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2021-04-13
Infiltrati al corteo degli esercenti disperati
Ansa
Si stempera in un acquazzone alle cinque della sera un pomeriggio di ordinaria fobia. Paura delle forze dell'ordine che i manifestanti attaccassero i palazzi di Montecitorio e Chigi, paura dei manifestanti stessi che tutto degenerasse perché si sono infiltrati quelli di Casa Pound che hanno animato gli scontri più duri, paura nel centro di Roma blindato e tenuto in stato di assedio per quattro ore. C'è stata anche una vena di follia, con Casa Pound che ha inalberato uno striscione con scritto: «La paura di morire non ci fa vivere». Hanno provato più volte a sfondare: in via del Corso, in piazza San Lorenzo in Lucina per arrivare fin sotto al Parlamento, ma sono stati respinti da diverse cariche di alleggerimento della polizia, ma gli stessi manifestanti hanno isolato i provocatori gridando: «Che volete? Non siete lavoratori».
In piazza con il movimento dei ristoratori «Io apro» è andata la disperazione. Per l'ennesima volta. Ci sono stati petardi e bombe carta, fumogeni e lanci di bottiglie: una è finita in testa a un manifestante, un'altra ha colpito un operatore del Tg5, pare che sia stato leggermente ferito anche un altro video maker. La polizia ha fatto molte cariche di alleggerimento, il contatto fisico con i manifestanti è stato però sporadico e limitato. La questura non aveva autorizzato la manifestazione e dunque il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, aveva ben pensato di tenere la situazione sotto stretto controllo. Molti manifestanti sono stati bloccati prima di arrivare a Roma. In piazza sono andati i ristoratori del movimento «Io apro», di cui è capo il fiorentino Mohamed «Momi» El Hawi, che si è parato di fronte agli agenti ammanettato, le partite iva, qualche lavoratore dello spettacolo e qualche gestore di palestre: gente che da 13 mesi vive l'incubo del non lavoro.
La manifestazione ha preso avvio verso le 14.40. Piazza Montecitorio era blindata e allora c'è stato un primo raduno in piazza San Silvestro, poi in piazza San Lorenzo in Lucina. Ci sono stati i primi scontri con i manifestanti che hanno cercato di forzare il blocco in via del Corso. Infine gli ultimi focolai a piazzale Flaminio, dove i manifestanti hanno cercato di bloccare il traffico del Muro torto. C'è stata l'ultima carica della polizia, ma a disperdere i manifestanti ci ha pensato la pioggia. Sui volti di questo migliaio di persone più disperazione che rabbia, più impotenza che violenza. C'è chi ha raccontato, come Sandra Di Bella, ristoratrice siciliana che calzava l'elmetto da vichingo «d'ordinanza» dopo Capitol Hill, «sono qui perché non so come fare a mangiare», chi ha detto di non poter più resistere, tutti hanno gridato «libertà, libertà». Avvicinando i poliziotti urlavano: «Noi non siamo criminali, ma pacifici. Siamo qui solo per dire che vogliamo lavorare, è un nostro diritto». Dalla piazza si sono levati spesso gli slogan per chiedere le dimissioni della Lamorgese e di Roberto Speranza, i due ministri bersaglio della protesta. Hanno promesso che torneranno anche oggi.
Non c'erano ieri in piazza i ristoratori, le partite iva, i gestori di bar e di palestre radunati attorno al Mio (Movimento imprese ospitalità) di Paolo Bianchini che avevano manifestato sette giorni fa, perché Bianchini ieri mattina è stato ricevuto al Mef dal sottosegretario Claudio Durigon (Lega) a cui è stato sottoposto un pacchetto di richieste: blocco delle licenze e degli sfratti, sostegni sui costi fissi, accesso garantito al credito e riaperture immediate. Il fronte della protesta dunque si spacca nell'azione, ma non nell'obiettivo. Tanto il Mio quanto «Io apro» vogliono le dimissioni immediate del ministro della Salute, Roberto Speranza. Anche in seno al governo il fronte del no alle riaperture si sta rompendo e Roberto Speranza sembra sempre più isolato. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiesto al Cts di rivedere i protocolli per le misure anti contagio, il ministro per le politiche Regionali, Mariastella Gelmini, (Forza Italia) ha detto che maggio sarà il mese delle riaperture, ma che dal 20 aprile in Consiglio dei ministri si dovrà prendere in esame la possibilità, in base a contagi e campagna vaccinale, di un allentamento delle chiusure. Il segretario della Lega Matteo Salvini, riferendosi all'incontro del Mio con Durigon evidentemente, ha detto che se ci sono le condizioni bisogna riaprire subito, «ho sentito i ristoratori, stanno palando con noi della Lega, è gente che vuole solo riaprire».
Unanime la condanna della violenza da parte dei partiti; Francesco Boccia del Pd dice: «Non è con la violenza che si aiuta chi oggi è in difficoltà». E gli fa eco Anna Maria Bernini, presidente dei deputati forzisti che nota: «Massima comprensione per i ristoratori che manifestano civilmente, ma no a qualsiasi violenza». Anche Domenico Pianese del Coisp (sindacato di polizia) afferma: «La rabbia e la disperazione di chi sta manifestando è comprensibile, ciò che non è comprensibile è l'aggressione alle forze dell'ordine».
Un cortocircuito semmai c'è in seno al M5s, perché se il Movimento condanna le manifestazioni, un pentastellato della prima ora come l'ex consigliere regione dell'Emilia Romagna, oggi ristoratore, Giovanni Favia dice: «La responsabilità di quello che è successo è del ministero dell'Interno. Non puoi negare una piazza. Non puoi bloccare i manifestanti pacifici e permettere ai violenti di andare in piazza, consentendo la vendita di bottiglie di vetro agli esercizi commerciali qui vicino... Con chi tira le bombe carta non c'entriamo niente».
I ristoratori hanno ragione ma ogni passo falso verrà usato dalla sinistra
Ristoratori, esercenti e piccoli imprenditori sanno benissimo da quale parte sia schierato questo giornale: dalla loro. Senza il minimo dubbio, senza alcuna esitazione, e sin dal primo momento.
È semplicemente inaccettabile che ogni giorno la sinistra e i grandi media manifestino nei confronti dell'Italia del privato un approccio sprezzante, giudicante, starei per dire razzista: dovete stare chiusi, dovete accontentarvi di due spiccioli di sussidi, se chiudete o fallite è affar vostro, e intanto dovete pure sorbirvi qualche predicozzo televisivo in cui - senza tanti giri di parole - vi si dà degli evasori. Una provocazione continua. Spesso da parte di chi, palesemente, non ha neppure la più pallida idea di cosa voglia dire alzare una saracinesca tutti i giorni, mandare avanti un negozio, pagare i fornitori e garantire il pane ai dipendenti.
La provocazione contro di voi è salita di tono già lunedì scorso, otto giorni fa, in occasione della prima manifestazione degli esercenti a Montecitorio. Con i soliti noti, tra salotti e redazioni, pronti a guardare non la luna (cioè la rabbia dei miti, la disperazione di chi vede a rischio le proprie famiglie e aziende) ma il dito, e magari un'unghia sporca: cioè un gesto inconsulto, una mini infiltrazione nel corteo, una parola sbagliata. Tutte scuse buone per deviare l'attenzione: per descrivere ristoratori e negozianti come fascisti e assembrati. Anzi, le due cose insieme: assembrati fascisti, e fascisti assembrati. Un modo facile facile per archiviare la pratica.
In vista della manifestazione bis di ieri, il giochino è proseguito. Prima, da parte delle autorità di sicurezza, è giunto un assai discutibile divieto di manifestare, poi uno spiegamento di forze degno di miglior causa. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe perfino da ridere: uno Stato che tiene i porti aperti, anzi spalancati, ma poi minaccia di chiudere i caselli autostradali per evitare che i ristoratori arrivino davanti ai palazzi del potere. I migranti illegali sui barconi sì, la manifestazione degli esercenti no. Come se il virus, anziché attaccare i polmoni, avesse colpito i neuroni di qualche politico, facendolo sragionare. Così, ci si è trovati davanti a qualcosa di peggiore di un atto di arroganza: a un errore politico, a una miopia inescusabile, a un'incapacità acclarata di comprendere i drammi sociali ed economici, riducendo tutto a questione di ordine pubblico.
A maggior ragione, però, sapendo tutto questo e conoscendo la sceneggiatura del film (i vostri e nostri avversari sono maledettamente prevedibili…), non bisogna commettere errori, né atti di ingenuità. Non ci si può permettere il lusso di prestare il fianco né quello di abbandonarsi a falli di reazione, calcisticamente parlando.
Amici ristoratori, negozianti, esercenti: c'è chi non vede l'ora di liquidarvi come un fenomeno pericoloso e violento, come un manipolo di teppisti. Non dategli e non diamogli nemmeno il più piccolo alibi per imbastire questo tipo di racconto. Non aspettano altro.
È necessario invece che la battaglia prosegua. Per un verso, sostenendo l'azione, in Parlamento e nel governo, di chi sta dalla vostra parte. Per altro verso, battendosi affinché i prossimi provvedimenti economici siano meno inadeguati rispetto al passato anche recentissimo. E soprattutto - ciò che più conta - portando a casa quel che serve: un cronoprogramma, un calendario di riaperture, una sequenza serrata (può cominciare subito: già adesso almeno sei Regioni, dati alla mano, sarebbero «gialle») che deve portare alla ripartenza di tutte le attività, alcune immediatamente, altre in un fazzoletto di settimane.
Per conseguire questo risultato, la pressione anche della piazza è utile, anzi indispensabile. Ma usando la testa e mantenendo la calma. È difficile, certo. Ma ogni distrazione è un autogol che non potete e non possiamo permetterci.
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Scontri, bombe carta e cariche della polizia alla manifestazione «Io apro» davanti a Montecitorio. Che non ha rispettato il divieto della questura. E ha prestato il fianco a pochi facinorosi. Scelta opposta da parte del Mio, che ha preferito dialogare con le istituzioni.La protesta sacrosanta non deve essere sporcata dalla violenza. Certi giornali, che già li chiamano evasori, non aspettano altro.Lo speciale contiene due articoli.Si stempera in un acquazzone alle cinque della sera un pomeriggio di ordinaria fobia. Paura delle forze dell'ordine che i manifestanti attaccassero i palazzi di Montecitorio e Chigi, paura dei manifestanti stessi che tutto degenerasse perché si sono infiltrati quelli di Casa Pound che hanno animato gli scontri più duri, paura nel centro di Roma blindato e tenuto in stato di assedio per quattro ore. C'è stata anche una vena di follia, con Casa Pound che ha inalberato uno striscione con scritto: «La paura di morire non ci fa vivere». Hanno provato più volte a sfondare: in via del Corso, in piazza San Lorenzo in Lucina per arrivare fin sotto al Parlamento, ma sono stati respinti da diverse cariche di alleggerimento della polizia, ma gli stessi manifestanti hanno isolato i provocatori gridando: «Che volete? Non siete lavoratori». In piazza con il movimento dei ristoratori «Io apro» è andata la disperazione. Per l'ennesima volta. Ci sono stati petardi e bombe carta, fumogeni e lanci di bottiglie: una è finita in testa a un manifestante, un'altra ha colpito un operatore del Tg5, pare che sia stato leggermente ferito anche un altro video maker. La polizia ha fatto molte cariche di alleggerimento, il contatto fisico con i manifestanti è stato però sporadico e limitato. La questura non aveva autorizzato la manifestazione e dunque il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, aveva ben pensato di tenere la situazione sotto stretto controllo. Molti manifestanti sono stati bloccati prima di arrivare a Roma. In piazza sono andati i ristoratori del movimento «Io apro», di cui è capo il fiorentino Mohamed «Momi» El Hawi, che si è parato di fronte agli agenti ammanettato, le partite iva, qualche lavoratore dello spettacolo e qualche gestore di palestre: gente che da 13 mesi vive l'incubo del non lavoro. La manifestazione ha preso avvio verso le 14.40. Piazza Montecitorio era blindata e allora c'è stato un primo raduno in piazza San Silvestro, poi in piazza San Lorenzo in Lucina. Ci sono stati i primi scontri con i manifestanti che hanno cercato di forzare il blocco in via del Corso. Infine gli ultimi focolai a piazzale Flaminio, dove i manifestanti hanno cercato di bloccare il traffico del Muro torto. C'è stata l'ultima carica della polizia, ma a disperdere i manifestanti ci ha pensato la pioggia. Sui volti di questo migliaio di persone più disperazione che rabbia, più impotenza che violenza. C'è chi ha raccontato, come Sandra Di Bella, ristoratrice siciliana che calzava l'elmetto da vichingo «d'ordinanza» dopo Capitol Hill, «sono qui perché non so come fare a mangiare», chi ha detto di non poter più resistere, tutti hanno gridato «libertà, libertà». Avvicinando i poliziotti urlavano: «Noi non siamo criminali, ma pacifici. Siamo qui solo per dire che vogliamo lavorare, è un nostro diritto». Dalla piazza si sono levati spesso gli slogan per chiedere le dimissioni della Lamorgese e di Roberto Speranza, i due ministri bersaglio della protesta. Hanno promesso che torneranno anche oggi. Non c'erano ieri in piazza i ristoratori, le partite iva, i gestori di bar e di palestre radunati attorno al Mio (Movimento imprese ospitalità) di Paolo Bianchini che avevano manifestato sette giorni fa, perché Bianchini ieri mattina è stato ricevuto al Mef dal sottosegretario Claudio Durigon (Lega) a cui è stato sottoposto un pacchetto di richieste: blocco delle licenze e degli sfratti, sostegni sui costi fissi, accesso garantito al credito e riaperture immediate. Il fronte della protesta dunque si spacca nell'azione, ma non nell'obiettivo. Tanto il Mio quanto «Io apro» vogliono le dimissioni immediate del ministro della Salute, Roberto Speranza. Anche in seno al governo il fronte del no alle riaperture si sta rompendo e Roberto Speranza sembra sempre più isolato. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiesto al Cts di rivedere i protocolli per le misure anti contagio, il ministro per le politiche Regionali, Mariastella Gelmini, (Forza Italia) ha detto che maggio sarà il mese delle riaperture, ma che dal 20 aprile in Consiglio dei ministri si dovrà prendere in esame la possibilità, in base a contagi e campagna vaccinale, di un allentamento delle chiusure. Il segretario della Lega Matteo Salvini, riferendosi all'incontro del Mio con Durigon evidentemente, ha detto che se ci sono le condizioni bisogna riaprire subito, «ho sentito i ristoratori, stanno palando con noi della Lega, è gente che vuole solo riaprire». Unanime la condanna della violenza da parte dei partiti; Francesco Boccia del Pd dice: «Non è con la violenza che si aiuta chi oggi è in difficoltà». E gli fa eco Anna Maria Bernini, presidente dei deputati forzisti che nota: «Massima comprensione per i ristoratori che manifestano civilmente, ma no a qualsiasi violenza». Anche Domenico Pianese del Coisp (sindacato di polizia) afferma: «La rabbia e la disperazione di chi sta manifestando è comprensibile, ciò che non è comprensibile è l'aggressione alle forze dell'ordine». Un cortocircuito semmai c'è in seno al M5s, perché se il Movimento condanna le manifestazioni, un pentastellato della prima ora come l'ex consigliere regione dell'Emilia Romagna, oggi ristoratore, Giovanni Favia dice: «La responsabilità di quello che è successo è del ministero dell'Interno. Non puoi negare una piazza. Non puoi bloccare i manifestanti pacifici e permettere ai violenti di andare in piazza, consentendo la vendita di bottiglie di vetro agli esercizi commerciali qui vicino... 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È semplicemente inaccettabile che ogni giorno la sinistra e i grandi media manifestino nei confronti dell'Italia del privato un approccio sprezzante, giudicante, starei per dire razzista: dovete stare chiusi, dovete accontentarvi di due spiccioli di sussidi, se chiudete o fallite è affar vostro, e intanto dovete pure sorbirvi qualche predicozzo televisivo in cui - senza tanti giri di parole - vi si dà degli evasori. Una provocazione continua. Spesso da parte di chi, palesemente, non ha neppure la più pallida idea di cosa voglia dire alzare una saracinesca tutti i giorni, mandare avanti un negozio, pagare i fornitori e garantire il pane ai dipendenti. La provocazione contro di voi è salita di tono già lunedì scorso, otto giorni fa, in occasione della prima manifestazione degli esercenti a Montecitorio. Con i soliti noti, tra salotti e redazioni, pronti a guardare non la luna (cioè la rabbia dei miti, la disperazione di chi vede a rischio le proprie famiglie e aziende) ma il dito, e magari un'unghia sporca: cioè un gesto inconsulto, una mini infiltrazione nel corteo, una parola sbagliata. Tutte scuse buone per deviare l'attenzione: per descrivere ristoratori e negozianti come fascisti e assembrati. Anzi, le due cose insieme: assembrati fascisti, e fascisti assembrati. Un modo facile facile per archiviare la pratica. In vista della manifestazione bis di ieri, il giochino è proseguito. Prima, da parte delle autorità di sicurezza, è giunto un assai discutibile divieto di manifestare, poi uno spiegamento di forze degno di miglior causa. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe perfino da ridere: uno Stato che tiene i porti aperti, anzi spalancati, ma poi minaccia di chiudere i caselli autostradali per evitare che i ristoratori arrivino davanti ai palazzi del potere. I migranti illegali sui barconi sì, la manifestazione degli esercenti no. Come se il virus, anziché attaccare i polmoni, avesse colpito i neuroni di qualche politico, facendolo sragionare. Così, ci si è trovati davanti a qualcosa di peggiore di un atto di arroganza: a un errore politico, a una miopia inescusabile, a un'incapacità acclarata di comprendere i drammi sociali ed economici, riducendo tutto a questione di ordine pubblico. A maggior ragione, però, sapendo tutto questo e conoscendo la sceneggiatura del film (i vostri e nostri avversari sono maledettamente prevedibili…), non bisogna commettere errori, né atti di ingenuità. Non ci si può permettere il lusso di prestare il fianco né quello di abbandonarsi a falli di reazione, calcisticamente parlando. Amici ristoratori, negozianti, esercenti: c'è chi non vede l'ora di liquidarvi come un fenomeno pericoloso e violento, come un manipolo di teppisti. Non dategli e non diamogli nemmeno il più piccolo alibi per imbastire questo tipo di racconto. Non aspettano altro. È necessario invece che la battaglia prosegua. Per un verso, sostenendo l'azione, in Parlamento e nel governo, di chi sta dalla vostra parte. Per altro verso, battendosi affinché i prossimi provvedimenti economici siano meno inadeguati rispetto al passato anche recentissimo. E soprattutto - ciò che più conta - portando a casa quel che serve: un cronoprogramma, un calendario di riaperture, una sequenza serrata (può cominciare subito: già adesso almeno sei Regioni, dati alla mano, sarebbero «gialle») che deve portare alla ripartenza di tutte le attività, alcune immediatamente, altre in un fazzoletto di settimane. Per conseguire questo risultato, la pressione anche della piazza è utile, anzi indispensabile. Ma usando la testa e mantenendo la calma. È difficile, certo. Ma ogni distrazione è un autogol che non potete e non possiamo permetterci.
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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