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2018-03-21
Il ruolo del cassiere di Gheddafi che guidava la fondazione di Prodi
ANSA
Nel 2006 Bashir era stato scelto per guidare un esclusivo pensatoio prodiano, la Téresys foundation di San Marino, al cui vertice è rimasto sino 2011, quando
Bashir Saleh aveva le chiavi del fondo libico da 7 miliardi dal quale sarebbero transitate le tangenti per Sarkò. È stato presidente della fondazione Téresys. Misterioso ente sammarinese creato da uomini di Mortadella. L'osservatorio, come vedremo, era in mano ad amici e stretti collaboratori dell'ex primo ministro italiano. Quando lascia la fondazione, Bashir, abbandona anche la Libia. Secondo il governo provvisorio di Tobruk, che chiese il suo arresto, l'ex capo staff di Gheddafi sarebbe sparito con le chiavi dei conti del Libya Africa investment portfolio, un fondo sovrano del valore di circa 7 miliardi di dollari che sarebbe stato utilizzato proprio per finanziare Sarkozy. E probabilmente non solo lui. Nel 2012 il sito giornalistico francese Mediapart ha pubblicato un documento in arabo secondo il quale il regime libico aveva stabilito di sostenere la campagna elettorale di Sarkozy con 50 milioni euro. L'accordo sarebbe stato siglato il 6 ottobre 2006 in un summit segreto avvenuto a Tripoli e ad esso avrebbero partecipato anche il capo dell'intelligence libica, Bashir e il faccendiere franco libanese Ziad Takieddine. Quest'ultimo, attraverso un legale, ha ammesso che un simile meeting era molto verosimile e, nel 2016, ha confessato ai magistrati parigini di aver trasportato 5 milioni di euro in alcune valigie nel corso di tre viaggi effettuati fra il novembre 2006 e l'inizio del 2007 e di averle consegnate a Claude Guèant, all'epoca direttore della campagna di Sarkò e poi segretario generale dell'Eliseo.
Ma i 5 milioni di cui si discute in queste ore sarebbero solo una tranche dei soldi incassati dall'ex capo della Repubblica francese. Per esempio nei diari dell'ex ministro libico del Petrolio,
Choukri Ghanem, misteriosamente annegato nel Danubio a Vienna tra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2012, si fa riferimento ad altri versamenti a favore di Sarkozy, compresi 1,5 milioni di euro che sarebbero partiti dallo stesso Bashir, l'uomo incaricato dal Raìs di curare le relazioni con la Francia. Non basta. Secondo gli inquirenti transalpini, nel 2009, l'ex cassiere di Gheddafi avrebbe acquistato, attraverso il fondo che dirigeva, al doppio (10 milioni di euro circa) del prezzo di mercato una villa situata a Mougins, località della regione delle Alpi marittime. Il vero proprietario di quella magione, per gli investigatori, era Alexandre Djouhri, un finanziere franco algerino, considerato vicino a Sarkozy. Il sovrapprezzo dell'operazione sarebbe servito a finanziare l'ex presidente.
Quando iniziò la guerra in Libia, decisa dallo stesso Sarkò,
Bashir fuggì in Francia, dove trovò rifugio e ottenne un passaporto diplomatico nigerino «su consiglio e pressione di un paese europeo» non meglio identificato. Ma nel maggio 2012, in piena campagna presidenziale, a causa di un mandato di cattura internazionale, Bashir diventa un ospite indesiderato e per questo viene imbarcato, con un trolley pieno di documenti riservati, su un jet privato messo a disposizione da Djouhri (che avrebbe fatto da mediatore con l'ex numero uno dei servizi segreti francesi, Bernard Squarcini) e diretto, via Niger, in Sudafrica, dove trovò la protezione del presidente Jacob Zuma.
A gennaio
Djouhri è stato arrestato all'aeroporto londinese di Heathrow, su ordine dell'Interpol, con l'accusa di «appropriazione indebita di fondi pubblici». Scarcerato su cauzione, in attesa dell'udienza per l'estradizione prevista ad aprile, ha annunciato di attendere una testimonianza a sé favorevole da parte di Bashir. Peccato che gli inquirenti francesi provino inutilmente a interrogare l'ex capo di gabinetto del colonnello libico dal 2013, considerandolo una miniera di informazioni sull'ex regime di Gheddafi e sui miliardi di dollari nascosti in giro per l'Africa.
Per ora Bashir si è limitato a consegnare a
Le Monde una dichiarazione sibillina: «Gheddafi aveva ammesso di aver finanziato Sarkozy. Sarkozy nega, ma io credo di più a Gheddafi». Un'affermazione che non deve essere piaciuta a tutti e probabilmente venerdì 27 febbraio qualcuno ha inviato all'ex amico di Prodi le proprie doglianze. Infatti l'uomo è stato ferito allo stomaco con un'arma da fuoco in un sobborgo di Johannesburg mentre rientrava da un viaggio d'affari in Zimbabwe e nell'attentato è stato coinvolto pure il suo autista. Gli avvocati francesi di Bashir hanno precisato che «non ci sono prove che l'attacco abbia un movente politico», ma i famigliari dell'ex capo di gabinetto di Gheddafi hanno affermato che il loro parente si sentiva «particolarmente minacciato nelle ultime settimane» e di essere rimasti sorpresi per il fatto che gli aggressori non avrebbero rubato nulla dall'auto.
Se Bashir, dopo il ferimento, decidesse di collaborare, potrebbe raccontare non solo i suoi rapporti con
Sarkozy, ma anche quelli con altri politici europei di primo piano, come Romano Prodi. Su quei legami aveva indagato Panorama. Che aveva scavato intorno alla Téresys foundation, la cui sede legale si trovava a San Marino, al piano terra di un anonimo palazzo di mattoni rossi. Sino al febbraio di sette anni il presidente di quell'associazione era proprio Bashir. Quando l'ex braccio destro di Gheddafi finì nella lista nera dell'Unione europea e della Nato per presunti crimini di guerra, la Repubblica di San Marino fece commissariare la fondazione. Nello stesso periodo l'Aif, l'Agenzia di informazione finanziaria della piccola repubblica del Titano, avviò un'inchiesta su alcune donazioni sospette provenienti dall'Europa e dal Nord Africa. La Cassa di risparmio di San Marino chiuse i conti della Téresys e Bashir si dimise. Le indagini furono archiviate, ma nel 2014 i soci hanno chiesto la cancellazione della fondazione e il 27 marzo 2015 il suo nome è sparito dal pubblico registro.
Questo «osservatorio internazionale per le politiche sociali, economiche e fiscali» non aveva scopo di lucro anche se, in base allo statuto, poteva «compiere anche operazioni finanziarie, commerciali, mobiliari e immobiliari» e «svolgere attività economiche strumentali». La Téresys, in modo non casuale, condivideva gli uffici con la Pragmata, società di consulenza nata da una costola della Nomisma, pensatoio creato da Prodi. Uno dei direttori della Téresys era il romagnolo
Piero Scarpellini, fondatore della Pragmata e storico amico dell'ex premier: nel 2006 venne nominato dall'ex capo dell'Ulivo «consulente non pagato» della presidenza del Consiglio per i paesi africani. Sui rapporti economici della Pragmata con la Libia indagò senza successo anche il pm Luigi De Magistris, il quale che fece sequestrare alcune foto di Scarpellini e Prodi con Gheddafi in Libia.
Ai convegni della Téresys difficilmente mancava l'ex premier, più volte immortalato nella photogallery della fondazione con «l'amico»
Bashir. Resta da capire perché un personaggio chiacchierato come l'ex capo di gabinetto di Gheddafi sia finito a San Marino, all'epoca considerato una specie di paradiso fiscale, a guidare una fondazione prodiana.
Giacomo Amadori
L'ex presidente francese Sarkozy è in stato di fermo

LaPresse
Quei sorrisetti beffardi contro l'Italia e quella prosopopea da grandeur sono scomparsi dal viso di Nicolas Sarkozy. La voglia di scherzare è sparita quando, ieri mattina, è stato prelevato e portato nell'ufficio anti corruzione della polizia giudiziaria di Nanterre. Accusato di avere ricevuto finanziamenti illegali dall'ex Raìs Muammar Gheddafi per la vittoriosa campagna presidenziale del 2007, che gli permise di conquistare l'Eliseo, sconfiggendo al secondo turno la socialista Ségolène Royal. Secondo la legge francese Sarkozy è nello stato di «gardé à vue», cioè trattenuto e interrogato della polizia fino a 48 ore, al termine delle quali il giudice potrà proscioglierlo, dichiararlo «testimone assistito», una sorta di statuto a metà strada, o indagato. Ma di cosa è sospettato l'ex presidente? Si tratta di 5 milioni in contanti in tre valigette. Trasportati in aereo da Tripoli a Parigi, in banconote da 200 e 500 euro, spediti da parte di Muammar Gheddafi e destinati a facilitare la corsa elettorale dell'allora candidato dell'Ump e ministro dell'Interno. Questa somma rappresenterebbe solo una parte di presunti finanziamenti occulti per 50 milioni, che vennero decisi nel 2006 durante una riunione segreta a Tripoli.
Se così fosse Sarkozy avrebbe poi girato le spalle al suo benefattore, anzi lo bombardò direttamente, forse anche per cancellare le tracce di questo strano giro di denaro. Infatti lo stesso Sarkozy fu in primissima linea nel 2011 nell'intervento militare della Nato contro Gheddafi, che si concluse con la deposizione e l'uccisione del dittatore. Nonché con il caos in cui piombò il Paese africano, l'arrivo dell'Isis e il conseguente traffico di barconi di profughi e non diretti in Italia. Una guerra, a cui Silvio Berlusconi era contrario, costata al nostro Paese centinaia di milioni e sicurezza. Comunque, alla luce di quanto trapela in queste ore, la Francia non avrebbe attaccato il Colonnello solo per motivazioni economiche e politiche, ma anche personali del capo dell'Eliseo, che così eliminò il leader che poteva incastrarlo.
L'inchiesta francese nasce nel novembre 2016, quando Ziad Takieddine, uomo d'affari franco libanese e intermediario di commercio d'armi, dichiara agli inquirenti di avere portato in Francia 5 milioni di euro in contanti provenienti da Tripoli e di averli consegnati, all'inizio del 2007, all'allora direttore di campagna di Sarkozy, Claude Guéant, che sarà poi promosso segretario generale dell'Eliseo. Anzi, una delle tre tranche sarebbe stata recapitata direttamente in un appartamento di Sarkozy. C'è poi la morte in circostanze misteriose di Choukri Ghanem, ex ministro libico del Petrolio, ritrovato cadavere nel Danubio e Vienna il 29 aprile 2012, tra il primo e il secondo turno delle presidenziali francesi. In un'agenda che apparteneva a Ghanem sono stati trovati appunti su milioni di euro che la Libia avrebbe versato a Sarkozy proprio all'inizio del 2007.
Ma gli indizi che hanno portato al fermo di ieri non sono finiti qui. Di finanziamenti libici, scrive Le Monde, all'allora aspirante capo dell'Eliseo aveva già parlato il 20 settembre 2012 l'ex direttore dell'intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, davanti alla procura generale del Consiglio nazionale di transizione. Sempre lo stesso quotidiano riporta anche quanto dichiarato in un'intervista da Bashir Saleh, il capo di gabinetto del Raìs e responsabile delle relazioni economiche con la Francia, di recente ferito a colpi di pistola a Johannesburg, dove è rifugiato: «Gheddafi ha detto di avere finanziato Sarkozy. Sarkozy ha detto di non essere stato finanziato. Credo più a Gheddafi che a Sarkozy». Questi dirigeva il fondo sovrano libico Lap da cui sarebbero stati stornati i 50 milioni diretti a Sarko.
Il 7 gennaio scorso, quando all'aeroporto di Heathrow è stato arrestato Alexandre Djouhri, uomo d'affari anche lui al centro del vortice dei finanziamenti libici. In particolare avrebbe comprato una villa, attraverso il fondo Lap, pagandola il doppio per finanziare sempre la campagna del 2007. Intanto ieri il figlio del Raìs, Saif Gheddafi, ha esultato per l'arresto sostenendo che numerosi testimoni possono dimostrare il passaggio di denaro.
L'inchiesta sui fondi libici s'intreccia con altre due che riguardano il consorte di Carla Bruni. La prima è lo scandalo Bettencourt, ovvero le bustarelle consegnate dall'ereditiera dell'impero L'Oreal sempre per le elezioni del 2007. Questa risulta archiviata, anche se mai completamente chiarita. La seconda invece riguarda il ruolo del governo, sotto la presidenza Sarkozy, nell'arbitrare la battaglia fra Bernard Tapie e la banca Credit Lyonnais, terminata con la decisione di risarcire il miliardario con oltre 400 milioni di euro. Le tre indagini s'incrociano perché un tale Paul Bismuth, intercettato al telefono, ne parlava in continuazione con l'avvocato Thierry Herzog, storico amico di Sarkozy. Parlavano di banche, Bettencourt, ma anche di Gheddafi e delle indagini sui finanziamenti, di come uscire dai guai. Ebbene i magistrati parigini hanno scoperto che Paul Bismuth non esiste, altri non era che lo stesso Sarkozy che, sotto falso nome, aveva comprato un'altra carta sim e un nuovo cellulare. Un comportamento sospetto, per il quale l'ex presidente è stato interrogato nel luglio 2014 ed è tutt'ora indagato per corruzione e abuso d'ufficio.
Alfredo Arduino
Mazzette sospette per 50 milioni e una strana morte nel Danubio

LaPresse
Un libro inchiesta ha ricostruito l'intreccio degli incontri: la prima richiesta di soldi sarebbe avvenuta nella tenda del Rais, nel 2005. Poi una seconda visita, rimasta segreta.
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Un filo rosso collega l'arresto dell'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, con l'ex primo ministro italiano, Romano Prodi. La connessione è uno degli uomini chiave dell'inchiesta che ha condotto ieri Sarkozy in una caserma di polizia: stiamo parlando di Bashir Saleh Bashir, 72 anni, ex compagno di scuola di Muammar Gheddafi, professore di matematica e biologia, già esponente dell'unione socialista araba, quindi diplomatico e politico in carriera con il governo rivoluzionario di Gheddafi, di cui è stato capo di gabinetto dal 1998 sino alla caduta. Lo speciale contiene tre articoli Nel 2006 Bashir era stato scelto per guidare un esclusivo pensatoio prodiano, la Téresys foundation di San Marino, al cui vertice è rimasto sino 2011, quando Bashir Saleh aveva le chiavi del fondo libico da 7 miliardi dal quale sarebbero transitate le tangenti per Sarkò. È stato presidente della fondazione Téresys. Misterioso ente sammarinese creato da uomini di Mortadella. L'osservatorio, come vedremo, era in mano ad amici e stretti collaboratori dell'ex primo ministro italiano. Quando lascia la fondazione, Bashir, abbandona anche la Libia. Secondo il governo provvisorio di Tobruk, che chiese il suo arresto, l'ex capo staff di Gheddafi sarebbe sparito con le chiavi dei conti del Libya Africa investment portfolio, un fondo sovrano del valore di circa 7 miliardi di dollari che sarebbe stato utilizzato proprio per finanziare Sarkozy. E probabilmente non solo lui. Nel 2012 il sito giornalistico francese Mediapart ha pubblicato un documento in arabo secondo il quale il regime libico aveva stabilito di sostenere la campagna elettorale di Sarkozy con 50 milioni euro. L'accordo sarebbe stato siglato il 6 ottobre 2006 in un summit segreto avvenuto a Tripoli e ad esso avrebbero partecipato anche il capo dell'intelligence libica, Bashir e il faccendiere franco libanese Ziad Takieddine. Quest'ultimo, attraverso un legale, ha ammesso che un simile meeting era molto verosimile e, nel 2016, ha confessato ai magistrati parigini di aver trasportato 5 milioni di euro in alcune valigie nel corso di tre viaggi effettuati fra il novembre 2006 e l'inizio del 2007 e di averle consegnate a Claude Guèant, all'epoca direttore della campagna di Sarkò e poi segretario generale dell'Eliseo. Ma i 5 milioni di cui si discute in queste ore sarebbero solo una tranche dei soldi incassati dall'ex capo della Repubblica francese. Per esempio nei diari dell'ex ministro libico del Petrolio, Choukri Ghanem, misteriosamente annegato nel Danubio a Vienna tra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2012, si fa riferimento ad altri versamenti a favore di Sarkozy, compresi 1,5 milioni di euro che sarebbero partiti dallo stesso Bashir, l'uomo incaricato dal Raìs di curare le relazioni con la Francia. Non basta. Secondo gli inquirenti transalpini, nel 2009, l'ex cassiere di Gheddafi avrebbe acquistato, attraverso il fondo che dirigeva, al doppio (10 milioni di euro circa) del prezzo di mercato una villa situata a Mougins, località della regione delle Alpi marittime. Il vero proprietario di quella magione, per gli investigatori, era Alexandre Djouhri, un finanziere franco algerino, considerato vicino a Sarkozy. Il sovrapprezzo dell'operazione sarebbe servito a finanziare l'ex presidente. Quando iniziò la guerra in Libia, decisa dallo stesso Sarkò, Bashir fuggì in Francia, dove trovò rifugio e ottenne un passaporto diplomatico nigerino «su consiglio e pressione di un paese europeo» non meglio identificato. Ma nel maggio 2012, in piena campagna presidenziale, a causa di un mandato di cattura internazionale, Bashir diventa un ospite indesiderato e per questo viene imbarcato, con un trolley pieno di documenti riservati, su un jet privato messo a disposizione da Djouhri (che avrebbe fatto da mediatore con l'ex numero uno dei servizi segreti francesi, Bernard Squarcini) e diretto, via Niger, in Sudafrica, dove trovò la protezione del presidente Jacob Zuma. A gennaio Djouhri è stato arrestato all'aeroporto londinese di Heathrow, su ordine dell'Interpol, con l'accusa di «appropriazione indebita di fondi pubblici». Scarcerato su cauzione, in attesa dell'udienza per l'estradizione prevista ad aprile, ha annunciato di attendere una testimonianza a sé favorevole da parte di Bashir. Peccato che gli inquirenti francesi provino inutilmente a interrogare l'ex capo di gabinetto del colonnello libico dal 2013, considerandolo una miniera di informazioni sull'ex regime di Gheddafi e sui miliardi di dollari nascosti in giro per l'Africa. Per ora Bashir si è limitato a consegnare a Le Monde una dichiarazione sibillina: «Gheddafi aveva ammesso di aver finanziato Sarkozy. Sarkozy nega, ma io credo di più a Gheddafi». Un'affermazione che non deve essere piaciuta a tutti e probabilmente venerdì 27 febbraio qualcuno ha inviato all'ex amico di Prodi le proprie doglianze. Infatti l'uomo è stato ferito allo stomaco con un'arma da fuoco in un sobborgo di Johannesburg mentre rientrava da un viaggio d'affari in Zimbabwe e nell'attentato è stato coinvolto pure il suo autista. Gli avvocati francesi di Bashir hanno precisato che «non ci sono prove che l'attacco abbia un movente politico», ma i famigliari dell'ex capo di gabinetto di Gheddafi hanno affermato che il loro parente si sentiva «particolarmente minacciato nelle ultime settimane» e di essere rimasti sorpresi per il fatto che gli aggressori non avrebbero rubato nulla dall'auto. Se Bashir, dopo il ferimento, decidesse di collaborare, potrebbe raccontare non solo i suoi rapporti con Sarkozy, ma anche quelli con altri politici europei di primo piano, come Romano Prodi. Su quei legami aveva indagato Panorama. Che aveva scavato intorno alla Téresys foundation, la cui sede legale si trovava a San Marino, al piano terra di un anonimo palazzo di mattoni rossi. Sino al febbraio di sette anni il presidente di quell'associazione era proprio Bashir. Quando l'ex braccio destro di Gheddafi finì nella lista nera dell'Unione europea e della Nato per presunti crimini di guerra, la Repubblica di San Marino fece commissariare la fondazione. Nello stesso periodo l'Aif, l'Agenzia di informazione finanziaria della piccola repubblica del Titano, avviò un'inchiesta su alcune donazioni sospette provenienti dall'Europa e dal Nord Africa. La Cassa di risparmio di San Marino chiuse i conti della Téresys e Bashir si dimise. Le indagini furono archiviate, ma nel 2014 i soci hanno chiesto la cancellazione della fondazione e il 27 marzo 2015 il suo nome è sparito dal pubblico registro. Questo «osservatorio internazionale per le politiche sociali, economiche e fiscali» non aveva scopo di lucro anche se, in base allo statuto, poteva «compiere anche operazioni finanziarie, commerciali, mobiliari e immobiliari» e «svolgere attività economiche strumentali». La Téresys, in modo non casuale, condivideva gli uffici con la Pragmata, società di consulenza nata da una costola della Nomisma, pensatoio creato da Prodi. Uno dei direttori della Téresys era il romagnolo Piero Scarpellini, fondatore della Pragmata e storico amico dell'ex premier: nel 2006 venne nominato dall'ex capo dell'Ulivo «consulente non pagato» della presidenza del Consiglio per i paesi africani. Sui rapporti economici della Pragmata con la Libia indagò senza successo anche il pm Luigi De Magistris, il quale che fece sequestrare alcune foto di Scarpellini e Prodi con Gheddafi in Libia. Ai convegni della Téresys difficilmente mancava l'ex premier, più volte immortalato nella photogallery della fondazione con «l'amico» Bashir. Resta da capire perché un personaggio chiacchierato come l'ex capo di gabinetto di Gheddafi sia finito a San Marino, all'epoca considerato una specie di paradiso fiscale, a guidare una fondazione prodiana. Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-ruolo-del-cassiere-del-colonnello-che-guidava-la-fondazione-di-prodi-2550473673.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-presidente-francese-sarkozy-e-in-stato-di-fermo" data-post-id="2550473673" data-published-at="1779798151" data-use-pagination="False"> L'ex presidente francese Sarkozy è in stato di fermo LaPresse Quei sorrisetti beffardi contro l'Italia e quella prosopopea da grandeur sono scomparsi dal viso di Nicolas Sarkozy. La voglia di scherzare è sparita quando, ieri mattina, è stato prelevato e portato nell'ufficio anti corruzione della polizia giudiziaria di Nanterre. Accusato di avere ricevuto finanziamenti illegali dall'ex Raìs Muammar Gheddafi per la vittoriosa campagna presidenziale del 2007, che gli permise di conquistare l'Eliseo, sconfiggendo al secondo turno la socialista Ségolène Royal. Secondo la legge francese Sarkozy è nello stato di «gardé à vue», cioè trattenuto e interrogato della polizia fino a 48 ore, al termine delle quali il giudice potrà proscioglierlo, dichiararlo «testimone assistito», una sorta di statuto a metà strada, o indagato. Ma di cosa è sospettato l'ex presidente? Si tratta di 5 milioni in contanti in tre valigette. Trasportati in aereo da Tripoli a Parigi, in banconote da 200 e 500 euro, spediti da parte di Muammar Gheddafi e destinati a facilitare la corsa elettorale dell'allora candidato dell'Ump e ministro dell'Interno. Questa somma rappresenterebbe solo una parte di presunti finanziamenti occulti per 50 milioni, che vennero decisi nel 2006 durante una riunione segreta a Tripoli.Se così fosse Sarkozy avrebbe poi girato le spalle al suo benefattore, anzi lo bombardò direttamente, forse anche per cancellare le tracce di questo strano giro di denaro. Infatti lo stesso Sarkozy fu in primissima linea nel 2011 nell'intervento militare della Nato contro Gheddafi, che si concluse con la deposizione e l'uccisione del dittatore. Nonché con il caos in cui piombò il Paese africano, l'arrivo dell'Isis e il conseguente traffico di barconi di profughi e non diretti in Italia. Una guerra, a cui Silvio Berlusconi era contrario, costata al nostro Paese centinaia di milioni e sicurezza. Comunque, alla luce di quanto trapela in queste ore, la Francia non avrebbe attaccato il Colonnello solo per motivazioni economiche e politiche, ma anche personali del capo dell'Eliseo, che così eliminò il leader che poteva incastrarlo.L'inchiesta francese nasce nel novembre 2016, quando Ziad Takieddine, uomo d'affari franco libanese e intermediario di commercio d'armi, dichiara agli inquirenti di avere portato in Francia 5 milioni di euro in contanti provenienti da Tripoli e di averli consegnati, all'inizio del 2007, all'allora direttore di campagna di Sarkozy, Claude Guéant, che sarà poi promosso segretario generale dell'Eliseo. Anzi, una delle tre tranche sarebbe stata recapitata direttamente in un appartamento di Sarkozy. C'è poi la morte in circostanze misteriose di Choukri Ghanem, ex ministro libico del Petrolio, ritrovato cadavere nel Danubio e Vienna il 29 aprile 2012, tra il primo e il secondo turno delle presidenziali francesi. In un'agenda che apparteneva a Ghanem sono stati trovati appunti su milioni di euro che la Libia avrebbe versato a Sarkozy proprio all'inizio del 2007.Ma gli indizi che hanno portato al fermo di ieri non sono finiti qui. Di finanziamenti libici, scrive Le Monde, all'allora aspirante capo dell'Eliseo aveva già parlato il 20 settembre 2012 l'ex direttore dell'intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, davanti alla procura generale del Consiglio nazionale di transizione. Sempre lo stesso quotidiano riporta anche quanto dichiarato in un'intervista da Bashir Saleh, il capo di gabinetto del Raìs e responsabile delle relazioni economiche con la Francia, di recente ferito a colpi di pistola a Johannesburg, dove è rifugiato: «Gheddafi ha detto di avere finanziato Sarkozy. Sarkozy ha detto di non essere stato finanziato. Credo più a Gheddafi che a Sarkozy». Questi dirigeva il fondo sovrano libico Lap da cui sarebbero stati stornati i 50 milioni diretti a Sarko.Il 7 gennaio scorso, quando all'aeroporto di Heathrow è stato arrestato Alexandre Djouhri, uomo d'affari anche lui al centro del vortice dei finanziamenti libici. In particolare avrebbe comprato una villa, attraverso il fondo Lap, pagandola il doppio per finanziare sempre la campagna del 2007. Intanto ieri il figlio del Raìs, Saif Gheddafi, ha esultato per l'arresto sostenendo che numerosi testimoni possono dimostrare il passaggio di denaro.L'inchiesta sui fondi libici s'intreccia con altre due che riguardano il consorte di Carla Bruni. La prima è lo scandalo Bettencourt, ovvero le bustarelle consegnate dall'ereditiera dell'impero L'Oreal sempre per le elezioni del 2007. Questa risulta archiviata, anche se mai completamente chiarita. La seconda invece riguarda il ruolo del governo, sotto la presidenza Sarkozy, nell'arbitrare la battaglia fra Bernard Tapie e la banca Credit Lyonnais, terminata con la decisione di risarcire il miliardario con oltre 400 milioni di euro. Le tre indagini s'incrociano perché un tale Paul Bismuth, intercettato al telefono, ne parlava in continuazione con l'avvocato Thierry Herzog, storico amico di Sarkozy. Parlavano di banche, Bettencourt, ma anche di Gheddafi e delle indagini sui finanziamenti, di come uscire dai guai. Ebbene i magistrati parigini hanno scoperto che Paul Bismuth non esiste, altri non era che lo stesso Sarkozy che, sotto falso nome, aveva comprato un'altra carta sim e un nuovo cellulare. Un comportamento sospetto, per il quale l'ex presidente è stato interrogato nel luglio 2014 ed è tutt'ora indagato per corruzione e abuso d'ufficio.Alfredo Arduino <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-ruolo-del-cassiere-del-colonnello-che-guidava-la-fondazione-di-prodi-2550473673.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mazzette-sospette-per-50-milioni-e-una-strana-morte-nel-danubio" data-post-id="2550473673" data-published-at="1779798151" data-use-pagination="False"> Mazzette sospette per 50 milioni e una strana morte nel Danubio LaPresse Un libro inchiesta ha ricostruito l'intreccio degli incontri: la prima richiesta di soldi sarebbe avvenuta nella tenda del Rais, nel 2005. Poi una seconda visita, rimasta segreta.Che peso hanno le parole di un uomo braccato, spacciato, con le ore contate? Nessuno. E infatti proprio nessuno, nel marzo del 2011, diede peso alla «bomba» - metaforica, una volta tanto - lanciata dall'accerchiato Muammar Gheddafi, alle prese con la primavera araba e con le pressioni occidentali. La bomba non scoppiò. Il 10 marzo di quell'anno, l'agenzia di stampa libica fece allusione a un «importante segreto» a proposito di Nicolas Sarkozy, in quel momento nemico principale della Libia.Qualche giorno dopo, in un'intervista televisiva, il leader libico rivelò il segreto: «Sono veramente arrabbiato», disse, «sono io che ho aiutato Sarkozy a prendere il potere. Gli ho dato del denaro prima che diventasse presidente. È venuto qui, mi ha reso visita nella mia tenda, quando era ministro dell'Interno, e mi ha chiesto aiuto». Ma al leone ferito e ai suoi tentativi di uscire dall'angolo, nessuno fece caso. Oggi, dopo l'arresto dell'ex presidente francese, sappiamo che qualcosa di vero c'era. Più di qualcosa. Ad averlo anticipato, prima dell'indagine che ha portato al fermo di Sarkozy, era stato, qualche mese fa, un libro inchiesta di Fabrice Arfi e Karl Laske, Avec les compliments du Guide (Fayard). Dove la Guida del titolo è proprio lui, il satrapo libico. Ma andiamo con ordine. A quale circostanza si riferisce Gheddafi quando parla di una visita del Sarkozy ministro dell'Interno? Nell'agenda ufficiale ne è segnata una sola, avvenuta il 6 ottobre 2005, quando il francese è capo del partito Ump, ministro dell'Interno e candidato alle presidenziali.Un viaggio toccata e fuga, dove tuttavia Gheddafi, che pure ama farsi desiderare, trova il tempo di ricevere l'ospite francese, nella sua tenda, appunto. Parlano di immigrazione e terrorismo. E poi… E poi non si sa. L'interprete francese si trincera dietro il segreto professionale, non rivela i dettagli della conversazione. Ma, en passant, nomina una seconda visita del maggio 2006, che però non risulta negli archivi.Di questa seconda visita parla anche un uomo dell'entourage di Gheddafi, non meglio identificato. Anche lui ricorda che nel maggio 2006 ci fu una visita del ministro dell'Interno francese, giunto a Tripoli «in cerca d'aiuto». Sembra inoltre che, nel primo viaggio, quello ufficiale, Sarkozy abbia trovato il tempo di incontrare Abdallah Senussi, militare libico d'alto rango, cognato del Raìs, e incidentalmente condannato in contumacia dalla Francia per l'attentato a un Dc 10 costato la vita a 170 passeggeri. Frequentazioni piuttosto inquietanti, per un ministro dell'Interno di Francia. Dopo quest'incontro, Senussi incontra il losco intermediario Ziad Takieddine, vero «uomo ovunque» della Francia, in Libia e non solo. In questa occasione, il militare chiede al faccendiere il costo di una campagna elettorale in Francia. Sarkozy vuole un aiuto, aggiunge. Aiuto o non aiuto, il leader conservatore presidente lo diventa davvero. E, dopo pochi giorni, il 28 maggio 2007, ha una conversazione telefonica con Gheddafi in cui parla amabilmente di nucleare, di investimenti, di lotta al terrorismo, come se dall'altro lato del telefono non ci fosse il leader di uno Stato canaglia.Poco più di tre anni dopo, la Francia guiderà la missione per deporre Gheddafi e riportare una democrazia che, da quelle parti, latita ancora oggi. Il 28 aprile 2012, tuttavia, la bomba scoppia. Stavolta a lanciarla non è un autocrate senza credibilità, ma il sito di informazione, molto schierato a sinistra, Mediapart. Il portale porta alla luce un documento libico, datato 9 dicembre 2006, in cui Tripoli si impegna a versare 50 milioni a Sarkozy per sostenerlo nella sua campagna elettorale. «Un falso grossolano», tuona il politico francese, ma il tribunale gli dà torto. Il 20 settembre 2012, invece, Senussi testimonia alla Corte penale internazionale, e racconta: «La somma di 5 milioni di euro è stata versata per la campagna di Sarkozy nel 2006-2007. Ho personalmente supervisionato il transfert di questa somma tramite un intermediario francese, nella persona nel direttore del gabinetto del ministro dell'Interno. C'era un secondo intermediario, Takieddine».Quest'ultimo, a sua volta, fornisce ulteriori dettagli: avrebbe trasportato lui i soldi da Tripoli a Parigi, dentro alcune valigette. Il faccendiere, rivela di aver portato 5 milioni a Claude Guéant, direttore del gabinetto del ministro dell'Interno, tra fine 2006 e inizio 2007. Quei 5 milioni sono una tranche dei 50 totali o l'intera somma versata? Non è chiaro, né, forse, importante. La trama, poi, si infittisce, e ammicca alla spy story: 18 ore dopo lo scoop di Mediapart, un corpo senza vita viene ritrovato nel Danubio, a Vienna. È quello di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico. In buona salute, sarebbe «morto d'infarto» e caduto nel fiume, senza essere visto da nessuno. Secondo un testimone anonimo, che ha parlato con gli inquirenti, solo quattro persone erano al corrente del presunto finanziamento a Sarkozy. Uno di questi era proprio Ghanem.Le Monde, dal canto suo, riporta che Bashir Saleh, ex tesoriere del Raìs ha dichiarato al giornale: «Gheddafi ha detto di avere finanziato Sarkozy. Sarkozy ha detto di non essere stato finanziato. Credo più a Gheddafi che a Sarkozy». E ora anche i giudici.Adriano Scianca
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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