Il tabù dei gay al vertice vaticano sulla pedofilia: «Non ne parleremo»
Ansa
  • Il summit della Chiesa si concentrerà sugli abusi ai danni di minori. Sorvolerà sulle molestie ai seminaristi e negherà che l’omosessualità possa essere una delle cause. Monsignor Scicluna: «Non aspettatevi soluzioni».
  • Il caso del sacerdote milanese arriva al tavolo del Papa. Domani Bergoglio incontrerà le vittime delle violenze. Ma anche il presidente di Rete l’Abuso, che portò all’Onu la storia di don Galli.


Lo speciale comprende due articoli.

«Vorrei ringraziare i media per i tanti articoli investigativi che hanno portato alla luce questo fenomeno», ha detto monsignor Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta e membro del Comitato organizzativo dell’incontro che si terrà in Vaticano da giovedì a domenica prossima. «Dobbiamo dire grazie ai media che hanno aiutato la Chiesa a raggiungere una consapevolezza maggiore», ha continuato Scicluna, un prelato che può essere definito un super esperto del tema degli abusi, già impiegato su questo all’epoca di Benedetto XVI. Davanti a una sala stampa vaticana gremita, si è tenuta ieri la conferenza di presentazione dell’incontro voluto da papa Francesco sulla «Protezione dei minori nella Chiesa», un meeting con tutti i capi delle Conferenze episcopali del mondo per affrontare la grave crisi degli abusi del clero. Il 2018 è stato l’anno nero di questo dramma, culminato nel report del Gran giurì di Pennsylvania, il caso della Chiesa in Cile e la brutta storia dell’ex cardinale di Washington, e ora anche ex sacerdote, Theodore McCarrick. Nessuno ieri ha nominato Carlo Maria Viganò, ma il memoriale dell’ex nunzio a Washington, pubblicato dalla Verità nell’agosto scorso, è stato una spallata definitiva a un sistema di omertà e reticenze che ha provocato una cascata di eventi fino appunto all’incontro che si terrà da giovedì a domenica.

Responsabilità e trasparenza sono le due parole per capire che piega prenderà l’incontro, un ritornello che ha ripetuto ieri anche padre Federico Lombardi, già direttore della sala stampa fino al 2016 e oggi moderatore dell’incontro. Regole precise e piena comprensione della responsabilità dei vescovi per affrontare adeguatamente il fenomeno in tutto il mondo. Procedure e presa di coscienza sui casi di abuso su minori: è su questo che si concentreranno i 190 partecipanti. Nulla sugli abusi di adulti vulnerabili (ad esempio quelli di un vescovo su un seminarista), nulla di specifico sulla questione dell’omosessualità che, ha detto ieri il cardinale di Chicago, Blase Cupich, anche lui membro del Comitato organizzativo, «di per sé non è una causa». La questione degli «abusi sessuali sui minori è una cosa importantissima, ciò aiuterà anche ad affrontare altri tipi di problemi». Lo spartiacque è chiaro.

La risposta del cardinale statunitense, uomo di fiducia del Papa negli Stati Uniti, non meraviglia. È lui uno dei principali portabandiera del «clericalismo», un esercizio distorto di potere, come causa profonda del problema abusi. Pur riconoscendo «il fatto che nella maggioranza dei casi le vittime degli abusi siano maschi», Cupich ha risposto ai giornalisti dicendo appunto che «le organizzazioni internazionali hanno studiato profondamente questa questione: l’omosessualità di per sé non è una causa, gli abusi sono spesso una questione di opportunità, di occasione, hanno a che fare con un basso livello di istruzione». Le organizzazioni cattoliche di laici che, invece, chiedono al meeting di affrontare la questione dell’omosessualità nel clero come problema che riguarda il sacerdozio e i seminari, si possono mettere il cuore in pace.

Anche per quanto riguarda l’accesso ai seminari, lo screening per evitare di far entrare potenziali futuri abusatori, dice sempre Cupich, non si deve focalizzare sulla omosessualità. Fermo restando il fatto che per le attuali norme, ribadite da papa Francesco, un omosessuale attivo o con tendenza radicata non può entrare in seminario, «lo screening è importante», ha detto il cardinale, «non per quanto riguarda la questione dell’omosessualità, ma per capire se qualcuno ha un atteggiamento della sessualità che non è in linea con la Chiesa e in relazione alla loro psiche».

E comunque, come ribadito anche dal Papa, inutile esagerare con le attese. «Non si possono risolvere tutti i problemi in tre giorni», ha detto Scicluna, «sarebbe un’aspettativa irrazionale. Se invece ci aspettiamo un follow up dopo l’incontro, l’aspettativa diventa ragionevole». C’è però l’apprezzabile intento di farla finita con l’omertà, una piaga che ha devastato la Chiesa: «Il silenzio, l’omertà, non è accettabile e non è una soluzione», ha ribadito Scicluna. Ma per fare questo occorre il coraggio di andare più avanti e di affrontare anche le tante domande che emergono dopo il memoriale Viganò: le coperture e le reticenze sono esistite anche ai massimi livelli della gerarchia? Il caso McCarrick, da qualche giorno ridotto allo stato laicale in maniera certamente esemplare, resta con le sue ombre che abbracciano decenni di gestione del potere vaticano. Il recupero della credibilità della Chiesa passa anche da queste situazioni e non può eludere il problema dell’omosessualità del clero e delle eventuali cordate che si creano intorno ad azioni di lobby. Altrimenti si finisce per lasciare troppo spazio al rumore di fondo, al chiacchiericcio, come nel caso del libro Sodoma che esce in contemporanea con l’apertura dell’incontro in Vaticano.

Tre giorni importanti per la Chiesa, ogni giorno tre interventi e poi i lavori di gruppo (presenti anche delle vittime). Parleranno, oltre a Scicluna, alcuni cardinali vicini a papa Bergoglio: il filippino Luis Antonio Tagle, l’indiano Oswald Gracias, il tedesco Reinhard Marx, il colombiano Rubén Salazar Gómez, e, appunto, Blase Cupich. Interessante l’intervento di tre donne, Linda Ghisoni, sottosegretario al dicastero laici, famiglia e vita, suor Veronica Openibo, e una giornalista, Valentina Alazraki. Il discorso finale del Papa è previsto per domenica 24 febbraio dopo la messa.


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