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2026-02-13
«Carcere a vita, come fate a dormire?». Le famiglie braccano i coniugi Moretti
Jacques e Jessica Moretti (Ansa)
La coppia era diretta agli uffici della Procura di Sion dove, ieri mattina era previsto l’interrogatorio di Jessica. I due erano scortati soltanto dal loro avvocato e da un agente di polizia e all’ingresso hanno trovato ad attenderli decine di persone.
In un attimo sono stati circondati dalla folla e sospinti contro un muro, costretti a guardare in faccia chi ha vissuto un dolore immenso a causa di una tragedia che poteva non accadere.
Una aggressione quasi fisica, che nessuno, di fatto, ha cercato di contenere, durata diversi minuti e accompagnata dallo strazio e dalle lacrime: «Avete ucciso mio figlio. È bruciato vivo», «Come fate a mangiare, a dormire a respirare? Dov’è mio figlio? Dov’è?», «Guardami negli occhi: avete ucciso mio fratello», «Siete vergognosi», «Dovete stare in carcere a vita», «Dovete pagare caro», «Con 200.000 franchi non si compra una vita». Sono solo alcune delle parole e delle frasi urlate in faccia ai due che, con fatica, cambiando più volte direzione, hanno raggiunto l’ingresso della Procura.
Jessica, con il volto trasfigurato in una maschera di tensione è quasi caduta a terra per un mancamento, mentre il marito, che la sosteneva e la guidava, è rimasto presente a sé stesso nonostante la pressione anche fisica dei presenti, tra cui anche alcuni ragazzini fratelli e sorelle delle vittime, che gli impedivano di procedere: «Ci assumeremo le nostre responsabilità, ve lo prometto. Siamo qui per la giustizia. Siamo con voi», ha ripetuto più volte rivolgendosi ai parenti con fermezza. Solo una frase lo ha fatto trasalire: «Siete mafiosi, avete pagato 200.000 franchi e tutto è finito», ha gridato una donna che gli si era avvicinata fino a trovarsi a pochi centimetri di distanza. «Non c’è nessuna mafia», ha reagito subito Jaques «siamo lavoratori».
I genitori dei giovani bruciati vivi a Crans si erano dati appuntamento, tramite le piattaforme social, già da qualche giorno. Aspettavano l’interrogatorio di Jessica come il momento giusto per «farsi guardare negli occhi». Jaques e Jessica sapevano cosa li avrebbe aspettati: «Ci siamo impegnati a rispondere alle domande dei famigliari. È per questo che oggi siamo passati davanti alle famiglie, poiché sapevamo che c’era un raduno», ha spiegato la donna appena raggiunta l’aula dell’audizione organizzata, come per il marito due giorni fa, alla presenza dei legali delle vittime chiamati, tutti insieme, a fare domande dirette. «Sapevamo che le famiglie desideravano incontrarci. Comprendiamo la vostra rabbia, il vostro odio. Ribadisco che saremo presenti per rispondere a qualsiasi domanda», ha aggiunto. E così, in effetti, è stato. Con ammissioni che, però, invece di stemperare la realtà l’hanno resa ancor più difficile da accettare. Jessica infatti, non solo ha ammesso che nel locale - adibito senza licenza a discoteca e ricavato in un seminterrato - «non erano mai state fatte prove di evacuazione», perché «nessuno ci ha mai detto che dovevamo farle», ma soprattutto ha confermato il più grave dei sospetti che pesano su di lei: quando ha visto il fuoco, Jessica è scappata.
All’avvocato di una delle vittime che le ha fatto la domanda diretta, chiedendole perché si fosse «subito precipitata all’esterno del locale», la donna ha risposto: «Non si può andare contro un incendio. La mia priorità era dare l’allarme, far evacuare le persone e chiamare i pompieri il più rapidamente possibile» e ha aggiunto: «Io stessa sono figlia di un pompiere ed è il mio riflesso», riportando alla memoria di tutti questa beffa del destino.
Entrando nei dettagli, poi, la donna, tra le altre cose, ha sostenuto di aver ingaggiato per la serata due buttafuori, mentre dai documenti raccolti fino ad oggi ne risulterebbe soltanto uno formalmente incaricato. Il tema dei buttafuori non è di poco conto ed è emerso spesso nei racconti dei sopravvissuti, compreso quello reso dalla ventinovenne Eleonora Palmieri, originaria di Cattolica, rimasta ferita e ustionata nell’incendio e ascoltata due giorni fa nell’ambito dell’inchiesta parallela aperta dalla Procura di Roma. Anche lei, secondo quanto emerso, avrebbe ricordato un aspetto inquietante della dinamica dell’incendio e cioè il fatto che molti giovani si sono trovati coinvolti nel rogo perché il buttafuori incaricato di controllare gli ingressi al piano di sopra, avvisato della presenza del fuoco da una cameriera, si sarebbe precipitato al piano di sotto senza avvisare le decine di persone che erano in fila, in attesa di entrare. A quel punto, vedendo l’ingresso libero molti ragazzi si sono diretti verso le scale interne, impedendo di fatto la fuga di chi veniva dal basso anche perché colpiti a loro volta dalle ondate di calore e dai fumi tossici. Come purtroppo è noto, tutto si è svolto in pochissimi secondi e ogni azione avrebbe potuto fare la differenza, per tanti, tra la vita e la morte.
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Momenti di tensione ieri a Sion all’arrivo dei due in tribunale. Jessica Moretti ammette: «Mai state fatte le prove di evacuazione».Una scena drammatica e cruda, dove il dolore, la rabbia e l’odio sono usciti sotto forma di grida e insulti, dalla gola di chi, nella strage di Crans-Montana, ha perso un figlio, un fratello, un giovane amico. Jessica e Jaques Moretti sono stati assaliti, ieri mattina, dai parenti delle vittime del rogo di Capodanno scoppiato nel loro locale, Le Constellation, costato la vita a 41 giovanissimi e gravi sofferenze ad altri 115, rimasti gravemente ustionati.La coppia era diretta agli uffici della Procura di Sion dove, ieri mattina era previsto l’interrogatorio di Jessica. I due erano scortati soltanto dal loro avvocato e da un agente di polizia e all’ingresso hanno trovato ad attenderli decine di persone. In un attimo sono stati circondati dalla folla e sospinti contro un muro, costretti a guardare in faccia chi ha vissuto un dolore immenso a causa di una tragedia che poteva non accadere. Una aggressione quasi fisica, che nessuno, di fatto, ha cercato di contenere, durata diversi minuti e accompagnata dallo strazio e dalle lacrime: «Avete ucciso mio figlio. È bruciato vivo», «Come fate a mangiare, a dormire a respirare? Dov’è mio figlio? Dov’è?», «Guardami negli occhi: avete ucciso mio fratello», «Siete vergognosi», «Dovete stare in carcere a vita», «Dovete pagare caro», «Con 200.000 franchi non si compra una vita». Sono solo alcune delle parole e delle frasi urlate in faccia ai due che, con fatica, cambiando più volte direzione, hanno raggiunto l’ingresso della Procura. Jessica, con il volto trasfigurato in una maschera di tensione è quasi caduta a terra per un mancamento, mentre il marito, che la sosteneva e la guidava, è rimasto presente a sé stesso nonostante la pressione anche fisica dei presenti, tra cui anche alcuni ragazzini fratelli e sorelle delle vittime, che gli impedivano di procedere: «Ci assumeremo le nostre responsabilità, ve lo prometto. Siamo qui per la giustizia. Siamo con voi», ha ripetuto più volte rivolgendosi ai parenti con fermezza. Solo una frase lo ha fatto trasalire: «Siete mafiosi, avete pagato 200.000 franchi e tutto è finito», ha gridato una donna che gli si era avvicinata fino a trovarsi a pochi centimetri di distanza. «Non c’è nessuna mafia», ha reagito subito Jaques «siamo lavoratori».I genitori dei giovani bruciati vivi a Crans si erano dati appuntamento, tramite le piattaforme social, già da qualche giorno. Aspettavano l’interrogatorio di Jessica come il momento giusto per «farsi guardare negli occhi». Jaques e Jessica sapevano cosa li avrebbe aspettati: «Ci siamo impegnati a rispondere alle domande dei famigliari. È per questo che oggi siamo passati davanti alle famiglie, poiché sapevamo che c’era un raduno», ha spiegato la donna appena raggiunta l’aula dell’audizione organizzata, come per il marito due giorni fa, alla presenza dei legali delle vittime chiamati, tutti insieme, a fare domande dirette. «Sapevamo che le famiglie desideravano incontrarci. Comprendiamo la vostra rabbia, il vostro odio. Ribadisco che saremo presenti per rispondere a qualsiasi domanda», ha aggiunto. E così, in effetti, è stato. Con ammissioni che, però, invece di stemperare la realtà l’hanno resa ancor più difficile da accettare. Jessica infatti, non solo ha ammesso che nel locale - adibito senza licenza a discoteca e ricavato in un seminterrato - «non erano mai state fatte prove di evacuazione», perché «nessuno ci ha mai detto che dovevamo farle», ma soprattutto ha confermato il più grave dei sospetti che pesano su di lei: quando ha visto il fuoco, Jessica è scappata.All’avvocato di una delle vittime che le ha fatto la domanda diretta, chiedendole perché si fosse «subito precipitata all’esterno del locale», la donna ha risposto: «Non si può andare contro un incendio. La mia priorità era dare l’allarme, far evacuare le persone e chiamare i pompieri il più rapidamente possibile» e ha aggiunto: «Io stessa sono figlia di un pompiere ed è il mio riflesso», riportando alla memoria di tutti questa beffa del destino. Entrando nei dettagli, poi, la donna, tra le altre cose, ha sostenuto di aver ingaggiato per la serata due buttafuori, mentre dai documenti raccolti fino ad oggi ne risulterebbe soltanto uno formalmente incaricato. Il tema dei buttafuori non è di poco conto ed è emerso spesso nei racconti dei sopravvissuti, compreso quello reso dalla ventinovenne Eleonora Palmieri, originaria di Cattolica, rimasta ferita e ustionata nell’incendio e ascoltata due giorni fa nell’ambito dell’inchiesta parallela aperta dalla Procura di Roma. Anche lei, secondo quanto emerso, avrebbe ricordato un aspetto inquietante della dinamica dell’incendio e cioè il fatto che molti giovani si sono trovati coinvolti nel rogo perché il buttafuori incaricato di controllare gli ingressi al piano di sopra, avvisato della presenza del fuoco da una cameriera, si sarebbe precipitato al piano di sotto senza avvisare le decine di persone che erano in fila, in attesa di entrare. A quel punto, vedendo l’ingresso libero molti ragazzi si sono diretti verso le scale interne, impedendo di fatto la fuga di chi veniva dal basso anche perché colpiti a loro volta dalle ondate di calore e dai fumi tossici. Come purtroppo è noto, tutto si è svolto in pochissimi secondi e ogni azione avrebbe potuto fare la differenza, per tanti, tra la vita e la morte.
Piero Amara (Ansa)
Il procedimento entrerà a marzo in una fase cruciale: dopo l’esame degli imputati, si passerà all’istruttoria delle difese, con l’ascolto dei testimoni indicati, a partire da quelli chiesti dallo stesso Amara. Una lista che contiene nomi di primo piano e che punta a ricostruire un contesto di relazioni e interlocuzioni che, secondo la difesa, sarebbe stato alla base delle dichiarazioni poi contestate.
Riemerge così la vicenda Eni–Blue Power. In questo quadro è stato indicato come testimone Massimo D’Alema, chiamato a riferire sui rapporti tra Eni e Blue Power e su ipotesi di transazione legate a quel contenzioso. Negli atti compaiono anche figure considerate vicine o interlocutrici dell’ex premier, come Roberto De Santis, Alessandro Casali e Giuseppe Calafiore, oltre al richiamo all’ambiente della Fondazione Italianieuropei, indicato come luogo di incontri e relazioni personali e professionali. La difesa di Amara sostiene che quelle interlocuzioni rientravano in tentativi di gestione di un contenzioso economico; l’accusa ne mette in discussione portata e significato.
Il riferimento costante è al processo Opl 245, conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati, tra cui i vertici di Eni, e successivamente con la condanna in appello dei pubblici ministeri titolari dell’accusa, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, per omissioni e violazioni nella gestione delle prove.
Al centro della ricostruzione difensiva resta anche il conflitto con Vincenzo Armanna, già inattendibile teste d’accusa nel procedimento Opl. Secondo Amara, Armanna avrebbe avuto un ruolo determinante nell’innescare una strategia di delegittimazione dei vertici Eni; per l’accusa, invece, sarebbe stato Amara a reagire costruendo una narrazione sempre più ampia, fino a evocare una rete occulta capace di condizionare magistratura e istituzioni. Tra i testimoni indicati figura anche Luigi Zingales, ex consigliere di amministrazione di Eni. Particolarmente delicata è la richiesta di ascoltare Matteo Piantedosi, oggi ministro dell’Interno, indicato come testimone su un presunto incontro istituzionale con Amara e Filippo Paradiso: per la difesa dimostrerebbe la natura formale di alcune interlocuzioni, mentre l’accusa ne ridimensiona la rilevanza rispetto all’impianto del falso complotto.
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