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2022-04-30
Impennata di arresti cardiaci nei giovani israeliani dopo il vaccino
Ansa
Alla faccia delle miocarditi da vaccino «rare e lievi», come scrivevano i cardiologi italiani lo scorso settembre. Un nuovo studio, condotto su dati israeliani, proietta ombre inquietanti sulle iniezioni anti Covid tra i più giovani. La ricerca - appena pubblicata su Nature - evidenzia un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra i 16 e i 40 anni e in concomitanza con le somministrazioni di prime e seconde dosi.
«Covarianza non è causazione», recita un vecchio adagio delle scienze statistiche. Bisogna tenerlo presente, perché gli scienziati di Boston e Tel Aviv non hanno potuto accertare se i pazienti assistiti avessero il Covid o si fossero sottoposti alla puntura a mRna. I risultati, comunque, alimentano i sospetti: l’incremento di gravi problemi cardiaci, registrato tra gennaio e giugno 2021 rispetto al 2019 e al 2020, è «significativamente associato ai tassi di prime e seconde dosi di vaccino» inoculate, ma non alle infezioni da coronavirus. Tra l’altro, persino in Israele, dove il fenomeno sarà stato accentuato dalla minore età media, a confronto con altre nazioni occidentali (30,4 anni contro i 46,5 italiani); dove i National emergency medical services (Esm) collezionano meticolosamente le informazioni sanitarie; persino lì, «alcuni dei casi potenzialmente rilevanti» potrebbero non esser stati «pienamente investigati». Pensate, allora, quanti ne avrà bucati il nostro lacunoso sistema di farmacovigilanza.
Veniamo ai dettagli. L’analisi uscita su Nature compara il periodo precedente alla comparsa del Sars-Cov-2 (gennaio 2019-febbraio 2020), i mesi di pandemia senza vaccini, da marzo a dicembre 2020 e quelli in cui l’avanzata del virus è corsa in parallelo con la campagna vaccinale (gennaio-giugno 2021). Cosa si riscontra? Un «aumento statisticamente significativo, di più del 25%», sia nelle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, sia in quelle per sindromi coronariche acute. L’incremento ha riguardato maschi e femmine tra 16 e 39 anni, benché, tra le seconde, sia stato ancor più consistente: +31,4% per arresti cardiaci, +40,8% per sindromi coronariche acute.
Osservando le cifre, ci si rende conto che «accresciuti tassi di vaccinazione nel rispettivo gruppo d’età sono associati ad accresciuti numeri nei conteggi settimanali delle chiamate per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute». In sintesi: più iniezioni, più crisi di cuore. Invece, «il modello non ha individuato un’associazione statisticamente significativa tra i tassi d’infezione da Covid-19» e le telefonate ai soccorsi. La maggior frequenza di chiamate, da gennaio 2021, «segue strettamente alla somministrazione della seconda dose dei vaccini», mentre un ulteriore aumento, registrato da aprile di un anno fa, «sembra tenere dietro a un incremento delle vaccinazioni con singola dose ai guariti». È una scoperta da sventolare in faccia al governo dei migliori, che con l’apartheid del green pass si è accanito pure su chi aveva già sconfitto il virus. Ignorando le evidenze sull’efficacia dell’immunità naturale e, a quanto pare, esponendo la popolazione più giovane a effetti collaterali gravi.
Resterebbe da stabilire se gli eventi infausti, censiti in Israele, debbano essere interpretati come nuove manifestazioni avverse correlate alle vaccinazioni, o se si tratti degli strascichi delle già rilevate miocarditi e pericarditi. L’ipotesi formulata dallo studio di Nature è che l’incidenza di arresti cardiaci e sindromi coronariche acute sia «coerente con la nota relazione causale tra vaccini a mRna» e quelle patologie. Le miocarditi asintomatiche, ad esempio, provocano morti improvvise per arresto cardiaco nei giovani. Altre volte, vengono confuse proprio con le sindromi coronariche acute. Fatto sta che le chiamate d’emergenza sono state più per le donne che per gli uomini, sebbene le infiammazioni cardiache post vaccino risultino di solito più numerose tra questi ultimi. È il segnale di una sottodiagnosi delle miocarditi tra le ragazze? Può darsi.
Quel che è certo, è che un esame su una tale mole di dati (30.262 richieste di soccorso per arresti cardiaci e 60.398 per sindromi coronariche acute, di cui, rispettivamente, 945 e 3.945 negli under 40) dovrebbe indurre le autorità a una riflessione. Tecnicamente, si parla di policy implications. L’articolo ne suggerisce un paio.
Primo elemento: i «programmi di sorveglianza sui potenziali effetti collaterali dei vaccini e sugli esiti delle infezioni da Covid-19» dovrebbero incorporare le informazioni raccolte dai centri d’emergenza, per individuare prontamente eventuali tendenze allarmanti e indagarne le cause.
Seconda e ancora più rilevante raccomandazione: «È essenziale accrescere la consapevolezza, tra i pazienti e i clinici, riguardo ai sintomi», come i dolori al petto e la dispnea, che sono indici di sofferenze al cuore, al fine di «assicurare che il potenziale danno sia minimizzato». Un compito «particolarmente importante nella popolazione più giovane». Il contrario di ciò che è stato fatto nel nostro Paese, martellato dal proselitismo e dal telemarketing sanitario. Come se somministrare un vaccino equivalesse a vendere un folletto. Non ci illudano la parziale tregua nelle restrizioni e la sospensione del certificato verde - del suo impiego, mica della validità del codice a barre. Se in autunno ripartirà il tran tran sulle dosi a tappeto, dovremo pretendere prudenza e verità. Non propaganda.
Infarti e malori tra i ciclisti: «Mascherine e isolamento hanno indebolito le difese»
È emergenza nel mondo del ciclismo. Tutti gli anni, in particolare in questo periodo, le gare sono costellate da un gran numero di assenze. Ma quello a cui stiamo assistendo nel 2022 va ben oltre la normale routine di uno sport all’aperto. L’esorbitante cifra di ciclisti fermi non è dovuta solo al Covid. La maggior parte degli atleti è ferma a causa di influenze bronchiali o miocarditi. I comunicati stampa delle squadre parlano di una serie di patologie che comprendono tracheobronchiti, bronchiti influenzali, fino alle infezioni delle alte vie respiratorie, e sembra che i soggetti colpiti da queste forme influenzali fatichino a recuperare in tempi brevi. La risposta più plausibile, al momento, fornitaci da medici delle squadre e staff è che dopo essere stati imbavagliati per due anni con le mascherine, fra lockdown, distanziamenti e isolamenti, il corpo degli atleti non fosse più abituato ai virus in circolazione e il ritorno a una normale socialità pre-Covid, praticamente in tutta Europa tranne in Italia, è stato complice.
Tra Parigi e Nizza c’è stato un vero e proprio esodo. Alla partenza della quinta tappa, 18 atleti non sono partiti e 13 di loro lamentavano i sintomi del raffreddore. Secondo gli organizzatori non sono stati presenti casi di coronavirus tra di loro. Il punto spinoso è che le condizioni precarie degli atleti potrebbero influenzare tutto il gruppo, poiché, se i ciclisti sani sono pochi, si rischia di sovraccaricarli.
Anche alla Milano-Sanremo le defezioni sono state tante. Il campione uscente, Jasper Stuyven, si è dovuto ritirare per un malanno preso durante la Parigi-Nizza. Pesanti anche le assenze di Sonny Colbrelli, Julian Alaphilippe, Davide Ballerini, Oliver Naesen e John Degenkolb che hanno dovuto alzare bandiera bianca a pochi giorni dalla gara, mentre Wout Van Aert, che sulla carta nelle Fiandre sarebbe stato il corridore da battere, ha contratto il Covid ed è rimasto allettato.
Il fatto di cronaca che ha allarmato maggiormente opinione pubblica e mondo del ciclismo è stato sicuramente l’arresto cardiaco di Sonny Colbrelli che sulle strade del Giro della Catalogna, il 21 marzo, si è accasciato per terra subito dopo il traguardo.
Anche le dichiarazioni di Peter Sagan e Vincenzo Nibali non hanno lasciato tranquilli gli appassionati. Sagan, ex campione del mondo, non è ancora tornato nella sua condizione migliore, con la nuova squadra TotalEnergies. È stato colpito dal Covid a gennaio e poi da febbre e mal di gola a marzo. I ritiri per lui sono stati numerosi: ha abbandonato la Tirreno Adriatico dopo due tappe e ha saltato il Giro delle Fiandre. Parlando con La Gazzetta dello Sport ha poi ammesso: «Ho male alle gambe e spossatezza. Non sto bene, mi sento sempre stanco e adesso bisogna capire il perché». Preoccupante. Neanche la diciottesima stagione di Nibali da professionista è cominciata nel migliore dei modi.
Il trentasettenne ha disputato appena 12 giorni di gara, metà del solito. A febbraio si è ammalato di Covid e curandosi a casa non erano stati riscontrati particolari problemi. Racconta al Corriere della Sera: «A contagio concluso, dopo essere risalito in bici, il tracollo; una notte sono stato così male che ho detto a mia moglie di chiamare l’ambulanza. Deliravo. I problemi alle vie respiratorie sono durati giorni e giorni. Mi sentivo uno straccio». E abbozza come spiegazione alle tante defezioni: «Credo che molti di noi abbiano sottovalutato l’infezione cercando di recuperare troppo in fretta, non a caso tanti colleghi sono fuori uso».
Come si evince, la tensione nel mondo delle corse è alta, soprattutto perché le domande che emergono dalla cronaca sono svariate e confuse e di risposte ufficiali nemmeno l’ombra. L’Uae team Emirates ci ha risposto che le defezioni sono sì dovute a incidenti o lesioni, ma possono essere spiegate da un mix di immunità ridotta per aver indossato, per due anni consecutivi, la mascherina e il ritorno a una vita sociale quasi a pieno regime.
Joost De Maeseneer, medico responsabile dell’Intermarché-Wanty-Gobert World Team è stato piuttosto deciso in merito al minor numero di presenti sulla linea di partenza, escludendo categoricamente che i problemi possano essere dovuti al Long Covid o ai vaccini. Piuttosto, è convinto siano dovuto al fatto che veniamo da «periodi in cui siamo stati isolati, in cui abbiamo avuto costantemente in volto la mascherina, e in cui non ci siamo mai ammalati di malattie diverse dal Covid. Ora, dopo tutto questo tempo gli atleti vanno ad allenarsi al freddo e torna preponderante il virus dell’influenza. Non abbiamo le difese immunitarie per questo, e questa è la ragione».
L’Uci, Unione ciclistica internazionale, organo mondiale di governo del ciclismo sportivo, è l’unico ente in grado di avere una panoramica completa, poiché tutte le squadre lo aggiornano in merito alla situazione clinica dei singoli atleti. Ci si immagina quindi che non appena elaborati i dati si potranno fornire risposte adeguate, ancora non pervenute. Intanto, che questi due anni abbiano contribuito a una inibizione del nostro sistema immunitario è l’ipotesi principale, come del resto sta succedendo, con ogni probabilità, nei casi di epatite nei bambini, più sviluppati in Inghilterra che in Italia, ad oggi.
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Lo studio su «Nature» mostra la correlazione tra iniezioni e malattie cardiovascolari. Aumentate di oltre il 25% le chiamate d’emergenza per la fascia 16-39 anni in seguito all’avvio della campagna d’inoculazione.Infarti e malori tra i ciclisti: «Mascherine e isolamento hanno indebolito le difese». Boom anche di influenze e miocarditi. L’Uci raccoglie le segnalazioni ma non fornisce dati. Il dottor Joost De Maeseneer: «Sistema immunitario fiaccato da due anni di restrizioni».Lo speciale comprende due articoli.Alla faccia delle miocarditi da vaccino «rare e lievi», come scrivevano i cardiologi italiani lo scorso settembre. Un nuovo studio, condotto su dati israeliani, proietta ombre inquietanti sulle iniezioni anti Covid tra i più giovani. La ricerca - appena pubblicata su Nature - evidenzia un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra i 16 e i 40 anni e in concomitanza con le somministrazioni di prime e seconde dosi. «Covarianza non è causazione», recita un vecchio adagio delle scienze statistiche. Bisogna tenerlo presente, perché gli scienziati di Boston e Tel Aviv non hanno potuto accertare se i pazienti assistiti avessero il Covid o si fossero sottoposti alla puntura a mRna. I risultati, comunque, alimentano i sospetti: l’incremento di gravi problemi cardiaci, registrato tra gennaio e giugno 2021 rispetto al 2019 e al 2020, è «significativamente associato ai tassi di prime e seconde dosi di vaccino» inoculate, ma non alle infezioni da coronavirus. Tra l’altro, persino in Israele, dove il fenomeno sarà stato accentuato dalla minore età media, a confronto con altre nazioni occidentali (30,4 anni contro i 46,5 italiani); dove i National emergency medical services (Esm) collezionano meticolosamente le informazioni sanitarie; persino lì, «alcuni dei casi potenzialmente rilevanti» potrebbero non esser stati «pienamente investigati». Pensate, allora, quanti ne avrà bucati il nostro lacunoso sistema di farmacovigilanza. Veniamo ai dettagli. L’analisi uscita su Nature compara il periodo precedente alla comparsa del Sars-Cov-2 (gennaio 2019-febbraio 2020), i mesi di pandemia senza vaccini, da marzo a dicembre 2020 e quelli in cui l’avanzata del virus è corsa in parallelo con la campagna vaccinale (gennaio-giugno 2021). Cosa si riscontra? Un «aumento statisticamente significativo, di più del 25%», sia nelle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, sia in quelle per sindromi coronariche acute. L’incremento ha riguardato maschi e femmine tra 16 e 39 anni, benché, tra le seconde, sia stato ancor più consistente: +31,4% per arresti cardiaci, +40,8% per sindromi coronariche acute. Osservando le cifre, ci si rende conto che «accresciuti tassi di vaccinazione nel rispettivo gruppo d’età sono associati ad accresciuti numeri nei conteggi settimanali delle chiamate per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute». In sintesi: più iniezioni, più crisi di cuore. Invece, «il modello non ha individuato un’associazione statisticamente significativa tra i tassi d’infezione da Covid-19» e le telefonate ai soccorsi. La maggior frequenza di chiamate, da gennaio 2021, «segue strettamente alla somministrazione della seconda dose dei vaccini», mentre un ulteriore aumento, registrato da aprile di un anno fa, «sembra tenere dietro a un incremento delle vaccinazioni con singola dose ai guariti». È una scoperta da sventolare in faccia al governo dei migliori, che con l’apartheid del green pass si è accanito pure su chi aveva già sconfitto il virus. Ignorando le evidenze sull’efficacia dell’immunità naturale e, a quanto pare, esponendo la popolazione più giovane a effetti collaterali gravi. Resterebbe da stabilire se gli eventi infausti, censiti in Israele, debbano essere interpretati come nuove manifestazioni avverse correlate alle vaccinazioni, o se si tratti degli strascichi delle già rilevate miocarditi e pericarditi. L’ipotesi formulata dallo studio di Nature è che l’incidenza di arresti cardiaci e sindromi coronariche acute sia «coerente con la nota relazione causale tra vaccini a mRna» e quelle patologie. Le miocarditi asintomatiche, ad esempio, provocano morti improvvise per arresto cardiaco nei giovani. Altre volte, vengono confuse proprio con le sindromi coronariche acute. Fatto sta che le chiamate d’emergenza sono state più per le donne che per gli uomini, sebbene le infiammazioni cardiache post vaccino risultino di solito più numerose tra questi ultimi. È il segnale di una sottodiagnosi delle miocarditi tra le ragazze? Può darsi. Quel che è certo, è che un esame su una tale mole di dati (30.262 richieste di soccorso per arresti cardiaci e 60.398 per sindromi coronariche acute, di cui, rispettivamente, 945 e 3.945 negli under 40) dovrebbe indurre le autorità a una riflessione. Tecnicamente, si parla di policy implications. L’articolo ne suggerisce un paio. Primo elemento: i «programmi di sorveglianza sui potenziali effetti collaterali dei vaccini e sugli esiti delle infezioni da Covid-19» dovrebbero incorporare le informazioni raccolte dai centri d’emergenza, per individuare prontamente eventuali tendenze allarmanti e indagarne le cause. Seconda e ancora più rilevante raccomandazione: «È essenziale accrescere la consapevolezza, tra i pazienti e i clinici, riguardo ai sintomi», come i dolori al petto e la dispnea, che sono indici di sofferenze al cuore, al fine di «assicurare che il potenziale danno sia minimizzato». Un compito «particolarmente importante nella popolazione più giovane». Il contrario di ciò che è stato fatto nel nostro Paese, martellato dal proselitismo e dal telemarketing sanitario. Come se somministrare un vaccino equivalesse a vendere un folletto. Non ci illudano la parziale tregua nelle restrizioni e la sospensione del certificato verde - del suo impiego, mica della validità del codice a barre. Se in autunno ripartirà il tran tran sulle dosi a tappeto, dovremo pretendere prudenza e verità. 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I comunicati stampa delle squadre parlano di una serie di patologie che comprendono tracheobronchiti, bronchiti influenzali, fino alle infezioni delle alte vie respiratorie, e sembra che i soggetti colpiti da queste forme influenzali fatichino a recuperare in tempi brevi. La risposta più plausibile, al momento, fornitaci da medici delle squadre e staff è che dopo essere stati imbavagliati per due anni con le mascherine, fra lockdown, distanziamenti e isolamenti, il corpo degli atleti non fosse più abituato ai virus in circolazione e il ritorno a una normale socialità pre-Covid, praticamente in tutta Europa tranne in Italia, è stato complice. Tra Parigi e Nizza c’è stato un vero e proprio esodo. Alla partenza della quinta tappa, 18 atleti non sono partiti e 13 di loro lamentavano i sintomi del raffreddore. Secondo gli organizzatori non sono stati presenti casi di coronavirus tra di loro. Il punto spinoso è che le condizioni precarie degli atleti potrebbero influenzare tutto il gruppo, poiché, se i ciclisti sani sono pochi, si rischia di sovraccaricarli. Anche alla Milano-Sanremo le defezioni sono state tante. Il campione uscente, Jasper Stuyven, si è dovuto ritirare per un malanno preso durante la Parigi-Nizza. Pesanti anche le assenze di Sonny Colbrelli, Julian Alaphilippe, Davide Ballerini, Oliver Naesen e John Degenkolb che hanno dovuto alzare bandiera bianca a pochi giorni dalla gara, mentre Wout Van Aert, che sulla carta nelle Fiandre sarebbe stato il corridore da battere, ha contratto il Covid ed è rimasto allettato. Il fatto di cronaca che ha allarmato maggiormente opinione pubblica e mondo del ciclismo è stato sicuramente l’arresto cardiaco di Sonny Colbrelli che sulle strade del Giro della Catalogna, il 21 marzo, si è accasciato per terra subito dopo il traguardo. Anche le dichiarazioni di Peter Sagan e Vincenzo Nibali non hanno lasciato tranquilli gli appassionati. Sagan, ex campione del mondo, non è ancora tornato nella sua condizione migliore, con la nuova squadra TotalEnergies. È stato colpito dal Covid a gennaio e poi da febbre e mal di gola a marzo. I ritiri per lui sono stati numerosi: ha abbandonato la Tirreno Adriatico dopo due tappe e ha saltato il Giro delle Fiandre. Parlando con La Gazzetta dello Sport ha poi ammesso: «Ho male alle gambe e spossatezza. Non sto bene, mi sento sempre stanco e adesso bisogna capire il perché». Preoccupante. Neanche la diciottesima stagione di Nibali da professionista è cominciata nel migliore dei modi. Il trentasettenne ha disputato appena 12 giorni di gara, metà del solito. A febbraio si è ammalato di Covid e curandosi a casa non erano stati riscontrati particolari problemi. Racconta al Corriere della Sera: «A contagio concluso, dopo essere risalito in bici, il tracollo; una notte sono stato così male che ho detto a mia moglie di chiamare l’ambulanza. Deliravo. I problemi alle vie respiratorie sono durati giorni e giorni. Mi sentivo uno straccio». E abbozza come spiegazione alle tante defezioni: «Credo che molti di noi abbiano sottovalutato l’infezione cercando di recuperare troppo in fretta, non a caso tanti colleghi sono fuori uso». Come si evince, la tensione nel mondo delle corse è alta, soprattutto perché le domande che emergono dalla cronaca sono svariate e confuse e di risposte ufficiali nemmeno l’ombra. L’Uae team Emirates ci ha risposto che le defezioni sono sì dovute a incidenti o lesioni, ma possono essere spiegate da un mix di immunità ridotta per aver indossato, per due anni consecutivi, la mascherina e il ritorno a una vita sociale quasi a pieno regime. Joost De Maeseneer, medico responsabile dell’Intermarché-Wanty-Gobert World Team è stato piuttosto deciso in merito al minor numero di presenti sulla linea di partenza, escludendo categoricamente che i problemi possano essere dovuti al Long Covid o ai vaccini. Piuttosto, è convinto siano dovuto al fatto che veniamo da «periodi in cui siamo stati isolati, in cui abbiamo avuto costantemente in volto la mascherina, e in cui non ci siamo mai ammalati di malattie diverse dal Covid. Ora, dopo tutto questo tempo gli atleti vanno ad allenarsi al freddo e torna preponderante il virus dell’influenza. Non abbiamo le difese immunitarie per questo, e questa è la ragione». L’Uci, Unione ciclistica internazionale, organo mondiale di governo del ciclismo sportivo, è l’unico ente in grado di avere una panoramica completa, poiché tutte le squadre lo aggiornano in merito alla situazione clinica dei singoli atleti. Ci si immagina quindi che non appena elaborati i dati si potranno fornire risposte adeguate, ancora non pervenute. Intanto, che questi due anni abbiano contribuito a una inibizione del nostro sistema immunitario è l’ipotesi principale, come del resto sta succedendo, con ogni probabilità, nei casi di epatite nei bambini, più sviluppati in Inghilterra che in Italia, ad oggi.
Mentre sul lato della fiducia nelle istituzioni, il presidente della Repubblica è sempre in testa, ma viene sorpassato ampiamente da carabinieri, polizia e Guardia di finanza. Sono questi alcuni dei risultati delle ricerche condotte dall’Eurispes e condensate nel trentaseiesimo Rapporto Italia, presentato ieri dall’ente di ricerca guidato dal sociologo Gian Maria Fara. L’Italia del 2026 viene descritta come un Paese a «fragilità diffusa», dove il 47,8% dei cittadini prevede un peggioramento della situazione economica nei prossimi dodici mesi (oltre il 10% in più rispetto all’anno scorso). Ma prima di addentrarsi nella parte economica, vale la pena vedere i risultati dei sondaggi condotti dai ricercatori Eurispes anche in ambito politico, perché alcuni sono abbastanza sorprendenti, almeno per chi dà credito alle narrazioni dominanti.
Se si prende il bilancio Ue, con quel micidiale nuovo pilastro di ReArm Europe, un piano da 800 miliardi di investimenti in armamenti e infrastrutture da difesa da qui al 2030, si capisce quali sono le nuove priorità di Bruxelles. Dopo aver praticamente ammazzato l’automotive continentale con il Green deal e aver aperto le praterie europee alle case cinesi, la seconda Commissione Von der Leyen ha virato sulla produzione bellica, per la gioia delle esigenze di riconversione industriale degli amici tedeschi. Un’operazione così imponente aveva bisogno di un grande spavento e allora ci si è inventati che la Russia sta per invaderci. Giusto il tempo di spianare l’Ucraina e poi il progetto Erasmus e la Champions League, le due maggiori prove dell’esistenza dell’Ue, verranno interrotte dall’arrivo dell’Armata Rossa.
Ebbene, interpellata dal’Eurispes, la maggioranza degli italiani (61,8%) non crede che l’invasione dell’Ucraina sia il preludio di altri attacchi russi in Europa, mentre il 38,2% convive con questa paura. Il 52% pensa comunque che con l’invasione del febbraio 2022 Mosca abbia inaugurato un nuovo espansionismo, ma verso altri territori. L’altra faccia di questa enorme diffidenza per le priorità di Bruxelles è un giudizio negativo sull’Ue. Fara sostiene che «i lillipuziani che hanno immobilizzato il gigante europeo non sono nemici dell’Europa: sono i suoi stessi fondatori e custodi». Sono i governi nazionali, avari nella devoluzione di potere concreto, e le burocrazie di Bruxelles, «che hanno progressivamente trasformato lo strumento in fine, il mezzo in ostacolo, il regolamento in labirinto». Insomma, non è colpa del diritto di veto.
Tornando in Italia, sempre sul fronte delle istituzioni, il Rapporto registra il primato del presidente della Repubblica (61,8% di giudizi positivi) sul fronte della fiducia, mentre il Parlamento segue ben lontano (26,1%) e il governo si attesta al 32,1%. Sulla magistratura, il giudizio dei cittadini è spaccato a metà, come per la Chiesa cattolica, mentre c’è chi è anche più amato del Quirinale. Si tratta di carabinieri (70,2%), Guardia di finanza (71,7%), Polizia di Stato (66,8%) e forze armate in generale. Tra le altre istituzioni, quella che convince di più è l’università (73,7%). Ancora sul Colle, dice l’Eurispes che «gli italiani chiedono più potere al presidente della Repubblica per una democrazia più moderna». Voglia di presidenzialismo? Ah, saperlo.
Il lungo capitolo economico è probabilmente il meno sorprendente. Ma alcuni dati aiuteranno sicuramente la politica e i grandi decisori privati a farsi due conti e a capire le priorità.
Quasi la metà dei cittadini si aspetta per i prossimi 12 mesi un peggioramento della situazione economica del Paese, anche se la condizione economica dei cittadini resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei italiani su dieci arrivano a fine mese con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve intaccare i propri risparmi. A mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%), il vero incubo degli italiani. E poi ci sono coloro che vanno in crisi per il pagamento delle utenze (28,7%), del mutuo (27,2%) e per le spese mediche (25,5%). Ne consegue che per Eurispes il 60% dei nuclei familiari arriva a fine mese con il fiato corto e un terzo deve usare risparmi o somme ereditate, mentre due su dieci chiede prestiti. Confermata la crescente rinuncia a visite specialistiche, di prevenzione (uno su tre) e perfino alle spese veterinarie.
Tra i fenomeni sociali, infine, da segnalare che il maggior numero di divorzi ormai si concentra nella fascia di età tra i 45 e i 55 anni, e che tra il 2008 e il 2022 sono triplicati i divorziati ultracinquantenni. Non ci sono evidenze che anche l’attacco al matrimonio sia imputabile a Mosca.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 maggio con Carlo Cambi
Antonio Tajani (Ansa)
Il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo lo fanno la Lega e Forza Italia, con Fratelli d’Italia che veste l’abito del mediatore. «La Lega», recita un comunicato del Carroccio diffuso l’altro ieri, «è assolutamente contraria ad ogni ipotesi di adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Oltre a non avere i requisiti necessari, che altri mesi hanno o stanno per ottenere dopo anni di lavoro, Kiev nella Ue rappresenterebbe un danno economico e sociale di enormi proporzioni».
Un «no» lapidario e incondizionato, dunque, da Matteo Salvini. Ma ecco che arriva l’altro vicepremier, Antonio Tajani, a rassicurare gli italiani favorevoli all’ingresso di Kiev nella Ue: «Il governo», sottolinea il ministro degli Esteri, «è favorevole all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea, il problema è di tempi. Si sta studiando a livello europeo qual è la formula migliore, ci sono tante proposte sul tavolo, ma ripeto: bene l’Ucraina, noi l’aiuteremo, ma è importante non mettere in un angolo l’adesione dei Balcani occidentali, tenendo presente che per noi è una priorità». Tornando all’Ucraina, «noi», aggiunge Tajani, «dobbiamo cominciare ad aprire i tavoli sui vari settori per aderire all’Unione europea. Abbiamo detto che c’è un tema che riguarda la corruzione. Durante l’incontro che ho avuto con Zelensky un mese fa, ho concordato una partecipazione anche della Guardia di Finanza per aiutare l’Ucraina a contrastare questo fenomeno».
Tocca a Giovanni Donzelli, mediatore per eccellenza di Fdi, dare ragione a tutti e due gli alleati, in perfetto stile democristiano (nella accezione nobile del termine): «Sicuramente», argomenta Donzelli, «il sostegno all’Ucraina è per noi fondamentale. È chiaro che un ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea in questo momento, e non in una condizione di raggiunta pace con la Russia, vorrebbe dire estendere la guerra a tutta l’Europa, per quelle che sono le norme europee e quelli che sono gli accordi internazionali. Quindi, finché non viene raggiunta la pace, è comprensibile la posizione che auspica Salvini. Raggiunta la pace», aggiunge Donzelli, «è invece ben comprensibile la posizione che auspica Tajani di un ingresso dell’Ucraina in Europa. Quindi dipende dal momento in cui si prende in considerazione l’ingresso».
E le opposizioni? Divise pure loro, con la differenza sostanziale che nel centrosinistra le lacerazioni interne non vengono praticamente mai ricomposte: «Fare entrare oggi l’Ucraina in Europa», sottolinea il leader del M5s Giuseppe Conte, «non è all’ordine del giorno. L’Ucraina io credo che non possa entrare in Europa, adesso non ci sono le condizioni. Peraltro c’è un problema serio per l’Europa che non riguarda solo l’Ucraina ma anche gli altri Paesi: un’Europa a 27 già oggi è un’Europa ormai sparita, che non ha voce, che nelle crisi internazionali non è pervenuta. C’è un deficit politico dell’Europa che riguarda anche le regole di funzionamento», aggiunge Conte, «a partire dall’unanimità. Oggi prevedere altri nuovi Paesi senza rivedere il quadro è assolutamente non raccomandabile. Secondo me si può pensare per l’Ucraina e altri Paesi lo statuto in prospettiva di partner privilegiato, che significherebbe avere la possibilità di godere di benefici reciprocamente, ma gestendo queste partnership con molta attenzione. Anche perché», conclude, «sapete che se l’Ucraina domani mattina entrasse in Europa noi avremmo un impatto devastante su alcuni settori di attività a partire dall’agricoltura». E arriva immediatamente la polemica del Pd: «Vedo che, come la Lega», sottolinea il senatore Dem Filippo Sensi, «anche per il M5s per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue ci vorrebbero dei requisiti. Immagino non bastino quattro anni di resistenza a difesa dell’Europa dalle bombe russe. Ci vuole una gran fegato per fare il gioco dell’aggressore, appellandosi ai codicilli. Gialloverdi una volta, gialloverdi sempre».
Intanto, piovono critiche su Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, che attraverso una lettera indirizzata ai ministri Ue responsabili della coesione e alle Regioni europee a intraprendere uno sforzo per riprogrammare i fondi per la coesione per far fronte alla crisi energetica. «I fondi di coesione non sono un bancomat», risponde a Fitto la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto, «e sono già stati impegnati».
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Donald Trump (Ansa)
Secondo i termini dell’intesa, le due parti prorogherebbero la tregua di 60 giorni: in questa finestra temporale, l’Iran riaprirebbe Hormuz, mentre Washington revocherebbe il blocco navale ai porti della Repubblica islamica. Inizierebbero quindi le trattative sul nucleare, con Teheran che si impegnerebbe a non conseguire la bomba atomica. Dall’altra parte, gli Usa aprirebbero la discussione sul possibile allentamento delle sanzioni. Infine, l’eventuale intesa comporterebbe la conclusione del conflitto tra Israele ed Hezbollah in Libano, mentre sarebbe previsto una sorta di meccanismo di aiuti umanitari a favore dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Jerusalem Post, la mancata approvazione di Trump alla bozza d’intesa sarebbe legata al fatto che la Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, non avrebbe ancora dato il proprio ok al documento. Documento che vedrebbe invece favorevoli l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf.
Nel mentre, il governo di Islamabad continua a premere a favore di una soluzione diplomatica. Non a caso, il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, si recherà oggi a Washington, per incontrare il segretario di Stato americano, Marco Rubio. I due parleranno con ogni probabilità del possibile accordo tra Stati Uniti e Iran. Del resto, anche Mosca, ieri, è tornata ad auspicare la diplomazia, con il ministero degli Esteri russo che ha esortato i due contendenti a dialogare, evitando un’escalation.
Il punto è che, sempre ieri, la tensione è tornata a salire, E infatti il cessate il fuoco tra Washington e Teheran ha cominciato seriamente a scricchiolare. Le Guardie della rivoluzione iraniana hanno reso noto di aver condotto un attacco contro una base aerea americana in Kuwait. In particolare, i pasdaran hanno presentato l’operazione bellica come una ritorsione nei confronti degli Stati Uniti, che, oltre ad abbattere quattro droni militari di Teheran nello Stretto di Hormuz, avevano anche colpito il sito militare iraniano di Bandar Abbas. Azioni, quelle di Washington, che un funzionario statunitense aveva definito «misurate, puramente difensive e volte a mantenere il cessate il fuoco». La fibrillazione è rimasta particolarmente alta, anche perché, sempre ieri, le Guardie della rivoluzione hanno minacciato una «risposta ferma» in caso di ulteriori atti militari da parte di Washington. Nel mentre, il Consiglio di cooperazione del Golfo ha condannato quelli che ha definito gli «attacchi criminali iraniani» contro il Kuwait.
D’altronde, al di là del nucleare, Hormuz resta lo scoglio principale per arrivare a un accordo tra Washington e Teheran. L’altro ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato sanzioni contro l’Autorità per lo Stretto del Golfo Persico: il nuovo ente iraniano che dovrebbe sovrintendere alla gestione dello Stretto. Nelle stesse ore, Trump minacciava di far «saltare in aria» l’Oman, commentando le trattative in corso tra Teheran e Muscat per l’eventuale introduzione di pedaggi a Hormuz. «L’Oman deve sapere che il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti prenderà di mira con fermezza qualsiasi soggetto coinvolto, direttamente o indirettamente, nel facilitare l’imposizione di pedaggi sullo Stretto, e qualsiasi partner che si renda disponibile verrà penalizzato», ha aggiunto, ieri, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
A complicare ulteriormente il quadro sta inoltre la recrudescenza della crisi libanese. Ieri, l’Idf ha effettuato il primo bombardamento su Beirut da tre settimane a questa parte. Non è un mistero che l’Iran abbia sovente legato un eventuale accordo diplomatico con Washington alla risoluzione della questione libanese. Del resto, come abbiamo visto, la bozza d’intesa visionata da Axios comporterebbe anche la cessazione delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Il nuovo attacco israeliano sulla capitale del Paese dei Cedri rischia quindi di rendere ancora più in salita la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Tra l’altro, è abbastanza noto come Benjamin Netanyahu guardi con sospetto ai negoziati tra la Casa Bianca e gli ayatollah. Ieri il premier israeliano ha anche dichiarato di aver ordinato alle forze armate di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza.
Al netto delle difficoltà, ci sono comunque alcune ragioni di ottimismo per quanto concerne la possibilità di un’intesa. Trump ha bisogno di chiudere il conflitto sia per evitare di impantanarsi sia per far abbassare il costo dell’energia. Dall’altra parte, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, teme gli effetti economici della pressione statunitense sul regime khomeinista. In particolare, secondo il Wall Street Journal, Teheran starebbe facendo sempre più fatica ad affrontare le conseguenze sia delle sanzioni che del blocco navale statunitense. Il che potrebbe indebolire la posizione dei pasdaran, da sempre favorevoli alla linea dura nei confronti di Washington, rafforzando invece quella di Pezeshkian, che è maggiormente aperto alla possibilità di un’intesa con gli americani.
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