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2020-09-04
Immigrati infetti ad Amantea si oppongono all’isolamento. La prefettura invia l’esercito
Ansa
Ad Amantea, città di mare in provincia di Cosenza, sul fronte emergenziale Covid-migranti, sta succedendo di tutto e di più. Mercoledì pomeriggio è arrivata la notizia di 25 migranti positivi al coronavirus, tutti ospiti in un centro d'accoglienza del posto. Scattava così la protesta dei cittadini che occupavano la statale tirrenica calabrese, in segno di disapprovazione, perché la struttura con i migranti contagiati si trova in pieno centro abitato, che conta non più di 10.000 abitanti. Ieri mattina, invece, in risposta, sono scesi in piazza i migranti, che hanno messo in atto una contro-protesta per opporsi alla quarantena imposta a tutti gli ospiti, a seguito del focolaio scoppiato nel Cas.
Tutto è cominciato sei giorni fa, quando tre extracomunitari della struttura erano risultati positivi al tampone per il coronavisurs. Poi l'effetto domino con i nuovi test effettuati e il relativo aumento di soggetti contagiati.
La struttura al centro della protesta si trova in pieno centro abitato, con altre case e palazzine proprio nelle immediate vicinanze.
Da ciò la paura e la rabbia dei cittadini residenti, che stanno chiedendo a gran voce la chiusura o il trasferimento in altro luogo del Cas. La prefettura di Cosenza, per correre ai ripari, ha inviato l'esercito a presidiare l'area intorno al centro d'accoglienza. Molti dei migranti ospitati nei Cas amanteani, lavorano nei campi e nei capannoni dove si produce e si confeziona la rinomata cipolla rossa calabrese. Dai ieri, i circa 100 migranti, 97 per la precisione, ospitati nell'edificio dov'è scoppiato il focolaio, sono in quarantena, pure quelli risultati negativi. Ma nei giorni precedenti, quasi tutti i migranti (tranne i tre positivi, più altri 14 per contatto) sono stati liberi di circolare.
Va segnalato, inoltre, che uno dei tre contagiati inizialmente individuati, dopo aver ricevuto l'esito del tampone, si è dileguato facendo perdere le sue tracce. Si tratta di un nigeriano, che l'indomani è stato ritrovato e fermato dai carabinieri, alla stazione ferroviaria di Amantea, dove era giunto con un treno proveniente da una città vicina.
La sorveglianza al Cas amanteano era stata delegata a due guardie giurate, andate un po' in affanno quando, mercoledì pomeriggio si saputo del boom di contagi all'interno della struttura. È stato deciso, allora, d'inviare l'esercito per una più sicura sorveglianza del centro.
«Si è svolta presso la prefettura una riunione del comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica» si legge su un comunicato diffuso dalla prefettura di Cosenza «estesa alla partecipazione delle forze armate, del sindaco di Rende, della commissione straordinaria che regge il Comune di Amantea, dell'Asp-dipartimento salute di Cosenza, del rappresentante della cooperativa che gestisce il Cas di Amantea e, in audio-conferenza, con quello del Cas di Rende. Nel corso dell'incontro è stata focalizzata l'attenzione sulle misure di isolamento e di sorveglianza attiva adottate dai centri nei confronti degli ospiti destinatari di ordinanza di quarantena obbligatoria emanata dalle competenti amministrazioni comunali in quanto positivi ai tamponi laringo-faringeo effettuati dall'Asp. Si tratta, a Rende, di 15 migranti e un operatore, di cui due ricoverati al reparto malattie infettive dell'ospedale civile dell'Annunziata di Cosenza; ad Amantea, di 25 migranti e un operatore.
Tutti» si precisa nella nota stampa «sono in isolamento all'interno dei rispettivi Cas, separati dagli altri ospiti, e attentamente sorvegliati. In sede di comitato si è preso atto del ricorso, da parte dei centri, a personale degli istituti di vigilanza privata nonché dell'implementazione delle misure e dei presidi di contenimento della diffusione del virus Covid-19 nei confronti di tutti gli ospiti. In un'ottica di rafforzamento della vigilanza ai Cas» così si conclude la nota della prefettura «il comitato ha deciso l'impiego di unità delle forze dell'ordine e delle forze armate». Nel comunicato si fa riferimento pure al focolaio innescatosi qualche giorno prima, al centro d'accoglienza di Rende, sempre in provincia di Cosenza.
A metà luglio, Amantea era stata teatro di una prima protesta in strada, attuata da un nutrito gruppo di persone, dopo l'arrivo in un'altra struttura, sempre ubicata nel centro abitato della città sul Tirreno cosentino, di 13 migranti già positivi, a seguito di uno sbarco sulla costa ionia calabrese.
In Sicilia, cambiando Regione, 53 migranti intercettati a bordo di una barca a vela, ieri, sono stati trasferiti a Pozzallo.
Provenivano da Afghanistan, Iran e Pakistan. L'imbarcazione con gli extracomunitari è stata bloccata a una ventina di miglia da Pozzallo. Sulla barca c'erano 30 uomini, cinque donne e 18 minori (un'unica bambina, di 12 anni è la più piccola del gruppo.
Dopo una prima ricognizione a bordo, effettuata dall'Usmaf, i migranti sono stati accolti in banchina dal personale Asp, che ha provveduto ad effettuare i tamponi per rilevare la presenza o meno del virus.
Conte ha dato la mancia a Lampedusa. E ora gli altri Comuni battono cassa
«Pagare moneta, tenere migrante»; pare brutto, vero? Eppure il presidente Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, hanno risolto - si fa molto per dire - così la crisi di Lampedusa. In perfetta continuità con Matteo Renzi che accettò di prendersi i migranti in cambio della flessibilità europea sui conti. Lo ha rivelato il sua ministro di allora Valeria Fedeli, ce lo ha rivelato la missione Triton, lo sappiamo perché anche l'accordo di Malta per i rimpatri appuntato sul petto della Lamorgese come una medaglia al valor solidale è un flop. Una mancia e tutto passa. Hanno fatto fuoco e fiamme contro l'ordinanza di Nello Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, che chiedeva la chiusura dell'hotspot di Lampedusa e di tutti i centri per migranti dove stanno ammassate migliaia di persone e gli hanno risposto: come osa? È faccenda governativa, l'immigrazione è, per dirla alla siciliana, cosa nostra. E ora? Argent de poche e passa l'emergenza! Quando si dice la solidarietà. Giuseppe Conte zio (di manzoniana memoria) da una parte proclama, ricorrendo al Tar, una grida dicendo che Musumeci è fuorilegge, dall'altra tenta l'accordo sottobanco per disinnescare la polveriera Lampedusa esasperata dai continui sbarchi. Chiama a Palazzo Chigi il sindaco Pd Salvatore (falce e) Martello e lo stesso presidente siciliano e dice: mettiamoci d'accordo. Come? Esattamente come la Lamorgese e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a Tunisi, 11 milioni in cambio dello stop ai barchini: «Pagare moneta, tenere migrante». Il suk della clandestinità di Palazzo Chigi prevede che i lampedusani smettano di protestare in cambio di mutui agevolati per albergatori, ristoratori e pescatori, dello stop al pagamento delle tasse pregresse fino al 2021, dello svuotamento del «cimitero dei barchini» (ieri ne sono stati demoliti 160) e dello sgombero dell'hotspot con l'arrivo di altre due navi «alloggio» per i migranti oltre alle quattro già previste al costo per il contribuente italiano 40.000 euro al giorno per ogni nave, cioè sette milioni e 200.000 euro al mese. Sulle proposte del Conte zio ha emesso fidejussione Roberto Gualtieri, il ministro dell'Economia. Soddisfatto è Totò (falce e) Martello primo cittadino di Lampedusa che appena tornato sull'isola si è trovato di fronte una nuova durissima contestazione, molto meno lo è Nello Musumeci che smaschera il tentativo di baratto del governo: «Pagare moneta, tenere migrante». Sostiene Musumeci: «Si è dimostrato che lo Stato Palermo ha fatto di più dello Stato Roma, ma non mi faccio molte illusioni. Ricordo che mi sono mosso su di una preoccupazione sanitaria e loro ci hanno risposto con lo sconto sulle tasse che è legato solo a Lampedusa. Voglio chiarire che noi, ma neppure il sindaco, non abbiamo assolutamente chiesto baratti. Tutte le provvidenze economiche che vorranno dare a Lampedusa sono ben accette perché è giusto che quella terra sia compensata di tante privazioni e sofferenze, ma io resto assolutamente in attesa di vedere se e come sarà risolta l'emergenza sanitaria». C'è però il rischio che altri vogliano incassare come il Sindaco di Pozzallo Roberto Ammanta che dice: «Se aiutano Lampedusa devono aiutare anche noi». La Sicilia è una polveriera sociale e sanitaria. Lo certifica Cristoforo Pomara, capo ispettore dell'istituto di medicina legale di Catania che sta «vistando» i centri migranti dell'isola e ha fatto un rapporto urgentissimo su quello di Lampedusa. «Sono scioccato e sì che faccio il medico legale. Se pensiamo di tenere assieme migliaia di persone come a Lampedusa e chiamare questo accoglienza allora abbiamo già fallito. Lì c'è una bomba sanitaria non solo per il Covid, ma per l'Hiv, per la scabbia, per la Tbc. In alcuni angoli non c'è il pavimento, ma un tappeto umano». Siamo al «dare moneta, tenere tappeto». Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo e patrono dei clandestini, se la prende però con i decreti Salvini (il governo non li tocca fino al post elezioni perché non ha una politica sull'immigrazione) ma la butta anche lui a denari: «Brava la Lamorgese a dire che i Paesi che non accolgono non devono avere i soldi dell'Europa, noi dobbiamo destinare le risorse del Recovery fund alle politiche della migrazione».È scuola Matteo Renzi: parli di migranti, spuntano i contanti. Lui in cambio dei porti aperti distribuì gli 80 euro con cui vinse le elezioni europee. Tutto torna: i bonus, i migranti, i soldi. Matteo Renzi ha tracciato il solco, ma è la Lamorgese che lo difende: «Pagare moneta, tenere migrante»!
P.s: L'espressione «pagare moneta, vedere cammello» è del fascismo. In Tunisia c'era una vasta comunità d'italiani e il duce per raccontarne le glorie mandava quelli del cinema a fare documentari. Per spostarsi noleggiavano i cammelli dai beduini salvo sparire il giorno prima del pagamento dell'affitto. Così a ogni italiano il tunisino ripeteva: «Pagare moneta, vedere cammello». Niccolò Macchiavelli non aveva torto sulla ciclicità della storia: dalla rovina alla grandezza, all'ozio e di nuovo alla rovina!
«Vietato respingere i clandestini» Ecco perché la sentenza è infondata
Presidente di sezione a riposo
della Corte di cassazione
Questo e altri giornali hanno dato ampio risalto alla sentenza del tribunale civile di Roma n. 22917, con la quale, in accoglimento di un ricorso proposto da un gruppo di «migranti», a suo tempo salvati in mare da una unità navale italiana e riportati sulle coste libiche, è stato riconosciuto il loro diritto di «accedere nel territorio italiano allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale ovvero di protezione speciale»; diritto esercitabile, secondo il tribunale, mediante l'attivazione degli strumenti da individuarsi a cura delle competenti autorità amministrative.
Il ragionamento posto dal tribunale alla base di tale decisione è il seguente: a) il respingimento verso la Libia sarebbe stato illegittimo, in quanto contrario al principio del «non refoulement» nonché al divieto delle espulsioni collettive previsto dall'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e dall'art. 4 del Protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, avuto anche riguardo al precedente costituito dalla sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell'uomo) nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia.
b) sarebbe stata, quindi, indebitamente preclusa ai «migranti», con la possibilità di accedere al territorio italiano, anche la possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale, posto che, tale richiesta va presentata «presso l'ufficio di polizia di frontiera all'atto dell'ingresso nel territorio nazionale o presso l'ufficio della questura competente in base al luogo di dimora del richiedente»; c) conseguentemente, dovendosi attribuire carattere di assolutezza al diritto di asilo nel territorio italiano stabilito dall'art. 10, comma terzo, della Costituzione in favore dello straniero «al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantire dalla Costituzione italiana», sarebbe rientrato tra i poteri- doveri dell'autorità giudiziaria quello di consentire l'effettivo esercizio di tale diritto.
Si tratta di un ragionamento che, a prima vista, appare logico e conseguenziale, dal momento che, in effetti, il punto di partenza costituito dalla asserita illegittimità del respingimento collettivo dei «migranti» verso la Libia trova il suo fondamento, almeno formale, nella citata sentenza della Cedu Hirsi Jamaa c. Italia. Con tale sentenza, infatti, l'Italia fu ritenuta responsabile di violazione del divieto di espulsioni collettive relativamente a un caso, sostanzialmente identico a quello cui si riferisce la sentenza del tribunale di Roma. La decisione della Corte si basava, essenzialmente, sulla tesi secondo cui sarebbe equiparabile ad una «espulsione collettiva» anche il «respingimento collettivo». Molto vi sarebbe, in realtà, da discutere circa il fondamento giuridico di questa tesi, cui non appare certo estranea la pregiudiziale adesione dei giudici di Strasburgo a ben noti indirizzi di natura politica in materia di immigrazione. Per quanto qui interessa, non si può tuttavia prescindere dal fatto che essa rappresenta, allo stato, un punto fermo della giurisprudenza europea.
Ciò detto, è però da escludere che possano condividersi gli ulteriori passaggi del ragionamento seguito dal tribunale di Roma. Anzitutto, infatti, appare del tutto privo di fondamento il ritenere, come ha fatto invece il tribunale, che dalla illegittimità del respingimento dei «migranti» verso la Libia, operato a suo tempo dalla unità navale italiana, derivi la riconoscibilità, ora per allora, dell'attuale diritto degli stessi «migranti» ad accedere al territorio italiano per presentare la richiesta di protezione internazionale. A dimostrazione di ciò basti il fatto che la stessa Corte europea, con la sentenza Hirsi Jamaa, pur avendo il potere di imporre allo Stato soccombente tutti gli adempimenti riparatori consentiti dal suo «diritto interno», ritenne che gli stessi in altro non potessero consistere se non nella corresponsione, da parte dell'Italia, di una «equa riparazione» nella misura di euro 15.000 per ciascuno dei «migranti» che avevano proposto il ricorso, aggiungendo soltanto che spettava al governo italiano «intraprendere tutte le attività possibili per ottenere dalle autorità libiche l'assicurazione che i ricorrenti non saranno né sottoposti a trattamenti contrari all'articolo 3 della Convenzione né rimpatriati arbitrariamente». Anche il tribunale di Roma, sulla scorta del precedente europeo, ha in verità riconosciuto ai ricorrenti il diritto alla corresponsione della stessa somma. A ciò esso avrebbe però dovuto limitarsi.
Deve poi aggiungersi che, d'altra parte, l'avvenuto, indebito respingimento non avrebbe in alcun modo impedito agli interessati di avanzare, anche dall'estero, non appena ne avessero avuto la possibilità, la richiesta di un visto d'ingresso per l'Italia, proprio sulla base di quello stesso art. 25 del «Codice visti» indicato dal tribunale. Di tale strumento non risulta però che gli interessati abbiano inteso avvalersi. Da ciò si sarebbe dovuto ragionevolmente presumere che l'interesse ad avanzare una tale richiesta fosse, già da allora, venuto meno. Né potrebbe, in contrario, farsi leva sul fatto che, nella sentenza del tribunale si riporta, tra l'altro, anche l'asserzione degli interessati secondo cui essi, una volta giunti in Israele, sarebbero stati arrestati e, dopo il rilascio, avrebbero subito dalle autorità israeliane, «trattamenti inumani e degradanti» nonché «gravi violazioni dei loro diritti fondamentali». Lo stesso tribunale, infatti, ha poi del tutto ignorato, nella motivazione del proprio provvedimento. Ragion per cui non può neppure dirsi che risulti dedotta né, tanto meno, comprovata una ipotetica impossibilità o difficoltà di presentare la loro richiesta di «visto» a uno dei consolati italiani operanti in Israele.
Risulta assai difficile sottrarsi alla sgradevole sensazione che ancora una volta la magistratura si sia fatta condizionare, nelle proprie decisioni, da considerazioni che potremmo definire «metagiuridiche», tanto da superare in zelo immigrazionista anche la pur zelantissima corte di Strasburgo.
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Paura e proteste dei residenti per i 25 contagi in un Cas del Cosentino. Gli ospiti hanno circolato per giorni e rifiutavano la quarantena. Trasferiti altri 53 migranti a Pozzallo.Il governo baratta la condiscendenza dell'isola, bomba sanitaria a causa degli extracomunitari, con sconti su tasse e mutui. Soddisfatto Martello, mentre il sindaco di Pozzallo lamenta: «Devono aiutare anche noi»Il tribunale di Roma condannò nel 2019 lo Stato per aver riportato in Libia degli eritrei e ha riconosciuto loro il diritto al rilascio dei visti italiani. Ma la decisione è priva di sostanza giuridicaLo speciale contiene tre articoliAd Amantea, città di mare in provincia di Cosenza, sul fronte emergenziale Covid-migranti, sta succedendo di tutto e di più. Mercoledì pomeriggio è arrivata la notizia di 25 migranti positivi al coronavirus, tutti ospiti in un centro d'accoglienza del posto. Scattava così la protesta dei cittadini che occupavano la statale tirrenica calabrese, in segno di disapprovazione, perché la struttura con i migranti contagiati si trova in pieno centro abitato, che conta non più di 10.000 abitanti. Ieri mattina, invece, in risposta, sono scesi in piazza i migranti, che hanno messo in atto una contro-protesta per opporsi alla quarantena imposta a tutti gli ospiti, a seguito del focolaio scoppiato nel Cas.Tutto è cominciato sei giorni fa, quando tre extracomunitari della struttura erano risultati positivi al tampone per il coronavisurs. Poi l'effetto domino con i nuovi test effettuati e il relativo aumento di soggetti contagiati. La struttura al centro della protesta si trova in pieno centro abitato, con altre case e palazzine proprio nelle immediate vicinanze. Da ciò la paura e la rabbia dei cittadini residenti, che stanno chiedendo a gran voce la chiusura o il trasferimento in altro luogo del Cas. La prefettura di Cosenza, per correre ai ripari, ha inviato l'esercito a presidiare l'area intorno al centro d'accoglienza. Molti dei migranti ospitati nei Cas amanteani, lavorano nei campi e nei capannoni dove si produce e si confeziona la rinomata cipolla rossa calabrese. Dai ieri, i circa 100 migranti, 97 per la precisione, ospitati nell'edificio dov'è scoppiato il focolaio, sono in quarantena, pure quelli risultati negativi. Ma nei giorni precedenti, quasi tutti i migranti (tranne i tre positivi, più altri 14 per contatto) sono stati liberi di circolare. Va segnalato, inoltre, che uno dei tre contagiati inizialmente individuati, dopo aver ricevuto l'esito del tampone, si è dileguato facendo perdere le sue tracce. Si tratta di un nigeriano, che l'indomani è stato ritrovato e fermato dai carabinieri, alla stazione ferroviaria di Amantea, dove era giunto con un treno proveniente da una città vicina.La sorveglianza al Cas amanteano era stata delegata a due guardie giurate, andate un po' in affanno quando, mercoledì pomeriggio si saputo del boom di contagi all'interno della struttura. È stato deciso, allora, d'inviare l'esercito per una più sicura sorveglianza del centro.«Si è svolta presso la prefettura una riunione del comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica» si legge su un comunicato diffuso dalla prefettura di Cosenza «estesa alla partecipazione delle forze armate, del sindaco di Rende, della commissione straordinaria che regge il Comune di Amantea, dell'Asp-dipartimento salute di Cosenza, del rappresentante della cooperativa che gestisce il Cas di Amantea e, in audio-conferenza, con quello del Cas di Rende. Nel corso dell'incontro è stata focalizzata l'attenzione sulle misure di isolamento e di sorveglianza attiva adottate dai centri nei confronti degli ospiti destinatari di ordinanza di quarantena obbligatoria emanata dalle competenti amministrazioni comunali in quanto positivi ai tamponi laringo-faringeo effettuati dall'Asp. Si tratta, a Rende, di 15 migranti e un operatore, di cui due ricoverati al reparto malattie infettive dell'ospedale civile dell'Annunziata di Cosenza; ad Amantea, di 25 migranti e un operatore. Tutti» si precisa nella nota stampa «sono in isolamento all'interno dei rispettivi Cas, separati dagli altri ospiti, e attentamente sorvegliati. In sede di comitato si è preso atto del ricorso, da parte dei centri, a personale degli istituti di vigilanza privata nonché dell'implementazione delle misure e dei presidi di contenimento della diffusione del virus Covid-19 nei confronti di tutti gli ospiti. In un'ottica di rafforzamento della vigilanza ai Cas» così si conclude la nota della prefettura «il comitato ha deciso l'impiego di unità delle forze dell'ordine e delle forze armate». Nel comunicato si fa riferimento pure al focolaio innescatosi qualche giorno prima, al centro d'accoglienza di Rende, sempre in provincia di Cosenza.A metà luglio, Amantea era stata teatro di una prima protesta in strada, attuata da un nutrito gruppo di persone, dopo l'arrivo in un'altra struttura, sempre ubicata nel centro abitato della città sul Tirreno cosentino, di 13 migranti già positivi, a seguito di uno sbarco sulla costa ionia calabrese.In Sicilia, cambiando Regione, 53 migranti intercettati a bordo di una barca a vela, ieri, sono stati trasferiti a Pozzallo. Provenivano da Afghanistan, Iran e Pakistan. L'imbarcazione con gli extracomunitari è stata bloccata a una ventina di miglia da Pozzallo. Sulla barca c'erano 30 uomini, cinque donne e 18 minori (un'unica bambina, di 12 anni è la più piccola del gruppo. Dopo una prima ricognizione a bordo, effettuata dall'Usmaf, i migranti sono stati accolti in banchina dal personale Asp, che ha provveduto ad effettuare i tamponi per rilevare la presenza o meno del virus.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-infetti-ad-amantea-si-oppongono-allisolamento-la-prefettura-invia-lesercito-2647451713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-ha-dato-la-mancia-a-lampedusa-e-ora-gli-altri-comuni-battono-cassa" data-post-id="2647451713" data-published-at="1599206256" data-use-pagination="False"> Conte ha dato la mancia a Lampedusa. E ora gli altri Comuni battono cassa «Pagare moneta, tenere migrante»; pare brutto, vero? Eppure il presidente Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, hanno risolto - si fa molto per dire - così la crisi di Lampedusa. In perfetta continuità con Matteo Renzi che accettò di prendersi i migranti in cambio della flessibilità europea sui conti. Lo ha rivelato il sua ministro di allora Valeria Fedeli, ce lo ha rivelato la missione Triton, lo sappiamo perché anche l'accordo di Malta per i rimpatri appuntato sul petto della Lamorgese come una medaglia al valor solidale è un flop. Una mancia e tutto passa. Hanno fatto fuoco e fiamme contro l'ordinanza di Nello Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, che chiedeva la chiusura dell'hotspot di Lampedusa e di tutti i centri per migranti dove stanno ammassate migliaia di persone e gli hanno risposto: come osa? È faccenda governativa, l'immigrazione è, per dirla alla siciliana, cosa nostra. E ora? Argent de poche e passa l'emergenza! Quando si dice la solidarietà. Giuseppe Conte zio (di manzoniana memoria) da una parte proclama, ricorrendo al Tar, una grida dicendo che Musumeci è fuorilegge, dall'altra tenta l'accordo sottobanco per disinnescare la polveriera Lampedusa esasperata dai continui sbarchi. Chiama a Palazzo Chigi il sindaco Pd Salvatore (falce e) Martello e lo stesso presidente siciliano e dice: mettiamoci d'accordo. Come? Esattamente come la Lamorgese e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a Tunisi, 11 milioni in cambio dello stop ai barchini: «Pagare moneta, tenere migrante». Il suk della clandestinità di Palazzo Chigi prevede che i lampedusani smettano di protestare in cambio di mutui agevolati per albergatori, ristoratori e pescatori, dello stop al pagamento delle tasse pregresse fino al 2021, dello svuotamento del «cimitero dei barchini» (ieri ne sono stati demoliti 160) e dello sgombero dell'hotspot con l'arrivo di altre due navi «alloggio» per i migranti oltre alle quattro già previste al costo per il contribuente italiano 40.000 euro al giorno per ogni nave, cioè sette milioni e 200.000 euro al mese. Sulle proposte del Conte zio ha emesso fidejussione Roberto Gualtieri, il ministro dell'Economia. Soddisfatto è Totò (falce e) Martello primo cittadino di Lampedusa che appena tornato sull'isola si è trovato di fronte una nuova durissima contestazione, molto meno lo è Nello Musumeci che smaschera il tentativo di baratto del governo: «Pagare moneta, tenere migrante». Sostiene Musumeci: «Si è dimostrato che lo Stato Palermo ha fatto di più dello Stato Roma, ma non mi faccio molte illusioni. Ricordo che mi sono mosso su di una preoccupazione sanitaria e loro ci hanno risposto con lo sconto sulle tasse che è legato solo a Lampedusa. Voglio chiarire che noi, ma neppure il sindaco, non abbiamo assolutamente chiesto baratti. Tutte le provvidenze economiche che vorranno dare a Lampedusa sono ben accette perché è giusto che quella terra sia compensata di tante privazioni e sofferenze, ma io resto assolutamente in attesa di vedere se e come sarà risolta l'emergenza sanitaria». C'è però il rischio che altri vogliano incassare come il Sindaco di Pozzallo Roberto Ammanta che dice: «Se aiutano Lampedusa devono aiutare anche noi». La Sicilia è una polveriera sociale e sanitaria. Lo certifica Cristoforo Pomara, capo ispettore dell'istituto di medicina legale di Catania che sta «vistando» i centri migranti dell'isola e ha fatto un rapporto urgentissimo su quello di Lampedusa. «Sono scioccato e sì che faccio il medico legale. Se pensiamo di tenere assieme migliaia di persone come a Lampedusa e chiamare questo accoglienza allora abbiamo già fallito. Lì c'è una bomba sanitaria non solo per il Covid, ma per l'Hiv, per la scabbia, per la Tbc. In alcuni angoli non c'è il pavimento, ma un tappeto umano». Siamo al «dare moneta, tenere tappeto». Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo e patrono dei clandestini, se la prende però con i decreti Salvini (il governo non li tocca fino al post elezioni perché non ha una politica sull'immigrazione) ma la butta anche lui a denari: «Brava la Lamorgese a dire che i Paesi che non accolgono non devono avere i soldi dell'Europa, noi dobbiamo destinare le risorse del Recovery fund alle politiche della migrazione».È scuola Matteo Renzi: parli di migranti, spuntano i contanti. Lui in cambio dei porti aperti distribuì gli 80 euro con cui vinse le elezioni europee. Tutto torna: i bonus, i migranti, i soldi. Matteo Renzi ha tracciato il solco, ma è la Lamorgese che lo difende: «Pagare moneta, tenere migrante»! P.s: L'espressione «pagare moneta, vedere cammello» è del fascismo. In Tunisia c'era una vasta comunità d'italiani e il duce per raccontarne le glorie mandava quelli del cinema a fare documentari. Per spostarsi noleggiavano i cammelli dai beduini salvo sparire il giorno prima del pagamento dell'affitto. Così a ogni italiano il tunisino ripeteva: «Pagare moneta, vedere cammello». Niccolò Macchiavelli non aveva torto sulla ciclicità della storia: dalla rovina alla grandezza, all'ozio e di nuovo alla rovina! <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-infetti-ad-amantea-si-oppongono-allisolamento-la-prefettura-invia-lesercito-2647451713.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="vietato-respingere-i-clandestini-ecco-perche-la-sentenza-e-infondata" data-post-id="2647451713" data-published-at="1599206256" data-use-pagination="False"> «Vietato respingere i clandestini» Ecco perché la sentenza è infondata Presidente di sezione a riposo della Corte di cassazione Questo e altri giornali hanno dato ampio risalto alla sentenza del tribunale civile di Roma n. 22917, con la quale, in accoglimento di un ricorso proposto da un gruppo di «migranti», a suo tempo salvati in mare da una unità navale italiana e riportati sulle coste libiche, è stato riconosciuto il loro diritto di «accedere nel territorio italiano allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale ovvero di protezione speciale»; diritto esercitabile, secondo il tribunale, mediante l'attivazione degli strumenti da individuarsi a cura delle competenti autorità amministrative. Il ragionamento posto dal tribunale alla base di tale decisione è il seguente: a) il respingimento verso la Libia sarebbe stato illegittimo, in quanto contrario al principio del «non refoulement» nonché al divieto delle espulsioni collettive previsto dall'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e dall'art. 4 del Protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, avuto anche riguardo al precedente costituito dalla sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell'uomo) nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia. b) sarebbe stata, quindi, indebitamente preclusa ai «migranti», con la possibilità di accedere al territorio italiano, anche la possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale, posto che, tale richiesta va presentata «presso l'ufficio di polizia di frontiera all'atto dell'ingresso nel territorio nazionale o presso l'ufficio della questura competente in base al luogo di dimora del richiedente»; c) conseguentemente, dovendosi attribuire carattere di assolutezza al diritto di asilo nel territorio italiano stabilito dall'art. 10, comma terzo, della Costituzione in favore dello straniero «al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantire dalla Costituzione italiana», sarebbe rientrato tra i poteri- doveri dell'autorità giudiziaria quello di consentire l'effettivo esercizio di tale diritto. Si tratta di un ragionamento che, a prima vista, appare logico e conseguenziale, dal momento che, in effetti, il punto di partenza costituito dalla asserita illegittimità del respingimento collettivo dei «migranti» verso la Libia trova il suo fondamento, almeno formale, nella citata sentenza della Cedu Hirsi Jamaa c. Italia. Con tale sentenza, infatti, l'Italia fu ritenuta responsabile di violazione del divieto di espulsioni collettive relativamente a un caso, sostanzialmente identico a quello cui si riferisce la sentenza del tribunale di Roma. La decisione della Corte si basava, essenzialmente, sulla tesi secondo cui sarebbe equiparabile ad una «espulsione collettiva» anche il «respingimento collettivo». Molto vi sarebbe, in realtà, da discutere circa il fondamento giuridico di questa tesi, cui non appare certo estranea la pregiudiziale adesione dei giudici di Strasburgo a ben noti indirizzi di natura politica in materia di immigrazione. Per quanto qui interessa, non si può tuttavia prescindere dal fatto che essa rappresenta, allo stato, un punto fermo della giurisprudenza europea. Ciò detto, è però da escludere che possano condividersi gli ulteriori passaggi del ragionamento seguito dal tribunale di Roma. Anzitutto, infatti, appare del tutto privo di fondamento il ritenere, come ha fatto invece il tribunale, che dalla illegittimità del respingimento dei «migranti» verso la Libia, operato a suo tempo dalla unità navale italiana, derivi la riconoscibilità, ora per allora, dell'attuale diritto degli stessi «migranti» ad accedere al territorio italiano per presentare la richiesta di protezione internazionale. A dimostrazione di ciò basti il fatto che la stessa Corte europea, con la sentenza Hirsi Jamaa, pur avendo il potere di imporre allo Stato soccombente tutti gli adempimenti riparatori consentiti dal suo «diritto interno», ritenne che gli stessi in altro non potessero consistere se non nella corresponsione, da parte dell'Italia, di una «equa riparazione» nella misura di euro 15.000 per ciascuno dei «migranti» che avevano proposto il ricorso, aggiungendo soltanto che spettava al governo italiano «intraprendere tutte le attività possibili per ottenere dalle autorità libiche l'assicurazione che i ricorrenti non saranno né sottoposti a trattamenti contrari all'articolo 3 della Convenzione né rimpatriati arbitrariamente». Anche il tribunale di Roma, sulla scorta del precedente europeo, ha in verità riconosciuto ai ricorrenti il diritto alla corresponsione della stessa somma. A ciò esso avrebbe però dovuto limitarsi. Deve poi aggiungersi che, d'altra parte, l'avvenuto, indebito respingimento non avrebbe in alcun modo impedito agli interessati di avanzare, anche dall'estero, non appena ne avessero avuto la possibilità, la richiesta di un visto d'ingresso per l'Italia, proprio sulla base di quello stesso art. 25 del «Codice visti» indicato dal tribunale. Di tale strumento non risulta però che gli interessati abbiano inteso avvalersi. Da ciò si sarebbe dovuto ragionevolmente presumere che l'interesse ad avanzare una tale richiesta fosse, già da allora, venuto meno. Né potrebbe, in contrario, farsi leva sul fatto che, nella sentenza del tribunale si riporta, tra l'altro, anche l'asserzione degli interessati secondo cui essi, una volta giunti in Israele, sarebbero stati arrestati e, dopo il rilascio, avrebbero subito dalle autorità israeliane, «trattamenti inumani e degradanti» nonché «gravi violazioni dei loro diritti fondamentali». Lo stesso tribunale, infatti, ha poi del tutto ignorato, nella motivazione del proprio provvedimento. Ragion per cui non può neppure dirsi che risulti dedotta né, tanto meno, comprovata una ipotetica impossibilità o difficoltà di presentare la loro richiesta di «visto» a uno dei consolati italiani operanti in Israele. Risulta assai difficile sottrarsi alla sgradevole sensazione che ancora una volta la magistratura si sia fatta condizionare, nelle proprie decisioni, da considerazioni che potremmo definire «metagiuridiche», tanto da superare in zelo immigrazionista anche la pur zelantissima corte di Strasburgo.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».