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2021-04-13
Infiltrati al corteo degli esercenti disperati
Ansa
Si stempera in un acquazzone alle cinque della sera un pomeriggio di ordinaria fobia. Paura delle forze dell'ordine che i manifestanti attaccassero i palazzi di Montecitorio e Chigi, paura dei manifestanti stessi che tutto degenerasse perché si sono infiltrati quelli di Casa Pound che hanno animato gli scontri più duri, paura nel centro di Roma blindato e tenuto in stato di assedio per quattro ore. C'è stata anche una vena di follia, con Casa Pound che ha inalberato uno striscione con scritto: «La paura di morire non ci fa vivere». Hanno provato più volte a sfondare: in via del Corso, in piazza San Lorenzo in Lucina per arrivare fin sotto al Parlamento, ma sono stati respinti da diverse cariche di alleggerimento della polizia, ma gli stessi manifestanti hanno isolato i provocatori gridando: «Che volete? Non siete lavoratori».
In piazza con il movimento dei ristoratori «Io apro» è andata la disperazione. Per l'ennesima volta. Ci sono stati petardi e bombe carta, fumogeni e lanci di bottiglie: una è finita in testa a un manifestante, un'altra ha colpito un operatore del Tg5, pare che sia stato leggermente ferito anche un altro video maker. La polizia ha fatto molte cariche di alleggerimento, il contatto fisico con i manifestanti è stato però sporadico e limitato. La questura non aveva autorizzato la manifestazione e dunque il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, aveva ben pensato di tenere la situazione sotto stretto controllo. Molti manifestanti sono stati bloccati prima di arrivare a Roma. In piazza sono andati i ristoratori del movimento «Io apro», di cui è capo il fiorentino Mohamed «Momi» El Hawi, che si è parato di fronte agli agenti ammanettato, le partite iva, qualche lavoratore dello spettacolo e qualche gestore di palestre: gente che da 13 mesi vive l'incubo del non lavoro.
La manifestazione ha preso avvio verso le 14.40. Piazza Montecitorio era blindata e allora c'è stato un primo raduno in piazza San Silvestro, poi in piazza San Lorenzo in Lucina. Ci sono stati i primi scontri con i manifestanti che hanno cercato di forzare il blocco in via del Corso. Infine gli ultimi focolai a piazzale Flaminio, dove i manifestanti hanno cercato di bloccare il traffico del Muro torto. C'è stata l'ultima carica della polizia, ma a disperdere i manifestanti ci ha pensato la pioggia. Sui volti di questo migliaio di persone più disperazione che rabbia, più impotenza che violenza. C'è chi ha raccontato, come Sandra Di Bella, ristoratrice siciliana che calzava l'elmetto da vichingo «d'ordinanza» dopo Capitol Hill, «sono qui perché non so come fare a mangiare», chi ha detto di non poter più resistere, tutti hanno gridato «libertà, libertà». Avvicinando i poliziotti urlavano: «Noi non siamo criminali, ma pacifici. Siamo qui solo per dire che vogliamo lavorare, è un nostro diritto». Dalla piazza si sono levati spesso gli slogan per chiedere le dimissioni della Lamorgese e di Roberto Speranza, i due ministri bersaglio della protesta. Hanno promesso che torneranno anche oggi.
Non c'erano ieri in piazza i ristoratori, le partite iva, i gestori di bar e di palestre radunati attorno al Mio (Movimento imprese ospitalità) di Paolo Bianchini che avevano manifestato sette giorni fa, perché Bianchini ieri mattina è stato ricevuto al Mef dal sottosegretario Claudio Durigon (Lega) a cui è stato sottoposto un pacchetto di richieste: blocco delle licenze e degli sfratti, sostegni sui costi fissi, accesso garantito al credito e riaperture immediate. Il fronte della protesta dunque si spacca nell'azione, ma non nell'obiettivo. Tanto il Mio quanto «Io apro» vogliono le dimissioni immediate del ministro della Salute, Roberto Speranza. Anche in seno al governo il fronte del no alle riaperture si sta rompendo e Roberto Speranza sembra sempre più isolato. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiesto al Cts di rivedere i protocolli per le misure anti contagio, il ministro per le politiche Regionali, Mariastella Gelmini, (Forza Italia) ha detto che maggio sarà il mese delle riaperture, ma che dal 20 aprile in Consiglio dei ministri si dovrà prendere in esame la possibilità, in base a contagi e campagna vaccinale, di un allentamento delle chiusure. Il segretario della Lega Matteo Salvini, riferendosi all'incontro del Mio con Durigon evidentemente, ha detto che se ci sono le condizioni bisogna riaprire subito, «ho sentito i ristoratori, stanno palando con noi della Lega, è gente che vuole solo riaprire».
Unanime la condanna della violenza da parte dei partiti; Francesco Boccia del Pd dice: «Non è con la violenza che si aiuta chi oggi è in difficoltà». E gli fa eco Anna Maria Bernini, presidente dei deputati forzisti che nota: «Massima comprensione per i ristoratori che manifestano civilmente, ma no a qualsiasi violenza». Anche Domenico Pianese del Coisp (sindacato di polizia) afferma: «La rabbia e la disperazione di chi sta manifestando è comprensibile, ciò che non è comprensibile è l'aggressione alle forze dell'ordine».
Un cortocircuito semmai c'è in seno al M5s, perché se il Movimento condanna le manifestazioni, un pentastellato della prima ora come l'ex consigliere regione dell'Emilia Romagna, oggi ristoratore, Giovanni Favia dice: «La responsabilità di quello che è successo è del ministero dell'Interno. Non puoi negare una piazza. Non puoi bloccare i manifestanti pacifici e permettere ai violenti di andare in piazza, consentendo la vendita di bottiglie di vetro agli esercizi commerciali qui vicino... Con chi tira le bombe carta non c'entriamo niente».
I ristoratori hanno ragione ma ogni passo falso verrà usato dalla sinistra
Ristoratori, esercenti e piccoli imprenditori sanno benissimo da quale parte sia schierato questo giornale: dalla loro. Senza il minimo dubbio, senza alcuna esitazione, e sin dal primo momento.
È semplicemente inaccettabile che ogni giorno la sinistra e i grandi media manifestino nei confronti dell'Italia del privato un approccio sprezzante, giudicante, starei per dire razzista: dovete stare chiusi, dovete accontentarvi di due spiccioli di sussidi, se chiudete o fallite è affar vostro, e intanto dovete pure sorbirvi qualche predicozzo televisivo in cui - senza tanti giri di parole - vi si dà degli evasori. Una provocazione continua. Spesso da parte di chi, palesemente, non ha neppure la più pallida idea di cosa voglia dire alzare una saracinesca tutti i giorni, mandare avanti un negozio, pagare i fornitori e garantire il pane ai dipendenti.
La provocazione contro di voi è salita di tono già lunedì scorso, otto giorni fa, in occasione della prima manifestazione degli esercenti a Montecitorio. Con i soliti noti, tra salotti e redazioni, pronti a guardare non la luna (cioè la rabbia dei miti, la disperazione di chi vede a rischio le proprie famiglie e aziende) ma il dito, e magari un'unghia sporca: cioè un gesto inconsulto, una mini infiltrazione nel corteo, una parola sbagliata. Tutte scuse buone per deviare l'attenzione: per descrivere ristoratori e negozianti come fascisti e assembrati. Anzi, le due cose insieme: assembrati fascisti, e fascisti assembrati. Un modo facile facile per archiviare la pratica.
In vista della manifestazione bis di ieri, il giochino è proseguito. Prima, da parte delle autorità di sicurezza, è giunto un assai discutibile divieto di manifestare, poi uno spiegamento di forze degno di miglior causa. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe perfino da ridere: uno Stato che tiene i porti aperti, anzi spalancati, ma poi minaccia di chiudere i caselli autostradali per evitare che i ristoratori arrivino davanti ai palazzi del potere. I migranti illegali sui barconi sì, la manifestazione degli esercenti no. Come se il virus, anziché attaccare i polmoni, avesse colpito i neuroni di qualche politico, facendolo sragionare. Così, ci si è trovati davanti a qualcosa di peggiore di un atto di arroganza: a un errore politico, a una miopia inescusabile, a un'incapacità acclarata di comprendere i drammi sociali ed economici, riducendo tutto a questione di ordine pubblico.
A maggior ragione, però, sapendo tutto questo e conoscendo la sceneggiatura del film (i vostri e nostri avversari sono maledettamente prevedibili…), non bisogna commettere errori, né atti di ingenuità. Non ci si può permettere il lusso di prestare il fianco né quello di abbandonarsi a falli di reazione, calcisticamente parlando.
Amici ristoratori, negozianti, esercenti: c'è chi non vede l'ora di liquidarvi come un fenomeno pericoloso e violento, come un manipolo di teppisti. Non dategli e non diamogli nemmeno il più piccolo alibi per imbastire questo tipo di racconto. Non aspettano altro.
È necessario invece che la battaglia prosegua. Per un verso, sostenendo l'azione, in Parlamento e nel governo, di chi sta dalla vostra parte. Per altro verso, battendosi affinché i prossimi provvedimenti economici siano meno inadeguati rispetto al passato anche recentissimo. E soprattutto - ciò che più conta - portando a casa quel che serve: un cronoprogramma, un calendario di riaperture, una sequenza serrata (può cominciare subito: già adesso almeno sei Regioni, dati alla mano, sarebbero «gialle») che deve portare alla ripartenza di tutte le attività, alcune immediatamente, altre in un fazzoletto di settimane.
Per conseguire questo risultato, la pressione anche della piazza è utile, anzi indispensabile. Ma usando la testa e mantenendo la calma. È difficile, certo. Ma ogni distrazione è un autogol che non potete e non possiamo permetterci.
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Scontri, bombe carta e cariche della polizia alla manifestazione «Io apro» davanti a Montecitorio. Che non ha rispettato il divieto della questura. E ha prestato il fianco a pochi facinorosi. Scelta opposta da parte del Mio, che ha preferito dialogare con le istituzioni.La protesta sacrosanta non deve essere sporcata dalla violenza. Certi giornali, che già li chiamano evasori, non aspettano altro.Lo speciale contiene due articoli.Si stempera in un acquazzone alle cinque della sera un pomeriggio di ordinaria fobia. Paura delle forze dell'ordine che i manifestanti attaccassero i palazzi di Montecitorio e Chigi, paura dei manifestanti stessi che tutto degenerasse perché si sono infiltrati quelli di Casa Pound che hanno animato gli scontri più duri, paura nel centro di Roma blindato e tenuto in stato di assedio per quattro ore. C'è stata anche una vena di follia, con Casa Pound che ha inalberato uno striscione con scritto: «La paura di morire non ci fa vivere». Hanno provato più volte a sfondare: in via del Corso, in piazza San Lorenzo in Lucina per arrivare fin sotto al Parlamento, ma sono stati respinti da diverse cariche di alleggerimento della polizia, ma gli stessi manifestanti hanno isolato i provocatori gridando: «Che volete? Non siete lavoratori». In piazza con il movimento dei ristoratori «Io apro» è andata la disperazione. Per l'ennesima volta. Ci sono stati petardi e bombe carta, fumogeni e lanci di bottiglie: una è finita in testa a un manifestante, un'altra ha colpito un operatore del Tg5, pare che sia stato leggermente ferito anche un altro video maker. La polizia ha fatto molte cariche di alleggerimento, il contatto fisico con i manifestanti è stato però sporadico e limitato. La questura non aveva autorizzato la manifestazione e dunque il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, aveva ben pensato di tenere la situazione sotto stretto controllo. Molti manifestanti sono stati bloccati prima di arrivare a Roma. In piazza sono andati i ristoratori del movimento «Io apro», di cui è capo il fiorentino Mohamed «Momi» El Hawi, che si è parato di fronte agli agenti ammanettato, le partite iva, qualche lavoratore dello spettacolo e qualche gestore di palestre: gente che da 13 mesi vive l'incubo del non lavoro. La manifestazione ha preso avvio verso le 14.40. Piazza Montecitorio era blindata e allora c'è stato un primo raduno in piazza San Silvestro, poi in piazza San Lorenzo in Lucina. Ci sono stati i primi scontri con i manifestanti che hanno cercato di forzare il blocco in via del Corso. Infine gli ultimi focolai a piazzale Flaminio, dove i manifestanti hanno cercato di bloccare il traffico del Muro torto. C'è stata l'ultima carica della polizia, ma a disperdere i manifestanti ci ha pensato la pioggia. Sui volti di questo migliaio di persone più disperazione che rabbia, più impotenza che violenza. C'è chi ha raccontato, come Sandra Di Bella, ristoratrice siciliana che calzava l'elmetto da vichingo «d'ordinanza» dopo Capitol Hill, «sono qui perché non so come fare a mangiare», chi ha detto di non poter più resistere, tutti hanno gridato «libertà, libertà». Avvicinando i poliziotti urlavano: «Noi non siamo criminali, ma pacifici. Siamo qui solo per dire che vogliamo lavorare, è un nostro diritto». Dalla piazza si sono levati spesso gli slogan per chiedere le dimissioni della Lamorgese e di Roberto Speranza, i due ministri bersaglio della protesta. Hanno promesso che torneranno anche oggi. Non c'erano ieri in piazza i ristoratori, le partite iva, i gestori di bar e di palestre radunati attorno al Mio (Movimento imprese ospitalità) di Paolo Bianchini che avevano manifestato sette giorni fa, perché Bianchini ieri mattina è stato ricevuto al Mef dal sottosegretario Claudio Durigon (Lega) a cui è stato sottoposto un pacchetto di richieste: blocco delle licenze e degli sfratti, sostegni sui costi fissi, accesso garantito al credito e riaperture immediate. Il fronte della protesta dunque si spacca nell'azione, ma non nell'obiettivo. Tanto il Mio quanto «Io apro» vogliono le dimissioni immediate del ministro della Salute, Roberto Speranza. Anche in seno al governo il fronte del no alle riaperture si sta rompendo e Roberto Speranza sembra sempre più isolato. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiesto al Cts di rivedere i protocolli per le misure anti contagio, il ministro per le politiche Regionali, Mariastella Gelmini, (Forza Italia) ha detto che maggio sarà il mese delle riaperture, ma che dal 20 aprile in Consiglio dei ministri si dovrà prendere in esame la possibilità, in base a contagi e campagna vaccinale, di un allentamento delle chiusure. Il segretario della Lega Matteo Salvini, riferendosi all'incontro del Mio con Durigon evidentemente, ha detto che se ci sono le condizioni bisogna riaprire subito, «ho sentito i ristoratori, stanno palando con noi della Lega, è gente che vuole solo riaprire». Unanime la condanna della violenza da parte dei partiti; Francesco Boccia del Pd dice: «Non è con la violenza che si aiuta chi oggi è in difficoltà». E gli fa eco Anna Maria Bernini, presidente dei deputati forzisti che nota: «Massima comprensione per i ristoratori che manifestano civilmente, ma no a qualsiasi violenza». Anche Domenico Pianese del Coisp (sindacato di polizia) afferma: «La rabbia e la disperazione di chi sta manifestando è comprensibile, ciò che non è comprensibile è l'aggressione alle forze dell'ordine». Un cortocircuito semmai c'è in seno al M5s, perché se il Movimento condanna le manifestazioni, un pentastellato della prima ora come l'ex consigliere regione dell'Emilia Romagna, oggi ristoratore, Giovanni Favia dice: «La responsabilità di quello che è successo è del ministero dell'Interno. Non puoi negare una piazza. Non puoi bloccare i manifestanti pacifici e permettere ai violenti di andare in piazza, consentendo la vendita di bottiglie di vetro agli esercizi commerciali qui vicino... Con chi tira le bombe carta non c'entriamo niente».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/infiltrati-al-corteo-degli-esercenti-disperati-2652506172.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-ristoratori-hanno-ragione-ma-ogni-passo-falso-verra-usato-dalla-sinistra" data-post-id="2652506172" data-published-at="1618253758" data-use-pagination="False"> I ristoratori hanno ragione ma ogni passo falso verrà usato dalla sinistra Ristoratori, esercenti e piccoli imprenditori sanno benissimo da quale parte sia schierato questo giornale: dalla loro. Senza il minimo dubbio, senza alcuna esitazione, e sin dal primo momento. È semplicemente inaccettabile che ogni giorno la sinistra e i grandi media manifestino nei confronti dell'Italia del privato un approccio sprezzante, giudicante, starei per dire razzista: dovete stare chiusi, dovete accontentarvi di due spiccioli di sussidi, se chiudete o fallite è affar vostro, e intanto dovete pure sorbirvi qualche predicozzo televisivo in cui - senza tanti giri di parole - vi si dà degli evasori. Una provocazione continua. Spesso da parte di chi, palesemente, non ha neppure la più pallida idea di cosa voglia dire alzare una saracinesca tutti i giorni, mandare avanti un negozio, pagare i fornitori e garantire il pane ai dipendenti. La provocazione contro di voi è salita di tono già lunedì scorso, otto giorni fa, in occasione della prima manifestazione degli esercenti a Montecitorio. Con i soliti noti, tra salotti e redazioni, pronti a guardare non la luna (cioè la rabbia dei miti, la disperazione di chi vede a rischio le proprie famiglie e aziende) ma il dito, e magari un'unghia sporca: cioè un gesto inconsulto, una mini infiltrazione nel corteo, una parola sbagliata. Tutte scuse buone per deviare l'attenzione: per descrivere ristoratori e negozianti come fascisti e assembrati. Anzi, le due cose insieme: assembrati fascisti, e fascisti assembrati. Un modo facile facile per archiviare la pratica. In vista della manifestazione bis di ieri, il giochino è proseguito. Prima, da parte delle autorità di sicurezza, è giunto un assai discutibile divieto di manifestare, poi uno spiegamento di forze degno di miglior causa. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe perfino da ridere: uno Stato che tiene i porti aperti, anzi spalancati, ma poi minaccia di chiudere i caselli autostradali per evitare che i ristoratori arrivino davanti ai palazzi del potere. I migranti illegali sui barconi sì, la manifestazione degli esercenti no. Come se il virus, anziché attaccare i polmoni, avesse colpito i neuroni di qualche politico, facendolo sragionare. Così, ci si è trovati davanti a qualcosa di peggiore di un atto di arroganza: a un errore politico, a una miopia inescusabile, a un'incapacità acclarata di comprendere i drammi sociali ed economici, riducendo tutto a questione di ordine pubblico. A maggior ragione, però, sapendo tutto questo e conoscendo la sceneggiatura del film (i vostri e nostri avversari sono maledettamente prevedibili…), non bisogna commettere errori, né atti di ingenuità. Non ci si può permettere il lusso di prestare il fianco né quello di abbandonarsi a falli di reazione, calcisticamente parlando. Amici ristoratori, negozianti, esercenti: c'è chi non vede l'ora di liquidarvi come un fenomeno pericoloso e violento, come un manipolo di teppisti. Non dategli e non diamogli nemmeno il più piccolo alibi per imbastire questo tipo di racconto. Non aspettano altro. È necessario invece che la battaglia prosegua. Per un verso, sostenendo l'azione, in Parlamento e nel governo, di chi sta dalla vostra parte. Per altro verso, battendosi affinché i prossimi provvedimenti economici siano meno inadeguati rispetto al passato anche recentissimo. E soprattutto - ciò che più conta - portando a casa quel che serve: un cronoprogramma, un calendario di riaperture, una sequenza serrata (può cominciare subito: già adesso almeno sei Regioni, dati alla mano, sarebbero «gialle») che deve portare alla ripartenza di tutte le attività, alcune immediatamente, altre in un fazzoletto di settimane. Per conseguire questo risultato, la pressione anche della piazza è utile, anzi indispensabile. Ma usando la testa e mantenendo la calma. È difficile, certo. Ma ogni distrazione è un autogol che non potete e non possiamo permetterci.
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi al suo arrivo ai colloqui in Oman (Ansa)
Gli incontri, mediati dal governo dell’Oman, hanno avuto luogo in due sessioni: una mattutina e un’altra pomeridiana. «Si sono tenuti colloqui molto seri di mediazione tra Iran e Stati Uniti oggi a Muscat. Sono stati utili per chiarire le idee sia iraniane che americane e individuare aree di potenziale progresso. Puntiamo a riunirci nuovamente a tempo debito, con i risultati che saranno attentamente valutati a Teheran e Washington», ha dichiarato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, dopo la conclusione dei colloqui.
Eppure, se Teheran ha espresso una certa soddisfazione per l’incontro di ieri, Washington si è mostrata molto più fredda. Da una parte, Araghchi, che vedrà oggi il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha definito «positivo» il risultato dei colloqui, specificando che i negoziati proseguiranno. «Il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni», ha anche detto, per poi specificare che le trattative con gli Stati Uniti riguarderebbero soltanto la questione nucleare. Se confermato, ciò si discosterebbe nettamente dai desiderata di Washington che, negli scorsi giorni, aveva fatto sapere di voler discutere anche di altri dossier: dal programma balistico di Teheran ai rapporti di quest’ultima con i suoi proxy regionali. Non solo: secondo il Wall Street Journal, Araghchi, nel corso del vertice, avrebbe altresì respinto la richiesta americana di bloccare il processo di arricchimento dell’uranio iraniano.
Non è quindi escluso che gli Stati Uniti non siano troppo contenti. Sotto questo aspetto, è significativo il fatto che, quando La Verità andava in stampa ieri sera, Washington non avesse ancora rilasciato un commento sui colloqui di Muscat: colloqui, dopo la cui conclusione l’America ha, anzi, imposto nuove sanzioni a 15 entità e a 14 navi, coinvolte nel commercio petrolifero iraniano. «Finché il regime iraniano tenterà di eludere le sanzioni e di generare entrate dal petrolio e dai prodotti petrolchimici per finanziare il suo comportamento oppressivo e sostenere attività terroristiche e proxy, gli Stati Uniti agiranno per inchiodare alle loro responsabilità sia il regime iraniano che i suoi partner», ha affermato, a tal proposito, il governo statunitense.
Insomma, al netto del rilancio della diplomazia, il quadro complessivo resta teso. Basti pensare che, appena poche ore prima dell’inizio dei colloqui in Oman, il Dipartimento di Stato americano aveva esortato i cittadini statunitensi presenti in Iran a lasciare il Paese. Inoltre, il regime khomeinista non sembra granché compatto al suo interno per quanto riguarda la linea da seguire nei rapporti con gli Stati Uniti. Se Araghchi sembra spingere per il negoziato, i pasdaran stanno cercando di sabotare la distensione: l’altro ieri, hanno sequestrato due petroliere nel Golfo Persico, schierando inoltre un nuovo missile balistico a medio raggio in una base sotterranea. Infine, bisogna fare attenzione ai precedenti storici. Anche l’anno scorso, i negoziati tra Washington e Teheran erano partiti beni: a un certo punto, sembrava addirittura che un accordo sul nucleare tra le due capitali fosse a portata di mano. Poi, però, il processo si incagliò sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Si entrò così in uno stallo che avrebbe infine portato, nel mese di giugno, all’attacco americano contro i siti atomici iraniani.
La situazione complessiva resta ricca di fibrillazioni. E Israele si fa sempre più irrequieto. Ynet ha riferito ieri che i vertici militari dello Stato ebraico avrebbero discusso di una possibile operazione contro l’Iran, in caso di un attacco bellico statunitense.
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Il generale russo Vladimir Alekseyev (Ansa)
Ieri mattina, in un condominio di Mosca, il generale russo Vladimir Alekseyev è stato ferito gravemente da diversi colpi di arma da fuoco. A ricostruire la dinamica è stato il quotidiano Kommersant: l’aggressore, prima di scappare, ha sparato sulle scale del palazzo, colpendo il braccio, il piede e il petto di Alekseyev. Sull’attentato sono al lavoro «le agenzie di intelligence», ha riferito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Ma, sebbene l’identità dell’aggressore non sia ancora nota, i primi sospetti sono ricaduti su Kiev. Ad accusare esplicitamente l’Ucraina è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov: «Questo atto ancora una volta ha confermato la determinazione del regime di Zelensky nel provocare continuamente per far saltare il processo negoziale». Però, nonostante le accuse, Peskov ha confermato che a breve si svolgeranno altri negoziati sulla pace in Ucraina.
Quel che è certo è che Alekseyev ha svolto un ruolo di primo piano nei servizi di intelligence su diversi fronti. Il generale di 64 anni, premiato dal presidente russo, Vladimir Putin, con il titolo di Eroe della Federazione russa, è uno degli ufficiali di alto rango che ha condiviso con lo zar le informazioni di intelligence per l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Tra l’altro, nell’estate del 2023, ha negoziato con Yevgeny Prigozhin durante l’ammutinamento del gruppo Wagner. Il generale è anche finito nel mirino delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Ue: nel primo caso per la presunta interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016, nel secondo per l’avvelenamento nel 2018 a Salisbury dell’ex agente russo, Sergei Skripal. Pur non rivendicando l’attacco, il comandante del reggimento ucraino Azov, Denys Prokopenko, ha scritto che, nel caso in cui Alekseyev sopravvivesse, «non dormirebbe sonni tranquilli». Stando a quanto reso noto da Prokopenko, nel maggio del 2022 il generale russo avrebbe rappresentato Mosca nei colloqui a Mariupol durante il ritiro dei militari ucraini dall’acciaieria Azovstal. E «la tortura regolare dei combattenti catturati dell’Azov» sono la prova di quanto Alekseyev avesse infranto la promessa di rispettare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Contro la Russia è intanto in arrivo il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Ue. E per la ventesima volta, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è convinta che le misure funzioneranno. Visto che «questo è l’unico linguaggio che la Russia capisce», von der Leyen ha annunciato che la Commissione «sta proponendo un nuovo pacchetto di sanzioni» che «riguarda energia, servizi finanziari e commercio». Per quanto riguarda il settore energetico, ha comunicato che sarà introdotto «un divieto totale dei servizi marittimi per il petrolio greggio russo». Tra i bersagli di Bruxelles anche «20 banche russe», «una serie di raffinerie in Russia colpite dai raid ucraini, per impedire il coinvolgimento di operatori dell’Ue nelle loro riparazioni» e «altre società coinvolte nella prospezione, nella trivellazione e nel trasporto di petrolio». L’alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, pure lei certa che «le sanzioni danneggiano gravemente l’economia russa», visto che Mosca «non è invincibile» e «sta perdendo terreno», ha dichiarato che verrà proposto «di attivare il nostro strumento anti-elusione verso un Paese per impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia».
Ma mentre i vertici di Bruxelles continuano la stretta su Mosca, sempre più Paesi mirano invece ad aprire un canale di comunicazione con il Cremlino. A incassare il colpo è l’Ue: la portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha ammesso: «Stiamo effettivamente assistendo a un cambiamento nella posizione di alcuni Stati membri». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, seppur contrario ad aprire «canali per colloqui paralleli» visto che i negoziati di Abu Dhabi restano centrali, ha comunque dichiarato: «Noi siamo sempre pronti ad avere dei colloqui con la Russia». Lo stesso Lavrov ha rivelato che Mosca è in contatto «segreto» con alcuni leader europei, la cui posizione però non differisce da quanto dichiarano pubblicamente. Ha poi bollato i tentativi del presidente francese, Emmanuel Macron, di dialogare con Putin come «una diplomazia patetica», visto che non ha mai telefonato allo zar.
Chi cerca un accordo con Mosca è Washington, nell’ambito della non proliferazione nucleare. Dopo la scadenza del trattato New Start sia la Russia sia gli Stati Uniti sono decisi ad aprire nuovi colloqui in merito. Il sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti, Thomas DiNanno, sostiene però la necessità che «al tavolo dei negoziati» si unisca anche la Cina, visto che «l’arsenale nucleare cinese non ha limiti». Dall’altra parte, per la Russia, nelle trattative devono essere coinvolti anche il Regno Unito e la Francia.
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Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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