E il 18 febbraio, il Consiglio generale del gruppo ha confermato al cardinale Víctor Manuel Fernández anche il rifiuto di un dialogo «specificatamente teologico», proposto da Roma. Nel frattempo, in Germania, si è compiuto il percorso sinodale della Chiesa tedesca, zeppo di controversie, dal tema dell’omosessualità a quello del sacerdozio femminile. E ora i riformatori attendono un eventuale beneplacito dal Papa. È una crisi che segna un primo banco di prova per il nuovo Papa. Ne abbiamo parlato con don Nicola Bux, teologo, liturgista e già stretto collaboratore di Joseph Ratzinger.
Cosa sta succedendo? Si sta ormai disgregando l’unità dei cattolici?
«Alla radice della crisi attuale c’è l’idea di Chiesa: s’è perso il senso cattolico della realtà ecclesiale. Da molti dentro la Chiesa non si crede più che sia stata voluta dal Signore stesso, ma sia creata da noi e che quindi noi stessi la possiamo riorganizzare liberamente secondo le esigenze del momento. Così pensava Ratzinger già nel 1985, nel noto Rapporto sulla fede, pubblicato con Vittorio Messori. Un po’ alla maniera delle “free churches” americane, ben oltre il modello protestante».
Siamo giunti a questo punto?
«Ora, fra i teologi, va in giro l’idea - sconosciuta alla dottrina - che la Chiesa è per sua natura “sinodale”, quando nel Credo la si professa: una, santa, cattolica, apostolica. Se la Chiesa è vista come una costruzione umana, anche i contenuti della fede diventano arbitrari. Inoltre, la Chiesa non è un “collettivo”, anche quando la si descrive come popolo di Dio, perché è ben più della somma dei suoi membri, essendo il “Corpo di Cristo”, secondo l’espressione paolina. La sua struttura profonda e ineliminabile non è democratica ma sacramentale, dunque gerarchica: perché la gerarchia - dal greco “sacro principio” - basata sulla successione apostolica è condizione indispensabile per raggiungere la forza, la realtà del sacramento. Hanno riflettuto su questo i fautori del Sinodo tedesco e della Fraternità Sacerdotale San Pio X? Spero che il Papa lo ricordi loro e ottenga un ripensamento a partire dalla verità di fondo: la Chiesa è una comunione, come recita un testo straordinario del cardinale domenicano Jerome Hamer».
Come potrà Leone ricucire gli strappi?
«Riformare la Chiesa veramente significa darci da fare per far sparire nella maggior misura possibile ciò che è nostro, così che meglio appaia ciò che è Suo, di Cristo. Papa Leone l’ha ricordato ai cardinali all’indomani della sua elezione. È una verità che ben conobbero i santi: i quali, infatti, rinnovarono in profondo la Chiesa non predisponendo nuove strutture ma convertendo sé stessi. Non di management ma di santità ha bisogno la Chiesa per rispondere ai bisogni dell’uomo. Così la pensava Ratzinger. San Francesco, in questo ottavo centenario del suo transito da questo mondo al Cielo, lo ispiri a molti ecclesiastici e laici. Questa è la dottrina perenne, che non produce strappi nella tunica inconsutile di Gesù Cristo».
Qualcuno pensa che ci sia bisogno di innovare un’istituzione ormai vecchia.
«La tradizione, da san Vincenzo di Lerins a san John Henry Newman, è uno sviluppo organico, non un fossile: è la continuità dell’unico soggetto Chiesa, che è lo stesso di prima del Concilio Vaticano II. Gli sviluppi organici, in continuità portano al rinnovamento continuo, le rotture invece portano alla dissoluzione quelli che le provocano, basta vedere i mondi ortodossi, anglicani e protestanti, l’un contro l’altro armati. Che amarezza!».
Intravede possibilità di una nuova liberalizzazione della messa in latino, dopo la stretta di Francesco?
«Sì, se si supera l’affermazione, priva di fondamento storico, del primo articolo del motu proprio Traditionis custodes: “I libri liturgici promulgati dopo il Vaticano II sono l’unica espressione della lex orandi del rito romano”».
Qui, per comprendere, ci occorre tutto il suo sapere di liturgista.
«Nel rito romano sono nate le varie forme in uso presso gli ordini religiosi e nella curia romana, costituendo la famiglia rituale latina con gli altri riti occidentali. Chi conosce le forme liturgiche orientali, poi, sa che esiste diversità fra le Chiese e all’interno di ciascuna di esse. Con il motu proprio Summorum Pontificum, Benedetto XVI intese ripristinare il rito romano antico mai giuridicamente abrogato ma, salvo indulti individuali, proibito da sessant’anni. Così applicò l’intenzione del concilio Vaticano II di salvaguardare “le legittime diversità” e, nello stesso tempo “l’unità sostanziale del rito romano” (SC 38)».
E poi?
«La medesima strada è stata indicata dai vescovi che hanno risposto al questionario del 2020 della Congregazione per la Dottrina della fede, mettendo in evidenza, con alcuni aspetti critici, quelli di gran lunga positivi della forma straordinaria: attivare forze vive e contribuire a portare pace e unità nella Chiesa; riconoscere i valori liturgico, teologico, catechistico e quello storico che inculca e richiama allo sviluppo organico della tradizione della Chiesa. Alla forma straordinaria va riconosciuto un influsso positivo su quella ordinaria: i sacerdoti che l’apprendono cominciano a celebrare decorosamente anche quella ordinaria, ossia con maggiore fede e disciplina; così pure quanti la studiano nei seminari e nelle Case di formazione religiosa».
Il giro di vite dello scorso pontificato non era adeguatamente giustificato?
«Nella bolla Apostolorum Limina per l’indizione dell’Anno Santo del 1975, Paolo VI affermava: “Noi stimiamo estremamente opportuno che questa opera (la riforma liturgica, ndr) sia riesaminata e riceva nuovi sviluppi”. E Benedetto XVI: “Chi è del parere che non tutto in questa riforma sia riuscito, e che alcune cose siano modificabili o addirittura abbiano bisogno di una revisione, non è, per questo, un nemico del concilio”. Dunque, il cardinal Arthur Roche, nel testo distribuito ai cardinali per il Concistoro, non può sostenere che i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II abbiano consentito e non promosso il rito antico. Né regge l’equazione: accettare la validità del Concilio Vaticano II significa accettare la riforma liturgica. Il testo è contraddittorio: al punto 1 è affermato che la liturgia ha sempre avuto riforme, e al punto 11 rifiuta la varietà di forme perché ritiene la liturgia irriformabile. In verità, c’è un profondo dissenso circa l’essenza della celebrazione liturgica: ciò, purtroppo, avviene perché non si riconoscono a Dio i suoi diritti sulla liturgia, che è sacra proprio per questo».
Nel «metodo Prevost», lei scorge una discontinuità rispetto a Francesco? Attenzione ai paramenti sacri, ripristino degli appartamenti papali, ritorno a Castel Gandolfo, la visita programmata al prossimo Meeting di Rimini…
«Come anzidetto, è giusto che vi sia continuità tra Papi, come tra vescovi e parroci, altrimenti si sarebbe in un terremoto incessante, però ciascun Papa è diverso. In papa Leone XIV lo si nota dai discorsi, in cui è curato l’et et cattolico, per ora. Attendiamo, quindi».
Sui migranti e sull’ambiente, Leone non sembra discostarsi molto dal predecessore. E uno dei suoi primi viaggi sarà a Lampedusa.
«Mi pare, però, che egli abbia chiaro che l’immigrazione è un diritto subordinato a condizioni giuridiche stabilite dall’autorità politica, come recita il Catechismo della Chiesa cattolica (2242). Quanto all’ambiente, sin dal primo discorso in merito, gli ha preferito il termine “creato”: questo fa grande differenza!».
Pochi giorni fa, il Papa ha rivolto al clero di Roma un’osservazione acuta: ci sono fedeli che prendono i sacramenti ma non sono evangelizzati. Da dove origina questa banalizzazione dei sacramenti?
«Benedetto XVI trattò la questione dei cristiani europei, che in realtà si comportavano da neopagani. Dipende dall’incomprensione del fatto che la fede implica la vita morale, a cui si arriva con la grazia donata nei sacramenti. Per esempio: taluni divorziati, che hanno cioè rotto il vincolo matrimoniale, o i conviventi che non l’hanno mai contratto, ritengono ci si possa accostare alla comunione: non pensano che questo sacramento - il nome lo dice - presuppone l’unità; ma se questa è stata rotta o non la si vuole ripristinare, ricevere il sacramento è una contraddizione in termini».
Rispetto a Francesco, che sull’Ucraina si spinse a sostenere tesi ardite come quella del famigerato «abbaiare della Nato alle porte della Russia», la posizione di Leone appare molto più vicina a quella dell’establishment americano. È stato vescovo in Perù, ma è un Papa «occidentale»?
«È occidentale per il fatto che si ispira a sant’Agostino e al suo realismo, quando scrisse la Città di Dio a cui deve guardare quella degli uomini».
Secondo lei, il Vaticano ha fatto bene a evitare il Board of Peace di Donald Trump per Gaza?
«La Santa Sede ha un osservatore in vari organismi internazionali, che notoriamente non conducono attività in linea coi principi e valori cristiani: allora perché fare i puritani col Board per Gaza?».