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2020-09-04
Immigrati infetti ad Amantea si oppongono all’isolamento. La prefettura invia l’esercito
Ansa
Ad Amantea, città di mare in provincia di Cosenza, sul fronte emergenziale Covid-migranti, sta succedendo di tutto e di più. Mercoledì pomeriggio è arrivata la notizia di 25 migranti positivi al coronavirus, tutti ospiti in un centro d'accoglienza del posto. Scattava così la protesta dei cittadini che occupavano la statale tirrenica calabrese, in segno di disapprovazione, perché la struttura con i migranti contagiati si trova in pieno centro abitato, che conta non più di 10.000 abitanti. Ieri mattina, invece, in risposta, sono scesi in piazza i migranti, che hanno messo in atto una contro-protesta per opporsi alla quarantena imposta a tutti gli ospiti, a seguito del focolaio scoppiato nel Cas.
Tutto è cominciato sei giorni fa, quando tre extracomunitari della struttura erano risultati positivi al tampone per il coronavisurs. Poi l'effetto domino con i nuovi test effettuati e il relativo aumento di soggetti contagiati.
La struttura al centro della protesta si trova in pieno centro abitato, con altre case e palazzine proprio nelle immediate vicinanze.
Da ciò la paura e la rabbia dei cittadini residenti, che stanno chiedendo a gran voce la chiusura o il trasferimento in altro luogo del Cas. La prefettura di Cosenza, per correre ai ripari, ha inviato l'esercito a presidiare l'area intorno al centro d'accoglienza. Molti dei migranti ospitati nei Cas amanteani, lavorano nei campi e nei capannoni dove si produce e si confeziona la rinomata cipolla rossa calabrese. Dai ieri, i circa 100 migranti, 97 per la precisione, ospitati nell'edificio dov'è scoppiato il focolaio, sono in quarantena, pure quelli risultati negativi. Ma nei giorni precedenti, quasi tutti i migranti (tranne i tre positivi, più altri 14 per contatto) sono stati liberi di circolare.
Va segnalato, inoltre, che uno dei tre contagiati inizialmente individuati, dopo aver ricevuto l'esito del tampone, si è dileguato facendo perdere le sue tracce. Si tratta di un nigeriano, che l'indomani è stato ritrovato e fermato dai carabinieri, alla stazione ferroviaria di Amantea, dove era giunto con un treno proveniente da una città vicina.
La sorveglianza al Cas amanteano era stata delegata a due guardie giurate, andate un po' in affanno quando, mercoledì pomeriggio si saputo del boom di contagi all'interno della struttura. È stato deciso, allora, d'inviare l'esercito per una più sicura sorveglianza del centro.
«Si è svolta presso la prefettura una riunione del comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica» si legge su un comunicato diffuso dalla prefettura di Cosenza «estesa alla partecipazione delle forze armate, del sindaco di Rende, della commissione straordinaria che regge il Comune di Amantea, dell'Asp-dipartimento salute di Cosenza, del rappresentante della cooperativa che gestisce il Cas di Amantea e, in audio-conferenza, con quello del Cas di Rende. Nel corso dell'incontro è stata focalizzata l'attenzione sulle misure di isolamento e di sorveglianza attiva adottate dai centri nei confronti degli ospiti destinatari di ordinanza di quarantena obbligatoria emanata dalle competenti amministrazioni comunali in quanto positivi ai tamponi laringo-faringeo effettuati dall'Asp. Si tratta, a Rende, di 15 migranti e un operatore, di cui due ricoverati al reparto malattie infettive dell'ospedale civile dell'Annunziata di Cosenza; ad Amantea, di 25 migranti e un operatore.
Tutti» si precisa nella nota stampa «sono in isolamento all'interno dei rispettivi Cas, separati dagli altri ospiti, e attentamente sorvegliati. In sede di comitato si è preso atto del ricorso, da parte dei centri, a personale degli istituti di vigilanza privata nonché dell'implementazione delle misure e dei presidi di contenimento della diffusione del virus Covid-19 nei confronti di tutti gli ospiti. In un'ottica di rafforzamento della vigilanza ai Cas» così si conclude la nota della prefettura «il comitato ha deciso l'impiego di unità delle forze dell'ordine e delle forze armate». Nel comunicato si fa riferimento pure al focolaio innescatosi qualche giorno prima, al centro d'accoglienza di Rende, sempre in provincia di Cosenza.
A metà luglio, Amantea era stata teatro di una prima protesta in strada, attuata da un nutrito gruppo di persone, dopo l'arrivo in un'altra struttura, sempre ubicata nel centro abitato della città sul Tirreno cosentino, di 13 migranti già positivi, a seguito di uno sbarco sulla costa ionia calabrese.
In Sicilia, cambiando Regione, 53 migranti intercettati a bordo di una barca a vela, ieri, sono stati trasferiti a Pozzallo.
Provenivano da Afghanistan, Iran e Pakistan. L'imbarcazione con gli extracomunitari è stata bloccata a una ventina di miglia da Pozzallo. Sulla barca c'erano 30 uomini, cinque donne e 18 minori (un'unica bambina, di 12 anni è la più piccola del gruppo.
Dopo una prima ricognizione a bordo, effettuata dall'Usmaf, i migranti sono stati accolti in banchina dal personale Asp, che ha provveduto ad effettuare i tamponi per rilevare la presenza o meno del virus.
Conte ha dato la mancia a Lampedusa. E ora gli altri Comuni battono cassa
«Pagare moneta, tenere migrante»; pare brutto, vero? Eppure il presidente Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, hanno risolto - si fa molto per dire - così la crisi di Lampedusa. In perfetta continuità con Matteo Renzi che accettò di prendersi i migranti in cambio della flessibilità europea sui conti. Lo ha rivelato il sua ministro di allora Valeria Fedeli, ce lo ha rivelato la missione Triton, lo sappiamo perché anche l'accordo di Malta per i rimpatri appuntato sul petto della Lamorgese come una medaglia al valor solidale è un flop. Una mancia e tutto passa. Hanno fatto fuoco e fiamme contro l'ordinanza di Nello Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, che chiedeva la chiusura dell'hotspot di Lampedusa e di tutti i centri per migranti dove stanno ammassate migliaia di persone e gli hanno risposto: come osa? È faccenda governativa, l'immigrazione è, per dirla alla siciliana, cosa nostra. E ora? Argent de poche e passa l'emergenza! Quando si dice la solidarietà. Giuseppe Conte zio (di manzoniana memoria) da una parte proclama, ricorrendo al Tar, una grida dicendo che Musumeci è fuorilegge, dall'altra tenta l'accordo sottobanco per disinnescare la polveriera Lampedusa esasperata dai continui sbarchi. Chiama a Palazzo Chigi il sindaco Pd Salvatore (falce e) Martello e lo stesso presidente siciliano e dice: mettiamoci d'accordo. Come? Esattamente come la Lamorgese e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a Tunisi, 11 milioni in cambio dello stop ai barchini: «Pagare moneta, tenere migrante». Il suk della clandestinità di Palazzo Chigi prevede che i lampedusani smettano di protestare in cambio di mutui agevolati per albergatori, ristoratori e pescatori, dello stop al pagamento delle tasse pregresse fino al 2021, dello svuotamento del «cimitero dei barchini» (ieri ne sono stati demoliti 160) e dello sgombero dell'hotspot con l'arrivo di altre due navi «alloggio» per i migranti oltre alle quattro già previste al costo per il contribuente italiano 40.000 euro al giorno per ogni nave, cioè sette milioni e 200.000 euro al mese. Sulle proposte del Conte zio ha emesso fidejussione Roberto Gualtieri, il ministro dell'Economia. Soddisfatto è Totò (falce e) Martello primo cittadino di Lampedusa che appena tornato sull'isola si è trovato di fronte una nuova durissima contestazione, molto meno lo è Nello Musumeci che smaschera il tentativo di baratto del governo: «Pagare moneta, tenere migrante». Sostiene Musumeci: «Si è dimostrato che lo Stato Palermo ha fatto di più dello Stato Roma, ma non mi faccio molte illusioni. Ricordo che mi sono mosso su di una preoccupazione sanitaria e loro ci hanno risposto con lo sconto sulle tasse che è legato solo a Lampedusa. Voglio chiarire che noi, ma neppure il sindaco, non abbiamo assolutamente chiesto baratti. Tutte le provvidenze economiche che vorranno dare a Lampedusa sono ben accette perché è giusto che quella terra sia compensata di tante privazioni e sofferenze, ma io resto assolutamente in attesa di vedere se e come sarà risolta l'emergenza sanitaria». C'è però il rischio che altri vogliano incassare come il Sindaco di Pozzallo Roberto Ammanta che dice: «Se aiutano Lampedusa devono aiutare anche noi». La Sicilia è una polveriera sociale e sanitaria. Lo certifica Cristoforo Pomara, capo ispettore dell'istituto di medicina legale di Catania che sta «vistando» i centri migranti dell'isola e ha fatto un rapporto urgentissimo su quello di Lampedusa. «Sono scioccato e sì che faccio il medico legale. Se pensiamo di tenere assieme migliaia di persone come a Lampedusa e chiamare questo accoglienza allora abbiamo già fallito. Lì c'è una bomba sanitaria non solo per il Covid, ma per l'Hiv, per la scabbia, per la Tbc. In alcuni angoli non c'è il pavimento, ma un tappeto umano». Siamo al «dare moneta, tenere tappeto». Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo e patrono dei clandestini, se la prende però con i decreti Salvini (il governo non li tocca fino al post elezioni perché non ha una politica sull'immigrazione) ma la butta anche lui a denari: «Brava la Lamorgese a dire che i Paesi che non accolgono non devono avere i soldi dell'Europa, noi dobbiamo destinare le risorse del Recovery fund alle politiche della migrazione».È scuola Matteo Renzi: parli di migranti, spuntano i contanti. Lui in cambio dei porti aperti distribuì gli 80 euro con cui vinse le elezioni europee. Tutto torna: i bonus, i migranti, i soldi. Matteo Renzi ha tracciato il solco, ma è la Lamorgese che lo difende: «Pagare moneta, tenere migrante»!
P.s: L'espressione «pagare moneta, vedere cammello» è del fascismo. In Tunisia c'era una vasta comunità d'italiani e il duce per raccontarne le glorie mandava quelli del cinema a fare documentari. Per spostarsi noleggiavano i cammelli dai beduini salvo sparire il giorno prima del pagamento dell'affitto. Così a ogni italiano il tunisino ripeteva: «Pagare moneta, vedere cammello». Niccolò Macchiavelli non aveva torto sulla ciclicità della storia: dalla rovina alla grandezza, all'ozio e di nuovo alla rovina!
«Vietato respingere i clandestini» Ecco perché la sentenza è infondata
Presidente di sezione a riposo
della Corte di cassazione
Questo e altri giornali hanno dato ampio risalto alla sentenza del tribunale civile di Roma n. 22917, con la quale, in accoglimento di un ricorso proposto da un gruppo di «migranti», a suo tempo salvati in mare da una unità navale italiana e riportati sulle coste libiche, è stato riconosciuto il loro diritto di «accedere nel territorio italiano allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale ovvero di protezione speciale»; diritto esercitabile, secondo il tribunale, mediante l'attivazione degli strumenti da individuarsi a cura delle competenti autorità amministrative.
Il ragionamento posto dal tribunale alla base di tale decisione è il seguente: a) il respingimento verso la Libia sarebbe stato illegittimo, in quanto contrario al principio del «non refoulement» nonché al divieto delle espulsioni collettive previsto dall'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e dall'art. 4 del Protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, avuto anche riguardo al precedente costituito dalla sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell'uomo) nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia.
b) sarebbe stata, quindi, indebitamente preclusa ai «migranti», con la possibilità di accedere al territorio italiano, anche la possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale, posto che, tale richiesta va presentata «presso l'ufficio di polizia di frontiera all'atto dell'ingresso nel territorio nazionale o presso l'ufficio della questura competente in base al luogo di dimora del richiedente»; c) conseguentemente, dovendosi attribuire carattere di assolutezza al diritto di asilo nel territorio italiano stabilito dall'art. 10, comma terzo, della Costituzione in favore dello straniero «al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantire dalla Costituzione italiana», sarebbe rientrato tra i poteri- doveri dell'autorità giudiziaria quello di consentire l'effettivo esercizio di tale diritto.
Si tratta di un ragionamento che, a prima vista, appare logico e conseguenziale, dal momento che, in effetti, il punto di partenza costituito dalla asserita illegittimità del respingimento collettivo dei «migranti» verso la Libia trova il suo fondamento, almeno formale, nella citata sentenza della Cedu Hirsi Jamaa c. Italia. Con tale sentenza, infatti, l'Italia fu ritenuta responsabile di violazione del divieto di espulsioni collettive relativamente a un caso, sostanzialmente identico a quello cui si riferisce la sentenza del tribunale di Roma. La decisione della Corte si basava, essenzialmente, sulla tesi secondo cui sarebbe equiparabile ad una «espulsione collettiva» anche il «respingimento collettivo». Molto vi sarebbe, in realtà, da discutere circa il fondamento giuridico di questa tesi, cui non appare certo estranea la pregiudiziale adesione dei giudici di Strasburgo a ben noti indirizzi di natura politica in materia di immigrazione. Per quanto qui interessa, non si può tuttavia prescindere dal fatto che essa rappresenta, allo stato, un punto fermo della giurisprudenza europea.
Ciò detto, è però da escludere che possano condividersi gli ulteriori passaggi del ragionamento seguito dal tribunale di Roma. Anzitutto, infatti, appare del tutto privo di fondamento il ritenere, come ha fatto invece il tribunale, che dalla illegittimità del respingimento dei «migranti» verso la Libia, operato a suo tempo dalla unità navale italiana, derivi la riconoscibilità, ora per allora, dell'attuale diritto degli stessi «migranti» ad accedere al territorio italiano per presentare la richiesta di protezione internazionale. A dimostrazione di ciò basti il fatto che la stessa Corte europea, con la sentenza Hirsi Jamaa, pur avendo il potere di imporre allo Stato soccombente tutti gli adempimenti riparatori consentiti dal suo «diritto interno», ritenne che gli stessi in altro non potessero consistere se non nella corresponsione, da parte dell'Italia, di una «equa riparazione» nella misura di euro 15.000 per ciascuno dei «migranti» che avevano proposto il ricorso, aggiungendo soltanto che spettava al governo italiano «intraprendere tutte le attività possibili per ottenere dalle autorità libiche l'assicurazione che i ricorrenti non saranno né sottoposti a trattamenti contrari all'articolo 3 della Convenzione né rimpatriati arbitrariamente». Anche il tribunale di Roma, sulla scorta del precedente europeo, ha in verità riconosciuto ai ricorrenti il diritto alla corresponsione della stessa somma. A ciò esso avrebbe però dovuto limitarsi.
Deve poi aggiungersi che, d'altra parte, l'avvenuto, indebito respingimento non avrebbe in alcun modo impedito agli interessati di avanzare, anche dall'estero, non appena ne avessero avuto la possibilità, la richiesta di un visto d'ingresso per l'Italia, proprio sulla base di quello stesso art. 25 del «Codice visti» indicato dal tribunale. Di tale strumento non risulta però che gli interessati abbiano inteso avvalersi. Da ciò si sarebbe dovuto ragionevolmente presumere che l'interesse ad avanzare una tale richiesta fosse, già da allora, venuto meno. Né potrebbe, in contrario, farsi leva sul fatto che, nella sentenza del tribunale si riporta, tra l'altro, anche l'asserzione degli interessati secondo cui essi, una volta giunti in Israele, sarebbero stati arrestati e, dopo il rilascio, avrebbero subito dalle autorità israeliane, «trattamenti inumani e degradanti» nonché «gravi violazioni dei loro diritti fondamentali». Lo stesso tribunale, infatti, ha poi del tutto ignorato, nella motivazione del proprio provvedimento. Ragion per cui non può neppure dirsi che risulti dedotta né, tanto meno, comprovata una ipotetica impossibilità o difficoltà di presentare la loro richiesta di «visto» a uno dei consolati italiani operanti in Israele.
Risulta assai difficile sottrarsi alla sgradevole sensazione che ancora una volta la magistratura si sia fatta condizionare, nelle proprie decisioni, da considerazioni che potremmo definire «metagiuridiche», tanto da superare in zelo immigrazionista anche la pur zelantissima corte di Strasburgo.
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Paura e proteste dei residenti per i 25 contagi in un Cas del Cosentino. Gli ospiti hanno circolato per giorni e rifiutavano la quarantena. Trasferiti altri 53 migranti a Pozzallo.Il governo baratta la condiscendenza dell'isola, bomba sanitaria a causa degli extracomunitari, con sconti su tasse e mutui. Soddisfatto Martello, mentre il sindaco di Pozzallo lamenta: «Devono aiutare anche noi»Il tribunale di Roma condannò nel 2019 lo Stato per aver riportato in Libia degli eritrei e ha riconosciuto loro il diritto al rilascio dei visti italiani. Ma la decisione è priva di sostanza giuridicaLo speciale contiene tre articoliAd Amantea, città di mare in provincia di Cosenza, sul fronte emergenziale Covid-migranti, sta succedendo di tutto e di più. Mercoledì pomeriggio è arrivata la notizia di 25 migranti positivi al coronavirus, tutti ospiti in un centro d'accoglienza del posto. Scattava così la protesta dei cittadini che occupavano la statale tirrenica calabrese, in segno di disapprovazione, perché la struttura con i migranti contagiati si trova in pieno centro abitato, che conta non più di 10.000 abitanti. Ieri mattina, invece, in risposta, sono scesi in piazza i migranti, che hanno messo in atto una contro-protesta per opporsi alla quarantena imposta a tutti gli ospiti, a seguito del focolaio scoppiato nel Cas.Tutto è cominciato sei giorni fa, quando tre extracomunitari della struttura erano risultati positivi al tampone per il coronavisurs. Poi l'effetto domino con i nuovi test effettuati e il relativo aumento di soggetti contagiati. La struttura al centro della protesta si trova in pieno centro abitato, con altre case e palazzine proprio nelle immediate vicinanze. Da ciò la paura e la rabbia dei cittadini residenti, che stanno chiedendo a gran voce la chiusura o il trasferimento in altro luogo del Cas. La prefettura di Cosenza, per correre ai ripari, ha inviato l'esercito a presidiare l'area intorno al centro d'accoglienza. Molti dei migranti ospitati nei Cas amanteani, lavorano nei campi e nei capannoni dove si produce e si confeziona la rinomata cipolla rossa calabrese. Dai ieri, i circa 100 migranti, 97 per la precisione, ospitati nell'edificio dov'è scoppiato il focolaio, sono in quarantena, pure quelli risultati negativi. Ma nei giorni precedenti, quasi tutti i migranti (tranne i tre positivi, più altri 14 per contatto) sono stati liberi di circolare. Va segnalato, inoltre, che uno dei tre contagiati inizialmente individuati, dopo aver ricevuto l'esito del tampone, si è dileguato facendo perdere le sue tracce. Si tratta di un nigeriano, che l'indomani è stato ritrovato e fermato dai carabinieri, alla stazione ferroviaria di Amantea, dove era giunto con un treno proveniente da una città vicina.La sorveglianza al Cas amanteano era stata delegata a due guardie giurate, andate un po' in affanno quando, mercoledì pomeriggio si saputo del boom di contagi all'interno della struttura. È stato deciso, allora, d'inviare l'esercito per una più sicura sorveglianza del centro.«Si è svolta presso la prefettura una riunione del comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica» si legge su un comunicato diffuso dalla prefettura di Cosenza «estesa alla partecipazione delle forze armate, del sindaco di Rende, della commissione straordinaria che regge il Comune di Amantea, dell'Asp-dipartimento salute di Cosenza, del rappresentante della cooperativa che gestisce il Cas di Amantea e, in audio-conferenza, con quello del Cas di Rende. Nel corso dell'incontro è stata focalizzata l'attenzione sulle misure di isolamento e di sorveglianza attiva adottate dai centri nei confronti degli ospiti destinatari di ordinanza di quarantena obbligatoria emanata dalle competenti amministrazioni comunali in quanto positivi ai tamponi laringo-faringeo effettuati dall'Asp. Si tratta, a Rende, di 15 migranti e un operatore, di cui due ricoverati al reparto malattie infettive dell'ospedale civile dell'Annunziata di Cosenza; ad Amantea, di 25 migranti e un operatore. Tutti» si precisa nella nota stampa «sono in isolamento all'interno dei rispettivi Cas, separati dagli altri ospiti, e attentamente sorvegliati. In sede di comitato si è preso atto del ricorso, da parte dei centri, a personale degli istituti di vigilanza privata nonché dell'implementazione delle misure e dei presidi di contenimento della diffusione del virus Covid-19 nei confronti di tutti gli ospiti. In un'ottica di rafforzamento della vigilanza ai Cas» così si conclude la nota della prefettura «il comitato ha deciso l'impiego di unità delle forze dell'ordine e delle forze armate». Nel comunicato si fa riferimento pure al focolaio innescatosi qualche giorno prima, al centro d'accoglienza di Rende, sempre in provincia di Cosenza.A metà luglio, Amantea era stata teatro di una prima protesta in strada, attuata da un nutrito gruppo di persone, dopo l'arrivo in un'altra struttura, sempre ubicata nel centro abitato della città sul Tirreno cosentino, di 13 migranti già positivi, a seguito di uno sbarco sulla costa ionia calabrese.In Sicilia, cambiando Regione, 53 migranti intercettati a bordo di una barca a vela, ieri, sono stati trasferiti a Pozzallo. Provenivano da Afghanistan, Iran e Pakistan. L'imbarcazione con gli extracomunitari è stata bloccata a una ventina di miglia da Pozzallo. Sulla barca c'erano 30 uomini, cinque donne e 18 minori (un'unica bambina, di 12 anni è la più piccola del gruppo. Dopo una prima ricognizione a bordo, effettuata dall'Usmaf, i migranti sono stati accolti in banchina dal personale Asp, che ha provveduto ad effettuare i tamponi per rilevare la presenza o meno del virus.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-infetti-ad-amantea-si-oppongono-allisolamento-la-prefettura-invia-lesercito-2647451713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-ha-dato-la-mancia-a-lampedusa-e-ora-gli-altri-comuni-battono-cassa" data-post-id="2647451713" data-published-at="1599206256" data-use-pagination="False"> Conte ha dato la mancia a Lampedusa. E ora gli altri Comuni battono cassa «Pagare moneta, tenere migrante»; pare brutto, vero? Eppure il presidente Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, hanno risolto - si fa molto per dire - così la crisi di Lampedusa. In perfetta continuità con Matteo Renzi che accettò di prendersi i migranti in cambio della flessibilità europea sui conti. Lo ha rivelato il sua ministro di allora Valeria Fedeli, ce lo ha rivelato la missione Triton, lo sappiamo perché anche l'accordo di Malta per i rimpatri appuntato sul petto della Lamorgese come una medaglia al valor solidale è un flop. Una mancia e tutto passa. Hanno fatto fuoco e fiamme contro l'ordinanza di Nello Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, che chiedeva la chiusura dell'hotspot di Lampedusa e di tutti i centri per migranti dove stanno ammassate migliaia di persone e gli hanno risposto: come osa? È faccenda governativa, l'immigrazione è, per dirla alla siciliana, cosa nostra. E ora? Argent de poche e passa l'emergenza! Quando si dice la solidarietà. Giuseppe Conte zio (di manzoniana memoria) da una parte proclama, ricorrendo al Tar, una grida dicendo che Musumeci è fuorilegge, dall'altra tenta l'accordo sottobanco per disinnescare la polveriera Lampedusa esasperata dai continui sbarchi. Chiama a Palazzo Chigi il sindaco Pd Salvatore (falce e) Martello e lo stesso presidente siciliano e dice: mettiamoci d'accordo. Come? Esattamente come la Lamorgese e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a Tunisi, 11 milioni in cambio dello stop ai barchini: «Pagare moneta, tenere migrante». Il suk della clandestinità di Palazzo Chigi prevede che i lampedusani smettano di protestare in cambio di mutui agevolati per albergatori, ristoratori e pescatori, dello stop al pagamento delle tasse pregresse fino al 2021, dello svuotamento del «cimitero dei barchini» (ieri ne sono stati demoliti 160) e dello sgombero dell'hotspot con l'arrivo di altre due navi «alloggio» per i migranti oltre alle quattro già previste al costo per il contribuente italiano 40.000 euro al giorno per ogni nave, cioè sette milioni e 200.000 euro al mese. Sulle proposte del Conte zio ha emesso fidejussione Roberto Gualtieri, il ministro dell'Economia. Soddisfatto è Totò (falce e) Martello primo cittadino di Lampedusa che appena tornato sull'isola si è trovato di fronte una nuova durissima contestazione, molto meno lo è Nello Musumeci che smaschera il tentativo di baratto del governo: «Pagare moneta, tenere migrante». Sostiene Musumeci: «Si è dimostrato che lo Stato Palermo ha fatto di più dello Stato Roma, ma non mi faccio molte illusioni. Ricordo che mi sono mosso su di una preoccupazione sanitaria e loro ci hanno risposto con lo sconto sulle tasse che è legato solo a Lampedusa. Voglio chiarire che noi, ma neppure il sindaco, non abbiamo assolutamente chiesto baratti. Tutte le provvidenze economiche che vorranno dare a Lampedusa sono ben accette perché è giusto che quella terra sia compensata di tante privazioni e sofferenze, ma io resto assolutamente in attesa di vedere se e come sarà risolta l'emergenza sanitaria». C'è però il rischio che altri vogliano incassare come il Sindaco di Pozzallo Roberto Ammanta che dice: «Se aiutano Lampedusa devono aiutare anche noi». La Sicilia è una polveriera sociale e sanitaria. Lo certifica Cristoforo Pomara, capo ispettore dell'istituto di medicina legale di Catania che sta «vistando» i centri migranti dell'isola e ha fatto un rapporto urgentissimo su quello di Lampedusa. «Sono scioccato e sì che faccio il medico legale. Se pensiamo di tenere assieme migliaia di persone come a Lampedusa e chiamare questo accoglienza allora abbiamo già fallito. Lì c'è una bomba sanitaria non solo per il Covid, ma per l'Hiv, per la scabbia, per la Tbc. In alcuni angoli non c'è il pavimento, ma un tappeto umano». Siamo al «dare moneta, tenere tappeto». Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo e patrono dei clandestini, se la prende però con i decreti Salvini (il governo non li tocca fino al post elezioni perché non ha una politica sull'immigrazione) ma la butta anche lui a denari: «Brava la Lamorgese a dire che i Paesi che non accolgono non devono avere i soldi dell'Europa, noi dobbiamo destinare le risorse del Recovery fund alle politiche della migrazione».È scuola Matteo Renzi: parli di migranti, spuntano i contanti. Lui in cambio dei porti aperti distribuì gli 80 euro con cui vinse le elezioni europee. Tutto torna: i bonus, i migranti, i soldi. Matteo Renzi ha tracciato il solco, ma è la Lamorgese che lo difende: «Pagare moneta, tenere migrante»! P.s: L'espressione «pagare moneta, vedere cammello» è del fascismo. In Tunisia c'era una vasta comunità d'italiani e il duce per raccontarne le glorie mandava quelli del cinema a fare documentari. Per spostarsi noleggiavano i cammelli dai beduini salvo sparire il giorno prima del pagamento dell'affitto. Così a ogni italiano il tunisino ripeteva: «Pagare moneta, vedere cammello». Niccolò Macchiavelli non aveva torto sulla ciclicità della storia: dalla rovina alla grandezza, all'ozio e di nuovo alla rovina! <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immigrati-infetti-ad-amantea-si-oppongono-allisolamento-la-prefettura-invia-lesercito-2647451713.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="vietato-respingere-i-clandestini-ecco-perche-la-sentenza-e-infondata" data-post-id="2647451713" data-published-at="1599206256" data-use-pagination="False"> «Vietato respingere i clandestini» Ecco perché la sentenza è infondata Presidente di sezione a riposo della Corte di cassazione Questo e altri giornali hanno dato ampio risalto alla sentenza del tribunale civile di Roma n. 22917, con la quale, in accoglimento di un ricorso proposto da un gruppo di «migranti», a suo tempo salvati in mare da una unità navale italiana e riportati sulle coste libiche, è stato riconosciuto il loro diritto di «accedere nel territorio italiano allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale ovvero di protezione speciale»; diritto esercitabile, secondo il tribunale, mediante l'attivazione degli strumenti da individuarsi a cura delle competenti autorità amministrative. Il ragionamento posto dal tribunale alla base di tale decisione è il seguente: a) il respingimento verso la Libia sarebbe stato illegittimo, in quanto contrario al principio del «non refoulement» nonché al divieto delle espulsioni collettive previsto dall'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e dall'art. 4 del Protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, avuto anche riguardo al precedente costituito dalla sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell'uomo) nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia. b) sarebbe stata, quindi, indebitamente preclusa ai «migranti», con la possibilità di accedere al territorio italiano, anche la possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale, posto che, tale richiesta va presentata «presso l'ufficio di polizia di frontiera all'atto dell'ingresso nel territorio nazionale o presso l'ufficio della questura competente in base al luogo di dimora del richiedente»; c) conseguentemente, dovendosi attribuire carattere di assolutezza al diritto di asilo nel territorio italiano stabilito dall'art. 10, comma terzo, della Costituzione in favore dello straniero «al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantire dalla Costituzione italiana», sarebbe rientrato tra i poteri- doveri dell'autorità giudiziaria quello di consentire l'effettivo esercizio di tale diritto. Si tratta di un ragionamento che, a prima vista, appare logico e conseguenziale, dal momento che, in effetti, il punto di partenza costituito dalla asserita illegittimità del respingimento collettivo dei «migranti» verso la Libia trova il suo fondamento, almeno formale, nella citata sentenza della Cedu Hirsi Jamaa c. Italia. Con tale sentenza, infatti, l'Italia fu ritenuta responsabile di violazione del divieto di espulsioni collettive relativamente a un caso, sostanzialmente identico a quello cui si riferisce la sentenza del tribunale di Roma. La decisione della Corte si basava, essenzialmente, sulla tesi secondo cui sarebbe equiparabile ad una «espulsione collettiva» anche il «respingimento collettivo». Molto vi sarebbe, in realtà, da discutere circa il fondamento giuridico di questa tesi, cui non appare certo estranea la pregiudiziale adesione dei giudici di Strasburgo a ben noti indirizzi di natura politica in materia di immigrazione. Per quanto qui interessa, non si può tuttavia prescindere dal fatto che essa rappresenta, allo stato, un punto fermo della giurisprudenza europea. Ciò detto, è però da escludere che possano condividersi gli ulteriori passaggi del ragionamento seguito dal tribunale di Roma. Anzitutto, infatti, appare del tutto privo di fondamento il ritenere, come ha fatto invece il tribunale, che dalla illegittimità del respingimento dei «migranti» verso la Libia, operato a suo tempo dalla unità navale italiana, derivi la riconoscibilità, ora per allora, dell'attuale diritto degli stessi «migranti» ad accedere al territorio italiano per presentare la richiesta di protezione internazionale. A dimostrazione di ciò basti il fatto che la stessa Corte europea, con la sentenza Hirsi Jamaa, pur avendo il potere di imporre allo Stato soccombente tutti gli adempimenti riparatori consentiti dal suo «diritto interno», ritenne che gli stessi in altro non potessero consistere se non nella corresponsione, da parte dell'Italia, di una «equa riparazione» nella misura di euro 15.000 per ciascuno dei «migranti» che avevano proposto il ricorso, aggiungendo soltanto che spettava al governo italiano «intraprendere tutte le attività possibili per ottenere dalle autorità libiche l'assicurazione che i ricorrenti non saranno né sottoposti a trattamenti contrari all'articolo 3 della Convenzione né rimpatriati arbitrariamente». Anche il tribunale di Roma, sulla scorta del precedente europeo, ha in verità riconosciuto ai ricorrenti il diritto alla corresponsione della stessa somma. A ciò esso avrebbe però dovuto limitarsi. Deve poi aggiungersi che, d'altra parte, l'avvenuto, indebito respingimento non avrebbe in alcun modo impedito agli interessati di avanzare, anche dall'estero, non appena ne avessero avuto la possibilità, la richiesta di un visto d'ingresso per l'Italia, proprio sulla base di quello stesso art. 25 del «Codice visti» indicato dal tribunale. Di tale strumento non risulta però che gli interessati abbiano inteso avvalersi. Da ciò si sarebbe dovuto ragionevolmente presumere che l'interesse ad avanzare una tale richiesta fosse, già da allora, venuto meno. Né potrebbe, in contrario, farsi leva sul fatto che, nella sentenza del tribunale si riporta, tra l'altro, anche l'asserzione degli interessati secondo cui essi, una volta giunti in Israele, sarebbero stati arrestati e, dopo il rilascio, avrebbero subito dalle autorità israeliane, «trattamenti inumani e degradanti» nonché «gravi violazioni dei loro diritti fondamentali». Lo stesso tribunale, infatti, ha poi del tutto ignorato, nella motivazione del proprio provvedimento. Ragion per cui non può neppure dirsi che risulti dedotta né, tanto meno, comprovata una ipotetica impossibilità o difficoltà di presentare la loro richiesta di «visto» a uno dei consolati italiani operanti in Israele. Risulta assai difficile sottrarsi alla sgradevole sensazione che ancora una volta la magistratura si sia fatta condizionare, nelle proprie decisioni, da considerazioni che potremmo definire «metagiuridiche», tanto da superare in zelo immigrazionista anche la pur zelantissima corte di Strasburgo.
Come spiega il ministero della Salute, il monossido di carbonio è tra i più rilevanti inquinanti prodotti dalla combustione. Si tratta di un gas. Un gas incolore, inodore, insapore, non irritante e, soprattutto, tossico. Si capisce che se non ha colore, non ha odore, non ha sapore e non irrita può diventare difficile accorgersi di starne inalando oltre la soglia di tolleranza. Altro elemento negativo è che senza ventilazione adeguata il monossido di carbonio può raggiungere concentrazioni elevate negli ambienti in cui si trova. Per le sue caratteristiche già viste, il monossido di carbonio può quindi essere inalato in modo subdolo, impercettibile, fino a raggiungere nell’organismo concentrazioni letali.
Il monossido di carbonio presente nell’aria degli ambienti confinati proviene principalmente dal fumo di tabacco e da fonti di combustione non dotate di idonea aspirazione, come radiatori portatili a kerosene e a gas, caldaie, scaldabagni, stufe a gas, caminetti e stufe a legna. Una delle più comuni cause di intossicazione da monossido di carbonio, infatti, dipende dalle vecchie stufe a gas liquido tenute in ambienti dove non si area a sufficienza. Nel caso di combustione incompleta di qualsiasi materiale organico contenente carbonio, in presenza di scarso contenuto di ossigeno nell’ambiente, il monossido di carbonio si può accumulare.
Il monossido di carbonio, però, non esiste solo negli ambienti confinati: esso può anche provenire dall’esterno, in primo luogo, per esempio, quando il locale si trova annesso ad un garage o ad un’autofficina o in prossimità di strade con intenso traffico veicolare. Le fonti antropiche (cioè non naturali, causate dall’uomo) esterne di monossido di carbonio sono costituite principalmente dagli scarichi degli autoveicoli, dagli impianti di combustione non industriali e in quantità minore dagli altri settori come l’industria e altri trasporti, per esempio treni e aerei. Non ci pensiamo mai, ma più che love is in the air dovremmo dire che il carbonio is in the air cioè è nell’aria. La concentrazione di monossido di carbonio nell’atmosfera è variabile ed ha anche una funzione positiva, contribuendo a formare l’ozono a livello del suolo. Fonti naturali di monossido di carbonio sono i vulcani, oppure reazioni fotochimiche nella troposfera. E poi viene prodotto dall'uomo, come già detto, anche accidentalmente. Ma come avviene?
Si crea monossido di carbonio in seguito a reazioni di combustione in, spiega Wikipedia, «difetto di aria». Significa che l’ossigeno presente nell’aria non basta per convertire tutto il carbonio in anidride carbonica, anche detta biossido di carbonio e, di conseguenza, una parte si converte in monossido di carbonio, il gas tossico. Succede anche all’esterno, negli incendi boschivi, per esempio: nei punti più interni dell’incendio ci sarà più monossido di carbonio. All’esterno, quindi, il monossido di carbonio è pericoloso in caso di incendi, esplosioni e qualunque altro evento che lo concentri (poi, naturalmente, si disperderà, diminuendo la sua concentrazione per metro d’aria). Al chiuso, per ovvie ragioni, in presenza di monossido di carbonio ad alta percentuale per metro d’aria si è più in pericolo.
In Italia le statistiche ufficiali più recenti riportano 500-600 morti l’anno, di cui circa i 2/3 per intossicazione volontaria. Tali cifre sicuramente sottostimano la vera entità del fenomeno poiché molti casi di intossicazione, soprattutto quelli accidentali o i casi non mortali, non vengono correttamente diagnosticati e registrati. Si stimano circa 6.000 ricoveri per intossicazione non letale, anche queste cifre sarebbero sottostimate perché non tutti i casi di intossicazione sono correttamente diagnosticati. Insomma, ci troviamo di fronte ad un pericolo da conoscere meglio per combatterlo, in primo luogo prevenendolo.
Quando il monossido di carbonio in casa inizia ad essere pericoloso?
In Italia, il limite di legge per il monossido di carbonio (CO) nell’aria ambiente, finalizzato alla protezione della salute umana, è stabilito dal D. Lgs. 155/2010 in 10 mg per metro cubo. Si tratta della media massima giornaliera su otto ore. Il limite di 10 mg/m³ corrisponde a circa 8,6 ppm (parti per milione). Per ambienti indoor (abitazioni), i livelli normali sono tra 1 e 4 ppm, mentre situazioni di pericolo si raggiungono a concentrazioni molto più alte (es. 520 ppm o 1000 ppm). In presenza di processi di combustione, quali sistemi di riscaldamento e di cottura o di fumo di tabacco, e inadeguata ventilazione, le concentrazioni interne possono superare quelle esterne.
Durante l’inverno nelle abitazioni possono verificarsi concentrazioni superiori a quelle esterne e livelli elevati si riscontrano più frequentemente in edifici vecchi. Da 10 a 30 ppm è una bassa concentrazione, ma comunque restarci esposti a lungo può causare sintomi lievi come mal di testa, affaticamento, vertigini, nausea, confusione. Il monossido di carbonio inalato si lega con l’emoglobina, una proteina presente a livello dei globuli rossi e deputata al trasporto dell’ossigeno, formando la carbossiemoglobina (COHb). Giunto nel sangue, attraverso gli alveoli polmonari, il monossido di carbonio entra in competizione con l’ossigeno per il legame con l’emoglobina e lo vince. Il legame tra monossido di carbonio ed emoglobina è molto più stabile di quello che quest’ultima ha con l’ossigeno, pensate, circa 200, 300 volte in più. Il monossido di carbonio si appropria dello spazio altrimenti riservato all’ossigeno e impedisce il normale trasporto dell’ossigeno ai tessuti periferici. Questo meccanismo si chiama ipossia e determina effetti tossicologici di diversa entità. Il monossido di carbonio intossica in questa maniera. Il livello di carbossiemoglobina può aumentare, appunto, in caso di esposizione a fumi di combustione, all’inquinamento atmosferico e anche al fumo di sigaretta, che sempre combustione è. I valori normali di carbossiemoglobina nei non fumatori sono dallo 0 all’1,5%. Nei fumatori possono essere dal 5 al 10%. Per concentrazioni ambientali di CO inferiori a 5 mg/metro cubo, corrispondenti a concentrazioni di COHb inferiori al 3%, non si hanno effetti apprezzabili sulla salute, negli individui sani, mentre in pazienti con affezioni cardiache, anche basse concentrazioni possono provocare una crisi anginosa. A concentrazioni maggiori, dal 10 al 25% di carbossiemoglobina, intossicazione di grado dal moderato al severo, si verificano cefalea, confusione, disorientamento, capogiri, visione alterata, nausea e vomito. Livelli di carbossiemoglobina superiori al 30% in genere provocano dispnea da sforzo, dolore toracico (nei pazienti con coronaropatia) e confusione. Livelli più alti possono causare sincope, convulsioni e obnubilamento del sensorio. In genere, quando i livelli sono > 60% si manifestano ipotensione, coma, insufficienza respiratoria e decesso. La severità delle manifestazioni cliniche da intossicazione da CO dipende dalla sua concentrazione nell’aria inspirata, dalla durata dell’esposizione e dalle condizioni di salute delle persone coinvolte. Particolarmente suscettibili sono gli anziani, le persone con affezioni dell’apparato cardiovascolare e respiratorio, le donne in stato di gravidanza, i neonati ed i bambini in genere.
Molto si è discusso sull’esistenza di un quadro di intossicazione cronica da CO. In alcuni soggetti esposti per lungo tempo all’assorbimento di piccole quantità dell’inquinante, è stata descritta una sintomatologia caratterizzata da astenia, cefalea, vertigini, nevriti, sindromi parkinsoniane ed epilettiche, aritmie, crisi anginose.
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«Toga non mangia toga». Vogliono farci credere che la riforma Nordio sia un attentato all'indipendenza della magistratura, ma la realtà è molto più concreta. Il vero scontro non è sulla libertà, ma sull'impunità.
Kuldīga, Lettonia: la maestosa Ventas Rumba, cascata più larga d’Europa (iStock)
Viaggiare nell’Europa di mezzo non significa cercare l’inedito a tutti i costi, né inseguire un’idea romantica di autenticità. Significa piuttosto spostarsi fuori dall’asse principale del racconto europeo, quello che passa invariabilmente dalle capitali, dai grandi musei, dai quartieri “rigenerati” e dalle stesse strade percorse milioni di volte.
L’Europa di mezzo è fatta di città intermedie, regioni laterali, territori che non sono mai diventati simbolo e che proprio per questo conservano una densità reale. Qui il viaggio non è una sequenza di tappe iconiche, ma una permanenza.
Le capitali europee sono ormai luoghi altamente leggibili: offrono percorsi chiari, estetiche riconoscibili, esperienze standardizzate. L’Europa di mezzo, invece, non fornisce istruzioni. Non si presenta. Non semplifica. Chiede tempo, attenzione, una certa disponibilità a non capire tutto subito. Ed è spesso in questa frizione che il viaggio acquista spessore.
Germania centrale: Sassonia e Turingia, oltre Berlino
Chi attraversa la Germania fermandosi solo a Berlino conosce una Germania parziale. Spostandosi verso sud, la scena cambia.
Lipsia (Leipzig) è una città che non ha mai avuto bisogno di reinventarsi come “nuova Berlino”, nonostante i paragoni. È un centro universitario, musicale, industriale, cresciuto per sedimentazione. I quartieri di Plagwitz e Lindenau raccontano una riconversione lenta: ex fabbriche, canali, spazi culturali non patinati. Qui il viaggio è fatto di passeggiate senza obiettivo, mercati rionali, tram presi per attraversare la città senza scopo preciso.
Lipsia non ha un centro monumentale dominante: la sua forza sta nella continuità urbana. Si entra nei caffè frequentati da studenti e famiglie, si osserva una quotidianità che non è stata compressa per il visitatore.
Dove dormire:
- Hotel Fürstenhof Leipzig, classico, affidabile, senza estetismi
- NH Leipzig Zentrum, centrale e dalla sobria eleganza
Dove mangiare:
- Auerbachs Keller, storico ma ancora vissuto; da provare il cinghiale con i funghi e il kartoffelknödel (knödel tedesco a base di patate)
- Zill’s Tunnel, cucina sassone senza concessioni. Ci si viene soprattutto per gustare il Würzfleisch, piatto tradizionale della Germania dell’Est (è un arrosto con salsa di rafano)
Lipsia, il mercato e il vecchio municipio (iStock)
A poco più di un’ora, Weimar è l’opposto: compatta, borghese, misurata. Il suo peso culturale è enorme, ma non invadente.
Una volta visitati pochi luoghi chiave, la vera esperienza inizia fuori dal centro. La Turingia è una regione di foreste, strade secondarie, villaggi dove il turismo non ha cambiato il ritmo della vita.
Dove dormire:
- Hotel Schillerhof, moderno e a pochi passi dalle zone d’interesse. Ottima la colazione.
- Boutique-Hotel Amalienhof: villa a poca distanza dalla casa di Goethe. Per chi ama le atmosfere tranquille
Dove mangiare:
- Benediktiner Wirtshaus im joHanns Hof: per un ottimo stinco di maiale
- Zum Schwarzen Bären: ristorante d’atmosfera dove provare la zuppa di carote e zenzero
Moravia e Repubblica Ceca interna: tra Praga e Vienna
La Moravia è una delle regioni meno raccontate d’Europa. Colline morbide, vigneti, cittadine funzionali, mai spettacolari. È un territorio che non si presta a un consumo rapido.
Brno è il suo centro principale: universitaria, concreta, meno estetizzata di Praga, ma più stabile. Qui si vive: mercati, biblioteche, caffè frequentati da residenti. Il modernismo architettonico convive con una quotidianità sobria.
Dove dormire:
- Hotel Grandezza, centrale e solido.
- Grandhotel Brno: nel cuore del centro storico, è dotato di un ottimo ristorante
Dove mangiare:
- Pavillon Steak House, citato tra i 10 migliori ristoranti della Repubblica Ceca
- Lokál U Caipla: costine alla birra ed entrecote i piatti forti.
Poco distante, Mikulov è una cittadina piccola, ordinata, quasi sospesa. Si visita in poche ore, ma restituisce una percezione chiara della scala dell’Europa interna: tutto è vicino, tutto è misurato.
La città di Brno in Repubblica Ceca (iStock)
Slovacchia occidentale: fermarsi per capire
La Slovacchia è spesso solo una zona di passaggio. Fermarsi cambia la prospettiva.
Trnava è pulita, ordinata, priva di attrazioni iconiche. Proprio per questo, restituisce una sensazione rara: quella di una città che non deve dimostrare nulla. Le giornate scorrono secondo ritmi locali, non turistici.
Dove dormire:
- Hotel Holiday Inn Trnava, funzionale.
- London Boutique hotel & Restaurant: ottimo rapporto qualità-prezzo
Dove mangiare:
- Thalmeiner, cucina mitteleuropea tradizionale
- Forky's Trnava, bistrot vegano in cui ordinare zuppe, wrap e piatti orientali
Trnava, Slovacchia (iStock)
Transilvania: stratificazioni reali, non folklore
La Transilvania è spesso ridotta a cliché. In realtà è una regione complessa, segnata da convivenze storiche tra comunità diverse.
Sibiu è elegante, ordinata, sobria. Il centro storico è compatto, ma la vera esperienza è nel rapporto con la regione circostante.
Brașov è più turistica, ma basta uscire di pochi chilometri per entrare in villaggi dove il tempo non è stato adattato allo sguardo esterno.
Dove dormire:
- Casa Luxemburg, Sibiu: si chiama così perché un tempo sede del Consolato del Granducato del Lussemburgo
- Hotel Bella Muzica, Brasov: edificio del XVI secolo, ha un ristorante che offre piatti messicani, ungheresi e rumeni
Dove mangiare:
- Kulinarium, Sibiu: ottima la ciorbă, minestra turca a base di lenticchie rosse e spezie
- La Ceaun: qui è d’obbligo la zuppa di fagioli e prosciutto
Il centro storico di Brașov in Transilvania (iStock)
Baltico interno: l’Europa del silenzio
Oltre le capitali baltiche esiste un interno fatto di laghi, foreste, città universitarie.
Tartu (Estonia) è colta, discreta, priva di spettacolarizzazione. Kuldīga (Lettonia) sembra ferma nel tempo, con una delle cascate più larghe d’Europa che non viene mai trasformata in attrazione.
Dove dormire:
- Hotel Lydia, Tartu: camere ben arredate ed eccellente ristorante interno
- Virkas Muiža, Kuldīga: circondato dalla vale del fiume Venta, ha stanze tutte diverse l’una dall’altra
Dove mangiare:
- Joyce, Tartu: filetto d’anatra con couscous perlato in un locale d’atmosfera
- Goldingen Room, in parte italiano, in parte locale. Da provare la zuppa di cervo
Perché l’Europa di mezzo conta
Perché non costruisce un’esperienza su misura. Non promette trasformazioni, non cerca consenso, non mette il viaggiatore al centro. Chiede solo di essere attraversata con attenzione.
Ed è spesso lì, fuori dalle capitali, che il viaggio smette di essere consumo e torna a essere una pratica di osservazione: lenta, concreta, profondamente europea.
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L’Europa si divide, si spezzetta si dissolve tutte le volte in cui tende a staccarsi da questo principio. E non soltanto si divide, si spezzetta e si dissolve, ma perde la propria civiltà, ritorna alla barbarie. Infatti, la civiltà europea è spirituale, cristiana, nella sua origine, nel suo sviluppo, nel suo genio. Anche di più, grazie al cristianesimo e attraverso il cristianesimo, è universale: è la sola civiltà universale» (Gonzague de Reynold). Riassunto in parole povere, l’Europa o è cristiana o non è. In realtà questa affermazione si estende a tutte le nazioni cristiane, dalle Americhe all’Australia, quindi il riassunto è: tutto l’Occidente cristiano o è cristiano o si dissolve come civiltà. L’unica via di uscita al nostro suicidio è ricristianizzare l’Occidente.
Il suicidio dell’Occidente è cominciato con l’illuminismo, il primo atto della scristianizzazione. Una volta creato un vuoto, una volta cacciato Cristo dalla storia, la storia si riempie di altro, per esempio il comunismo sovietico e il nazismo tedesco. Nel saggio Novecento. Il secolo del male (Lindau), Alain Besançon li definisce «gemelli eterozigoti». Il ’68 nasce dalla scristianizzazione e scristianizza ulteriormente, riempiendo il vuoto con la promiscuità sessuale, le aggressioni alla famiglia, il diritto all’assassinio del bimbo in stadio prenatale, la rivolta permanente. L’esoterismo riempie il vuoto, insieme alla psicologia, spesso associati. L’esoterismo è la versione colta della superstizione, la riedizione dell’eresia gnostica, a cominciare dal New Age. A sostituire il cristianesimo sia culturalmente che demograficamente ora abbiamo l’islam. I file Epstein stanno sconvolgendo il mondo, anzi, peggio, non lo stanno sconvolgendo, non sta succedendo nemmeno l’1% di quello che dovrebbe succedere, tanto più che sono stati desecretati solo i file meno sconvolgenti. Il mondo scopre che i signori del mondo sono criminali della peggior specie e anche troppo idioti da capire che se sei uno dei signori del mondo non devi metterti in condizione di essere ricattabile. Possiamo parlare serenamente di Satana? Satana ha preso il posto lasciato vuoto dalla scristianizzazione. Cosa sono i file Epstein se non qualcosa di satanico, quell’ufficiale darsi a Satana cominciato dall’illuminista Marchese di Sade, che aveva affermato che, una volta tolto Dio, l’etica non ha più senso. Quindi dobbiamo cristianizzare, unica strada per la salvezza del mondo, per la salvezza di un possibile futuro e soprattutto per la salvezza delle nostre anime, che esisteranno ancora anche quando l’universo sarà finito.
Per questo è così importante il film Sacro Cuore ed è così importante che venga anche in Italia. Sacro Cuore è un documentario che non si guarda soltanto: si attraversa, come si attraversa una terra ignota e amichevole. Guardare il film è un viaggio potente, poetico e coraggioso nel mistero più profondo della fede cristiana, capace di scuotere anche i cuori più distanti e di riaccendere la fiamma sopita di chi aveva smesso di credere. Firmato da un gruppo di cineasti giovani ma ispirati, Sacro Cuore esplora il simbolismo millenario del Cuore di Gesù come sorgente d’amore, di riparazione e di misericordia. Il film getta uno sguardo profondo sulla nostra sete di senso, di perdono, di appartenenza. Ogni testimonianza è un frammento di luce che ferisce la superficie dell’indifferenza contemporanea. Il cammino di Sacro Cuore non è stato facile. In Francia, Paese di straordinaria tradizione cattolica ma anche di un cosiddetto laicismo rigidissimo con il cristianesimo e acquiescente con l’islam, il documentario ha incontrato un muro di silenzio e un vero e proprio boicottaggio. Diverse sale hanno ritirato la programmazione a pochi giorni dall’uscita, alcuni media si sono rifiutati di parlarne, e i canali televisivi pubblici hanno chiuso le porte a qualsiasi forma di promozione. Il film evidentemente fa paura: troppo esplicito nel suo messaggio spirituale, troppo lontano da un certo conformismo culturale. Ma il pubblico, ancora una volta, ha smentito i pregiudizi.
La storia comincia nel XVII secolo. Fu una donna, umile e nascosta, a ricevere la chiamata a rivelare questo abisso d’amore: Santa Margherita Maria Alacoque, suora visitandina di Paray-le-Monial. Nelle sue visioni, essa vide il Cuore di Gesù, fiammeggiante e coronato di spine, che le parlò con voce ardente di misericordia e dolore. Le chiese di diffondere la devozione al suo Cuore, sorgente di grazia e rifugio per i peccatori, ferito dall’indifferenza dei cuori umani. Da allora, ogni primo venerdì del mese divenne un’offerta di riparazione, ogni giovedì sera un’ora santa di adorazione e consolazione. I gesuiti raccolsero il suo messaggio e lo portarono nel mondo, e San Giovanni Bosco lo trasformò in fiamma viva tra i giovani. Il Sacro Cuore è simbolo dell’amore di Dio per l’umanità, un amore che non castiga ma chiama.
Il passaparola è esploso, le proiezioni indipendenti si sono moltiplicate, e quello che doveva essere un piccolo film «di nicchia» è diventato un caso nazionale. Secondo i produttori, Sacro Cuore avrebbe già raggiunto un pubblico di centinaia di migliaia di spettatori, numeri sorprendenti per un documentario a tema religioso. Il dato più straordinario, e forse il più difficile da raccontare con fredde statistiche, è l’impatto trasformativo del film. Non pochi sacerdoti, religiosi e laici testimoniano di conversioni reali, di vite cambiate. Si parla di oltre 1.500 persone che si sono riavvicinate alla fede solo nelle prime settimane d’uscita, e secondo alcune fonti interne alla distribuzione oltre 3.000 spettatori hanno intrapreso un cammino concreto di riscoperta del cristianesimo dopo aver visto il documentario. La forza di Sacro Cuore sta proprio qui: nell’incontro tra arte e grazia. La regia utilizza immagini di un’estetica quasi mistica, giochi di luce, paesaggi naturali, volti che si aprono alla preghiera, accompagnate da una colonna sonora che accarezza e innalza. È un film che non impone, ma invita; non predica, ma testimonia. Un cinema che pretende di essere esperienza e non propaganda. In un tempo in cui l’industria tenta di seppellire ogni traccia di trascendenza, Sacro Cuore osa pronunciare l’inaudito: che l’uomo non può vivere senza amore, e che l’Amore, quello vero, totale, redentore, ha un volto, un cuore pulsante che batte ancora per noi. Boicottato, sì, ma anche benedetto da un fervore popolare che nessuno aveva previsto. Sacro Cuore resta una prova vivente che la bellezza, quando è sincera e piena di verità, non si può silenziare: trova sempre la strada per farsi ascoltare. E il cuore, quando è toccato, sa riconoscere la verità anche in mezzo al rumore del mondo.
Un film, dunque, non solo bello, ma necessario. Per non perderlo occorre chiedere che sia trasmesso anche nella propria città. Occorre compilare il forum su www.sacrocuorefilm.it, oppure scrivere a info@dominusproduction.com, perché il produttore italiano, Dominus Production, sappia dove organizzare le proiezioni. Per cominciare a riempire il vuoto. E, ancora più importante, poi finiamo di riempire il vuoto: adorazione tutti i giovedì, Messa, confessione e comunione tutti i primi venerdì del mese e lasciamo che la grazia entri i nostri cuori, cacciando le angosce, riempiendo i vuoti.
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