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2019-02-19
Il tabù dei gay al vertice vaticano sulla pedofilia: «Non ne parleremo»
Ansa
«Vorrei ringraziare i media per i tanti articoli investigativi che hanno portato alla luce questo fenomeno», ha detto monsignor Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta e membro del Comitato organizzativo dell'incontro che si terrà in Vaticano da giovedì a domenica prossima. «Dobbiamo dire grazie ai media che hanno aiutato la Chiesa a raggiungere una consapevolezza maggiore», ha continuato Scicluna, un prelato che può essere definito un super esperto del tema degli abusi, già impiegato su questo all'epoca di Benedetto XVI. Davanti a una sala stampa vaticana gremita, si è tenuta ieri la conferenza di presentazione dell'incontro voluto da papa Francesco sulla «Protezione dei minori nella Chiesa», un meeting con tutti i capi delle Conferenze episcopali del mondo per affrontare la grave crisi degli abusi del clero. Il 2018 è stato l'anno nero di questo dramma, culminato nel report del Gran giurì di Pennsylvania, il caso della Chiesa in Cile e la brutta storia dell'ex cardinale di Washington, e ora anche ex sacerdote, Theodore McCarrick. Nessuno ieri ha nominato Carlo Maria Viganò, ma il memoriale dell'ex nunzio a Washington, pubblicato dalla Verità nell'agosto scorso, è stato una spallata definitiva a un sistema di omertà e reticenze che ha provocato una cascata di eventi fino appunto all'incontro che si terrà da giovedì a domenica.
Responsabilità e trasparenza sono le due parole per capire che piega prenderà l'incontro, un ritornello che ha ripetuto ieri anche padre Federico Lombardi, già direttore della sala stampa fino al 2016 e oggi moderatore dell'incontro. Regole precise e piena comprensione della responsabilità dei vescovi per affrontare adeguatamente il fenomeno in tutto il mondo. Procedure e presa di coscienza sui casi di abuso su minori: è su questo che si concentreranno i 190 partecipanti. Nulla sugli abusi di adulti vulnerabili (ad esempio quelli di un vescovo su un seminarista), nulla di specifico sulla questione dell'omosessualità che, ha detto ieri il cardinale di Chicago, Blase Cupich, anche lui membro del Comitato organizzativo, «di per sé non è una causa». La questione degli «abusi sessuali sui minori è una cosa importantissima, ciò aiuterà anche ad affrontare altri tipi di problemi». Lo spartiacque è chiaro.
La risposta del cardinale statunitense, uomo di fiducia del Papa negli Stati Uniti, non meraviglia. È lui uno dei principali portabandiera del «clericalismo», un esercizio distorto di potere, come causa profonda del problema abusi. Pur riconoscendo «il fatto che nella maggioranza dei casi le vittime degli abusi siano maschi», Cupich ha risposto ai giornalisti dicendo appunto che «le organizzazioni internazionali hanno studiato profondamente questa questione: l'omosessualità di per sé non è una causa, gli abusi sono spesso una questione di opportunità, di occasione, hanno a che fare con un basso livello di istruzione». Le organizzazioni cattoliche di laici che, invece, chiedono al meeting di affrontare la questione dell'omosessualità nel clero come problema che riguarda il sacerdozio e i seminari, si possono mettere il cuore in pace.
Anche per quanto riguarda l'accesso ai seminari, lo screening per evitare di far entrare potenziali futuri abusatori, dice sempre Cupich, non si deve focalizzare sulla omosessualità. Fermo restando il fatto che per le attuali norme, ribadite da papa Francesco, un omosessuale attivo o con tendenza radicata non può entrare in seminario, «lo screening è importante», ha detto il cardinale, «non per quanto riguarda la questione dell'omosessualità, ma per capire se qualcuno ha un atteggiamento della sessualità che non è in linea con la Chiesa e in relazione alla loro psiche».
E comunque, come ribadito anche dal Papa, inutile esagerare con le attese. «Non si possono risolvere tutti i problemi in tre giorni», ha detto Scicluna, «sarebbe un'aspettativa irrazionale. Se invece ci aspettiamo un follow up dopo l'incontro, l'aspettativa diventa ragionevole». C'è però l'apprezzabile intento di farla finita con l'omertà, una piaga che ha devastato la Chiesa: «Il silenzio, l'omertà, non è accettabile e non è una soluzione», ha ribadito Scicluna. Ma per fare questo occorre il coraggio di andare più avanti e di affrontare anche le tante domande che emergono dopo il memoriale Viganò: le coperture e le reticenze sono esistite anche ai massimi livelli della gerarchia? Il caso McCarrick, da qualche giorno ridotto allo stato laicale in maniera certamente esemplare, resta con le sue ombre che abbracciano decenni di gestione del potere vaticano. Il recupero della credibilità della Chiesa passa anche da queste situazioni e non può eludere il problema dell'omosessualità del clero e delle eventuali cordate che si creano intorno ad azioni di lobby. Altrimenti si finisce per lasciare troppo spazio al rumore di fondo, al chiacchiericcio, come nel caso del libro Sodoma che esce in contemporanea con l'apertura dell'incontro in Vaticano.
Tre giorni importanti per la Chiesa, ogni giorno tre interventi e poi i lavori di gruppo (presenti anche delle vittime). Parleranno, oltre a Scicluna, alcuni cardinali vicini a papa Bergoglio: il filippino Luis Antonio Tagle, l'indiano Oswald Gracias, il tedesco Reinhard Marx, il colombiano Rubén Salazar Gómez, e, appunto, Blase Cupich. Interessante l'intervento di tre donne, Linda Ghisoni, sottosegretario al dicastero laici, famiglia e vita, suor Veronica Openibo, e una giornalista, Valentina Alazraki. Il discorso finale del Papa è previsto per domenica 24 febbraio dopo la messa.
Il caso del sacerdote milanese arriva al tavolo del Papa
«Come potrei recitare il Credo senza un brivido?». È la domanda suprema, quella che accompagna Alessandro Battaglia quando si ritrova davanti la facciata di una chiesa, un campanile, un uomo in tonaca. E per rispondere a questo quesito, che accomuna nella perdita della fede numerose vittime di abusi del clero, domani papa Francesco ha deciso di rispondere, di allargare le braccia e accogliere questi figli martoriati nel corpo e più ancora nello spirito.
Sarà un incontro riservato, a Roma (luogo e orario segreti). Il Pontefice ha voluto ricavare un momento per le vittime dei preti pedofili a margine del grande summit sul tema della violenza sessuale dei sacerdoti nel mondo, convocato dal 21 al 24 febbraio per discutere della piaga con i presidenti delle Conferenze episcopali, per studiare strategie per prevenire, per combattere. Il titolo «La protezione dei minori nella Chiesa» dice tutto; gli incontri in sessione plenaria saranno moderati da padre Federico Lombardi, ex direttore della sala stampa vaticana, attuale presidente della Fondazione Ratzinger, al rientro sotto i riflettori.
Quello del Papa è stato un colpo di scena. Vuole incontrare i rappresentanti delle vittime, ascoltare le loro storie proprio per mandare un messaggio forte a tutti coloro che parteciperanno al summit, che non è inteso come un convegno fra studiosi, ma (le parole sono di Francesco) «una riunione di pastori, un incontro di preghiera e discernimento». Così domani, fra gli uomini e le donne che attendono da anni di poter ascoltare la parola di conforto del Santo Padre, ci sarà in spirito anche Alessandro, vittima quando aveva 15 anni di don Mauro Galli, giovane sacerdote che abusò di lui a Rozzano, in provincia di Milano, ed è stato condannato a sei anni e otto mesi in primo grado.
Il dossier verrà consegnato nelle mani di Jorge Mario Bergoglio da Francesco Zanardi, presidente di Rete l'Abuso, che da oltre un decennio è in prima linea contro la pedofilia dei preti e che l'anno scorso ha presentato il caso in un convegno mondiale organizzato dall'Onu, a Ginevra, innescando un moto di indignazione planetario. La particolarità della vicenda sta nel coinvolgimento morale dell'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, che al tempo dei fatti (dicembre 2011) erano vicario episcopale e responsabile dei giovani sacerdoti. Allora, pur a conoscenza della vicenda, non aprirono il procedimento canonico, ma si limitarono a spostare il prete in un'altra città, sempre a contatto con adolescenti. Di fatto contravvenendo a uno dei punti cardine della tolleranza zero auspicata dal Vaticano: l'obbligo di denuncia da parte degli alti prelati, pena la rimozione dall'ufficio «per cause gravi».
La famiglia di Alessandro, molto cattolica, affidò la propria disperazione e la propria sete di giustizia all'arcidiocesi. Ma dopo tre anni di rassicurazioni vuote e di quella che nel calcio si definirebbe melina, decise di denunciare il caso ai carabinieri. Senza per questo rinunciare a scrivere al Papa per illustrargli la vicenda con tutte le sue anomalie e inadempienze. «Abbiamo sempre notato una gentilezza solo formale», ha ripetuto la famiglia anche dopo la sentenza, «con un disinteresse per la vittima e un solo interesse: difendere l'istituzione».
Il carteggio fu regolarmente protocollato, finì negli uffici del Pontefice, ma invano. Infatti non gli impedì di promuovere Delpini e Tremolada. Domani lo riceverà di nuovo dalle mani di chi ha difeso la famiglia fin dal primo giorno. Zanardi rimane diffidente: «Quel summit mi sembra propagandistico, pubblicitario. Se Francesco vuole dare un segnale forte punisca i vescovi che in questi anni non hanno fatto altro che insabbiare».
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Il summit della Chiesa si concentrerà sugli abusi ai danni di minori. Sorvolerà sulle molestie ai seminaristi e negherà che l'omosessualità possa essere una delle cause. Monsignor Scicluna: «Non aspettatevi soluzioni».Il caso del sacerdote milanese arriva al tavolo del Papa. Domani Bergoglio incontrerà le vittime delle violenze. Ma anche il presidente di Rete l'Abuso, che portò all'Onu la storia di don Galli.Lo speciale comprende due articoli. «Vorrei ringraziare i media per i tanti articoli investigativi che hanno portato alla luce questo fenomeno», ha detto monsignor Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta e membro del Comitato organizzativo dell'incontro che si terrà in Vaticano da giovedì a domenica prossima. «Dobbiamo dire grazie ai media che hanno aiutato la Chiesa a raggiungere una consapevolezza maggiore», ha continuato Scicluna, un prelato che può essere definito un super esperto del tema degli abusi, già impiegato su questo all'epoca di Benedetto XVI. Davanti a una sala stampa vaticana gremita, si è tenuta ieri la conferenza di presentazione dell'incontro voluto da papa Francesco sulla «Protezione dei minori nella Chiesa», un meeting con tutti i capi delle Conferenze episcopali del mondo per affrontare la grave crisi degli abusi del clero. Il 2018 è stato l'anno nero di questo dramma, culminato nel report del Gran giurì di Pennsylvania, il caso della Chiesa in Cile e la brutta storia dell'ex cardinale di Washington, e ora anche ex sacerdote, Theodore McCarrick. Nessuno ieri ha nominato Carlo Maria Viganò, ma il memoriale dell'ex nunzio a Washington, pubblicato dalla Verità nell'agosto scorso, è stato una spallata definitiva a un sistema di omertà e reticenze che ha provocato una cascata di eventi fino appunto all'incontro che si terrà da giovedì a domenica.Responsabilità e trasparenza sono le due parole per capire che piega prenderà l'incontro, un ritornello che ha ripetuto ieri anche padre Federico Lombardi, già direttore della sala stampa fino al 2016 e oggi moderatore dell'incontro. Regole precise e piena comprensione della responsabilità dei vescovi per affrontare adeguatamente il fenomeno in tutto il mondo. Procedure e presa di coscienza sui casi di abuso su minori: è su questo che si concentreranno i 190 partecipanti. Nulla sugli abusi di adulti vulnerabili (ad esempio quelli di un vescovo su un seminarista), nulla di specifico sulla questione dell'omosessualità che, ha detto ieri il cardinale di Chicago, Blase Cupich, anche lui membro del Comitato organizzativo, «di per sé non è una causa». La questione degli «abusi sessuali sui minori è una cosa importantissima, ciò aiuterà anche ad affrontare altri tipi di problemi». Lo spartiacque è chiaro.La risposta del cardinale statunitense, uomo di fiducia del Papa negli Stati Uniti, non meraviglia. È lui uno dei principali portabandiera del «clericalismo», un esercizio distorto di potere, come causa profonda del problema abusi. Pur riconoscendo «il fatto che nella maggioranza dei casi le vittime degli abusi siano maschi», Cupich ha risposto ai giornalisti dicendo appunto che «le organizzazioni internazionali hanno studiato profondamente questa questione: l'omosessualità di per sé non è una causa, gli abusi sono spesso una questione di opportunità, di occasione, hanno a che fare con un basso livello di istruzione». Le organizzazioni cattoliche di laici che, invece, chiedono al meeting di affrontare la questione dell'omosessualità nel clero come problema che riguarda il sacerdozio e i seminari, si possono mettere il cuore in pace.Anche per quanto riguarda l'accesso ai seminari, lo screening per evitare di far entrare potenziali futuri abusatori, dice sempre Cupich, non si deve focalizzare sulla omosessualità. Fermo restando il fatto che per le attuali norme, ribadite da papa Francesco, un omosessuale attivo o con tendenza radicata non può entrare in seminario, «lo screening è importante», ha detto il cardinale, «non per quanto riguarda la questione dell'omosessualità, ma per capire se qualcuno ha un atteggiamento della sessualità che non è in linea con la Chiesa e in relazione alla loro psiche».E comunque, come ribadito anche dal Papa, inutile esagerare con le attese. «Non si possono risolvere tutti i problemi in tre giorni», ha detto Scicluna, «sarebbe un'aspettativa irrazionale. Se invece ci aspettiamo un follow up dopo l'incontro, l'aspettativa diventa ragionevole». C'è però l'apprezzabile intento di farla finita con l'omertà, una piaga che ha devastato la Chiesa: «Il silenzio, l'omertà, non è accettabile e non è una soluzione», ha ribadito Scicluna. Ma per fare questo occorre il coraggio di andare più avanti e di affrontare anche le tante domande che emergono dopo il memoriale Viganò: le coperture e le reticenze sono esistite anche ai massimi livelli della gerarchia? Il caso McCarrick, da qualche giorno ridotto allo stato laicale in maniera certamente esemplare, resta con le sue ombre che abbracciano decenni di gestione del potere vaticano. Il recupero della credibilità della Chiesa passa anche da queste situazioni e non può eludere il problema dell'omosessualità del clero e delle eventuali cordate che si creano intorno ad azioni di lobby. Altrimenti si finisce per lasciare troppo spazio al rumore di fondo, al chiacchiericcio, come nel caso del libro Sodoma che esce in contemporanea con l'apertura dell'incontro in Vaticano.Tre giorni importanti per la Chiesa, ogni giorno tre interventi e poi i lavori di gruppo (presenti anche delle vittime). Parleranno, oltre a Scicluna, alcuni cardinali vicini a papa Bergoglio: il filippino Luis Antonio Tagle, l'indiano Oswald Gracias, il tedesco Reinhard Marx, il colombiano Rubén Salazar Gómez, e, appunto, Blase Cupich. Interessante l'intervento di tre donne, Linda Ghisoni, sottosegretario al dicastero laici, famiglia e vita, suor Veronica Openibo, e una giornalista, Valentina Alazraki. Il discorso finale del Papa è previsto per domenica 24 febbraio dopo la messa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-tabu-dei-gay-al-vertice-vaticano-sulla-pedofilia-non-ne-parleremo-2629319406.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-caso-del-sacerdote-milanese-arriva-al-tavolo-del-papa" data-post-id="2629319406" data-published-at="1772959842" data-use-pagination="False"> Il caso del sacerdote milanese arriva al tavolo del Papa «Come potrei recitare il Credo senza un brivido?». È la domanda suprema, quella che accompagna Alessandro Battaglia quando si ritrova davanti la facciata di una chiesa, un campanile, un uomo in tonaca. E per rispondere a questo quesito, che accomuna nella perdita della fede numerose vittime di abusi del clero, domani papa Francesco ha deciso di rispondere, di allargare le braccia e accogliere questi figli martoriati nel corpo e più ancora nello spirito. Sarà un incontro riservato, a Roma (luogo e orario segreti). Il Pontefice ha voluto ricavare un momento per le vittime dei preti pedofili a margine del grande summit sul tema della violenza sessuale dei sacerdoti nel mondo, convocato dal 21 al 24 febbraio per discutere della piaga con i presidenti delle Conferenze episcopali, per studiare strategie per prevenire, per combattere. Il titolo «La protezione dei minori nella Chiesa» dice tutto; gli incontri in sessione plenaria saranno moderati da padre Federico Lombardi, ex direttore della sala stampa vaticana, attuale presidente della Fondazione Ratzinger, al rientro sotto i riflettori. Quello del Papa è stato un colpo di scena. Vuole incontrare i rappresentanti delle vittime, ascoltare le loro storie proprio per mandare un messaggio forte a tutti coloro che parteciperanno al summit, che non è inteso come un convegno fra studiosi, ma (le parole sono di Francesco) «una riunione di pastori, un incontro di preghiera e discernimento». Così domani, fra gli uomini e le donne che attendono da anni di poter ascoltare la parola di conforto del Santo Padre, ci sarà in spirito anche Alessandro, vittima quando aveva 15 anni di don Mauro Galli, giovane sacerdote che abusò di lui a Rozzano, in provincia di Milano, ed è stato condannato a sei anni e otto mesi in primo grado. Il dossier verrà consegnato nelle mani di Jorge Mario Bergoglio da Francesco Zanardi, presidente di Rete l'Abuso, che da oltre un decennio è in prima linea contro la pedofilia dei preti e che l'anno scorso ha presentato il caso in un convegno mondiale organizzato dall'Onu, a Ginevra, innescando un moto di indignazione planetario. La particolarità della vicenda sta nel coinvolgimento morale dell'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, che al tempo dei fatti (dicembre 2011) erano vicario episcopale e responsabile dei giovani sacerdoti. Allora, pur a conoscenza della vicenda, non aprirono il procedimento canonico, ma si limitarono a spostare il prete in un'altra città, sempre a contatto con adolescenti. Di fatto contravvenendo a uno dei punti cardine della tolleranza zero auspicata dal Vaticano: l'obbligo di denuncia da parte degli alti prelati, pena la rimozione dall'ufficio «per cause gravi». La famiglia di Alessandro, molto cattolica, affidò la propria disperazione e la propria sete di giustizia all'arcidiocesi. Ma dopo tre anni di rassicurazioni vuote e di quella che nel calcio si definirebbe melina, decise di denunciare il caso ai carabinieri. Senza per questo rinunciare a scrivere al Papa per illustrargli la vicenda con tutte le sue anomalie e inadempienze. «Abbiamo sempre notato una gentilezza solo formale», ha ripetuto la famiglia anche dopo la sentenza, «con un disinteresse per la vittima e un solo interesse: difendere l'istituzione». Il carteggio fu regolarmente protocollato, finì negli uffici del Pontefice, ma invano. Infatti non gli impedì di promuovere Delpini e Tremolada. Domani lo riceverà di nuovo dalle mani di chi ha difeso la famiglia fin dal primo giorno. Zanardi rimane diffidente: «Quel summit mi sembra propagandistico, pubblicitario. Se Francesco vuole dare un segnale forte punisca i vescovi che in questi anni non hanno fatto altro che insabbiare».
I manifesti appesi in solidarietà alla cosiddetta famiglia del bosco fuori dalla casa famiglia di assegnazione a Vasto (Ansa)
Sì, perché malgrado il tempo ci fosse, venerdì, per spiegare alle tre creature che cosa stava per succedere, senza metterle davanti alla scena tremenda della mamma che deve andarsene con la valigia in mano, le modalità sono state di assoluta indifferenza per i sentimenti, la psiche di tre piccini.
«L’assistente sociale Veruska D’Angelo e una coordinatrice che non avevamo mai visto sono state chiuse tutto il giorno in ufficio e quando, verso le 18.30, ho chiesto loro quando intendevano eseguire il provvedimento di allontanamento della madre, mi hanno detto “oggi, adesso”. “I bambini sono stati informati?”, è stata la mia preoccupazione. Non si erano poste il problema». Così l’avvocato Danila Solinas, uno dei legali dei coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, descrive la disumana applicazione dell’ordinanza del Tribunale dei minorenni dell’Aquila.
Catherine non vuole andarsene, rifiuta di lasciare i figli, alla fine va a fare i bagagli. Quando i bambini capiscono quello che sta succedendo, reagiscono piangendo o chiudendosi in un tremendo mutismo. Alla più grande sale la febbre, le sue urla sono lancinanti. Alle 21.20 Nathan è arrivato, fa salire la moglie in auto, si allontanano dalla struttura. «I bambini hanno scoperto casualmente e drammaticamente la realtà del distacco e hanno avuto reazioni strazianti», dichiara sdegnato lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa dei coniugi anglo-australiani.
Sottolinea: «Queste sono scene che generano danni enormi, la cosa che mi sorprende è la modalità non empatica, priva di mediazione, con la quale dei professionisti hanno deciso di espellere la madre, senza valutare minimamente la ricaduta traumatica sui bambini. Le uniche persone capaci di consolare questi piccoli sono state la nonna Pauline di 81 anni, mamma di Catherine, e la zia Rachel che si sono prodigate in modo incisivo». «Catherine adesso è a Palmoli, ancora sotto choc», precisa l’avvocato. «Venerdì aveva avuto la forza di rispondere a più di 500 test, pur sapendo dell’ordinanza notificata il giorno della perizia, e di lasciare la struttura come le è stato chiesto. Altro che riottosa, non so come mi sarei comportata io al suo posto, con un trattamento così vergognoso», esclama Solinas. «La D’Angelo ha minacciato anche di chiamare le forze dell’ordine se la signora non lasciava la struttura spontaneamente».
Ci mancava anche una simile scena, per quei poveri piccoli. L’incognita è quando sposteranno i bambini, come disposto nell’ordinanza. Pare vadano in una struttura a Scerne di Pineto e auguriamoci che non li separino. «Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) mi hanno assicurato che i piccoli non venivano mossi da Vasto ma la preoccupazione delle assistenti sociali è di evitare giornalisti e riprese video, quindi temo che non si muoveranno di giorno», aggiunge il legale. Se la nuova casa famiglia fosse davvero nella frazione costiera più vicina a Teramo, papà Trevallion dovrà sostenere due ore di andata e due ore di ritorno sulla sua vecchia auto per andare a trovare i figli. E mamma Catherine? Nell’ordinanza «censurabile sotto tutti profili, giuridici, fattuali, ricostruttivi» sottolinea l’avvocato, non si fa cenno alle modalità previste per gli incontri della madre. La vogliono allontanare definitivamente? Solinas, assieme all’avvocato Marco Femminella, presenterà lunedì un reclamo alla Corte d’appello dell’Aquila per una sospensione del provvedimento di allontanamento della madre, perché Catherine possa tornare a stare con i propri figli nell’attesa che siano concluse tutte le perizie richieste.
Ieri, tante persone hanno risposto all’appello per una fiaccolata silenziosa fuori dalla casa accoglienza Genova Rulli di Vasto, che ospita i tre bambini dal novembre scorso. Portavano peluche e dolci in dono, regali che sono stati rifiutati dai responsabili della struttura. Numerosi cartelli riportavano parole di sdegno, di condanna per quello che risulta un accanimento nei confronti della «famiglia nel bosco». Sugli striscioni, scritte come «I bambini a casa con i loro genitori. Stop agli abusi sui minori di 6 anni. Vergogna». Carola Profeta, responsabile del dipartimento Famiglia della Lega in Abruzzo, presente anche lei alla fiaccolata, ha scritto sui social: «La casa famiglia dove stavano i bambini e la madre è di proprietà della diocesi di Chieti-Vasto, da cristiana chiedo al vescovo, monsignor Bruno Forte, di esprimersi sulla vicenda e gli chiedo se sia normale che una proprietà della Chiesa venga usata per sfasciare le famiglie».
L’allontanamento di Catherine Birmingham dai suoi figli è stato definito da Profeta «l’ennesimo crimine di Stato. Ennesimo perché è dal 2020 che denuncio la Bibbiano D’Abruzzo. Il modus operandi del Tribunale minorile dell’Aquila è assolutamente inaccettabile e indegno di un Paese civile». Secondo l’esponente della Lega, «il presidente Cecilia Angrisano, iscritta al Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, ha messo in piedi un sistema di continua sottrazione di minori ai danni di genitori che potevano anche avere delle difficoltà, ma la famiglia va aiutata e non smembrata come è avvenuto con i Trevallion».
Profeta ha annunciato: «Domani (oggi per chi legge, ndr) andrò a Palmoli e chiederò a Nathan e Catherine di fare un appello con me al presidente Sergio Mattarella, che come capo del Consiglio superiore della magistratura, anche se non può revocare l’ordinanza, può però fare una moral suasion suggerendo ai magistrati a fare un passo indietro». La responsabile del dipartimento Famiglia si augura che il tentativo vada a buon fine anche se è la prima a dubitarne «vista la concomitanza con il referendum sulla giustizia. Che messaggio sarebbe se il presidente del Csm chiedesse a un giudice di fare un passo indietro?».
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Ansa
Nell’ospedale Monaldi di Napoli il clima che si respira è sempre più teso, i ricoveri sono diminuiti ma quello che si scopre, mettendo insieme i pezzi di un puzzle complesso, è che il reparto di Cardiochirurgia pediatrica è fermo e chiede «aiuto» al Bambino Gesù di Roma. Infatti, per «rafforzare e rilanciare l’attività di cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi» l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale, ha deciso di siglare una convenzione con l’ospedale pediatrico di Roma. L’accordo è stato richiesto dall’azienda proprio dopo la tragica scomparsa del piccolo Domenico ed è stato così motivato: «Un passo concreto e immediato per garantire continuità assistenziale e rafforzare ulteriormente la qualità delle cure offerte ai piccoli pazienti e alle loro famiglie, che non hanno mai smesso di credere nel Monaldi».
Che cosa succederà in pratica? In base all’accordo, per i prossimi tre mesi un’equipe altamente specializzata del Bambino Gesù opererà stabilmente a Napoli. Saranno infatti distaccati al Monaldi quattro professionisti, ovvero un cardiochirurgo, un anestesista, un infermiere ferrista e un perfusionista, figure fondamentali per garantire la gestione dei casi più complessi e delle procedure cardiochirurgiche più avanzate. L’equipe lavorerà in stretta «integrazione con i professionisti dell’Azienda ospedaliera dei Colli, contribuendo al consolidamento delle attività cliniche e al trasferimento di competenze. In caso di necessità, la collaborazione potrà essere ulteriormente rafforzata con il supporto aggiuntivo di altri specialisti, tra cui un ulteriore cardiochirurgo e un anestesista».
Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico, ha sempre sottolineato di non voler demonizzare tutto il Monaldi, ospedale che il piccolo ha frequentato spesso nei suoi due anni di vita perché soffriva di un problema al cuore. Eppure lì più di qualcosa non ha funzionato. Gli inquirenti parlano di «negligenza» e «imperizia» dei medici, nel provvedimento che vede sette specialisti indagati. L’inchiesta della Procura di Napoli sta cercando di fare chiarezza sia sul trasporto del nuovo organo da Bolzano a Napoli (contenitore, tempistiche e procedure di espianto) sia su quello che è accaduto nella sala operatoria del Monaldi dove è stato espiantato il cuore malato del piccolo Domenico.
Dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute e del Cnt, redatta dopo i sopralluoghi al Monaldi e all’ospedale di Bolzano, emerge un altro particolare inquietante: il dosaggio sbagliato di un farmaco somministrato da un’anestesista dell’ospedale di Bolzano potrebbe aver danneggiato il cuore destinato a Domenico prima che questo venisse espiantato e congelato erroneamente col ghiaccio secco. Ma su questo elemento il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, sentito dall’Ansa, ha precisato: «Questo verrà accertato dall’autopsia con l’esame sui tessuti, comunque ciò non muta il quadro delle responsabilità dell’equipe del Monaldi. Dalle prime indagini è emerso che il team di Napoli era partito senza un perfusionista e che la dottoressa Farina (uno degli indagati) abbia chiesto che l’infusione del liquido venisse effettuata da un’altra persona. Ma emerge anche che sarebbe stata la stessa dottoressa del Monaldi a indicare quanto liquido infondere e in quanto tempo. È stato inoltre riferito che l’infusione non è stata portata a termine perché il chirurgo di Innsbruck ha richiamato l’attenzione per un rigonfiamento del fegato e del cuore. Sarebbe stato poi lo stesso chirurgo a intervenire per risolvere la situazione». Intanto, con una lettera 186 genitori di bambini cardiopatici difendono il Monaldi e, in particolare, il primario Guido Oppido, il cardiochirurgo indagato: «Molti dei nostri bambini oggi respirano, sorridono e vivono grazie alla Cardiochirurgia pediatrica, grazie a medici che ogni giorno combattono una battaglia silenziosa contro il tempo e contro la morte. Tra quei medici, per anni, c’è stato il professor Oppido. Oggi assistiamo a un processo mediatico feroce, spietato, che rischia di travolgere tutto: una persona, una struttura, un reparto, un’intera rete di cura da cui dipende la vita dei nostri figli».
Il direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Alberto Pagliafora, aveva rassegnato le dimissioni per motivi personali, ma dopo qualche ora le ha ritirate. In una nota, si precisa che «la decisione di proseguire nel proprio incarico è maturata a seguito di una riflessione personale, nella consapevolezza della delicatezza della fase che l’ospedale sta attraversando e dell’importanza di garantire continuità amministrativa e organizzativa alle attività dell’ente. L’azienda prosegue con determinazione nel suo lavoro».
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Stretto di Hormuz bloccato, non passano petroliere e metaniere. Salgono i prezzi di gas, petrolio, benzina e gasolio. Gnl dal Qatar fermo, i produttori di petrolio del Golfo frenano l’estrazione in cerca di stoccaggi.