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2019-05-08
La Cina ha firmato un assegno da 81 miliardi a Maduro. Ora non vuole perderli
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Innanzitutto troviamo la Russia che, in questa crisi, sta svolgendo un ruolo di primo piano nel contrasto all'iniziativa statunitense in favore di Juan Guaidò. Dai primi anni Duemila, a seguito dell'ascesa di Vladimir Putin, le relazioni tra Mosca e Caracas si sono notevolmente rafforzate. E questo per due ordini di ragione. In primis, il Cremlino ha considerato il Venezuela come parte di una strategia geopolitica di ampio respiro, con l'obiettivo di arginare l'influenza statunitense in America latina. In secondo luogo, Putin ha visto nello Stato sudamericano un'opportunità di business per numerose aziende statali e private russe (soprattutto nel settore energetico e degli armamenti). In quest'ottica, nei primi anni Duemila entrarono nel mercato venezuelano svariate società russe come Gazprom, Rosneft e Lukoil. Sempre in quel periodo, tra l'altro, Caracas divenne il principale acquirente di armi russe in seno all'emisfero occidentale. Il punto è che - con il passare del tempo - i legami economici tra i due Paesi si sono non poco affievoliti. Non soltanto perché le aziende russe hanno riscontrato una sempre più agguerrita concorrenza di quelle cinesi in loco. Ma anche perché - più in generale - il problematico contesto socioeconomico venezuelano alla lunga si è fatto sentire: un contesto notoriamente martoriato - soprattutto negli ultimi anni - da crisi economica, instabilità politica e corruzione dilagante. Tutto questo ha condotto a un progressivo allontanamento delle aziende russe dal territorio. E oggi l'unica grande società russa rimasta operante in Venezuela è Rosneft: colosso petrolifero che - non a caso - si occupa di svolgere un ruolo fondamentale nella strategia estera russa.
Negli ultimi anni, il Cremlino ha infatti deciso di spostare il focus su Caracas dall'economia alla politica. E, in questo senso, Rosneft incarna un'importanza profonda per Putin. Recentemente, la società ha dato 6,5 miliardi di dollari al Venezuela per la fornitura di quattro milioni di barili di petrolio al mese (un impegno cui Caracas sta tuttavia ottemperando con difficoltà). Inoltre, il colosso russo è entrato in svariate jointventure locali nel settore energetico. Senza poi trascurare che, nel 2017, sia riuscito ad ottenere una licenza di trent'anni per sviluppare dei giacimenti di gas, collocati al largo delle coste venezuelane. E' dunque chiaro che i legami intrecciati da Rosneft vadano di pari passo a un incremento dell'influenza politica del Cremlino sul territorio. Un'influenza che mira a costituire un blocco di Stati sudamericani in grado di arginare la presenza dello Zio Sam in America latina. Alla luce di tutto questo, si comprende allora l'estremo interesse mostrato da Putin a intervenire nelle complicate dinamiche della crisi venezuelana. L'instabilità politica locale rappresenta infatti un rischio significativo per gli affari di Rosneft. Senza poi dimenticare ulteriori difficoltà dovute al fatto che il Ceo della società, Igor Sechin, sia stato colpito dalle sanzioni statunitensi l'anno scorso. In questo quadro, un altro fattore rivelante risiede nel grado di indebitamento che Caracas ha contratto negli anni con Mosca: attualmente il Venezuela ha un debito di circa 6 miliardi di dollari con la Russia. Ecco perché Putin ha tutto l'interesse geopolitico ed economico a mantenere in piedi il regime di Maduro: in caso di stravolgimenti non solo infatti aumenterebbe l'instabilità politica ma un eventuale cambio della guardia ai vertici del potere venezuelano potrebbe mettere a rischio i fondamenti economici dell'influenza russa nella regione.
Ma Mosca non è l'unica a dover tutelare i propri interessi nell'area venezuelana. La Cina si sta infatti comportando allo stesso modo. Anche in questo caso, c'è innanzitutto una questione di carattere geopolitico. Da tempo ormai, Pechino ha trovato nell'America Latina un'area per cercare di incrementare la propria influenza in chiave principalmente (ma non esclusivamente) antistatunitense. E, in quest'ottica, il Venezuela riveste un'importanza significativa per la Repubblica Popolare. La Cina rappresenta attualmente non a caso il principale creditore di Caracas: tra il 2007 e il 2017, le banche statali cinesi hanno erogato prestiti al Venezuela dal valore totale di 62,2 miliardi di dollari. Inoltre, tra il 2005 e il 2015, le aziende di Pechino hanno investito nel Paese oltre 19 miliardi. Una cifra significativa che tuttavia ha subìto un deciso taglio nel biennio tra il 2016 e il 2018, quando la Cina si è limitata a investire in loco appena 1,8 miliardi: un parziale cambio di rotta, dettato - molto probabilmente - da due fattori: la crescente instabilità politica venezuelana e la convinzione che il regime di Caracas possa riscontrare non poca difficoltà a onorare i suoi ingenti debiti. Del resto, è proprio la necessità di far fronte a questi duri impegni ad aver aggravato ulteriormente la crisi economica in cui versa il Venezuela: si pensi che - nel 2016 - le riserve della banca centrale si fossero più che dimezzate rispetto a cinque anni prima (passando da 30 a 11,9 miliardi di dollari). Tutto questo, senza dimenticare che l'indebitamento venezuelano con Pechino si aggiri attorno ai 23 miliardi di dollari.
Certo, il petrolio resta comunque un collante nelle relazioni tra i due Paesi: si pensi soltanto che, nel 2018, Caracas ha ceduto ai cinesi il 9,9% della compagnia petrolifera Sinovensa, di cui la China National Petroleum corporation possiede già il 40%. Ciononostante Pechino sta diventando sempre più preoccupata della situazione venezuelana. Caracas ha da tempo problemi di produzione petrolifera e questo non fa che aumentare i timori cinesi. Il Venezuela deve impegnare molto più petrolio di quanto previsto per onorare i debiti: elemento, questo, che riduce il volume di oro nero disponibile per gli acquirenti che pagano in contanti. Senza poi considerare che, se il Venezuela non riesce a reperire i quantitativi di petrolio necessari, i creditori si ritrovano costretti a negoziare una ristrutturazione dei debiti. È proprio questa, del resto, la grande paura della Repubblica Popolare: al di là della perdita di influenza geopolitica nello scacchiere sudamericano, Pechino teme che un cambio di regime a Caracas possa mettere seriamente a repentaglio gli ingenti crediti che vanta con il Venezuela. Un simile rischio ha quindi condotto Xi Jinping a schierarsi dalla parte di Maduro, determinando una convergenza parziale con la Russia.
Le connessioni internazionali del Venezuela non si fermano comunque qui. Un altro importante partner risulta infatti l'Iran, che notoriamente del Cremlino è il principale alleato mediorientale. L'avvicinamento tra Caracas e Teheran - entrambi membri dell'Opec - è iniziato con l'ascesa al potere di Hugo Chavez nel 1999: un avvicinamento dettato in primo luogo dalla comune volontà di contrastare Washington. Da allora, i legami diplomatici, politici ed economici tra i due Paesi si sono progressivamente intensificati. E la situazione con Maduro non è cambiata. Basti pensare che, a giugno del 2015, Venezuela e Iran hanno siglato una serie di trattati nel settore economico, finanziario, tecnologico e scientifico. Senza poi trascurare che i due Paesi siano legati anche da una cooperazione in ambito militare: è dal 2012 che la forza Quds gestisce programmi di addestramento per truppe venezuelane. Quella stessa forza Quds che - ricordiamolo - è un'unità speciale appartenente alle Guardie della rivoluzione iraniane: organo militare che Washington ha recentemente inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche, assestando in questo modo un duro colpo indirettamente anche a Caracas.
Ma non è tutto. Perché i collegamenti con l'Iran non viaggerebbero soltanto attraverso canali ufficiali. Il Venezuela risulta infatti particolarmente legato a Hezbollah: organizzazione paramilitare libanese, finanziata dalla Repubblica Islamica. Non solo i suoi miliziani partecipano alle attività di addestramento dei soldati venezuelani. Ma l'attuale ministro dell'Industria di Maduro, Tareck El Aissami, è altamente sospettato di intrattenere legami con l'organizzazione. Infine non va dimenticato che Hezbollah risulterebbe particolarmente attiva nel traffico di droga verso gli Stati Uniti. E, in questo senso, utilizzerebbe il Venezuela tra i propri canali privilegiati. A dimostrarlo è stata qualche anno fa la Drug enforcement administration che - come rivelato da Politico - non poté tuttavia intervenire, a causa dello stop dell'allora presidente americano Barack Obama, al fine di non compromettere la distensione dei rapporti con Teheran alla vigilia della firma del trattato sul nucleare del 2015. Non sarà forse un caso che lo stesso Tareck El Aissimi sia stato accusato tra l'altro di traffico di droga.
Gli interessi geopolitici, economici ed energetici che ruotano attorno a Caracas sono numerosi. Per questa ragione, Russia, Cina e Iran puntellano il regime di Maduro. E intanto gli sbocchi della crisi venezuelana restano avvolti nell'incertezza.
La dottrina Monroe fu enunciata per la prima volta nel 1823
Il recente riacuirsi della crisi venezuelana ha prodotto nuove tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Russia. In particolare, la settimana scorsa, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha intimato a Washington di non invocare la dottrina Monroe. Una dichiarazione forte, che ha voluto mirare al cuore di uno dei pilastri fondamentali della politica estera statunitense.
Ideata dall'allora segretario di Stato John Quincy Adams, questa dottrina venne enunciata per la prima volta nel 1823 dal presidente americano James Monroe. Il contesto internazionale dell'epoca era non poco tumultuoso: l'Europa era stata recentemente funestata dalle guerre napoleoniche, mentre le potenze del Vecchio continente avevano creato un sistema di alleanze militari che destava più di una preoccupazione dalle parti di Washington. In questo senso, la dottrina stabiliva due principi fondamentali. In primo luogo, veniva sancito che il continente americano non dovesse più essere oggetto di nuove colonizzazioni da parte europea. In secondo luogo, gli Stati Uniti si impegnavano a chiamarsi fuori da dispute e guerre che fossero scoppiate nel Vecchio continente. L'intento della dottrina Monroe fu quindi di natura principalmente isolazionista: determinando una sorta di separazione tra gli emisferi, Washington tendeva a liberarsi da interferenze politiche esterne e a concentrarsi contemporaneamente sulla colonizzazione dell'Ovest. Del resto, fu proprio in questo senso tendenzialmente isolazionista che la dottrina venne adottata nel corso di tutto l'Ottocento, consentendo agli Stati Uniti di iniziare ad estendere parzialmente la propria influenza nell'area sudamericana.
Una decisiva svolta avvenne nel 1904, quando l'allora presidente americano Theodore Roosevelt emendò la dottrina, inserendo il cosiddetto Corollario Roosevelt, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avuto il diritto di intervenire attivamente in America Latina in caso di illeciti frequenti e cronici da parte di uno Stato sudamericano. Tale reinterpretazione della dottrina divenne una giustificazione ad impiegare la forza per ottenere benefici economici da nazioni che non fossero state in grado di onorare i propri debiti con Washington o con i Paesi europei. Da una parte, Roosevelt impediva alle potenze del Vecchio Continente di intervenire direttamente in America latina per esigere eventuali pagamenti dovuti, ritagliandosi il ruolo di garante dell'ordine nel proprio emisfero. Dall'altra, Washington riusciva a rafforzare la propria influenza economica e geopolitica in Sud America. Da isolazionista e difensiva, la dottrina Monroe assumeva in tal modo un carattere proattivo e interventista. Non a caso, il corollario suscitò non poche proteste da parte di svariate nazioni latinoamericane (a partire dall'Argentina).
Un nuovo cambio di rotta avvenne nel 1933, quando Franklin Delano Roosevelt inaugurò la cosiddetta Politica del buon vicinato: l'idea era quello di evitare di interferire nelle dinamiche dell'America Latina, con l'obiettivo di migliorare i rapporti e - conseguentemente - aprire nuove opportunità commerciali in loco per gli Stati Uniti. Tuttavia la diffidenza sudamericana rimase relativamente intatta.
Con l'inizio della Guerra Fredda, ci fu una ripresa in grande stile dalla dottrina Monroe, diretta - questa volta - a contrastare l'espandersi dell'influenza sovietica in America latina. In questo senso, il segretario di Stato americano, John Foster Dulles, invocò la dottrina nel 1954, denunciando il comunismo sovietico in Guatemala e gettando così le basi per il golpe contro il governo di Jacobo Arbenz Guzmán quello stesso anno. Nel 1962, fu il presidente John Kennedy a citare la dottrina Monroe nel pieno della crisi dei missili cubani. E, sempre in questa logica, l'amministrazione Nixon mise in piedi l'Operazione Condor: un poderoso piano con l'obiettivo di combattere l'influenza comunista nel Sudamerica. Piano che - notoriamente - culminò nel golpe cileno del 1973 contro Salvador Allende. La dottrina Monroe è stata poi anche alla base della politica adottata, negli anni '80, dagli Stati Uniti in Nicaragua: l'amministrazione Reagan finanziò infatti i contras nella loro azione guerrigliera contro il governo sandinista, asceso al potere nel 1979.
Con la fine della Guerra Fredda, le invocazioni esplicite della dottrina Monroe sono diminuite. E gli Stati Uniti hanno teso a intensificare i propri legami con l'America Latina prevalentemente attraverso il canale commerciale. Nel 1994, Bill Clinton ratificò il Nafta: un trattato internazionale di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada. Inoltre, sempre in quel periodo, Clinton sostenne il ritorno di Jean-Bertrand Aristide ad Haiti, dopo che un colpo di Stato militare lo aveva costretto all'esilio. Anche George W. Bush strinse svariati accordi commerciali con Cile, Perù e Repubblica Dominicana. Lo stesso Barack Obama coinvolse Cile, Messico e Perù nella Trans Pacific Partnership. Senza dimenticare che, nel 2013, l'allora segretario di Stato, John Kerry, dichiarò pubblicamente la fine della dottrina Monroe.
E Trump? Nei primi due anni della sua presidenza, non è che il magnate newyorchese si sia granché occupato del Sudamerica. Se si fa eccezione per la polemica con il Messico e per la questione della carovana dei migranti honduregni, Trump non ha mai considerato quest'area una priorità dal punto di vista politico. Le cose sembrano cambiate nel 2019, con l'esplodere della crisi venezuelana. Crisi che ha portato, nelle scorse settimane, il National security advisor, John Bolton, a invocare nuovamente la dottrina Monroe: non solo per giustificare l'attivismo statunitense contro Nicolas Maduro ma anche per criticare il sostegno russo al regime di Caracas. In questo senso, si comprendono le recenti dichiarazioni di Lavrov.
Per il momento, la situazione appare piuttosto fluida. Se certi settori dell'amministrazione americana sulla questione venezuelana si stanno rivelando particolarmente interventisti (dallo stesso Bolton al Dipartimento di Stato), Donald Trump sembra invece collocato su posizioni più sfumate. Pur avendo dato appoggio politico a Juan Guaidò, l'attuale presidente americano non sembra granché disposto a farsi coinvolgere troppo dal dossier venezuelano. Un atteggiamento che potrebbe avere ragioni differenti: dal voler evitare di restare impanato in uno scenario ricco di incognite al cercare di tenere in piedi un dialogo con Vladimir Putin. In questo senso, parrebbe che le tensioni tra Trump e Bolton sarebbero significativamente aumentate negli ultimi giorni. Il futuro della dottrina Monroe non è quindi esattamente chiaro al momento. E l'esito della crisi venezuelana potrebbe dirci molto a tal proposito.
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La guerra civile sta mettendo in evidenza le profonde connessioni economiche e commerciali tra il Venezuela e i suoi principali alleati che, non a caso, hanno scelto di sostenere il regime. E Pechino, così come Mosca, sta cercando di tutelarsi.Nuove tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Russia: settimana scorsa, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha intimato a Washington di non invocare la dottrina Monroe.Lo speciale contiene due articoli.Innanzitutto troviamo la Russia che, in questa crisi, sta svolgendo un ruolo di primo piano nel contrasto all'iniziativa statunitense in favore di Juan Guaidò. Dai primi anni Duemila, a seguito dell'ascesa di Vladimir Putin, le relazioni tra Mosca e Caracas si sono notevolmente rafforzate. E questo per due ordini di ragione. In primis, il Cremlino ha considerato il Venezuela come parte di una strategia geopolitica di ampio respiro, con l'obiettivo di arginare l'influenza statunitense in America latina. In secondo luogo, Putin ha visto nello Stato sudamericano un'opportunità di business per numerose aziende statali e private russe (soprattutto nel settore energetico e degli armamenti). In quest'ottica, nei primi anni Duemila entrarono nel mercato venezuelano svariate società russe come Gazprom, Rosneft e Lukoil. Sempre in quel periodo, tra l'altro, Caracas divenne il principale acquirente di armi russe in seno all'emisfero occidentale. Il punto è che - con il passare del tempo - i legami economici tra i due Paesi si sono non poco affievoliti. Non soltanto perché le aziende russe hanno riscontrato una sempre più agguerrita concorrenza di quelle cinesi in loco. Ma anche perché - più in generale - il problematico contesto socioeconomico venezuelano alla lunga si è fatto sentire: un contesto notoriamente martoriato - soprattutto negli ultimi anni - da crisi economica, instabilità politica e corruzione dilagante. Tutto questo ha condotto a un progressivo allontanamento delle aziende russe dal territorio. E oggi l'unica grande società russa rimasta operante in Venezuela è Rosneft: colosso petrolifero che - non a caso - si occupa di svolgere un ruolo fondamentale nella strategia estera russa.Negli ultimi anni, il Cremlino ha infatti deciso di spostare il focus su Caracas dall'economia alla politica. E, in questo senso, Rosneft incarna un'importanza profonda per Putin. Recentemente, la società ha dato 6,5 miliardi di dollari al Venezuela per la fornitura di quattro milioni di barili di petrolio al mese (un impegno cui Caracas sta tuttavia ottemperando con difficoltà). Inoltre, il colosso russo è entrato in svariate jointventure locali nel settore energetico. Senza poi trascurare che, nel 2017, sia riuscito ad ottenere una licenza di trent'anni per sviluppare dei giacimenti di gas, collocati al largo delle coste venezuelane. E' dunque chiaro che i legami intrecciati da Rosneft vadano di pari passo a un incremento dell'influenza politica del Cremlino sul territorio. Un'influenza che mira a costituire un blocco di Stati sudamericani in grado di arginare la presenza dello Zio Sam in America latina. Alla luce di tutto questo, si comprende allora l'estremo interesse mostrato da Putin a intervenire nelle complicate dinamiche della crisi venezuelana. L'instabilità politica locale rappresenta infatti un rischio significativo per gli affari di Rosneft. Senza poi dimenticare ulteriori difficoltà dovute al fatto che il Ceo della società, Igor Sechin, sia stato colpito dalle sanzioni statunitensi l'anno scorso. In questo quadro, un altro fattore rivelante risiede nel grado di indebitamento che Caracas ha contratto negli anni con Mosca: attualmente il Venezuela ha un debito di circa 6 miliardi di dollari con la Russia. Ecco perché Putin ha tutto l'interesse geopolitico ed economico a mantenere in piedi il regime di Maduro: in caso di stravolgimenti non solo infatti aumenterebbe l'instabilità politica ma un eventuale cambio della guardia ai vertici del potere venezuelano potrebbe mettere a rischio i fondamenti economici dell'influenza russa nella regione.Ma Mosca non è l'unica a dover tutelare i propri interessi nell'area venezuelana. La Cina si sta infatti comportando allo stesso modo. Anche in questo caso, c'è innanzitutto una questione di carattere geopolitico. Da tempo ormai, Pechino ha trovato nell'America Latina un'area per cercare di incrementare la propria influenza in chiave principalmente (ma non esclusivamente) antistatunitense. E, in quest'ottica, il Venezuela riveste un'importanza significativa per la Repubblica Popolare. La Cina rappresenta attualmente non a caso il principale creditore di Caracas: tra il 2007 e il 2017, le banche statali cinesi hanno erogato prestiti al Venezuela dal valore totale di 62,2 miliardi di dollari. Inoltre, tra il 2005 e il 2015, le aziende di Pechino hanno investito nel Paese oltre 19 miliardi. Una cifra significativa che tuttavia ha subìto un deciso taglio nel biennio tra il 2016 e il 2018, quando la Cina si è limitata a investire in loco appena 1,8 miliardi: un parziale cambio di rotta, dettato - molto probabilmente - da due fattori: la crescente instabilità politica venezuelana e la convinzione che il regime di Caracas possa riscontrare non poca difficoltà a onorare i suoi ingenti debiti. Del resto, è proprio la necessità di far fronte a questi duri impegni ad aver aggravato ulteriormente la crisi economica in cui versa il Venezuela: si pensi che - nel 2016 - le riserve della banca centrale si fossero più che dimezzate rispetto a cinque anni prima (passando da 30 a 11,9 miliardi di dollari). Tutto questo, senza dimenticare che l'indebitamento venezuelano con Pechino si aggiri attorno ai 23 miliardi di dollari.Certo, il petrolio resta comunque un collante nelle relazioni tra i due Paesi: si pensi soltanto che, nel 2018, Caracas ha ceduto ai cinesi il 9,9% della compagnia petrolifera Sinovensa, di cui la China National Petroleum corporation possiede già il 40%. Ciononostante Pechino sta diventando sempre più preoccupata della situazione venezuelana. Caracas ha da tempo problemi di produzione petrolifera e questo non fa che aumentare i timori cinesi. Il Venezuela deve impegnare molto più petrolio di quanto previsto per onorare i debiti: elemento, questo, che riduce il volume di oro nero disponibile per gli acquirenti che pagano in contanti. Senza poi considerare che, se il Venezuela non riesce a reperire i quantitativi di petrolio necessari, i creditori si ritrovano costretti a negoziare una ristrutturazione dei debiti. È proprio questa, del resto, la grande paura della Repubblica Popolare: al di là della perdita di influenza geopolitica nello scacchiere sudamericano, Pechino teme che un cambio di regime a Caracas possa mettere seriamente a repentaglio gli ingenti crediti che vanta con il Venezuela. Un simile rischio ha quindi condotto Xi Jinping a schierarsi dalla parte di Maduro, determinando una convergenza parziale con la Russia.Le connessioni internazionali del Venezuela non si fermano comunque qui. Un altro importante partner risulta infatti l'Iran, che notoriamente del Cremlino è il principale alleato mediorientale. L'avvicinamento tra Caracas e Teheran - entrambi membri dell'Opec - è iniziato con l'ascesa al potere di Hugo Chavez nel 1999: un avvicinamento dettato in primo luogo dalla comune volontà di contrastare Washington. Da allora, i legami diplomatici, politici ed economici tra i due Paesi si sono progressivamente intensificati. E la situazione con Maduro non è cambiata. Basti pensare che, a giugno del 2015, Venezuela e Iran hanno siglato una serie di trattati nel settore economico, finanziario, tecnologico e scientifico. Senza poi trascurare che i due Paesi siano legati anche da una cooperazione in ambito militare: è dal 2012 che la forza Quds gestisce programmi di addestramento per truppe venezuelane. Quella stessa forza Quds che - ricordiamolo - è un'unità speciale appartenente alle Guardie della rivoluzione iraniane: organo militare che Washington ha recentemente inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche, assestando in questo modo un duro colpo indirettamente anche a Caracas.Ma non è tutto. Perché i collegamenti con l'Iran non viaggerebbero soltanto attraverso canali ufficiali. Il Venezuela risulta infatti particolarmente legato a Hezbollah: organizzazione paramilitare libanese, finanziata dalla Repubblica Islamica. Non solo i suoi miliziani partecipano alle attività di addestramento dei soldati venezuelani. Ma l'attuale ministro dell'Industria di Maduro, Tareck El Aissami, è altamente sospettato di intrattenere legami con l'organizzazione. Infine non va dimenticato che Hezbollah risulterebbe particolarmente attiva nel traffico di droga verso gli Stati Uniti. E, in questo senso, utilizzerebbe il Venezuela tra i propri canali privilegiati. A dimostrarlo è stata qualche anno fa la Drug enforcement administration che - come rivelato da Politico - non poté tuttavia intervenire, a causa dello stop dell'allora presidente americano Barack Obama, al fine di non compromettere la distensione dei rapporti con Teheran alla vigilia della firma del trattato sul nucleare del 2015. Non sarà forse un caso che lo stesso Tareck El Aissimi sia stato accusato tra l'altro di traffico di droga.Gli interessi geopolitici, economici ed energetici che ruotano attorno a Caracas sono numerosi. Per questa ragione, Russia, Cina e Iran puntellano il regime di Maduro. E intanto gli sbocchi della crisi venezuelana restano avvolti nell'incertezza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vero-interesse-economico-della-cina-sul-venezuela-2636527118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-dottrina-monroe-fu-enunciata-per-la-prima-volta-nel-1823" data-post-id="2636527118" data-published-at="1782500253" data-use-pagination="False"> La dottrina Monroe fu enunciata per la prima volta nel 1823 Il recente riacuirsi della crisi venezuelana ha prodotto nuove tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Russia. In particolare, la settimana scorsa, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha intimato a Washington di non invocare la dottrina Monroe. Una dichiarazione forte, che ha voluto mirare al cuore di uno dei pilastri fondamentali della politica estera statunitense.Ideata dall'allora segretario di Stato John Quincy Adams, questa dottrina venne enunciata per la prima volta nel 1823 dal presidente americano James Monroe. Il contesto internazionale dell'epoca era non poco tumultuoso: l'Europa era stata recentemente funestata dalle guerre napoleoniche, mentre le potenze del Vecchio continente avevano creato un sistema di alleanze militari che destava più di una preoccupazione dalle parti di Washington. In questo senso, la dottrina stabiliva due principi fondamentali. In primo luogo, veniva sancito che il continente americano non dovesse più essere oggetto di nuove colonizzazioni da parte europea. In secondo luogo, gli Stati Uniti si impegnavano a chiamarsi fuori da dispute e guerre che fossero scoppiate nel Vecchio continente. L'intento della dottrina Monroe fu quindi di natura principalmente isolazionista: determinando una sorta di separazione tra gli emisferi, Washington tendeva a liberarsi da interferenze politiche esterne e a concentrarsi contemporaneamente sulla colonizzazione dell'Ovest. Del resto, fu proprio in questo senso tendenzialmente isolazionista che la dottrina venne adottata nel corso di tutto l'Ottocento, consentendo agli Stati Uniti di iniziare ad estendere parzialmente la propria influenza nell'area sudamericana.Una decisiva svolta avvenne nel 1904, quando l'allora presidente americano Theodore Roosevelt emendò la dottrina, inserendo il cosiddetto Corollario Roosevelt, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avuto il diritto di intervenire attivamente in America Latina in caso di illeciti frequenti e cronici da parte di uno Stato sudamericano. Tale reinterpretazione della dottrina divenne una giustificazione ad impiegare la forza per ottenere benefici economici da nazioni che non fossero state in grado di onorare i propri debiti con Washington o con i Paesi europei. Da una parte, Roosevelt impediva alle potenze del Vecchio Continente di intervenire direttamente in America latina per esigere eventuali pagamenti dovuti, ritagliandosi il ruolo di garante dell'ordine nel proprio emisfero. Dall'altra, Washington riusciva a rafforzare la propria influenza economica e geopolitica in Sud America. Da isolazionista e difensiva, la dottrina Monroe assumeva in tal modo un carattere proattivo e interventista. Non a caso, il corollario suscitò non poche proteste da parte di svariate nazioni latinoamericane (a partire dall'Argentina).Un nuovo cambio di rotta avvenne nel 1933, quando Franklin Delano Roosevelt inaugurò la cosiddetta Politica del buon vicinato: l'idea era quello di evitare di interferire nelle dinamiche dell'America Latina, con l'obiettivo di migliorare i rapporti e - conseguentemente - aprire nuove opportunità commerciali in loco per gli Stati Uniti. Tuttavia la diffidenza sudamericana rimase relativamente intatta.Con l'inizio della Guerra Fredda, ci fu una ripresa in grande stile dalla dottrina Monroe, diretta - questa volta - a contrastare l'espandersi dell'influenza sovietica in America latina. In questo senso, il segretario di Stato americano, John Foster Dulles, invocò la dottrina nel 1954, denunciando il comunismo sovietico in Guatemala e gettando così le basi per il golpe contro il governo di Jacobo Arbenz Guzmán quello stesso anno. Nel 1962, fu il presidente John Kennedy a citare la dottrina Monroe nel pieno della crisi dei missili cubani. E, sempre in questa logica, l'amministrazione Nixon mise in piedi l'Operazione Condor: un poderoso piano con l'obiettivo di combattere l'influenza comunista nel Sudamerica. Piano che - notoriamente - culminò nel golpe cileno del 1973 contro Salvador Allende. La dottrina Monroe è stata poi anche alla base della politica adottata, negli anni '80, dagli Stati Uniti in Nicaragua: l'amministrazione Reagan finanziò infatti i contras nella loro azione guerrigliera contro il governo sandinista, asceso al potere nel 1979.Con la fine della Guerra Fredda, le invocazioni esplicite della dottrina Monroe sono diminuite. E gli Stati Uniti hanno teso a intensificare i propri legami con l'America Latina prevalentemente attraverso il canale commerciale. Nel 1994, Bill Clinton ratificò il Nafta: un trattato internazionale di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada. Inoltre, sempre in quel periodo, Clinton sostenne il ritorno di Jean-Bertrand Aristide ad Haiti, dopo che un colpo di Stato militare lo aveva costretto all'esilio. Anche George W. Bush strinse svariati accordi commerciali con Cile, Perù e Repubblica Dominicana. Lo stesso Barack Obama coinvolse Cile, Messico e Perù nella Trans Pacific Partnership. Senza dimenticare che, nel 2013, l'allora segretario di Stato, John Kerry, dichiarò pubblicamente la fine della dottrina Monroe.E Trump? Nei primi due anni della sua presidenza, non è che il magnate newyorchese si sia granché occupato del Sudamerica. Se si fa eccezione per la polemica con il Messico e per la questione della carovana dei migranti honduregni, Trump non ha mai considerato quest'area una priorità dal punto di vista politico. Le cose sembrano cambiate nel 2019, con l'esplodere della crisi venezuelana. Crisi che ha portato, nelle scorse settimane, il National security advisor, John Bolton, a invocare nuovamente la dottrina Monroe: non solo per giustificare l'attivismo statunitense contro Nicolas Maduro ma anche per criticare il sostegno russo al regime di Caracas. In questo senso, si comprendono le recenti dichiarazioni di Lavrov.Per il momento, la situazione appare piuttosto fluida. Se certi settori dell'amministrazione americana sulla questione venezuelana si stanno rivelando particolarmente interventisti (dallo stesso Bolton al Dipartimento di Stato), Donald Trump sembra invece collocato su posizioni più sfumate. Pur avendo dato appoggio politico a Juan Guaidò, l'attuale presidente americano non sembra granché disposto a farsi coinvolgere troppo dal dossier venezuelano. Un atteggiamento che potrebbe avere ragioni differenti: dal voler evitare di restare impanato in uno scenario ricco di incognite al cercare di tenere in piedi un dialogo con Vladimir Putin. In questo senso, parrebbe che le tensioni tra Trump e Bolton sarebbero significativamente aumentate negli ultimi giorni. Il futuro della dottrina Monroe non è quindi esattamente chiaro al momento. E l'esito della crisi venezuelana potrebbe dirci molto a tal proposito.
Ansa
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha comunicato che almeno tre italovenezuelani sarebbero rimasti uccisi nel sisma, cinque sarebbero feriti e altri 35 sicuramente dispersi, ma, come ha aggiunto, la comunità degli italiani iscritti all’Aire, cioè censiti come italiani in Venezuela, è composta da circa 150.000 persone e per questo motivo il nostro ministero sta monitorando con grande attenzione quello che accade. L’area colpita vede la presenza di oltre 65.000 italiani che rappresentano la spina dorsale economica del Venezuela e che sono membri attivi sia a livello politico che sociale nella società sudamericana.
I due eventi sismici, distanti meno di un minuto, hanno devastato il Nord-ovest venezuelano colpendo sia sulla costa che nell’interno. Il fenomeno sarebbe avvenuto fra i 10 e i 20 chilometri di profondità, ma nonostante questo gli edifici colpiti non hanno retto, soprattutto la seconda scossa dopo che la prima aveva messo a dura prova costruzioni vecchie e con poca manutenzione. Il bilancio è arrivato a 920 vittime, al momento in cui stiamo scrivendo, oltre 4.000 feriti e almeno 50.000 dispersi, ma sui media locali e su Internet appaiono continuamente foto di persone scomparse che si aggiungono alle migliaia già segnalate.
Da Caracas arrivano storie sempre più drammatiche e i cittadini della capitale e dello Stato di La Guaira raccontano di scavare con le mani fra le macerie alla ricerca dei propri cari. A Caracas stanno arrivando un centinaio di esperti in soccorso in caso di calamità naturali fra vigili del fuoco, protezione civile e l’unità di crisi, ma il governo italiano è intenzionato a sostenere con forza la popolazione venezuelana in questo momento di difficoltà. Le Nazioni unite hanno dichiarato che le persone colpite dal sisma sono 6,8 milioni, in crescita costante anche per le scosse di assestamento che non danno tregua. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha annunciato la militarizzazione dello Stato di La Guaira, con l’obiettivo di facilitare le operazioni di soccorso nella zona più disastrata del Paese.
Le famiglie rimaste senza casa che dovranno essere accolte in campi profughi sono già più di 70.000, ma arrivano anche buone notizie come quella di un neonato estratto vivo dalle macerie e di una donna salvata dopo 36 ore dal crollo della propria abitazione a La Guaira. L’Unione europea ha già attivato il suo meccanismo di protezione civile, ma oltre all’Italia, altre nazioni si stanno muovendo anche autonomamente. La Spagna ha messo a disposizione 54 militari esperti in operazioni di soccorso, la Francia ha annunciato che attiverà un team di 85 soccorritori, mentre dalla Germania arriveranno sei aerei da trasporto con materiale tecnico. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha reso disponibile un secondo velivolo dell’Aeronautica militare che trasporterà personale specializzato e attrezzature dei Vigili del fuoco. Nell’annunciare l’iniziativa ha dichiarato: «Un impegno concreto che conferma la vocazione dell’Italia all’aiuto» verso «chi soffre».
Ma la situazione sanitaria del Paese appare drammatica per la carenza di materiale negli ospedali, soprattutto in alcune zone che risultano addirittura irraggiungibili. Il primo a lanciare l’allarme è stato il presidente della Federazione medica che due giorni prima del sisma aveva chiesto trasparenza riguardo alla distribuzione di 71 tonnellate di medicinali consegnate dagli Stati Uniti. Un appello all’Italia arriva anche da Maria Andreina De Grazia, figlia dell’ex deputato italiano Americo De Grazia a lungo incarcerato dal regime di Maduro, che chiede al nostro Paese di restare accanto al Venezuela e soprattutto di non dimenticare i prigionieri i politici italovenezuelani ancora nelle carceri del regime.
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La nuova Audi A6 allroad
Audi rinnova la A6 allroad quattro, giunta alla quinta generazione, facendo così evolvere uno dei modelli più iconici della gamma di questo marchio. Più larga, tecnologica ed elettrificata, la nuova allroad conferma la propria doppia vocazione: grande viaggiatrice su strada e compagna affidabile lontano dall’asfalto. Per la prima volta nella storia del modello, accanto al tradizionale V6 TDI arriva infatti una variante plug-in hybrid da 367 CV.
«Audi A6 allroad è un’icona dei quattro anelli e da sempre è caratterizzata da una doppia anima: eccezionalmente confortevole nell’utilizzo quotidiano e al tempo stesso in grado di spingersi agevolmente dove finisce l’asfalto», ha dichiarato Rouven Mohr, Chief Technical Officer di Audi AG, sottolineando il ruolo della trazione integrale quattro e delle sospensioni pneumatiche adattive. Sul piano stilistico, la nuova A6 allroad si distingue per un corpo vettura più muscoloso. Per la prima volta è più larga di oltre 11 centimetri rispetto alla A6 Avant da cui deriva, con carreggiate maggiorate e una presenza su strada ancora più marcata. Il look all terrain è enfatizzato da passaruota dedicati, protezioni sottoscocca, mancorrenti specifici e un’altezza da terra superiore. La gamma prevede cerchi fino a 21 pollici e otto colori per la carrozzeria.
Tra gli elementi tecnici più caratterizzanti figurano le sospensioni pneumatiche adattive di serie, sviluppate appositamente per questo modello. L’escursione massima raggiunge i 55 millimetri e consente di modificare l’assetto in funzione della velocità e della modalità di guida selezionata. In autostrada la vettura si abbassa per migliorare efficienza e stabilità, mentre nelle modalità dedicate all’off-road aumenta sensibilmente la distanza dal suolo per affrontare terreni difficili.La nuova A6 allroad è basata sulla piattaforma Premium Platform Combustion (PPC) e beneficia di una scocca più rigida, sospensioni multilink a cinque bracci e sterzo progressivo evoluto. È inoltre disponibile lo sterzo integrale, che migliora agilità alle basse velocità e stabilità alle andature più elevate.
La principale novità riguarda la gamma motori. Debutta infatti la prima Audi A6 allroad e-hybrid quattro, che abbina il quattro cilindri 2.0 TFSI da 252 CV a un motore elettrico da 143 CV per una potenza complessiva di 367 CV e 500 Nm di coppia. Le prestazioni sono brillanti, con uno 0-100 km/h coperto in 5,5 secondi, mentre la batteria da 25,9 kWh garantisce fino a 95 chilometri di autonomia elettrica WLTP. La ricarica in corrente alternata fino a 11 kW permette di completare il pieno di energia in circa due ore e mezza. Accanto alla versione plug-in viene proposta la motorizzazione V6 3.0 TDI da 299 CV, dotata della tecnologia mild hybrid plus a 48 Volt. Il sistema integra un powertrain generator capace di fornire fino a 24 CV e 230 Nm supplementari, migliorando efficienza e risposta all’acceleratore. Il motore beneficia inoltre di una sofisticata sovralimentazione a due stadi che combina turbocompressore tradizionale e compressore elettrico, garantendo prestazioni elevate e una risposta immediata. La vettura accelera da 0 a 100 km/h in 5,4 secondi. Entrambe le motorizzazioni sono abbinate alla trazione integrale quattro ultra, che gestisce in modo predittivo la distribuzione della coppia tra avantreno e retrotreno, privilegiando l’efficienza senza rinunciare alla motricità.
Grande attenzione è stata dedicata anche alla digitalizzazione. L’abitacolo adotta la nuova architettura elettronica Audi con integrazione di ChatGPT nell’assistente vocale e sistema operativo Android Automotive OS. Il cosiddetto Audi Digital Stage comprende il quadro strumenti digitale da 11,9 pollici e il display OLED curvo da 14,5 pollici, cui può aggiungersi uno schermo dedicato al passeggero.Completano il quadro i proiettori Matrix LED digitali di nuova generazione, i gruppi ottici OLED 2.0 e numerosi sistemi di assistenza alla guida e di comunicazione con l’ambiente circostante. Lunga 5,02 metri e con una capacità di carico fino a 1.497 litri, la nuova Audi A6 allroad quattro arriverà nelle concessionarie italiane nel quarto trimestre del 2026, con prezzi a partire da 82.350 euro per la versione V6 TDI e da 88.650 euro per la variante plug-in hybrid.
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I nuovi modelli di Maserati, Grecale, GranTurismo e GranCabrio, sfilano in Piazza Unità d'Italia a Trieste
Maserati rinnova la propria gamma con il debutto di Nuova Grecale, Nuova GranTurismo e Nuova GranCabrio, tre modelli che rappresentano un importante aggiornamento strategico per il marchio nell’anno del centenario del Tridente. Le novità puntano a rafforzare il posizionamento del brand nel segmento luxury attraverso una proposta che unisce design, eleganza, prestazioni, artigianalità e innovazione tecnologica, nel solco della tradizione Maserati.
«Con la nuova gamma del Tridente rafforziamo la peculiarità che da sempre ci definisce: il Gran Turismo italiano, in cui design, eleganza, prestazioni e maestria artigianale si fondono in un equilibrio di eleganza mai ostentata, ma sempre orientata alla performance», ha dichiarato Santo Ficili, Ceo di Alfa Romeo e Coo di Maserati. Ficili ha inoltre sottolineato la volontà del marchio di continuare a crescere nel segmento del lusso attraverso l’ampliamento dell’offerta e lo sviluppo delle tecnologie che meglio esprimono il carattere del brand, «dallo sviluppo di motorizzazioni iconiche come il V6 Nettuno all’evoluzione delle performance della gamma Folgore».
Il rinnovamento stilistico completa un percorso avviato dal Centro Stile Maserati con la MCXtrema, la vettura da pista che ha introdotto un nuovo linguaggio formale caratterizzato da frontali più orizzontali, netti e aggressivi. Un’impostazione successivamente sviluppata sulla GT2 Stradale e sulla MCPURA e oggi applicata alle nuove GranTurismo, GranCabrio e Grecale.
Le nuove GranTurismo e GranCabrio si presentano con un design aggiornato, interni ulteriormente raffinati e contenuti tecnici evoluti. Al centro dell’offerta rimane il motore V6 Nettuno 3.0 biturbo, disponibile fino a 590 CV nella versione Trofeo, capace di spingere la GranTurismo oltre i 320 km/h. Il propulsore sfrutta la tecnologia di combustione a precamera derivata dal motorsport e condivisa con la MCPURA, confermando il trasferimento tecnologico tra competizioni e produzione stradale. Tutta la gamma dispone di serie della trazione integrale e delle sospensioni pneumatiche regolabili, soluzioni che consentono di coniugare comfort e dinamica di guida. Le due granturismo mantengono inoltre quattro veri posti, una caratteristica distintiva che permette di unire sportività e praticità nell’utilizzo quotidiano. Le nuove GranTurismo e GranCabrio sono disponibili in tre configurazioni. Le versioni da 490 CV privilegiano comfort ed eleganza, mentre le Trofeo da 590 CV esaltano il carattere sportivo grazie a scarico dedicato, assetto specifico e dettagli in fibra di carbonio. Al vertice si collocano le varianti Folgore, dotate di una tecnologia elettrica a 800 Volt con tre motori, oltre 1.200 CV installati e 760 CV disponibili alle ruote. La GranTurismo Folgore raggiunge i 325 km/h, mentre la GranCabrio Folgore, prima cabriolet completamente elettrica del segmento, arriva a 290 km/h. Importanti anche gli interventi sul piano aerodinamico e stilistico. Il frontale è stato completamente riprogettato con nuove prese d’aria, air curtain e splitter ottimizzati per incrementare l’efficienza aerodinamica e la deportanza. All’interno debuttano un nuovo volante ispirato al mondo delle corse, un Maserati Digital Clock ridisegnato, un’interfaccia grafica aggiornata e un sistema di monitoraggio che rileva distrazione e affaticamento del conducente. Ampio spazio viene dedicato alla personalizzazione attraverso il programma BOTTEGAFUORISERIE, che introduce nuove colorazioni esterne, finiture dedicate e inedite combinazioni per gli interni. Per la prima volta, anche la capote della GranCabrio può essere completamente personalizzata nell’ambito delle configurazioni Bespoke.
Accanto alle due granturismo, la nuova Grecale rafforza il proprio ruolo all’interno della gamma Maserati. Il D-SUV luxury della Casa modenese evolve con aggiornamenti estetici e tecnici che ne accentuano il carattere sportivo senza rinunciare a comfort e versatilità. Il nuovo frontale presenta una fascia più marcata e ribassata che accentua la percezione di larghezza, mentre paraurti e griglie ridisegnati migliorano l’efficienza aerodinamica. L’abitacolo viene aggiornato con un nuovo volante, un orologio digitale rivisitato e un selettore PRND con tecnologia aptica. Materiali autentici come pelle, legno e fibra di carbonio contribuiscono a elevare la qualità percepita, mentre il sistema MIA con display Ultra HD da 12,3 pollici, l’head-up display e l’impianto audio Sonus faber completano una dotazione tecnologica di alto livello.
Tra le principali novità tecniche figura il debutto del V6 Nettuno da 390 CV, disponibile nelle versioni Grecale V6 e Modena V6. Al vertice resta la Trofeo V6 da 530 CV, che accelera da 0 a 100 km/h in 3,8 secondi e raggiunge i 285 km/h. La Grecale Folgore conferma invece la proposta elettrica del modello, migliorando ulteriormente autonomia ed efficienza grazie a interventi aerodinamici e a nuovi algoritmi di gestione energetica. Le tre novità sono sviluppate e prodotte in Italia, tra Modena e Cassino, a testimonianza del forte legame tra Maserati e il territorio nazionale. Il lancio assume inoltre un valore simbolico nell’anno in cui il marchio celebra sia il centenario del Tridente sia il centenario della prima vittoria sportiva ottenuta da Alfieri Maserati alla Targa Florio del 1926, ribadendo il legame storico tra le vetture da competizione e quelle stradali.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla sostenibilità. Gli interni in pelle provengono da fornitori certificati secondo gli standard del Leather Working Group, di cui Maserati è membro attivo, confermando l’impegno verso una visione sempre più responsabile del lusso. Contestualmente al lancio debutta anche il nuovo Web Configurator Maserati, una piattaforma fotorealistica che consente ai clienti di visualizzare in tempo reale la propria vettura in ambientazioni tridimensionali immersive. Il nuovo strumento rappresenta un ulteriore passo nell’evoluzione del customer journey del marchio, integrando in un’unica esperienza showroom fisico e ambiente digitale con una qualità visiva di livello cinematografico.
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Giuseppe Valditara (Imagoeconomica)
Il ministro dell’Istruzione e del merito l’aveva già annunciato in altre occasioni: il recupero della tradizione e della memoria storica della civiltà occidentale è essenziale nella formazione delle generazioni future. Non si tratta di un ritorno al passato, di un orgoglio vagamente nostalgico, quanto della ripresa di un patrimonio essenziale oggi più che mai capace di affrontare le sfide del futuro. Riguardo alle quali torna utile anche l’apertura all’Intelligenza artificiale, adottata non certo in maniera selvaggia, bensì come strumento di lavoro da usare con spirito critico e finalizzato a funzioni all’interno di discipline precise. Quanto ai chiacchierati Promessi sposi, che fine fanno? Restano invariabilmente al secondo anno del percorso per l’importanza che questo libro ha nella «storia linguistica, culturale e civile» italiana. «Proprio in ragione di tale importanza», si legge nelle note del ministro, «è questo l’unico libro, oltre alla Commedia di Dante, la cui lettura sia (e debba restare) obbligatoria, in forma integrale o per ampi brani».
Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, che modificano quelle del ministro Maria Stella Gelmini risalenti al 2010, sono state elaborate da una commissione ministeriale e sottoposte «a un lungo lavoro di ascolto, a decine di audizioni con il mondo associativo, scientifico e sindacale, comprese le associazioni delle famiglie» e sono giunte alla «stesura definitiva dopo un confronto con chi la scuola la vive ogni giorno». Per la prima volta hanno contribuito a questo lavoro anche le rappresentanze studentesche con un impegno costruttivo e proposte puntuali. La riforma Valditara si prefigge un rafforzamento dell’identità sul piano della formazione degli studenti e un’accelerazione nell’innovazione delle materie tecnico scientifiche, le cosiddette Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Al centro del nuovo impianto pedagogico e didattico c’è la persona. La formazione del giovane avviene attraverso quella che il ministro chiama «la rivoluzione del buon senso». Il liceo nelle sue diverse declinazioni è la scuola dell’adolescenza, ovvero «il tempo delle cose che accadono per la prima volta». Per la costruzione di una corretta soggettività giovanile, capace di relazioni emotive consapevoli e non discriminatorie, è necessario favorire rapporti con figure adulte autorevoli e coinvolgere in modo sistematico le famiglie degli studenti in una corresponsabilità che riguarda l’orientamento, la valutazione e il lavoro quotidiano in classe. L’obiettivo dei licei è valorizzare i talenti, promuovendo il merito in un corretto rapporto tra libertà e norma all’interno del quale lo spirito critico è la capacità di esprimere anche il dissenso, purché in modo argomentato.
Consistenti le novità didattiche definite e auspicate. Nel biennio di letteratura è consigliato l’approfondimento dei poemi classici della civiltà europea (Odissea ed Eneide) e, superando certe proteste pregiudiziali, «di alcune pagine della Bibbia, “grande codice” di ispirazione delle letterature». Detto del mantenimento dei Promessi sposi, la maggiore apertura agli autori contemporanei non sostituisce il canone, ma si aggiunge a esso. Nei primi due anni è raccomandata la lettura integrale di almeno sei autori contemporanei, italiani o stranieri. In filosofia si suggerisce un insegnamento comparato e, nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, l’approfondimento dei principi che hanno ispirato la Costituzione. Insieme alla letteratura e alla filosofia, anche la storia e la storia dell’arte si concentreranno sul recupero dell’identità occidentale. Ma lo studente, sottolinea il testo del ministro, «dovrà altresì essere in grado di riconoscere le caratteristiche delle civiltà più significative collocandone i percorsi storici entro un quadro comparativo di lungo periodo». La matematica, non più proposta come tecnica ma come percorso di crescita all’interno del quale anche l’errore sarà «un’opportunità di apprendimento e di confronto», è sottoposta a profonda revisione. In particolare, insegnando concetti e linguaggi che sono alla base dell’Intelligenza artificiale, al quinto anno se ne favorisce un uso consapevole per sviluppare una comprensione critica e responsabile del funzionamento di questi sistemi per imparare a «valutarne l’affidabilità e le implicazioni». Lo stesso uso vigile dell’IA è suggerito per gli ultimi anni di latino e greco, materie nelle quali la traduzione automatica, di cui si registra l’enorme espansione, non deve sostituire le strategie di problem solving.
La riforma del liceo punta a formare studenti che sappiano da dove vengono e dove vanno. Che siano, perciò più occidentali, usino l’intelligenza artificiale con giudizio e leggano con disinvoltura i testi della letteratura italiana ed europea. E i docenti? Non basta che si aggiornino, devono studiare anche loro, auspica Valditara. Giusto. Magari, sia detto sommessamente, facendo in modo che possano ritrovare l’orgoglio di una professione fondamentale ma, in realtà, fortemente mortificata.
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