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2022-04-30
Impennata di arresti cardiaci nei giovani israeliani dopo il vaccino
Ansa
Alla faccia delle miocarditi da vaccino «rare e lievi», come scrivevano i cardiologi italiani lo scorso settembre. Un nuovo studio, condotto su dati israeliani, proietta ombre inquietanti sulle iniezioni anti Covid tra i più giovani. La ricerca - appena pubblicata su Nature - evidenzia un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra i 16 e i 40 anni e in concomitanza con le somministrazioni di prime e seconde dosi.
«Covarianza non è causazione», recita un vecchio adagio delle scienze statistiche. Bisogna tenerlo presente, perché gli scienziati di Boston e Tel Aviv non hanno potuto accertare se i pazienti assistiti avessero il Covid o si fossero sottoposti alla puntura a mRna. I risultati, comunque, alimentano i sospetti: l’incremento di gravi problemi cardiaci, registrato tra gennaio e giugno 2021 rispetto al 2019 e al 2020, è «significativamente associato ai tassi di prime e seconde dosi di vaccino» inoculate, ma non alle infezioni da coronavirus. Tra l’altro, persino in Israele, dove il fenomeno sarà stato accentuato dalla minore età media, a confronto con altre nazioni occidentali (30,4 anni contro i 46,5 italiani); dove i National emergency medical services (Esm) collezionano meticolosamente le informazioni sanitarie; persino lì, «alcuni dei casi potenzialmente rilevanti» potrebbero non esser stati «pienamente investigati». Pensate, allora, quanti ne avrà bucati il nostro lacunoso sistema di farmacovigilanza.
Veniamo ai dettagli. L’analisi uscita su Nature compara il periodo precedente alla comparsa del Sars-Cov-2 (gennaio 2019-febbraio 2020), i mesi di pandemia senza vaccini, da marzo a dicembre 2020 e quelli in cui l’avanzata del virus è corsa in parallelo con la campagna vaccinale (gennaio-giugno 2021). Cosa si riscontra? Un «aumento statisticamente significativo, di più del 25%», sia nelle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, sia in quelle per sindromi coronariche acute. L’incremento ha riguardato maschi e femmine tra 16 e 39 anni, benché, tra le seconde, sia stato ancor più consistente: +31,4% per arresti cardiaci, +40,8% per sindromi coronariche acute.
Osservando le cifre, ci si rende conto che «accresciuti tassi di vaccinazione nel rispettivo gruppo d’età sono associati ad accresciuti numeri nei conteggi settimanali delle chiamate per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute». In sintesi: più iniezioni, più crisi di cuore. Invece, «il modello non ha individuato un’associazione statisticamente significativa tra i tassi d’infezione da Covid-19» e le telefonate ai soccorsi. La maggior frequenza di chiamate, da gennaio 2021, «segue strettamente alla somministrazione della seconda dose dei vaccini», mentre un ulteriore aumento, registrato da aprile di un anno fa, «sembra tenere dietro a un incremento delle vaccinazioni con singola dose ai guariti». È una scoperta da sventolare in faccia al governo dei migliori, che con l’apartheid del green pass si è accanito pure su chi aveva già sconfitto il virus. Ignorando le evidenze sull’efficacia dell’immunità naturale e, a quanto pare, esponendo la popolazione più giovane a effetti collaterali gravi.
Resterebbe da stabilire se gli eventi infausti, censiti in Israele, debbano essere interpretati come nuove manifestazioni avverse correlate alle vaccinazioni, o se si tratti degli strascichi delle già rilevate miocarditi e pericarditi. L’ipotesi formulata dallo studio di Nature è che l’incidenza di arresti cardiaci e sindromi coronariche acute sia «coerente con la nota relazione causale tra vaccini a mRna» e quelle patologie. Le miocarditi asintomatiche, ad esempio, provocano morti improvvise per arresto cardiaco nei giovani. Altre volte, vengono confuse proprio con le sindromi coronariche acute. Fatto sta che le chiamate d’emergenza sono state più per le donne che per gli uomini, sebbene le infiammazioni cardiache post vaccino risultino di solito più numerose tra questi ultimi. È il segnale di una sottodiagnosi delle miocarditi tra le ragazze? Può darsi.
Quel che è certo, è che un esame su una tale mole di dati (30.262 richieste di soccorso per arresti cardiaci e 60.398 per sindromi coronariche acute, di cui, rispettivamente, 945 e 3.945 negli under 40) dovrebbe indurre le autorità a una riflessione. Tecnicamente, si parla di policy implications. L’articolo ne suggerisce un paio.
Primo elemento: i «programmi di sorveglianza sui potenziali effetti collaterali dei vaccini e sugli esiti delle infezioni da Covid-19» dovrebbero incorporare le informazioni raccolte dai centri d’emergenza, per individuare prontamente eventuali tendenze allarmanti e indagarne le cause.
Seconda e ancora più rilevante raccomandazione: «È essenziale accrescere la consapevolezza, tra i pazienti e i clinici, riguardo ai sintomi», come i dolori al petto e la dispnea, che sono indici di sofferenze al cuore, al fine di «assicurare che il potenziale danno sia minimizzato». Un compito «particolarmente importante nella popolazione più giovane». Il contrario di ciò che è stato fatto nel nostro Paese, martellato dal proselitismo e dal telemarketing sanitario. Come se somministrare un vaccino equivalesse a vendere un folletto. Non ci illudano la parziale tregua nelle restrizioni e la sospensione del certificato verde - del suo impiego, mica della validità del codice a barre. Se in autunno ripartirà il tran tran sulle dosi a tappeto, dovremo pretendere prudenza e verità. Non propaganda.
Infarti e malori tra i ciclisti: «Mascherine e isolamento hanno indebolito le difese»
È emergenza nel mondo del ciclismo. Tutti gli anni, in particolare in questo periodo, le gare sono costellate da un gran numero di assenze. Ma quello a cui stiamo assistendo nel 2022 va ben oltre la normale routine di uno sport all’aperto. L’esorbitante cifra di ciclisti fermi non è dovuta solo al Covid. La maggior parte degli atleti è ferma a causa di influenze bronchiali o miocarditi. I comunicati stampa delle squadre parlano di una serie di patologie che comprendono tracheobronchiti, bronchiti influenzali, fino alle infezioni delle alte vie respiratorie, e sembra che i soggetti colpiti da queste forme influenzali fatichino a recuperare in tempi brevi. La risposta più plausibile, al momento, fornitaci da medici delle squadre e staff è che dopo essere stati imbavagliati per due anni con le mascherine, fra lockdown, distanziamenti e isolamenti, il corpo degli atleti non fosse più abituato ai virus in circolazione e il ritorno a una normale socialità pre-Covid, praticamente in tutta Europa tranne in Italia, è stato complice.
Tra Parigi e Nizza c’è stato un vero e proprio esodo. Alla partenza della quinta tappa, 18 atleti non sono partiti e 13 di loro lamentavano i sintomi del raffreddore. Secondo gli organizzatori non sono stati presenti casi di coronavirus tra di loro. Il punto spinoso è che le condizioni precarie degli atleti potrebbero influenzare tutto il gruppo, poiché, se i ciclisti sani sono pochi, si rischia di sovraccaricarli.
Anche alla Milano-Sanremo le defezioni sono state tante. Il campione uscente, Jasper Stuyven, si è dovuto ritirare per un malanno preso durante la Parigi-Nizza. Pesanti anche le assenze di Sonny Colbrelli, Julian Alaphilippe, Davide Ballerini, Oliver Naesen e John Degenkolb che hanno dovuto alzare bandiera bianca a pochi giorni dalla gara, mentre Wout Van Aert, che sulla carta nelle Fiandre sarebbe stato il corridore da battere, ha contratto il Covid ed è rimasto allettato.
Il fatto di cronaca che ha allarmato maggiormente opinione pubblica e mondo del ciclismo è stato sicuramente l’arresto cardiaco di Sonny Colbrelli che sulle strade del Giro della Catalogna, il 21 marzo, si è accasciato per terra subito dopo il traguardo.
Anche le dichiarazioni di Peter Sagan e Vincenzo Nibali non hanno lasciato tranquilli gli appassionati. Sagan, ex campione del mondo, non è ancora tornato nella sua condizione migliore, con la nuova squadra TotalEnergies. È stato colpito dal Covid a gennaio e poi da febbre e mal di gola a marzo. I ritiri per lui sono stati numerosi: ha abbandonato la Tirreno Adriatico dopo due tappe e ha saltato il Giro delle Fiandre. Parlando con La Gazzetta dello Sport ha poi ammesso: «Ho male alle gambe e spossatezza. Non sto bene, mi sento sempre stanco e adesso bisogna capire il perché». Preoccupante. Neanche la diciottesima stagione di Nibali da professionista è cominciata nel migliore dei modi.
Il trentasettenne ha disputato appena 12 giorni di gara, metà del solito. A febbraio si è ammalato di Covid e curandosi a casa non erano stati riscontrati particolari problemi. Racconta al Corriere della Sera: «A contagio concluso, dopo essere risalito in bici, il tracollo; una notte sono stato così male che ho detto a mia moglie di chiamare l’ambulanza. Deliravo. I problemi alle vie respiratorie sono durati giorni e giorni. Mi sentivo uno straccio». E abbozza come spiegazione alle tante defezioni: «Credo che molti di noi abbiano sottovalutato l’infezione cercando di recuperare troppo in fretta, non a caso tanti colleghi sono fuori uso».
Come si evince, la tensione nel mondo delle corse è alta, soprattutto perché le domande che emergono dalla cronaca sono svariate e confuse e di risposte ufficiali nemmeno l’ombra. L’Uae team Emirates ci ha risposto che le defezioni sono sì dovute a incidenti o lesioni, ma possono essere spiegate da un mix di immunità ridotta per aver indossato, per due anni consecutivi, la mascherina e il ritorno a una vita sociale quasi a pieno regime.
Joost De Maeseneer, medico responsabile dell’Intermarché-Wanty-Gobert World Team è stato piuttosto deciso in merito al minor numero di presenti sulla linea di partenza, escludendo categoricamente che i problemi possano essere dovuti al Long Covid o ai vaccini. Piuttosto, è convinto siano dovuto al fatto che veniamo da «periodi in cui siamo stati isolati, in cui abbiamo avuto costantemente in volto la mascherina, e in cui non ci siamo mai ammalati di malattie diverse dal Covid. Ora, dopo tutto questo tempo gli atleti vanno ad allenarsi al freddo e torna preponderante il virus dell’influenza. Non abbiamo le difese immunitarie per questo, e questa è la ragione».
L’Uci, Unione ciclistica internazionale, organo mondiale di governo del ciclismo sportivo, è l’unico ente in grado di avere una panoramica completa, poiché tutte le squadre lo aggiornano in merito alla situazione clinica dei singoli atleti. Ci si immagina quindi che non appena elaborati i dati si potranno fornire risposte adeguate, ancora non pervenute. Intanto, che questi due anni abbiano contribuito a una inibizione del nostro sistema immunitario è l’ipotesi principale, come del resto sta succedendo, con ogni probabilità, nei casi di epatite nei bambini, più sviluppati in Inghilterra che in Italia, ad oggi.
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Lo studio su «Nature» mostra la correlazione tra iniezioni e malattie cardiovascolari. Aumentate di oltre il 25% le chiamate d’emergenza per la fascia 16-39 anni in seguito all’avvio della campagna d’inoculazione.Infarti e malori tra i ciclisti: «Mascherine e isolamento hanno indebolito le difese». Boom anche di influenze e miocarditi. L’Uci raccoglie le segnalazioni ma non fornisce dati. Il dottor Joost De Maeseneer: «Sistema immunitario fiaccato da due anni di restrizioni».Lo speciale comprende due articoli.Alla faccia delle miocarditi da vaccino «rare e lievi», come scrivevano i cardiologi italiani lo scorso settembre. Un nuovo studio, condotto su dati israeliani, proietta ombre inquietanti sulle iniezioni anti Covid tra i più giovani. La ricerca - appena pubblicata su Nature - evidenzia un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute, in persone tra i 16 e i 40 anni e in concomitanza con le somministrazioni di prime e seconde dosi. «Covarianza non è causazione», recita un vecchio adagio delle scienze statistiche. Bisogna tenerlo presente, perché gli scienziati di Boston e Tel Aviv non hanno potuto accertare se i pazienti assistiti avessero il Covid o si fossero sottoposti alla puntura a mRna. I risultati, comunque, alimentano i sospetti: l’incremento di gravi problemi cardiaci, registrato tra gennaio e giugno 2021 rispetto al 2019 e al 2020, è «significativamente associato ai tassi di prime e seconde dosi di vaccino» inoculate, ma non alle infezioni da coronavirus. Tra l’altro, persino in Israele, dove il fenomeno sarà stato accentuato dalla minore età media, a confronto con altre nazioni occidentali (30,4 anni contro i 46,5 italiani); dove i National emergency medical services (Esm) collezionano meticolosamente le informazioni sanitarie; persino lì, «alcuni dei casi potenzialmente rilevanti» potrebbero non esser stati «pienamente investigati». Pensate, allora, quanti ne avrà bucati il nostro lacunoso sistema di farmacovigilanza. Veniamo ai dettagli. L’analisi uscita su Nature compara il periodo precedente alla comparsa del Sars-Cov-2 (gennaio 2019-febbraio 2020), i mesi di pandemia senza vaccini, da marzo a dicembre 2020 e quelli in cui l’avanzata del virus è corsa in parallelo con la campagna vaccinale (gennaio-giugno 2021). Cosa si riscontra? Un «aumento statisticamente significativo, di più del 25%», sia nelle chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, sia in quelle per sindromi coronariche acute. L’incremento ha riguardato maschi e femmine tra 16 e 39 anni, benché, tra le seconde, sia stato ancor più consistente: +31,4% per arresti cardiaci, +40,8% per sindromi coronariche acute. Osservando le cifre, ci si rende conto che «accresciuti tassi di vaccinazione nel rispettivo gruppo d’età sono associati ad accresciuti numeri nei conteggi settimanali delle chiamate per arresti cardiaci e sindromi coronariche acute». In sintesi: più iniezioni, più crisi di cuore. Invece, «il modello non ha individuato un’associazione statisticamente significativa tra i tassi d’infezione da Covid-19» e le telefonate ai soccorsi. La maggior frequenza di chiamate, da gennaio 2021, «segue strettamente alla somministrazione della seconda dose dei vaccini», mentre un ulteriore aumento, registrato da aprile di un anno fa, «sembra tenere dietro a un incremento delle vaccinazioni con singola dose ai guariti». È una scoperta da sventolare in faccia al governo dei migliori, che con l’apartheid del green pass si è accanito pure su chi aveva già sconfitto il virus. Ignorando le evidenze sull’efficacia dell’immunità naturale e, a quanto pare, esponendo la popolazione più giovane a effetti collaterali gravi. Resterebbe da stabilire se gli eventi infausti, censiti in Israele, debbano essere interpretati come nuove manifestazioni avverse correlate alle vaccinazioni, o se si tratti degli strascichi delle già rilevate miocarditi e pericarditi. L’ipotesi formulata dallo studio di Nature è che l’incidenza di arresti cardiaci e sindromi coronariche acute sia «coerente con la nota relazione causale tra vaccini a mRna» e quelle patologie. Le miocarditi asintomatiche, ad esempio, provocano morti improvvise per arresto cardiaco nei giovani. Altre volte, vengono confuse proprio con le sindromi coronariche acute. Fatto sta che le chiamate d’emergenza sono state più per le donne che per gli uomini, sebbene le infiammazioni cardiache post vaccino risultino di solito più numerose tra questi ultimi. È il segnale di una sottodiagnosi delle miocarditi tra le ragazze? Può darsi. Quel che è certo, è che un esame su una tale mole di dati (30.262 richieste di soccorso per arresti cardiaci e 60.398 per sindromi coronariche acute, di cui, rispettivamente, 945 e 3.945 negli under 40) dovrebbe indurre le autorità a una riflessione. Tecnicamente, si parla di policy implications. L’articolo ne suggerisce un paio. Primo elemento: i «programmi di sorveglianza sui potenziali effetti collaterali dei vaccini e sugli esiti delle infezioni da Covid-19» dovrebbero incorporare le informazioni raccolte dai centri d’emergenza, per individuare prontamente eventuali tendenze allarmanti e indagarne le cause. Seconda e ancora più rilevante raccomandazione: «È essenziale accrescere la consapevolezza, tra i pazienti e i clinici, riguardo ai sintomi», come i dolori al petto e la dispnea, che sono indici di sofferenze al cuore, al fine di «assicurare che il potenziale danno sia minimizzato». Un compito «particolarmente importante nella popolazione più giovane». Il contrario di ciò che è stato fatto nel nostro Paese, martellato dal proselitismo e dal telemarketing sanitario. Come se somministrare un vaccino equivalesse a vendere un folletto. Non ci illudano la parziale tregua nelle restrizioni e la sospensione del certificato verde - del suo impiego, mica della validità del codice a barre. Se in autunno ripartirà il tran tran sulle dosi a tappeto, dovremo pretendere prudenza e verità. 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I comunicati stampa delle squadre parlano di una serie di patologie che comprendono tracheobronchiti, bronchiti influenzali, fino alle infezioni delle alte vie respiratorie, e sembra che i soggetti colpiti da queste forme influenzali fatichino a recuperare in tempi brevi. La risposta più plausibile, al momento, fornitaci da medici delle squadre e staff è che dopo essere stati imbavagliati per due anni con le mascherine, fra lockdown, distanziamenti e isolamenti, il corpo degli atleti non fosse più abituato ai virus in circolazione e il ritorno a una normale socialità pre-Covid, praticamente in tutta Europa tranne in Italia, è stato complice. Tra Parigi e Nizza c’è stato un vero e proprio esodo. Alla partenza della quinta tappa, 18 atleti non sono partiti e 13 di loro lamentavano i sintomi del raffreddore. Secondo gli organizzatori non sono stati presenti casi di coronavirus tra di loro. Il punto spinoso è che le condizioni precarie degli atleti potrebbero influenzare tutto il gruppo, poiché, se i ciclisti sani sono pochi, si rischia di sovraccaricarli. Anche alla Milano-Sanremo le defezioni sono state tante. Il campione uscente, Jasper Stuyven, si è dovuto ritirare per un malanno preso durante la Parigi-Nizza. Pesanti anche le assenze di Sonny Colbrelli, Julian Alaphilippe, Davide Ballerini, Oliver Naesen e John Degenkolb che hanno dovuto alzare bandiera bianca a pochi giorni dalla gara, mentre Wout Van Aert, che sulla carta nelle Fiandre sarebbe stato il corridore da battere, ha contratto il Covid ed è rimasto allettato. Il fatto di cronaca che ha allarmato maggiormente opinione pubblica e mondo del ciclismo è stato sicuramente l’arresto cardiaco di Sonny Colbrelli che sulle strade del Giro della Catalogna, il 21 marzo, si è accasciato per terra subito dopo il traguardo. Anche le dichiarazioni di Peter Sagan e Vincenzo Nibali non hanno lasciato tranquilli gli appassionati. Sagan, ex campione del mondo, non è ancora tornato nella sua condizione migliore, con la nuova squadra TotalEnergies. È stato colpito dal Covid a gennaio e poi da febbre e mal di gola a marzo. I ritiri per lui sono stati numerosi: ha abbandonato la Tirreno Adriatico dopo due tappe e ha saltato il Giro delle Fiandre. Parlando con La Gazzetta dello Sport ha poi ammesso: «Ho male alle gambe e spossatezza. Non sto bene, mi sento sempre stanco e adesso bisogna capire il perché». Preoccupante. Neanche la diciottesima stagione di Nibali da professionista è cominciata nel migliore dei modi. Il trentasettenne ha disputato appena 12 giorni di gara, metà del solito. A febbraio si è ammalato di Covid e curandosi a casa non erano stati riscontrati particolari problemi. Racconta al Corriere della Sera: «A contagio concluso, dopo essere risalito in bici, il tracollo; una notte sono stato così male che ho detto a mia moglie di chiamare l’ambulanza. Deliravo. I problemi alle vie respiratorie sono durati giorni e giorni. Mi sentivo uno straccio». E abbozza come spiegazione alle tante defezioni: «Credo che molti di noi abbiano sottovalutato l’infezione cercando di recuperare troppo in fretta, non a caso tanti colleghi sono fuori uso». Come si evince, la tensione nel mondo delle corse è alta, soprattutto perché le domande che emergono dalla cronaca sono svariate e confuse e di risposte ufficiali nemmeno l’ombra. L’Uae team Emirates ci ha risposto che le defezioni sono sì dovute a incidenti o lesioni, ma possono essere spiegate da un mix di immunità ridotta per aver indossato, per due anni consecutivi, la mascherina e il ritorno a una vita sociale quasi a pieno regime. Joost De Maeseneer, medico responsabile dell’Intermarché-Wanty-Gobert World Team è stato piuttosto deciso in merito al minor numero di presenti sulla linea di partenza, escludendo categoricamente che i problemi possano essere dovuti al Long Covid o ai vaccini. Piuttosto, è convinto siano dovuto al fatto che veniamo da «periodi in cui siamo stati isolati, in cui abbiamo avuto costantemente in volto la mascherina, e in cui non ci siamo mai ammalati di malattie diverse dal Covid. Ora, dopo tutto questo tempo gli atleti vanno ad allenarsi al freddo e torna preponderante il virus dell’influenza. Non abbiamo le difese immunitarie per questo, e questa è la ragione». L’Uci, Unione ciclistica internazionale, organo mondiale di governo del ciclismo sportivo, è l’unico ente in grado di avere una panoramica completa, poiché tutte le squadre lo aggiornano in merito alla situazione clinica dei singoli atleti. Ci si immagina quindi che non appena elaborati i dati si potranno fornire risposte adeguate, ancora non pervenute. Intanto, che questi due anni abbiano contribuito a una inibizione del nostro sistema immunitario è l’ipotesi principale, come del resto sta succedendo, con ogni probabilità, nei casi di epatite nei bambini, più sviluppati in Inghilterra che in Italia, ad oggi.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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