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2020-02-13
Gli scoop della «Verità» spingono babbo Renzi in tribunale per Consip
Ansa
In queste ore è attesa la decisione del giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo sulla vicenda Consip e c'è chi scommette che la sua ordinanza giungerà a conclusioni molto diverse da quelle della Procura di Roma. Il giudice a luglio aveva respinto la richiesta di archiviazione dei pm per Tiziano Renzi (accusato di traffico di influenze illecite) e altri nove, tra cui l'ex ministro Luca Lotti (per l'imputazione di rivelazione di segreto), l'imprenditore napoletano Alfredo Romeo e l'ex parlamentare di Futuro e libertà Italo Bocchino.
Secondo voci di corridoio negli ultimi giorni la toga siciliana avrebbe limato gli ultimi punti di una robusta ordinanza. La lunga incubazione del provvedimento e la sua ipotizzata corposità (solitamente l'accoglimento di una richiesta di archiviazione è un atto stringato) fanno ipotizzare a molti che il gup potrebbe disporre il rinvio giudizio coatto di gran parte degli indagati. Del resto aveva già preso questa decisione controcorrente nel processo al broker di Carlo De Benedetti, quel Gianluca Bolengo che aveva scommesso sulle azioni delle banche Popolari dopo che lo stesso De Benedetti aveva appreso a Palazzo Chigi dall'allora premier Matteo Renzi che stava per essere licenziato un decreto sul tema. Grazie a quell'imbeccata l'ex patron del gruppo Gedi portò a casa una bella plusvalenza da 600.000 euro.
Per il pm napoletano Henry John Woodcock e il maggiore Gianpaolo Scafarto tra Renzi senior e Romeo ci sarebbero stati incontri e promesse di denaro per il ruolo di facilitatore di Tiziano. I magistrati di Roma, invece, hanno chiesto ben due volte il proscioglimento di babbo Renzi e dei suoi coindagati, l'ultima nell'ottobre scorso, dopo un supplemento di investigazioni. Per gli inquirenti capitolini «non sono stati individuati elementi da cui inferire la conoscenza e la condivisione da parte di Tiziano Renzi delle trattative che Russo stava conducendo con Romeo anche a suo nome», ovvero un contratto da 30.000 euro al mese per il babbo e di 5.000 ogni 60 giorni per Russo per il loro ruolo di lobbisti.
Eppure, come ha certo notato anche il gup, «un probabile incontro» tra Romeo e Renzi ci sarebbe stato, nel luglio del 2015. I carabinieri sono riusciti, incrociando le celle telefoniche a individuare un abboccamento del terzetto a Firenze, mentre non sono riusciti a stabilire con certezza incroci tra i tre a Roma, per la vastità dell'area coperta dai ripetitori, almeno inizialmente.
Che il babbo e l'imprenditore si siano visti sarebbe confermato anche dalle chat estratte dal cellulare di Russo (a Tiziano gli inquirenti non hanno sequestrato il telefonino) che registravano «le buone impressioni» che Romeo e Renzi senior avrebbero tratto l'uno dell'altro.
Qualunque sarà la decisione di Sturzo, il padre dell'ex Rottamatore è il convitato di pietra, seppur non imputato, anche nel filone dell'inchiesta già approdata a processo e che vede alla sbarra Lotti e i generali in pensione Emanuele Saltalamacchia e Tullio Del Sette (i primi due accusati di favoreggiamento all'ex ad di Consip Luigi Marroni, il terzo anche di rivelazione di segreto). Infatti in aula verranno ascoltati decine di testimoni e alcuni di loro dovranno rispondere a domande riguardanti anche Renzi senior e gli scoop della Verità. In un articolo del novembre 2016 avevamo rivelato che Tiziano aveva ricevuto una soffiata su un'inchiesta a suo carico e avevamo scritto che aveva «convocato l'amico sindaco di Rignano Daniele Lorenzini e vari politici del Pd, compresi diversi collaboratori del figlio» per condividere con loro le sue preoccupazioni. Dopo il nostro articolo i carabinieri del Noe piazzarono delle cimici nel giardino della villa dei genitori dell'ex premier Matteo Renzi e Lorenzini è stato sentito due volte su questo punto ed è stato inserito dal pm Mario Palazzi nella lista dell'accusa. Il primo cittadino, oltre a confermare quanto da noi scritto, aggiunse che Tiziano Renzi «temeva di essere arrestato» e che a una grigliata era stato consigliato dal generale Saltalamacchia «di non parlare al telefono».
L'altro nostro scoop finito al centro delle indagini riguarda l'ex tesoriere del Pd campano Alfredo Mazzei. A fine dicembre 2016 il commercialista ci raccontò di una cena a cui avrebbero partecipato l'imprenditore Romeo, Renzi senior e l'aspirante faccendiere Carlo Russo, all'epoca stretto collaboratore del babbo. Dopo quell'intervista Mazzei fu convocato dai carabinieri e successivamente venne sentito dai magistrati di Roma, ai quali confermò: «Romeo mi raccontò che il Russo aveva organizzato un pranzo o una cena in un ristorante di Roma, a cui, oltre che lo stesso Russo, vi era il Renzi Tiziano». Il 10 ottobre 2017 Mazzei ha riferito ulteriori particolari: «Romeo mi disse di essere rimasto sorpreso dalle modalità e dal luogo dell'incontro: lo avevano portato (non specificò chi) in un palazzo a Roma e, varcato il portone, erano usciti da un ingresso secondario che affacciava su una diversa strada, ove vi era un locale, piuttosto disadorno, nel quale aveva incontrato Carlo Russo e Tiziano Renzi». I magistrati capitolini non hanno considerato tutti questi elementi sufficienti a chiedere il rinvio a giudizio di Renzi senior. Il giudice Sturzo potrebbe essere di diversa opinione.
Babbo e mamma del Bullo verso il processo pure per i crac delle coop
Il procedimento per il fallimento delle tre cooperative che ruotavano attorno ai Renzi, la Delivery service Italia, la Europe service e la Marmodiv, approda all'udienza preliminare. Il gup, su richiesta della Procura di Firenze, ha fissato la camera di consiglio per il 9 giugno. Gli imputati sono 18. E tra loro ci sono i genitori del già Rottamatore, babbo Tiziano e mamma Laura, e la galassia che gli girava intorno. L'inchiesta, coordinata dal pm Luca Turco, è quella che esattamente un anno fa portò i genitori del leader di Italia viva ai domiciliari per 18 giorni.
Ai due, come da avviso di conclusione delle indagini preliminari che fu notificato all'indomani della Leopolda, viene contestato l'utilizzo e l'emissione di fatture per circa 390.000 euro che avrebbero prodotto un'evasione, tra Iva non pagata, Ires e Irap, di circa 204.000 euro. Curioso che la contestazione sia arrivata proprio mentre il leader di Italia viva stava battagliando per alzare la soglia oltre la quale per gli evasori scatterebbero le manette.
La prima accusa è quella di aver cagionato in modo doloso il crac della Delivery service Italia, dichiarata fallita il 17 giugno 2015. Per quel crac sono indagati, oltre ai genitori, considerati amministratori di fatto, anche gli ex componenti del cda: si va da Pier Giovanni Spiteri, amico fotografo della famiglia Renzi, a Roberto Bargilli, ex autista del camper del fu Rottamatore alle primarie per la carica di segretario del Pd, da Simone Verdolin a Pasqualino Furii (altro storico collaboratore del babbo con precedenti per bancarotta). Nell'elenco compaiono anche Mariano Massone e la moglie Giovanna Gambino, accusati pure loro di essere stati per un periodo amministratori di fatto. La coppia ha collaborato per anni con i genitori dell'ex premier in diverse avventure imprenditoriali.
Per quanto riguarda la Europe service, fallita ad aprile 2018, invece i Renzi, indicati come «amministratori di fatto fino a dicembre 2012», sono accusati di aver sottratto, «con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori», i libri e le altre scritture contabili. La maggior parte degli indagati è sotto accusa anche per la gestione della Marmodiv, dichiarata fallita nel marzo 2019. Per esempio i coniugi Renzi e Spiteri nella dichiarazione Iva del 2015 e nel modello Unico dello stesso anno presentato ai fini Ires avrebbero inserito 32 fatture considerate dall'accusa fittizie e utilizzate per abbattere gli utili. Giuseppe Mincuzzi, presidente del cda fino al marzo 2018, babbo Renzi, Massone e il genovese Massimiliano Di Palma (legale rappresentante della Dmp Italia) avrebbero infine aggravato, secondo i magistrati, il dissesto della società con una «colpa grave». Quale? Durante la procedura prefallimentare avrebbero stipulato un contratto di cessione di ramo d'azienda della Marmodiv in favore della Dmp Italia, ma non vi avrebbero dato esecuzione, non trasferendo i dipendenti all'acquirente, né saldando i debiti entro il 31 dicembre 2018. I costi di gestione sarebbero rimasti a carico della Marmodiv, che addirittura avrebbe fornito servizi alla Dmp Italia senza conseguire alcun ricavo. L'unico ad uscire di scena è l'avvocato Luca Mirco, già presidente della Marmodiv, che compariva nell'avviso di chiusura indagini e che non è nell'elenco degli imputati. Le sue memorie difensive devono aver convinto la Procura ad avanzare una richiesta di archiviazione.
Tutti gli altri dovranno presentarsi in tribunale il 9 giugno. La richiesta di rinvio a giudizio non ha sorpreso i difensori dei coniugi Renzi, gli avvocati Federico Bagattini e Lorenzo Pellegrini, che hanno dichiarato: «Era ampiamente scontata, trattandosi della questione per la quale i Renzi sono stati arrestati, provvedimento poi annullato dal Tribunale del riesame». Che, però, nelle motivazioni confermò l'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza. «Nel merito», comunque, sostengono gli avvocati, «siamo assolutamente convinti che in sede processuale dimostreremo come non vi sia alcun nesso tra il fallimento della Marmodiv e l'attività dei Renzi, che erano clienti e non amministratori». Ora sarà il giudice a stabilirlo.
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A luglio era stata respinta l'archiviazione chiesta dalla Procura: secondo indiscrezioni è possibile il rinvio a giudizio. Il procedimento riguarda anche Luca Lotti (già alla sbarra nel filone principale), Alfredo Romeo e Italo Bocchino.Babbo e mamma del Bullo verso il processo pure per i crac delle coop. A Firenze indagini sul fallimento della Delivery service Italia, della Europe service e della Marmodiv. Udienza il 9 giugno.Lo speciale comprende due articoli. In queste ore è attesa la decisione del giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo sulla vicenda Consip e c'è chi scommette che la sua ordinanza giungerà a conclusioni molto diverse da quelle della Procura di Roma. Il giudice a luglio aveva respinto la richiesta di archiviazione dei pm per Tiziano Renzi (accusato di traffico di influenze illecite) e altri nove, tra cui l'ex ministro Luca Lotti (per l'imputazione di rivelazione di segreto), l'imprenditore napoletano Alfredo Romeo e l'ex parlamentare di Futuro e libertà Italo Bocchino. Secondo voci di corridoio negli ultimi giorni la toga siciliana avrebbe limato gli ultimi punti di una robusta ordinanza. La lunga incubazione del provvedimento e la sua ipotizzata corposità (solitamente l'accoglimento di una richiesta di archiviazione è un atto stringato) fanno ipotizzare a molti che il gup potrebbe disporre il rinvio giudizio coatto di gran parte degli indagati. Del resto aveva già preso questa decisione controcorrente nel processo al broker di Carlo De Benedetti, quel Gianluca Bolengo che aveva scommesso sulle azioni delle banche Popolari dopo che lo stesso De Benedetti aveva appreso a Palazzo Chigi dall'allora premier Matteo Renzi che stava per essere licenziato un decreto sul tema. Grazie a quell'imbeccata l'ex patron del gruppo Gedi portò a casa una bella plusvalenza da 600.000 euro. Per il pm napoletano Henry John Woodcock e il maggiore Gianpaolo Scafarto tra Renzi senior e Romeo ci sarebbero stati incontri e promesse di denaro per il ruolo di facilitatore di Tiziano. I magistrati di Roma, invece, hanno chiesto ben due volte il proscioglimento di babbo Renzi e dei suoi coindagati, l'ultima nell'ottobre scorso, dopo un supplemento di investigazioni. Per gli inquirenti capitolini «non sono stati individuati elementi da cui inferire la conoscenza e la condivisione da parte di Tiziano Renzi delle trattative che Russo stava conducendo con Romeo anche a suo nome», ovvero un contratto da 30.000 euro al mese per il babbo e di 5.000 ogni 60 giorni per Russo per il loro ruolo di lobbisti.Eppure, come ha certo notato anche il gup, «un probabile incontro» tra Romeo e Renzi ci sarebbe stato, nel luglio del 2015. I carabinieri sono riusciti, incrociando le celle telefoniche a individuare un abboccamento del terzetto a Firenze, mentre non sono riusciti a stabilire con certezza incroci tra i tre a Roma, per la vastità dell'area coperta dai ripetitori, almeno inizialmente. Che il babbo e l'imprenditore si siano visti sarebbe confermato anche dalle chat estratte dal cellulare di Russo (a Tiziano gli inquirenti non hanno sequestrato il telefonino) che registravano «le buone impressioni» che Romeo e Renzi senior avrebbero tratto l'uno dell'altro. Qualunque sarà la decisione di Sturzo, il padre dell'ex Rottamatore è il convitato di pietra, seppur non imputato, anche nel filone dell'inchiesta già approdata a processo e che vede alla sbarra Lotti e i generali in pensione Emanuele Saltalamacchia e Tullio Del Sette (i primi due accusati di favoreggiamento all'ex ad di Consip Luigi Marroni, il terzo anche di rivelazione di segreto). Infatti in aula verranno ascoltati decine di testimoni e alcuni di loro dovranno rispondere a domande riguardanti anche Renzi senior e gli scoop della Verità. In un articolo del novembre 2016 avevamo rivelato che Tiziano aveva ricevuto una soffiata su un'inchiesta a suo carico e avevamo scritto che aveva «convocato l'amico sindaco di Rignano Daniele Lorenzini e vari politici del Pd, compresi diversi collaboratori del figlio» per condividere con loro le sue preoccupazioni. Dopo il nostro articolo i carabinieri del Noe piazzarono delle cimici nel giardino della villa dei genitori dell'ex premier Matteo Renzi e Lorenzini è stato sentito due volte su questo punto ed è stato inserito dal pm Mario Palazzi nella lista dell'accusa. Il primo cittadino, oltre a confermare quanto da noi scritto, aggiunse che Tiziano Renzi «temeva di essere arrestato» e che a una grigliata era stato consigliato dal generale Saltalamacchia «di non parlare al telefono».L'altro nostro scoop finito al centro delle indagini riguarda l'ex tesoriere del Pd campano Alfredo Mazzei. A fine dicembre 2016 il commercialista ci raccontò di una cena a cui avrebbero partecipato l'imprenditore Romeo, Renzi senior e l'aspirante faccendiere Carlo Russo, all'epoca stretto collaboratore del babbo. Dopo quell'intervista Mazzei fu convocato dai carabinieri e successivamente venne sentito dai magistrati di Roma, ai quali confermò: «Romeo mi raccontò che il Russo aveva organizzato un pranzo o una cena in un ristorante di Roma, a cui, oltre che lo stesso Russo, vi era il Renzi Tiziano». Il 10 ottobre 2017 Mazzei ha riferito ulteriori particolari: «Romeo mi disse di essere rimasto sorpreso dalle modalità e dal luogo dell'incontro: lo avevano portato (non specificò chi) in un palazzo a Roma e, varcato il portone, erano usciti da un ingresso secondario che affacciava su una diversa strada, ove vi era un locale, piuttosto disadorno, nel quale aveva incontrato Carlo Russo e Tiziano Renzi». I magistrati capitolini non hanno considerato tutti questi elementi sufficienti a chiedere il rinvio a giudizio di Renzi senior. 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L'inchiesta, coordinata dal pm Luca Turco, è quella che esattamente un anno fa portò i genitori del leader di Italia viva ai domiciliari per 18 giorni. Ai due, come da avviso di conclusione delle indagini preliminari che fu notificato all'indomani della Leopolda, viene contestato l'utilizzo e l'emissione di fatture per circa 390.000 euro che avrebbero prodotto un'evasione, tra Iva non pagata, Ires e Irap, di circa 204.000 euro. Curioso che la contestazione sia arrivata proprio mentre il leader di Italia viva stava battagliando per alzare la soglia oltre la quale per gli evasori scatterebbero le manette. La prima accusa è quella di aver cagionato in modo doloso il crac della Delivery service Italia, dichiarata fallita il 17 giugno 2015. Per quel crac sono indagati, oltre ai genitori, considerati amministratori di fatto, anche gli ex componenti del cda: si va da Pier Giovanni Spiteri, amico fotografo della famiglia Renzi, a Roberto Bargilli, ex autista del camper del fu Rottamatore alle primarie per la carica di segretario del Pd, da Simone Verdolin a Pasqualino Furii (altro storico collaboratore del babbo con precedenti per bancarotta). Nell'elenco compaiono anche Mariano Massone e la moglie Giovanna Gambino, accusati pure loro di essere stati per un periodo amministratori di fatto. La coppia ha collaborato per anni con i genitori dell'ex premier in diverse avventure imprenditoriali. Per quanto riguarda la Europe service, fallita ad aprile 2018, invece i Renzi, indicati come «amministratori di fatto fino a dicembre 2012», sono accusati di aver sottratto, «con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori», i libri e le altre scritture contabili. La maggior parte degli indagati è sotto accusa anche per la gestione della Marmodiv, dichiarata fallita nel marzo 2019. Per esempio i coniugi Renzi e Spiteri nella dichiarazione Iva del 2015 e nel modello Unico dello stesso anno presentato ai fini Ires avrebbero inserito 32 fatture considerate dall'accusa fittizie e utilizzate per abbattere gli utili. Giuseppe Mincuzzi, presidente del cda fino al marzo 2018, babbo Renzi, Massone e il genovese Massimiliano Di Palma (legale rappresentante della Dmp Italia) avrebbero infine aggravato, secondo i magistrati, il dissesto della società con una «colpa grave». Quale? Durante la procedura prefallimentare avrebbero stipulato un contratto di cessione di ramo d'azienda della Marmodiv in favore della Dmp Italia, ma non vi avrebbero dato esecuzione, non trasferendo i dipendenti all'acquirente, né saldando i debiti entro il 31 dicembre 2018. I costi di gestione sarebbero rimasti a carico della Marmodiv, che addirittura avrebbe fornito servizi alla Dmp Italia senza conseguire alcun ricavo. L'unico ad uscire di scena è l'avvocato Luca Mirco, già presidente della Marmodiv, che compariva nell'avviso di chiusura indagini e che non è nell'elenco degli imputati. Le sue memorie difensive devono aver convinto la Procura ad avanzare una richiesta di archiviazione. Tutti gli altri dovranno presentarsi in tribunale il 9 giugno. La richiesta di rinvio a giudizio non ha sorpreso i difensori dei coniugi Renzi, gli avvocati Federico Bagattini e Lorenzo Pellegrini, che hanno dichiarato: «Era ampiamente scontata, trattandosi della questione per la quale i Renzi sono stati arrestati, provvedimento poi annullato dal Tribunale del riesame». Che, però, nelle motivazioni confermò l'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza. «Nel merito», comunque, sostengono gli avvocati, «siamo assolutamente convinti che in sede processuale dimostreremo come non vi sia alcun nesso tra il fallimento della Marmodiv e l'attività dei Renzi, che erano clienti e non amministratori». Ora sarà il giudice a stabilirlo.
iStock
La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.
Il centrodestra isola il generale Roberto Vannacci e snobba i suoi sondaggi in crescita (il partito Futuro nazionale ha raggiunto quota 60.000 iscritti in tre mesi, un numero enorme). Così, però, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia rischiano di regalargli voti e spianargli la strada per correre da solo. A meno che il loro obiettivo non sia imbarcare il poco affidabile Carlo Calenda.
Friedrich Merz (Getty Images)
La più diffusa reazione sarebbe stata certamente quella dello sgomento e dell’indignazione a fronte di ciò che ai più sarebbe apparso come un inopinato e terrificante risorgere del militarismo tedesco, responsabile esclusivo, secondo la «vulgata» della storiografia ufficiale, delle due guerre mondiali che hanno funestato la prima metà del XX secolo. Torniamo ora ai nostri giorni e constatiamo come la stessa identica intenzione, manifestata dall’attuale cancelliere Friedrich Merz, viene invece accolta con la più assoluta indifferenza se non anche, da parte di determinati ambienti politici e militari che sembrano ormai affascinati dall’idea di una possibile guerra con la Russia, con vera e propria soddisfazione. E con indifferenza risulta accolta anche la ulteriore intenzione, manifestata di recente dal ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul, di far assumere alla Germania le sue «responsabilità di leadership» nell’ambito dell’alleanza atlantica, a fronte di quello che appare il progressivo disimpegno degli Usa. Prospettiva questa che, in anni non lontani, avrebbe anch’essa suscitato reazioni oscillanti fra l’incredulità, l’ironia e la più seria preoccupazione. Pressoché nulle risultano poi le reazioni al manifestarsi di idee come quelle che si ritrovano, ad esempio, in un articolo recentemente comparso sul settimanale tedesco Focus (che, insieme allo Spiegel e allo Stern, è uno dei più diffusi in Germania), in cui, come riferito da Money.it, tali Roderich Kiesewetter e Susann Worschech, rispettivamente ex colonnello dell’esercito tedesco e docente (pare) di non meglio precisati «studi ucraini» presso l’Università di Francoforte oltre che aderente al partito dei Verdi, prospettano come obiettivo auspicabile e realistico niente di meno che la «resa incondizionata» della Russia nell’attuale conflitto con l’Ucraina; obiettivo da realizzarsi mediante un massiccio rafforzamento della capacità militari dell’Ucraina tale da consentirle il recupero di tutti i territori occupati dalla Russia, compresa la Crimea, nonché mediante ricorso a un forte aumento delle sanzioni, all’esproprio degli «asset» russi in Europa e a ogni altro mezzo che appaia idoneo a far sì che la Russia sia «messa in ginocchio». A preoccupare non è tanto il fatto che qualcuno esprima farneticazioni del genere, ma quello che esse trovino spazio su organi d’informazione autorevoli e di larga diffusione senza timore né del ridicolo né (a dir poco) dello sconcerto che dovrebbero suscitare in chiunque abbia il benché minimo uso di ragione.
Ma - occorre ora chiedersi - come ci si può spiegare un tale cambiamento proprio in un Paese come la Germania che, a causa delle passate, tragiche esperienze vissute e fatte vivere ad altri, appariva ed era considerato come il più vaccinato contro ogni possibile ritorno di «spiriti guerrieri»? Tanto vaccinato da aver rifiutato, a suo tempo, la propria partecipazione (suscitando anche qualche malumore, specialmente oltre Atlantico) a iniziative belliche quali, in particolare, le due «guerre del golfo» condotte, nel 1990 e nel 2003, contro l’Iraq di Saddam Hussein; la «guerra umanitaria» a sostegno dei kosovari contro la Serbia di Slobodan Milošević nel 1999; la guerra a sostegno della «primavera araba» contro la Libia di Muammar Gheddafi, nel 2011. Guerre, queste, tutte promosse e condotte dagli Usa e altri alleati della Nato tra i quali, salvo che nel caso della seconda guerra del golfo, figurava anche l’Italia.
Che all’origine del fenomeno vi sia il fatto nuovo costituito dall’«operazione militare speciale» condotta dalla Russia contro l’Ucraina appare, ovviamente, di tutta evidenza. Sarebbe però del tutto errato pensare che ad avere efficacia determinante sia stato veramente - come, invece, si vuol far credere - il timore che, una volta liquidata in qualche modo la partita con l’Ucraina, la Russia rivolgerebbe le sue mire aggressive contro altri Paesi europei ivi compresa, naturalmente, la Germania. Un tale timore può, infatti, per ragioni storiche, essere largamente nutrito - non importa se a torto o a ragione - in popolazioni come quelle dei paesi baltici o della Polonia, che dell’espansionismo russo sono stati, a suo tempo, vittime, ma non certo nella popolazione tedesca, in cui, semmai, dovrebbe essere presente il ricordo delle due guerre condotte, a iniziativa della Germania, contro la Russia nel 1914 e nel 1941. Né può ritenersi che il mutamento sia frutto soltanto del pur sicuramente presente interesse economico della Germania allo sviluppo dell’industria bellica, a compenso del declino di altre, a cominciare da quella automobilistica, follemente sacrificata alle presunte esigenze del Green deal. Se così fosse il governo tedesco tutto farebbe tranne che ostentare ed esaltare un proposito che gli converrebbe, invece, tenere il più possibile nascosto. Rimane, quindi, a questo punto, come ipotesi più probabile, quella che il mutamento sia stato determinato essenzialmente dal fatto che la Russia, con la guerra definita tout court di «aggressione» contro l’Ucraina, è venuta ad assumere, nella narrazione imposta dall’«establishment» politico e mediatico dominante in Europa, quello stesso ruolo di nazione irremissibilmente colpevole di un «male assoluto» che, in precedenza, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, era stato riservato alla Germania; ruolo che quest’ultima, «bon grè mal grè», aveva dovuto accettare, rassegnandosi ad assumere l’atteggiamento di perenne contrizione per il suo passato che esso richiedeva nonché ad astenersi da ogni comportamento che potesse anche lontanamente dar luogo al sospetto che quel passato potesse tornare. Non le è parso vero, quindi, di potersi scrollare di dosso, finalmente, l’abito penitenziale che così a lungo ha dovuto portare per riprendere, al suo posto, l’antica e forzatamente dimessa veste di autonominatasi suprema garante dell’ordine in tutto il continente europeo, con il diritto, perciò, di disporre della forza necessaria per imporne, all’occasione, l’osservanza a chi, come oggi la Russia, lo abbia violato. Se così è, sia però almeno consentito sperare, senza che a Berlino qualcuno si offenda, che quell’occasione non abbia mai a presentarsi.
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