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2021-08-03
Gli imbrogli per vaccinare i bambini
iStock
Il coordinatore del Comitato tecnico scientifico sembra un croupier che mescola i numeri e li estrae dal bussolotto, ma nessuno ha voglia di giocare a tombola con la salute dei minori. Lo scorso maggio, appena tre mesi fa, Franco Locatelli compariva in audizione davanti alle commissioni congiunte Salute e Istruzione del Senato dichiarando che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Spiegava, infatti, che in un anno e mezzo di pandemia «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante».
Nessuna preoccupazione, dichiarava, con un sensato riferimento ad altre questioni sulle quali vigilare perché i minorenni «possono però essere esposti a stress in seguito alle misure» conseguenti al lockdown. Passano novanta giorni e il professore cambia tono, sul Corriere della Sera annuncia minaccioso che «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28» e che la vaccinazione serve perché «gli adolescenti vengono protetti dal rischio di sviluppare malattia grave o addirittura fatale». Il numero estratto questa volta dal coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità non è dieci, cento volte più grande di quello rilevato a maggio: stiamo parlando di nove decessi in più tra giovanissimi.
Siamo tutti d'accordo, sarebbe meglio che nessuno morisse per malattie, incidenti, suicidi o disgrazie varie, ma se il Covid si è portato via nove under 18 in più in tre mesi non vuol dire che è stata versata una delle sette coppe dell'ira di Dio ed è ormai prossima la fine del mondo. L'Apocalisse annunciata da Locatelli dovrebbe riguardare solo il Cts e il ministero della Salute, per come trattano gli italiani a dati in faccia. Basta leggere l'ultimo rapporto dell'Iss per sapere che «l'età media dei pazienti deceduti e positivi a Sars-CoV-2 è 80 anni» e che malgrado il terrorismo da variante delta l'età mediana dei pazienti deceduti positivi al Covid «è più alta di oltre 35 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l'infezione», con età media 46 anni.
Non riempiono gli ospedali, non vanno in terapia intensiva, i decessi tra gli under 19 non raggiungono nemmeno i dieci casi in tre mesi, sono 28 in un anno e mezzo, quindi perché suonare le sette trombe? L'operazione seria, corretta sarebbe stata rendere trasparenti le cause di quelle morti, finite nel calderone di chi viene registrato vittima del Covid anche se aveva altre patologie o era caduto dalla scala mentre era in quarantena per un tampone risultato positivo. L'Iss fa sapere che al 21 luglio erano 1.479 (l'1,2%) i decessi per coronavirus di età inferiore ai 50 anni ma che «di 105 pazienti di età inferiore a 40 anni non sono disponibili informazioni cliniche; degli altri, 206 presentavano gravi patologie preesistenti».
Perché non è stato possibile consultare le cartelle cliniche? E perché mai la tabella, sulle patologie e complicanze più comuni osservate in questi pazienti, mette insieme la fascia di età 19-59 anni? Nell'accozzaglia spariscono riferimenti utili a capire le ragioni del decesso degli adolescenti. I pezzi grossi della Sanità preferiscono associare un numero alla cartella del terrore, in tutte le sue varianti. I giovanissimi con l'etichetta «morti per Covid» sono 28, da inizio epidemia, questa sarebbe una ragione valida per vaccinare i ragazzi perché «la protezione degli adolescenti consente di proteggere indirettamente coetanei che frequentano la stessa classe o altri luoghi di socializzazione, ma che non hanno un sistema immunitario capace di rispondere efficacemente al vaccino. Lo stesso discorso si applica ai non vaccinati che entrano in contatto con i bambini», secondo Locatelli. Edificante esempio di come non si fa una corretta comunicazione ai cittadini. Tutti i morti positivi risultano morti per Covid e tutti i morti dopo il vaccino sembrano uccisi dal farmaco, senza studi sul nesso causale.
La disinformazione dilaga, stordendo con dati e dichiarazioni tra loro discordanti. Anche il patologo Sergio Abrignani ha utilizzato i numeri dell'Iss per diffondere sconcerto. Prima ricordava che «sono circa 3 milioni» in Italia i ragazzi tra i 12 e i 17 anni, li definiva «un bacino molto vasto per l'infezione» e che «i rischi legati a Covid nei bambini non sono pari a zero», per poi contraddire il dato allarmistico riportando i dati dell'Iss, ovvero che «in questo anno e mezzo i morti tra 0 e 19 anni sono stati 28», dovuti al coronavirus. Facciamo due conti solo sul tasso di mortalità standardizzato relativo al 2016, quando per i maschi era di 2,7 decessi su 10.000 giovani di età 0-18 anni e per le femmine di 2,6. Se lo moltiplicate per i 10,7 milioni di ragazzi di quella età in Italia, ottenete rispettivamente 2.901 e 2.703 morti l'anno tra i giovanissimi. Non per Covid.
Via libera all’iniezione per i bambini pure se i genitori sono contrari
Dopo averli lasciati a casa per quasi un anno e aver organizzato la risposta al Covid sulla base delle esigenze di docenti e ultrasessantenni in generale, lo Stato italiano si ricorda dei ragazzi. Ma solo di quelli che si vogliono vaccinare e trovano un ostacolo nei genitori, che troveranno medici pronti ad ascoltarli e ottenere la dose. E in ogni caso, «la volontà del minore deve prevalere». Se invece un adolescente non vuole vaccinarsi, gli va solo detto che sarebbe meglio farlo. Tanto a lui, legalmente, possono pensare i genitori, portandolo per le orecchie a immunizzarsi. È quanto si ricava da un parere espresso dal Comitato nazionale di bioetica (Cnb), dall'impostazione nettamente pro-vaccino. Parere che arriva dopo che a ottobre lo stesso Cnb aveva messo in guardia dalla sperimentazioni di farmaci e vaccini contro il virus cinese, specie su minori, soggetti deboli e non debitamente informati. Il Comitato è una struttura di consulenza della presidenza del Consiglio, presieduta dal giurista Lorenzo d'Avack e nel quale siedono scienziati come l'immunologo Silvio Garattini e l'ex ministro della Salute Mariapia Garavaglia. Di solito si occupa di temi come l'inizio o la fine della vita, a cavallo tra scienza, diritto e filosofia, ma questa volta il comitato ha voluto dire la sua su quello che capita in mezzo.
Ebbene, il parere reso noto ieri (sette pagine in tutto) e votato all'unanimità disegna una singolare asimmetria. Se il minore vuole vaccinarsi e i genitori invece non vogliono, il ragazzo dovrà essere ascoltato da personale medico con competenze pediatriche e «la sua volontà deve prevalere, in quanto coincide con il migliore interesse della sua salute psico-fisica e della salute pubblica». Se invece il minore non vuole vaccinarsi, nonostante i genitori siano favorevoli, il Comitato se la cava con una raccomandazione: «È auspicabile e importante che l'adolescente sia informato che la vaccinazione è nell'interesse della sua salute, della salute delle persone prossime e della salute pubblica». Lo strabismo nei confronti dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni è evidente, perché se si vogliono vaccinare, lo Stato non li lascerà soli di fronte ai genitori oscurantisti. Se invece non si vogliono vaccinare, ma i genitori sono a favore dell'immunizzazione, lo stesso Stato non entrerà nelle dinamiche familiari.
Nel parere, il Comitato aggiunge anche un passaggio che sembra liberale: dal punto di vista bioetico si ritiene corretto non introdurre l'obbligo vaccinale per legge, ma «è opportuno che, nelle circostanze di contrasto tra le parti, la volontà sia certificata per esplicitare con la massima chiarezza le rispettive posizioni, anche al fine di individuare meglio i contrasti nel tentativo di ricomporli». Già, peccato che se il minore in contrasto con i genitori si vuole vaccinare, scendono in campo i pediatri e la macchina della Salute pubblica, a costo di entrare nella sfera della potestà genitoriale. Se invece il ragazzo non si vuole vaccinare, lo Stato si gira dall'altra parte e se la cava con un auspicio alla «corretta informazione» (quella favorevole al vaccino).
Nel caso poi si abbia a che fare con un adolescente che ha malattie per le quali il vaccino è raccomandato, come il diabete o l'obesità, e i genitori si oppongano, il Cnb ricorda l'obbligo dei genitori di garantire il migliore interesse del minore «con ricorsi al comitato di etica clinica o ad uno spazio etico e, come extrema ratio, al giudice tutelare». Insomma, occhio che finisce male. Scomparso ogni riferimento alla tutela dei minori in senso contrario, come invece lo stesso Comitato aveva auspicato in un parere del 22 ottobre, nel quale si metteva in guardia dalla sperimentazione di trattamenti anti-Covid sui minorenni. E il vaccino, per ammissione unanime, è sperimentale. In compenso, a questo giro il Comitato sostiene che, obbligo o non obbligo, «rimane il dovere morale e civile di vaccinazione, come autorevolmente sottolineato dal presidente Mattarella». Lucidati i candelabri quirinalizi, resta il mistero di questi minorenni che non possono guidare la macchina e votare alle elezioni, ma per il Cnb, se vogliono vaccinarsi contro il volere di mamma e papà, vanno aiutati. Se invece sono contrari, restano minorenni. Insomma, anche con la «f» minuscola, sui vaccini c'è figliolo e figliolo.
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Il capo del Cts: «28 le morti tra gli under 19, la puntura va fatta». Ma tre mesi fa parlava di nove vittime in meno e la sconsigliava.Il comitato di bioetica smentisce i suoi allarmi sulle sperimentazioni di farmaci su minori.Lo speciale contiene due articoli.Il coordinatore del Comitato tecnico scientifico sembra un croupier che mescola i numeri e li estrae dal bussolotto, ma nessuno ha voglia di giocare a tombola con la salute dei minori. Lo scorso maggio, appena tre mesi fa, Franco Locatelli compariva in audizione davanti alle commissioni congiunte Salute e Istruzione del Senato dichiarando che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Spiegava, infatti, che in un anno e mezzo di pandemia «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante». Nessuna preoccupazione, dichiarava, con un sensato riferimento ad altre questioni sulle quali vigilare perché i minorenni «possono però essere esposti a stress in seguito alle misure» conseguenti al lockdown. Passano novanta giorni e il professore cambia tono, sul Corriere della Sera annuncia minaccioso che «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28» e che la vaccinazione serve perché «gli adolescenti vengono protetti dal rischio di sviluppare malattia grave o addirittura fatale». Il numero estratto questa volta dal coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità non è dieci, cento volte più grande di quello rilevato a maggio: stiamo parlando di nove decessi in più tra giovanissimi. Siamo tutti d'accordo, sarebbe meglio che nessuno morisse per malattie, incidenti, suicidi o disgrazie varie, ma se il Covid si è portato via nove under 18 in più in tre mesi non vuol dire che è stata versata una delle sette coppe dell'ira di Dio ed è ormai prossima la fine del mondo. L'Apocalisse annunciata da Locatelli dovrebbe riguardare solo il Cts e il ministero della Salute, per come trattano gli italiani a dati in faccia. Basta leggere l'ultimo rapporto dell'Iss per sapere che «l'età media dei pazienti deceduti e positivi a Sars-CoV-2 è 80 anni» e che malgrado il terrorismo da variante delta l'età mediana dei pazienti deceduti positivi al Covid «è più alta di oltre 35 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l'infezione», con età media 46 anni. Non riempiono gli ospedali, non vanno in terapia intensiva, i decessi tra gli under 19 non raggiungono nemmeno i dieci casi in tre mesi, sono 28 in un anno e mezzo, quindi perché suonare le sette trombe? L'operazione seria, corretta sarebbe stata rendere trasparenti le cause di quelle morti, finite nel calderone di chi viene registrato vittima del Covid anche se aveva altre patologie o era caduto dalla scala mentre era in quarantena per un tampone risultato positivo. L'Iss fa sapere che al 21 luglio erano 1.479 (l'1,2%) i decessi per coronavirus di età inferiore ai 50 anni ma che «di 105 pazienti di età inferiore a 40 anni non sono disponibili informazioni cliniche; degli altri, 206 presentavano gravi patologie preesistenti». Perché non è stato possibile consultare le cartelle cliniche? E perché mai la tabella, sulle patologie e complicanze più comuni osservate in questi pazienti, mette insieme la fascia di età 19-59 anni? Nell'accozzaglia spariscono riferimenti utili a capire le ragioni del decesso degli adolescenti. I pezzi grossi della Sanità preferiscono associare un numero alla cartella del terrore, in tutte le sue varianti. I giovanissimi con l'etichetta «morti per Covid» sono 28, da inizio epidemia, questa sarebbe una ragione valida per vaccinare i ragazzi perché «la protezione degli adolescenti consente di proteggere indirettamente coetanei che frequentano la stessa classe o altri luoghi di socializzazione, ma che non hanno un sistema immunitario capace di rispondere efficacemente al vaccino. Lo stesso discorso si applica ai non vaccinati che entrano in contatto con i bambini», secondo Locatelli. Edificante esempio di come non si fa una corretta comunicazione ai cittadini. Tutti i morti positivi risultano morti per Covid e tutti i morti dopo il vaccino sembrano uccisi dal farmaco, senza studi sul nesso causale. La disinformazione dilaga, stordendo con dati e dichiarazioni tra loro discordanti. Anche il patologo Sergio Abrignani ha utilizzato i numeri dell'Iss per diffondere sconcerto. Prima ricordava che «sono circa 3 milioni» in Italia i ragazzi tra i 12 e i 17 anni, li definiva «un bacino molto vasto per l'infezione» e che «i rischi legati a Covid nei bambini non sono pari a zero», per poi contraddire il dato allarmistico riportando i dati dell'Iss, ovvero che «in questo anno e mezzo i morti tra 0 e 19 anni sono stati 28», dovuti al coronavirus. Facciamo due conti solo sul tasso di mortalità standardizzato relativo al 2016, quando per i maschi era di 2,7 decessi su 10.000 giovani di età 0-18 anni e per le femmine di 2,6. Se lo moltiplicate per i 10,7 milioni di ragazzi di quella età in Italia, ottenete rispettivamente 2.901 e 2.703 morti l'anno tra i giovanissimi. 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Tanto a lui, legalmente, possono pensare i genitori, portandolo per le orecchie a immunizzarsi. È quanto si ricava da un parere espresso dal Comitato nazionale di bioetica (Cnb), dall'impostazione nettamente pro-vaccino. Parere che arriva dopo che a ottobre lo stesso Cnb aveva messo in guardia dalla sperimentazioni di farmaci e vaccini contro il virus cinese, specie su minori, soggetti deboli e non debitamente informati. Il Comitato è una struttura di consulenza della presidenza del Consiglio, presieduta dal giurista Lorenzo d'Avack e nel quale siedono scienziati come l'immunologo Silvio Garattini e l'ex ministro della Salute Mariapia Garavaglia. Di solito si occupa di temi come l'inizio o la fine della vita, a cavallo tra scienza, diritto e filosofia, ma questa volta il comitato ha voluto dire la sua su quello che capita in mezzo. Ebbene, il parere reso noto ieri (sette pagine in tutto) e votato all'unanimità disegna una singolare asimmetria. Se il minore vuole vaccinarsi e i genitori invece non vogliono, il ragazzo dovrà essere ascoltato da personale medico con competenze pediatriche e «la sua volontà deve prevalere, in quanto coincide con il migliore interesse della sua salute psico-fisica e della salute pubblica». Se invece il minore non vuole vaccinarsi, nonostante i genitori siano favorevoli, il Comitato se la cava con una raccomandazione: «È auspicabile e importante che l'adolescente sia informato che la vaccinazione è nell'interesse della sua salute, della salute delle persone prossime e della salute pubblica». Lo strabismo nei confronti dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni è evidente, perché se si vogliono vaccinare, lo Stato non li lascerà soli di fronte ai genitori oscurantisti. Se invece non si vogliono vaccinare, ma i genitori sono a favore dell'immunizzazione, lo stesso Stato non entrerà nelle dinamiche familiari. Nel parere, il Comitato aggiunge anche un passaggio che sembra liberale: dal punto di vista bioetico si ritiene corretto non introdurre l'obbligo vaccinale per legge, ma «è opportuno che, nelle circostanze di contrasto tra le parti, la volontà sia certificata per esplicitare con la massima chiarezza le rispettive posizioni, anche al fine di individuare meglio i contrasti nel tentativo di ricomporli». Già, peccato che se il minore in contrasto con i genitori si vuole vaccinare, scendono in campo i pediatri e la macchina della Salute pubblica, a costo di entrare nella sfera della potestà genitoriale. Se invece il ragazzo non si vuole vaccinare, lo Stato si gira dall'altra parte e se la cava con un auspicio alla «corretta informazione» (quella favorevole al vaccino). Nel caso poi si abbia a che fare con un adolescente che ha malattie per le quali il vaccino è raccomandato, come il diabete o l'obesità, e i genitori si oppongano, il Cnb ricorda l'obbligo dei genitori di garantire il migliore interesse del minore «con ricorsi al comitato di etica clinica o ad uno spazio etico e, come extrema ratio, al giudice tutelare». Insomma, occhio che finisce male. Scomparso ogni riferimento alla tutela dei minori in senso contrario, come invece lo stesso Comitato aveva auspicato in un parere del 22 ottobre, nel quale si metteva in guardia dalla sperimentazione di trattamenti anti-Covid sui minorenni. E il vaccino, per ammissione unanime, è sperimentale. In compenso, a questo giro il Comitato sostiene che, obbligo o non obbligo, «rimane il dovere morale e civile di vaccinazione, come autorevolmente sottolineato dal presidente Mattarella». Lucidati i candelabri quirinalizi, resta il mistero di questi minorenni che non possono guidare la macchina e votare alle elezioni, ma per il Cnb, se vogliono vaccinarsi contro il volere di mamma e papà, vanno aiutati. Se invece sono contrari, restano minorenni. Insomma, anche con la «f» minuscola, sui vaccini c'è figliolo e figliolo.
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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