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2020-09-04
Immigrati infetti ad Amantea si oppongono all’isolamento. La prefettura invia l’esercito
Ansa
Ad Amantea, città di mare in provincia di Cosenza, sul fronte emergenziale Covid-migranti, sta succedendo di tutto e di più. Mercoledì pomeriggio è arrivata la notizia di 25 migranti positivi al coronavirus, tutti ospiti in un centro d'accoglienza del posto. Scattava così la protesta dei cittadini che occupavano la statale tirrenica calabrese, in segno di disapprovazione, perché la struttura con i migranti contagiati si trova in pieno centro abitato, che conta non più di 10.000 abitanti. Ieri mattina, invece, in risposta, sono scesi in piazza i migranti, che hanno messo in atto una contro-protesta per opporsi alla quarantena imposta a tutti gli ospiti, a seguito del focolaio scoppiato nel Cas.
Tutto è cominciato sei giorni fa, quando tre extracomunitari della struttura erano risultati positivi al tampone per il coronavisurs. Poi l'effetto domino con i nuovi test effettuati e il relativo aumento di soggetti contagiati.
La struttura al centro della protesta si trova in pieno centro abitato, con altre case e palazzine proprio nelle immediate vicinanze.
Da ciò la paura e la rabbia dei cittadini residenti, che stanno chiedendo a gran voce la chiusura o il trasferimento in altro luogo del Cas. La prefettura di Cosenza, per correre ai ripari, ha inviato l'esercito a presidiare l'area intorno al centro d'accoglienza. Molti dei migranti ospitati nei Cas amanteani, lavorano nei campi e nei capannoni dove si produce e si confeziona la rinomata cipolla rossa calabrese. Dai ieri, i circa 100 migranti, 97 per la precisione, ospitati nell'edificio dov'è scoppiato il focolaio, sono in quarantena, pure quelli risultati negativi. Ma nei giorni precedenti, quasi tutti i migranti (tranne i tre positivi, più altri 14 per contatto) sono stati liberi di circolare.
Va segnalato, inoltre, che uno dei tre contagiati inizialmente individuati, dopo aver ricevuto l'esito del tampone, si è dileguato facendo perdere le sue tracce. Si tratta di un nigeriano, che l'indomani è stato ritrovato e fermato dai carabinieri, alla stazione ferroviaria di Amantea, dove era giunto con un treno proveniente da una città vicina.
La sorveglianza al Cas amanteano era stata delegata a due guardie giurate, andate un po' in affanno quando, mercoledì pomeriggio si saputo del boom di contagi all'interno della struttura. È stato deciso, allora, d'inviare l'esercito per una più sicura sorveglianza del centro.
«Si è svolta presso la prefettura una riunione del comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica» si legge su un comunicato diffuso dalla prefettura di Cosenza «estesa alla partecipazione delle forze armate, del sindaco di Rende, della commissione straordinaria che regge il Comune di Amantea, dell'Asp-dipartimento salute di Cosenza, del rappresentante della cooperativa che gestisce il Cas di Amantea e, in audio-conferenza, con quello del Cas di Rende. Nel corso dell'incontro è stata focalizzata l'attenzione sulle misure di isolamento e di sorveglianza attiva adottate dai centri nei confronti degli ospiti destinatari di ordinanza di quarantena obbligatoria emanata dalle competenti amministrazioni comunali in quanto positivi ai tamponi laringo-faringeo effettuati dall'Asp. Si tratta, a Rende, di 15 migranti e un operatore, di cui due ricoverati al reparto malattie infettive dell'ospedale civile dell'Annunziata di Cosenza; ad Amantea, di 25 migranti e un operatore.
Tutti» si precisa nella nota stampa «sono in isolamento all'interno dei rispettivi Cas, separati dagli altri ospiti, e attentamente sorvegliati. In sede di comitato si è preso atto del ricorso, da parte dei centri, a personale degli istituti di vigilanza privata nonché dell'implementazione delle misure e dei presidi di contenimento della diffusione del virus Covid-19 nei confronti di tutti gli ospiti. In un'ottica di rafforzamento della vigilanza ai Cas» così si conclude la nota della prefettura «il comitato ha deciso l'impiego di unità delle forze dell'ordine e delle forze armate». Nel comunicato si fa riferimento pure al focolaio innescatosi qualche giorno prima, al centro d'accoglienza di Rende, sempre in provincia di Cosenza.
A metà luglio, Amantea era stata teatro di una prima protesta in strada, attuata da un nutrito gruppo di persone, dopo l'arrivo in un'altra struttura, sempre ubicata nel centro abitato della città sul Tirreno cosentino, di 13 migranti già positivi, a seguito di uno sbarco sulla costa ionia calabrese.
In Sicilia, cambiando Regione, 53 migranti intercettati a bordo di una barca a vela, ieri, sono stati trasferiti a Pozzallo.
Provenivano da Afghanistan, Iran e Pakistan. L'imbarcazione con gli extracomunitari è stata bloccata a una ventina di miglia da Pozzallo. Sulla barca c'erano 30 uomini, cinque donne e 18 minori (un'unica bambina, di 12 anni è la più piccola del gruppo.
Dopo una prima ricognizione a bordo, effettuata dall'Usmaf, i migranti sono stati accolti in banchina dal personale Asp, che ha provveduto ad effettuare i tamponi per rilevare la presenza o meno del virus.
Conte ha dato la mancia a Lampedusa. E ora gli altri Comuni battono cassa
«Pagare moneta, tenere migrante»; pare brutto, vero? Eppure il presidente Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, hanno risolto - si fa molto per dire - così la crisi di Lampedusa. In perfetta continuità con Matteo Renzi che accettò di prendersi i migranti in cambio della flessibilità europea sui conti. Lo ha rivelato il sua ministro di allora Valeria Fedeli, ce lo ha rivelato la missione Triton, lo sappiamo perché anche l'accordo di Malta per i rimpatri appuntato sul petto della Lamorgese come una medaglia al valor solidale è un flop. Una mancia e tutto passa. Hanno fatto fuoco e fiamme contro l'ordinanza di Nello Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, che chiedeva la chiusura dell'hotspot di Lampedusa e di tutti i centri per migranti dove stanno ammassate migliaia di persone e gli hanno risposto: come osa? È faccenda governativa, l'immigrazione è, per dirla alla siciliana, cosa nostra. E ora? Argent de poche e passa l'emergenza! Quando si dice la solidarietà. Giuseppe Conte zio (di manzoniana memoria) da una parte proclama, ricorrendo al Tar, una grida dicendo che Musumeci è fuorilegge, dall'altra tenta l'accordo sottobanco per disinnescare la polveriera Lampedusa esasperata dai continui sbarchi. Chiama a Palazzo Chigi il sindaco Pd Salvatore (falce e) Martello e lo stesso presidente siciliano e dice: mettiamoci d'accordo. Come? Esattamente come la Lamorgese e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a Tunisi, 11 milioni in cambio dello stop ai barchini: «Pagare moneta, tenere migrante». Il suk della clandestinità di Palazzo Chigi prevede che i lampedusani smettano di protestare in cambio di mutui agevolati per albergatori, ristoratori e pescatori, dello stop al pagamento delle tasse pregresse fino al 2021, dello svuotamento del «cimitero dei barchini» (ieri ne sono stati demoliti 160) e dello sgombero dell'hotspot con l'arrivo di altre due navi «alloggio» per i migranti oltre alle quattro già previste al costo per il contribuente italiano 40.000 euro al giorno per ogni nave, cioè sette milioni e 200.000 euro al mese. Sulle proposte del Conte zio ha emesso fidejussione Roberto Gualtieri, il ministro dell'Economia. Soddisfatto è Totò (falce e) Martello primo cittadino di Lampedusa che appena tornato sull'isola si è trovato di fronte una nuova durissima contestazione, molto meno lo è Nello Musumeci che smaschera il tentativo di baratto del governo: «Pagare moneta, tenere migrante». Sostiene Musumeci: «Si è dimostrato che lo Stato Palermo ha fatto di più dello Stato Roma, ma non mi faccio molte illusioni. Ricordo che mi sono mosso su di una preoccupazione sanitaria e loro ci hanno risposto con lo sconto sulle tasse che è legato solo a Lampedusa. Voglio chiarire che noi, ma neppure il sindaco, non abbiamo assolutamente chiesto baratti. Tutte le provvidenze economiche che vorranno dare a Lampedusa sono ben accette perché è giusto che quella terra sia compensata di tante privazioni e sofferenze, ma io resto assolutamente in attesa di vedere se e come sarà risolta l'emergenza sanitaria». C'è però il rischio che altri vogliano incassare come il Sindaco di Pozzallo Roberto Ammanta che dice: «Se aiutano Lampedusa devono aiutare anche noi». La Sicilia è una polveriera sociale e sanitaria. Lo certifica Cristoforo Pomara, capo ispettore dell'istituto di medicina legale di Catania che sta «vistando» i centri migranti dell'isola e ha fatto un rapporto urgentissimo su quello di Lampedusa. «Sono scioccato e sì che faccio il medico legale. Se pensiamo di tenere assieme migliaia di persone come a Lampedusa e chiamare questo accoglienza allora abbiamo già fallito. Lì c'è una bomba sanitaria non solo per il Covid, ma per l'Hiv, per la scabbia, per la Tbc. In alcuni angoli non c'è il pavimento, ma un tappeto umano». Siamo al «dare moneta, tenere tappeto». Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo e patrono dei clandestini, se la prende però con i decreti Salvini (il governo non li tocca fino al post elezioni perché non ha una politica sull'immigrazione) ma la butta anche lui a denari: «Brava la Lamorgese a dire che i Paesi che non accolgono non devono avere i soldi dell'Europa, noi dobbiamo destinare le risorse del Recovery fund alle politiche della migrazione».È scuola Matteo Renzi: parli di migranti, spuntano i contanti. Lui in cambio dei porti aperti distribuì gli 80 euro con cui vinse le elezioni europee. Tutto torna: i bonus, i migranti, i soldi. Matteo Renzi ha tracciato il solco, ma è la Lamorgese che lo difende: «Pagare moneta, tenere migrante»!
P.s: L'espressione «pagare moneta, vedere cammello» è del fascismo. In Tunisia c'era una vasta comunità d'italiani e il duce per raccontarne le glorie mandava quelli del cinema a fare documentari. Per spostarsi noleggiavano i cammelli dai beduini salvo sparire il giorno prima del pagamento dell'affitto. Così a ogni italiano il tunisino ripeteva: «Pagare moneta, vedere cammello». Niccolò Macchiavelli non aveva torto sulla ciclicità della storia: dalla rovina alla grandezza, all'ozio e di nuovo alla rovina!
«Vietato respingere i clandestini» Ecco perché la sentenza è infondata
Presidente di sezione a riposo
della Corte di cassazione
Questo e altri giornali hanno dato ampio risalto alla sentenza del tribunale civile di Roma n. 22917, con la quale, in accoglimento di un ricorso proposto da un gruppo di «migranti», a suo tempo salvati in mare da una unità navale italiana e riportati sulle coste libiche, è stato riconosciuto il loro diritto di «accedere nel territorio italiano allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale ovvero di protezione speciale»; diritto esercitabile, secondo il tribunale, mediante l'attivazione degli strumenti da individuarsi a cura delle competenti autorità amministrative.
Il ragionamento posto dal tribunale alla base di tale decisione è il seguente: a) il respingimento verso la Libia sarebbe stato illegittimo, in quanto contrario al principio del «non refoulement» nonché al divieto delle espulsioni collettive previsto dall'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e dall'art. 4 del Protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, avuto anche riguardo al precedente costituito dalla sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell'uomo) nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia.
b) sarebbe stata, quindi, indebitamente preclusa ai «migranti», con la possibilità di accedere al territorio italiano, anche la possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale, posto che, tale richiesta va presentata «presso l'ufficio di polizia di frontiera all'atto dell'ingresso nel territorio nazionale o presso l'ufficio della questura competente in base al luogo di dimora del richiedente»; c) conseguentemente, dovendosi attribuire carattere di assolutezza al diritto di asilo nel territorio italiano stabilito dall'art. 10, comma terzo, della Costituzione in favore dello straniero «al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantire dalla Costituzione italiana», sarebbe rientrato tra i poteri- doveri dell'autorità giudiziaria quello di consentire l'effettivo esercizio di tale diritto.
Si tratta di un ragionamento che, a prima vista, appare logico e conseguenziale, dal momento che, in effetti, il punto di partenza costituito dalla asserita illegittimità del respingimento collettivo dei «migranti» verso la Libia trova il suo fondamento, almeno formale, nella citata sentenza della Cedu Hirsi Jamaa c. Italia. Con tale sentenza, infatti, l'Italia fu ritenuta responsabile di violazione del divieto di espulsioni collettive relativamente a un caso, sostanzialmente identico a quello cui si riferisce la sentenza del tribunale di Roma. La decisione della Corte si basava, essenzialmente, sulla tesi secondo cui sarebbe equiparabile ad una «espulsione collettiva» anche il «respingimento collettivo». Molto vi sarebbe, in realtà, da discutere circa il fondamento giuridico di questa tesi, cui non appare certo estranea la pregiudiziale adesione dei giudici di Strasburgo a ben noti indirizzi di natura politica in materia di immigrazione. Per quanto qui interessa, non si può tuttavia prescindere dal fatto che essa rappresenta, allo stato, un punto fermo della giurisprudenza europea.
Ciò detto, è però da escludere che possano condividersi gli ulteriori passaggi del ragionamento seguito dal tribunale di Roma. Anzitutto, infatti, appare del tutto privo di fondamento il ritenere, come ha fatto invece il tribunale, che dalla illegittimità del respingimento dei «migranti» verso la Libia, operato a suo tempo dalla unità navale italiana, derivi la riconoscibilità, ora per allora, dell'attuale diritto degli stessi «migranti» ad accedere al territorio italiano per presentare la richiesta di protezione internazionale. A dimostrazione di ciò basti il fatto che la stessa Corte europea, con la sentenza Hirsi Jamaa, pur avendo il potere di imporre allo Stato soccombente tutti gli adempimenti riparatori consentiti dal suo «diritto interno», ritenne che gli stessi in altro non potessero consistere se non nella corresponsione, da parte dell'Italia, di una «equa riparazione» nella misura di euro 15.000 per ciascuno dei «migranti» che avevano proposto il ricorso, aggiungendo soltanto che spettava al governo italiano «intraprendere tutte le attività possibili per ottenere dalle autorità libiche l'assicurazione che i ricorrenti non saranno né sottoposti a trattamenti contrari all'articolo 3 della Convenzione né rimpatriati arbitrariamente». Anche il tribunale di Roma, sulla scorta del precedente europeo, ha in verità riconosciuto ai ricorrenti il diritto alla corresponsione della stessa somma. A ciò esso avrebbe però dovuto limitarsi.
Deve poi aggiungersi che, d'altra parte, l'avvenuto, indebito respingimento non avrebbe in alcun modo impedito agli interessati di avanzare, anche dall'estero, non appena ne avessero avuto la possibilità, la richiesta di un visto d'ingresso per l'Italia, proprio sulla base di quello stesso art. 25 del «Codice visti» indicato dal tribunale. Di tale strumento non risulta però che gli interessati abbiano inteso avvalersi. Da ciò si sarebbe dovuto ragionevolmente presumere che l'interesse ad avanzare una tale richiesta fosse, già da allora, venuto meno. Né potrebbe, in contrario, farsi leva sul fatto che, nella sentenza del tribunale si riporta, tra l'altro, anche l'asserzione degli interessati secondo cui essi, una volta giunti in Israele, sarebbero stati arrestati e, dopo il rilascio, avrebbero subito dalle autorità israeliane, «trattamenti inumani e degradanti» nonché «gravi violazioni dei loro diritti fondamentali». Lo stesso tribunale, infatti, ha poi del tutto ignorato, nella motivazione del proprio provvedimento. Ragion per cui non può neppure dirsi che risulti dedotta né, tanto meno, comprovata una ipotetica impossibilità o difficoltà di presentare la loro richiesta di «visto» a uno dei consolati italiani operanti in Israele.
Risulta assai difficile sottrarsi alla sgradevole sensazione che ancora una volta la magistratura si sia fatta condizionare, nelle proprie decisioni, da considerazioni che potremmo definire «metagiuridiche», tanto da superare in zelo immigrazionista anche la pur zelantissima corte di Strasburgo.
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Paura e proteste dei residenti per i 25 contagi in un Cas del Cosentino. Gli ospiti hanno circolato per giorni e rifiutavano la quarantena. Trasferiti altri 53 migranti a Pozzallo.Il governo baratta la condiscendenza dell'isola, bomba sanitaria a causa degli extracomunitari, con sconti su tasse e mutui. Soddisfatto Martello, mentre il sindaco di Pozzallo lamenta: «Devono aiutare anche noi»Il tribunale di Roma condannò nel 2019 lo Stato per aver riportato in Libia degli eritrei e ha riconosciuto loro il diritto al rilascio dei visti italiani. Ma la decisione è priva di sostanza giuridicaLo speciale contiene tre articoliAd Amantea, città di mare in provincia di Cosenza, sul fronte emergenziale Covid-migranti, sta succedendo di tutto e di più. Mercoledì pomeriggio è arrivata la notizia di 25 migranti positivi al coronavirus, tutti ospiti in un centro d'accoglienza del posto. Scattava così la protesta dei cittadini che occupavano la statale tirrenica calabrese, in segno di disapprovazione, perché la struttura con i migranti contagiati si trova in pieno centro abitato, che conta non più di 10.000 abitanti. Ieri mattina, invece, in risposta, sono scesi in piazza i migranti, che hanno messo in atto una contro-protesta per opporsi alla quarantena imposta a tutti gli ospiti, a seguito del focolaio scoppiato nel Cas.Tutto è cominciato sei giorni fa, quando tre extracomunitari della struttura erano risultati positivi al tampone per il coronavisurs. Poi l'effetto domino con i nuovi test effettuati e il relativo aumento di soggetti contagiati. La struttura al centro della protesta si trova in pieno centro abitato, con altre case e palazzine proprio nelle immediate vicinanze. Da ciò la paura e la rabbia dei cittadini residenti, che stanno chiedendo a gran voce la chiusura o il trasferimento in altro luogo del Cas. La prefettura di Cosenza, per correre ai ripari, ha inviato l'esercito a presidiare l'area intorno al centro d'accoglienza. Molti dei migranti ospitati nei Cas amanteani, lavorano nei campi e nei capannoni dove si produce e si confeziona la rinomata cipolla rossa calabrese. Dai ieri, i circa 100 migranti, 97 per la precisione, ospitati nell'edificio dov'è scoppiato il focolaio, sono in quarantena, pure quelli risultati negativi. Ma nei giorni precedenti, quasi tutti i migranti (tranne i tre positivi, più altri 14 per contatto) sono stati liberi di circolare. Va segnalato, inoltre, che uno dei tre contagiati inizialmente individuati, dopo aver ricevuto l'esito del tampone, si è dileguato facendo perdere le sue tracce. Si tratta di un nigeriano, che l'indomani è stato ritrovato e fermato dai carabinieri, alla stazione ferroviaria di Amantea, dove era giunto con un treno proveniente da una città vicina.La sorveglianza al Cas amanteano era stata delegata a due guardie giurate, andate un po' in affanno quando, mercoledì pomeriggio si saputo del boom di contagi all'interno della struttura. È stato deciso, allora, d'inviare l'esercito per una più sicura sorveglianza del centro.«Si è svolta presso la prefettura una riunione del comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica» si legge su un comunicato diffuso dalla prefettura di Cosenza «estesa alla partecipazione delle forze armate, del sindaco di Rende, della commissione straordinaria che regge il Comune di Amantea, dell'Asp-dipartimento salute di Cosenza, del rappresentante della cooperativa che gestisce il Cas di Amantea e, in audio-conferenza, con quello del Cas di Rende. Nel corso dell'incontro è stata focalizzata l'attenzione sulle misure di isolamento e di sorveglianza attiva adottate dai centri nei confronti degli ospiti destinatari di ordinanza di quarantena obbligatoria emanata dalle competenti amministrazioni comunali in quanto positivi ai tamponi laringo-faringeo effettuati dall'Asp. Si tratta, a Rende, di 15 migranti e un operatore, di cui due ricoverati al reparto malattie infettive dell'ospedale civile dell'Annunziata di Cosenza; ad Amantea, di 25 migranti e un operatore. Tutti» si precisa nella nota stampa «sono in isolamento all'interno dei rispettivi Cas, separati dagli altri ospiti, e attentamente sorvegliati. In sede di comitato si è preso atto del ricorso, da parte dei centri, a personale degli istituti di vigilanza privata nonché dell'implementazione delle misure e dei presidi di contenimento della diffusione del virus Covid-19 nei confronti di tutti gli ospiti. In un'ottica di rafforzamento della vigilanza ai Cas» così si conclude la nota della prefettura «il comitato ha deciso l'impiego di unità delle forze dell'ordine e delle forze armate». Nel comunicato si fa riferimento pure al focolaio innescatosi qualche giorno prima, al centro d'accoglienza di Rende, sempre in provincia di Cosenza.A metà luglio, Amantea era stata teatro di una prima protesta in strada, attuata da un nutrito gruppo di persone, dopo l'arrivo in un'altra struttura, sempre ubicata nel centro abitato della città sul Tirreno cosentino, di 13 migranti già positivi, a seguito di uno sbarco sulla costa ionia calabrese.In Sicilia, cambiando Regione, 53 migranti intercettati a bordo di una barca a vela, ieri, sono stati trasferiti a Pozzallo. Provenivano da Afghanistan, Iran e Pakistan. L'imbarcazione con gli extracomunitari è stata bloccata a una ventina di miglia da Pozzallo. Sulla barca c'erano 30 uomini, cinque donne e 18 minori (un'unica bambina, di 12 anni è la più piccola del gruppo. Dopo una prima ricognizione a bordo, effettuata dall'Usmaf, i migranti sono stati accolti in banchina dal personale Asp, che ha provveduto ad effettuare i tamponi per rilevare la presenza o meno del virus.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-infetti-ad-amantea-si-oppongono-allisolamento-la-prefettura-invia-lesercito-2647451713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-ha-dato-la-mancia-a-lampedusa-e-ora-gli-altri-comuni-battono-cassa" data-post-id="2647451713" data-published-at="1599206256" data-use-pagination="False"> Conte ha dato la mancia a Lampedusa. E ora gli altri Comuni battono cassa «Pagare moneta, tenere migrante»; pare brutto, vero? Eppure il presidente Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, hanno risolto - si fa molto per dire - così la crisi di Lampedusa. In perfetta continuità con Matteo Renzi che accettò di prendersi i migranti in cambio della flessibilità europea sui conti. Lo ha rivelato il sua ministro di allora Valeria Fedeli, ce lo ha rivelato la missione Triton, lo sappiamo perché anche l'accordo di Malta per i rimpatri appuntato sul petto della Lamorgese come una medaglia al valor solidale è un flop. Una mancia e tutto passa. Hanno fatto fuoco e fiamme contro l'ordinanza di Nello Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, che chiedeva la chiusura dell'hotspot di Lampedusa e di tutti i centri per migranti dove stanno ammassate migliaia di persone e gli hanno risposto: come osa? È faccenda governativa, l'immigrazione è, per dirla alla siciliana, cosa nostra. E ora? Argent de poche e passa l'emergenza! Quando si dice la solidarietà. Giuseppe Conte zio (di manzoniana memoria) da una parte proclama, ricorrendo al Tar, una grida dicendo che Musumeci è fuorilegge, dall'altra tenta l'accordo sottobanco per disinnescare la polveriera Lampedusa esasperata dai continui sbarchi. Chiama a Palazzo Chigi il sindaco Pd Salvatore (falce e) Martello e lo stesso presidente siciliano e dice: mettiamoci d'accordo. Come? Esattamente come la Lamorgese e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a Tunisi, 11 milioni in cambio dello stop ai barchini: «Pagare moneta, tenere migrante». Il suk della clandestinità di Palazzo Chigi prevede che i lampedusani smettano di protestare in cambio di mutui agevolati per albergatori, ristoratori e pescatori, dello stop al pagamento delle tasse pregresse fino al 2021, dello svuotamento del «cimitero dei barchini» (ieri ne sono stati demoliti 160) e dello sgombero dell'hotspot con l'arrivo di altre due navi «alloggio» per i migranti oltre alle quattro già previste al costo per il contribuente italiano 40.000 euro al giorno per ogni nave, cioè sette milioni e 200.000 euro al mese. Sulle proposte del Conte zio ha emesso fidejussione Roberto Gualtieri, il ministro dell'Economia. Soddisfatto è Totò (falce e) Martello primo cittadino di Lampedusa che appena tornato sull'isola si è trovato di fronte una nuova durissima contestazione, molto meno lo è Nello Musumeci che smaschera il tentativo di baratto del governo: «Pagare moneta, tenere migrante». Sostiene Musumeci: «Si è dimostrato che lo Stato Palermo ha fatto di più dello Stato Roma, ma non mi faccio molte illusioni. Ricordo che mi sono mosso su di una preoccupazione sanitaria e loro ci hanno risposto con lo sconto sulle tasse che è legato solo a Lampedusa. Voglio chiarire che noi, ma neppure il sindaco, non abbiamo assolutamente chiesto baratti. Tutte le provvidenze economiche che vorranno dare a Lampedusa sono ben accette perché è giusto che quella terra sia compensata di tante privazioni e sofferenze, ma io resto assolutamente in attesa di vedere se e come sarà risolta l'emergenza sanitaria». C'è però il rischio che altri vogliano incassare come il Sindaco di Pozzallo Roberto Ammanta che dice: «Se aiutano Lampedusa devono aiutare anche noi». La Sicilia è una polveriera sociale e sanitaria. Lo certifica Cristoforo Pomara, capo ispettore dell'istituto di medicina legale di Catania che sta «vistando» i centri migranti dell'isola e ha fatto un rapporto urgentissimo su quello di Lampedusa. «Sono scioccato e sì che faccio il medico legale. Se pensiamo di tenere assieme migliaia di persone come a Lampedusa e chiamare questo accoglienza allora abbiamo già fallito. Lì c'è una bomba sanitaria non solo per il Covid, ma per l'Hiv, per la scabbia, per la Tbc. In alcuni angoli non c'è il pavimento, ma un tappeto umano». Siamo al «dare moneta, tenere tappeto». Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo e patrono dei clandestini, se la prende però con i decreti Salvini (il governo non li tocca fino al post elezioni perché non ha una politica sull'immigrazione) ma la butta anche lui a denari: «Brava la Lamorgese a dire che i Paesi che non accolgono non devono avere i soldi dell'Europa, noi dobbiamo destinare le risorse del Recovery fund alle politiche della migrazione».È scuola Matteo Renzi: parli di migranti, spuntano i contanti. Lui in cambio dei porti aperti distribuì gli 80 euro con cui vinse le elezioni europee. Tutto torna: i bonus, i migranti, i soldi. Matteo Renzi ha tracciato il solco, ma è la Lamorgese che lo difende: «Pagare moneta, tenere migrante»! P.s: L'espressione «pagare moneta, vedere cammello» è del fascismo. In Tunisia c'era una vasta comunità d'italiani e il duce per raccontarne le glorie mandava quelli del cinema a fare documentari. Per spostarsi noleggiavano i cammelli dai beduini salvo sparire il giorno prima del pagamento dell'affitto. Così a ogni italiano il tunisino ripeteva: «Pagare moneta, vedere cammello». Niccolò Macchiavelli non aveva torto sulla ciclicità della storia: dalla rovina alla grandezza, all'ozio e di nuovo alla rovina! <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-infetti-ad-amantea-si-oppongono-allisolamento-la-prefettura-invia-lesercito-2647451713.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="vietato-respingere-i-clandestini-ecco-perche-la-sentenza-e-infondata" data-post-id="2647451713" data-published-at="1599206256" data-use-pagination="False"> «Vietato respingere i clandestini» Ecco perché la sentenza è infondata Presidente di sezione a riposo della Corte di cassazione Questo e altri giornali hanno dato ampio risalto alla sentenza del tribunale civile di Roma n. 22917, con la quale, in accoglimento di un ricorso proposto da un gruppo di «migranti», a suo tempo salvati in mare da una unità navale italiana e riportati sulle coste libiche, è stato riconosciuto il loro diritto di «accedere nel territorio italiano allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale ovvero di protezione speciale»; diritto esercitabile, secondo il tribunale, mediante l'attivazione degli strumenti da individuarsi a cura delle competenti autorità amministrative. Il ragionamento posto dal tribunale alla base di tale decisione è il seguente: a) il respingimento verso la Libia sarebbe stato illegittimo, in quanto contrario al principio del «non refoulement» nonché al divieto delle espulsioni collettive previsto dall'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e dall'art. 4 del Protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, avuto anche riguardo al precedente costituito dalla sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell'uomo) nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia. b) sarebbe stata, quindi, indebitamente preclusa ai «migranti», con la possibilità di accedere al territorio italiano, anche la possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale, posto che, tale richiesta va presentata «presso l'ufficio di polizia di frontiera all'atto dell'ingresso nel territorio nazionale o presso l'ufficio della questura competente in base al luogo di dimora del richiedente»; c) conseguentemente, dovendosi attribuire carattere di assolutezza al diritto di asilo nel territorio italiano stabilito dall'art. 10, comma terzo, della Costituzione in favore dello straniero «al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantire dalla Costituzione italiana», sarebbe rientrato tra i poteri- doveri dell'autorità giudiziaria quello di consentire l'effettivo esercizio di tale diritto. Si tratta di un ragionamento che, a prima vista, appare logico e conseguenziale, dal momento che, in effetti, il punto di partenza costituito dalla asserita illegittimità del respingimento collettivo dei «migranti» verso la Libia trova il suo fondamento, almeno formale, nella citata sentenza della Cedu Hirsi Jamaa c. Italia. Con tale sentenza, infatti, l'Italia fu ritenuta responsabile di violazione del divieto di espulsioni collettive relativamente a un caso, sostanzialmente identico a quello cui si riferisce la sentenza del tribunale di Roma. La decisione della Corte si basava, essenzialmente, sulla tesi secondo cui sarebbe equiparabile ad una «espulsione collettiva» anche il «respingimento collettivo». Molto vi sarebbe, in realtà, da discutere circa il fondamento giuridico di questa tesi, cui non appare certo estranea la pregiudiziale adesione dei giudici di Strasburgo a ben noti indirizzi di natura politica in materia di immigrazione. Per quanto qui interessa, non si può tuttavia prescindere dal fatto che essa rappresenta, allo stato, un punto fermo della giurisprudenza europea. Ciò detto, è però da escludere che possano condividersi gli ulteriori passaggi del ragionamento seguito dal tribunale di Roma. Anzitutto, infatti, appare del tutto privo di fondamento il ritenere, come ha fatto invece il tribunale, che dalla illegittimità del respingimento dei «migranti» verso la Libia, operato a suo tempo dalla unità navale italiana, derivi la riconoscibilità, ora per allora, dell'attuale diritto degli stessi «migranti» ad accedere al territorio italiano per presentare la richiesta di protezione internazionale. A dimostrazione di ciò basti il fatto che la stessa Corte europea, con la sentenza Hirsi Jamaa, pur avendo il potere di imporre allo Stato soccombente tutti gli adempimenti riparatori consentiti dal suo «diritto interno», ritenne che gli stessi in altro non potessero consistere se non nella corresponsione, da parte dell'Italia, di una «equa riparazione» nella misura di euro 15.000 per ciascuno dei «migranti» che avevano proposto il ricorso, aggiungendo soltanto che spettava al governo italiano «intraprendere tutte le attività possibili per ottenere dalle autorità libiche l'assicurazione che i ricorrenti non saranno né sottoposti a trattamenti contrari all'articolo 3 della Convenzione né rimpatriati arbitrariamente». Anche il tribunale di Roma, sulla scorta del precedente europeo, ha in verità riconosciuto ai ricorrenti il diritto alla corresponsione della stessa somma. A ciò esso avrebbe però dovuto limitarsi. Deve poi aggiungersi che, d'altra parte, l'avvenuto, indebito respingimento non avrebbe in alcun modo impedito agli interessati di avanzare, anche dall'estero, non appena ne avessero avuto la possibilità, la richiesta di un visto d'ingresso per l'Italia, proprio sulla base di quello stesso art. 25 del «Codice visti» indicato dal tribunale. Di tale strumento non risulta però che gli interessati abbiano inteso avvalersi. Da ciò si sarebbe dovuto ragionevolmente presumere che l'interesse ad avanzare una tale richiesta fosse, già da allora, venuto meno. Né potrebbe, in contrario, farsi leva sul fatto che, nella sentenza del tribunale si riporta, tra l'altro, anche l'asserzione degli interessati secondo cui essi, una volta giunti in Israele, sarebbero stati arrestati e, dopo il rilascio, avrebbero subito dalle autorità israeliane, «trattamenti inumani e degradanti» nonché «gravi violazioni dei loro diritti fondamentali». Lo stesso tribunale, infatti, ha poi del tutto ignorato, nella motivazione del proprio provvedimento. Ragion per cui non può neppure dirsi che risulti dedotta né, tanto meno, comprovata una ipotetica impossibilità o difficoltà di presentare la loro richiesta di «visto» a uno dei consolati italiani operanti in Israele. Risulta assai difficile sottrarsi alla sgradevole sensazione che ancora una volta la magistratura si sia fatta condizionare, nelle proprie decisioni, da considerazioni che potremmo definire «metagiuridiche», tanto da superare in zelo immigrazionista anche la pur zelantissima corte di Strasburgo.
Umberto Bossi (Ansa)
Il Gran ciambellano Bruno Vespa quel giorno di primavera del 1996 è particolarmente eccitato; dopo trattative di settimane è riuscito a mettere insieme Ciriaco De Mita e Umberto Bossi per un faccia a faccia a Porta a porta. L’intellettuale della Magna Grecia (così Gianni Agnelli aveva soprannominato Ciriaco per il suo vaporoso nulla) attacca un pontificale senza fine spaziando a volo d’uccello sui problemi del Paese con improbabili e polverose ricette per risolverli. Quando la parola passa al Visigoto, tutto lo studio ha la palpebra reclinante. Lui sta qualche secondo assorto, poi si rivolge al gran visir di Nusco e dice: «Ma tàches al tram». In quel preciso istante, mentre milioni di italiani esplodono idealmente in un boato di approvazione da stadio, finisce la Prima repubblica.
Con quel motto da osteria di porta Cicca, il leader della Lega manda in pensione un mondo. Un rivoluzionario. È il primo a capire che oltre all’annosa questione meridionale, negli anni Ottanta del benessere comincia a svilupparsi una questione un po’ più ostica perché riguarda il forziere d’Italia: quella settentrionale. Tartassati dallo Stato, schiavi d’una burocrazia borbonica, abbandonati dal Pci - e in generale dai partiti di sinistra che non hanno capito nulla del declino delle grandi fabbriche e dell’esplosione delle partite Iva -, quegli italiani di Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia avvertono il bisogno fisico di meno Stato e di più autonomia. Davanti al fallimento del moloch centralista, vorrebbero poter volare da soli, competere sui mercati internazionali senza lacci e balzelli. Pretendono di reinvestire le ricchezze pubbliche nelle loro terre per costruire strade, ponti, aeroporti, ma anche ripulire fiumi, realizzare parchi, lasciare ai figli qualcosa di meglio di ciò che era stato riservato ai padri. «Padroni a casa nostra».
Umberto Bossi è morto a 84 anni nella sua Varese, all’ospedale di Circolo. Era nato il 19 settembre 1941 a Cassano Magnago dove le valli varesine diventano pianura, e lì è riuscito a intercettare le ragioni del postfordismo senza sapere cosa fosse. E neppure poteva saperlo, perché non era un intellettuale. Finì inchiodato a una definizione lapidaria come quella che gli avrebbe riservato un giorno il professor Gianfranco Miglio: «Bossi è uno che non legge niente, non ha mai letto una riga. Non che sia ignorante, ma le cose che esterna le orecchia». Eppure possedeva due doti ancora più importanti per un politico di successo: il fiuto per gli argomenti da trattare e la capacità immediata di entrare in sintonia con il popolo.
Parliamone al presente, dunque: fonda un movimento, gli crea un’identità forte attorno ad Alberto da Giussano, gli piazza un fazzoletto verde nel taschino, infine lo convoca sul pratone di Pontida che secondo la leggenda era stato teatro del giuramento dei primi indipendentisti contro l’imperatore Federico Barbarossa. E sintetizza il tutto con lo slogan supremo: «Roma ladrona, la Lega non perdona».
Nelle valli di quel Nord scambiato per una mucca da mungere non serve altro e alle politiche del 1987, pur non andando oltre l’1% a livello nazionale, nei piccoli Comuni di Lombardia e Veneto la Lega guadagna percentuali vicino al 10. Pazzesco. Nelle sedi dei grandi partiti morenti nessuno ci fa caso, così tre anni dopo, alle regionali, il movimento di Bossi arriva al 19 per cento. Secondo partito dopo la Dc, stracciato il Pci. Basterebbe poco a capire che dietro quel successo c’è il popolo, ci sono i numeri, c’è la forte identità di gente che vuole dare una spallata al sistema. Un grillismo da strada con 30 anni di anticipo. Il Palazzo si limita ad alzare il sopracciglio, un po' irritato, e poi scatena i giornaloni nell’operazione di demolizione di quegli elettori, definiti «razzisti, barbari, gentaglia». E più quelli picchiano giudizi feroci, più Bossi serra le file e prende consensi. Alle politiche del 1992, mentre infuria Tangentopoli con la Lega a sostenere la rivoluzione giudiziaria, quei barbari felici arrivati da Varese, da Bergamo, da Brescia, portano a casa 6 milioni di voti, 80 fra deputati e senatori, diventati 177 dopo l’alleanza con Forza Italia di Silvio Berlusconi.
Tutto questo mentre lui un giorno spiega il suo nebuloso passato: «Mi allontanai dall’etica severa dei miei genitori e dalla Weltanschauung del mondo agricolo». E il giorno dopo attacca il capo dello Stato, l’arcivescovo Oscar Luigi Scalfaro, con la delicata frase: «Scalfaro lo mandiamo via. Se resiste, gli sbianchiamo i capelli con una scoreggia».
La Lega è il capolavoro di un uomo con la voce roca e gli occhiali Rayban a 26 pollici, con il trench stropicciato del tenente Colombo o la canottiera a vista (così si presenta a Porto Cervo e scandalizza pure il Cavaliere). Un tipo ruvido che tiene le riunioni strategiche in una pizzeria di Ponte di Legno, trasforma Va’ pensiero nell’inno del partito e spiega serio col toscano fra le labbra: «Giulio Cesare è stato il primo leghista, per questo l’hanno ucciso. Voleva sostituire la classe politica e militare romana con i Galli. Meglio ancora, con la sua terza legione, che poi erano i Lombardi». Umberto Bossi, ovvero il primo politico postmoderno della storia d’Italia era uno showman. Ancora più di Berlusconi perché per tenere insieme la sua gente deve inventarsi una terra promessa, la Padania, con l’acqua del Po raccolta nell’ampolla al Monviso e sparsa a Venezia. Un po' collante, molto folclore.
Qui, all’apice del suo successo, vale la pena fare un passo indietro e cogliere quelle fragilità e quelle furbizie giovanili che fanno di Umberto Bossi un personaggio che danza fra le contraddizioni. Del resto, diceva Indro Montanelli: il ritratto è come un quadro fiammingo, esige il chiaroscuro. La più evidente incoerenza: colui che a pranzo e a cena «manda a lavorare» l’intera Italia del Sud non ha mai avuto particolare affinità con il verbo sgobbare. Spiegò sua sorella Angela: «Dice che sono buona solo a fare bistecche. Se le ricorda bene quelle bistecche, perché per anni solo quelle ha mangiato, quel mantegnù. Stiamo parlando di uno che ha organizzato tre feste di laurea senza essersi mai laureato». L’Umberto si arrabattava, cantava nelle balere l’hit Caterpillar, studiava medicina e si definiva «esperto di elettronica applicata in sala operatoria». Usciva di casa con la valigetta da medico, ma quando la prima moglie Gigliola Guidali si accorse che non andava a esercitare in ospedale, lo lasciò. L’ex ambasciatore Sergio Romano l’avrebbe definito: «Un carisma in cerca di impiego».
Una volta al governo, Bossi mostra di avere quintali di carisma, ma non ancora esperienza di manovra. Dopo meno di un anno di alleanza con Berlusconi sfascia tutto per la felicità di Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione che lo avevano convinto a dare la spallata nel famoso «Patto della sardina». È il Ribaltone, è l’inizio di una stagione di assestamento che non porta successi, anzi annuncia il declino nell’urna. Ma proprio in quegli anni il capo costruisce la sua creatura preferita, quella che lo porterà ad essere ministro delle Riforme Istituzionali: la Lega bifronte di lotta e di governo. Nasce una classe politica. Roberto Maroni è più volte ministro, Roberto Calderoli presidia le istituzioni, Giancarlo Giorgetti entra nei cda che contano. E lui, il leader in canottiera, è libero di svolgere il ruolo che predilige, quello di capopopolo dalle mani libere. Tra un dito medio e un fremito di celodurismo. Ma la gente comincia a capire che il federalismo è un pasticcio, la secessione una favola, le tasse una cattiva compagnia sempre più invadente. E il Bossi grida per niente.
La svolta decisiva avviene nel 2004, quando il numero uno della Lega è colpito da un ictus pesantissimo e rimane a lungo in clinica per una riabilitazione molto faticosa. «Dopo la malattia mi sono spaventato così tanto che sono diventato più buono». Sono le parole che definiscono una stagione più fragile, intimista, trascorsa accanto alla seconda moglie Manuela Marrone, ai figli Renzo detto il Trota, Roberto Libertà ed Eridano Sirio e a quel cerchio magico di amici che lo avvolge nelle sue spire. È un Bossi diverso, sa che la vita da condottiero sta finendo, che la Padania è un’ipotesi e che la Lega può fare persino a meno di lui. L’inchiesta del 2012 è il colpo finale: i leghisti convinti d’essere diversi scoprono che il tesoriere del partito Francesco Belsito usava i soldi dei rimborsi elettorali per fare investimenti in Tanzania, a Cipro, in Norvegia. Li passava alla famiglia del capo, comprava la laurea in Albania (70.000 euro) al rampante Renzo, consentiva a tutti loro di fare la bella vita. Il resto è oggi, è la notte delle ramazze alla Fiera di Bergamo dove lo slogan fu: «È ora di pulire il pollaio». Il resto è Matteo Salvini.
Umberto Bossi ha vinto o ha perso? Ha certamente perso perché non è riuscito a dare forma alla protesta di milioni di persone e a incanalarla verso riforme istituzionali decisive per modernizzare un Paese immobile. Ha certamente vinto perché, cavalcando lo spirito del tempo, ha dato i primi colpi di piccone all’allora inavvicinabile casta della Prima repubblica. Oggi non è più tempo di gladiatori, e chi si aspettava di più era un romantico. Onore a Umberto Bossi, alla sua canottiera liberatoria, alla sua spontaneità da uomo della strada. Imperfetto, ambiguo, qualche volta crudele e qualche altra debole come tutti gli uomini.
Il blues del Braveheart di Varese, che sognava una Lombardia ordinata come la Svizzera, ricca come la Baviera e orgogliosa come i Paesi Baschi, ora si affievolisce sino a diventare silenzio. E nell’ultima ora rimane dentro i timpani quella voce roca, ruvida e in fondo saggia, dello zio eccentrico che si presenta al pranzo della domenica con mille idee e una bottiglia di vino. Ha una risposta per tutto, l’ascella pezzata e il toscano fra le labbra. Se lo contraddici se ne sta assorto per qualche secondo. Poi, accompagnando le parole con un largo gesto del braccio, ti urla ridendo: «Ma tàches al tram».
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Joe Lovano
Un albero genealogico che il gigante buono del sax tenore - orgoglioso delle sue radici ben piantate a Cleveland (Ohio), ma che arrivano a toccare la Sicilia - potrebbe descrivere all’infinito, ramo per ramo. «Attraversare questa storia è come vivere in una immensa biblioteca di suoni e anime dove lasciarsi influenzare dai più grandi e scoprire che avevano imparato qualcosa da chi è venuto prima». Una visione comunitaria e quasi mistica della musica dalla quale il jazzista (classe 1952) ha ricavato un’idea chiave, «Setting the pace», per costruire la nuova edizione del Bergamo Jazz Festival, del quale è direttore artistico per la terza volta. Un omaggio a chi ha saputo «segnare il passo» a cominciare da due profeti che nel 2026 avrebbero compiuto 100 anni: Miles Davis (26 maggio) e John Coltrane (23 settembre).
Nella sua storia chi è stato il primo a dettare il ritmo?
«Si chiamava Tony “Big T” Lovano ed era mio padre. Sono cresciuto osservandolo mentre ascoltava i dischi di Trane, ma anche di Illinois Jacquet e Gene Ammons. Di giorno faceva il parrucchiere, di notte era uno dei protagonisti della scena di Cleveland. Mia madre ricordava sempre che lo aveva visto aprire, con il suo sax, i concerti di Stan Getz e che conobbe Coltrane quando si presentò in città con una blues band, nella quale suonava il sassofono alto. Non ho mai dimenticato la lezione che papà mi diede a 13 anni».
Quale?
«Mi stavo esercitando con le scale, fluttuando su e giù alla velocità della luce. Entrò nella stanza e disse: “Hey Joey, quello che fai è ok, ma perché non provi questo?”. Iniziò a far vibrare quelle stesse note, molto più lentamente, come se fossero parte di una vera e propria canzone (inquadra il Qr code a destra per ascoltare il podcast con gli esempi musicali, ndr). Poi posò lo strumento e se ne andò, lasciandomi di sasso».
Morale della favola?
«Senza il cuore la tecnica è inutile, senza un racconto costruito con il suono le note restano solo note. Ho capito dopo che mio padre aveva fatto suoi gli insegnamenti di Trane, che ha saputo creare una musica spirituale partendo da un materiale basilare».
Altri consigli preziosi?
«All’inizio suonavo esattamente come lui. Poi, osservando da chi si lasciava suggestionare, mi sono accorto che per trovare la mia voce dovevo imparare da tutti: dai batteristi - come Roy Haynes e il mio amato Paul Motian - dai pianisti, dai cantanti… L’ispirazione e l’imitazione non sono la stessa cosa».
Un giorno chiesero a Michael Brecker: «Cosa si prova a essere il numero uno?». E lui rispose: «Non lo so, domandatelo a Joe Lovano». Ce lo ha raccontato Enrico Rava su queste colonne, anticipandoci che nel nuovo disco dei Fearless Five lei sarà l’ospite di lusso.
«Enrico è un tesoro!» (ride). «Anche lui ha dettato il ritmo, ha una bellissima melodia nel cuore e sono felice della collaborazione con il suo gruppo formidabile anche perché la scintilla è scattata proprio sul palco di Bergamo Jazz Festival. Su Michael avrei un paio di cose da dire».
Prego.
«Parliamo di un virtuoso incredibile che non generava solo meraviglia dal punto di vista tecnico, ma pura bellezza. Per suonare alla sua maniera era costretto a studiare sempre e quella dedizione non l’ho vista in nessun altro. Ed è stato uno dei più copiati. Il problema è che ciò accadeva quando Mike era ancora tra noi e posso affermare con certezza che non gli faceva piacere. Infine noto che i giovani vanno a sbirciare cosa combinavano i sassofonisti del passato ma si fermano a Brecker, senza la curiosità di andare ancora più indietro. Sbagliano...».
Il Festival inizia oggi e proseguirà fino a domenica. Ci sarà Dave Holland, il contrabbassista che Davis pescò giovanissimo al Ronnie’s Scott di Londra portandoselo dietro nel suo viaggio elettrico che culminerà nell’album leggenda Bitches Brew del 1970. Ma anche Franco D’Andrea, caposcuola del pianoforte, una protagonista del nostro tempo folgorata da Coltrane come Lakecia Benjamin e molti altri.
«Ho voluto chiamare gli artisti che stanno mostrando a tutti nuove strade per celebrare l’eredità di Miles e Trane. E che ci ricordano che la musica non è tecnica perché vibra nell’aria, ha a che fare con il cuore e con lo spirito».
Nel gran finale lei guiderà la super band che, in questa sorta di giubileo laico del jazz, celebrerà i due centenari che abbiamo citato prima. Saranno al suo fianco Avishai Cohen, George Garzone, Shabaka Hutchings, Jakob Bro, Leo Genovese, Drew Gress e Joey Baron. Melius abundare...
«Abbiamo una missione: far rivivere la magia che si è creata nella storia quando la tromba di Davis e il sassofono di Coltrane si sono incrociati, evocando anche i loro compagni d’avventure come Bill Evans e Philly Joe Jones. Poi passeremo all’itinerario musicale e spirituale che Coltrane intraprese una volta lasciato Davis. E infine affronteremo quel tratto di strada del Principe delle tenebre nel quale Miles ha continuato a essere un leader, ma senza Trane vicino. Il mio sogno è che il pubblico non venga a sentire un solo concerto, ma si goda tutto il viaggio».
Nel documentario Lovano Supreme lei visita la casa di Coltrane a Long Island (New York) come se fosse un luogo sacro.
«Non avrei mai pensato di poter entrare nelle stanze in cui Trane ha concepito A love supreme (1965, ndr). Improvvisare tra quei muri è stata un’esperienza sconvolgente. La verità è che John ha veramente vissuto l’Amore supremo di cui parla. Non si tratta solo di un titolo».
Un album che, per rimanere in tema, ha segnato il passo.
«La maggior parte dei dischi è formata da pezzi a sé stanti cuciti assieme. Quei quattro movimenti invece sono una cosa sola: una dichiarazione di un uomo davanti all’Amore supremo, a Dio, al Creatore. Guarda caso quella cellula di poche note, che è diventata leggendaria perché attraversa questo capolavoro, la si può ritrovare nelle composizioni che ha scritto durante tutta la sua esistenza».
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A sostenere il recupero è soprattutto la fine della fase più pesante degli investimenti in 5g e fibra. «La fase di maggiori investimenti infrastrutturali sta volgendo al termine», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «e questo sta finalmente migliorando i margini di profitto. Le aziende stanno passando dalla fase di spesa a quella della raccolta dei frutti, con flussi di cassa in aumento che aprono la strada a dividendi più generosi e riduzione del debito».
In Europa la locomotiva resta Deutsche Telekom, ma il risveglio è diffuso. «Il passaggio da quattro a tre operatori in mercati chiave è una pietra miliare», continua Gaziano, «e segnala che l’Europa ha capito che la frammentazione eccessiva mina la redditività. Come sostiene anche Mario Draghi, il consolidamento è l’unica via per recuperare efficienza e sovranità digitale».
In questo quadro si inserisce Tim, in una fase cruciale dopo la cessione di NetCo. I conti del 2025, primo esercizio completo nel nuovo assetto, mostrano ricavi per 13,7 miliardi di euro e un Ebitda after lease cresciuto del 7% a 3,7 miliardi. «Il 2025 ha segnato un passo decisivo per rendere Tim una società finanziariamente prevedibile e disciplinata», continua l’esperto, «e l’ingresso di Poste Italiane nell’azionariato ha dato stabilità alla governance, allineandola agli obiettivi strategici».
Il mercato guarda al 2027, quando Tim punta a distribuire 0,5 miliardi di euro di dividendi. «Dopo il closing di Sparkle previsto per il secondo trimestre e la definizione completa del perimetro con Poste», aggiunge, «il Capital Market Day previsto dopo l’estate sarà il momento della verità per misurare la reale capacità di generazione di cassa del nuovo assetto». Resta però il nodo del mercato italiano. Christoph Aeschlimann, ceo di Swisscom, lo ha riassunto così: «Il mercato italiano è troppo piccolo per quattro grandi concorrenti».
Ma mentre il settore riscopre attrattività, all’orizzonte si muovono minacce nuove. Starlink punta a 25 milioni di utenti entro l’anno e dal 2028 promette connessioni satellitari dirette agli smartphone nelle aree senza copertura terrestre. Intanto Nvidia immagina reti mobili trasformate in piattaforme intelligenti. «Nei nostri portafogli in SoldiExpert Scf manteniamo una selezione rigorosa», conclude Gaziano. «La forza attuale è reale, ma la capacità di trasformarsi in aziende tecnologiche capaci di generare cassa, e non solo di aumentare i prezzi per inseguire l’inflazione, farà la differenza. Il settore Tlc è tornato appetibile, ma richiede una gestione attiva per evitare le trappole di valore di chi non saprà innovare».
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Ineos Grenadier SW
Per la festa del papà, un corso off-road per due persone in omaggio con l’acquisto di un Grenadier SW o Quartermaster.
«Papà, mi insegni?». «Papà, mi fai vedere come si fa?». Quante volte i nostri figli ci hanno posto queste domande. E allora giù a spiegarli come bisogna fare una determinata cosa e pure come non farla. Momenti di condivisione che, solitamente, diventano sempre più rari mentre i nostri figli crescono. «Il tuo Michele è già grande», mi diceva un amico il giorno dopo che era nato il mio primogenito. Ed è davvero così. Ieri, o quasi, ha aperto per la prima volta gli occhi. Oggi, invece, va già in bicicletta e chiede di poter star dietro in moto. «Va bene, ma solo col casco e nel piazzale di casa». Un domani chiederà dell’auto. Una passione che potrà portare avanti o meno. Ma che è bello condividere già da oggi.
Per questo motivo, in occasione della Festa del Papà, Ineos, offre un’esperienza esclusiva dedicata a chi desidera acquistare un Grenadier, il fuoristrada europeo progettato secondo la filosofia «Built for More», pensato per offrire solide capacità off-road, robustezza e comfort anche nell’utilizzo quotidiano.
Dal 19 marzo al 30 aprile 2026, i nuovi acquirenti di Grenadier presso la rete ufficiale italiana riceveranno in omaggio un corso di guida off-road per due persone; pensato non solo per celebrare la condivisione della passione per il fuoristrada fra generazioni, ma anche per dare la possibilità a chiunque abbia deciso di entrare in possesso di un mezzo dalle indiscutibili doti off-road di conoscerne a fondo ogni dettaglio.
Non importa quale generazione abbia dato il via alla passione, ciò che conta è la possibilità di condividere questa esperienza formativa e i ricordi indelebili che potrà lasciare. Senza contare che una volta concluso il corso, ogni nuova avventura su Ineos sarà sicuramente più appagante e coinvolgente.
Un corso di off-road è infatti un’esperienza autentica, progettata per mettere alla prova mezzo e equipaggio in un contesto tecnico e controllato, dove emergono le reali capacità del Grenadier e lo spirito di avventura che lo contraddistingue fin dal suo esordio. Come ha detto Giuseppe Rovito, Managing Director Ineos per l’Italia: «Con questo omaggio, che prende spunto dalla "Festa del Papà", abbiamo voluto creare qualcosa che andasse oltre l’incentivo commerciale, offrendo un’esperienza coerente con lo spirito di Grenadier: il mezzo ideale per costruire ricordi indelebili. La guida in off-road rappresenta l’essenza del progetto: condividerla fra generazioni significa trasmettere valori di competenza, passione e autenticità che sono parte integrante del DNA del brand»,
Il corso si terrà guidando il proprio mezzo, in un’area dedicata e con il supporto di istruttori professionisti. L’occasione di poterlo fare assieme a una persona importante è ciò che rende questa possibilità ancora più imperdibile. L’iniziativa coinvolge tutti i nuovi acquirenti di Ineos Grenadier SW e Quartermaster, ma anche gli attuali proprietari: per loro, la possibilità di partecipare al corso con un vantaggio di costo importante grazie al contributo di Ineos Automotive.
«Per Ineos, questa attività rappresenta un modo concreto per rafforzare il legame fra il brand e la community di owner, offrendo un’occasione di formazione e di divertimento ad alto contenuto emozionale. Oltretutto, questo è il primo passo di una strategia ben definita», ha aggiunto Nicholas Vagliviello, Communication & Partnership Coordinator in ATflow, «Per il marchio Ineos abbiamo in serbo molte altre attività rivolte agli appassionati di off-road e alcune di queste partiranno già con l’estate 2026».
Il corso di guida off-road per i clienti attuali e nuovi di Ineos Grenadier è una proposta che rende ancora più unico questo veicolo progettato senza compromessi, con telaio a longheroni, assali rigidi e motorizzazioni sei cilindri diesel o benzina Bmw, abbinate a cambio automatico ZF, per prestazioni affidabili anche negli scenari più impegnativi.
Il design del Grenadier esprime robustezza e rigore progettuale, mentre l’architettura tecnica è pensata per resistere agli impieghi più gravosi, nel solco della tradizione dei grandi fuoristrada europei.I posti per il corso off-road sono limitati e disponibili fino a esaurimento nel periodo di validità dell’iniziativa. Le date e i luoghi dei corsi verranno confermati entro la fine di aprile.Per aderire all’iniziativa «Festa del Papà» è possibile rivolgersi al proprio concessionario Ineos di zona.
Per informazioni: https://ineosgrenadier.com/it/it/trova-un-rivenditore
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