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2018-09-14
Insulti da Parigi: «Siete un guaio per l’euro»
Ansa
Quando si tratta di Strasburgo e Bruxelles, essere buoni profeti non è difficile: basta prevedere il peggio, e si hanno spesso ottime probabilità di azzeccare il pronostico. Per due giorni, La Verità aveva anticipato che, dopo l'Ungheria, sarebbe stata l'Italia a esser messa nel mirino, in un modo o nell'altro. E infatti, dopo neanche ventiquattr'ore dal voto dell'Europarlamento contro il governo di Viktor Orban, ci ha pensato il francese Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari economici, a inviare a Roma un obliquo mix di avvertimenti e vere e proprie offese.
Moscovici, esponente socialista che da giovane si dichiarava trotskista e comunista rivoluzionario, anziché occuparsi dei conti pubblici di Parigi, che nei prossimi mesi tornerà a sfondare la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil, ha dichiarato che l'Italia «è un problema per l'eurozona». E, per chi non avesse capito bene, ha aggiunto: «È assolutamente l'Italia il tema su cui voglio concentrare la mia attenzione prima di tutto». Poi, interpellato sui populisti in Europa, la terza bordata: «C'è un clima che assomiglia molto agli anni '30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c'è Hitler, forse dei piccoli Mussolini...». Ma a Moscovici non è sembrato ancora abbastanza, e, passando all'immigrazione, ha avvisato Matteo Salvini così: «L'Italia ha il ministro più nazionalista, e al tempo stesso è il Paese che avrebbe maggiore bisogno di solidarietà da parte dei partner Ue».
Ricapitoliamo: per cominciare, un paragone insultante riferibile a Orban e - senza forse - allo stesso Salvini. Poi, una minaccia neanche tanto velata sull'immigrazione, del tipo: o vi allineate sul resto, oppure dall'Ue non verrà alcun aiuto. E infine, una chiara espressione di ostilità alla vigilia del varo della manovra, una specie di pistola rumorosamente sbattuta sul tavolo prim'ancora che inizi il confronto tra Roma e Bruxelles su caratteristiche e peso della legge di bilancio.
Vale peraltro la pena di ricordare meglio chi sia l'uomo politico che ha pronunciato espressioni così gravi (e così grevi). Prima di diventare commissario Ue nel 2014, Moscovici era stato ministro delle Finanze in Francia, sotto la presidenza di François Hollande. In quella veste, a metà 2012, si era impegnato solennemente davanti all'allora commissario economico Ue, Olli Rehn, a tornare sotto la soglia del 3% già nel 2013. Cosa che invece non accadde - badate bene - per dieci anni consecutivi, dal 2007 fino a tutto il 2016, inclusi i due anni di governo di Moscovici.
L'Ue, però, fu ultraclemente con Parigi, a cui vennero dati altri 24 mesi per mettersi in regola: ma la Francia continuò a sforare allegramente, arrivando ben sopra il 4% nel 2014 e poco sotto il 4% nel 2015. Peraltro, il debito pubblico francese non è affatto sotto controllo, essendo al 96-97% del Pil transalpino.
Sulla base di queste «credenziali», Moscovici se la prende con l'Italia, uno dei Paesi fondatori dell'Unione, e soprattutto un contribuente netto, visto che l'Italia dà ogni anno all'Ue molto più di quanto riceva (14 miliardi contro 11 circa). Quanto all'immigrazione, la cosa si fa addirittura offensiva, se si considera che quest'anno l'Italia ha speso tra i 4,6 e i 5 miliardi di euro per l'accoglienza (ben più del gettito della vecchia tassa sulla prima casa, per capirci) ricevendo in cambio la miseria di 80 milioni.
Il primo a rispondere a Moscovici è stato Luigi Di Maio, che ha definito «veramente insopportabili» le affermazioni del francese. «Dall'alto della loro Commissione», ha aggiunto, «si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini. Non solo non si devono permettere, ma questo dimostra come queste siano persone totalmente scollegate dalla realtà». Reazione dura, certo: peccato che forse la tracotanza di Moscovici sia stata involontariamente incoraggiata anche dal contributo fornito dagli eurodeputati grillini, il giorno prima, alla messa sotto processo di Orban.
Matteo Salvini è stato ancora più netto: «Il commissario Ue Moscovici, anziché censurare la sua Francia che respinge gli immigrati a Ventimiglia, ha bombardato la Libia e ha sforato i parametri europei, attacca l'Italia e parla a vanvera di tanti piccoli Mussolini in giro per l'Europa. Si sciacqui la bocca prima di insultare l'Italia, gli italiani e il loro legittimo governo».
La cosa tragicomica è che, mentre Moscovici parlava, veniva sempre da Parigi un annuncio clamoroso - e per molti versi surreale - da un Emmanuel Macron in drammatica crisi di consenso e in cerca di qualunque espediente per risalire la china: «Entro il 2020 la Francia avrà il reddito universale di attività», ha detto l'inquilino dell'Eliseo. Quindi, la linea del governo francese è: porti chiusi (come Salvini) e reddito di cittadinanza (come i grillini). Però i «cattivi» sono i governanti italiani.
Lega e 5 stelle litigano su 8 miliardi, e pure Moavero si è stufato dell’Ue
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Il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, muove guerra all'Italia. Come previsto, dopo l'Ungheria tocca a noi. Prima la minaccia sull'immigrazione: o ci si allinea o niente aiuti. Poi l'affondo: «Da voi è pieno di tanti piccoli Mussolini».Restano le tensioni sulla manovra tra gli alleati: le risorse basterebbero solo per pensioni e taglio delle tasse, ma il M5s non vuole rinunciare al reddito di cittadinanza. Il ministro degli Esteri: «Bilancio europeo inadatto agli italiani».Il presidente della Bce: «Tassi invariati, stop al Qe a fine anno ma servono misure di stimolo».Lo speciale contiene tre articoli.Quando si tratta di Strasburgo e Bruxelles, essere buoni profeti non è difficile: basta prevedere il peggio, e si hanno spesso ottime probabilità di azzeccare il pronostico. Per due giorni, La Verità aveva anticipato che, dopo l'Ungheria, sarebbe stata l'Italia a esser messa nel mirino, in un modo o nell'altro. E infatti, dopo neanche ventiquattr'ore dal voto dell'Europarlamento contro il governo di Viktor Orban, ci ha pensato il francese Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari economici, a inviare a Roma un obliquo mix di avvertimenti e vere e proprie offese. Moscovici, esponente socialista che da giovane si dichiarava trotskista e comunista rivoluzionario, anziché occuparsi dei conti pubblici di Parigi, che nei prossimi mesi tornerà a sfondare la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil, ha dichiarato che l'Italia «è un problema per l'eurozona». E, per chi non avesse capito bene, ha aggiunto: «È assolutamente l'Italia il tema su cui voglio concentrare la mia attenzione prima di tutto». Poi, interpellato sui populisti in Europa, la terza bordata: «C'è un clima che assomiglia molto agli anni '30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c'è Hitler, forse dei piccoli Mussolini...». Ma a Moscovici non è sembrato ancora abbastanza, e, passando all'immigrazione, ha avvisato Matteo Salvini così: «L'Italia ha il ministro più nazionalista, e al tempo stesso è il Paese che avrebbe maggiore bisogno di solidarietà da parte dei partner Ue». Ricapitoliamo: per cominciare, un paragone insultante riferibile a Orban e - senza forse - allo stesso Salvini. Poi, una minaccia neanche tanto velata sull'immigrazione, del tipo: o vi allineate sul resto, oppure dall'Ue non verrà alcun aiuto. E infine, una chiara espressione di ostilità alla vigilia del varo della manovra, una specie di pistola rumorosamente sbattuta sul tavolo prim'ancora che inizi il confronto tra Roma e Bruxelles su caratteristiche e peso della legge di bilancio. Vale peraltro la pena di ricordare meglio chi sia l'uomo politico che ha pronunciato espressioni così gravi (e così grevi). Prima di diventare commissario Ue nel 2014, Moscovici era stato ministro delle Finanze in Francia, sotto la presidenza di François Hollande. In quella veste, a metà 2012, si era impegnato solennemente davanti all'allora commissario economico Ue, Olli Rehn, a tornare sotto la soglia del 3% già nel 2013. Cosa che invece non accadde - badate bene - per dieci anni consecutivi, dal 2007 fino a tutto il 2016, inclusi i due anni di governo di Moscovici. L'Ue, però, fu ultraclemente con Parigi, a cui vennero dati altri 24 mesi per mettersi in regola: ma la Francia continuò a sforare allegramente, arrivando ben sopra il 4% nel 2014 e poco sotto il 4% nel 2015. Peraltro, il debito pubblico francese non è affatto sotto controllo, essendo al 96-97% del Pil transalpino. Sulla base di queste «credenziali», Moscovici se la prende con l'Italia, uno dei Paesi fondatori dell'Unione, e soprattutto un contribuente netto, visto che l'Italia dà ogni anno all'Ue molto più di quanto riceva (14 miliardi contro 11 circa). Quanto all'immigrazione, la cosa si fa addirittura offensiva, se si considera che quest'anno l'Italia ha speso tra i 4,6 e i 5 miliardi di euro per l'accoglienza (ben più del gettito della vecchia tassa sulla prima casa, per capirci) ricevendo in cambio la miseria di 80 milioni. Il primo a rispondere a Moscovici è stato Luigi Di Maio, che ha definito «veramente insopportabili» le affermazioni del francese. «Dall'alto della loro Commissione», ha aggiunto, «si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini. Non solo non si devono permettere, ma questo dimostra come queste siano persone totalmente scollegate dalla realtà». Reazione dura, certo: peccato che forse la tracotanza di Moscovici sia stata involontariamente incoraggiata anche dal contributo fornito dagli eurodeputati grillini, il giorno prima, alla messa sotto processo di Orban. Matteo Salvini è stato ancora più netto: «Il commissario Ue Moscovici, anziché censurare la sua Francia che respinge gli immigrati a Ventimiglia, ha bombardato la Libia e ha sforato i parametri europei, attacca l'Italia e parla a vanvera di tanti piccoli Mussolini in giro per l'Europa. Si sciacqui la bocca prima di insultare l'Italia, gli italiani e il loro legittimo governo». La cosa tragicomica è che, mentre Moscovici parlava, veniva sempre da Parigi un annuncio clamoroso - e per molti versi surreale - da un Emmanuel Macron in drammatica crisi di consenso e in cerca di qualunque espediente per risalire la china: «Entro il 2020 la Francia avrà il reddito universale di attività», ha detto l'inquilino dell'Eliseo. Quindi, la linea del governo francese è: porti chiusi (come Salvini) e reddito di cittadinanza (come i grillini). Però i «cattivi» sono i governanti italiani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/insulti-francesi-siete-un-guaio-per-leuro-2604669805.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lega-e-5-stelle-litigano-su-8-miliardi-e-pure-moavero-si-e-stufato-dellue" data-post-id="2604669805" data-published-at="1780753470" data-use-pagination="False"> Lega e 5 stelle litigano su 8 miliardi, e pure Moavero si è stufato dell’Ue Accuse, insinuazioni di dimissioni e smentite. È la terza volta che va in scena lo stesso schema che immancabilmente viene cavalcato dai due quotidiani che più di tutti vorrebbero vedere questo governo spacchettato e magari una parte (ci riferiamo a metà dei 5 stelle) indirizzata tra le braccia del nuovo Pd (senza Matteo Renzi). Così anche ieri le fonti del Mef hanno smentito i litigi tra il titolare del dicastero, Giovanni Tria, e il vicepremier, Luigi Di Maio. Non saranno litigi, ma pizzini sicuramente. D'altronde Tria, da uomo del rigore targato Sergio Mattarella, è diventato adesso arbitro tra la componente gialla del governo e quella blù. Per il Tesoro l'assicurazione da dare a Bruxelles sarebbe quella di non oltrepassare l'asticella dell'1,6% nel rapporto tra deficit e Pil, passando dallo 0,9% del governo Gentiloni appunto all'1,6 per cento. Una flessibilità consistente, pari a circa 12,6 miliardi, che però servirà giusto a tappare l'aumento dell'Iva. L'ipotesi è quella di portare la massa complessiva della manovra a poco più di 20 miliardi. Il che lascia liberi, per gli interventi inseriti nel contratto di governo, circa 8 miliardi. La Lega ha fissato come priorità il taglio delle tasse e l'intervento sulle pensioni con la riforma di quota 100. A spanne i due interventi costano appunto 8 miliardi. Non rimarrebbe nulla per i 5 stelle. Eppure il leader grillino ha ribadito anche ieri l'importanza del reddito di cittadinanza. Che, seguendo lo schema riportato sopra, slitterebbe al 2020. Ma Di Maio vuole avere qualcosa di definito da mettere in campo nella campagna elettorale del maggio 2019, quando si giocherà la fondamentale partita a scacchi del Parlamento Ue (dove Lega e 5 stelle rischiano di sedersi su scranni opposti). Sul problema numeri va aggiunto che il reddito di cittadinanza (se venisse riproposto come da contratto di governo) costerebbe 16 miliardi all'anno. Il che significa che, con la flessibilità concordata con Tria, sarebbe garantito per sei mesi. Nell'altro semestre quei 9 milioni di italiani dovrebbero tornare a lavorare: poco male secondo noi, ma per i conti pubblici sarebbe una situazione ingestibile. Senza contare che l'intero importo andrebbe ad accoppare quota 100 (4 miliardi di costo) e il taglio dell'Irpef (altri 4 miliardi). Si comprende facilmente che, quando i nodi arriveranno al pettine, qualcuno dentro la maggioranza si farà male. Basti pensare che ieri l'Ordine dei commercialisti ha fatto le pulci alla riduzione dell'imposta al 22%: «Numeri alla mano, condividiamo le perplessità espresse da più parti sul rapporto costi-benefici della riduzione al 22% dell'attuale aliquota Irpef del 23% e invitiamo governo e maggioranza a concentrare le risorse su interventi più mirati che possono lasciare veramente il segno, come quelli sulle partite Iva, tenendo però conto dei nostri suggerimenti per non creare pericolosi effetti distorsivi», ha detto Massimo Miani, presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti e degli esperti contabili. Sulla base dei dati delle dichiarazioni fiscali presentate nel 2017, i commercialisti calcolano che la riduzione al 22%, ma, interessando tutti i 30,8 milioni di contribuenti che dichiarano una imposta netta positiva, determina un vantaggio individuale pari a 12,5 euro al mese per i 22 milioni di contribuenti che dichiarano un reddito superiore a 15.000 euro e pari a 7,3 euro al mese per gli 8,8 milioni di contribuenti che dichiarano meno di 15.000 euro di reddito. Insomma, al massimo 150 euro all'anno. Ma questo è un problema che gli italiani si porranno nel 2020, quando arriverà il momento di pagare le tasse. Nel frattempo, sempre che la proposta passi, di acqua sotto i ponti ne sarà transitata molta. Compreso il fatto che potrebbe sopraggiungere qualche novità «compattante». Se il tema Europa dovesse di nuovo esplodere, Lega e 5 stelle potrebbero trovare nuova linfa. D'altronde la mossa del ministro degli Esteri, Enzo Maovero Milanesi, indica un cambio di rotta. E non deve essere intesa come un'uscita in contrasto con le dichiarazioni di Mario Draghi. Ci riferiamo alla risposta che la Farnesina ha dedicato al commissario al Bilancio Ue, Gunther Oettinger, che ieri dopo aver amabilmente conversato con Roberto Fico ha chiesto all'Italia di tappare il buco che provocherà l'uscita di Londra dall'Europa. «L'attuale proposta della commissione europea sul progetto di bilancio pluriennale Ue per il periodo 2021-2027 per l'Italia appare inadeguata perché non risponde a sufficienza alle preoccupazioni e alle attese dei cittadini», ha risposto secco Moavero aggiungendo che «è auspicabile che la commissione sia più coraggiosa nell'individuare fonti aggiuntive per le risorse del bilancio Ue. Non è più giustificato che queste ultime dipendano, prevalentemente, dai contributi versati da ciascuno Stato membro; in questo modo, infatti, si sottraggono risorse ai bilanci nazionali». Le dichiarazioni si saldano con le parole di Draghi. Bilanci a posto e poi, forse, la volontà di ridiscutere gli equilibri europei. Mattarella è d'accordo. Probabilmente anche la Lega. I 5 stelle? Al momento non si capisce... <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/insulti-francesi-siete-un-guaio-per-leuro-2604669805.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anche-draghi-si-toglie-un-sassolino-le-parole-del-governo-fanno-danni" data-post-id="2604669805" data-published-at="1780753470" data-use-pagination="False"> Anche Draghi si toglie un sassolino: «Le parole del governo fanno danni» Nessuna sorpresa sui tassi, che restano a zero, e nessuna novità neanche sul programma di Quantitative easing, che si dovrebbe chiudere alla fine dell'anno. Fin qui il discorso di ieri del presidente della Bce, Mario Draghi, ha rispettato le attese: ad arrivare un po' a sorpresa sono state le parole dirette al governo italiano. Per il numero uno dell'Eurotower le dichiarazioni fatte negli ultimi mesi da alcuni esponenti politici del nostro Paese hanno creato qualche danno, facendo salire i tassi d'interesse per imprese e famiglie; tuttavia, per la Banca centrale europea restano valide le rassicurazioni del premier italiano e dei ministri dell'Economia e degli Esteri, e cioè che l'Italia rispetterà le regole di bilancio Ue. «I toni dei politici sono cambiati molto spesso negli ultimi mesi; quello che noi stiamo aspettando adesso sono i fatti. E il fatto principale è la bozza della legge di Bilancio e la successiva discussione in Parlamento. Allora i risparmiatori, i mercati finanziari e gli investitori si faranno la loro idea», ha dichiarato Draghi. Il riferimento è allo sforamento del limite del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, evocato più volte nel corso dell'estate dai due partiti al governo, Lega e M5s, per finanziare le misure promesse in campagna elettorale. «Sfortunatamente, abbiamo visto che le parole hanno creato qualche danno. I tassi d'interesse sono saliti per le famiglie e per le imprese. Questo non ha tuttavia creato molte ricadute su altri Paesi della zona euro. Resta un episodio sostanzialmente italiano», ha sottolineato Draghi, rispondendo a chi chiedeva se le politiche del governo italiano e il rialzo dello spread possano richiedere misure da parte dell'Eurotower nel 2019 per evitare fenomeni di contagio. «Non abbiamo ancora visto alcun contagio», ha precisato il presidente della Bce. «Il nostro mandato», ha spiegato ancora Draghi, «è la stabilità dei prezzi, e il Quantitative easing è uno degli strumenti con cui lo perseguiamo». E a chi chiedeva se con la fine del Qe l'Italia verrebbe di fatto lasciata a sé stessa, il presidente dell'istituto ha risposto seccamente: «Nel merito, il mandato della Bce non è assicurare che i deficit dei governi siano finanziati in qualsiasi condizione». Sul fronte del costo del denaro, in linea rispetto a quanto dichiarato sia in giugno sia in luglio, l'idea dei vertici dell'Eurotower è che i tassi di riferimento si mantengano sui livelli attuali almeno fino alla fine dell'estate dell'anno prossimo e comunque - recita il comunicato di politica monetaria - «fino a quando sarà necessario». A partire da ottobre il programma di acquisto di titoli procederà a ritmo dimezzato rispetto ai 30 miliardi di euro di settembre, per poi concludersi con la fine dell'anno. Tuttavia, ha rassicurato Draghi, la zona euro ha ancora bisogno di un «considerevole» stimolo da parte della politica monetaria, che quindi resterà espansiva anche dopo la chiusura del Qe a fine anno. Per quanto riguarda le previsioni, la Bce ha confermato le stime sull'andamento dell'inflazione e si attende un tasso dell'1,7% dal 2018 fino al 2020. Sul fronte della crescita, invece, Francoforte ha limato le previsioni relative al Pil dell'area euro, che nel 2018 dovrebbe crescere del 2% - a giugno la stima era del 2,1% - mentre nel 2019 dovrebbe rallentare all'1,8% (contro la precedente stima dell'1,9%), e nel 2020 all'1,7%. Per la Bce «sono aumentate recentemente le incertezze relative al crescente protezionismo, la vulnerabilità dei mercati emergenti e la volatilità dei mercati finanziari». Proprio per via di questi rischi, ha precisato Draghi, saranno ancora necessarie misure di stimolo per sostenere l'inflazione: in ogni caso, per il numero uno della Bce il rialzo dell'inflazione verso il target del 2% dovrebbe continuare anche dopo la fine del programma di Quantitative easing.
La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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