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2021-04-13
Infiltrati al corteo degli esercenti disperati
Ansa
Si stempera in un acquazzone alle cinque della sera un pomeriggio di ordinaria fobia. Paura delle forze dell'ordine che i manifestanti attaccassero i palazzi di Montecitorio e Chigi, paura dei manifestanti stessi che tutto degenerasse perché si sono infiltrati quelli di Casa Pound che hanno animato gli scontri più duri, paura nel centro di Roma blindato e tenuto in stato di assedio per quattro ore. C'è stata anche una vena di follia, con Casa Pound che ha inalberato uno striscione con scritto: «La paura di morire non ci fa vivere». Hanno provato più volte a sfondare: in via del Corso, in piazza San Lorenzo in Lucina per arrivare fin sotto al Parlamento, ma sono stati respinti da diverse cariche di alleggerimento della polizia, ma gli stessi manifestanti hanno isolato i provocatori gridando: «Che volete? Non siete lavoratori».
In piazza con il movimento dei ristoratori «Io apro» è andata la disperazione. Per l'ennesima volta. Ci sono stati petardi e bombe carta, fumogeni e lanci di bottiglie: una è finita in testa a un manifestante, un'altra ha colpito un operatore del Tg5, pare che sia stato leggermente ferito anche un altro video maker. La polizia ha fatto molte cariche di alleggerimento, il contatto fisico con i manifestanti è stato però sporadico e limitato. La questura non aveva autorizzato la manifestazione e dunque il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, aveva ben pensato di tenere la situazione sotto stretto controllo. Molti manifestanti sono stati bloccati prima di arrivare a Roma. In piazza sono andati i ristoratori del movimento «Io apro», di cui è capo il fiorentino Mohamed «Momi» El Hawi, che si è parato di fronte agli agenti ammanettato, le partite iva, qualche lavoratore dello spettacolo e qualche gestore di palestre: gente che da 13 mesi vive l'incubo del non lavoro.
La manifestazione ha preso avvio verso le 14.40. Piazza Montecitorio era blindata e allora c'è stato un primo raduno in piazza San Silvestro, poi in piazza San Lorenzo in Lucina. Ci sono stati i primi scontri con i manifestanti che hanno cercato di forzare il blocco in via del Corso. Infine gli ultimi focolai a piazzale Flaminio, dove i manifestanti hanno cercato di bloccare il traffico del Muro torto. C'è stata l'ultima carica della polizia, ma a disperdere i manifestanti ci ha pensato la pioggia. Sui volti di questo migliaio di persone più disperazione che rabbia, più impotenza che violenza. C'è chi ha raccontato, come Sandra Di Bella, ristoratrice siciliana che calzava l'elmetto da vichingo «d'ordinanza» dopo Capitol Hill, «sono qui perché non so come fare a mangiare», chi ha detto di non poter più resistere, tutti hanno gridato «libertà, libertà». Avvicinando i poliziotti urlavano: «Noi non siamo criminali, ma pacifici. Siamo qui solo per dire che vogliamo lavorare, è un nostro diritto». Dalla piazza si sono levati spesso gli slogan per chiedere le dimissioni della Lamorgese e di Roberto Speranza, i due ministri bersaglio della protesta. Hanno promesso che torneranno anche oggi.
Non c'erano ieri in piazza i ristoratori, le partite iva, i gestori di bar e di palestre radunati attorno al Mio (Movimento imprese ospitalità) di Paolo Bianchini che avevano manifestato sette giorni fa, perché Bianchini ieri mattina è stato ricevuto al Mef dal sottosegretario Claudio Durigon (Lega) a cui è stato sottoposto un pacchetto di richieste: blocco delle licenze e degli sfratti, sostegni sui costi fissi, accesso garantito al credito e riaperture immediate. Il fronte della protesta dunque si spacca nell'azione, ma non nell'obiettivo. Tanto il Mio quanto «Io apro» vogliono le dimissioni immediate del ministro della Salute, Roberto Speranza. Anche in seno al governo il fronte del no alle riaperture si sta rompendo e Roberto Speranza sembra sempre più isolato. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiesto al Cts di rivedere i protocolli per le misure anti contagio, il ministro per le politiche Regionali, Mariastella Gelmini, (Forza Italia) ha detto che maggio sarà il mese delle riaperture, ma che dal 20 aprile in Consiglio dei ministri si dovrà prendere in esame la possibilità, in base a contagi e campagna vaccinale, di un allentamento delle chiusure. Il segretario della Lega Matteo Salvini, riferendosi all'incontro del Mio con Durigon evidentemente, ha detto che se ci sono le condizioni bisogna riaprire subito, «ho sentito i ristoratori, stanno palando con noi della Lega, è gente che vuole solo riaprire».
Unanime la condanna della violenza da parte dei partiti; Francesco Boccia del Pd dice: «Non è con la violenza che si aiuta chi oggi è in difficoltà». E gli fa eco Anna Maria Bernini, presidente dei deputati forzisti che nota: «Massima comprensione per i ristoratori che manifestano civilmente, ma no a qualsiasi violenza». Anche Domenico Pianese del Coisp (sindacato di polizia) afferma: «La rabbia e la disperazione di chi sta manifestando è comprensibile, ciò che non è comprensibile è l'aggressione alle forze dell'ordine».
Un cortocircuito semmai c'è in seno al M5s, perché se il Movimento condanna le manifestazioni, un pentastellato della prima ora come l'ex consigliere regione dell'Emilia Romagna, oggi ristoratore, Giovanni Favia dice: «La responsabilità di quello che è successo è del ministero dell'Interno. Non puoi negare una piazza. Non puoi bloccare i manifestanti pacifici e permettere ai violenti di andare in piazza, consentendo la vendita di bottiglie di vetro agli esercizi commerciali qui vicino... Con chi tira le bombe carta non c'entriamo niente».
I ristoratori hanno ragione ma ogni passo falso verrà usato dalla sinistra
Ristoratori, esercenti e piccoli imprenditori sanno benissimo da quale parte sia schierato questo giornale: dalla loro. Senza il minimo dubbio, senza alcuna esitazione, e sin dal primo momento.
È semplicemente inaccettabile che ogni giorno la sinistra e i grandi media manifestino nei confronti dell'Italia del privato un approccio sprezzante, giudicante, starei per dire razzista: dovete stare chiusi, dovete accontentarvi di due spiccioli di sussidi, se chiudete o fallite è affar vostro, e intanto dovete pure sorbirvi qualche predicozzo televisivo in cui - senza tanti giri di parole - vi si dà degli evasori. Una provocazione continua. Spesso da parte di chi, palesemente, non ha neppure la più pallida idea di cosa voglia dire alzare una saracinesca tutti i giorni, mandare avanti un negozio, pagare i fornitori e garantire il pane ai dipendenti.
La provocazione contro di voi è salita di tono già lunedì scorso, otto giorni fa, in occasione della prima manifestazione degli esercenti a Montecitorio. Con i soliti noti, tra salotti e redazioni, pronti a guardare non la luna (cioè la rabbia dei miti, la disperazione di chi vede a rischio le proprie famiglie e aziende) ma il dito, e magari un'unghia sporca: cioè un gesto inconsulto, una mini infiltrazione nel corteo, una parola sbagliata. Tutte scuse buone per deviare l'attenzione: per descrivere ristoratori e negozianti come fascisti e assembrati. Anzi, le due cose insieme: assembrati fascisti, e fascisti assembrati. Un modo facile facile per archiviare la pratica.
In vista della manifestazione bis di ieri, il giochino è proseguito. Prima, da parte delle autorità di sicurezza, è giunto un assai discutibile divieto di manifestare, poi uno spiegamento di forze degno di miglior causa. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe perfino da ridere: uno Stato che tiene i porti aperti, anzi spalancati, ma poi minaccia di chiudere i caselli autostradali per evitare che i ristoratori arrivino davanti ai palazzi del potere. I migranti illegali sui barconi sì, la manifestazione degli esercenti no. Come se il virus, anziché attaccare i polmoni, avesse colpito i neuroni di qualche politico, facendolo sragionare. Così, ci si è trovati davanti a qualcosa di peggiore di un atto di arroganza: a un errore politico, a una miopia inescusabile, a un'incapacità acclarata di comprendere i drammi sociali ed economici, riducendo tutto a questione di ordine pubblico.
A maggior ragione, però, sapendo tutto questo e conoscendo la sceneggiatura del film (i vostri e nostri avversari sono maledettamente prevedibili…), non bisogna commettere errori, né atti di ingenuità. Non ci si può permettere il lusso di prestare il fianco né quello di abbandonarsi a falli di reazione, calcisticamente parlando.
Amici ristoratori, negozianti, esercenti: c'è chi non vede l'ora di liquidarvi come un fenomeno pericoloso e violento, come un manipolo di teppisti. Non dategli e non diamogli nemmeno il più piccolo alibi per imbastire questo tipo di racconto. Non aspettano altro.
È necessario invece che la battaglia prosegua. Per un verso, sostenendo l'azione, in Parlamento e nel governo, di chi sta dalla vostra parte. Per altro verso, battendosi affinché i prossimi provvedimenti economici siano meno inadeguati rispetto al passato anche recentissimo. E soprattutto - ciò che più conta - portando a casa quel che serve: un cronoprogramma, un calendario di riaperture, una sequenza serrata (può cominciare subito: già adesso almeno sei Regioni, dati alla mano, sarebbero «gialle») che deve portare alla ripartenza di tutte le attività, alcune immediatamente, altre in un fazzoletto di settimane.
Per conseguire questo risultato, la pressione anche della piazza è utile, anzi indispensabile. Ma usando la testa e mantenendo la calma. È difficile, certo. Ma ogni distrazione è un autogol che non potete e non possiamo permetterci.
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Scontri, bombe carta e cariche della polizia alla manifestazione «Io apro» davanti a Montecitorio. Che non ha rispettato il divieto della questura. E ha prestato il fianco a pochi facinorosi. Scelta opposta da parte del Mio, che ha preferito dialogare con le istituzioni.La protesta sacrosanta non deve essere sporcata dalla violenza. Certi giornali, che già li chiamano evasori, non aspettano altro.Lo speciale contiene due articoli.Si stempera in un acquazzone alle cinque della sera un pomeriggio di ordinaria fobia. Paura delle forze dell'ordine che i manifestanti attaccassero i palazzi di Montecitorio e Chigi, paura dei manifestanti stessi che tutto degenerasse perché si sono infiltrati quelli di Casa Pound che hanno animato gli scontri più duri, paura nel centro di Roma blindato e tenuto in stato di assedio per quattro ore. C'è stata anche una vena di follia, con Casa Pound che ha inalberato uno striscione con scritto: «La paura di morire non ci fa vivere». Hanno provato più volte a sfondare: in via del Corso, in piazza San Lorenzo in Lucina per arrivare fin sotto al Parlamento, ma sono stati respinti da diverse cariche di alleggerimento della polizia, ma gli stessi manifestanti hanno isolato i provocatori gridando: «Che volete? Non siete lavoratori». In piazza con il movimento dei ristoratori «Io apro» è andata la disperazione. Per l'ennesima volta. Ci sono stati petardi e bombe carta, fumogeni e lanci di bottiglie: una è finita in testa a un manifestante, un'altra ha colpito un operatore del Tg5, pare che sia stato leggermente ferito anche un altro video maker. La polizia ha fatto molte cariche di alleggerimento, il contatto fisico con i manifestanti è stato però sporadico e limitato. La questura non aveva autorizzato la manifestazione e dunque il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, aveva ben pensato di tenere la situazione sotto stretto controllo. Molti manifestanti sono stati bloccati prima di arrivare a Roma. In piazza sono andati i ristoratori del movimento «Io apro», di cui è capo il fiorentino Mohamed «Momi» El Hawi, che si è parato di fronte agli agenti ammanettato, le partite iva, qualche lavoratore dello spettacolo e qualche gestore di palestre: gente che da 13 mesi vive l'incubo del non lavoro. La manifestazione ha preso avvio verso le 14.40. Piazza Montecitorio era blindata e allora c'è stato un primo raduno in piazza San Silvestro, poi in piazza San Lorenzo in Lucina. Ci sono stati i primi scontri con i manifestanti che hanno cercato di forzare il blocco in via del Corso. Infine gli ultimi focolai a piazzale Flaminio, dove i manifestanti hanno cercato di bloccare il traffico del Muro torto. C'è stata l'ultima carica della polizia, ma a disperdere i manifestanti ci ha pensato la pioggia. Sui volti di questo migliaio di persone più disperazione che rabbia, più impotenza che violenza. C'è chi ha raccontato, come Sandra Di Bella, ristoratrice siciliana che calzava l'elmetto da vichingo «d'ordinanza» dopo Capitol Hill, «sono qui perché non so come fare a mangiare», chi ha detto di non poter più resistere, tutti hanno gridato «libertà, libertà». Avvicinando i poliziotti urlavano: «Noi non siamo criminali, ma pacifici. Siamo qui solo per dire che vogliamo lavorare, è un nostro diritto». Dalla piazza si sono levati spesso gli slogan per chiedere le dimissioni della Lamorgese e di Roberto Speranza, i due ministri bersaglio della protesta. Hanno promesso che torneranno anche oggi. Non c'erano ieri in piazza i ristoratori, le partite iva, i gestori di bar e di palestre radunati attorno al Mio (Movimento imprese ospitalità) di Paolo Bianchini che avevano manifestato sette giorni fa, perché Bianchini ieri mattina è stato ricevuto al Mef dal sottosegretario Claudio Durigon (Lega) a cui è stato sottoposto un pacchetto di richieste: blocco delle licenze e degli sfratti, sostegni sui costi fissi, accesso garantito al credito e riaperture immediate. Il fronte della protesta dunque si spacca nell'azione, ma non nell'obiettivo. Tanto il Mio quanto «Io apro» vogliono le dimissioni immediate del ministro della Salute, Roberto Speranza. Anche in seno al governo il fronte del no alle riaperture si sta rompendo e Roberto Speranza sembra sempre più isolato. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiesto al Cts di rivedere i protocolli per le misure anti contagio, il ministro per le politiche Regionali, Mariastella Gelmini, (Forza Italia) ha detto che maggio sarà il mese delle riaperture, ma che dal 20 aprile in Consiglio dei ministri si dovrà prendere in esame la possibilità, in base a contagi e campagna vaccinale, di un allentamento delle chiusure. Il segretario della Lega Matteo Salvini, riferendosi all'incontro del Mio con Durigon evidentemente, ha detto che se ci sono le condizioni bisogna riaprire subito, «ho sentito i ristoratori, stanno palando con noi della Lega, è gente che vuole solo riaprire». Unanime la condanna della violenza da parte dei partiti; Francesco Boccia del Pd dice: «Non è con la violenza che si aiuta chi oggi è in difficoltà». E gli fa eco Anna Maria Bernini, presidente dei deputati forzisti che nota: «Massima comprensione per i ristoratori che manifestano civilmente, ma no a qualsiasi violenza». Anche Domenico Pianese del Coisp (sindacato di polizia) afferma: «La rabbia e la disperazione di chi sta manifestando è comprensibile, ciò che non è comprensibile è l'aggressione alle forze dell'ordine». Un cortocircuito semmai c'è in seno al M5s, perché se il Movimento condanna le manifestazioni, un pentastellato della prima ora come l'ex consigliere regione dell'Emilia Romagna, oggi ristoratore, Giovanni Favia dice: «La responsabilità di quello che è successo è del ministero dell'Interno. Non puoi negare una piazza. Non puoi bloccare i manifestanti pacifici e permettere ai violenti di andare in piazza, consentendo la vendita di bottiglie di vetro agli esercizi commerciali qui vicino... 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È semplicemente inaccettabile che ogni giorno la sinistra e i grandi media manifestino nei confronti dell'Italia del privato un approccio sprezzante, giudicante, starei per dire razzista: dovete stare chiusi, dovete accontentarvi di due spiccioli di sussidi, se chiudete o fallite è affar vostro, e intanto dovete pure sorbirvi qualche predicozzo televisivo in cui - senza tanti giri di parole - vi si dà degli evasori. Una provocazione continua. Spesso da parte di chi, palesemente, non ha neppure la più pallida idea di cosa voglia dire alzare una saracinesca tutti i giorni, mandare avanti un negozio, pagare i fornitori e garantire il pane ai dipendenti. La provocazione contro di voi è salita di tono già lunedì scorso, otto giorni fa, in occasione della prima manifestazione degli esercenti a Montecitorio. Con i soliti noti, tra salotti e redazioni, pronti a guardare non la luna (cioè la rabbia dei miti, la disperazione di chi vede a rischio le proprie famiglie e aziende) ma il dito, e magari un'unghia sporca: cioè un gesto inconsulto, una mini infiltrazione nel corteo, una parola sbagliata. Tutte scuse buone per deviare l'attenzione: per descrivere ristoratori e negozianti come fascisti e assembrati. Anzi, le due cose insieme: assembrati fascisti, e fascisti assembrati. Un modo facile facile per archiviare la pratica. In vista della manifestazione bis di ieri, il giochino è proseguito. Prima, da parte delle autorità di sicurezza, è giunto un assai discutibile divieto di manifestare, poi uno spiegamento di forze degno di miglior causa. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe perfino da ridere: uno Stato che tiene i porti aperti, anzi spalancati, ma poi minaccia di chiudere i caselli autostradali per evitare che i ristoratori arrivino davanti ai palazzi del potere. I migranti illegali sui barconi sì, la manifestazione degli esercenti no. Come se il virus, anziché attaccare i polmoni, avesse colpito i neuroni di qualche politico, facendolo sragionare. Così, ci si è trovati davanti a qualcosa di peggiore di un atto di arroganza: a un errore politico, a una miopia inescusabile, a un'incapacità acclarata di comprendere i drammi sociali ed economici, riducendo tutto a questione di ordine pubblico. A maggior ragione, però, sapendo tutto questo e conoscendo la sceneggiatura del film (i vostri e nostri avversari sono maledettamente prevedibili…), non bisogna commettere errori, né atti di ingenuità. Non ci si può permettere il lusso di prestare il fianco né quello di abbandonarsi a falli di reazione, calcisticamente parlando. Amici ristoratori, negozianti, esercenti: c'è chi non vede l'ora di liquidarvi come un fenomeno pericoloso e violento, come un manipolo di teppisti. Non dategli e non diamogli nemmeno il più piccolo alibi per imbastire questo tipo di racconto. Non aspettano altro. È necessario invece che la battaglia prosegua. Per un verso, sostenendo l'azione, in Parlamento e nel governo, di chi sta dalla vostra parte. Per altro verso, battendosi affinché i prossimi provvedimenti economici siano meno inadeguati rispetto al passato anche recentissimo. E soprattutto - ciò che più conta - portando a casa quel che serve: un cronoprogramma, un calendario di riaperture, una sequenza serrata (può cominciare subito: già adesso almeno sei Regioni, dati alla mano, sarebbero «gialle») che deve portare alla ripartenza di tutte le attività, alcune immediatamente, altre in un fazzoletto di settimane. Per conseguire questo risultato, la pressione anche della piazza è utile, anzi indispensabile. Ma usando la testa e mantenendo la calma. È difficile, certo. Ma ogni distrazione è un autogol che non potete e non possiamo permetterci.
Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
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Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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Cesare Parodi, presidente dell’Anm (Ansa)
Beata incoerenza. Come sappiamo, la vera, rilevantissima, posta in gioco nella contesa referendaria sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistratura giudicante e sulla modifica delle norme per la composizione del Csm, è il sorteggio dei membri togati di quest’ultimo, perché la riforma Nordio, se approvata, farebbe venir meno il, fino a oggi incontrastato, dominio delle correnti che consentono il controllo della magistratura e quindi della giustizia tutta da parte di precisi settori della politica.
Ma quello che probabilmente in molti non ricordano è che, mentre oggi l’Associazione nazionale magistrati è scatenata contro quel sorteggio, opponendovisi con le unghie e con i denti, ci fu un tempo nel quale buona parte era a favore. Lo rileva, su X, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione delle Camere penali italiane dal 2018 a 2023, noto per essere stato tra i difensori di Enzo Tortora e oggi sostenitore del Sì alla riforma. «Il 27 e 28 gennaio 2022», ci ricorda Caiazza, «l’Anm convocò un referendum tra gli iscritti sul metodo del sorteggio per i membri del Csm. Risultato: più o meno il 40% dei magistrati partecipanti al voto disse Sì al sorteggio; il quale oggi sarebbe, sempre secondo Anm, lo strumento del diavolo attraverso il quale, misteriosamente, accadrà che il giudice dipende dalla politica. Ripeto, 40% di Sì. Mi limito a parafrasare Marzullo: fatevi qualche domanda e datevi qualche risposta». In effetti, su 7.872 elettori espressero la loro preferenza 4.275 magistrati, con un’affluenza pari al 54,31%. Per il No al sorteggio ci furono 2.475 voti, mentre per il Sì le preferenze furono 1.787.
«Evidentemente nessuno meglio degli stessi magistrati comprende le ragioni per le quali la soluzione del sorteggio è apparsa necessaria», continua Caiazza, «sono i magistrati che meglio di chiunque altro conoscono le dinamiche distorte del potere correntizio sulle carriere e quindi sulla qualità della giurisdizione. Oggi parlare di sorteggio sembra una bestemmia, è un tema intoccabile; invece, come dimostrato dal referendum di Anm, appena quattro anni fa, la si pensava diversamente. Qui non è tanto il fatto di cambiare idea o meno, questo è un dato statistico, non il comportamento di una persona».
Un bel numero 1.787, soprattutto se si considera anche il periodo storico: eravamo in piena bufera Palamara. Come molti ricorderanno, Luca Palamara, oltre a essere stato membro del Csm, è stato il più giovane presidente dell’Anm (39 anni), dal maggio 2008 al marzo 2012 e dal 19 settembre 2020 è stato il primo presidente nella storia dell’Anm a esserne stato espulso. Nel 2021 scrisse insieme ad Alessandro Sallusti il libro Il Sistema sulle magagne del modello giudiziario italiano, che scatenò un clamore incredibile. «È curioso che proprio sulla scia del Sistema», ragiona Caiazzo, «l’Anm indisse quel referendum tra gli iscritti. Perché pose quel quesito? Forse perché se lo era posto come dubbio, come soluzione possibile e voleva sapere dai propri iscritti cosa ne pensassero».
Ma oggi hanno repentinamente cambiato idea. Il fronte del No, tra cui l’Anm appunto, si oppone alla nomina dei membri togati del Csm per estrazione a sorte, obiettando che in questo modo non si avrebbero garanzie sufficienti sulla loro idoneità al ruolo. Per il fronte del No la partecipazione al Csm non può essere scelta per sorteggio. Per far parte del Csm occorre necessariamente la benedizione delle correnti.
Eppure, le correnti sono da sempre una deriva che nel tempo ha tradito l’idea originaria di terzietà e, come dimostra quel referendum, anche nell’Anm lo sanno. Per questo il sorteggio dei componenti del Csm potrebbe rafforzare in modo significativo la terzietà nelle nomine più delicate, che oggi risultano spesso dall’equilibrio tra correnti e assumono inevitabilmente una connotazione politica. Solo così la dea della giustizia Temi (Themis), rappresentata con la bilancia (equità) e la spada (potere punitivo), potrà continuare a tenere sul volto la sua benda (imparzialità).
Riformisti, democratici e moderati. A sinistra c’è chi ha sempre detto Sì
C’è una sinistra che voterà sì al referendum sulla riforma della giustizia di fine marzo. Una minoranza, certo, ma che appare sempre meno silenziosa: soprattutto sempre più trasversale. Mentre il Partito democratico ufficiale resta schierato per il no, nelle ultime settimane - tra fine dicembre e inizio gennaio - si sta consolidando un fronte riformista che rivendica il diritto di giudicare la riforma nel merito, sottraendola alla logica del puro schieramento.
La segretaria Elly Schlein, che rischia di restare isolata, continua a evocare il rischio di una magistratura sottoposta al controllo dell’esecutivo. Ma è proprio su questo punto che si apre la faglia interna. Perché per una parte della sinistra la separazione delle carriere non rappresenta una minaccia all’indipendenza della magistratura, bensì uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia dei cittadini nel processo penale.
A rimettere ordine nel dibattito è stato, nelle ultime settimane, Stefano Ceccanti. Il costituzionalista ed ex deputato dem ha spiegato che «al referendum arriveranno dei sì anche da chi oggi sta con Schlein», rompendo l’idea di una disciplina di partito automatica su una materia che riguarda l’assetto costituzionale dello Stato. Per Ceccanti la separazione delle carriere è coerente con l’articolo 111 della Costituzione, quello che sancisce il giusto processo e la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. E soprattutto - insiste - non implica alcuna subordinazione del pubblico ministero al potere politico: confondere i due piani significa alimentare un equivoco giuridico prima ancora che politico.
Il vero nodo, secondo Ceccanti, non è l’autonomia del pm, che resta garantita, ma il sistema di autogoverno e il peso delle correnti nel Csm, che hanno finito per politicizzare la magistratura dall’interno. Il referendum, in questa chiave, non è un voto pro o contro l’esecutivo di Giorgia Meloni, ma una scelta di merito su un’anomalia italiana che dura da decenni.
Una linea che trova sponda nell’area riformista del Pd. Claudio Petruccioli parla di una riforma «coerente con la cultura della sinistra», mentre Enrico Morando la definisce «un passaggio utile per superare un tabù politico». È la stessa area che guarda alla separazione delle carriere come al completamento di un processo penale realmente accusatorio.
Su questo terreno si muovono anche figure storiche del riformismo democratico, da Enzo Bianco a Cesare Salvi, fino a Giovanni Pellegrino, accomunate dall’idea che la terzietà del giudice sia un principio non negoziabile. Studiosi come Tommaso Nannicini condividono l’idea che la riforma non alteri gli equilibri costituzionali, ma intervenga su una commistione che indebolisce la percezione di imparzialità della giurisdizione. L’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera ha richiamato la necessità di rafforzare la terzietà del giudice come cardine dello Stato di diritto. Goffredo Bettini invita a valutare la riforma «senza riflessi identitari», richiamando la tradizione garantista della sinistra.
Sul versante opposto, l’ex ministro Clemente Mastella, pur schierandosi per il no, ha osservato che «mezzo Pd voterà sì». Una frase che restituisce meglio di molte analisi il clima che attraversa il centrosinistra: una linea ufficiale compatta, ma una base culturale divisa. Sul piano politico, il sì trova una sponda anche fuori dal Pd. Carlo Calenda ha confermato che Azione voterà a favore della separazione delle carriere, richiamando la necessità di ridurre il peso della politica nella magistratura e il ruolo delle correnti nel Csm.
Se poi si considera che Italia viva ha scelto di lasciare libertà di voto e che l’area radicale difficilmente potrebbe schierarsi contro una riforma che fu una storica battaglia di Marco Pannella, il quadro si completa.
In filigrana poi riemerge una storia più lunga. Quando Carlo Nordio era ancora magistrato a Venezia, scrisse nel 2008 con Giuliano Pisapia un libro, In attesa giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Lì si sosteneva che un giudice chiamato talvolta a giudicare e talvolta ad accusare rischia di apparire non imparziale, come un arbitro che cambia maglia. Pisapia oggi tace, ma «scripta manent».
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Al vicebrigadiere negate anche le attenuanti generiche. In sede penale, oltre ai 36 mesi di carcere per aver ucciso l’aggressore, gli è stato inflitto pure l’obbligo di risarcire 125.000 euro. Ma il processo civile potrebbe aumentare ancora la cifra fino a 1 milione.
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