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2020-02-13
Gli scoop della «Verità» spingono babbo Renzi in tribunale per Consip
Ansa
In queste ore è attesa la decisione del giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo sulla vicenda Consip e c'è chi scommette che la sua ordinanza giungerà a conclusioni molto diverse da quelle della Procura di Roma. Il giudice a luglio aveva respinto la richiesta di archiviazione dei pm per Tiziano Renzi (accusato di traffico di influenze illecite) e altri nove, tra cui l'ex ministro Luca Lotti (per l'imputazione di rivelazione di segreto), l'imprenditore napoletano Alfredo Romeo e l'ex parlamentare di Futuro e libertà Italo Bocchino.
Secondo voci di corridoio negli ultimi giorni la toga siciliana avrebbe limato gli ultimi punti di una robusta ordinanza. La lunga incubazione del provvedimento e la sua ipotizzata corposità (solitamente l'accoglimento di una richiesta di archiviazione è un atto stringato) fanno ipotizzare a molti che il gup potrebbe disporre il rinvio giudizio coatto di gran parte degli indagati. Del resto aveva già preso questa decisione controcorrente nel processo al broker di Carlo De Benedetti, quel Gianluca Bolengo che aveva scommesso sulle azioni delle banche Popolari dopo che lo stesso De Benedetti aveva appreso a Palazzo Chigi dall'allora premier Matteo Renzi che stava per essere licenziato un decreto sul tema. Grazie a quell'imbeccata l'ex patron del gruppo Gedi portò a casa una bella plusvalenza da 600.000 euro.
Per il pm napoletano Henry John Woodcock e il maggiore Gianpaolo Scafarto tra Renzi senior e Romeo ci sarebbero stati incontri e promesse di denaro per il ruolo di facilitatore di Tiziano. I magistrati di Roma, invece, hanno chiesto ben due volte il proscioglimento di babbo Renzi e dei suoi coindagati, l'ultima nell'ottobre scorso, dopo un supplemento di investigazioni. Per gli inquirenti capitolini «non sono stati individuati elementi da cui inferire la conoscenza e la condivisione da parte di Tiziano Renzi delle trattative che Russo stava conducendo con Romeo anche a suo nome», ovvero un contratto da 30.000 euro al mese per il babbo e di 5.000 ogni 60 giorni per Russo per il loro ruolo di lobbisti.
Eppure, come ha certo notato anche il gup, «un probabile incontro» tra Romeo e Renzi ci sarebbe stato, nel luglio del 2015. I carabinieri sono riusciti, incrociando le celle telefoniche a individuare un abboccamento del terzetto a Firenze, mentre non sono riusciti a stabilire con certezza incroci tra i tre a Roma, per la vastità dell'area coperta dai ripetitori, almeno inizialmente.
Che il babbo e l'imprenditore si siano visti sarebbe confermato anche dalle chat estratte dal cellulare di Russo (a Tiziano gli inquirenti non hanno sequestrato il telefonino) che registravano «le buone impressioni» che Romeo e Renzi senior avrebbero tratto l'uno dell'altro.
Qualunque sarà la decisione di Sturzo, il padre dell'ex Rottamatore è il convitato di pietra, seppur non imputato, anche nel filone dell'inchiesta già approdata a processo e che vede alla sbarra Lotti e i generali in pensione Emanuele Saltalamacchia e Tullio Del Sette (i primi due accusati di favoreggiamento all'ex ad di Consip Luigi Marroni, il terzo anche di rivelazione di segreto). Infatti in aula verranno ascoltati decine di testimoni e alcuni di loro dovranno rispondere a domande riguardanti anche Renzi senior e gli scoop della Verità. In un articolo del novembre 2016 avevamo rivelato che Tiziano aveva ricevuto una soffiata su un'inchiesta a suo carico e avevamo scritto che aveva «convocato l'amico sindaco di Rignano Daniele Lorenzini e vari politici del Pd, compresi diversi collaboratori del figlio» per condividere con loro le sue preoccupazioni. Dopo il nostro articolo i carabinieri del Noe piazzarono delle cimici nel giardino della villa dei genitori dell'ex premier Matteo Renzi e Lorenzini è stato sentito due volte su questo punto ed è stato inserito dal pm Mario Palazzi nella lista dell'accusa. Il primo cittadino, oltre a confermare quanto da noi scritto, aggiunse che Tiziano Renzi «temeva di essere arrestato» e che a una grigliata era stato consigliato dal generale Saltalamacchia «di non parlare al telefono».
L'altro nostro scoop finito al centro delle indagini riguarda l'ex tesoriere del Pd campano Alfredo Mazzei. A fine dicembre 2016 il commercialista ci raccontò di una cena a cui avrebbero partecipato l'imprenditore Romeo, Renzi senior e l'aspirante faccendiere Carlo Russo, all'epoca stretto collaboratore del babbo. Dopo quell'intervista Mazzei fu convocato dai carabinieri e successivamente venne sentito dai magistrati di Roma, ai quali confermò: «Romeo mi raccontò che il Russo aveva organizzato un pranzo o una cena in un ristorante di Roma, a cui, oltre che lo stesso Russo, vi era il Renzi Tiziano». Il 10 ottobre 2017 Mazzei ha riferito ulteriori particolari: «Romeo mi disse di essere rimasto sorpreso dalle modalità e dal luogo dell'incontro: lo avevano portato (non specificò chi) in un palazzo a Roma e, varcato il portone, erano usciti da un ingresso secondario che affacciava su una diversa strada, ove vi era un locale, piuttosto disadorno, nel quale aveva incontrato Carlo Russo e Tiziano Renzi». I magistrati capitolini non hanno considerato tutti questi elementi sufficienti a chiedere il rinvio a giudizio di Renzi senior. Il giudice Sturzo potrebbe essere di diversa opinione.
Babbo e mamma del Bullo verso il processo pure per i crac delle coop
Il procedimento per il fallimento delle tre cooperative che ruotavano attorno ai Renzi, la Delivery service Italia, la Europe service e la Marmodiv, approda all'udienza preliminare. Il gup, su richiesta della Procura di Firenze, ha fissato la camera di consiglio per il 9 giugno. Gli imputati sono 18. E tra loro ci sono i genitori del già Rottamatore, babbo Tiziano e mamma Laura, e la galassia che gli girava intorno. L'inchiesta, coordinata dal pm Luca Turco, è quella che esattamente un anno fa portò i genitori del leader di Italia viva ai domiciliari per 18 giorni.
Ai due, come da avviso di conclusione delle indagini preliminari che fu notificato all'indomani della Leopolda, viene contestato l'utilizzo e l'emissione di fatture per circa 390.000 euro che avrebbero prodotto un'evasione, tra Iva non pagata, Ires e Irap, di circa 204.000 euro. Curioso che la contestazione sia arrivata proprio mentre il leader di Italia viva stava battagliando per alzare la soglia oltre la quale per gli evasori scatterebbero le manette.
La prima accusa è quella di aver cagionato in modo doloso il crac della Delivery service Italia, dichiarata fallita il 17 giugno 2015. Per quel crac sono indagati, oltre ai genitori, considerati amministratori di fatto, anche gli ex componenti del cda: si va da Pier Giovanni Spiteri, amico fotografo della famiglia Renzi, a Roberto Bargilli, ex autista del camper del fu Rottamatore alle primarie per la carica di segretario del Pd, da Simone Verdolin a Pasqualino Furii (altro storico collaboratore del babbo con precedenti per bancarotta). Nell'elenco compaiono anche Mariano Massone e la moglie Giovanna Gambino, accusati pure loro di essere stati per un periodo amministratori di fatto. La coppia ha collaborato per anni con i genitori dell'ex premier in diverse avventure imprenditoriali.
Per quanto riguarda la Europe service, fallita ad aprile 2018, invece i Renzi, indicati come «amministratori di fatto fino a dicembre 2012», sono accusati di aver sottratto, «con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori», i libri e le altre scritture contabili. La maggior parte degli indagati è sotto accusa anche per la gestione della Marmodiv, dichiarata fallita nel marzo 2019. Per esempio i coniugi Renzi e Spiteri nella dichiarazione Iva del 2015 e nel modello Unico dello stesso anno presentato ai fini Ires avrebbero inserito 32 fatture considerate dall'accusa fittizie e utilizzate per abbattere gli utili. Giuseppe Mincuzzi, presidente del cda fino al marzo 2018, babbo Renzi, Massone e il genovese Massimiliano Di Palma (legale rappresentante della Dmp Italia) avrebbero infine aggravato, secondo i magistrati, il dissesto della società con una «colpa grave». Quale? Durante la procedura prefallimentare avrebbero stipulato un contratto di cessione di ramo d'azienda della Marmodiv in favore della Dmp Italia, ma non vi avrebbero dato esecuzione, non trasferendo i dipendenti all'acquirente, né saldando i debiti entro il 31 dicembre 2018. I costi di gestione sarebbero rimasti a carico della Marmodiv, che addirittura avrebbe fornito servizi alla Dmp Italia senza conseguire alcun ricavo. L'unico ad uscire di scena è l'avvocato Luca Mirco, già presidente della Marmodiv, che compariva nell'avviso di chiusura indagini e che non è nell'elenco degli imputati. Le sue memorie difensive devono aver convinto la Procura ad avanzare una richiesta di archiviazione.
Tutti gli altri dovranno presentarsi in tribunale il 9 giugno. La richiesta di rinvio a giudizio non ha sorpreso i difensori dei coniugi Renzi, gli avvocati Federico Bagattini e Lorenzo Pellegrini, che hanno dichiarato: «Era ampiamente scontata, trattandosi della questione per la quale i Renzi sono stati arrestati, provvedimento poi annullato dal Tribunale del riesame». Che, però, nelle motivazioni confermò l'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza. «Nel merito», comunque, sostengono gli avvocati, «siamo assolutamente convinti che in sede processuale dimostreremo come non vi sia alcun nesso tra il fallimento della Marmodiv e l'attività dei Renzi, che erano clienti e non amministratori». Ora sarà il giudice a stabilirlo.
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A luglio era stata respinta l'archiviazione chiesta dalla Procura: secondo indiscrezioni è possibile il rinvio a giudizio. Il procedimento riguarda anche Luca Lotti (già alla sbarra nel filone principale), Alfredo Romeo e Italo Bocchino.Babbo e mamma del Bullo verso il processo pure per i crac delle coop. A Firenze indagini sul fallimento della Delivery service Italia, della Europe service e della Marmodiv. Udienza il 9 giugno.Lo speciale comprende due articoli. In queste ore è attesa la decisione del giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo sulla vicenda Consip e c'è chi scommette che la sua ordinanza giungerà a conclusioni molto diverse da quelle della Procura di Roma. Il giudice a luglio aveva respinto la richiesta di archiviazione dei pm per Tiziano Renzi (accusato di traffico di influenze illecite) e altri nove, tra cui l'ex ministro Luca Lotti (per l'imputazione di rivelazione di segreto), l'imprenditore napoletano Alfredo Romeo e l'ex parlamentare di Futuro e libertà Italo Bocchino. Secondo voci di corridoio negli ultimi giorni la toga siciliana avrebbe limato gli ultimi punti di una robusta ordinanza. La lunga incubazione del provvedimento e la sua ipotizzata corposità (solitamente l'accoglimento di una richiesta di archiviazione è un atto stringato) fanno ipotizzare a molti che il gup potrebbe disporre il rinvio giudizio coatto di gran parte degli indagati. Del resto aveva già preso questa decisione controcorrente nel processo al broker di Carlo De Benedetti, quel Gianluca Bolengo che aveva scommesso sulle azioni delle banche Popolari dopo che lo stesso De Benedetti aveva appreso a Palazzo Chigi dall'allora premier Matteo Renzi che stava per essere licenziato un decreto sul tema. Grazie a quell'imbeccata l'ex patron del gruppo Gedi portò a casa una bella plusvalenza da 600.000 euro. Per il pm napoletano Henry John Woodcock e il maggiore Gianpaolo Scafarto tra Renzi senior e Romeo ci sarebbero stati incontri e promesse di denaro per il ruolo di facilitatore di Tiziano. I magistrati di Roma, invece, hanno chiesto ben due volte il proscioglimento di babbo Renzi e dei suoi coindagati, l'ultima nell'ottobre scorso, dopo un supplemento di investigazioni. Per gli inquirenti capitolini «non sono stati individuati elementi da cui inferire la conoscenza e la condivisione da parte di Tiziano Renzi delle trattative che Russo stava conducendo con Romeo anche a suo nome», ovvero un contratto da 30.000 euro al mese per il babbo e di 5.000 ogni 60 giorni per Russo per il loro ruolo di lobbisti.Eppure, come ha certo notato anche il gup, «un probabile incontro» tra Romeo e Renzi ci sarebbe stato, nel luglio del 2015. I carabinieri sono riusciti, incrociando le celle telefoniche a individuare un abboccamento del terzetto a Firenze, mentre non sono riusciti a stabilire con certezza incroci tra i tre a Roma, per la vastità dell'area coperta dai ripetitori, almeno inizialmente. Che il babbo e l'imprenditore si siano visti sarebbe confermato anche dalle chat estratte dal cellulare di Russo (a Tiziano gli inquirenti non hanno sequestrato il telefonino) che registravano «le buone impressioni» che Romeo e Renzi senior avrebbero tratto l'uno dell'altro. Qualunque sarà la decisione di Sturzo, il padre dell'ex Rottamatore è il convitato di pietra, seppur non imputato, anche nel filone dell'inchiesta già approdata a processo e che vede alla sbarra Lotti e i generali in pensione Emanuele Saltalamacchia e Tullio Del Sette (i primi due accusati di favoreggiamento all'ex ad di Consip Luigi Marroni, il terzo anche di rivelazione di segreto). Infatti in aula verranno ascoltati decine di testimoni e alcuni di loro dovranno rispondere a domande riguardanti anche Renzi senior e gli scoop della Verità. In un articolo del novembre 2016 avevamo rivelato che Tiziano aveva ricevuto una soffiata su un'inchiesta a suo carico e avevamo scritto che aveva «convocato l'amico sindaco di Rignano Daniele Lorenzini e vari politici del Pd, compresi diversi collaboratori del figlio» per condividere con loro le sue preoccupazioni. Dopo il nostro articolo i carabinieri del Noe piazzarono delle cimici nel giardino della villa dei genitori dell'ex premier Matteo Renzi e Lorenzini è stato sentito due volte su questo punto ed è stato inserito dal pm Mario Palazzi nella lista dell'accusa. Il primo cittadino, oltre a confermare quanto da noi scritto, aggiunse che Tiziano Renzi «temeva di essere arrestato» e che a una grigliata era stato consigliato dal generale Saltalamacchia «di non parlare al telefono».L'altro nostro scoop finito al centro delle indagini riguarda l'ex tesoriere del Pd campano Alfredo Mazzei. A fine dicembre 2016 il commercialista ci raccontò di una cena a cui avrebbero partecipato l'imprenditore Romeo, Renzi senior e l'aspirante faccendiere Carlo Russo, all'epoca stretto collaboratore del babbo. Dopo quell'intervista Mazzei fu convocato dai carabinieri e successivamente venne sentito dai magistrati di Roma, ai quali confermò: «Romeo mi raccontò che il Russo aveva organizzato un pranzo o una cena in un ristorante di Roma, a cui, oltre che lo stesso Russo, vi era il Renzi Tiziano». Il 10 ottobre 2017 Mazzei ha riferito ulteriori particolari: «Romeo mi disse di essere rimasto sorpreso dalle modalità e dal luogo dell'incontro: lo avevano portato (non specificò chi) in un palazzo a Roma e, varcato il portone, erano usciti da un ingresso secondario che affacciava su una diversa strada, ove vi era un locale, piuttosto disadorno, nel quale aveva incontrato Carlo Russo e Tiziano Renzi». I magistrati capitolini non hanno considerato tutti questi elementi sufficienti a chiedere il rinvio a giudizio di Renzi senior. 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L'inchiesta, coordinata dal pm Luca Turco, è quella che esattamente un anno fa portò i genitori del leader di Italia viva ai domiciliari per 18 giorni. Ai due, come da avviso di conclusione delle indagini preliminari che fu notificato all'indomani della Leopolda, viene contestato l'utilizzo e l'emissione di fatture per circa 390.000 euro che avrebbero prodotto un'evasione, tra Iva non pagata, Ires e Irap, di circa 204.000 euro. Curioso che la contestazione sia arrivata proprio mentre il leader di Italia viva stava battagliando per alzare la soglia oltre la quale per gli evasori scatterebbero le manette. La prima accusa è quella di aver cagionato in modo doloso il crac della Delivery service Italia, dichiarata fallita il 17 giugno 2015. Per quel crac sono indagati, oltre ai genitori, considerati amministratori di fatto, anche gli ex componenti del cda: si va da Pier Giovanni Spiteri, amico fotografo della famiglia Renzi, a Roberto Bargilli, ex autista del camper del fu Rottamatore alle primarie per la carica di segretario del Pd, da Simone Verdolin a Pasqualino Furii (altro storico collaboratore del babbo con precedenti per bancarotta). Nell'elenco compaiono anche Mariano Massone e la moglie Giovanna Gambino, accusati pure loro di essere stati per un periodo amministratori di fatto. La coppia ha collaborato per anni con i genitori dell'ex premier in diverse avventure imprenditoriali. Per quanto riguarda la Europe service, fallita ad aprile 2018, invece i Renzi, indicati come «amministratori di fatto fino a dicembre 2012», sono accusati di aver sottratto, «con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori», i libri e le altre scritture contabili. La maggior parte degli indagati è sotto accusa anche per la gestione della Marmodiv, dichiarata fallita nel marzo 2019. Per esempio i coniugi Renzi e Spiteri nella dichiarazione Iva del 2015 e nel modello Unico dello stesso anno presentato ai fini Ires avrebbero inserito 32 fatture considerate dall'accusa fittizie e utilizzate per abbattere gli utili. Giuseppe Mincuzzi, presidente del cda fino al marzo 2018, babbo Renzi, Massone e il genovese Massimiliano Di Palma (legale rappresentante della Dmp Italia) avrebbero infine aggravato, secondo i magistrati, il dissesto della società con una «colpa grave». Quale? Durante la procedura prefallimentare avrebbero stipulato un contratto di cessione di ramo d'azienda della Marmodiv in favore della Dmp Italia, ma non vi avrebbero dato esecuzione, non trasferendo i dipendenti all'acquirente, né saldando i debiti entro il 31 dicembre 2018. I costi di gestione sarebbero rimasti a carico della Marmodiv, che addirittura avrebbe fornito servizi alla Dmp Italia senza conseguire alcun ricavo. L'unico ad uscire di scena è l'avvocato Luca Mirco, già presidente della Marmodiv, che compariva nell'avviso di chiusura indagini e che non è nell'elenco degli imputati. Le sue memorie difensive devono aver convinto la Procura ad avanzare una richiesta di archiviazione. Tutti gli altri dovranno presentarsi in tribunale il 9 giugno. La richiesta di rinvio a giudizio non ha sorpreso i difensori dei coniugi Renzi, gli avvocati Federico Bagattini e Lorenzo Pellegrini, che hanno dichiarato: «Era ampiamente scontata, trattandosi della questione per la quale i Renzi sono stati arrestati, provvedimento poi annullato dal Tribunale del riesame». Che, però, nelle motivazioni confermò l'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza. «Nel merito», comunque, sostengono gli avvocati, «siamo assolutamente convinti che in sede processuale dimostreremo come non vi sia alcun nesso tra il fallimento della Marmodiv e l'attività dei Renzi, che erano clienti e non amministratori». Ora sarà il giudice a stabilirlo.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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