True
2018-10-21
Il vescovo tifa sostituzione etnica: «L’Italia senza immigrati sparisce»
ANSA
Se pensate che la sostituzione di popolo sia solo una fantasia complottista, una paranoia razzista, leggete qua: «Il meticciato è una realtà ineluttabile e una risposta alla crisi demografica italiana. La sfida dell'Italia è di conciliare un Paese che muore con dei giovani che vengono da lontano per cominciare una nuova storia. Se chiudiamo le nostre porte ai migranti, spariremo».
Parole e musica di Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara ed ex direttore della Fondazione Migrantes. Il monsignore ha espresso le sue vedute, degne del romanzo apocalittico di Jean Raspail, Il campo dei santi, a La Croix, il principale organo di stampa cattolico di Francia, con un passato da acceso foglio antisemita, ai tempi dell'affaire Dreyfuss, che ha evidentemente lasciato strascichi in un certo eccesso di zelo.
Rileggiamo, per sicurezza: il meticciato è «inevitabile». Un atto di fede, una certezza quasi metafisica, insomma, uno degli ultimi veri dogma, per certi sacerdoti di osservanza bergogliana (ma qui siamo decisamente più realisti del re, o più papalini del Papa...). Secondo punto: l'Italia è un Paese che muore demograficamente, quindi dobbiamo iniziare una «nuova storia» con un nuovo popolo. Il tono è inquietante e ricorda quel «nuovo inizio» evocato da Mel Gibson nel suo Apocalypto, nuovo inizio sostanziato dalle caravelle che appaiono all'orizzonte alla fine del film. La metafora era evidente: un mondo decadente tramonta mentre dal mare arrivano i portatori di una nuova civiltà. Che però si instaura sulla pelle dei vecchi abitanti, non certo con il loro volenteroso contributo. Il terzo punto è quasi un rompicapo: «Se chiudiamo le nostre porte ai migranti, spariremo». Ma in che modo gli immigrati potranno frenare la nostra sparizione? Ci convinceranno a fare più figli? Evidentemente no. Saranno loro a fare figli al posto nostro. Ma allora l'auspicio risulta mal formulato, perché noi spariremo comunque, mentre gli immigrati verranno semplicemente a prendere il nostro posto. Una sostituzione di popolo, appunto. Ma non è tutto.
Perego prova a spiegare che l'invasione è solo percepita: «Su 130.000 abitanti di Ferrara, ci sono 13.000 migranti. La metà di loro vengono da tre Paesi: Romania, Albania e Ucraina». Il che non si capisce cosa provi: 13.000 stranieri in una città di provincia sono forse pochi? Kiev è per caso una cittadina emiliana? «Quando le porte si chiudono, ci si impoverisce e si arriva a ciò che è successo a Macerata», dice ancora il mosignore. Se non che, senza ovviamente voler giustificare in alcun modo il gesto folle di Luca Traini, non si capisce in che modo quel raid possa essere inquadrato in un contesto di «porte chiuse» anziché nel quadro opposto. In chiusura, poi, arriva la perla: «Liberté, égalité, fraternité: queste parole hanno ancora un senso? Se sì, non valgono sicuramente per un piccolo numero di persone, ma per tutti». Curioso riferimento, per un religioso cattolico, quello del motto della Rivoluzione francese. E allora perché non «proletari di tutto il mondo, unitevi»?
Ma chi conosce monsignor Perego non si stupirà. Solo qualche settimana fa lo avevamo lasciato insieme ai presidenti di Arcigay e Arcilesbica locali, davanti ai cartelloni pubblicitari della mostra fotografica «NOIdentity - True stories human stories», organizzata per promuovere la non conformità di genere e abbattere l'«intollerante» modello «eteronormativo» che obbliga l'individuo a considerare l'eterosessualità come «normalità» e tutto il resto come perversione. Ancora qualche giorno fa, il prelato non poteva esimersi dal dichiarare, contro il governo, che «limitare il diritto di asilo è una cosa vergognosa e scandalosa. Negare o anche limitare il diritto di asilo mina i fondamenti stessi della democrazia».
Un brutto colpo, per i cattolici ferraresi, abituati a monsignor Luigi Negri, predecessore di Perego, nominato nel 2012 da Benedetto XVI. Di Perego, invece, si diceva a che fosse legato a Nunzio Galantino, il principale sponsor ecclesiastico delle porte spalancate. Ma perché Ferrara sarebbe diventata improvvisamente centrale nella geopolitica vaticana? A voler pensar male, si potrebbe pensare a una nomina «riparatoria» rispetto alle rivolte popolari che animarono la frazione ferrarese di Gorino, quando il prefetto decise di piazzare degli immigrati nell'alberghetto del paesino. Un caso che venne dipinto dai soliti giornaloni come la rivolta xenofoba dell'Italia bifolca. La nomina di Perego potrebbe quindi essere interpretata quasi in senso «missionario»: ci sono dei nuovi infedeli da convertire. Ovviamente al verbo immigrazionista.
Adriano Scianca
L’inchiesta sulla Diciotti è tutta da rifare
Nell'inchiesta sul caso della nave Diciotti e sull'ipotizzato sequestro dei migranti rimasti in mare mentre il governo trattava con l'Unione europea è tutto da rifare. Nessun reato è stato individuato dai giudici del Tribunale dei ministri di Palermo che hanno analizzato a fondo la prima parte degli atti consegnata dalla Procura di Agrigento, quella che copre i giorni tra il 15 e il 20 agosto. Sulla seconda tranche dell'indagine, quella che ricostruisce ciò che sarebbe accaduto tra il 20 e il 25 agosto, dovrà indagare la Procura di Catania, competente territorialmente perché la Diciotti il 20 agosto gettò l'ancora nel porto della città ai piedi dell'Etna.
L'analisi del Tribunale dei ministri è contenuta in un decreto giudiziario di 60 pagine che accompagna i fascicoli mandati l'altro giorno a Catania.
I giudici del Tribunale dei ministri rimettono qualsiasi valutazione di possibili reati (che non individuano) ai magistrati catanesi, che dovranno indagare di nuovo. Ma sottolineano «che la Guardia costiera, cercando una soluzione per lo sbarco a Malta, fece l'interesse del Paese rispetto alle convenzioni da parte dei partner europei». Nei primi giorni di intervento della nave Diciotti al largo di Lampedusa, per il salvataggio dei 190 migranti che si trovavano a bordo di un barcone proveniente dalla Libia, quindi, non solo non sono emersi reati, ma fu difeso meritoriamente l'interesse nazionale dalla Guardia costiera.
E infatti il ministro dell'Interno Matteo Salvini ora rivendica: «Sono stati difesi i confini». Poi aggiunge: «La partita giudiziaria non è ancora chiusa, però è un primo passo significativo. In ogni caso, giudici o non giudici, non arretro di un millimetro!».
Nel fascicolo dell'indagine nei confronti del ministro dell'Interno, il collegio palermitano presieduto da Fabio Pilato, con a latere i giudici Filippo Serio e Giuseppe Sidoti, divide esattamente in due il periodo sottoposto agli accertamenti investigativi. E questo è il giudizio: dal 15 al 20 agosto ci fu solo un'attività di «pressione diplomatica» nei confronti di Malta, affinché rispettasse i doveri previsti dalle convenzioni internazionali che regolano i flussi migratori, il salvataggio e l'accoglienza. La nave Diciotti in quei giorni fece uno scalo nelle vicinanze di Lampedusa, dove, a bordo di alcune motovedette, furono fatti salire 13 migranti ammalati, accompagnati subito in ospedale per le cure. Gli altri 177, sempre in quella prima fase, stando alle valutazioni dei giudici, non subirono alcun reato, men che meno il sequestro di persona, perché nei primi giorni si stava cercando una soluzione diplomatica per l'accoglienza (che poi non fu trovata). La patata bollente passa ai magistrati di Catania per il periodo successivo, quello che va dal 20 (giorno dell'arrivo della Diciotti nel porto catanese) al 25 agosto (giorno dello sbarco).
I giudici del Tribunale dei ministri di Palermo hanno valutato di non poter verificare le condotte che sono di competenza del capoluogo etneo e si sono limitati a effettuare una semplice ricostruzione cronologica dei fatti, ritenendo che sulla posizione di Salvini «ogni opportuno approfondimento», se ritenuto necessario, potrà essere portato a termine lì.
A questo punto però si pone anche una questione legata all'ispezione a bordo della Diciotti, della quale si è occupato personalmente il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio che, ora si scopre, non era competente a indagare. Gli atti della Procura di Agrigento, che ha ritenuto che si fosse commesso reato già al momento del negato approdo a Lampedusa (e che ha iscritto il ministro Salvini per le ipotesi di omissioni di atti d'ufficio, abuso d'ufficio, arresto illegale dei migranti, sequestro di persona aggravato dalla presenza dei minori e finalizzato a costringere l'Ue a redistribuire i migranti), sono utilizzabili?
Il fascicolo è arrivato da Agrigento a Palermo già completo, compresi gli allegati con gli interrogatori eseguiti dalla guardia costiera nei ministeri e le ricostruzioni sulla catena di comando, che fanno parte della relazione di una cinquantina di pagine stilata personalmente da Patronaggio.
Ora i magistrati catanesi, guidati dal procuratore Carmelo Zuccaro (che si è occupato dell'inchiesta sulle Ong), valutata l'utilizzabilità o meno degli atti svolti fuori competenza, potrebbero dover ripartire da zero. Ci sono 90 giorni di tempo per decidere se chiudere il caso con l'archiviazione o se chiedere al Parlamento l'autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell'Interno.
Fabio Amendolara
Continua a leggereRiduci
Monsignor Perego, a capo della diocesi di Ferrara, definisce il meticciato una «realtà ineluttabile». E aggiunge: «Il nostro Paese muore, servono giovani venuti da fuori per cominciare una nuova storia». Il Tribunale dei ministri di Palermo smonta i teoremi dei pm di Agrigento sulla Diciotti: nella prima parte della vicenda non fu commesso alcun reato. Sulla seconda tranche dell'indagine la palla passa invece alla Procura di Catania, che deve ricominciare da capo.Lo speciale contiene due articoliSe pensate che la sostituzione di popolo sia solo una fantasia complottista, una paranoia razzista, leggete qua: «Il meticciato è una realtà ineluttabile e una risposta alla crisi demografica italiana. La sfida dell'Italia è di conciliare un Paese che muore con dei giovani che vengono da lontano per cominciare una nuova storia. Se chiudiamo le nostre porte ai migranti, spariremo». Parole e musica di Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara ed ex direttore della Fondazione Migrantes. Il monsignore ha espresso le sue vedute, degne del romanzo apocalittico di Jean Raspail, Il campo dei santi, a La Croix, il principale organo di stampa cattolico di Francia, con un passato da acceso foglio antisemita, ai tempi dell'affaire Dreyfuss, che ha evidentemente lasciato strascichi in un certo eccesso di zelo. Rileggiamo, per sicurezza: il meticciato è «inevitabile». Un atto di fede, una certezza quasi metafisica, insomma, uno degli ultimi veri dogma, per certi sacerdoti di osservanza bergogliana (ma qui siamo decisamente più realisti del re, o più papalini del Papa...). Secondo punto: l'Italia è un Paese che muore demograficamente, quindi dobbiamo iniziare una «nuova storia» con un nuovo popolo. Il tono è inquietante e ricorda quel «nuovo inizio» evocato da Mel Gibson nel suo Apocalypto, nuovo inizio sostanziato dalle caravelle che appaiono all'orizzonte alla fine del film. La metafora era evidente: un mondo decadente tramonta mentre dal mare arrivano i portatori di una nuova civiltà. Che però si instaura sulla pelle dei vecchi abitanti, non certo con il loro volenteroso contributo. Il terzo punto è quasi un rompicapo: «Se chiudiamo le nostre porte ai migranti, spariremo». Ma in che modo gli immigrati potranno frenare la nostra sparizione? Ci convinceranno a fare più figli? Evidentemente no. Saranno loro a fare figli al posto nostro. Ma allora l'auspicio risulta mal formulato, perché noi spariremo comunque, mentre gli immigrati verranno semplicemente a prendere il nostro posto. Una sostituzione di popolo, appunto. Ma non è tutto. Perego prova a spiegare che l'invasione è solo percepita: «Su 130.000 abitanti di Ferrara, ci sono 13.000 migranti. La metà di loro vengono da tre Paesi: Romania, Albania e Ucraina». Il che non si capisce cosa provi: 13.000 stranieri in una città di provincia sono forse pochi? Kiev è per caso una cittadina emiliana? «Quando le porte si chiudono, ci si impoverisce e si arriva a ciò che è successo a Macerata», dice ancora il mosignore. Se non che, senza ovviamente voler giustificare in alcun modo il gesto folle di Luca Traini, non si capisce in che modo quel raid possa essere inquadrato in un contesto di «porte chiuse» anziché nel quadro opposto. In chiusura, poi, arriva la perla: «Liberté, égalité, fraternité: queste parole hanno ancora un senso? Se sì, non valgono sicuramente per un piccolo numero di persone, ma per tutti». Curioso riferimento, per un religioso cattolico, quello del motto della Rivoluzione francese. E allora perché non «proletari di tutto il mondo, unitevi»? Ma chi conosce monsignor Perego non si stupirà. Solo qualche settimana fa lo avevamo lasciato insieme ai presidenti di Arcigay e Arcilesbica locali, davanti ai cartelloni pubblicitari della mostra fotografica «NOIdentity - True stories human stories», organizzata per promuovere la non conformità di genere e abbattere l'«intollerante» modello «eteronormativo» che obbliga l'individuo a considerare l'eterosessualità come «normalità» e tutto il resto come perversione. Ancora qualche giorno fa, il prelato non poteva esimersi dal dichiarare, contro il governo, che «limitare il diritto di asilo è una cosa vergognosa e scandalosa. Negare o anche limitare il diritto di asilo mina i fondamenti stessi della democrazia».Un brutto colpo, per i cattolici ferraresi, abituati a monsignor Luigi Negri, predecessore di Perego, nominato nel 2012 da Benedetto XVI. Di Perego, invece, si diceva a che fosse legato a Nunzio Galantino, il principale sponsor ecclesiastico delle porte spalancate. Ma perché Ferrara sarebbe diventata improvvisamente centrale nella geopolitica vaticana? A voler pensar male, si potrebbe pensare a una nomina «riparatoria» rispetto alle rivolte popolari che animarono la frazione ferrarese di Gorino, quando il prefetto decise di piazzare degli immigrati nell'alberghetto del paesino. Un caso che venne dipinto dai soliti giornaloni come la rivolta xenofoba dell'Italia bifolca. La nomina di Perego potrebbe quindi essere interpretata quasi in senso «missionario»: ci sono dei nuovi infedeli da convertire. Ovviamente al verbo immigrazionista.Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vescovo-tifa-sostituzione-etnica-litalia-senza-immigrati-sparisce-2613842537.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="linchiesta-sulla-diciotti-e-tutta-da-rifare" data-post-id="2613842537" data-published-at="1767904946" data-use-pagination="False"> L’inchiesta sulla Diciotti è tutta da rifare Nell'inchiesta sul caso della nave Diciotti e sull'ipotizzato sequestro dei migranti rimasti in mare mentre il governo trattava con l'Unione europea è tutto da rifare. Nessun reato è stato individuato dai giudici del Tribunale dei ministri di Palermo che hanno analizzato a fondo la prima parte degli atti consegnata dalla Procura di Agrigento, quella che copre i giorni tra il 15 e il 20 agosto. Sulla seconda tranche dell'indagine, quella che ricostruisce ciò che sarebbe accaduto tra il 20 e il 25 agosto, dovrà indagare la Procura di Catania, competente territorialmente perché la Diciotti il 20 agosto gettò l'ancora nel porto della città ai piedi dell'Etna. L'analisi del Tribunale dei ministri è contenuta in un decreto giudiziario di 60 pagine che accompagna i fascicoli mandati l'altro giorno a Catania. I giudici del Tribunale dei ministri rimettono qualsiasi valutazione di possibili reati (che non individuano) ai magistrati catanesi, che dovranno indagare di nuovo. Ma sottolineano «che la Guardia costiera, cercando una soluzione per lo sbarco a Malta, fece l'interesse del Paese rispetto alle convenzioni da parte dei partner europei». Nei primi giorni di intervento della nave Diciotti al largo di Lampedusa, per il salvataggio dei 190 migranti che si trovavano a bordo di un barcone proveniente dalla Libia, quindi, non solo non sono emersi reati, ma fu difeso meritoriamente l'interesse nazionale dalla Guardia costiera. E infatti il ministro dell'Interno Matteo Salvini ora rivendica: «Sono stati difesi i confini». Poi aggiunge: «La partita giudiziaria non è ancora chiusa, però è un primo passo significativo. In ogni caso, giudici o non giudici, non arretro di un millimetro!». Nel fascicolo dell'indagine nei confronti del ministro dell'Interno, il collegio palermitano presieduto da Fabio Pilato, con a latere i giudici Filippo Serio e Giuseppe Sidoti, divide esattamente in due il periodo sottoposto agli accertamenti investigativi. E questo è il giudizio: dal 15 al 20 agosto ci fu solo un'attività di «pressione diplomatica» nei confronti di Malta, affinché rispettasse i doveri previsti dalle convenzioni internazionali che regolano i flussi migratori, il salvataggio e l'accoglienza. La nave Diciotti in quei giorni fece uno scalo nelle vicinanze di Lampedusa, dove, a bordo di alcune motovedette, furono fatti salire 13 migranti ammalati, accompagnati subito in ospedale per le cure. Gli altri 177, sempre in quella prima fase, stando alle valutazioni dei giudici, non subirono alcun reato, men che meno il sequestro di persona, perché nei primi giorni si stava cercando una soluzione diplomatica per l'accoglienza (che poi non fu trovata). La patata bollente passa ai magistrati di Catania per il periodo successivo, quello che va dal 20 (giorno dell'arrivo della Diciotti nel porto catanese) al 25 agosto (giorno dello sbarco). I giudici del Tribunale dei ministri di Palermo hanno valutato di non poter verificare le condotte che sono di competenza del capoluogo etneo e si sono limitati a effettuare una semplice ricostruzione cronologica dei fatti, ritenendo che sulla posizione di Salvini «ogni opportuno approfondimento», se ritenuto necessario, potrà essere portato a termine lì. A questo punto però si pone anche una questione legata all'ispezione a bordo della Diciotti, della quale si è occupato personalmente il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio che, ora si scopre, non era competente a indagare. Gli atti della Procura di Agrigento, che ha ritenuto che si fosse commesso reato già al momento del negato approdo a Lampedusa (e che ha iscritto il ministro Salvini per le ipotesi di omissioni di atti d'ufficio, abuso d'ufficio, arresto illegale dei migranti, sequestro di persona aggravato dalla presenza dei minori e finalizzato a costringere l'Ue a redistribuire i migranti), sono utilizzabili? Il fascicolo è arrivato da Agrigento a Palermo già completo, compresi gli allegati con gli interrogatori eseguiti dalla guardia costiera nei ministeri e le ricostruzioni sulla catena di comando, che fanno parte della relazione di una cinquantina di pagine stilata personalmente da Patronaggio. Ora i magistrati catanesi, guidati dal procuratore Carmelo Zuccaro (che si è occupato dell'inchiesta sulle Ong), valutata l'utilizzabilità o meno degli atti svolti fuori competenza, potrebbero dover ripartire da zero. Ci sono 90 giorni di tempo per decidere se chiudere il caso con l'archiviazione o se chiedere al Parlamento l'autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell'Interno. Fabio Amendolara
content.jwplatform.com
In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».