Mattarella ha perso la voglia di parlare: sull’affare spioni il silenzio del Colle
Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
Da capo del Csm, il presidente dovrebbe pretendere chiarezza sulle commistioni tra magistratura, stampa e polizia giudiziaria.

Il sistema raccontato da Luca Palamara, ovvero il potere politico della magistratura di condizionare istituzioni e governi, non sarebbe mai stato così efficace se non avesse avuto la sponda di alcuni giornali. Lo si era capito trent’anni fa, quando Mani pulite, l’inchiesta che spazzò via la prima Repubblica, fu sostenuta dalle principali testate. A distanza di oltre un quarto di secolo, si capisce che siamo sempre lì, al rapporto perverso tra stampa e magistratura, con solidi agganci nel mondo di chi è deputato a fare le indagini. Il caso Perugia, che vede coinvolto un finanziere un tempo in servizio alla Direzione nazionale antimafia, solleva dunque il velo su qualche cosa che, pur non essendo di pubblico dominio, era facilmente sospettabile. Con una differenza rispetto al passato: dietro alle brillanti inchieste, alle informazioni riservate raccolte solo da alcuni giornali, non c’erano indagini delle Procure, ma un’attività parallela svolta dai cronisti insieme con uomini della polizia giudiziaria e – come minimo – il silenzio assenso di una parte della magistratura.

È questo il grande scandalo, il sistema che ci si presenta davanti agli occhi. I giornalisti intendevano raccogliere informazioni su uomini politici o su persone delle istituzioni e c’era chi lavorava per loro all’interno di un organo dello Stato, aprendo le porte delle banche dati, mentre chi doveva vigilare chiudeva gli occhi. Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, racconta di essersi stupito per l’interesse manifestato nei suoi confronti da una testata come Domani, di proprietà dell’ingegner Carlo De Benedetti. Ma ancor più fu sorpreso dal fatto che avessero fatto la radiografia a tutte le sue attività. Come avranno fatto, si dev’essere domandato, vedendo quella messe di notizie, non tutte di primo piano. Risposta semplice: per raccogliere le informazioni bastava un clic e il sistema svelava ogni segreto, alla faccia delle garanzie, della privacy e di tutto il resto.

Non era il lavoro di un cronista, abituato a seguire per mesi una pista: era un’operazione illegale, perché in questo modo si è passata al setaccio la vita di centinaia di persone, in gran parte esponenti dell’attuale maggioranza, con ministri e onorevoli di Lega e Fratelli d’Italia in primo piano. Non si tratta di difendere la politica dalla curiosità della stampa e nemmeno di violare il diritto dei giornalisti di fare inchieste. Si tratta di evitare la costruzione di dossier che non partono da indagini giudiziarie, ma sembrano avere altri obiettivi. Dunque, i sindacati della categoria a cui appartengono farebbero bene a evitare commenti inutili. Dopo aver chiuso gli occhi per anni di fronte all’azione della magistratura nei confronti di alcune testate, guarda caso solo di centrodestra, e dopo aver addirittura invocato sanzioni per la pubblicazione di notizie provenienti da indagini giudiziarie solo perché riguardavano la sinistra, oggi la Fnsi si dice allarmata per la libertà di stampa in questo Paese. Il diritto garantito dall’articolo 21 della Costituzione non c’entra nulla con questa faccenda. Perché a essere violata non è la libertà di raccontare, ma la libertà di non essere impunemente spiati da chi non ne ha diritto.

Ma a fronte di un sindacato giornalisti che parla troppo e a sproposito, c’è chi invece, dinnanzi a una vicenda dai contorni inquietanti, non parla proprio. Penso al nostro presidente della Repubblica, che è anche presidente del Consiglio superiore della magistratura e dunque un qualche interesse per ciò che accade nei dintorni dei tribunali dovrebbe averlo. Mattarella ha parole per ogni cosa, per le manifestazioni di piazza e le manganellate, per la guerra in Ucraina e per ciò che accade in Palestina, ma nonostante il caso tenga le prime pagine dei giornali ormai da giorni, su un affare losco come quello di Perugia, che ormai coinvolge anche il Copasir, tace. O meglio: parla di libertà di stampa, di ruolo dell’informazione, ma della deformazione del sistema scoperchiato a Perugia no. C’è una ragione per cui, nonostante la commistione di interessi fra pm, agenti e cronisti, il capo dello Stato non sente l’urgenza di chiedere che sia fatta luce? Ci auguriamo una risposta.

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