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2018-09-14
Insulti da Parigi: «Siete un guaio per l’euro»
Ansa
Quando si tratta di Strasburgo e Bruxelles, essere buoni profeti non è difficile: basta prevedere il peggio, e si hanno spesso ottime probabilità di azzeccare il pronostico. Per due giorni, La Verità aveva anticipato che, dopo l'Ungheria, sarebbe stata l'Italia a esser messa nel mirino, in un modo o nell'altro. E infatti, dopo neanche ventiquattr'ore dal voto dell'Europarlamento contro il governo di Viktor Orban, ci ha pensato il francese Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari economici, a inviare a Roma un obliquo mix di avvertimenti e vere e proprie offese.
Moscovici, esponente socialista che da giovane si dichiarava trotskista e comunista rivoluzionario, anziché occuparsi dei conti pubblici di Parigi, che nei prossimi mesi tornerà a sfondare la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil, ha dichiarato che l'Italia «è un problema per l'eurozona». E, per chi non avesse capito bene, ha aggiunto: «È assolutamente l'Italia il tema su cui voglio concentrare la mia attenzione prima di tutto». Poi, interpellato sui populisti in Europa, la terza bordata: «C'è un clima che assomiglia molto agli anni '30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c'è Hitler, forse dei piccoli Mussolini...». Ma a Moscovici non è sembrato ancora abbastanza, e, passando all'immigrazione, ha avvisato Matteo Salvini così: «L'Italia ha il ministro più nazionalista, e al tempo stesso è il Paese che avrebbe maggiore bisogno di solidarietà da parte dei partner Ue».
Ricapitoliamo: per cominciare, un paragone insultante riferibile a Orban e - senza forse - allo stesso Salvini. Poi, una minaccia neanche tanto velata sull'immigrazione, del tipo: o vi allineate sul resto, oppure dall'Ue non verrà alcun aiuto. E infine, una chiara espressione di ostilità alla vigilia del varo della manovra, una specie di pistola rumorosamente sbattuta sul tavolo prim'ancora che inizi il confronto tra Roma e Bruxelles su caratteristiche e peso della legge di bilancio.
Vale peraltro la pena di ricordare meglio chi sia l'uomo politico che ha pronunciato espressioni così gravi (e così grevi). Prima di diventare commissario Ue nel 2014, Moscovici era stato ministro delle Finanze in Francia, sotto la presidenza di François Hollande. In quella veste, a metà 2012, si era impegnato solennemente davanti all'allora commissario economico Ue, Olli Rehn, a tornare sotto la soglia del 3% già nel 2013. Cosa che invece non accadde - badate bene - per dieci anni consecutivi, dal 2007 fino a tutto il 2016, inclusi i due anni di governo di Moscovici.
L'Ue, però, fu ultraclemente con Parigi, a cui vennero dati altri 24 mesi per mettersi in regola: ma la Francia continuò a sforare allegramente, arrivando ben sopra il 4% nel 2014 e poco sotto il 4% nel 2015. Peraltro, il debito pubblico francese non è affatto sotto controllo, essendo al 96-97% del Pil transalpino.
Sulla base di queste «credenziali», Moscovici se la prende con l'Italia, uno dei Paesi fondatori dell'Unione, e soprattutto un contribuente netto, visto che l'Italia dà ogni anno all'Ue molto più di quanto riceva (14 miliardi contro 11 circa). Quanto all'immigrazione, la cosa si fa addirittura offensiva, se si considera che quest'anno l'Italia ha speso tra i 4,6 e i 5 miliardi di euro per l'accoglienza (ben più del gettito della vecchia tassa sulla prima casa, per capirci) ricevendo in cambio la miseria di 80 milioni.
Il primo a rispondere a Moscovici è stato Luigi Di Maio, che ha definito «veramente insopportabili» le affermazioni del francese. «Dall'alto della loro Commissione», ha aggiunto, «si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini. Non solo non si devono permettere, ma questo dimostra come queste siano persone totalmente scollegate dalla realtà». Reazione dura, certo: peccato che forse la tracotanza di Moscovici sia stata involontariamente incoraggiata anche dal contributo fornito dagli eurodeputati grillini, il giorno prima, alla messa sotto processo di Orban.
Matteo Salvini è stato ancora più netto: «Il commissario Ue Moscovici, anziché censurare la sua Francia che respinge gli immigrati a Ventimiglia, ha bombardato la Libia e ha sforato i parametri europei, attacca l'Italia e parla a vanvera di tanti piccoli Mussolini in giro per l'Europa. Si sciacqui la bocca prima di insultare l'Italia, gli italiani e il loro legittimo governo».
La cosa tragicomica è che, mentre Moscovici parlava, veniva sempre da Parigi un annuncio clamoroso - e per molti versi surreale - da un Emmanuel Macron in drammatica crisi di consenso e in cerca di qualunque espediente per risalire la china: «Entro il 2020 la Francia avrà il reddito universale di attività», ha detto l'inquilino dell'Eliseo. Quindi, la linea del governo francese è: porti chiusi (come Salvini) e reddito di cittadinanza (come i grillini). Però i «cattivi» sono i governanti italiani.
Lega e 5 stelle litigano su 8 miliardi, e pure Moavero si è stufato dell’Ue
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Il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, muove guerra all'Italia. Come previsto, dopo l'Ungheria tocca a noi. Prima la minaccia sull'immigrazione: o ci si allinea o niente aiuti. Poi l'affondo: «Da voi è pieno di tanti piccoli Mussolini».Restano le tensioni sulla manovra tra gli alleati: le risorse basterebbero solo per pensioni e taglio delle tasse, ma il M5s non vuole rinunciare al reddito di cittadinanza. Il ministro degli Esteri: «Bilancio europeo inadatto agli italiani».Il presidente della Bce: «Tassi invariati, stop al Qe a fine anno ma servono misure di stimolo».Lo speciale contiene tre articoli.Quando si tratta di Strasburgo e Bruxelles, essere buoni profeti non è difficile: basta prevedere il peggio, e si hanno spesso ottime probabilità di azzeccare il pronostico. Per due giorni, La Verità aveva anticipato che, dopo l'Ungheria, sarebbe stata l'Italia a esser messa nel mirino, in un modo o nell'altro. E infatti, dopo neanche ventiquattr'ore dal voto dell'Europarlamento contro il governo di Viktor Orban, ci ha pensato il francese Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari economici, a inviare a Roma un obliquo mix di avvertimenti e vere e proprie offese. Moscovici, esponente socialista che da giovane si dichiarava trotskista e comunista rivoluzionario, anziché occuparsi dei conti pubblici di Parigi, che nei prossimi mesi tornerà a sfondare la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil, ha dichiarato che l'Italia «è un problema per l'eurozona». E, per chi non avesse capito bene, ha aggiunto: «È assolutamente l'Italia il tema su cui voglio concentrare la mia attenzione prima di tutto». Poi, interpellato sui populisti in Europa, la terza bordata: «C'è un clima che assomiglia molto agli anni '30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c'è Hitler, forse dei piccoli Mussolini...». Ma a Moscovici non è sembrato ancora abbastanza, e, passando all'immigrazione, ha avvisato Matteo Salvini così: «L'Italia ha il ministro più nazionalista, e al tempo stesso è il Paese che avrebbe maggiore bisogno di solidarietà da parte dei partner Ue». Ricapitoliamo: per cominciare, un paragone insultante riferibile a Orban e - senza forse - allo stesso Salvini. Poi, una minaccia neanche tanto velata sull'immigrazione, del tipo: o vi allineate sul resto, oppure dall'Ue non verrà alcun aiuto. E infine, una chiara espressione di ostilità alla vigilia del varo della manovra, una specie di pistola rumorosamente sbattuta sul tavolo prim'ancora che inizi il confronto tra Roma e Bruxelles su caratteristiche e peso della legge di bilancio. Vale peraltro la pena di ricordare meglio chi sia l'uomo politico che ha pronunciato espressioni così gravi (e così grevi). Prima di diventare commissario Ue nel 2014, Moscovici era stato ministro delle Finanze in Francia, sotto la presidenza di François Hollande. In quella veste, a metà 2012, si era impegnato solennemente davanti all'allora commissario economico Ue, Olli Rehn, a tornare sotto la soglia del 3% già nel 2013. Cosa che invece non accadde - badate bene - per dieci anni consecutivi, dal 2007 fino a tutto il 2016, inclusi i due anni di governo di Moscovici. L'Ue, però, fu ultraclemente con Parigi, a cui vennero dati altri 24 mesi per mettersi in regola: ma la Francia continuò a sforare allegramente, arrivando ben sopra il 4% nel 2014 e poco sotto il 4% nel 2015. Peraltro, il debito pubblico francese non è affatto sotto controllo, essendo al 96-97% del Pil transalpino. Sulla base di queste «credenziali», Moscovici se la prende con l'Italia, uno dei Paesi fondatori dell'Unione, e soprattutto un contribuente netto, visto che l'Italia dà ogni anno all'Ue molto più di quanto riceva (14 miliardi contro 11 circa). Quanto all'immigrazione, la cosa si fa addirittura offensiva, se si considera che quest'anno l'Italia ha speso tra i 4,6 e i 5 miliardi di euro per l'accoglienza (ben più del gettito della vecchia tassa sulla prima casa, per capirci) ricevendo in cambio la miseria di 80 milioni. Il primo a rispondere a Moscovici è stato Luigi Di Maio, che ha definito «veramente insopportabili» le affermazioni del francese. «Dall'alto della loro Commissione», ha aggiunto, «si permettono di dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini. Non solo non si devono permettere, ma questo dimostra come queste siano persone totalmente scollegate dalla realtà». Reazione dura, certo: peccato che forse la tracotanza di Moscovici sia stata involontariamente incoraggiata anche dal contributo fornito dagli eurodeputati grillini, il giorno prima, alla messa sotto processo di Orban. Matteo Salvini è stato ancora più netto: «Il commissario Ue Moscovici, anziché censurare la sua Francia che respinge gli immigrati a Ventimiglia, ha bombardato la Libia e ha sforato i parametri europei, attacca l'Italia e parla a vanvera di tanti piccoli Mussolini in giro per l'Europa. Si sciacqui la bocca prima di insultare l'Italia, gli italiani e il loro legittimo governo». La cosa tragicomica è che, mentre Moscovici parlava, veniva sempre da Parigi un annuncio clamoroso - e per molti versi surreale - da un Emmanuel Macron in drammatica crisi di consenso e in cerca di qualunque espediente per risalire la china: «Entro il 2020 la Francia avrà il reddito universale di attività», ha detto l'inquilino dell'Eliseo. Quindi, la linea del governo francese è: porti chiusi (come Salvini) e reddito di cittadinanza (come i grillini). Però i «cattivi» sono i governanti italiani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/insulti-francesi-siete-un-guaio-per-leuro-2604669805.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lega-e-5-stelle-litigano-su-8-miliardi-e-pure-moavero-si-e-stufato-dellue" data-post-id="2604669805" data-published-at="1781671263" data-use-pagination="False"> Lega e 5 stelle litigano su 8 miliardi, e pure Moavero si è stufato dell’Ue Accuse, insinuazioni di dimissioni e smentite. È la terza volta che va in scena lo stesso schema che immancabilmente viene cavalcato dai due quotidiani che più di tutti vorrebbero vedere questo governo spacchettato e magari una parte (ci riferiamo a metà dei 5 stelle) indirizzata tra le braccia del nuovo Pd (senza Matteo Renzi). Così anche ieri le fonti del Mef hanno smentito i litigi tra il titolare del dicastero, Giovanni Tria, e il vicepremier, Luigi Di Maio. Non saranno litigi, ma pizzini sicuramente. D'altronde Tria, da uomo del rigore targato Sergio Mattarella, è diventato adesso arbitro tra la componente gialla del governo e quella blù. Per il Tesoro l'assicurazione da dare a Bruxelles sarebbe quella di non oltrepassare l'asticella dell'1,6% nel rapporto tra deficit e Pil, passando dallo 0,9% del governo Gentiloni appunto all'1,6 per cento. Una flessibilità consistente, pari a circa 12,6 miliardi, che però servirà giusto a tappare l'aumento dell'Iva. L'ipotesi è quella di portare la massa complessiva della manovra a poco più di 20 miliardi. Il che lascia liberi, per gli interventi inseriti nel contratto di governo, circa 8 miliardi. La Lega ha fissato come priorità il taglio delle tasse e l'intervento sulle pensioni con la riforma di quota 100. A spanne i due interventi costano appunto 8 miliardi. Non rimarrebbe nulla per i 5 stelle. Eppure il leader grillino ha ribadito anche ieri l'importanza del reddito di cittadinanza. Che, seguendo lo schema riportato sopra, slitterebbe al 2020. Ma Di Maio vuole avere qualcosa di definito da mettere in campo nella campagna elettorale del maggio 2019, quando si giocherà la fondamentale partita a scacchi del Parlamento Ue (dove Lega e 5 stelle rischiano di sedersi su scranni opposti). Sul problema numeri va aggiunto che il reddito di cittadinanza (se venisse riproposto come da contratto di governo) costerebbe 16 miliardi all'anno. Il che significa che, con la flessibilità concordata con Tria, sarebbe garantito per sei mesi. Nell'altro semestre quei 9 milioni di italiani dovrebbero tornare a lavorare: poco male secondo noi, ma per i conti pubblici sarebbe una situazione ingestibile. Senza contare che l'intero importo andrebbe ad accoppare quota 100 (4 miliardi di costo) e il taglio dell'Irpef (altri 4 miliardi). Si comprende facilmente che, quando i nodi arriveranno al pettine, qualcuno dentro la maggioranza si farà male. Basti pensare che ieri l'Ordine dei commercialisti ha fatto le pulci alla riduzione dell'imposta al 22%: «Numeri alla mano, condividiamo le perplessità espresse da più parti sul rapporto costi-benefici della riduzione al 22% dell'attuale aliquota Irpef del 23% e invitiamo governo e maggioranza a concentrare le risorse su interventi più mirati che possono lasciare veramente il segno, come quelli sulle partite Iva, tenendo però conto dei nostri suggerimenti per non creare pericolosi effetti distorsivi», ha detto Massimo Miani, presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti e degli esperti contabili. Sulla base dei dati delle dichiarazioni fiscali presentate nel 2017, i commercialisti calcolano che la riduzione al 22%, ma, interessando tutti i 30,8 milioni di contribuenti che dichiarano una imposta netta positiva, determina un vantaggio individuale pari a 12,5 euro al mese per i 22 milioni di contribuenti che dichiarano un reddito superiore a 15.000 euro e pari a 7,3 euro al mese per gli 8,8 milioni di contribuenti che dichiarano meno di 15.000 euro di reddito. Insomma, al massimo 150 euro all'anno. Ma questo è un problema che gli italiani si porranno nel 2020, quando arriverà il momento di pagare le tasse. Nel frattempo, sempre che la proposta passi, di acqua sotto i ponti ne sarà transitata molta. Compreso il fatto che potrebbe sopraggiungere qualche novità «compattante». Se il tema Europa dovesse di nuovo esplodere, Lega e 5 stelle potrebbero trovare nuova linfa. D'altronde la mossa del ministro degli Esteri, Enzo Maovero Milanesi, indica un cambio di rotta. E non deve essere intesa come un'uscita in contrasto con le dichiarazioni di Mario Draghi. Ci riferiamo alla risposta che la Farnesina ha dedicato al commissario al Bilancio Ue, Gunther Oettinger, che ieri dopo aver amabilmente conversato con Roberto Fico ha chiesto all'Italia di tappare il buco che provocherà l'uscita di Londra dall'Europa. «L'attuale proposta della commissione europea sul progetto di bilancio pluriennale Ue per il periodo 2021-2027 per l'Italia appare inadeguata perché non risponde a sufficienza alle preoccupazioni e alle attese dei cittadini», ha risposto secco Moavero aggiungendo che «è auspicabile che la commissione sia più coraggiosa nell'individuare fonti aggiuntive per le risorse del bilancio Ue. Non è più giustificato che queste ultime dipendano, prevalentemente, dai contributi versati da ciascuno Stato membro; in questo modo, infatti, si sottraggono risorse ai bilanci nazionali». Le dichiarazioni si saldano con le parole di Draghi. Bilanci a posto e poi, forse, la volontà di ridiscutere gli equilibri europei. Mattarella è d'accordo. Probabilmente anche la Lega. I 5 stelle? Al momento non si capisce... <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/insulti-francesi-siete-un-guaio-per-leuro-2604669805.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="anche-draghi-si-toglie-un-sassolino-le-parole-del-governo-fanno-danni" data-post-id="2604669805" data-published-at="1781671263" data-use-pagination="False"> Anche Draghi si toglie un sassolino: «Le parole del governo fanno danni» Nessuna sorpresa sui tassi, che restano a zero, e nessuna novità neanche sul programma di Quantitative easing, che si dovrebbe chiudere alla fine dell'anno. Fin qui il discorso di ieri del presidente della Bce, Mario Draghi, ha rispettato le attese: ad arrivare un po' a sorpresa sono state le parole dirette al governo italiano. Per il numero uno dell'Eurotower le dichiarazioni fatte negli ultimi mesi da alcuni esponenti politici del nostro Paese hanno creato qualche danno, facendo salire i tassi d'interesse per imprese e famiglie; tuttavia, per la Banca centrale europea restano valide le rassicurazioni del premier italiano e dei ministri dell'Economia e degli Esteri, e cioè che l'Italia rispetterà le regole di bilancio Ue. «I toni dei politici sono cambiati molto spesso negli ultimi mesi; quello che noi stiamo aspettando adesso sono i fatti. E il fatto principale è la bozza della legge di Bilancio e la successiva discussione in Parlamento. Allora i risparmiatori, i mercati finanziari e gli investitori si faranno la loro idea», ha dichiarato Draghi. Il riferimento è allo sforamento del limite del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, evocato più volte nel corso dell'estate dai due partiti al governo, Lega e M5s, per finanziare le misure promesse in campagna elettorale. «Sfortunatamente, abbiamo visto che le parole hanno creato qualche danno. I tassi d'interesse sono saliti per le famiglie e per le imprese. Questo non ha tuttavia creato molte ricadute su altri Paesi della zona euro. Resta un episodio sostanzialmente italiano», ha sottolineato Draghi, rispondendo a chi chiedeva se le politiche del governo italiano e il rialzo dello spread possano richiedere misure da parte dell'Eurotower nel 2019 per evitare fenomeni di contagio. «Non abbiamo ancora visto alcun contagio», ha precisato il presidente della Bce. «Il nostro mandato», ha spiegato ancora Draghi, «è la stabilità dei prezzi, e il Quantitative easing è uno degli strumenti con cui lo perseguiamo». E a chi chiedeva se con la fine del Qe l'Italia verrebbe di fatto lasciata a sé stessa, il presidente dell'istituto ha risposto seccamente: «Nel merito, il mandato della Bce non è assicurare che i deficit dei governi siano finanziati in qualsiasi condizione». Sul fronte del costo del denaro, in linea rispetto a quanto dichiarato sia in giugno sia in luglio, l'idea dei vertici dell'Eurotower è che i tassi di riferimento si mantengano sui livelli attuali almeno fino alla fine dell'estate dell'anno prossimo e comunque - recita il comunicato di politica monetaria - «fino a quando sarà necessario». A partire da ottobre il programma di acquisto di titoli procederà a ritmo dimezzato rispetto ai 30 miliardi di euro di settembre, per poi concludersi con la fine dell'anno. Tuttavia, ha rassicurato Draghi, la zona euro ha ancora bisogno di un «considerevole» stimolo da parte della politica monetaria, che quindi resterà espansiva anche dopo la chiusura del Qe a fine anno. Per quanto riguarda le previsioni, la Bce ha confermato le stime sull'andamento dell'inflazione e si attende un tasso dell'1,7% dal 2018 fino al 2020. Sul fronte della crescita, invece, Francoforte ha limato le previsioni relative al Pil dell'area euro, che nel 2018 dovrebbe crescere del 2% - a giugno la stima era del 2,1% - mentre nel 2019 dovrebbe rallentare all'1,8% (contro la precedente stima dell'1,9%), e nel 2020 all'1,7%. Per la Bce «sono aumentate recentemente le incertezze relative al crescente protezionismo, la vulnerabilità dei mercati emergenti e la volatilità dei mercati finanziari». Proprio per via di questi rischi, ha precisato Draghi, saranno ancora necessarie misure di stimolo per sostenere l'inflazione: in ogni caso, per il numero uno della Bce il rialzo dell'inflazione verso il target del 2% dovrebbe continuare anche dopo la fine del programma di Quantitative easing.
Nelle carte dell’inchiesta coordinata dalla Procura antiterrorismo di Roma e condotta dalla Digos sugli ambienti anarco-insurrezionalisti c’è una frase pronunciata con quella cadenza sporca da conversazione informale tra militanti romani. Per il gip Rosalba Liso, che ieri ha privato della libertà sette persone (cinque in carcere e due ai domiciliari), gli squat che si riunivano in un casolare di Vicovaro, alle porte della Capitale, pianificavano azioni contro infrastrutture e obiettivi strategici.
«Un’associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico» che cercava di rilanciare la mobilitazione in favore di Alfredo Cospito (è lui l’unico anarchico in 41 bis) con una strategia di «escalation» e pratiche di sabotaggio. Come quelle messe in pratica sulla linea ferroviaria dell’alta velocità Roma-Firenze il 14 febbraio scorso da Nico Aurigemma e Micol Marino che, secondo l’accusa, erano anche i coordinatori della presunta cellula. Con loro sono finiti nei guai Francesco Benedetti, Stefano Marri, Arnau Vallet i Casadevall, Giulia Vidotto e Luna Fratini. Avrebbero operato, secondo gli inquirenti, attraverso una struttura definita come un «gruppo di affinità», sviluppando progetti comuni e tentando di reclutare nuove leve nell’area della protesta pro Pal.
Perché dalle intercettazioni emerge la convinzione che bastino pochi uomini, organizzati in nuclei mobili e autonomi, per costringere lo Stato a «fare i conti» con una pressione continua fatta di sabotaggi, propaganda e azioni dimostrative. «Effettivamente se rifletto su cosa», afferma la Marino durante una chiacchierata intercettata, «penso (si, ndr) possa applicare una pressione tale da essere esercitata in pochi contro (lo Stato, ndr) [...] se non per dire ricatto [...] verso i decisori politici diciamo, con i loro apparati». Pochi probabilmente. Ma a dire di Aurigemma «sparsi per tutta Italia» e «disposti» a «mettere in campo un certo tipo di intervento». Un passaggio che, secondo gli inquirenti, sembrerebbe dimostrare che gli indagati avrebbero superato lo spontaneismo antagonista per cercare di tirare su una rete che ragionava in termini operativi. E tutto ruoterebbe attorno a quel casolare isolato di Vicovaro, trasformato, secondo gli investigatori, in una sorta di base logistica dove si discuteva di azioni dirette, sabotaggi, propaganda e reclutamento.
Durante le perquisizioni, disposte a carico di 18 indagati, sono stati sequestrati manuali e altri documenti ritenuti sensibili ma è anche stato sgomberato il Bencivenga Occupato, centro sociale sulle sponde dell’Aniene. Ed è arrivato il plauso della premier Giorgia Meloni: «L’operazione infligge un duro colpo a chi pensa di poter minacciare la sicurezza della nazione, colpire infrastrutture strategiche e mettere in discussione i principi della convivenza democratica».
In una delle intercettazioni due indagati discutono perfino di un sopralluogo che potrebbe riguardare la catena di fast food McDonald’s (ma nel mirino c’erano anche società attive nel settore della difesa e i Cpr). Aurigemma avrebbe deciso di condividere «il know how per la realizzazione di ordigni esplosivi», proponendo «di portare con sé tutta la componentistica necessaria per «provare, provare e provare!»». Benedetti, dal canto suo, avrebbe messo a disposizione «la propria abitazione a Terni» e si sarebbe proposto «per reperire la componentistica necessaria per la costruzione di ordigni». Ma gli indagati non parlano solo dell’obiettivo. Ragionano soprattutto sul metodo: «Pensiamo che sia meglio partire piano […] renderla pubblica in una sorta di escalation!». La finalità? Secondo gli inquirenti «l’escalation di violenza» doveva essere «capace di condizionare gli organi deputati a decidere sul rinnovo del 41 bis per Cospito».
E allora si colpisce l’alta velocità. Poi arriva la rivendicazione: «Fuoco alle Olimpiadi! Oggi non si viaggia». Una frase costruita per circolare. Perché, secondo gli investigatori, le Olimpiadi Milano-Cortina venivano considerate dagli indagati un simbolo del capitalismo. Ma leggendo le carte emerge soprattutto un altro elemento: l’ossessione per la «riproducibilità» delle azioni. E, per questo, il gruppetto avrebbe anche cercato di diffondere competenze e creare emulazione. Nei comunicati compare infatti questa frase: «Servono soltanto pochi ingredienti per agire contro il mondo della strumentazione, dell’oppressione e della devastazione, un po’ di studio, precauzione, qualche complice, qualche litro di combustibile e… tutto è possibile! Buona fortuna!». Con un richiamo preciso: «Il potere si prepara alla guerra e anche noi anarchici, rivoluzionari, individui coscienti vorremmo fare lo stesso». La propaganda viaggiava di pari passo con l’azione.
E, così, i due anarchici saltati in aria nel casolare del Parco degli Acquedotti, sono diventati dei martiri: «Morti in azione», dicono gli indagati. «Sono morti combattendo contro sto mondo di merda». Fino alla frase (questa volta messa per iscritto) che, più di tutte, sintetizza l’impostazione ideologica contestata dalla Procura: «Non ci interessa sapere cosa sia successo in quel casolare dove hanno trovato la morte. Sappiamo per certo che non loro cuore c’era quell’idea di libertà e anarchia che sentiamo anche noi, sappiamo per certo che in questo mondo dove la guerra fa sempre più vittime innocenti, per agire contro di essa serve anche la violenza rivoluzionaria».
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Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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