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2020-09-04
Immigrati infetti ad Amantea si oppongono all’isolamento. La prefettura invia l’esercito
Ansa
Ad Amantea, città di mare in provincia di Cosenza, sul fronte emergenziale Covid-migranti, sta succedendo di tutto e di più. Mercoledì pomeriggio è arrivata la notizia di 25 migranti positivi al coronavirus, tutti ospiti in un centro d'accoglienza del posto. Scattava così la protesta dei cittadini che occupavano la statale tirrenica calabrese, in segno di disapprovazione, perché la struttura con i migranti contagiati si trova in pieno centro abitato, che conta non più di 10.000 abitanti. Ieri mattina, invece, in risposta, sono scesi in piazza i migranti, che hanno messo in atto una contro-protesta per opporsi alla quarantena imposta a tutti gli ospiti, a seguito del focolaio scoppiato nel Cas.
Tutto è cominciato sei giorni fa, quando tre extracomunitari della struttura erano risultati positivi al tampone per il coronavisurs. Poi l'effetto domino con i nuovi test effettuati e il relativo aumento di soggetti contagiati.
La struttura al centro della protesta si trova in pieno centro abitato, con altre case e palazzine proprio nelle immediate vicinanze.
Da ciò la paura e la rabbia dei cittadini residenti, che stanno chiedendo a gran voce la chiusura o il trasferimento in altro luogo del Cas. La prefettura di Cosenza, per correre ai ripari, ha inviato l'esercito a presidiare l'area intorno al centro d'accoglienza. Molti dei migranti ospitati nei Cas amanteani, lavorano nei campi e nei capannoni dove si produce e si confeziona la rinomata cipolla rossa calabrese. Dai ieri, i circa 100 migranti, 97 per la precisione, ospitati nell'edificio dov'è scoppiato il focolaio, sono in quarantena, pure quelli risultati negativi. Ma nei giorni precedenti, quasi tutti i migranti (tranne i tre positivi, più altri 14 per contatto) sono stati liberi di circolare.
Va segnalato, inoltre, che uno dei tre contagiati inizialmente individuati, dopo aver ricevuto l'esito del tampone, si è dileguato facendo perdere le sue tracce. Si tratta di un nigeriano, che l'indomani è stato ritrovato e fermato dai carabinieri, alla stazione ferroviaria di Amantea, dove era giunto con un treno proveniente da una città vicina.
La sorveglianza al Cas amanteano era stata delegata a due guardie giurate, andate un po' in affanno quando, mercoledì pomeriggio si saputo del boom di contagi all'interno della struttura. È stato deciso, allora, d'inviare l'esercito per una più sicura sorveglianza del centro.
«Si è svolta presso la prefettura una riunione del comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica» si legge su un comunicato diffuso dalla prefettura di Cosenza «estesa alla partecipazione delle forze armate, del sindaco di Rende, della commissione straordinaria che regge il Comune di Amantea, dell'Asp-dipartimento salute di Cosenza, del rappresentante della cooperativa che gestisce il Cas di Amantea e, in audio-conferenza, con quello del Cas di Rende. Nel corso dell'incontro è stata focalizzata l'attenzione sulle misure di isolamento e di sorveglianza attiva adottate dai centri nei confronti degli ospiti destinatari di ordinanza di quarantena obbligatoria emanata dalle competenti amministrazioni comunali in quanto positivi ai tamponi laringo-faringeo effettuati dall'Asp. Si tratta, a Rende, di 15 migranti e un operatore, di cui due ricoverati al reparto malattie infettive dell'ospedale civile dell'Annunziata di Cosenza; ad Amantea, di 25 migranti e un operatore.
Tutti» si precisa nella nota stampa «sono in isolamento all'interno dei rispettivi Cas, separati dagli altri ospiti, e attentamente sorvegliati. In sede di comitato si è preso atto del ricorso, da parte dei centri, a personale degli istituti di vigilanza privata nonché dell'implementazione delle misure e dei presidi di contenimento della diffusione del virus Covid-19 nei confronti di tutti gli ospiti. In un'ottica di rafforzamento della vigilanza ai Cas» così si conclude la nota della prefettura «il comitato ha deciso l'impiego di unità delle forze dell'ordine e delle forze armate». Nel comunicato si fa riferimento pure al focolaio innescatosi qualche giorno prima, al centro d'accoglienza di Rende, sempre in provincia di Cosenza.
A metà luglio, Amantea era stata teatro di una prima protesta in strada, attuata da un nutrito gruppo di persone, dopo l'arrivo in un'altra struttura, sempre ubicata nel centro abitato della città sul Tirreno cosentino, di 13 migranti già positivi, a seguito di uno sbarco sulla costa ionia calabrese.
In Sicilia, cambiando Regione, 53 migranti intercettati a bordo di una barca a vela, ieri, sono stati trasferiti a Pozzallo.
Provenivano da Afghanistan, Iran e Pakistan. L'imbarcazione con gli extracomunitari è stata bloccata a una ventina di miglia da Pozzallo. Sulla barca c'erano 30 uomini, cinque donne e 18 minori (un'unica bambina, di 12 anni è la più piccola del gruppo.
Dopo una prima ricognizione a bordo, effettuata dall'Usmaf, i migranti sono stati accolti in banchina dal personale Asp, che ha provveduto ad effettuare i tamponi per rilevare la presenza o meno del virus.
Conte ha dato la mancia a Lampedusa. E ora gli altri Comuni battono cassa
«Pagare moneta, tenere migrante»; pare brutto, vero? Eppure il presidente Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, hanno risolto - si fa molto per dire - così la crisi di Lampedusa. In perfetta continuità con Matteo Renzi che accettò di prendersi i migranti in cambio della flessibilità europea sui conti. Lo ha rivelato il sua ministro di allora Valeria Fedeli, ce lo ha rivelato la missione Triton, lo sappiamo perché anche l'accordo di Malta per i rimpatri appuntato sul petto della Lamorgese come una medaglia al valor solidale è un flop. Una mancia e tutto passa. Hanno fatto fuoco e fiamme contro l'ordinanza di Nello Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, che chiedeva la chiusura dell'hotspot di Lampedusa e di tutti i centri per migranti dove stanno ammassate migliaia di persone e gli hanno risposto: come osa? È faccenda governativa, l'immigrazione è, per dirla alla siciliana, cosa nostra. E ora? Argent de poche e passa l'emergenza! Quando si dice la solidarietà. Giuseppe Conte zio (di manzoniana memoria) da una parte proclama, ricorrendo al Tar, una grida dicendo che Musumeci è fuorilegge, dall'altra tenta l'accordo sottobanco per disinnescare la polveriera Lampedusa esasperata dai continui sbarchi. Chiama a Palazzo Chigi il sindaco Pd Salvatore (falce e) Martello e lo stesso presidente siciliano e dice: mettiamoci d'accordo. Come? Esattamente come la Lamorgese e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a Tunisi, 11 milioni in cambio dello stop ai barchini: «Pagare moneta, tenere migrante». Il suk della clandestinità di Palazzo Chigi prevede che i lampedusani smettano di protestare in cambio di mutui agevolati per albergatori, ristoratori e pescatori, dello stop al pagamento delle tasse pregresse fino al 2021, dello svuotamento del «cimitero dei barchini» (ieri ne sono stati demoliti 160) e dello sgombero dell'hotspot con l'arrivo di altre due navi «alloggio» per i migranti oltre alle quattro già previste al costo per il contribuente italiano 40.000 euro al giorno per ogni nave, cioè sette milioni e 200.000 euro al mese. Sulle proposte del Conte zio ha emesso fidejussione Roberto Gualtieri, il ministro dell'Economia. Soddisfatto è Totò (falce e) Martello primo cittadino di Lampedusa che appena tornato sull'isola si è trovato di fronte una nuova durissima contestazione, molto meno lo è Nello Musumeci che smaschera il tentativo di baratto del governo: «Pagare moneta, tenere migrante». Sostiene Musumeci: «Si è dimostrato che lo Stato Palermo ha fatto di più dello Stato Roma, ma non mi faccio molte illusioni. Ricordo che mi sono mosso su di una preoccupazione sanitaria e loro ci hanno risposto con lo sconto sulle tasse che è legato solo a Lampedusa. Voglio chiarire che noi, ma neppure il sindaco, non abbiamo assolutamente chiesto baratti. Tutte le provvidenze economiche che vorranno dare a Lampedusa sono ben accette perché è giusto che quella terra sia compensata di tante privazioni e sofferenze, ma io resto assolutamente in attesa di vedere se e come sarà risolta l'emergenza sanitaria». C'è però il rischio che altri vogliano incassare come il Sindaco di Pozzallo Roberto Ammanta che dice: «Se aiutano Lampedusa devono aiutare anche noi». La Sicilia è una polveriera sociale e sanitaria. Lo certifica Cristoforo Pomara, capo ispettore dell'istituto di medicina legale di Catania che sta «vistando» i centri migranti dell'isola e ha fatto un rapporto urgentissimo su quello di Lampedusa. «Sono scioccato e sì che faccio il medico legale. Se pensiamo di tenere assieme migliaia di persone come a Lampedusa e chiamare questo accoglienza allora abbiamo già fallito. Lì c'è una bomba sanitaria non solo per il Covid, ma per l'Hiv, per la scabbia, per la Tbc. In alcuni angoli non c'è il pavimento, ma un tappeto umano». Siamo al «dare moneta, tenere tappeto». Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo e patrono dei clandestini, se la prende però con i decreti Salvini (il governo non li tocca fino al post elezioni perché non ha una politica sull'immigrazione) ma la butta anche lui a denari: «Brava la Lamorgese a dire che i Paesi che non accolgono non devono avere i soldi dell'Europa, noi dobbiamo destinare le risorse del Recovery fund alle politiche della migrazione».È scuola Matteo Renzi: parli di migranti, spuntano i contanti. Lui in cambio dei porti aperti distribuì gli 80 euro con cui vinse le elezioni europee. Tutto torna: i bonus, i migranti, i soldi. Matteo Renzi ha tracciato il solco, ma è la Lamorgese che lo difende: «Pagare moneta, tenere migrante»!
P.s: L'espressione «pagare moneta, vedere cammello» è del fascismo. In Tunisia c'era una vasta comunità d'italiani e il duce per raccontarne le glorie mandava quelli del cinema a fare documentari. Per spostarsi noleggiavano i cammelli dai beduini salvo sparire il giorno prima del pagamento dell'affitto. Così a ogni italiano il tunisino ripeteva: «Pagare moneta, vedere cammello». Niccolò Macchiavelli non aveva torto sulla ciclicità della storia: dalla rovina alla grandezza, all'ozio e di nuovo alla rovina!
«Vietato respingere i clandestini» Ecco perché la sentenza è infondata
Presidente di sezione a riposo
della Corte di cassazione
Questo e altri giornali hanno dato ampio risalto alla sentenza del tribunale civile di Roma n. 22917, con la quale, in accoglimento di un ricorso proposto da un gruppo di «migranti», a suo tempo salvati in mare da una unità navale italiana e riportati sulle coste libiche, è stato riconosciuto il loro diritto di «accedere nel territorio italiano allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale ovvero di protezione speciale»; diritto esercitabile, secondo il tribunale, mediante l'attivazione degli strumenti da individuarsi a cura delle competenti autorità amministrative.
Il ragionamento posto dal tribunale alla base di tale decisione è il seguente: a) il respingimento verso la Libia sarebbe stato illegittimo, in quanto contrario al principio del «non refoulement» nonché al divieto delle espulsioni collettive previsto dall'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e dall'art. 4 del Protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, avuto anche riguardo al precedente costituito dalla sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell'uomo) nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia.
b) sarebbe stata, quindi, indebitamente preclusa ai «migranti», con la possibilità di accedere al territorio italiano, anche la possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale, posto che, tale richiesta va presentata «presso l'ufficio di polizia di frontiera all'atto dell'ingresso nel territorio nazionale o presso l'ufficio della questura competente in base al luogo di dimora del richiedente»; c) conseguentemente, dovendosi attribuire carattere di assolutezza al diritto di asilo nel territorio italiano stabilito dall'art. 10, comma terzo, della Costituzione in favore dello straniero «al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantire dalla Costituzione italiana», sarebbe rientrato tra i poteri- doveri dell'autorità giudiziaria quello di consentire l'effettivo esercizio di tale diritto.
Si tratta di un ragionamento che, a prima vista, appare logico e conseguenziale, dal momento che, in effetti, il punto di partenza costituito dalla asserita illegittimità del respingimento collettivo dei «migranti» verso la Libia trova il suo fondamento, almeno formale, nella citata sentenza della Cedu Hirsi Jamaa c. Italia. Con tale sentenza, infatti, l'Italia fu ritenuta responsabile di violazione del divieto di espulsioni collettive relativamente a un caso, sostanzialmente identico a quello cui si riferisce la sentenza del tribunale di Roma. La decisione della Corte si basava, essenzialmente, sulla tesi secondo cui sarebbe equiparabile ad una «espulsione collettiva» anche il «respingimento collettivo». Molto vi sarebbe, in realtà, da discutere circa il fondamento giuridico di questa tesi, cui non appare certo estranea la pregiudiziale adesione dei giudici di Strasburgo a ben noti indirizzi di natura politica in materia di immigrazione. Per quanto qui interessa, non si può tuttavia prescindere dal fatto che essa rappresenta, allo stato, un punto fermo della giurisprudenza europea.
Ciò detto, è però da escludere che possano condividersi gli ulteriori passaggi del ragionamento seguito dal tribunale di Roma. Anzitutto, infatti, appare del tutto privo di fondamento il ritenere, come ha fatto invece il tribunale, che dalla illegittimità del respingimento dei «migranti» verso la Libia, operato a suo tempo dalla unità navale italiana, derivi la riconoscibilità, ora per allora, dell'attuale diritto degli stessi «migranti» ad accedere al territorio italiano per presentare la richiesta di protezione internazionale. A dimostrazione di ciò basti il fatto che la stessa Corte europea, con la sentenza Hirsi Jamaa, pur avendo il potere di imporre allo Stato soccombente tutti gli adempimenti riparatori consentiti dal suo «diritto interno», ritenne che gli stessi in altro non potessero consistere se non nella corresponsione, da parte dell'Italia, di una «equa riparazione» nella misura di euro 15.000 per ciascuno dei «migranti» che avevano proposto il ricorso, aggiungendo soltanto che spettava al governo italiano «intraprendere tutte le attività possibili per ottenere dalle autorità libiche l'assicurazione che i ricorrenti non saranno né sottoposti a trattamenti contrari all'articolo 3 della Convenzione né rimpatriati arbitrariamente». Anche il tribunale di Roma, sulla scorta del precedente europeo, ha in verità riconosciuto ai ricorrenti il diritto alla corresponsione della stessa somma. A ciò esso avrebbe però dovuto limitarsi.
Deve poi aggiungersi che, d'altra parte, l'avvenuto, indebito respingimento non avrebbe in alcun modo impedito agli interessati di avanzare, anche dall'estero, non appena ne avessero avuto la possibilità, la richiesta di un visto d'ingresso per l'Italia, proprio sulla base di quello stesso art. 25 del «Codice visti» indicato dal tribunale. Di tale strumento non risulta però che gli interessati abbiano inteso avvalersi. Da ciò si sarebbe dovuto ragionevolmente presumere che l'interesse ad avanzare una tale richiesta fosse, già da allora, venuto meno. Né potrebbe, in contrario, farsi leva sul fatto che, nella sentenza del tribunale si riporta, tra l'altro, anche l'asserzione degli interessati secondo cui essi, una volta giunti in Israele, sarebbero stati arrestati e, dopo il rilascio, avrebbero subito dalle autorità israeliane, «trattamenti inumani e degradanti» nonché «gravi violazioni dei loro diritti fondamentali». Lo stesso tribunale, infatti, ha poi del tutto ignorato, nella motivazione del proprio provvedimento. Ragion per cui non può neppure dirsi che risulti dedotta né, tanto meno, comprovata una ipotetica impossibilità o difficoltà di presentare la loro richiesta di «visto» a uno dei consolati italiani operanti in Israele.
Risulta assai difficile sottrarsi alla sgradevole sensazione che ancora una volta la magistratura si sia fatta condizionare, nelle proprie decisioni, da considerazioni che potremmo definire «metagiuridiche», tanto da superare in zelo immigrazionista anche la pur zelantissima corte di Strasburgo.
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Paura e proteste dei residenti per i 25 contagi in un Cas del Cosentino. Gli ospiti hanno circolato per giorni e rifiutavano la quarantena. Trasferiti altri 53 migranti a Pozzallo.Il governo baratta la condiscendenza dell'isola, bomba sanitaria a causa degli extracomunitari, con sconti su tasse e mutui. Soddisfatto Martello, mentre il sindaco di Pozzallo lamenta: «Devono aiutare anche noi»Il tribunale di Roma condannò nel 2019 lo Stato per aver riportato in Libia degli eritrei e ha riconosciuto loro il diritto al rilascio dei visti italiani. Ma la decisione è priva di sostanza giuridicaLo speciale contiene tre articoliAd Amantea, città di mare in provincia di Cosenza, sul fronte emergenziale Covid-migranti, sta succedendo di tutto e di più. Mercoledì pomeriggio è arrivata la notizia di 25 migranti positivi al coronavirus, tutti ospiti in un centro d'accoglienza del posto. Scattava così la protesta dei cittadini che occupavano la statale tirrenica calabrese, in segno di disapprovazione, perché la struttura con i migranti contagiati si trova in pieno centro abitato, che conta non più di 10.000 abitanti. Ieri mattina, invece, in risposta, sono scesi in piazza i migranti, che hanno messo in atto una contro-protesta per opporsi alla quarantena imposta a tutti gli ospiti, a seguito del focolaio scoppiato nel Cas.Tutto è cominciato sei giorni fa, quando tre extracomunitari della struttura erano risultati positivi al tampone per il coronavisurs. Poi l'effetto domino con i nuovi test effettuati e il relativo aumento di soggetti contagiati. La struttura al centro della protesta si trova in pieno centro abitato, con altre case e palazzine proprio nelle immediate vicinanze. Da ciò la paura e la rabbia dei cittadini residenti, che stanno chiedendo a gran voce la chiusura o il trasferimento in altro luogo del Cas. La prefettura di Cosenza, per correre ai ripari, ha inviato l'esercito a presidiare l'area intorno al centro d'accoglienza. Molti dei migranti ospitati nei Cas amanteani, lavorano nei campi e nei capannoni dove si produce e si confeziona la rinomata cipolla rossa calabrese. Dai ieri, i circa 100 migranti, 97 per la precisione, ospitati nell'edificio dov'è scoppiato il focolaio, sono in quarantena, pure quelli risultati negativi. Ma nei giorni precedenti, quasi tutti i migranti (tranne i tre positivi, più altri 14 per contatto) sono stati liberi di circolare. Va segnalato, inoltre, che uno dei tre contagiati inizialmente individuati, dopo aver ricevuto l'esito del tampone, si è dileguato facendo perdere le sue tracce. Si tratta di un nigeriano, che l'indomani è stato ritrovato e fermato dai carabinieri, alla stazione ferroviaria di Amantea, dove era giunto con un treno proveniente da una città vicina.La sorveglianza al Cas amanteano era stata delegata a due guardie giurate, andate un po' in affanno quando, mercoledì pomeriggio si saputo del boom di contagi all'interno della struttura. È stato deciso, allora, d'inviare l'esercito per una più sicura sorveglianza del centro.«Si è svolta presso la prefettura una riunione del comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica» si legge su un comunicato diffuso dalla prefettura di Cosenza «estesa alla partecipazione delle forze armate, del sindaco di Rende, della commissione straordinaria che regge il Comune di Amantea, dell'Asp-dipartimento salute di Cosenza, del rappresentante della cooperativa che gestisce il Cas di Amantea e, in audio-conferenza, con quello del Cas di Rende. Nel corso dell'incontro è stata focalizzata l'attenzione sulle misure di isolamento e di sorveglianza attiva adottate dai centri nei confronti degli ospiti destinatari di ordinanza di quarantena obbligatoria emanata dalle competenti amministrazioni comunali in quanto positivi ai tamponi laringo-faringeo effettuati dall'Asp. Si tratta, a Rende, di 15 migranti e un operatore, di cui due ricoverati al reparto malattie infettive dell'ospedale civile dell'Annunziata di Cosenza; ad Amantea, di 25 migranti e un operatore. Tutti» si precisa nella nota stampa «sono in isolamento all'interno dei rispettivi Cas, separati dagli altri ospiti, e attentamente sorvegliati. In sede di comitato si è preso atto del ricorso, da parte dei centri, a personale degli istituti di vigilanza privata nonché dell'implementazione delle misure e dei presidi di contenimento della diffusione del virus Covid-19 nei confronti di tutti gli ospiti. In un'ottica di rafforzamento della vigilanza ai Cas» così si conclude la nota della prefettura «il comitato ha deciso l'impiego di unità delle forze dell'ordine e delle forze armate». Nel comunicato si fa riferimento pure al focolaio innescatosi qualche giorno prima, al centro d'accoglienza di Rende, sempre in provincia di Cosenza.A metà luglio, Amantea era stata teatro di una prima protesta in strada, attuata da un nutrito gruppo di persone, dopo l'arrivo in un'altra struttura, sempre ubicata nel centro abitato della città sul Tirreno cosentino, di 13 migranti già positivi, a seguito di uno sbarco sulla costa ionia calabrese.In Sicilia, cambiando Regione, 53 migranti intercettati a bordo di una barca a vela, ieri, sono stati trasferiti a Pozzallo. Provenivano da Afghanistan, Iran e Pakistan. L'imbarcazione con gli extracomunitari è stata bloccata a una ventina di miglia da Pozzallo. Sulla barca c'erano 30 uomini, cinque donne e 18 minori (un'unica bambina, di 12 anni è la più piccola del gruppo. Dopo una prima ricognizione a bordo, effettuata dall'Usmaf, i migranti sono stati accolti in banchina dal personale Asp, che ha provveduto ad effettuare i tamponi per rilevare la presenza o meno del virus.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-infetti-ad-amantea-si-oppongono-allisolamento-la-prefettura-invia-lesercito-2647451713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-ha-dato-la-mancia-a-lampedusa-e-ora-gli-altri-comuni-battono-cassa" data-post-id="2647451713" data-published-at="1599206256" data-use-pagination="False"> Conte ha dato la mancia a Lampedusa. E ora gli altri Comuni battono cassa «Pagare moneta, tenere migrante»; pare brutto, vero? Eppure il presidente Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, hanno risolto - si fa molto per dire - così la crisi di Lampedusa. In perfetta continuità con Matteo Renzi che accettò di prendersi i migranti in cambio della flessibilità europea sui conti. Lo ha rivelato il sua ministro di allora Valeria Fedeli, ce lo ha rivelato la missione Triton, lo sappiamo perché anche l'accordo di Malta per i rimpatri appuntato sul petto della Lamorgese come una medaglia al valor solidale è un flop. Una mancia e tutto passa. Hanno fatto fuoco e fiamme contro l'ordinanza di Nello Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, che chiedeva la chiusura dell'hotspot di Lampedusa e di tutti i centri per migranti dove stanno ammassate migliaia di persone e gli hanno risposto: come osa? È faccenda governativa, l'immigrazione è, per dirla alla siciliana, cosa nostra. E ora? Argent de poche e passa l'emergenza! Quando si dice la solidarietà. Giuseppe Conte zio (di manzoniana memoria) da una parte proclama, ricorrendo al Tar, una grida dicendo che Musumeci è fuorilegge, dall'altra tenta l'accordo sottobanco per disinnescare la polveriera Lampedusa esasperata dai continui sbarchi. Chiama a Palazzo Chigi il sindaco Pd Salvatore (falce e) Martello e lo stesso presidente siciliano e dice: mettiamoci d'accordo. Come? Esattamente come la Lamorgese e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a Tunisi, 11 milioni in cambio dello stop ai barchini: «Pagare moneta, tenere migrante». Il suk della clandestinità di Palazzo Chigi prevede che i lampedusani smettano di protestare in cambio di mutui agevolati per albergatori, ristoratori e pescatori, dello stop al pagamento delle tasse pregresse fino al 2021, dello svuotamento del «cimitero dei barchini» (ieri ne sono stati demoliti 160) e dello sgombero dell'hotspot con l'arrivo di altre due navi «alloggio» per i migranti oltre alle quattro già previste al costo per il contribuente italiano 40.000 euro al giorno per ogni nave, cioè sette milioni e 200.000 euro al mese. Sulle proposte del Conte zio ha emesso fidejussione Roberto Gualtieri, il ministro dell'Economia. Soddisfatto è Totò (falce e) Martello primo cittadino di Lampedusa che appena tornato sull'isola si è trovato di fronte una nuova durissima contestazione, molto meno lo è Nello Musumeci che smaschera il tentativo di baratto del governo: «Pagare moneta, tenere migrante». Sostiene Musumeci: «Si è dimostrato che lo Stato Palermo ha fatto di più dello Stato Roma, ma non mi faccio molte illusioni. Ricordo che mi sono mosso su di una preoccupazione sanitaria e loro ci hanno risposto con lo sconto sulle tasse che è legato solo a Lampedusa. Voglio chiarire che noi, ma neppure il sindaco, non abbiamo assolutamente chiesto baratti. Tutte le provvidenze economiche che vorranno dare a Lampedusa sono ben accette perché è giusto che quella terra sia compensata di tante privazioni e sofferenze, ma io resto assolutamente in attesa di vedere se e come sarà risolta l'emergenza sanitaria». C'è però il rischio che altri vogliano incassare come il Sindaco di Pozzallo Roberto Ammanta che dice: «Se aiutano Lampedusa devono aiutare anche noi». La Sicilia è una polveriera sociale e sanitaria. Lo certifica Cristoforo Pomara, capo ispettore dell'istituto di medicina legale di Catania che sta «vistando» i centri migranti dell'isola e ha fatto un rapporto urgentissimo su quello di Lampedusa. «Sono scioccato e sì che faccio il medico legale. Se pensiamo di tenere assieme migliaia di persone come a Lampedusa e chiamare questo accoglienza allora abbiamo già fallito. Lì c'è una bomba sanitaria non solo per il Covid, ma per l'Hiv, per la scabbia, per la Tbc. In alcuni angoli non c'è il pavimento, ma un tappeto umano». Siamo al «dare moneta, tenere tappeto». Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo e patrono dei clandestini, se la prende però con i decreti Salvini (il governo non li tocca fino al post elezioni perché non ha una politica sull'immigrazione) ma la butta anche lui a denari: «Brava la Lamorgese a dire che i Paesi che non accolgono non devono avere i soldi dell'Europa, noi dobbiamo destinare le risorse del Recovery fund alle politiche della migrazione».È scuola Matteo Renzi: parli di migranti, spuntano i contanti. Lui in cambio dei porti aperti distribuì gli 80 euro con cui vinse le elezioni europee. Tutto torna: i bonus, i migranti, i soldi. Matteo Renzi ha tracciato il solco, ma è la Lamorgese che lo difende: «Pagare moneta, tenere migrante»! P.s: L'espressione «pagare moneta, vedere cammello» è del fascismo. In Tunisia c'era una vasta comunità d'italiani e il duce per raccontarne le glorie mandava quelli del cinema a fare documentari. Per spostarsi noleggiavano i cammelli dai beduini salvo sparire il giorno prima del pagamento dell'affitto. Così a ogni italiano il tunisino ripeteva: «Pagare moneta, vedere cammello». Niccolò Macchiavelli non aveva torto sulla ciclicità della storia: dalla rovina alla grandezza, all'ozio e di nuovo alla rovina! <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-infetti-ad-amantea-si-oppongono-allisolamento-la-prefettura-invia-lesercito-2647451713.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="vietato-respingere-i-clandestini-ecco-perche-la-sentenza-e-infondata" data-post-id="2647451713" data-published-at="1599206256" data-use-pagination="False"> «Vietato respingere i clandestini» Ecco perché la sentenza è infondata Presidente di sezione a riposo della Corte di cassazione Questo e altri giornali hanno dato ampio risalto alla sentenza del tribunale civile di Roma n. 22917, con la quale, in accoglimento di un ricorso proposto da un gruppo di «migranti», a suo tempo salvati in mare da una unità navale italiana e riportati sulle coste libiche, è stato riconosciuto il loro diritto di «accedere nel territorio italiano allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale ovvero di protezione speciale»; diritto esercitabile, secondo il tribunale, mediante l'attivazione degli strumenti da individuarsi a cura delle competenti autorità amministrative. Il ragionamento posto dal tribunale alla base di tale decisione è il seguente: a) il respingimento verso la Libia sarebbe stato illegittimo, in quanto contrario al principio del «non refoulement» nonché al divieto delle espulsioni collettive previsto dall'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e dall'art. 4 del Protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, avuto anche riguardo al precedente costituito dalla sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell'uomo) nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia. b) sarebbe stata, quindi, indebitamente preclusa ai «migranti», con la possibilità di accedere al territorio italiano, anche la possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale, posto che, tale richiesta va presentata «presso l'ufficio di polizia di frontiera all'atto dell'ingresso nel territorio nazionale o presso l'ufficio della questura competente in base al luogo di dimora del richiedente»; c) conseguentemente, dovendosi attribuire carattere di assolutezza al diritto di asilo nel territorio italiano stabilito dall'art. 10, comma terzo, della Costituzione in favore dello straniero «al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantire dalla Costituzione italiana», sarebbe rientrato tra i poteri- doveri dell'autorità giudiziaria quello di consentire l'effettivo esercizio di tale diritto. Si tratta di un ragionamento che, a prima vista, appare logico e conseguenziale, dal momento che, in effetti, il punto di partenza costituito dalla asserita illegittimità del respingimento collettivo dei «migranti» verso la Libia trova il suo fondamento, almeno formale, nella citata sentenza della Cedu Hirsi Jamaa c. Italia. Con tale sentenza, infatti, l'Italia fu ritenuta responsabile di violazione del divieto di espulsioni collettive relativamente a un caso, sostanzialmente identico a quello cui si riferisce la sentenza del tribunale di Roma. La decisione della Corte si basava, essenzialmente, sulla tesi secondo cui sarebbe equiparabile ad una «espulsione collettiva» anche il «respingimento collettivo». Molto vi sarebbe, in realtà, da discutere circa il fondamento giuridico di questa tesi, cui non appare certo estranea la pregiudiziale adesione dei giudici di Strasburgo a ben noti indirizzi di natura politica in materia di immigrazione. Per quanto qui interessa, non si può tuttavia prescindere dal fatto che essa rappresenta, allo stato, un punto fermo della giurisprudenza europea. Ciò detto, è però da escludere che possano condividersi gli ulteriori passaggi del ragionamento seguito dal tribunale di Roma. Anzitutto, infatti, appare del tutto privo di fondamento il ritenere, come ha fatto invece il tribunale, che dalla illegittimità del respingimento dei «migranti» verso la Libia, operato a suo tempo dalla unità navale italiana, derivi la riconoscibilità, ora per allora, dell'attuale diritto degli stessi «migranti» ad accedere al territorio italiano per presentare la richiesta di protezione internazionale. A dimostrazione di ciò basti il fatto che la stessa Corte europea, con la sentenza Hirsi Jamaa, pur avendo il potere di imporre allo Stato soccombente tutti gli adempimenti riparatori consentiti dal suo «diritto interno», ritenne che gli stessi in altro non potessero consistere se non nella corresponsione, da parte dell'Italia, di una «equa riparazione» nella misura di euro 15.000 per ciascuno dei «migranti» che avevano proposto il ricorso, aggiungendo soltanto che spettava al governo italiano «intraprendere tutte le attività possibili per ottenere dalle autorità libiche l'assicurazione che i ricorrenti non saranno né sottoposti a trattamenti contrari all'articolo 3 della Convenzione né rimpatriati arbitrariamente». Anche il tribunale di Roma, sulla scorta del precedente europeo, ha in verità riconosciuto ai ricorrenti il diritto alla corresponsione della stessa somma. A ciò esso avrebbe però dovuto limitarsi. Deve poi aggiungersi che, d'altra parte, l'avvenuto, indebito respingimento non avrebbe in alcun modo impedito agli interessati di avanzare, anche dall'estero, non appena ne avessero avuto la possibilità, la richiesta di un visto d'ingresso per l'Italia, proprio sulla base di quello stesso art. 25 del «Codice visti» indicato dal tribunale. Di tale strumento non risulta però che gli interessati abbiano inteso avvalersi. Da ciò si sarebbe dovuto ragionevolmente presumere che l'interesse ad avanzare una tale richiesta fosse, già da allora, venuto meno. Né potrebbe, in contrario, farsi leva sul fatto che, nella sentenza del tribunale si riporta, tra l'altro, anche l'asserzione degli interessati secondo cui essi, una volta giunti in Israele, sarebbero stati arrestati e, dopo il rilascio, avrebbero subito dalle autorità israeliane, «trattamenti inumani e degradanti» nonché «gravi violazioni dei loro diritti fondamentali». Lo stesso tribunale, infatti, ha poi del tutto ignorato, nella motivazione del proprio provvedimento. Ragion per cui non può neppure dirsi che risulti dedotta né, tanto meno, comprovata una ipotetica impossibilità o difficoltà di presentare la loro richiesta di «visto» a uno dei consolati italiani operanti in Israele. Risulta assai difficile sottrarsi alla sgradevole sensazione che ancora una volta la magistratura si sia fatta condizionare, nelle proprie decisioni, da considerazioni che potremmo definire «metagiuridiche», tanto da superare in zelo immigrazionista anche la pur zelantissima corte di Strasburgo.
Pino Lerario Tagliatore
Dietro ogni capo Tagliatore c’è una firma inconfondibile, ma soprattutto una visione. Pino Lerario non è solo l’erede di una tradizione sartoriale, è colui che l’ha trasformata in un linguaggio contemporaneo, portando l’eleganza pugliese sui mercati internazionali senza mai snaturarla costruendo un’identità forte fatta di proporzioni decise, dettagli riconoscibili e una coerenza rara. È Pino Lerario a raccontarsi.
Famiglia, casa, storia: è tutto ciò che rappresenta Tagliatore a Martina Franca?
«Sì, assolutamente. Per noi Tagliatore non è solo un’azienda, è proprio un pezzo di vita. È qualcosa che va oltre il lavoro: rappresenta le nostre radici, il nostro territorio e tutto quello che ci è stato tramandato nel tempo».
La storia parte dal nonno Vito, tagliatore di tomaie di scarpe, fino ad arrivare alla confezione. È stata un’evoluzione naturale o una rottura netta?
«Direi senza dubbio un’evoluzione naturale. Questo passaggio lo ha fatto mio padre in modo spontaneo, senza forzature. Parliamo di un’epoca diversa, in cui certe scelte nascevano più dall’istinto e dalle opportunità che da una strategia precisa. È stato un cambiamento graduale, quasi inevitabile, che si è inserito perfettamente nel contesto familiare e lavorativo. È stato un cambio importante, ma sempre legato al “saper fare” artigianale».
In una famiglia come la vostra, il «saper fare» si impara o si respira fin da piccoli?
«Secondo me si respira, prima ancora di impararlo. Io stesso ho iniziato molto presto, intorno ai sette anni, quando mio padre aprì il primo laboratorio nel 1972. Dopo la scuola andavo in bottega e stavo lì a guardare, ad ascoltare, a toccare i tessuti. È qualcosa che ti entra dentro piano piano. Poi certo, ci vuole passione: senza quella puoi anche stare lì tutta la vita, ma non impari davvero».
Anche suo padre ha iniziato giovanissimo.
«A cinque anni. Oggi sembra impensabile, ma una volta era così: si cresceva in bottega, si imparava fin da subito un mestiere. Era una scuola di vita oltre che di lavoro».
Le piace ancora chiamarla «bottega»?
«Sì, e continuerò a chiamarla in questo modo. La bottega per noi è sempre stata come una seconda casa, anzi forse la prima, perché ci passavamo più tempo che a casa. È un ambiente che ti forma, che ti accompagna per tutta la vita. Anche se oggi siamo un’azienda con centinaia di dipendenti, per me resta la bottega. È un termine che racchiude tutto: tradizione, manualità, sacrificio. Nel nostro dialetto si dice a putia, e questo ti fa capire quanto sia radicata questa idea nella nostra cultura».
C’è stato un momento chiave, una svolta per Tagliatore?
«Più che un singolo momento, direi diversi episodi nel corso degli anni. Quando lavori tanto e per così tanto tempo, è inevitabile affrontare difficoltà. Noi abbiamo avuto anche momenti molto duri, situazioni che sembravano delle vere e proprie catastrofi. Però, col senno di poi, proprio quegli episodi si sono rivelati fondamentali per la nostra crescita. Ti costringono a reagire, a migliorare, a non adagiarti».
Tagliatore è ancora un’azienda familiare. Come si mantiene l’equilibrio?
«Essere un’azienda familiare è bellissimo, ma non sempre semplice. Ci sono dinamiche diverse rispetto a un’azienda strutturata in modo più “freddo”. Però alla fine si trova sempre un equilibrio, perché alla base c’è il legame familiare. Ci si confronta, si discute, ma poi si decide insieme. Siamo quattro fratelli e ognuno ha il suo ruolo. Mia sorella Maria Teresa si occupa dell’amministrazione, mio fratello Luciano della produzione, Vito del reparto taglio, e io ho un ruolo più di coordinamento generale. Cerco di tenere insieme tutte le parti».
La produzione resta in Puglia. Quanto conta il made in Italy oggi?
«Conta tantissimo, anche se è sempre più difficile sostenerlo. Produrre in Italia significa affrontare costi più alti, ma nel nostro caso è fondamentale. La nostra collezione è molto ampia, con tanti modelli, colori e possibilità di personalizzazione: questo tipo di lavoro si può fare solo qui. Purtroppo molte aziende stanno andando all’estero perché i costi sono più bassi. Ma il made in Italy è la nostra vera forza: se perdiamo quello, perdiamo tutto. Andrebbe tutelato molto di più».
Le vostre giacche con i rever larghi. Da dove nasce questa scelta?
«Dalla voglia di osare e di dare personalità al prodotto. Ci siamo ispirati agli anni ’70 e ’80, quando i rever erano più ampi. Abbiamo ripreso quell’idea e l’abbiamo reinterpretata. Il rever largo dà carattere, forza, presenza».
Dopo l’uomo avete sviluppato anche la donna. Che differenze ci sono?
«Il processo creativo cambia molto, soprattutto per quanto riguarda materiali e sensibilità. Però abbiamo voluto mantenere una cosa fondamentale: la costruzione. Le nostre giacche da donna sono realizzate con la stessa cura e tecnica di quelle da uomo, che sono tra le più complesse».
Quali sono i vostri mercati principali?
«L’Italia resta il mercato principale, anche se è il più difficile. Poi c’è il Giappone, molto esigente ma importantissimo per noi. Siamo presenti anche in Europa, in paesi come Francia e Germania, nei paesi scandinavi, in Turchia e stiamo crescendo negli Stati Uniti».
Si parla molto di sostenibilità: quanto conta per voi?
«Tantissimo. Per noi sostenibilità significa soprattutto qualità. Utilizziamo tessuti italiani e realizziamo capi pensati per durare negli anni. Questo è il vero lusso oggi. Quando un capo dura nel tempo e continua a essere indossato dopo anni, vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Ho clienti che ancora oggi indossano cappotti di più di dieci anni fa e non riescono a separarsene: questo per me è il risultato più bello».
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Questo Libretto nasce dal sogno di riportare - nell’arco di un decennio - molti nuovi o vecchi ex lettori (specie giovani, di qualsiasi età) alla lettura di libri, riviste, giornali, attraverso prodotti e modalità di nuovo tipo, con schemi, approcci, modalità, di nuovo tipo.
Ricordando un momento lontano - anni Ottanta del Novecento - mi è venuta l’idea di pubblicare un libretto per illustrarne poi, a voce, il testo, esplicitandone i passaggi chiave e il non detto, trasformandolo quindi in una «lezione di vita», in particolare per i giovani di qualsiasi età.
Gianni Agnelli, allora mio presidente, amante di libri di successo, specie saggi, mi raccontò la tecnica che usava per ben assimilarli senza doverli leggere. «Affittava» per un giorno l’autore che doveva raccontargli l’intero processo creativo, leggendo insieme i passaggi e le frasi topiche, seguendo sì l’indice, ma con ampie digressioni e svolazzamenti laterali. In questo caso, mi offro di essere io affittato da voi, però a titolo gratuito.
Questa la mia mission. Per un vecchio autore come me, leggere insieme a un giovane questo libretto significa trasferirgli non solo conoscenze, ma anche l’anima del libro. Tutti noi adulti, soprattutto se colti, ci lamentiamo che i giovani non leggano, ma non andiamo al di là dal fare battute spesso da bar. Di passare dalle chiacchiere al fare, nulla. Il presente libretto, in questo senso, è rivoluzionario, essendo nato come proposta banalmente pratica. Vorrei che casi come questo - ricordiamolo, è una modalità sperimentale - si moltiplicassero all’infinito. Personalmente, sono a disposizione.
Senza il timore di cadere nel velleitarismo, si assume che la Politica e la Scuola siano mature per un nuovo paradigma didattico come questo, interdisciplinare, soprattutto orizzontale, che fornisca non solo lezioni di sapere, ma anche «lezioni di vita». La scommessa insita nel libretto è riuscire a sottomettere la tecnica e l’ideologia della produttività alle regole del modello organizzativo prescelto. In questo caso la modalità di narrazione è più importante del contenuto narrato, puramente strumentale all’obiettivo.
Gli appunti con cui questo libretto è stato costruito hanno un punto fermo: il tema e il contenuto devono far riflettere e cambiare il nostro modo di raccontare la realtà, ma deve essere tassativamente escluso l’indottrinamento, comunque articolato o mascherato.
C’è chi si è chiesto cosa resterà di quella che fu chiamata la Galassia Gutenberg che ha animato la storia della modernità, attraverso libri, riviste, giornali, e se la stampa quotidiana, corpo intermedio per eccellenza, riuscirà ancora a traghettare i meccanismi base dell’informazione delle democrazie liberali, oggi sempre più fragili. Perché fragili e difensivi sono i nostri pensieri e le nostre posture per affrontare e dominare gli scenari futuri. Noi europei intuiamo che quello che chiamiamo «ordine mondiale» con allegato «diritto internazionale», fatto nei secoli a nostra immagine e somiglianza, sta per saltare. E anche il nostro ceo capitalism, ora che vengono alla luce sempre più tabernacoli secondari - per usare la terminologia di «IDEA» - si sta sgonfiando. Questo mi ha portato a scegliere il cosiddetto Scenario 17 come riferimento per questa sperimentazione di orizzontalità culturale.
Il libretto consta di un incipit - concepito per fare una prima conoscenza fra autore e lettore - e di due soli capitoli. Uno ove la narrazione si snoda attraverso un fil rouge studiato dall’autore per assemblare frasi e parole di personaggi della cultura e del giornalismo, di riconosciuta indipendenza e competenza, sperimentando così le «lezioni di vita» su un tema di grande attualità, come «La geopolitica spaziale America-Cina». Ho utilizzato nell’analisi di scenario il «Caso Svizzera» come riferimento politico, economico, culturale, giudicandolo, in questo senso e in questo momento storico, il laboratorio più avanzato dell’Occidente, per la sua interpretazione del dominante e allo stesso tempo decadente ceo capitalism.
Nel secondo capitolo, invece, viene scelto dall’editore-autore, in totale solitudine, lo «scenario» di riferimento (nella fattispecie, il «17» su un ventaglio di 19), avvalendosi dei contributi sapienziali di Giovanni Maddalena, filosofo del gesto. Il libretto raccoglie e sistematizza una serie di appunti, frasi, singole parole, e come tale dev’essere letto, eventualmente usato. Sono «appunti» che vanno a comporre una narrazione vocale autentica, una «lezione di vita» per giovani di qualsiasi età.
In questo progetto-sogno l’editore-autore non intende svolgere forma alcuna di leadership, ma limitarsi a dare contributi, mettendo a disposizione i suoi studi - in un arco temporale di oltre settant’anni - sul management di organizzazioni complesse, sui modelli organizzativi, sulla sua proposta del modello IDEA e sui suoi tabernacoli secondari (rimando alla metafora-definizione di IDEA: «ostie o scadute o decomposte» nelle filiere del potere).
Il libretto è stato scritto in base alle tre assunzioni di IDEA: 1 ragionare per scenari; 2 decidere per controintuizione; 3 parlare e scrivere per metafore. A titolo esemplificativo, qua è stata messa in discussione anche la filiera «scrittore/giornalista-editore-stampatore-distributore-libreria-lettore» e i relativi «pesi», oggi totalmente sbilanciati a favore del business rispetto agli obiettivi editoriali ed educativi. Quindi la scoperta e l’accecamento dei tabernacoli secondari che, col tempo, hanno alterato il meccanismo di creazione di prodotti a forte base culturale.
Per favorire la costituzione di un’editoria che diventi un Chiostro di approfondimento interdisciplinare, questo libretto verrà, in termini promozionali, presentato in Università e in altre organizzazioni culturali che lo vorranno. Verrà usata una tecnica innovativa: l’autore non si limita a scrivere, ma racconta a voce il processo che lo ha portato alla configurazione finale del libretto, esplicitando anche i tanti non detto o gli eventuali tabernacoli secondari che ha dovuto superare.
Riprendo la frase finale con cui si chiude: «Questo libretto, scritto da un ultranovantenne, vissuto in un altro millennio, ma innamorato del futuro in cui vivranno i suoi nipoti, non auspica certo l’imbarazzante mondo qua descritto. Questa tipologia di simulazione del futuro è concepita come ’lezione di vita’ per giovani di qualsiasi età che vogliano assumere una postura culturale per un futuro che si può, con assoluta certezza, ipotizzare diverso dal passato e dal presente. Scrivere scenari è la sintesi del pensare, lo si fa passeggiando nella natura e nella vita, e osservando le persone con lo sguardo del «viandante». Sogno tanti giovani «viandanti», a partire dai miei quattro nipoti, orgogliosamente tutti Gen Z, la generazione che avrà la responsabilità di governare il mondo nel XXI secolo».
Post-Scriptum: questo libretto è uno dei figli prediletti di IDEA, attrezzata per operare nella Rivoluzione Robot-Algoritmi in corso. Questa Rivoluzione, spesso all’insaputa di molti di noi, iniziò negli anni Ottanta del Novecento e in essa e con essa sono vissuto. Infatti, allora come ceo di un’industria di vernici vissi la sua prima fase: si procedette a sostituire la classe operaia, che pur essendo poco pagata non era «competitiva», con i robot di verniciatura. Cinquant’anni dopo ho avuto l’opportunità di vivere come studioso di scenari la seconda fase di quella Rivoluzione, rivolta agli aspetti burocratici e gestionali del rarefatto mondo del business, che riguarderanno miliardi di ore di lavoro, questa volta effettuate in gran parte dalla classe patrizia, molto ben pagata, che ora possono essere svolte meglio e in poco tempo grazie all’Ia. Questa Rivoluzione potrebbe assumere dimensioni rilevanti, con profondi stravolgimenti culturali, sociologici e politici. Mi auguro che venga portata a termine, perché innovazione e progresso sono nel Dna umano e non possono essere contrastati: personalmente suggerisco di cavalcarli.
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Trevallion
Qualora gli sarà consentito, non prima di un mese, di riavere vicino i propri figli, i Trevallion non saranno più la famiglia del bosco ma una famiglia come le altre. Abiteranno in una casetta squadrata fornita dal Comune, manderanno i bambini al doposcuola, si dovranno scordare la vita silvestre con l’asinello e i cavalli: saranno vaccinati e normalizzati, anzi a dirla tutta lo sono già. La dignità della Repubblica è salva, i tre piccini non saranno più selvaggi allo stato brado ma aspiranti bravi cittadini, messi al sicuro lontano dalla foresta.
E mentre questa grande vittoria della civiltà si consuma senza che nessuno si opponga, molto lontano dalla bicocca di Palmoli, a Bergamo per la precisione, c’è un ragazzino per niente boschivo, con due genitori normalissimi, il bagno in casa, regolari vaccinazioni e regolarissima iscrizione alla scuola pubblica che tenta di ammazzare la sua professoressa di francese dopo essersi conciato come una specie di giustiziere della notte. Il minorenne in questione, 13 anni, non risulta vivesse con equini e somari, non andava per funghi tra le fronde, pare anche che si cambiasse di abito più di una volta la settimana. Di certo sapeva scrivere, e infatti ha pubblicato online un delirante manifesto in cui prometteva morte e distruzione. Sapeva anche usare il computer e i social network, tanto che ha pensato bene di trasmettere in diretta il suo attacco all’insegnante a colpi di coltello.
Certo, si potrebbe risolverla dicendo che il disagio e i perturbamenti dell’animo si possono annidare ovunque. Ma il caso bergamasco, a ben vedere, non è un unicum: è solo appena più estremo di altri. Nei giorni scorsi a Fondi, in provincia di Latina, un ragazzino di 14 anni ha accoltellato un altro ragazzo di 16 anni, fortunatamente limitandosi a ferirlo. Prima di essere fermato e consegnato ai servizi sociali ha fatto in tempo a vantarsi dell’impresa sui soliti social. A riguardo, la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio, Monica Sansoni, dice che «episodi come quello accaduto non possono essere letti come fatti isolati. Sono segnali che ci interrogano profondamente come comunità educante e come istituzioni. È necessario vigilare e monitorare in maniera adeguata i disagi giovanili, ma soprattutto intervenire con strumenti educativi, sociali e relazionali capaci di prevenire l’escalation della violenza».
Interroghiamoci pure, per carità. Ma oggi esprimersi sulla pericolosità dei social network è diventato perfino banale. Persino Barbara Berlusconi, ieri, commentava l’episodio di Bergamo sostenendo che servano limitazioni per i minori all’uso delle piattaforme online. Su Avvenire, un esperto molto celebrato come Alberto Pellai invece insisteva sulla dipendenza che tali piattaforme riescono a creare (del resto sono progettate appositamente per questo).
In giro per il mondo sono ormai parecchi gli Stati che hanno imposto restrizioni: Australia, Spagna, Danimarca, Norvegia. Tutto ciò per dire che sono noti e stranoti i problemi anche gravi causati dai dispositivi digitali e dall’uso costante e compulsivo della Rete. È studiata la dipendenza, è studiata l’ansia. Sono studiati l’isolamento sociale, il bullismo, i danni alla concentrazione, i problemi fisici e psichici, i danni causati al rendimento scolastico. Sappiamo tutto, e da anni. È persino difficile sostenere, alla luce delle conoscenze di cui disponiamo, che esista qualche valido motivo per lasciare lo smartphone in mano ai minorenni (sugli adulti meglio sorvolare). C’è pure qualche politico che tenta di porre un argine, il ministro Valditara almeno ci ha provato. Ma la realtà ci dice una cosa precisa: l’Italia perseguita una famiglia che vive nel bosco, toglie ai genitori bambini che stanno con gli animali e non hanno il telefono, e ignora tutti coloro che passano ore e ore sulla Rete, sprofondati negli schermi nella quotidiana normalità delle famiglie ordinarie.
Chiaro: poi si piange e ci si indigna per qualche giorno se l’ennesimo insospettabile accoltella e si riprende in diretta. Si dibatte per mesi sulla serie Adolescence e si sfornano tante bellissime teorie. Ma è tutta ipocrisia. Se volessimo realmente proteggere i minori dovremmo tenerli al riparo da social e dispositivi. Dovremmo sottrarli al mondo artificiale in cui crescono e rimetterli a contatto con la realtà, la terra e il creato. In questo quadro, la famiglia del bosco è un modello, magari perfettibile, ma comunque un modello. Lo stile di vita che i Trevallion hanno proposto ai loro figli è più sano, equilibrato e psicologicamente costruttivo di quello a cui sono sottoposti troppi minorenni italiani ed europei. Eppure loro sono perseguitati e rieducati, mentre i genitori che non riescono o non vogliono allontanare i figli dal tablet non hanno problemi.
Vero: il bosco può essere pieno di pericoli, ostile. Ma i mostri, quelli più pericolosi, stanno in città. Fra di noi.
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Tifosi bosniaci in trasferta a Cardiff. Nel riquadro, l’esultanza degli azzurri al fischio finale di Galles-Bosnia (Ansa)
Dopo aver sofferto nel girone contro avversari come Israele e Moldavia e aver battuto non senza difficoltà una modestissima Irlanda del Nord, 69ª nel ranking Fifa e composta perlopiù da giocatori che mediamente galleggiano tra Championship e League One - per intenderci le nostre serie B e C - gli azzurri si preparano a volare a Sarajevo con delle premesse tutt’altro che rassicuranti. A cominciare dalla scena del post partita di Bergamo mandata in onda in diretta dalla Rai. Tra un commento e l’altro di telecronisti e opinionisti, a un certo punto le telecamere inquadrano un gruppetto di calciatori della Nazionale, da Federico Dimarco a Pio Esposito, da Guglielmo Vicario ad Alex Meret e Sandro Tonali, tutti raccolti davanti a uno schermo, sorridenti e soddisfatti dell’esito dei calci di rigore che ha decretato la Bosnia nostro prossimo avversario, anziché il Galles.
Come a dire: meglio così, ostacolo più morbido, trasferta meno insidiosa. Un riflesso istintivo e umano, forse, ma anche un segnale profondamente sbagliato e sintomatico di almeno due fattori: il primo, lo stato di paura e ansia da prestazione che da tempo accompagna questa Nazionale; il secondo, la dimostrazione che il gruppo non ha recepito il grado di difficoltà rappresentato dalla trasferta che li attende nei Balcani. Tra tre giorni i nostri azzurri troveranno un clima che definire infuocato è quasi un eufemismo. E non solo per il catino bollente in cui si giocherà. Ma partiamo da qui. Si chiama Bilino Polje, ed è un impianto stretto e incastonato dentro il tessuto industriale di Zenica, città a 70 chilometri a Nord rispetto a Sarajevo. È lì che la federazione bosniaca ha scelto di trascinare l’Italia per lo spareggio mondiale. Altro che stadi moderni o quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto terrorizzava gli azzurri.
Qui si gioca addosso alla gente, tra palazzi, fabbriche e colline che chiudono l’orizzonte. Un’acustica roboante. Capienza di 13.362 posti a sedere, ridotti a 8.800 a causa di sanzioni imposte dalla Fifa per «comportamento scorretto della squadra, discriminazione, razzismo, utilizzo di materiale pirotecnico, disturbo durante gli inni nazionali e mancanza di ordine e disciplina dentro e fuori lo stadio» dopo il match contro la Romania dello scorso 15 novembre. Facile dunque aspettarsi un’accoglienza e un’atmosfera durissima, quasi soffocante. Per avere un’idea più chiara di che tipo di tifoseria si tratta, alla vigilia di Galles-Bosnia, alcuni ultrà dello Zrinjski Mostar, squadra bosniaca di etnia croata, hanno teso un agguato a un gruppo di connazionali tifosi dell’altra squadra della città, il Velez Mostar, che si recavano all’aeroporto di Sarajevo per volare in Galles a sostenere la propria Nazionale. Inoltre, sullo sfondo c’è un’altra questione ambientale non di poco conto che va tenuta in considerazione e che richiama direttamente l’orgoglio di una Nazione che si alimenta anche di rivalità e memorie recenti.
L’inchiesta sul cosiddetto «Sarajevo Safari» e sui presunti «turisti di guerra» italiani accusati di essere andati in Bosnia tra il 1992 e il 1996 per assassinare civili per puro divertimento, si porta dietro un carico simbolico e mediatico che non può e non deve essere trascurato e che contribuisce a creare un clima già incandescente e che non aveva alcun bisogno di essere alimentato ulteriormente. In un contesto simile, ogni gesto, ogni atteggiamento può essere amplificato. Infatti, la scena dell’esultanza degli azzurri davanti alla tv ha immediatamente provocato reazioni di sfida dai nostri prossimi avversari: «Guardate che mancanza di rispetto degli italiani.
E che arroganza. Hanno festeggiato la nostra vittoria ai rigori: ne terremo conto a Zenica». Una scenetta del tutto fuori luogo e della quale, ne siamo quasi certi, il primo a esser scontento è Gennaro Gattuso, che dopo la vittoria con l’Irlanda del Nord ha provato immediatamente a riportare tutti sulla terra ricordando che martedì servirà «scalare una montagna» per andare al Mondiale. Non solo per i motivi ambientali di cui sopra. Anche tecnicamente, la squadra capitanata da Edin Dzeko non è da sottovalutare: sia perché è superiore all’Irlanda del Nord con cui abbiamo fatto fatica, sia perché è andata a espugnare, seppur ai rigori, quel Millennium Stadium di Cardiff che tanto incuteva terrore ai nostri.
Pure il tribunale dei social ha bocciato il facile entusiasmo degli azzurri: «Questa esultanza la pagheremo a caro prezzo». «Imbarazzante. Non ci qualifichiamo dai tempi di Ponzio Pilato e abbiamo pure il coraggio di fare gli sbruffoni». «È già scritto che siamo fuori. Il karma poi torna indietro». «La disfatta di Zenica». «La figura di m… è alle porte». «Ottimo, lo psicodramma è stato apparecchiato a dovere». Sono solo alcuni dei commenti tra i più gettonati, ma più che mai eloquenti di un fatto, più che di un’opinione: mentre i giocatori della nostra Nazionale si divertono davanti alla tv, a Zenica la Bosnia giocherà la partita della vita e avrà tutto da guadagnare, mentre l’Italia tutto da perdere. Dove il tutto è rappresentato dalla qualificazione a un Mondiale dopo 12 anni. E a questo punto, dopo lo sfottò, anche la faccia da non perdere. Perché gli ingredienti perfetti per la ricetta di un disastro sembrano esserci proprio tutti.
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