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2021-08-03
Gli imbrogli per vaccinare i bambini
iStock
Il coordinatore del Comitato tecnico scientifico sembra un croupier che mescola i numeri e li estrae dal bussolotto, ma nessuno ha voglia di giocare a tombola con la salute dei minori. Lo scorso maggio, appena tre mesi fa, Franco Locatelli compariva in audizione davanti alle commissioni congiunte Salute e Istruzione del Senato dichiarando che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Spiegava, infatti, che in un anno e mezzo di pandemia «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante».
Nessuna preoccupazione, dichiarava, con un sensato riferimento ad altre questioni sulle quali vigilare perché i minorenni «possono però essere esposti a stress in seguito alle misure» conseguenti al lockdown. Passano novanta giorni e il professore cambia tono, sul Corriere della Sera annuncia minaccioso che «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28» e che la vaccinazione serve perché «gli adolescenti vengono protetti dal rischio di sviluppare malattia grave o addirittura fatale». Il numero estratto questa volta dal coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità non è dieci, cento volte più grande di quello rilevato a maggio: stiamo parlando di nove decessi in più tra giovanissimi.
Siamo tutti d'accordo, sarebbe meglio che nessuno morisse per malattie, incidenti, suicidi o disgrazie varie, ma se il Covid si è portato via nove under 18 in più in tre mesi non vuol dire che è stata versata una delle sette coppe dell'ira di Dio ed è ormai prossima la fine del mondo. L'Apocalisse annunciata da Locatelli dovrebbe riguardare solo il Cts e il ministero della Salute, per come trattano gli italiani a dati in faccia. Basta leggere l'ultimo rapporto dell'Iss per sapere che «l'età media dei pazienti deceduti e positivi a Sars-CoV-2 è 80 anni» e che malgrado il terrorismo da variante delta l'età mediana dei pazienti deceduti positivi al Covid «è più alta di oltre 35 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l'infezione», con età media 46 anni.
Non riempiono gli ospedali, non vanno in terapia intensiva, i decessi tra gli under 19 non raggiungono nemmeno i dieci casi in tre mesi, sono 28 in un anno e mezzo, quindi perché suonare le sette trombe? L'operazione seria, corretta sarebbe stata rendere trasparenti le cause di quelle morti, finite nel calderone di chi viene registrato vittima del Covid anche se aveva altre patologie o era caduto dalla scala mentre era in quarantena per un tampone risultato positivo. L'Iss fa sapere che al 21 luglio erano 1.479 (l'1,2%) i decessi per coronavirus di età inferiore ai 50 anni ma che «di 105 pazienti di età inferiore a 40 anni non sono disponibili informazioni cliniche; degli altri, 206 presentavano gravi patologie preesistenti».
Perché non è stato possibile consultare le cartelle cliniche? E perché mai la tabella, sulle patologie e complicanze più comuni osservate in questi pazienti, mette insieme la fascia di età 19-59 anni? Nell'accozzaglia spariscono riferimenti utili a capire le ragioni del decesso degli adolescenti. I pezzi grossi della Sanità preferiscono associare un numero alla cartella del terrore, in tutte le sue varianti. I giovanissimi con l'etichetta «morti per Covid» sono 28, da inizio epidemia, questa sarebbe una ragione valida per vaccinare i ragazzi perché «la protezione degli adolescenti consente di proteggere indirettamente coetanei che frequentano la stessa classe o altri luoghi di socializzazione, ma che non hanno un sistema immunitario capace di rispondere efficacemente al vaccino. Lo stesso discorso si applica ai non vaccinati che entrano in contatto con i bambini», secondo Locatelli. Edificante esempio di come non si fa una corretta comunicazione ai cittadini. Tutti i morti positivi risultano morti per Covid e tutti i morti dopo il vaccino sembrano uccisi dal farmaco, senza studi sul nesso causale.
La disinformazione dilaga, stordendo con dati e dichiarazioni tra loro discordanti. Anche il patologo Sergio Abrignani ha utilizzato i numeri dell'Iss per diffondere sconcerto. Prima ricordava che «sono circa 3 milioni» in Italia i ragazzi tra i 12 e i 17 anni, li definiva «un bacino molto vasto per l'infezione» e che «i rischi legati a Covid nei bambini non sono pari a zero», per poi contraddire il dato allarmistico riportando i dati dell'Iss, ovvero che «in questo anno e mezzo i morti tra 0 e 19 anni sono stati 28», dovuti al coronavirus. Facciamo due conti solo sul tasso di mortalità standardizzato relativo al 2016, quando per i maschi era di 2,7 decessi su 10.000 giovani di età 0-18 anni e per le femmine di 2,6. Se lo moltiplicate per i 10,7 milioni di ragazzi di quella età in Italia, ottenete rispettivamente 2.901 e 2.703 morti l'anno tra i giovanissimi. Non per Covid.
Via libera all’iniezione per i bambini pure se i genitori sono contrari
Dopo averli lasciati a casa per quasi un anno e aver organizzato la risposta al Covid sulla base delle esigenze di docenti e ultrasessantenni in generale, lo Stato italiano si ricorda dei ragazzi. Ma solo di quelli che si vogliono vaccinare e trovano un ostacolo nei genitori, che troveranno medici pronti ad ascoltarli e ottenere la dose. E in ogni caso, «la volontà del minore deve prevalere». Se invece un adolescente non vuole vaccinarsi, gli va solo detto che sarebbe meglio farlo. Tanto a lui, legalmente, possono pensare i genitori, portandolo per le orecchie a immunizzarsi. È quanto si ricava da un parere espresso dal Comitato nazionale di bioetica (Cnb), dall'impostazione nettamente pro-vaccino. Parere che arriva dopo che a ottobre lo stesso Cnb aveva messo in guardia dalla sperimentazioni di farmaci e vaccini contro il virus cinese, specie su minori, soggetti deboli e non debitamente informati. Il Comitato è una struttura di consulenza della presidenza del Consiglio, presieduta dal giurista Lorenzo d'Avack e nel quale siedono scienziati come l'immunologo Silvio Garattini e l'ex ministro della Salute Mariapia Garavaglia. Di solito si occupa di temi come l'inizio o la fine della vita, a cavallo tra scienza, diritto e filosofia, ma questa volta il comitato ha voluto dire la sua su quello che capita in mezzo.
Ebbene, il parere reso noto ieri (sette pagine in tutto) e votato all'unanimità disegna una singolare asimmetria. Se il minore vuole vaccinarsi e i genitori invece non vogliono, il ragazzo dovrà essere ascoltato da personale medico con competenze pediatriche e «la sua volontà deve prevalere, in quanto coincide con il migliore interesse della sua salute psico-fisica e della salute pubblica». Se invece il minore non vuole vaccinarsi, nonostante i genitori siano favorevoli, il Comitato se la cava con una raccomandazione: «È auspicabile e importante che l'adolescente sia informato che la vaccinazione è nell'interesse della sua salute, della salute delle persone prossime e della salute pubblica». Lo strabismo nei confronti dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni è evidente, perché se si vogliono vaccinare, lo Stato non li lascerà soli di fronte ai genitori oscurantisti. Se invece non si vogliono vaccinare, ma i genitori sono a favore dell'immunizzazione, lo stesso Stato non entrerà nelle dinamiche familiari.
Nel parere, il Comitato aggiunge anche un passaggio che sembra liberale: dal punto di vista bioetico si ritiene corretto non introdurre l'obbligo vaccinale per legge, ma «è opportuno che, nelle circostanze di contrasto tra le parti, la volontà sia certificata per esplicitare con la massima chiarezza le rispettive posizioni, anche al fine di individuare meglio i contrasti nel tentativo di ricomporli». Già, peccato che se il minore in contrasto con i genitori si vuole vaccinare, scendono in campo i pediatri e la macchina della Salute pubblica, a costo di entrare nella sfera della potestà genitoriale. Se invece il ragazzo non si vuole vaccinare, lo Stato si gira dall'altra parte e se la cava con un auspicio alla «corretta informazione» (quella favorevole al vaccino).
Nel caso poi si abbia a che fare con un adolescente che ha malattie per le quali il vaccino è raccomandato, come il diabete o l'obesità, e i genitori si oppongano, il Cnb ricorda l'obbligo dei genitori di garantire il migliore interesse del minore «con ricorsi al comitato di etica clinica o ad uno spazio etico e, come extrema ratio, al giudice tutelare». Insomma, occhio che finisce male. Scomparso ogni riferimento alla tutela dei minori in senso contrario, come invece lo stesso Comitato aveva auspicato in un parere del 22 ottobre, nel quale si metteva in guardia dalla sperimentazione di trattamenti anti-Covid sui minorenni. E il vaccino, per ammissione unanime, è sperimentale. In compenso, a questo giro il Comitato sostiene che, obbligo o non obbligo, «rimane il dovere morale e civile di vaccinazione, come autorevolmente sottolineato dal presidente Mattarella». Lucidati i candelabri quirinalizi, resta il mistero di questi minorenni che non possono guidare la macchina e votare alle elezioni, ma per il Cnb, se vogliono vaccinarsi contro il volere di mamma e papà, vanno aiutati. Se invece sono contrari, restano minorenni. Insomma, anche con la «f» minuscola, sui vaccini c'è figliolo e figliolo.
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Il capo del Cts: «28 le morti tra gli under 19, la puntura va fatta». Ma tre mesi fa parlava di nove vittime in meno e la sconsigliava.Il comitato di bioetica smentisce i suoi allarmi sulle sperimentazioni di farmaci su minori.Lo speciale contiene due articoli.Il coordinatore del Comitato tecnico scientifico sembra un croupier che mescola i numeri e li estrae dal bussolotto, ma nessuno ha voglia di giocare a tombola con la salute dei minori. Lo scorso maggio, appena tre mesi fa, Franco Locatelli compariva in audizione davanti alle commissioni congiunte Salute e Istruzione del Senato dichiarando che il rischio Covid per i giovanissimi era «contenuto, se non irrilevante». Spiegava, infatti, che in un anno e mezzo di pandemia «il prezzo pagato in termine di vite perse nella popolazione pediatrica è stato di 19 pazienti sotto i 18 anni e spesso c'era una patologia concomitante». Nessuna preoccupazione, dichiarava, con un sensato riferimento ad altre questioni sulle quali vigilare perché i minorenni «possono però essere esposti a stress in seguito alle misure» conseguenti al lockdown. Passano novanta giorni e il professore cambia tono, sul Corriere della Sera annuncia minaccioso che «i deceduti sotto i 19 anni in Italia sono a oggi 28» e che la vaccinazione serve perché «gli adolescenti vengono protetti dal rischio di sviluppare malattia grave o addirittura fatale». Il numero estratto questa volta dal coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità non è dieci, cento volte più grande di quello rilevato a maggio: stiamo parlando di nove decessi in più tra giovanissimi. Siamo tutti d'accordo, sarebbe meglio che nessuno morisse per malattie, incidenti, suicidi o disgrazie varie, ma se il Covid si è portato via nove under 18 in più in tre mesi non vuol dire che è stata versata una delle sette coppe dell'ira di Dio ed è ormai prossima la fine del mondo. L'Apocalisse annunciata da Locatelli dovrebbe riguardare solo il Cts e il ministero della Salute, per come trattano gli italiani a dati in faccia. Basta leggere l'ultimo rapporto dell'Iss per sapere che «l'età media dei pazienti deceduti e positivi a Sars-CoV-2 è 80 anni» e che malgrado il terrorismo da variante delta l'età mediana dei pazienti deceduti positivi al Covid «è più alta di oltre 35 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l'infezione», con età media 46 anni. Non riempiono gli ospedali, non vanno in terapia intensiva, i decessi tra gli under 19 non raggiungono nemmeno i dieci casi in tre mesi, sono 28 in un anno e mezzo, quindi perché suonare le sette trombe? L'operazione seria, corretta sarebbe stata rendere trasparenti le cause di quelle morti, finite nel calderone di chi viene registrato vittima del Covid anche se aveva altre patologie o era caduto dalla scala mentre era in quarantena per un tampone risultato positivo. L'Iss fa sapere che al 21 luglio erano 1.479 (l'1,2%) i decessi per coronavirus di età inferiore ai 50 anni ma che «di 105 pazienti di età inferiore a 40 anni non sono disponibili informazioni cliniche; degli altri, 206 presentavano gravi patologie preesistenti». Perché non è stato possibile consultare le cartelle cliniche? E perché mai la tabella, sulle patologie e complicanze più comuni osservate in questi pazienti, mette insieme la fascia di età 19-59 anni? Nell'accozzaglia spariscono riferimenti utili a capire le ragioni del decesso degli adolescenti. I pezzi grossi della Sanità preferiscono associare un numero alla cartella del terrore, in tutte le sue varianti. I giovanissimi con l'etichetta «morti per Covid» sono 28, da inizio epidemia, questa sarebbe una ragione valida per vaccinare i ragazzi perché «la protezione degli adolescenti consente di proteggere indirettamente coetanei che frequentano la stessa classe o altri luoghi di socializzazione, ma che non hanno un sistema immunitario capace di rispondere efficacemente al vaccino. Lo stesso discorso si applica ai non vaccinati che entrano in contatto con i bambini», secondo Locatelli. Edificante esempio di come non si fa una corretta comunicazione ai cittadini. Tutti i morti positivi risultano morti per Covid e tutti i morti dopo il vaccino sembrano uccisi dal farmaco, senza studi sul nesso causale. La disinformazione dilaga, stordendo con dati e dichiarazioni tra loro discordanti. Anche il patologo Sergio Abrignani ha utilizzato i numeri dell'Iss per diffondere sconcerto. Prima ricordava che «sono circa 3 milioni» in Italia i ragazzi tra i 12 e i 17 anni, li definiva «un bacino molto vasto per l'infezione» e che «i rischi legati a Covid nei bambini non sono pari a zero», per poi contraddire il dato allarmistico riportando i dati dell'Iss, ovvero che «in questo anno e mezzo i morti tra 0 e 19 anni sono stati 28», dovuti al coronavirus. Facciamo due conti solo sul tasso di mortalità standardizzato relativo al 2016, quando per i maschi era di 2,7 decessi su 10.000 giovani di età 0-18 anni e per le femmine di 2,6. Se lo moltiplicate per i 10,7 milioni di ragazzi di quella età in Italia, ottenete rispettivamente 2.901 e 2.703 morti l'anno tra i giovanissimi. 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Tanto a lui, legalmente, possono pensare i genitori, portandolo per le orecchie a immunizzarsi. È quanto si ricava da un parere espresso dal Comitato nazionale di bioetica (Cnb), dall'impostazione nettamente pro-vaccino. Parere che arriva dopo che a ottobre lo stesso Cnb aveva messo in guardia dalla sperimentazioni di farmaci e vaccini contro il virus cinese, specie su minori, soggetti deboli e non debitamente informati. Il Comitato è una struttura di consulenza della presidenza del Consiglio, presieduta dal giurista Lorenzo d'Avack e nel quale siedono scienziati come l'immunologo Silvio Garattini e l'ex ministro della Salute Mariapia Garavaglia. Di solito si occupa di temi come l'inizio o la fine della vita, a cavallo tra scienza, diritto e filosofia, ma questa volta il comitato ha voluto dire la sua su quello che capita in mezzo. Ebbene, il parere reso noto ieri (sette pagine in tutto) e votato all'unanimità disegna una singolare asimmetria. Se il minore vuole vaccinarsi e i genitori invece non vogliono, il ragazzo dovrà essere ascoltato da personale medico con competenze pediatriche e «la sua volontà deve prevalere, in quanto coincide con il migliore interesse della sua salute psico-fisica e della salute pubblica». Se invece il minore non vuole vaccinarsi, nonostante i genitori siano favorevoli, il Comitato se la cava con una raccomandazione: «È auspicabile e importante che l'adolescente sia informato che la vaccinazione è nell'interesse della sua salute, della salute delle persone prossime e della salute pubblica». Lo strabismo nei confronti dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni è evidente, perché se si vogliono vaccinare, lo Stato non li lascerà soli di fronte ai genitori oscurantisti. Se invece non si vogliono vaccinare, ma i genitori sono a favore dell'immunizzazione, lo stesso Stato non entrerà nelle dinamiche familiari. Nel parere, il Comitato aggiunge anche un passaggio che sembra liberale: dal punto di vista bioetico si ritiene corretto non introdurre l'obbligo vaccinale per legge, ma «è opportuno che, nelle circostanze di contrasto tra le parti, la volontà sia certificata per esplicitare con la massima chiarezza le rispettive posizioni, anche al fine di individuare meglio i contrasti nel tentativo di ricomporli». Già, peccato che se il minore in contrasto con i genitori si vuole vaccinare, scendono in campo i pediatri e la macchina della Salute pubblica, a costo di entrare nella sfera della potestà genitoriale. Se invece il ragazzo non si vuole vaccinare, lo Stato si gira dall'altra parte e se la cava con un auspicio alla «corretta informazione» (quella favorevole al vaccino). Nel caso poi si abbia a che fare con un adolescente che ha malattie per le quali il vaccino è raccomandato, come il diabete o l'obesità, e i genitori si oppongano, il Cnb ricorda l'obbligo dei genitori di garantire il migliore interesse del minore «con ricorsi al comitato di etica clinica o ad uno spazio etico e, come extrema ratio, al giudice tutelare». Insomma, occhio che finisce male. Scomparso ogni riferimento alla tutela dei minori in senso contrario, come invece lo stesso Comitato aveva auspicato in un parere del 22 ottobre, nel quale si metteva in guardia dalla sperimentazione di trattamenti anti-Covid sui minorenni. E il vaccino, per ammissione unanime, è sperimentale. In compenso, a questo giro il Comitato sostiene che, obbligo o non obbligo, «rimane il dovere morale e civile di vaccinazione, come autorevolmente sottolineato dal presidente Mattarella». Lucidati i candelabri quirinalizi, resta il mistero di questi minorenni che non possono guidare la macchina e votare alle elezioni, ma per il Cnb, se vogliono vaccinarsi contro il volere di mamma e papà, vanno aiutati. Se invece sono contrari, restano minorenni. Insomma, anche con la «f» minuscola, sui vaccini c'è figliolo e figliolo.
L'edificio dove è avvenuta la strage a Casalotti (Roma). Nel riquadro, Shahadat Hossain (Ansa)
Prosegue senza sosta la caccia a Shahadat Hossain, il bengalese di 43 anni ritenuto dagli investigatori l’autore della strage di Casalotti, a Roma. Dell’uomo sembra essersi persa ogni traccia dopo il triplice omicidio avvenuto nella notte tra venerdì e sabato in un appartamento di via Montiglio, dove sono stati uccisi, a colpi di mannaia, Kamal Uddin Babul, 39 anni, la moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la figlia Islam Arowa. Gravemente ferito anche il figlio ventenne della coppia, unico sopravvissuto al massacro.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e condotte dagli investigatori della squadra mobile, diretti da Roberto Pititto, si muovono su più fronti. Le ricerche sono state estese anche al Regno Unito, dove il ricercato avrebbe la moglie e i figli. Prende corpo anche l’ipotesi che il fuggitivo possa essersi tolto la vita, ragion per cui ricerche coinvolgono il Tevere e i casali abbandonati.
Gli investigatori cercano di ricostruire anche il movente del delitto. L’ipotesi è che tutto sia nato dall’ossessione dell’uomo nei confronti della moglie di Kamal. Hossain frequentava abitualmente l’abitazione di via Montiglio e veniva visto sempre più spesso insieme alla donna, soprattutto quando il marito era al lavoro. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe tentato ancora una volta un approccio sentimentale con la trentottenne, ricevendo però un altro rifiuto. A quel punto avrebbe impugnato una mannaia, scagliandosi prima contro la donna e poi contro la figlia. Il rapporto tra il quarantatreenne, privo di permesso di soggiorno ma con una richiesta di protezione internazionale presentata a Frosinone un anno fa e ancora pendente, e la famiglia era però da tempo al centro dell’attenzione della comunità bengalese.
A confermarlo è Maamoun Maamoun, 55 anni, presidente dell’associazione Brahmanbaria: «Spero che lo prendano al più presto e che sia punito in modo esemplare. Shahadat aveva la moglie e i figli in Inghilterra, ma si era separato. Tutti nella comunità sapevano della relazione con la moglie di Kamal. Pochi giorni prima della tragedia si era tenuta una riunione a Roma per cercare di risolvere la situazione. Kamal era molto arrabbiato perché Hossain continuava a frequentare casa sua cercando la moglie. L’obiettivo era convincerlo ad allontanarsi definitivamente dal quartiere», afferma il presidente. Anche le testimonianze raccolte nel quartiere confermano questa ricostruzione. Diversi residenti raccontano che Hossain accompagnava spesso la donna a fare la spesa e la seguiva quando usciva con la bambina. «Era come se volesse controllarla. Entrava nel nostro locale senza consumare nulla. Succedeva spesso», raccontano dal bar della zona. Tra gli elementi al vaglio della Squadra mobile c’è anche l’ultimo messaggio pubblicato dal killer sul proprio profilo Facebook, circa 24 ore prima della strage. Alle 21.33 del 25 giugno aveva scritto: «Un uomo non muore da solo» e «Dovresti morire con i tuoi cari quando muori. Così nessuno deve soffrire per nessuno». Hossain, domiciliato a Frosinone, secondo gli investigatori sarebbe partito proprio dal capoluogo ciociaro per raggiungere Roma. L’uomo ricercato avrebbe ricoperto in passato incarichi nel Bangladesh nationalist party (Bnp), sia nell’organizzazione italiana sia nel comitato estero del movimento, partecipando all’inizio di giugno a un convegno a Roma in qualità di relatore. Nei prossimi giorni saranno eseguite le autopsie sui corpi delle tre vittime, mentre gli investigatori ritengono fondamentale la testimonianza del figlio ventenne, unico sopravvissuto al massacro.
Sul piano politico, il consigliere municipale di Fratelli d’Italia Marco Giovagnorio attacca la Giunta del Municipio XIII, accusandola di non aver espresso cordoglio per la tragedia e di aver diffuso, nelle stesse ore del triplice omicidio, video di una festa organizzata dal Municipio. Secondo l’esponente di Fdi, gli eventi celebrativi avrebbero dovuto essere sospesi in segno di rispetto per le vittime, la comunità bengalese e l’intero quartiere di Casalotti.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.