True
2020-02-13
Gli scoop della «Verità» spingono babbo Renzi in tribunale per Consip
Ansa
In queste ore è attesa la decisione del giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo sulla vicenda Consip e c'è chi scommette che la sua ordinanza giungerà a conclusioni molto diverse da quelle della Procura di Roma. Il giudice a luglio aveva respinto la richiesta di archiviazione dei pm per Tiziano Renzi (accusato di traffico di influenze illecite) e altri nove, tra cui l'ex ministro Luca Lotti (per l'imputazione di rivelazione di segreto), l'imprenditore napoletano Alfredo Romeo e l'ex parlamentare di Futuro e libertà Italo Bocchino.
Secondo voci di corridoio negli ultimi giorni la toga siciliana avrebbe limato gli ultimi punti di una robusta ordinanza. La lunga incubazione del provvedimento e la sua ipotizzata corposità (solitamente l'accoglimento di una richiesta di archiviazione è un atto stringato) fanno ipotizzare a molti che il gup potrebbe disporre il rinvio giudizio coatto di gran parte degli indagati. Del resto aveva già preso questa decisione controcorrente nel processo al broker di Carlo De Benedetti, quel Gianluca Bolengo che aveva scommesso sulle azioni delle banche Popolari dopo che lo stesso De Benedetti aveva appreso a Palazzo Chigi dall'allora premier Matteo Renzi che stava per essere licenziato un decreto sul tema. Grazie a quell'imbeccata l'ex patron del gruppo Gedi portò a casa una bella plusvalenza da 600.000 euro.
Per il pm napoletano Henry John Woodcock e il maggiore Gianpaolo Scafarto tra Renzi senior e Romeo ci sarebbero stati incontri e promesse di denaro per il ruolo di facilitatore di Tiziano. I magistrati di Roma, invece, hanno chiesto ben due volte il proscioglimento di babbo Renzi e dei suoi coindagati, l'ultima nell'ottobre scorso, dopo un supplemento di investigazioni. Per gli inquirenti capitolini «non sono stati individuati elementi da cui inferire la conoscenza e la condivisione da parte di Tiziano Renzi delle trattative che Russo stava conducendo con Romeo anche a suo nome», ovvero un contratto da 30.000 euro al mese per il babbo e di 5.000 ogni 60 giorni per Russo per il loro ruolo di lobbisti.
Eppure, come ha certo notato anche il gup, «un probabile incontro» tra Romeo e Renzi ci sarebbe stato, nel luglio del 2015. I carabinieri sono riusciti, incrociando le celle telefoniche a individuare un abboccamento del terzetto a Firenze, mentre non sono riusciti a stabilire con certezza incroci tra i tre a Roma, per la vastità dell'area coperta dai ripetitori, almeno inizialmente.
Che il babbo e l'imprenditore si siano visti sarebbe confermato anche dalle chat estratte dal cellulare di Russo (a Tiziano gli inquirenti non hanno sequestrato il telefonino) che registravano «le buone impressioni» che Romeo e Renzi senior avrebbero tratto l'uno dell'altro.
Qualunque sarà la decisione di Sturzo, il padre dell'ex Rottamatore è il convitato di pietra, seppur non imputato, anche nel filone dell'inchiesta già approdata a processo e che vede alla sbarra Lotti e i generali in pensione Emanuele Saltalamacchia e Tullio Del Sette (i primi due accusati di favoreggiamento all'ex ad di Consip Luigi Marroni, il terzo anche di rivelazione di segreto). Infatti in aula verranno ascoltati decine di testimoni e alcuni di loro dovranno rispondere a domande riguardanti anche Renzi senior e gli scoop della Verità. In un articolo del novembre 2016 avevamo rivelato che Tiziano aveva ricevuto una soffiata su un'inchiesta a suo carico e avevamo scritto che aveva «convocato l'amico sindaco di Rignano Daniele Lorenzini e vari politici del Pd, compresi diversi collaboratori del figlio» per condividere con loro le sue preoccupazioni. Dopo il nostro articolo i carabinieri del Noe piazzarono delle cimici nel giardino della villa dei genitori dell'ex premier Matteo Renzi e Lorenzini è stato sentito due volte su questo punto ed è stato inserito dal pm Mario Palazzi nella lista dell'accusa. Il primo cittadino, oltre a confermare quanto da noi scritto, aggiunse che Tiziano Renzi «temeva di essere arrestato» e che a una grigliata era stato consigliato dal generale Saltalamacchia «di non parlare al telefono».
L'altro nostro scoop finito al centro delle indagini riguarda l'ex tesoriere del Pd campano Alfredo Mazzei. A fine dicembre 2016 il commercialista ci raccontò di una cena a cui avrebbero partecipato l'imprenditore Romeo, Renzi senior e l'aspirante faccendiere Carlo Russo, all'epoca stretto collaboratore del babbo. Dopo quell'intervista Mazzei fu convocato dai carabinieri e successivamente venne sentito dai magistrati di Roma, ai quali confermò: «Romeo mi raccontò che il Russo aveva organizzato un pranzo o una cena in un ristorante di Roma, a cui, oltre che lo stesso Russo, vi era il Renzi Tiziano». Il 10 ottobre 2017 Mazzei ha riferito ulteriori particolari: «Romeo mi disse di essere rimasto sorpreso dalle modalità e dal luogo dell'incontro: lo avevano portato (non specificò chi) in un palazzo a Roma e, varcato il portone, erano usciti da un ingresso secondario che affacciava su una diversa strada, ove vi era un locale, piuttosto disadorno, nel quale aveva incontrato Carlo Russo e Tiziano Renzi». I magistrati capitolini non hanno considerato tutti questi elementi sufficienti a chiedere il rinvio a giudizio di Renzi senior. Il giudice Sturzo potrebbe essere di diversa opinione.
Babbo e mamma del Bullo verso il processo pure per i crac delle coop
Il procedimento per il fallimento delle tre cooperative che ruotavano attorno ai Renzi, la Delivery service Italia, la Europe service e la Marmodiv, approda all'udienza preliminare. Il gup, su richiesta della Procura di Firenze, ha fissato la camera di consiglio per il 9 giugno. Gli imputati sono 18. E tra loro ci sono i genitori del già Rottamatore, babbo Tiziano e mamma Laura, e la galassia che gli girava intorno. L'inchiesta, coordinata dal pm Luca Turco, è quella che esattamente un anno fa portò i genitori del leader di Italia viva ai domiciliari per 18 giorni.
Ai due, come da avviso di conclusione delle indagini preliminari che fu notificato all'indomani della Leopolda, viene contestato l'utilizzo e l'emissione di fatture per circa 390.000 euro che avrebbero prodotto un'evasione, tra Iva non pagata, Ires e Irap, di circa 204.000 euro. Curioso che la contestazione sia arrivata proprio mentre il leader di Italia viva stava battagliando per alzare la soglia oltre la quale per gli evasori scatterebbero le manette.
La prima accusa è quella di aver cagionato in modo doloso il crac della Delivery service Italia, dichiarata fallita il 17 giugno 2015. Per quel crac sono indagati, oltre ai genitori, considerati amministratori di fatto, anche gli ex componenti del cda: si va da Pier Giovanni Spiteri, amico fotografo della famiglia Renzi, a Roberto Bargilli, ex autista del camper del fu Rottamatore alle primarie per la carica di segretario del Pd, da Simone Verdolin a Pasqualino Furii (altro storico collaboratore del babbo con precedenti per bancarotta). Nell'elenco compaiono anche Mariano Massone e la moglie Giovanna Gambino, accusati pure loro di essere stati per un periodo amministratori di fatto. La coppia ha collaborato per anni con i genitori dell'ex premier in diverse avventure imprenditoriali.
Per quanto riguarda la Europe service, fallita ad aprile 2018, invece i Renzi, indicati come «amministratori di fatto fino a dicembre 2012», sono accusati di aver sottratto, «con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori», i libri e le altre scritture contabili. La maggior parte degli indagati è sotto accusa anche per la gestione della Marmodiv, dichiarata fallita nel marzo 2019. Per esempio i coniugi Renzi e Spiteri nella dichiarazione Iva del 2015 e nel modello Unico dello stesso anno presentato ai fini Ires avrebbero inserito 32 fatture considerate dall'accusa fittizie e utilizzate per abbattere gli utili. Giuseppe Mincuzzi, presidente del cda fino al marzo 2018, babbo Renzi, Massone e il genovese Massimiliano Di Palma (legale rappresentante della Dmp Italia) avrebbero infine aggravato, secondo i magistrati, il dissesto della società con una «colpa grave». Quale? Durante la procedura prefallimentare avrebbero stipulato un contratto di cessione di ramo d'azienda della Marmodiv in favore della Dmp Italia, ma non vi avrebbero dato esecuzione, non trasferendo i dipendenti all'acquirente, né saldando i debiti entro il 31 dicembre 2018. I costi di gestione sarebbero rimasti a carico della Marmodiv, che addirittura avrebbe fornito servizi alla Dmp Italia senza conseguire alcun ricavo. L'unico ad uscire di scena è l'avvocato Luca Mirco, già presidente della Marmodiv, che compariva nell'avviso di chiusura indagini e che non è nell'elenco degli imputati. Le sue memorie difensive devono aver convinto la Procura ad avanzare una richiesta di archiviazione.
Tutti gli altri dovranno presentarsi in tribunale il 9 giugno. La richiesta di rinvio a giudizio non ha sorpreso i difensori dei coniugi Renzi, gli avvocati Federico Bagattini e Lorenzo Pellegrini, che hanno dichiarato: «Era ampiamente scontata, trattandosi della questione per la quale i Renzi sono stati arrestati, provvedimento poi annullato dal Tribunale del riesame». Che, però, nelle motivazioni confermò l'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza. «Nel merito», comunque, sostengono gli avvocati, «siamo assolutamente convinti che in sede processuale dimostreremo come non vi sia alcun nesso tra il fallimento della Marmodiv e l'attività dei Renzi, che erano clienti e non amministratori». Ora sarà il giudice a stabilirlo.
Continua a leggereRiduci
A luglio era stata respinta l'archiviazione chiesta dalla Procura: secondo indiscrezioni è possibile il rinvio a giudizio. Il procedimento riguarda anche Luca Lotti (già alla sbarra nel filone principale), Alfredo Romeo e Italo Bocchino.Babbo e mamma del Bullo verso il processo pure per i crac delle coop. A Firenze indagini sul fallimento della Delivery service Italia, della Europe service e della Marmodiv. Udienza il 9 giugno.Lo speciale comprende due articoli. In queste ore è attesa la decisione del giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Gaspare Sturzo sulla vicenda Consip e c'è chi scommette che la sua ordinanza giungerà a conclusioni molto diverse da quelle della Procura di Roma. Il giudice a luglio aveva respinto la richiesta di archiviazione dei pm per Tiziano Renzi (accusato di traffico di influenze illecite) e altri nove, tra cui l'ex ministro Luca Lotti (per l'imputazione di rivelazione di segreto), l'imprenditore napoletano Alfredo Romeo e l'ex parlamentare di Futuro e libertà Italo Bocchino. Secondo voci di corridoio negli ultimi giorni la toga siciliana avrebbe limato gli ultimi punti di una robusta ordinanza. La lunga incubazione del provvedimento e la sua ipotizzata corposità (solitamente l'accoglimento di una richiesta di archiviazione è un atto stringato) fanno ipotizzare a molti che il gup potrebbe disporre il rinvio giudizio coatto di gran parte degli indagati. Del resto aveva già preso questa decisione controcorrente nel processo al broker di Carlo De Benedetti, quel Gianluca Bolengo che aveva scommesso sulle azioni delle banche Popolari dopo che lo stesso De Benedetti aveva appreso a Palazzo Chigi dall'allora premier Matteo Renzi che stava per essere licenziato un decreto sul tema. Grazie a quell'imbeccata l'ex patron del gruppo Gedi portò a casa una bella plusvalenza da 600.000 euro. Per il pm napoletano Henry John Woodcock e il maggiore Gianpaolo Scafarto tra Renzi senior e Romeo ci sarebbero stati incontri e promesse di denaro per il ruolo di facilitatore di Tiziano. I magistrati di Roma, invece, hanno chiesto ben due volte il proscioglimento di babbo Renzi e dei suoi coindagati, l'ultima nell'ottobre scorso, dopo un supplemento di investigazioni. Per gli inquirenti capitolini «non sono stati individuati elementi da cui inferire la conoscenza e la condivisione da parte di Tiziano Renzi delle trattative che Russo stava conducendo con Romeo anche a suo nome», ovvero un contratto da 30.000 euro al mese per il babbo e di 5.000 ogni 60 giorni per Russo per il loro ruolo di lobbisti.Eppure, come ha certo notato anche il gup, «un probabile incontro» tra Romeo e Renzi ci sarebbe stato, nel luglio del 2015. I carabinieri sono riusciti, incrociando le celle telefoniche a individuare un abboccamento del terzetto a Firenze, mentre non sono riusciti a stabilire con certezza incroci tra i tre a Roma, per la vastità dell'area coperta dai ripetitori, almeno inizialmente. Che il babbo e l'imprenditore si siano visti sarebbe confermato anche dalle chat estratte dal cellulare di Russo (a Tiziano gli inquirenti non hanno sequestrato il telefonino) che registravano «le buone impressioni» che Romeo e Renzi senior avrebbero tratto l'uno dell'altro. Qualunque sarà la decisione di Sturzo, il padre dell'ex Rottamatore è il convitato di pietra, seppur non imputato, anche nel filone dell'inchiesta già approdata a processo e che vede alla sbarra Lotti e i generali in pensione Emanuele Saltalamacchia e Tullio Del Sette (i primi due accusati di favoreggiamento all'ex ad di Consip Luigi Marroni, il terzo anche di rivelazione di segreto). Infatti in aula verranno ascoltati decine di testimoni e alcuni di loro dovranno rispondere a domande riguardanti anche Renzi senior e gli scoop della Verità. In un articolo del novembre 2016 avevamo rivelato che Tiziano aveva ricevuto una soffiata su un'inchiesta a suo carico e avevamo scritto che aveva «convocato l'amico sindaco di Rignano Daniele Lorenzini e vari politici del Pd, compresi diversi collaboratori del figlio» per condividere con loro le sue preoccupazioni. Dopo il nostro articolo i carabinieri del Noe piazzarono delle cimici nel giardino della villa dei genitori dell'ex premier Matteo Renzi e Lorenzini è stato sentito due volte su questo punto ed è stato inserito dal pm Mario Palazzi nella lista dell'accusa. Il primo cittadino, oltre a confermare quanto da noi scritto, aggiunse che Tiziano Renzi «temeva di essere arrestato» e che a una grigliata era stato consigliato dal generale Saltalamacchia «di non parlare al telefono».L'altro nostro scoop finito al centro delle indagini riguarda l'ex tesoriere del Pd campano Alfredo Mazzei. A fine dicembre 2016 il commercialista ci raccontò di una cena a cui avrebbero partecipato l'imprenditore Romeo, Renzi senior e l'aspirante faccendiere Carlo Russo, all'epoca stretto collaboratore del babbo. Dopo quell'intervista Mazzei fu convocato dai carabinieri e successivamente venne sentito dai magistrati di Roma, ai quali confermò: «Romeo mi raccontò che il Russo aveva organizzato un pranzo o una cena in un ristorante di Roma, a cui, oltre che lo stesso Russo, vi era il Renzi Tiziano». Il 10 ottobre 2017 Mazzei ha riferito ulteriori particolari: «Romeo mi disse di essere rimasto sorpreso dalle modalità e dal luogo dell'incontro: lo avevano portato (non specificò chi) in un palazzo a Roma e, varcato il portone, erano usciti da un ingresso secondario che affacciava su una diversa strada, ove vi era un locale, piuttosto disadorno, nel quale aveva incontrato Carlo Russo e Tiziano Renzi». I magistrati capitolini non hanno considerato tutti questi elementi sufficienti a chiedere il rinvio a giudizio di Renzi senior. Il giudice Sturzo potrebbe essere di diversa opinione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-arrivo-la-decisione-del-magistrato-su-tiziano-renzi-per-il-caso-consip-2645128330.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="babbo-e-mamma-del-bullo-verso-il-processo-pure-per-i-crac-delle-coop" data-post-id="2645128330" data-published-at="1780935133" data-use-pagination="False"> Babbo e mamma del Bullo verso il processo pure per i crac delle coop Il procedimento per il fallimento delle tre cooperative che ruotavano attorno ai Renzi, la Delivery service Italia, la Europe service e la Marmodiv, approda all'udienza preliminare. Il gup, su richiesta della Procura di Firenze, ha fissato la camera di consiglio per il 9 giugno. Gli imputati sono 18. E tra loro ci sono i genitori del già Rottamatore, babbo Tiziano e mamma Laura, e la galassia che gli girava intorno. L'inchiesta, coordinata dal pm Luca Turco, è quella che esattamente un anno fa portò i genitori del leader di Italia viva ai domiciliari per 18 giorni. Ai due, come da avviso di conclusione delle indagini preliminari che fu notificato all'indomani della Leopolda, viene contestato l'utilizzo e l'emissione di fatture per circa 390.000 euro che avrebbero prodotto un'evasione, tra Iva non pagata, Ires e Irap, di circa 204.000 euro. Curioso che la contestazione sia arrivata proprio mentre il leader di Italia viva stava battagliando per alzare la soglia oltre la quale per gli evasori scatterebbero le manette. La prima accusa è quella di aver cagionato in modo doloso il crac della Delivery service Italia, dichiarata fallita il 17 giugno 2015. Per quel crac sono indagati, oltre ai genitori, considerati amministratori di fatto, anche gli ex componenti del cda: si va da Pier Giovanni Spiteri, amico fotografo della famiglia Renzi, a Roberto Bargilli, ex autista del camper del fu Rottamatore alle primarie per la carica di segretario del Pd, da Simone Verdolin a Pasqualino Furii (altro storico collaboratore del babbo con precedenti per bancarotta). Nell'elenco compaiono anche Mariano Massone e la moglie Giovanna Gambino, accusati pure loro di essere stati per un periodo amministratori di fatto. La coppia ha collaborato per anni con i genitori dell'ex premier in diverse avventure imprenditoriali. Per quanto riguarda la Europe service, fallita ad aprile 2018, invece i Renzi, indicati come «amministratori di fatto fino a dicembre 2012», sono accusati di aver sottratto, «con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori», i libri e le altre scritture contabili. La maggior parte degli indagati è sotto accusa anche per la gestione della Marmodiv, dichiarata fallita nel marzo 2019. Per esempio i coniugi Renzi e Spiteri nella dichiarazione Iva del 2015 e nel modello Unico dello stesso anno presentato ai fini Ires avrebbero inserito 32 fatture considerate dall'accusa fittizie e utilizzate per abbattere gli utili. Giuseppe Mincuzzi, presidente del cda fino al marzo 2018, babbo Renzi, Massone e il genovese Massimiliano Di Palma (legale rappresentante della Dmp Italia) avrebbero infine aggravato, secondo i magistrati, il dissesto della società con una «colpa grave». Quale? Durante la procedura prefallimentare avrebbero stipulato un contratto di cessione di ramo d'azienda della Marmodiv in favore della Dmp Italia, ma non vi avrebbero dato esecuzione, non trasferendo i dipendenti all'acquirente, né saldando i debiti entro il 31 dicembre 2018. I costi di gestione sarebbero rimasti a carico della Marmodiv, che addirittura avrebbe fornito servizi alla Dmp Italia senza conseguire alcun ricavo. L'unico ad uscire di scena è l'avvocato Luca Mirco, già presidente della Marmodiv, che compariva nell'avviso di chiusura indagini e che non è nell'elenco degli imputati. Le sue memorie difensive devono aver convinto la Procura ad avanzare una richiesta di archiviazione. Tutti gli altri dovranno presentarsi in tribunale il 9 giugno. La richiesta di rinvio a giudizio non ha sorpreso i difensori dei coniugi Renzi, gli avvocati Federico Bagattini e Lorenzo Pellegrini, che hanno dichiarato: «Era ampiamente scontata, trattandosi della questione per la quale i Renzi sono stati arrestati, provvedimento poi annullato dal Tribunale del riesame». Che, però, nelle motivazioni confermò l'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza. «Nel merito», comunque, sostengono gli avvocati, «siamo assolutamente convinti che in sede processuale dimostreremo come non vi sia alcun nesso tra il fallimento della Marmodiv e l'attività dei Renzi, che erano clienti e non amministratori». Ora sarà il giudice a stabilirlo.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
Continua a leggereRiduci
Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
Continua a leggereRiduci
iStock
Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
Continua a leggereRiduci