivoluzionario, anziché occuparsi dei conti pubblici di Parigi, che nei prossimi mesi tornerà a sfondare la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil, ha dichiarato che l'Italia «è un problema per l'eurozona». E, per chi non avesse capito bene, ha aggiunto: «È assolutamente l'Italia il tema su cui voglio concentrare la mia attenzione prima di tutto». Poi, interpellato sui populisti in Europa, la terza bordata: «C'è un clima che assomiglia molto agli anni '30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c'è Hitler, forse dei piccoli Mussolini...». Ma a Moscovici non è sembrato ancora abbastanza, e, passando all'immigrazione, ha avvisato Matteo Salvini così: «L'Italia ha il ministro più nazionalista, e al tempo stesso è il Paese che avrebbe maggiore bisogno di solidarietà da parte dei partner Ue». Ricapitoliamo: per cominciare, un paragone insultante riferibile a Orban e - senza forse - allo stesso Salvini. Poi, una minaccia neanche tanto velata sull'immigrazione, del tipo: o vi allineate sul resto, oppure dall'Ue non verrà alcun aiuto. E infine, una chiara espressione di ostilità alla vigilia del varo della manovra, una specie di pistola rumorosamente sbattuta sul tavolo prim'ancora che inizi il confronto tra Roma e Bruxelles su caratteristiche e peso della legge di bilancio. Vale peraltro la pena di ricordare meglio chi sia l'uomo politico che ha pronunciato espressioni così gravi (e così grevi). Prima di diventare commissario Ue nel 2014, Moscovici era stato ministro delle Finanze in Francia, sotto la presidenza di François Hollande. In quella veste, a metà 2012, si era impegnato solennemente davanti all'allora commissario economico Ue, Olli Rehn, a tornare sotto la soglia del 3% già nel 2013. Cosa che invece non accadde - badate bene - per dieci anni consecutivi, dal 2007 fino a tutto il 2016, inclusi i due anni di governo di Moscovici. L'Ue, però, fu ultraclemente con Parigi, a cui vennero dati altri 24 mesi per mettersi in regola: ma la Francia continuò a sforare allegramente, arrivando ben sopra il 4% nel 2014 e poco sotto il 4% nel 2015. Peraltro, il debito pubblico francese non è affatto sotto controllo, essendo al 96-97% del Pil transalpino. Sulla base di queste «credenziali», Moscovici se la prende con l'Italia, uno dei Paesi fondatori dell'Unione, e soprattutto un contribuente netto, visto che l'Italia dà ogni anno all'Ue molto più di quanto riceva (14 miliardi contro 11 circa). Quanto all'immigrazione, la cosa si fa addirittura offensiva, se si considera che quest'anno l'Italia ha speso tra i 4,6 e i 5 miliardi di euro per l'accoglienza (ben più del gettito della vecchia tassa sulla prima casa, per capirci) ricevendo in cambio la miseria di 80 milioni. Il primo a rispondere a Moscovici è stato Luigi Di Maio, che ha definito «veramente insopportabili» le affermazioni del francese. «Dall'alto della loro Commissione», ha aggiunto, «si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini. Non solo non si devono permettere, ma questo dimostra come queste siano persone totalmente scollegate dalla realtà». Reazione dura, certo: peccato che forse la tracotanza di Moscovici sia stata involontariamente incoraggiata anche dal contributo fornito dagli eurodeputati grillini, il giorno prima, alla messa sotto processo di Orban. Matteo Salvini è stato ancora più netto: «Il commissario Ue Moscovici, anziché censurare la sua Francia che respinge gli immigrati a Ventimiglia, ha bombardato la Libia e ha sforato i parametri europei, attacca l'Italia e parla a vanvera di tanti piccoli Mussolini in giro per l'Europa. Si sciacqui la bocca prima di insultare l'Italia, gli italiani e il loro legittimo governo». La cosa tragicomica è che, mentre Moscovici parlava, veniva sempre da Parigi un annuncio clamoroso - e per molti versi surreale - da un Emmanuel Macron in drammatica crisi di consenso e in cerca di qualunque espediente per risalire la china: «Entro il 2020 la Francia avrà il reddito universale di attività», ha detto l'inquilino dell'Eliseo. Quindi, la linea del governo francese è: porti chiusi (come Salvini) e reddito di cittadinanza (come i grillini). Però i «cattivi» sono i governanti italiani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/insulti-francesi-siete-un-guaio-per-leuro-2604669805.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lega-e-5-stelle-litigano-su-8-miliardi-e-pure-moavero-si-e-stufato-dellue" data-post-id="2604669805" data-published-at="1768977544" data-use-pagination="False"> Lega e 5 stelle litigano su 8 miliardi, e pure Moavero si è stufato dell’Ue Accuse, insinuazioni di dimissioni e smentite. È la terza volta che va in scena lo stesso schema che immancabilmente viene cavalcato dai due quotidiani che più di tutti vorrebbero vedere questo governo spacchettato e magari una parte (ci riferiamo a metà dei 5 stelle) indirizzata tra le braccia del nuovo Pd (senza Matteo Renzi). Così anche ieri le fonti del Mef hanno smentito i litigi tra il titolare del dicastero, Giovanni Tria, e il vicepremier, Luigi Di Maio. Non saranno litigi, ma pizzini sicuramente. D'altronde Tria, da uomo del rigore targato Sergio Mattarella, è diventato adesso arbitro tra la componente gialla del governo e quella blù. Per il Tesoro l'assicurazione da dare a Bruxelles sarebbe quella di non oltrepassare l'asticella dell'1,6% nel rapporto tra deficit e Pil, passando dallo 0,9% del governo Gentiloni appunto all'1,6 per cento. Una flessibilità consistente, pari a circa 12,6 miliardi, che però servirà giusto a tappare l'aumento dell'Iva. L'ipotesi è quella di portare la massa complessiva della manovra a poco più di 20 miliardi. Il che lascia liberi, per gli interventi inseriti nel contratto di governo, circa 8 miliardi. La Lega ha fissato come priorità il taglio delle tasse e l'intervento sulle pensioni con la riforma di quota 100. A spanne i due interventi costano appunto 8 miliardi. Non rimarrebbe nulla per i 5 stelle. Eppure il leader grillino ha ribadito anche ieri l'importanza del reddito di cittadinanza. Che, seguendo lo schema riportato sopra, slitterebbe al 2020. Ma Di Maio vuole avere qualcosa di definito da mettere in campo nella campagna elettorale del maggio 2019, quando si giocherà la fondamentale partita a scacchi del Parlamento Ue (dove Lega e 5 stelle rischiano di sedersi su scranni opposti). Sul problema numeri va aggiunto che il reddito di cittadinanza (se venisse riproposto come da contratto di governo) costerebbe 16 miliardi all'anno. Il che significa che, con la flessibilità concordata con Tria, sarebbe garantito per sei mesi. Nell'altro semestre quei 9 milioni di italiani dovrebbero tornare a lavorare: poco male secondo noi, ma per i conti pubblici sarebbe una situazione ingestibile. Senza contare che l'intero importo andrebbe ad accoppare quota 100 (4 miliardi di costo) e il taglio dell'Irpef (altri 4 miliardi). Si comprende facilmente che, quando i nodi arriveranno al pettine, qualcuno dentro la maggioranza si farà male. Basti pensare che ieri l'Ordine dei commercialisti ha fatto le pulci alla riduzione dell'imposta al 22%: «Numeri alla mano, condividiamo le perplessità espresse da più parti sul rapporto costi-benefici della riduzione al 22% dell'attuale aliquota Irpef del 23% e invitiamo governo e maggioranza a concentrare le risorse su interventi più mirati che possono lasciare veramente il segno, come quelli sulle partite Iva, tenendo però conto dei nostri suggerimenti per non creare pericolosi effetti distorsivi», ha detto Massimo Miani, presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti e degli esperti contabili. Sulla base dei dati delle dichiarazioni fiscali presentate nel 2017, i commercialisti calcolano che la riduzione al 22%, ma, interessando tutti i 30,8 milioni di contribuenti che dichiarano una imposta netta positiva, determina un vantaggio individuale pari a 12,5 euro al mese per i 22 milioni di contribuenti che dichiarano un reddito superiore a 15.000 euro e pari a 7,3 euro al mese per gli 8,8 milioni di contribuenti che dichiarano meno di 15.000 euro di reddito. Insomma, al massimo 150 euro all'anno. Ma questo è un problema che gli italiani si porranno nel 2020, quando arriverà il momento di pagare le tasse. Nel frattempo, sempre che la proposta passi, di acqua sotto i ponti ne sarà transitata molta. Compreso il fatto che potrebbe sopraggiungere qualche novità «compattante». Se il tema Europa dovesse di nuovo esplodere, Lega e 5 stelle potrebbero trovare nuova linfa. D'altronde la mossa del ministro degli Esteri, Enzo Maovero Milanesi, indica un cambio di rotta. E non deve essere intesa come un'uscita in contrasto con le dichiarazioni di Mario Draghi. Ci riferiamo alla risposta che la Farnesina ha dedicato al commissario al Bilancio Ue, Gunther Oettinger, che ieri dopo aver amabilmente conversato con Roberto Fico ha chiesto all'Italia di tappare il buco che provocherà l'uscita di Londra dall'Europa. «L'attuale proposta della commissione europea sul progetto di bilancio pluriennale Ue per il periodo 2021-2027 per l'Italia appare inadeguata perché non risponde a sufficienza alle preoccupazioni e alle attese dei cittadini», ha risposto secco Moavero aggiungendo che «è auspicabile che la commissione sia più coraggiosa nell'individuare fonti aggiuntive per le risorse del bilancio Ue. Non è più giustificato che queste ultime dipendano, prevalentemente, dai contributi versati da ciascuno Stato membro; in questo modo, infatti, si sottraggono risorse ai bilanci nazionali». Le dichiarazioni si saldano con le parole di Draghi. Bilanci a posto e poi, forse, la volontà di ridiscutere gli equilibri europei. Mattarella è d'accordo. Probabilmente anche la Lega. I 5 stelle? Al momento non si capisce... <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/insulti-francesi-siete-un-guaio-per-leuro-2604669805.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anche-draghi-si-toglie-un-sassolino-le-parole-del-governo-fanno-danni" data-post-id="2604669805" data-published-at="1768977544" data-use-pagination="False"> Anche Draghi si toglie un sassolino: «Le parole del governo fanno danni» Nessuna sorpresa sui tassi, che restano a zero, e nessuna novità neanche sul programma di Quantitative easing, che si dovrebbe chiudere alla fine dell'anno. Fin qui il discorso di ieri del presidente della Bce, Mario Draghi, ha rispettato le attese: ad arrivare un po' a sorpresa sono state le parole dirette al governo italiano. Per il numero uno dell'Eurotower le dichiarazioni fatte negli ultimi mesi da alcuni esponenti politici del nostro Paese hanno creato qualche danno, facendo salire i tassi d'interesse per imprese e famiglie; tuttavia, per la Banca centrale europea restano valide le rassicurazioni del premier italiano e dei ministri dell'Economia e degli Esteri, e cioè che l'Italia rispetterà le regole di bilancio Ue. «I toni dei politici sono cambiati molto spesso negli ultimi mesi; quello che noi stiamo aspettando adesso sono i fatti. E il fatto principale è la bozza della legge di Bilancio e la successiva discussione in Parlamento. Allora i risparmiatori, i mercati finanziari e gli investitori si faranno la loro idea», ha dichiarato Draghi. Il riferimento è allo sforamento del limite del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, evocato più volte nel corso dell'estate dai due partiti al governo, Lega e M5s, per finanziare le misure promesse in campagna elettorale. «Sfortunatamente, abbiamo visto che le parole hanno creato qualche danno. I tassi d'interesse sono saliti per le famiglie e per le imprese. Questo non ha tuttavia creato molte ricadute su altri Paesi della zona euro. Resta un episodio sostanzialmente italiano», ha sottolineato Draghi, rispondendo a chi chiedeva se le politiche del governo italiano e il rialzo dello spread possano richiedere misure da parte dell'Eurotower nel 2019 per evitare fenomeni di contagio. «Non abbiamo ancora visto alcun contagio», ha precisato il presidente della Bce. «Il nostro mandato», ha spiegato ancora Draghi, «è la stabilità dei prezzi, e il Quantitative easing è uno degli strumenti con cui lo perseguiamo». E a chi chiedeva se con la fine del Qe l'Italia verrebbe di fatto lasciata a sé stessa, il presidente dell'istituto ha risposto seccamente: «Nel merito, il mandato della Bce non è assicurare che i deficit dei governi siano finanziati in qualsiasi condizione». Sul fronte del costo del denaro, in linea rispetto a quanto dichiarato sia in giugno sia in luglio, l'idea dei vertici dell'Eurotower è che i tassi di riferimento si mantengano sui livelli attuali almeno fino alla fine dell'estate dell'anno prossimo e comunque - recita il comunicato di politica monetaria - «fino a quando sarà necessario». A partire da ottobre il programma di acquisto di titoli procederà a ritmo dimezzato rispetto ai 30 miliardi di euro di settembre, per poi concludersi con la fine dell'anno. Tuttavia, ha rassicurato Draghi, la zona euro ha ancora bisogno di un «considerevole» stimolo da parte della politica monetaria, che quindi resterà espansiva anche dopo la chiusura del Qe a fine anno. Per quanto riguarda le previsioni, la Bce ha confermato le stime sull'andamento dell'inflazione e si attende un tasso dell'1,7% dal 2018 fino al 2020. Sul fronte della crescita, invece, Francoforte ha limato le previsioni relative al Pil dell'area euro, che nel 2018 dovrebbe crescere del 2% - a giugno la stima era del 2,1% - mentre nel 2019 dovrebbe rallentare all'1,8% (contro la precedente stima dell'1,9%), e nel 2020 all'1,7%. Per la Bce «sono aumentate recentemente le incertezze relative al crescente protezionismo, la vulnerabilità dei mercati emergenti e la volatilità dei mercati finanziari». Proprio per via di questi rischi, ha precisato Draghi, saranno ancora necessarie misure di stimolo per sostenere l'inflazione: in ogni caso, per il numero uno della Bce il rialzo dell'inflazione verso il target del 2% dovrebbe continuare anche dopo la fine del programma di Quantitative easing.
Invece, voi lettori mi avete sorpreso, perché avete risposto al nostro appello con una generosità commovente. Puntavamo a raccogliere 150.000 euro per pagare gli avvocati al militare dell’Arma e per fare fronte alla provvisionale a cui è stato condannato per aver fermato un criminale. Ma la cifra che intendevamo raggiungere è stata abbondantemente superata, al punto che ormai abbiamo toccato quota 450.000. Con il vostro beneplacito, appena sarà necessario verseremo sul conto del brigadiere la somma dovuta, mentre il resto costituirà un fondo per altri casi del genere. Non è la prima volta che uomini delle forze dell’ordine sono costretti a pagare di tasca propria l’adempimento del proprio dovere. E purtroppo non sarà l’ultima: dunque, ciò che avanzerà a seguito del saldo delle pendenze a carico del brigadiere resterà a disposizione di altri uomini delle forze dell’ordine, come ad esempio i carabinieri del caso Ramy, indagati per aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt, una fuga finita tragicamente per uno dei due ragazzi e che, incredibilmente, ha fatto finire sul banco degli accusati sette militari.
Ora che vi ho informato su come intendiamo procedere con i soldi che ci avete affidato, consentitemi però di fare alcune riflessioni. La prima riguarda la vittima, cioè il ladro per la cui uccisione è stato condannato Marroccella. L’uomo, un siriano che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, aveva una lunga lista di precedenti. Era un ex militare dell’esercito di Assad, esperto di arti marziali, che neppure la minaccia di una pistola ha fermato. Dopo aver colpito il collega del brigadiere con un cacciavite lungo venti centimetri, con quell’arma avrebbe potuto colpire altri carabinieri. Ed è per questo che il brigadiere ha sparato: per evitare la possibilità di un’aggressione e il conseguente ferimento di altri militari dell’Arma. In pratica, Marroccella è stato costretto a intervenire. Non difendeva sé stesso, ma doveva impedire che altri rimanessero vittime del siriano, il quale non aveva nessunissima intenzione di arrendersi. Perciò il suo è stato un uso legittimo dell’arma che gli era stata affidata. La seconda considerazione riguarda i parenti del ladro. Il tribunale ne ha ammessi come parti civili 13. E questi, nonostante in gran parte vivano all’estero, hanno sostenuto di frequentare con assiduità la vittima e dunque di aver diritto a un risarcimento per la sua morte. In totale hanno chiesto circa 13 milioni, ma il tribunale per ora ha riconosciuti 133.800 euro, comprensivi di spese legali. Apparentemente il tribunale ha ridotto a un centesimo le pretese di moglie, figli e fratelli del ladro, peccato che la provvisionale sia immediatamente esecutiva e dunque, nonostante una sentenza di secondo grado possa riformare la condanna del brigadiere, sia praticamente a fondo perduto. Già perché se gli eredi dovessero essere costretti a restituire la somma, sarà difficile riaverla indietro, dato che i parenti sono disseminati all’estero, dove notoriamente le esecuzioni non sono facili. Proprio questo avrebbe dovuto indurre i giudici a maggiore cautela. Se di fronte a condanne per errori medici le toghe non accordano un immediato risarcimento, perché con un carabiniere sì? Perché far gravare sulle sue spalle una provvisionale esecutiva?
C’è poi un’altra considerazione da fare: il siriano, ossia il ladro, era stato più volte incarcerato e avrebbe dovuto essere espulso. Le forze dell’ordine ne avevano chiesto il trattenimento in un Cpr, ossia in un centro di rimpatrio, ma come per l’assassino di Aurora, la giovane stuprata e uccisa a Milano, non se n’era fatto niente. Non perché, come nel caso del peruviano, fosse incompatibile con la custodia nel Cpr, ma perché non c’era posto. Così, mentre l’assassino di Aurora è stato lasciato libero di uccidere, al ladro siriano è stato consentito di continuare a rubare. Fino a quando non ha incontrato un uomo che non si è voltato dall’altra parte ma ha fatto il suo dovere.
La morale di questa storia mi pare evidente: non sono i carabinieri a dover essere trascinati sul banco degli imputati ma i criminali, i Cpr vanno aumentati per consentire le espulsioni e bisogna porre un argine ai risarcimenti in favore dei parenti di delinquenti rimasti vittime - come lo ha definito il cugino del rom ucciso a Lonate Pozzolo - del proprio «lavoro».
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Così la banda, che per la Procura è un’associazione a delinquere radicata nel Padovano, avrebbe raggirato in modo seriale un’infinita lista di pensionate, spesso sole, i cui profili sarebbero in alcuni casi stati attentamente selezionati da società di profilazione. In altri casi, invece, venivano battute aree territoriali residenziali in cui sarebbe stato più semplice trovare nelle abitazioni anziani, casalinghe e persone sole. Quartieri tranquilli, porte aperte, fiducia concessa.
I profitti, secondo chi indaga, finivano in auto sportive, locali esclusivi, ristoranti di lusso e vacanze a Cortina. La bella vita alle spalle dei pensionati truffati. Fino agli arresti di ieri mattina e al sequestro di 2,5 milioni di euro, somma ritenuta corrispondente ai profitti illecitamente accumulati. Dietro la facciata di una normale società operante nel settore (con sede operativa in provincia di Padova e sede legale in provincia di Venezia), si è scoperto, agiva un’organizzazione strutturata. Che conquistava fiducia, esercitava pressione e poi, stando all’accusa, svuotava i conti correnti. Per il vertice dell’organizzazione è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Per i due uomini a lui più vicini sono scattati gli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico. Per altri due indagati, invece, il gip ha disposto l’obbligo di dimora con divieto di uscire dal comune di residenza nelle ore notturne e l’obbligo quotidiano di firma. Misure che fotografano i diversi ruoli all’interno del gruppo.
Parallelamente sono scattate le perquisizioni nelle abitazioni dei dieci indagati, nella sede della società finita sotto la lente delle Fiamme gialle e anche negli uffici di altre società con sedi a Lecce, Mantova, Roma e Treviso. Realtà che, secondo gli investigatori, avrebbero avuto un ruolo nel fornire elenchi di potenziali vittime. Un mercato di nomi e indirizzi (sul quale è ora concentrata l’attenzione degli inquirenti). Nomi, indirizzi, profili fragili. Liste da sfruttare. Il sistema, però, è franato proprio sul tenore di vita ostentato dagli indagati. Tutti ufficialmente con redditi dichiarati al fisco incompatibili con giri in Ferrari, abiti firmati, hotel di lusso e ristoranti stellati. Gli accertamenti bancari avrebbero subito evidenziato evidenti discrepanze tra le entrate ufficiali e le spese sostenute. Ma a colpire gli inquirenti è stato anche un altro dato: la quasi totalità della clientela della società era composta da donne over 60. Un’anomalia che ha acceso definitivamente i riflettori sull’attività.
È cominciata così l’attività investigativa. Primo step: l’ascolto delle clienti. Con non poco imbarazzo, molte di loro hanno ammesso di essere state raggirate. I verbali delle vittime sembrano uno la fotocopia dell’altro. Ed ecco il filo conduttore: si presentava a casa un agente, illustrava il prodotto come un affare e, dopo l’acquisto, cominciavano le pressioni. E anche se il primo incontro non si concludeva con l’acquisto, i venditori sarebbero riusciti comunque a far firmare un modulo alle vittime, presentandolo come un semplice «attestato di passaggio» da consegnare al responsabile. In realtà si trattava di un documento vincolante, un vero contratto. Quella firma diventava il grimaldello per obbligare le vittime all’acquisto di articoli per la casa: pentole, materassi, ferri da stiro, poltrone reclinabili, dispositivi elettromedicali per la magnetoterapia. Oggetti di scarso valore, ma presentati come prodotti di altissima qualità. Il costo? In media tra i 5.000 e i 7.000 euro. Cifre fuori portata per molte delle pensionate raggirate.
E a quel punto entrava in scena il finanziamento. I venditori avrebbero indotto le vittime ad aprire linee di credito con società finanziarie. Il debito come unica via d’uscita apparente. Ma il meccanismo non si fermava lì. I rappresentanti tornavano, soprattutto dalle clienti più fragili. E le avrebbero costrette a ulteriori acquisti, rimodulando i finanziamenti già attivi, che crescevano a dismisura nell’importo delle rate e nella durata. Un indebitamento progressivo, costruito visita dopo visita. E il cappio si stringeva lentamente.
Il secondo snodo investigativo si è concentrato sulle minacce. Perché con le vittime, secondo l’accusa, gli indagati avrebbero fatto continui riferimenti ad avvocati e ad azioni legali imminenti. In alcuni casi il legale (in realtà inesistente), come ultimo strumento di persuasione, accompagnava i venditori, pronto a intervenire per piegare le resistenze (e forse è anche per questo che non sono partite denunce). A quel punto, per paura, le vittime cedevano. Ed è per questo che ad alcuni indagati viene contestata oltre alla truffa anche l’estorsione.
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Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.