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2018-03-21
Il ruolo del cassiere di Gheddafi che guidava la fondazione di Prodi
ANSA
Nel 2006 Bashir era stato scelto per guidare un esclusivo pensatoio prodiano, la Téresys foundation di San Marino, al cui vertice è rimasto sino 2011, quando
Bashir Saleh aveva le chiavi del fondo libico da 7 miliardi dal quale sarebbero transitate le tangenti per Sarkò. È stato presidente della fondazione Téresys. Misterioso ente sammarinese creato da uomini di Mortadella. L'osservatorio, come vedremo, era in mano ad amici e stretti collaboratori dell'ex primo ministro italiano. Quando lascia la fondazione, Bashir, abbandona anche la Libia. Secondo il governo provvisorio di Tobruk, che chiese il suo arresto, l'ex capo staff di Gheddafi sarebbe sparito con le chiavi dei conti del Libya Africa investment portfolio, un fondo sovrano del valore di circa 7 miliardi di dollari che sarebbe stato utilizzato proprio per finanziare Sarkozy. E probabilmente non solo lui. Nel 2012 il sito giornalistico francese Mediapart ha pubblicato un documento in arabo secondo il quale il regime libico aveva stabilito di sostenere la campagna elettorale di Sarkozy con 50 milioni euro. L'accordo sarebbe stato siglato il 6 ottobre 2006 in un summit segreto avvenuto a Tripoli e ad esso avrebbero partecipato anche il capo dell'intelligence libica, Bashir e il faccendiere franco libanese Ziad Takieddine. Quest'ultimo, attraverso un legale, ha ammesso che un simile meeting era molto verosimile e, nel 2016, ha confessato ai magistrati parigini di aver trasportato 5 milioni di euro in alcune valigie nel corso di tre viaggi effettuati fra il novembre 2006 e l'inizio del 2007 e di averle consegnate a Claude Guèant, all'epoca direttore della campagna di Sarkò e poi segretario generale dell'Eliseo.
Ma i 5 milioni di cui si discute in queste ore sarebbero solo una tranche dei soldi incassati dall'ex capo della Repubblica francese. Per esempio nei diari dell'ex ministro libico del Petrolio,
Choukri Ghanem, misteriosamente annegato nel Danubio a Vienna tra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2012, si fa riferimento ad altri versamenti a favore di Sarkozy, compresi 1,5 milioni di euro che sarebbero partiti dallo stesso Bashir, l'uomo incaricato dal Raìs di curare le relazioni con la Francia. Non basta. Secondo gli inquirenti transalpini, nel 2009, l'ex cassiere di Gheddafi avrebbe acquistato, attraverso il fondo che dirigeva, al doppio (10 milioni di euro circa) del prezzo di mercato una villa situata a Mougins, località della regione delle Alpi marittime. Il vero proprietario di quella magione, per gli investigatori, era Alexandre Djouhri, un finanziere franco algerino, considerato vicino a Sarkozy. Il sovrapprezzo dell'operazione sarebbe servito a finanziare l'ex presidente.
Quando iniziò la guerra in Libia, decisa dallo stesso Sarkò,
Bashir fuggì in Francia, dove trovò rifugio e ottenne un passaporto diplomatico nigerino «su consiglio e pressione di un paese europeo» non meglio identificato. Ma nel maggio 2012, in piena campagna presidenziale, a causa di un mandato di cattura internazionale, Bashir diventa un ospite indesiderato e per questo viene imbarcato, con un trolley pieno di documenti riservati, su un jet privato messo a disposizione da Djouhri (che avrebbe fatto da mediatore con l'ex numero uno dei servizi segreti francesi, Bernard Squarcini) e diretto, via Niger, in Sudafrica, dove trovò la protezione del presidente Jacob Zuma.
A gennaio
Djouhri è stato arrestato all'aeroporto londinese di Heathrow, su ordine dell'Interpol, con l'accusa di «appropriazione indebita di fondi pubblici». Scarcerato su cauzione, in attesa dell'udienza per l'estradizione prevista ad aprile, ha annunciato di attendere una testimonianza a sé favorevole da parte di Bashir. Peccato che gli inquirenti francesi provino inutilmente a interrogare l'ex capo di gabinetto del colonnello libico dal 2013, considerandolo una miniera di informazioni sull'ex regime di Gheddafi e sui miliardi di dollari nascosti in giro per l'Africa.
Per ora Bashir si è limitato a consegnare a
Le Monde una dichiarazione sibillina: «Gheddafi aveva ammesso di aver finanziato Sarkozy. Sarkozy nega, ma io credo di più a Gheddafi». Un'affermazione che non deve essere piaciuta a tutti e probabilmente venerdì 27 febbraio qualcuno ha inviato all'ex amico di Prodi le proprie doglianze. Infatti l'uomo è stato ferito allo stomaco con un'arma da fuoco in un sobborgo di Johannesburg mentre rientrava da un viaggio d'affari in Zimbabwe e nell'attentato è stato coinvolto pure il suo autista. Gli avvocati francesi di Bashir hanno precisato che «non ci sono prove che l'attacco abbia un movente politico», ma i famigliari dell'ex capo di gabinetto di Gheddafi hanno affermato che il loro parente si sentiva «particolarmente minacciato nelle ultime settimane» e di essere rimasti sorpresi per il fatto che gli aggressori non avrebbero rubato nulla dall'auto.
Se Bashir, dopo il ferimento, decidesse di collaborare, potrebbe raccontare non solo i suoi rapporti con
Sarkozy, ma anche quelli con altri politici europei di primo piano, come Romano Prodi. Su quei legami aveva indagato Panorama. Che aveva scavato intorno alla Téresys foundation, la cui sede legale si trovava a San Marino, al piano terra di un anonimo palazzo di mattoni rossi. Sino al febbraio di sette anni il presidente di quell'associazione era proprio Bashir. Quando l'ex braccio destro di Gheddafi finì nella lista nera dell'Unione europea e della Nato per presunti crimini di guerra, la Repubblica di San Marino fece commissariare la fondazione. Nello stesso periodo l'Aif, l'Agenzia di informazione finanziaria della piccola repubblica del Titano, avviò un'inchiesta su alcune donazioni sospette provenienti dall'Europa e dal Nord Africa. La Cassa di risparmio di San Marino chiuse i conti della Téresys e Bashir si dimise. Le indagini furono archiviate, ma nel 2014 i soci hanno chiesto la cancellazione della fondazione e il 27 marzo 2015 il suo nome è sparito dal pubblico registro.
Questo «osservatorio internazionale per le politiche sociali, economiche e fiscali» non aveva scopo di lucro anche se, in base allo statuto, poteva «compiere anche operazioni finanziarie, commerciali, mobiliari e immobiliari» e «svolgere attività economiche strumentali». La Téresys, in modo non casuale, condivideva gli uffici con la Pragmata, società di consulenza nata da una costola della Nomisma, pensatoio creato da Prodi. Uno dei direttori della Téresys era il romagnolo
Piero Scarpellini, fondatore della Pragmata e storico amico dell'ex premier: nel 2006 venne nominato dall'ex capo dell'Ulivo «consulente non pagato» della presidenza del Consiglio per i paesi africani. Sui rapporti economici della Pragmata con la Libia indagò senza successo anche il pm Luigi De Magistris, il quale che fece sequestrare alcune foto di Scarpellini e Prodi con Gheddafi in Libia.
Ai convegni della Téresys difficilmente mancava l'ex premier, più volte immortalato nella photogallery della fondazione con «l'amico»
Bashir. Resta da capire perché un personaggio chiacchierato come l'ex capo di gabinetto di Gheddafi sia finito a San Marino, all'epoca considerato una specie di paradiso fiscale, a guidare una fondazione prodiana.
Giacomo Amadori
L'ex presidente francese Sarkozy è in stato di fermo

LaPresse
Quei sorrisetti beffardi contro l'Italia e quella prosopopea da grandeur sono scomparsi dal viso di Nicolas Sarkozy. La voglia di scherzare è sparita quando, ieri mattina, è stato prelevato e portato nell'ufficio anti corruzione della polizia giudiziaria di Nanterre. Accusato di avere ricevuto finanziamenti illegali dall'ex Raìs Muammar Gheddafi per la vittoriosa campagna presidenziale del 2007, che gli permise di conquistare l'Eliseo, sconfiggendo al secondo turno la socialista Ségolène Royal. Secondo la legge francese Sarkozy è nello stato di «gardé à vue», cioè trattenuto e interrogato della polizia fino a 48 ore, al termine delle quali il giudice potrà proscioglierlo, dichiararlo «testimone assistito», una sorta di statuto a metà strada, o indagato. Ma di cosa è sospettato l'ex presidente? Si tratta di 5 milioni in contanti in tre valigette. Trasportati in aereo da Tripoli a Parigi, in banconote da 200 e 500 euro, spediti da parte di Muammar Gheddafi e destinati a facilitare la corsa elettorale dell'allora candidato dell'Ump e ministro dell'Interno. Questa somma rappresenterebbe solo una parte di presunti finanziamenti occulti per 50 milioni, che vennero decisi nel 2006 durante una riunione segreta a Tripoli.
Se così fosse Sarkozy avrebbe poi girato le spalle al suo benefattore, anzi lo bombardò direttamente, forse anche per cancellare le tracce di questo strano giro di denaro. Infatti lo stesso Sarkozy fu in primissima linea nel 2011 nell'intervento militare della Nato contro Gheddafi, che si concluse con la deposizione e l'uccisione del dittatore. Nonché con il caos in cui piombò il Paese africano, l'arrivo dell'Isis e il conseguente traffico di barconi di profughi e non diretti in Italia. Una guerra, a cui Silvio Berlusconi era contrario, costata al nostro Paese centinaia di milioni e sicurezza. Comunque, alla luce di quanto trapela in queste ore, la Francia non avrebbe attaccato il Colonnello solo per motivazioni economiche e politiche, ma anche personali del capo dell'Eliseo, che così eliminò il leader che poteva incastrarlo.
L'inchiesta francese nasce nel novembre 2016, quando Ziad Takieddine, uomo d'affari franco libanese e intermediario di commercio d'armi, dichiara agli inquirenti di avere portato in Francia 5 milioni di euro in contanti provenienti da Tripoli e di averli consegnati, all'inizio del 2007, all'allora direttore di campagna di Sarkozy, Claude Guéant, che sarà poi promosso segretario generale dell'Eliseo. Anzi, una delle tre tranche sarebbe stata recapitata direttamente in un appartamento di Sarkozy. C'è poi la morte in circostanze misteriose di Choukri Ghanem, ex ministro libico del Petrolio, ritrovato cadavere nel Danubio e Vienna il 29 aprile 2012, tra il primo e il secondo turno delle presidenziali francesi. In un'agenda che apparteneva a Ghanem sono stati trovati appunti su milioni di euro che la Libia avrebbe versato a Sarkozy proprio all'inizio del 2007.
Ma gli indizi che hanno portato al fermo di ieri non sono finiti qui. Di finanziamenti libici, scrive Le Monde, all'allora aspirante capo dell'Eliseo aveva già parlato il 20 settembre 2012 l'ex direttore dell'intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, davanti alla procura generale del Consiglio nazionale di transizione. Sempre lo stesso quotidiano riporta anche quanto dichiarato in un'intervista da Bashir Saleh, il capo di gabinetto del Raìs e responsabile delle relazioni economiche con la Francia, di recente ferito a colpi di pistola a Johannesburg, dove è rifugiato: «Gheddafi ha detto di avere finanziato Sarkozy. Sarkozy ha detto di non essere stato finanziato. Credo più a Gheddafi che a Sarkozy». Questi dirigeva il fondo sovrano libico Lap da cui sarebbero stati stornati i 50 milioni diretti a Sarko.
Il 7 gennaio scorso, quando all'aeroporto di Heathrow è stato arrestato Alexandre Djouhri, uomo d'affari anche lui al centro del vortice dei finanziamenti libici. In particolare avrebbe comprato una villa, attraverso il fondo Lap, pagandola il doppio per finanziare sempre la campagna del 2007. Intanto ieri il figlio del Raìs, Saif Gheddafi, ha esultato per l'arresto sostenendo che numerosi testimoni possono dimostrare il passaggio di denaro.
L'inchiesta sui fondi libici s'intreccia con altre due che riguardano il consorte di Carla Bruni. La prima è lo scandalo Bettencourt, ovvero le bustarelle consegnate dall'ereditiera dell'impero L'Oreal sempre per le elezioni del 2007. Questa risulta archiviata, anche se mai completamente chiarita. La seconda invece riguarda il ruolo del governo, sotto la presidenza Sarkozy, nell'arbitrare la battaglia fra Bernard Tapie e la banca Credit Lyonnais, terminata con la decisione di risarcire il miliardario con oltre 400 milioni di euro. Le tre indagini s'incrociano perché un tale Paul Bismuth, intercettato al telefono, ne parlava in continuazione con l'avvocato Thierry Herzog, storico amico di Sarkozy. Parlavano di banche, Bettencourt, ma anche di Gheddafi e delle indagini sui finanziamenti, di come uscire dai guai. Ebbene i magistrati parigini hanno scoperto che Paul Bismuth non esiste, altri non era che lo stesso Sarkozy che, sotto falso nome, aveva comprato un'altra carta sim e un nuovo cellulare. Un comportamento sospetto, per il quale l'ex presidente è stato interrogato nel luglio 2014 ed è tutt'ora indagato per corruzione e abuso d'ufficio.
Alfredo Arduino
Mazzette sospette per 50 milioni e una strana morte nel Danubio

LaPresse
Un libro inchiesta ha ricostruito l'intreccio degli incontri: la prima richiesta di soldi sarebbe avvenuta nella tenda del Rais, nel 2005. Poi una seconda visita, rimasta segreta.
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Un filo rosso collega l'arresto dell'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, con l'ex primo ministro italiano, Romano Prodi. La connessione è uno degli uomini chiave dell'inchiesta che ha condotto ieri Sarkozy in una caserma di polizia: stiamo parlando di Bashir Saleh Bashir, 72 anni, ex compagno di scuola di Muammar Gheddafi, professore di matematica e biologia, già esponente dell'unione socialista araba, quindi diplomatico e politico in carriera con il governo rivoluzionario di Gheddafi, di cui è stato capo di gabinetto dal 1998 sino alla caduta. Lo speciale contiene tre articoli Nel 2006 Bashir era stato scelto per guidare un esclusivo pensatoio prodiano, la Téresys foundation di San Marino, al cui vertice è rimasto sino 2011, quando Bashir Saleh aveva le chiavi del fondo libico da 7 miliardi dal quale sarebbero transitate le tangenti per Sarkò. È stato presidente della fondazione Téresys. Misterioso ente sammarinese creato da uomini di Mortadella. L'osservatorio, come vedremo, era in mano ad amici e stretti collaboratori dell'ex primo ministro italiano. Quando lascia la fondazione, Bashir, abbandona anche la Libia. Secondo il governo provvisorio di Tobruk, che chiese il suo arresto, l'ex capo staff di Gheddafi sarebbe sparito con le chiavi dei conti del Libya Africa investment portfolio, un fondo sovrano del valore di circa 7 miliardi di dollari che sarebbe stato utilizzato proprio per finanziare Sarkozy. E probabilmente non solo lui. Nel 2012 il sito giornalistico francese Mediapart ha pubblicato un documento in arabo secondo il quale il regime libico aveva stabilito di sostenere la campagna elettorale di Sarkozy con 50 milioni euro. L'accordo sarebbe stato siglato il 6 ottobre 2006 in un summit segreto avvenuto a Tripoli e ad esso avrebbero partecipato anche il capo dell'intelligence libica, Bashir e il faccendiere franco libanese Ziad Takieddine. Quest'ultimo, attraverso un legale, ha ammesso che un simile meeting era molto verosimile e, nel 2016, ha confessato ai magistrati parigini di aver trasportato 5 milioni di euro in alcune valigie nel corso di tre viaggi effettuati fra il novembre 2006 e l'inizio del 2007 e di averle consegnate a Claude Guèant, all'epoca direttore della campagna di Sarkò e poi segretario generale dell'Eliseo. Ma i 5 milioni di cui si discute in queste ore sarebbero solo una tranche dei soldi incassati dall'ex capo della Repubblica francese. Per esempio nei diari dell'ex ministro libico del Petrolio, Choukri Ghanem, misteriosamente annegato nel Danubio a Vienna tra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2012, si fa riferimento ad altri versamenti a favore di Sarkozy, compresi 1,5 milioni di euro che sarebbero partiti dallo stesso Bashir, l'uomo incaricato dal Raìs di curare le relazioni con la Francia. Non basta. Secondo gli inquirenti transalpini, nel 2009, l'ex cassiere di Gheddafi avrebbe acquistato, attraverso il fondo che dirigeva, al doppio (10 milioni di euro circa) del prezzo di mercato una villa situata a Mougins, località della regione delle Alpi marittime. Il vero proprietario di quella magione, per gli investigatori, era Alexandre Djouhri, un finanziere franco algerino, considerato vicino a Sarkozy. Il sovrapprezzo dell'operazione sarebbe servito a finanziare l'ex presidente. Quando iniziò la guerra in Libia, decisa dallo stesso Sarkò, Bashir fuggì in Francia, dove trovò rifugio e ottenne un passaporto diplomatico nigerino «su consiglio e pressione di un paese europeo» non meglio identificato. Ma nel maggio 2012, in piena campagna presidenziale, a causa di un mandato di cattura internazionale, Bashir diventa un ospite indesiderato e per questo viene imbarcato, con un trolley pieno di documenti riservati, su un jet privato messo a disposizione da Djouhri (che avrebbe fatto da mediatore con l'ex numero uno dei servizi segreti francesi, Bernard Squarcini) e diretto, via Niger, in Sudafrica, dove trovò la protezione del presidente Jacob Zuma. A gennaio Djouhri è stato arrestato all'aeroporto londinese di Heathrow, su ordine dell'Interpol, con l'accusa di «appropriazione indebita di fondi pubblici». Scarcerato su cauzione, in attesa dell'udienza per l'estradizione prevista ad aprile, ha annunciato di attendere una testimonianza a sé favorevole da parte di Bashir. Peccato che gli inquirenti francesi provino inutilmente a interrogare l'ex capo di gabinetto del colonnello libico dal 2013, considerandolo una miniera di informazioni sull'ex regime di Gheddafi e sui miliardi di dollari nascosti in giro per l'Africa. Per ora Bashir si è limitato a consegnare a Le Monde una dichiarazione sibillina: «Gheddafi aveva ammesso di aver finanziato Sarkozy. Sarkozy nega, ma io credo di più a Gheddafi». Un'affermazione che non deve essere piaciuta a tutti e probabilmente venerdì 27 febbraio qualcuno ha inviato all'ex amico di Prodi le proprie doglianze. Infatti l'uomo è stato ferito allo stomaco con un'arma da fuoco in un sobborgo di Johannesburg mentre rientrava da un viaggio d'affari in Zimbabwe e nell'attentato è stato coinvolto pure il suo autista. Gli avvocati francesi di Bashir hanno precisato che «non ci sono prove che l'attacco abbia un movente politico», ma i famigliari dell'ex capo di gabinetto di Gheddafi hanno affermato che il loro parente si sentiva «particolarmente minacciato nelle ultime settimane» e di essere rimasti sorpresi per il fatto che gli aggressori non avrebbero rubato nulla dall'auto. Se Bashir, dopo il ferimento, decidesse di collaborare, potrebbe raccontare non solo i suoi rapporti con Sarkozy, ma anche quelli con altri politici europei di primo piano, come Romano Prodi. Su quei legami aveva indagato Panorama. Che aveva scavato intorno alla Téresys foundation, la cui sede legale si trovava a San Marino, al piano terra di un anonimo palazzo di mattoni rossi. Sino al febbraio di sette anni il presidente di quell'associazione era proprio Bashir. Quando l'ex braccio destro di Gheddafi finì nella lista nera dell'Unione europea e della Nato per presunti crimini di guerra, la Repubblica di San Marino fece commissariare la fondazione. Nello stesso periodo l'Aif, l'Agenzia di informazione finanziaria della piccola repubblica del Titano, avviò un'inchiesta su alcune donazioni sospette provenienti dall'Europa e dal Nord Africa. La Cassa di risparmio di San Marino chiuse i conti della Téresys e Bashir si dimise. Le indagini furono archiviate, ma nel 2014 i soci hanno chiesto la cancellazione della fondazione e il 27 marzo 2015 il suo nome è sparito dal pubblico registro. Questo «osservatorio internazionale per le politiche sociali, economiche e fiscali» non aveva scopo di lucro anche se, in base allo statuto, poteva «compiere anche operazioni finanziarie, commerciali, mobiliari e immobiliari» e «svolgere attività economiche strumentali». La Téresys, in modo non casuale, condivideva gli uffici con la Pragmata, società di consulenza nata da una costola della Nomisma, pensatoio creato da Prodi. Uno dei direttori della Téresys era il romagnolo Piero Scarpellini, fondatore della Pragmata e storico amico dell'ex premier: nel 2006 venne nominato dall'ex capo dell'Ulivo «consulente non pagato» della presidenza del Consiglio per i paesi africani. Sui rapporti economici della Pragmata con la Libia indagò senza successo anche il pm Luigi De Magistris, il quale che fece sequestrare alcune foto di Scarpellini e Prodi con Gheddafi in Libia. Ai convegni della Téresys difficilmente mancava l'ex premier, più volte immortalato nella photogallery della fondazione con «l'amico» Bashir. Resta da capire perché un personaggio chiacchierato come l'ex capo di gabinetto di Gheddafi sia finito a San Marino, all'epoca considerato una specie di paradiso fiscale, a guidare una fondazione prodiana. Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-ruolo-del-cassiere-del-colonnello-che-guidava-la-fondazione-di-prodi-2550473673.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-presidente-francese-sarkozy-e-in-stato-di-fermo" data-post-id="2550473673" data-published-at="1775062609" data-use-pagination="False"> L'ex presidente francese Sarkozy è in stato di fermo LaPresse Quei sorrisetti beffardi contro l'Italia e quella prosopopea da grandeur sono scomparsi dal viso di Nicolas Sarkozy. La voglia di scherzare è sparita quando, ieri mattina, è stato prelevato e portato nell'ufficio anti corruzione della polizia giudiziaria di Nanterre. Accusato di avere ricevuto finanziamenti illegali dall'ex Raìs Muammar Gheddafi per la vittoriosa campagna presidenziale del 2007, che gli permise di conquistare l'Eliseo, sconfiggendo al secondo turno la socialista Ségolène Royal. Secondo la legge francese Sarkozy è nello stato di «gardé à vue», cioè trattenuto e interrogato della polizia fino a 48 ore, al termine delle quali il giudice potrà proscioglierlo, dichiararlo «testimone assistito», una sorta di statuto a metà strada, o indagato. Ma di cosa è sospettato l'ex presidente? Si tratta di 5 milioni in contanti in tre valigette. Trasportati in aereo da Tripoli a Parigi, in banconote da 200 e 500 euro, spediti da parte di Muammar Gheddafi e destinati a facilitare la corsa elettorale dell'allora candidato dell'Ump e ministro dell'Interno. Questa somma rappresenterebbe solo una parte di presunti finanziamenti occulti per 50 milioni, che vennero decisi nel 2006 durante una riunione segreta a Tripoli.Se così fosse Sarkozy avrebbe poi girato le spalle al suo benefattore, anzi lo bombardò direttamente, forse anche per cancellare le tracce di questo strano giro di denaro. Infatti lo stesso Sarkozy fu in primissima linea nel 2011 nell'intervento militare della Nato contro Gheddafi, che si concluse con la deposizione e l'uccisione del dittatore. Nonché con il caos in cui piombò il Paese africano, l'arrivo dell'Isis e il conseguente traffico di barconi di profughi e non diretti in Italia. Una guerra, a cui Silvio Berlusconi era contrario, costata al nostro Paese centinaia di milioni e sicurezza. Comunque, alla luce di quanto trapela in queste ore, la Francia non avrebbe attaccato il Colonnello solo per motivazioni economiche e politiche, ma anche personali del capo dell'Eliseo, che così eliminò il leader che poteva incastrarlo.L'inchiesta francese nasce nel novembre 2016, quando Ziad Takieddine, uomo d'affari franco libanese e intermediario di commercio d'armi, dichiara agli inquirenti di avere portato in Francia 5 milioni di euro in contanti provenienti da Tripoli e di averli consegnati, all'inizio del 2007, all'allora direttore di campagna di Sarkozy, Claude Guéant, che sarà poi promosso segretario generale dell'Eliseo. Anzi, una delle tre tranche sarebbe stata recapitata direttamente in un appartamento di Sarkozy. C'è poi la morte in circostanze misteriose di Choukri Ghanem, ex ministro libico del Petrolio, ritrovato cadavere nel Danubio e Vienna il 29 aprile 2012, tra il primo e il secondo turno delle presidenziali francesi. In un'agenda che apparteneva a Ghanem sono stati trovati appunti su milioni di euro che la Libia avrebbe versato a Sarkozy proprio all'inizio del 2007.Ma gli indizi che hanno portato al fermo di ieri non sono finiti qui. Di finanziamenti libici, scrive Le Monde, all'allora aspirante capo dell'Eliseo aveva già parlato il 20 settembre 2012 l'ex direttore dell'intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, davanti alla procura generale del Consiglio nazionale di transizione. Sempre lo stesso quotidiano riporta anche quanto dichiarato in un'intervista da Bashir Saleh, il capo di gabinetto del Raìs e responsabile delle relazioni economiche con la Francia, di recente ferito a colpi di pistola a Johannesburg, dove è rifugiato: «Gheddafi ha detto di avere finanziato Sarkozy. Sarkozy ha detto di non essere stato finanziato. Credo più a Gheddafi che a Sarkozy». Questi dirigeva il fondo sovrano libico Lap da cui sarebbero stati stornati i 50 milioni diretti a Sarko.Il 7 gennaio scorso, quando all'aeroporto di Heathrow è stato arrestato Alexandre Djouhri, uomo d'affari anche lui al centro del vortice dei finanziamenti libici. In particolare avrebbe comprato una villa, attraverso il fondo Lap, pagandola il doppio per finanziare sempre la campagna del 2007. Intanto ieri il figlio del Raìs, Saif Gheddafi, ha esultato per l'arresto sostenendo che numerosi testimoni possono dimostrare il passaggio di denaro.L'inchiesta sui fondi libici s'intreccia con altre due che riguardano il consorte di Carla Bruni. La prima è lo scandalo Bettencourt, ovvero le bustarelle consegnate dall'ereditiera dell'impero L'Oreal sempre per le elezioni del 2007. Questa risulta archiviata, anche se mai completamente chiarita. La seconda invece riguarda il ruolo del governo, sotto la presidenza Sarkozy, nell'arbitrare la battaglia fra Bernard Tapie e la banca Credit Lyonnais, terminata con la decisione di risarcire il miliardario con oltre 400 milioni di euro. Le tre indagini s'incrociano perché un tale Paul Bismuth, intercettato al telefono, ne parlava in continuazione con l'avvocato Thierry Herzog, storico amico di Sarkozy. Parlavano di banche, Bettencourt, ma anche di Gheddafi e delle indagini sui finanziamenti, di come uscire dai guai. Ebbene i magistrati parigini hanno scoperto che Paul Bismuth non esiste, altri non era che lo stesso Sarkozy che, sotto falso nome, aveva comprato un'altra carta sim e un nuovo cellulare. Un comportamento sospetto, per il quale l'ex presidente è stato interrogato nel luglio 2014 ed è tutt'ora indagato per corruzione e abuso d'ufficio.Alfredo Arduino <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-ruolo-del-cassiere-del-colonnello-che-guidava-la-fondazione-di-prodi-2550473673.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mazzette-sospette-per-50-milioni-e-una-strana-morte-nel-danubio" data-post-id="2550473673" data-published-at="1775062609" data-use-pagination="False"> Mazzette sospette per 50 milioni e una strana morte nel Danubio LaPresse Un libro inchiesta ha ricostruito l'intreccio degli incontri: la prima richiesta di soldi sarebbe avvenuta nella tenda del Rais, nel 2005. Poi una seconda visita, rimasta segreta.Che peso hanno le parole di un uomo braccato, spacciato, con le ore contate? Nessuno. E infatti proprio nessuno, nel marzo del 2011, diede peso alla «bomba» - metaforica, una volta tanto - lanciata dall'accerchiato Muammar Gheddafi, alle prese con la primavera araba e con le pressioni occidentali. La bomba non scoppiò. Il 10 marzo di quell'anno, l'agenzia di stampa libica fece allusione a un «importante segreto» a proposito di Nicolas Sarkozy, in quel momento nemico principale della Libia.Qualche giorno dopo, in un'intervista televisiva, il leader libico rivelò il segreto: «Sono veramente arrabbiato», disse, «sono io che ho aiutato Sarkozy a prendere il potere. Gli ho dato del denaro prima che diventasse presidente. È venuto qui, mi ha reso visita nella mia tenda, quando era ministro dell'Interno, e mi ha chiesto aiuto». Ma al leone ferito e ai suoi tentativi di uscire dall'angolo, nessuno fece caso. Oggi, dopo l'arresto dell'ex presidente francese, sappiamo che qualcosa di vero c'era. Più di qualcosa. Ad averlo anticipato, prima dell'indagine che ha portato al fermo di Sarkozy, era stato, qualche mese fa, un libro inchiesta di Fabrice Arfi e Karl Laske, Avec les compliments du Guide (Fayard). Dove la Guida del titolo è proprio lui, il satrapo libico. Ma andiamo con ordine. A quale circostanza si riferisce Gheddafi quando parla di una visita del Sarkozy ministro dell'Interno? Nell'agenda ufficiale ne è segnata una sola, avvenuta il 6 ottobre 2005, quando il francese è capo del partito Ump, ministro dell'Interno e candidato alle presidenziali.Un viaggio toccata e fuga, dove tuttavia Gheddafi, che pure ama farsi desiderare, trova il tempo di ricevere l'ospite francese, nella sua tenda, appunto. Parlano di immigrazione e terrorismo. E poi… E poi non si sa. L'interprete francese si trincera dietro il segreto professionale, non rivela i dettagli della conversazione. Ma, en passant, nomina una seconda visita del maggio 2006, che però non risulta negli archivi.Di questa seconda visita parla anche un uomo dell'entourage di Gheddafi, non meglio identificato. Anche lui ricorda che nel maggio 2006 ci fu una visita del ministro dell'Interno francese, giunto a Tripoli «in cerca d'aiuto». Sembra inoltre che, nel primo viaggio, quello ufficiale, Sarkozy abbia trovato il tempo di incontrare Abdallah Senussi, militare libico d'alto rango, cognato del Raìs, e incidentalmente condannato in contumacia dalla Francia per l'attentato a un Dc 10 costato la vita a 170 passeggeri. Frequentazioni piuttosto inquietanti, per un ministro dell'Interno di Francia. Dopo quest'incontro, Senussi incontra il losco intermediario Ziad Takieddine, vero «uomo ovunque» della Francia, in Libia e non solo. In questa occasione, il militare chiede al faccendiere il costo di una campagna elettorale in Francia. Sarkozy vuole un aiuto, aggiunge. Aiuto o non aiuto, il leader conservatore presidente lo diventa davvero. E, dopo pochi giorni, il 28 maggio 2007, ha una conversazione telefonica con Gheddafi in cui parla amabilmente di nucleare, di investimenti, di lotta al terrorismo, come se dall'altro lato del telefono non ci fosse il leader di uno Stato canaglia.Poco più di tre anni dopo, la Francia guiderà la missione per deporre Gheddafi e riportare una democrazia che, da quelle parti, latita ancora oggi. Il 28 aprile 2012, tuttavia, la bomba scoppia. Stavolta a lanciarla non è un autocrate senza credibilità, ma il sito di informazione, molto schierato a sinistra, Mediapart. Il portale porta alla luce un documento libico, datato 9 dicembre 2006, in cui Tripoli si impegna a versare 50 milioni a Sarkozy per sostenerlo nella sua campagna elettorale. «Un falso grossolano», tuona il politico francese, ma il tribunale gli dà torto. Il 20 settembre 2012, invece, Senussi testimonia alla Corte penale internazionale, e racconta: «La somma di 5 milioni di euro è stata versata per la campagna di Sarkozy nel 2006-2007. Ho personalmente supervisionato il transfert di questa somma tramite un intermediario francese, nella persona nel direttore del gabinetto del ministro dell'Interno. C'era un secondo intermediario, Takieddine».Quest'ultimo, a sua volta, fornisce ulteriori dettagli: avrebbe trasportato lui i soldi da Tripoli a Parigi, dentro alcune valigette. Il faccendiere, rivela di aver portato 5 milioni a Claude Guéant, direttore del gabinetto del ministro dell'Interno, tra fine 2006 e inizio 2007. Quei 5 milioni sono una tranche dei 50 totali o l'intera somma versata? Non è chiaro, né, forse, importante. La trama, poi, si infittisce, e ammicca alla spy story: 18 ore dopo lo scoop di Mediapart, un corpo senza vita viene ritrovato nel Danubio, a Vienna. È quello di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico. In buona salute, sarebbe «morto d'infarto» e caduto nel fiume, senza essere visto da nessuno. Secondo un testimone anonimo, che ha parlato con gli inquirenti, solo quattro persone erano al corrente del presunto finanziamento a Sarkozy. Uno di questi era proprio Ghanem.Le Monde, dal canto suo, riporta che Bashir Saleh, ex tesoriere del Raìs ha dichiarato al giornale: «Gheddafi ha detto di avere finanziato Sarkozy. Sarkozy ha detto di non essere stato finanziato. Credo più a Gheddafi che a Sarkozy». E ora anche i giudici.Adriano Scianca
Elon Musk (Ansa)
L’estensione del «villaggio globale» teorizzata negli anni Sessanta si compie oggi, a maggior ragione se pensiamo che grazie all’Intelligenza artificiale saranno possibili fra poco anche le traduzioni di audio e video in tempo reale e in alta qualità. Stiamo così assistendo al superamento della vecchia idea di esperanto e all’approdo ad una sorta di lingua unica universale basata sulla trasformazione a posteriori del discorso realizzata da un agente terzo robotico, con conseguente perdita di rilievo della conoscenza umana delle lingue straniere.
Ciò comporta a tutti gli effetti la nascita di un vero ambiente globale condiviso non basato sulle cose ma sulle idee, una vera e propria nuova fase di quella «Galassia Gutenberg» nata mezzo millennio fa. Le implicazioni pratiche e teoriche sono enormi: la creazione di un ambiente unico delle idee modificherà la natura delle idee stesse rendendole necessariamente più astratte ma, allo stesso tempo, più sottoposte a vaglio critico. La comunicazione cessa di essere veicolo di contenuti stabiliti altrove sulla base di precise linee ideologiche o narrative e diventa essa stessa il nuovo spazio pubblico basato sull’astrazione e sulla contaminazione. In questo modo media, accademia, ambito ristretto degli «esperti», agenzie di validazione e loro ripetitori, perdono il monopolio del riconoscimento a priori a scapito di una riscrittura delle gerarchie narrative in base alla quale ogni contenuto teorico è esposto a un approccio critico esteso da parte di una platea globale. L’attendibilità non cesserà affatto di essere un valore, ma sarà costantemente messa alla prova e vedrà svanire ogni struttura formale di attribuzione di autorevolezza a priori. Certo, tutto ciò non comporterà la fine immediata dei festival culturali pagati con soldi pubblici e riservati a esponenti appartenenti a quel mondo culturale costruito dai centri di validazione gramsciana, ma ne provocherà la rapida deriva verso la giusta irrilevanza che, si spera, possa costituire il presupposto necessario per la loro graduale scomparsa. Il tramonto, o almeno la riscrittura essenziale, dell’argumentum ab auctoritate rappresenta, per converso, una ricentralizzazione della pura forza dell’argomento ed un superamento delle rendite di posizione culturale: titoli, appartenenze istituzionali e «prestigio culturale», costruito molto spesso in base a mere dinamiche economico-editoriali, diventano così irrilevanti di fronte alla forza intrinseca dell’argomentazione calata in una reale arena aperta.
Quando coerenza interna degli argomenti e capacità persuasiva delle fonti non subiscono più i filtri verticistici dell’ambiente intellettuale, le teorie della comunicazione prosperate durante il Novecento e plasmate sull’idea di «propaganda» cessano di esercitare il proprio ruolo. In pratica è ciò che sta accadendo quando i manifestanti pro-Maduro incontrano dei venezuelani veri o quando i radical chic, sulle loro barche a vela, corrono a Cuba a sostenere un popolo alla fame stando nelle piscine degli hotel a cinque stelle: il senso narrativo e la «presa di coscienza» politica, figlie del marxismo, lasciano il posto al dato del reale, non più ignorato dal singolo inviato speciale amico o parente dei manifestanti, ma ripreso in diretta dagli smartphone e rilanciato in tempo reale sui social.
Attenzione però, sarebbe un errore indulgere in ingenui ottimismi e non scorgere i rischi intrinseci di questo nuovo assetto il quale ci porta direttamente a un bivio: da una parte il trionfo della forza argomentativa in un ambiente equo e privo di condizionamenti, dall’altra il dominio delle tecniche narrative sofisticate basate su appeal emotivo, contaminazioni multimediali, strategie di viralità e manipolazione algoritmica. Di fronte a questi rischi sarebbe tuttavia un errore cercare i rimedi nella vecchia «etica della comunicazione» del recentemente scomparso Jürgen Habermas. Resi obsoleti sia il «modello lineare» sia l’«agire comunicativo» ogni tentativo di filtrare la comunicazione a monte assume un semplice e preciso significato: quello della censura. Sfera pubblica e sovranità devono dunque essere ripensati alla luce di un’arena discorsiva che non conosce più né confini, né gatekeeper, né tantomeno fact-checker, un’arena discorsiva che non può essere tecnicamente arginata né algoreticamente condizionata. L’unica risposta possibile consiste dunque nell’insegnamento esteso degli strumenti logici, filosofici, informatici e culturali atti a mettere l’utente umano nelle condizioni di conoscere questo nuovo ambiente, e ciò a partire dai bambini. Solo così si può pensare di piegare la tecnologia verso un esito umano e non l’uomo verso un esito tecnologico, lasciando i provvedimenti basati su limiti di età e censure di Stato al Novecento al quale appartengono.
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Le storie del tredicenne di Bergamo che accoltella la professoressa di francese tentando di ucciderla e del diciassettenne di Pescara trasferitosi a Perugia che progettava una strage in stile Columbine High School, se analizzate con lucidità, demoliscono abbastanza velocemente tutte le banalità e gli stereotipi che vengono ribaditi in queste ore a proposito della fragilità e della sofferenza dei minorenni. I due ragazzini in questione, soprattutto il secondo, hanno affrontato un percorso abbastanza simile a quello percorso anni fa da europei di origine mediorientale che si sono arruolati nelle file dello Stato islamico e sono andati a morire in Siria come se si trattasse di partecipare a un gigantesco videogioco. Si sono isolati e distaccati completamente dalla realtà, immergendosi in un mondo digitale pieno di manipolatori feroci e di coetanei rabbiosi con cui fomentarsi a vicenda. L’armamentario ideologico di cui dispongono ha ben poco a che fare con il radicalismo destrorso: il nazismo, per costoro, è qualcosa di prepolitico, è una sorta di codice utilizzato per indirizzare l’odio. Ma nella libreria digitale ci sono testi anarco insurrezionalisti e tutto ciò che possa contribuire a sostenere «atti casuali di violenza insensata». Paradossalmente sono molto più centrati e solidi i riferimenti al satanismo, perché la volontà esplicita è quella di sovvertire ogni ordine attraverso la brutalità imprevedibile e fine a sé stessa.
L’obiettivo, insomma, non è l’instaurazione di chissà quale regime totalitario: è la distruzione totale, il nichilismo profondo privo di qualsivoglia pars construens.
La verità è che questi ragazzi non hanno bisogno di essere ascoltati. Anzi, probabilmente - come generazione - lo sono stati fin troppo. Alla loro espressione di sé è stato concesso ogni spazio possibile, cosa che ha contribuito a far esplodere il loro narcisismo. Avrebbero, piuttosto, bisogno di ascoltare e, soprattutto, bisogno di ricevere limiti e regole da parte degli adulti. È mancato - ma è storia vecchia - il padre simbolico, cioè quello che pone divieti e stabilisce i confini. Le tirate, pure in buona fede, sull’educazione affettiva, la decostruzione della mascolinità tossica e il buonismo a varie gradazioni hanno probabilmente alimentato la ferocia e il risentimento di questi adolescenti, invece che convertirli a una presunta buona condotta. Di nuovo, era facile prevederlo: smantellare la mascolinità non produce un nuovo ordine basato su valori femminili di dolcezza e accoglienza. Al contrario, produce il ritorno del rimosso sotto più terribile forma. Ecco dunque le caricature del maschile che vanno dalla volgarità cialtronesca della cosiddetta manosfera alla spietatezza dei gruppi che inneggiano allo stupro come arma politica. È, questa, la cattiveria viscida dei deboli, non l’oppressione dei forti.
E allora non serve invocare ancora più tenerezza, ancora più comprensione. Serve favorire con ogni mezzo un’uscita dall’inferno artificiale della Rete e un ritorno prepotente alla realtà, da mettere in atto prima di subito, con tutti gli strumenti a disposizione. Serve dunque una legge simile a quelle già applicate in altre nazioni per interdire l’uso delle piattaforme ai minori di 14 o addirittura 16 anni. Esistono proposte in discussione proprio in questi giorni, una delle quali avanzata dalla Lega, che andrebbero seriamente considerate. Prevedono verifiche serie sull’età, superamento dell’autocertificazione, barriere non facilissime da superare.
Chiaro: non è piacevole vietare, perché si andrebbe a colpire anche i minori che non fanno nulla di male online. Ma il beneficio è superiore, in questo caso, a ogni possibile danno. Poi lo sappiamo tutti: le norme da sole non bastano affatto. I più abili possono trovare modi per aggirarle, e a tale riguardo sarebbe fondamentale insistere sulla responsabilità delle aziende digitali, affinché controllino e agiscano per impedire che si aggirino le restrizioni.
Non si può in ogni caso prescindere, tuttavia, da una forte presenza dei genitori, delle famiglie. È emblematica, a tale proposito, l’intervista concessa a Repubblica dalla madre del diciassettenne pescarese arrestato per terrorismo: «Colpa anche mia, dovevo controllarlo sui social, ho sbagliato a fidarmi troppo», dice. Insiste a difendere il suo ragazzo, spiega che aveva paura di essere arrestato, che non avrebbe fatto male a nessuno e addirittura che aveva finto di essere uno del gruppo estremista per timore di ritorsioni. In realtà, stando all’inchiesta, pare che non solo il diciassettenne fosse animatore di gruppi, ma pure che abbia cercato di manipolare un altro minore più giovane. Eppure eccolo lì che, scoperto, cerca la consolazione della mamma, l’abbraccio protettivo. E la mamma, straziata, glielo offre. Sembra davvero di rivedere quel che accade ai genitori della serie televisiva Adolescence, i quali - scoperto il crimine orribile del figlio - si guardano fra loro disperati in cerca di reciproca assoluzione, e si dicono: «Pensavamo che nella sua stanza fosse al sicuro». Era vero l’esatto contrario. Se le famiglie non controllano e si assentano, e se le norme di contrasto sono blande, ecco che può accadere l’impensabile. Nel caso di questo ragazzo le forze dell’ordine sono intervenute prima che accadesse qualcosa di terribile, ma chissà che potrebbe accadere in futuro: le lezioni che vengono specialmente dagli Stati Uniti non sono incoraggianti.
Se c’è educazione da fare, oggi, deve riguardare soprattutto gli adulti. Sono loro che devono essere istruiti sui meccanismi della manipolazione digitale, loro che debbono essere aiutati a comprendere le nuove necessità educative e protettive, qualora non riescano o non vogliano farlo da soli. E poi, a corredo, sono necessarie le leggi. Anche i divieti, sì. Non saranno risolutivi ma sono un inizio, un segnale. Serve un approccio realmente maschile, paterno, per combattere questa mascolinità debole e deviata che assume forme diverse ma in fondo affini, che si tratti delle bravate dei maranza, dell’esibizione di falsa ricchezza di alcuni influencer o delle psicosi mortifere dell’accelerazionismo satanico. Altro che ascolto: di queste stupidaggini ne abbiamo ascoltate pure troppe. Adesso è tempo di metterle a freno, e sul serio.
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I lavori in corso in numerosi cantieri, tutti attivi nel Burgraviato, procedevano a pieno ritmo nonostante una forza lavoro che, almeno stando ai libri contabili, poteva contare su un esiguo numero di operai.
La circostanza ha insospettivo i finanzieri del Comando Provinciale di Bolzano che, con gli ispettori dell’Inps, hanno deciso di approfondire la posizione di due aziende edili, una società e una ditta individuale, riconducibili alla medesima compagine gestionale.
L’attività di controllo, condotta dalla Compagnia di Merano, ha consentito l’identificazione delle maestranze effettivamente impiegate e l’acquisizione di documentazione utile a riscontrare la regolarità della loro assunzione e le modalità di corresponsione delle retribuzioni.
Gli approfondimenti hanno fatto emergere come, accanto a un esiguo numero di personale regolarmente assunto, vi fossero ben 62 lavoratori che venivano impiegati per alcuni periodi totalmente in nero e, per altri, in modo irregolare.
Per 14 di loro, le Fiamme gialle hanno accertato l’impiego lavorativo pur risultando formalmente inoccupati e per questa ragione destinatari della Naspi, l’indennità di disoccupazione. In un caso è stato identificato un operaio regolarmente al lavoro, nonostante risultasse in malattia.
Il sistema si reggeva su un vorticoso giro di contanti, utilizzati per corrispondere le paghe ai lavoratori non regolarmente assunti, in violazione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti, oltre che sul sistematico aggiramento degli obblighi di versamento degli oneri previdenziali e contributivi: la Guardia di finanza ha accertato l’omesso versamento di contributi per oltre 270 mila euro.
A conclusione dell’attività ispettiva, sono state comminate sanzioni amministrative per un importo di oltre 130 mila euro ed è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, come previsto dal Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
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Il «grimaldello» giuridico usato dalla Commissione e invocato dall’Italia, per ritenere ammissibile tale aiuto, è quello dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c dei Trattati (Tfeu) che considera compatibili col mercato interno gli «aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche». Nel caso specifico Teresa Ribera, commissario e vicepresidente esecutivo, ha ritenuto che questa spesa sia necessaria e appropriata per de-carbonizzare i settori difficili da elettrificare come trasporti e alcuni settori industriali; ha un effetto incentivante (senza aiuto i produttori non realizzerebbero gli investimenti); è proporzionata, in quanto l’importo dell’aiuto è determinato tramite gara competitiva sul solo prezzo di esercizio; genera effetti positivi per l’ambiente superiori agli effetti distorsivi sulla concorrenza.
Apprendiamo così, purtroppo non per la prima volta, che nel mercato in cui si venera da anni il mantra della concorrenza, quando un bene non ha mercato perché ha costi di produzione relativamente alti rispetto ad altri beni sostitutivi, la soluzione è quella di incentivare i produttori, gettando denaro pubblico in un pozzo potenzialmente senza fondo. Perché non è affatto detto che dopo il 2029 quella produzione di idrogeno potrà stare sul mercato senza sussidi.
Sono proprio le modalità di erogazione di questo sostegno (contratti bilaterali per differenza) che costituiranno l’albero della cuccagna per i produttori attuali e potenziali, tra cui ci sono giganti come Snam, Eni, Enel Green Power, Italgas, A2a e Iren. Aziende a cui certo non mancano le risorse finanziarie e manageriali per investire e rischiare in proprio.
Il meccanismo prevede infatti gare competitive sul prezzo di esercizio (strike price), in modo da favorire i progetti più efficienti e basso costo di produzione. Una volta fissato questo prezzo, se il prezzo di mercato del combustibile alternativo (in genere combustibile fossile più economico ma più inquinante) a disposizione degli utilizzatori di idrogeno verde fosse più basso, lo Stato rimborserà ai produttori la differenza. Colmando così lo svantaggio di costo dell’idrogeno e offrendo a produttori e utilizzatori un prezzo stabile, fissato pari al prezzo di esercizio, e un indubbio incentivo a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe clienti. Se il prezzo di mercato dei combustibili alternativi superasse lo strike price, i produttori restituirebbero la differenza allo Stato.
Si tratta di un’iniziativa che parte da lontano, i cui primi passi sono stati finanziati con il Pnrr, e che si inquadra nella Strategia Ue sull’idrogeno del luglio 2020 e del Clean Industrial Deal. Come si vede, strumenti concepiti in un’altra era geologica per quanto riguarda l’assetto dell’economia e delle priorità verso cui destinare le risorse pubbliche. Strumenti che sono il risultato di un furore ideologico a favore della transizione verde che oggi - dopo Covid, guerra e inflazione a doppia cifra del 2022 - è in forte discussione.
Invece la Commissione procede spedita come se fossimo ancora nel 2020 con i soldi dei contribuenti italiani al traino.
Ma tutto ciò non può passare inosservato nei giorni in cui al governo faticano a trovare risorse per contenere il caro carburanti o, volendo andare indietro a dicembre, quando il taglio dell’Irpef avrebbe potuto essere più generoso.
A questo proposito è illuminante la frase pronunciata dal ministro Giancarlo Giorgetti a Cernobbio nell’ultimo fine settimana: «Dobbiamo fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare, ma sempre tenendo a mente i nostri limiti di finanza pubblica».
Ecco, poiché le risorse sono limitate e le priorità sono evidentemente cambiate rispetto al 2020, va proprio colto l’invito del ministro a fare una seria riflessione su 6 miliardi di denaro pubblico destinati a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe mercato, impedendo utilizzi alternativi di quel denaro. D’altronde, se si ritiene che l’idrogeno verde sia la terra promessa, potrebbero essere i produttori a sostenere i costi e le perdite per tenerlo sul mercato, in attesa di un futuro profittevole. Negli Usa, OpenAi, tra i più grandi produttori di intelligenza artificiale, nel 2026 fatturerà circa 30 miliardi e ne perderà 14, con i profitti attesi non prima del 2029. E non riceve sussidi pubblici.
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