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2018-06-18
L’Italia s’è desta e ora per la Merkel in Germania sono guai grossi
ANSA
Angela Merkel è alle corde. La spaccatura tra la sua Cdu e i cristiano-democratici bavaresi si è aggravata, ora che il ministro degli Interni, Horst Seehofer, ha lanciato un vero ultimatum alla cancelliera: o il governo approva entro lunedì il piano di respingimenti dei migranti già registrati in altri Paesi dell'Ue, o la Csu abbandonerà il gruppo parlamentare unitario del blocco conservatore, mettendo così a repentaglio la tenuta del governo.
La Merkel ha fin qui rifiutato la soluzione unilaterale caldeggiata da Seehofer perché, come ha sottolineato nel suo videomessaggio settimanale di ieri, quella dell'immigrazione è «una sfida europea, che ha bisogno di una risposta europea». Prese di posizione da parte di singoli Paesi, sostiene la cancelliera, finirebbero con il minacciare la coesione dell'Europa. La Germania, però, è stata incalzata dalla piccola rivoluzione innescata dall'Italia con la chiusura dei porti alle Ong, disposta dal ministro degli Interni Matteo Salvini, oltre che con la proposta di hotspot in territorio africano, ufficializzata dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante il vertice a Parigi con Emmanuel Macron. Berlino si è trovata costretta ad ammettere che il nostro Paese è stato lasciato solo a gestire salvataggi e accoglienza. In generale, è stato sufficiente l'episodio della nave Aquarius per smuovere il pantano in cui sguazzavano gli altri partner europei e per favorire la costituzione di un «fronte dei volenterosi», come lo ha ribattezzato il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, tra Italia, Austria, gruppo di Visegrad e, potenzialmente, la Germania, in vista di una seria politica di contenimento delle partenze.
Sullo sfondo dei dissapori tra Cdu e Csu si staglia l'incontro tra Conte e la Merkel in programma per domani, che per stessa ammissione del portavoce della cancelliera, Steffen Seibert, verterà principalmente proprio sulla questione migratoria. Ai tedeschi, dunque, non resta che scegliere una delle due opzioni: perseverare nell'ostilità mostrata nei confronti delle nazioni meno disposte a spalancare le frontiere, come l'Ungheria, seguendo l'esempio della Francia, la quale, pur mostrandosi disponibile ai presidi in Africa e a una revisione dei trattati di Dublino, ha ribadito che l'onere dei salvataggi deve spettare ai Paesi affacciati sul Mediterraneo; oppure sforzarsi di stemperare le polemiche interne, mettendo però fine alla politica delle porte aperte, che ha portato in Germania oltre due milioni di immigrati.
Secondo Bloomberg, in realtà, le turbolenze provocate dai cristiano-democratici bavaresi non determineranno la caduta della Merkel, cui si frappongono vari ostacoli. Anzitutto, la sostanziale compattezza della Cdu, con l'eccezione del «disobbediente» Jens Spahn, ministro della Salute, l'unico a votare contro la bozza di compromesso offerta dalla cancelliera a Seehofer, che dal canto suo invoca i propri poteri di ministro per attuare il giro di vite sui migranti. È la stessa Csu che potrebbe convincersi ad abbassare i toni: in ottobre, il partito affronterà le elezioni in Baviera, dove il suo primato è insidiato dalla crescita dell'estrema destra di Alternative für Deutschland. Non sarebbe la prima volta che gli uomini di Seehofer agitano lo spauracchio del divorzio dalla Cdu, per poi accontentarsi di un accordo al ribasso. Se il polverone sollevato dal ministro tedesco risponde a una strategia elettorale, è plausibile che egli non abbia intenzione di tirare la corda fino a spezzarla. Essere identificata come responsabile della fine della Merkel, in fondo, anziché giovare alla Csu, avvantaggerebbe proprio Afd.
Alla fine, il bandolo della matassa potrebbe venire da Roma. Se l'Italia propiziasse un accordo europeo, che a questo punto gravita attorno al proposito di coinvolgere la Nato nella protezione della frontiera esterna e alla prospettiva di attuare blocchi navali, evocata in maniera sempre più esplicita da Salvini (il Mediterraneo va difeso «con uomini e soldi», ha detto venerdì il leader leghista), il pensiero stesso di prendere provvedimenti a livello esclusivamente nazionale perderebbe di senso. Si arriverebbe infatti all'auspicata collaborazione su scala europea, con una condivisione delle responsabilità orientata non al fallimentare progetto di redistribuzione dei migranti, bensì alla limitazione delle partenze e alla velocizzazione delle procedure per l'asilo.
Come andrà a finire, allora, la crisi politica in Germania? Per Deutsche Welle, l'emittente pubblica tedesca, qualora Seehofer non rientrasse nei ranghi, le vie d'uscita sarebbero le sue dimissioni (o il suo siluramento), oppure un voto di fiducia al Bundestag. Ipotesi, quest'ultima, non priva di pericoli, visto che la cancelliera sconta il pressing di un'opinione pubblica sempre meno favorevole all'immigrazione. Ha dell'incredibile che a portare a un passo dal tracollo la Merkel, per 13 anni dominatrice indiscussa della politica tedesca, potrebbe essere il vituperato governo populista italiano.
Alessandro Rico
Vienna blocca i mezzi pesanti in Tirolo
Arriva un'altra gatta da pelare per il neo ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. L'Austria ieri ha ribadito la sua linea dura sul traffico pesante in Tirolo con un nuovo provvedimento: per la prima volta, d'estate il sabato non potranno più transitare Tir verso la Germania.
Finora il divieto valeva solo in direzione sud, ora è stato esteso anche in direzione nord, dalle 7 di mattina fino alle 15, quando scatta comunque il normale divieto per il fine settimana. Sono esclusi dal divieto Tir diretti a una destinazione in Tirolo. La novità viene giustificata come adeguamento al divieto, già in vigore in Germania, che scatta appunto sabato alle ore 7. «In questo modo, nei giorni di maggiore traffico, evitiamo che l'autostrada dell'Inntal venga intasata da Tir in sosta (a causa del divieto in Germania, ndr)», spiega il governatore Guenther Platter al giornale locale Tiroler Tageszeitung. Il divieto di transito di sabato vale per Tir di oltre 7,5 tonnellate, in direzione sud dal 30 giugno al 25 agosto e in direzione nord dal 7 luglio al 25 agosto.
La nuova norma voluta dall'Austria, dunque, si configura come una risposta alla Germania ma - indirettamente - colpisce anche l'economia italiana. Per questo Toninelli non può permettersi di accettare la questione senza opporsi. Ieri il ministro ha espresso il suo dissenso: «Iniziative unilaterali di blocco, come quella del Tirolo», ha scritto in una nota rivolta all'assemblea di Anita, l'associazione degli autotrasportatori, «non possono essere subite passivamente ma richiedono una risposta chiara e senza rotture, ma con la giusta fermezza perché per noi il benessere delle nostre imprese viene prima di tutto».
In effetti il divieto, per l'economia italiana, potrebbe rappresentare un grande limite. Secondo i dati diffusi a febbraio 2018 nel corso dell'ultimo Brenner Meeting, su circa 160 milioni di tonnellate di merci che transitano in Italia, 33,5 passano su gomma dal corridoio che prende il nome dal paese in provincia di Bolzano. Per rendere l'idea, nel 2017 sono stati registrati 2,25 milioni di transiti (in crescita dell'8% sul 2016) da parte di Tir. Tutti dati che testimoniano l'importanza di quel passaggio per la nostra economia. Supporto alle parole di Toninelli arriva anche da Amedeo Genedani, presidente di Confartigianato trasporti ed Unatras. Toninelli, dice, «tiene ben presente quanto valga per la nostra economia nazionale, considerato che il 70% dell'import-export italiano passa per l'arco alpino. Adesso dalle parole si passi ai fatti. È ora necessario un patto per l'autotrasporto italiano».
Per ora, questo patto non c'è e i risultati si vedono. Giusto pochi giorni fa il governatore Platter, al vertice sui transiti dei Tir che si è tenuto a Bolzano, non aveva firmato il «memorandum of understanding (una sorta di pre-accordo, ndr)», sottolineando che da parte tirolese ci sarebbero stati ulteriori regolamentazioni e proibizioni. In più Platter aveva mandato una lettera ai ministri dei trasporti Toninelli ed al suo omologo tedesco Andreas Scheuer per invitarli a un sopralluogo per constatare di persona gli effetti del transito dei mezzi pesanti. Entrambi i ministri, infatti, non avevano potuto essere presenti anche se Toninelli - insediato da pochissimo - aveva dato la sua disponibilità a firmare un'intesa.
Il problema del passaggio dei Tir dal Brennero, in effetti, va avanti da un po'. Se ora di sabato i camion non possono più circolare, da tempo l'Austria aveva iniziato a dare un giro di vite sui passaggi dell'arco alpino limitandoli (non tutti i giorni, ma saltuariamente) a 250-300 ogni ora. Il risultato, in barba al principio della libera circolazione delle merci, è che nei giorni di blocco si formavano (e continuano a formarsi) code che potevano arrivare anche a lunghezze di 70 chilometri.
Ora, molte associazioni di professionisti, ma anche molte aziende, sul tema dei Tir in Brennero sperano in una posizione di rottura rispetto alla gestione del precedente ministro dei Trasporti, Graziano Delrio. L'attesa, insomma, è che Toninelli passi dalla parole ai fatti per sbloccare il prima possibile una situazione che danneggiando l'Italia.
Gianluca Baldini
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Il nuovo corso di Roma spacca i tedeschi: Csu pronta a lasciare se la cancelliera non approverà il respingimento dei migranti.Grana estiva per il ministro Danilo Toninelli: l'Austria sbarra la strada ai mezzi pesanti in Tirolo.Lo speciale contiene due articoliAngela Merkel è alle corde. La spaccatura tra la sua Cdu e i cristiano-democratici bavaresi si è aggravata, ora che il ministro degli Interni, Horst Seehofer, ha lanciato un vero ultimatum alla cancelliera: o il governo approva entro lunedì il piano di respingimenti dei migranti già registrati in altri Paesi dell'Ue, o la Csu abbandonerà il gruppo parlamentare unitario del blocco conservatore, mettendo così a repentaglio la tenuta del governo.La Merkel ha fin qui rifiutato la soluzione unilaterale caldeggiata da Seehofer perché, come ha sottolineato nel suo videomessaggio settimanale di ieri, quella dell'immigrazione è «una sfida europea, che ha bisogno di una risposta europea». Prese di posizione da parte di singoli Paesi, sostiene la cancelliera, finirebbero con il minacciare la coesione dell'Europa. La Germania, però, è stata incalzata dalla piccola rivoluzione innescata dall'Italia con la chiusura dei porti alle Ong, disposta dal ministro degli Interni Matteo Salvini, oltre che con la proposta di hotspot in territorio africano, ufficializzata dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante il vertice a Parigi con Emmanuel Macron. Berlino si è trovata costretta ad ammettere che il nostro Paese è stato lasciato solo a gestire salvataggi e accoglienza. In generale, è stato sufficiente l'episodio della nave Aquarius per smuovere il pantano in cui sguazzavano gli altri partner europei e per favorire la costituzione di un «fronte dei volenterosi», come lo ha ribattezzato il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, tra Italia, Austria, gruppo di Visegrad e, potenzialmente, la Germania, in vista di una seria politica di contenimento delle partenze.Sullo sfondo dei dissapori tra Cdu e Csu si staglia l'incontro tra Conte e la Merkel in programma per domani, che per stessa ammissione del portavoce della cancelliera, Steffen Seibert, verterà principalmente proprio sulla questione migratoria. Ai tedeschi, dunque, non resta che scegliere una delle due opzioni: perseverare nell'ostilità mostrata nei confronti delle nazioni meno disposte a spalancare le frontiere, come l'Ungheria, seguendo l'esempio della Francia, la quale, pur mostrandosi disponibile ai presidi in Africa e a una revisione dei trattati di Dublino, ha ribadito che l'onere dei salvataggi deve spettare ai Paesi affacciati sul Mediterraneo; oppure sforzarsi di stemperare le polemiche interne, mettendo però fine alla politica delle porte aperte, che ha portato in Germania oltre due milioni di immigrati.Secondo Bloomberg, in realtà, le turbolenze provocate dai cristiano-democratici bavaresi non determineranno la caduta della Merkel, cui si frappongono vari ostacoli. Anzitutto, la sostanziale compattezza della Cdu, con l'eccezione del «disobbediente» Jens Spahn, ministro della Salute, l'unico a votare contro la bozza di compromesso offerta dalla cancelliera a Seehofer, che dal canto suo invoca i propri poteri di ministro per attuare il giro di vite sui migranti. È la stessa Csu che potrebbe convincersi ad abbassare i toni: in ottobre, il partito affronterà le elezioni in Baviera, dove il suo primato è insidiato dalla crescita dell'estrema destra di Alternative für Deutschland. Non sarebbe la prima volta che gli uomini di Seehofer agitano lo spauracchio del divorzio dalla Cdu, per poi accontentarsi di un accordo al ribasso. Se il polverone sollevato dal ministro tedesco risponde a una strategia elettorale, è plausibile che egli non abbia intenzione di tirare la corda fino a spezzarla. Essere identificata come responsabile della fine della Merkel, in fondo, anziché giovare alla Csu, avvantaggerebbe proprio Afd.Alla fine, il bandolo della matassa potrebbe venire da Roma. Se l'Italia propiziasse un accordo europeo, che a questo punto gravita attorno al proposito di coinvolgere la Nato nella protezione della frontiera esterna e alla prospettiva di attuare blocchi navali, evocata in maniera sempre più esplicita da Salvini (il Mediterraneo va difeso «con uomini e soldi», ha detto venerdì il leader leghista), il pensiero stesso di prendere provvedimenti a livello esclusivamente nazionale perderebbe di senso. Si arriverebbe infatti all'auspicata collaborazione su scala europea, con una condivisione delle responsabilità orientata non al fallimentare progetto di redistribuzione dei migranti, bensì alla limitazione delle partenze e alla velocizzazione delle procedure per l'asilo.Come andrà a finire, allora, la crisi politica in Germania? Per Deutsche Welle, l'emittente pubblica tedesca, qualora Seehofer non rientrasse nei ranghi, le vie d'uscita sarebbero le sue dimissioni (o il suo siluramento), oppure un voto di fiducia al Bundestag. Ipotesi, quest'ultima, non priva di pericoli, visto che la cancelliera sconta il pressing di un'opinione pubblica sempre meno favorevole all'immigrazione. Ha dell'incredibile che a portare a un passo dal tracollo la Merkel, per 13 anni dominatrice indiscussa della politica tedesca, potrebbe essere il vituperato governo populista italiano. Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incontro-merkel-conte-2578647009.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vienna-blocca-i-mezzi-pesanti-in-tirolo" data-post-id="2578647009" data-published-at="1778846838" data-use-pagination="False"> Vienna blocca i mezzi pesanti in Tirolo Arriva un'altra gatta da pelare per il neo ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. L'Austria ieri ha ribadito la sua linea dura sul traffico pesante in Tirolo con un nuovo provvedimento: per la prima volta, d'estate il sabato non potranno più transitare Tir verso la Germania. Finora il divieto valeva solo in direzione sud, ora è stato esteso anche in direzione nord, dalle 7 di mattina fino alle 15, quando scatta comunque il normale divieto per il fine settimana. Sono esclusi dal divieto Tir diretti a una destinazione in Tirolo. La novità viene giustificata come adeguamento al divieto, già in vigore in Germania, che scatta appunto sabato alle ore 7. «In questo modo, nei giorni di maggiore traffico, evitiamo che l'autostrada dell'Inntal venga intasata da Tir in sosta (a causa del divieto in Germania, ndr)», spiega il governatore Guenther Platter al giornale locale Tiroler Tageszeitung. Il divieto di transito di sabato vale per Tir di oltre 7,5 tonnellate, in direzione sud dal 30 giugno al 25 agosto e in direzione nord dal 7 luglio al 25 agosto. La nuova norma voluta dall'Austria, dunque, si configura come una risposta alla Germania ma - indirettamente - colpisce anche l'economia italiana. Per questo Toninelli non può permettersi di accettare la questione senza opporsi. Ieri il ministro ha espresso il suo dissenso: «Iniziative unilaterali di blocco, come quella del Tirolo», ha scritto in una nota rivolta all'assemblea di Anita, l'associazione degli autotrasportatori, «non possono essere subite passivamente ma richiedono una risposta chiara e senza rotture, ma con la giusta fermezza perché per noi il benessere delle nostre imprese viene prima di tutto». In effetti il divieto, per l'economia italiana, potrebbe rappresentare un grande limite. Secondo i dati diffusi a febbraio 2018 nel corso dell'ultimo Brenner Meeting, su circa 160 milioni di tonnellate di merci che transitano in Italia, 33,5 passano su gomma dal corridoio che prende il nome dal paese in provincia di Bolzano. Per rendere l'idea, nel 2017 sono stati registrati 2,25 milioni di transiti (in crescita dell'8% sul 2016) da parte di Tir. Tutti dati che testimoniano l'importanza di quel passaggio per la nostra economia. Supporto alle parole di Toninelli arriva anche da Amedeo Genedani, presidente di Confartigianato trasporti ed Unatras. Toninelli, dice, «tiene ben presente quanto valga per la nostra economia nazionale, considerato che il 70% dell'import-export italiano passa per l'arco alpino. Adesso dalle parole si passi ai fatti. È ora necessario un patto per l'autotrasporto italiano». Per ora, questo patto non c'è e i risultati si vedono. Giusto pochi giorni fa il governatore Platter, al vertice sui transiti dei Tir che si è tenuto a Bolzano, non aveva firmato il «memorandum of understanding (una sorta di pre-accordo, ndr)», sottolineando che da parte tirolese ci sarebbero stati ulteriori regolamentazioni e proibizioni. In più Platter aveva mandato una lettera ai ministri dei trasporti Toninelli ed al suo omologo tedesco Andreas Scheuer per invitarli a un sopralluogo per constatare di persona gli effetti del transito dei mezzi pesanti. Entrambi i ministri, infatti, non avevano potuto essere presenti anche se Toninelli - insediato da pochissimo - aveva dato la sua disponibilità a firmare un'intesa. Il problema del passaggio dei Tir dal Brennero, in effetti, va avanti da un po'. Se ora di sabato i camion non possono più circolare, da tempo l'Austria aveva iniziato a dare un giro di vite sui passaggi dell'arco alpino limitandoli (non tutti i giorni, ma saltuariamente) a 250-300 ogni ora. Il risultato, in barba al principio della libera circolazione delle merci, è che nei giorni di blocco si formavano (e continuano a formarsi) code che potevano arrivare anche a lunghezze di 70 chilometri. Ora, molte associazioni di professionisti, ma anche molte aziende, sul tema dei Tir in Brennero sperano in una posizione di rottura rispetto alla gestione del precedente ministro dei Trasporti, Graziano Delrio. L'attesa, insomma, è che Toninelli passi dalla parole ai fatti per sbloccare il prima possibile una situazione che danneggiando l'Italia. Gianluca Baldini
Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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Ecco il risultato del lavoro della Repubblica dei Giudici: Alberto Stasi è in prigione da 16 anni per un delitto che potrebbe non aver commesso e gli indizi ora vedrebbero come colpevole Andrea Sempio. Prove ignorate, perizie ribaltate e l’anomalia della Cassazione. Il sospetto di un errore giudiziario si fa sempre più pesante.