True
2018-03-21
Il ruolo del cassiere di Gheddafi che guidava la fondazione di Prodi
ANSA
Nel 2006 Bashir era stato scelto per guidare un esclusivo pensatoio prodiano, la Téresys foundation di San Marino, al cui vertice è rimasto sino 2011, quando
Bashir Saleh aveva le chiavi del fondo libico da 7 miliardi dal quale sarebbero transitate le tangenti per Sarkò. È stato presidente della fondazione Téresys. Misterioso ente sammarinese creato da uomini di Mortadella. L'osservatorio, come vedremo, era in mano ad amici e stretti collaboratori dell'ex primo ministro italiano. Quando lascia la fondazione, Bashir, abbandona anche la Libia. Secondo il governo provvisorio di Tobruk, che chiese il suo arresto, l'ex capo staff di Gheddafi sarebbe sparito con le chiavi dei conti del Libya Africa investment portfolio, un fondo sovrano del valore di circa 7 miliardi di dollari che sarebbe stato utilizzato proprio per finanziare Sarkozy. E probabilmente non solo lui. Nel 2012 il sito giornalistico francese Mediapart ha pubblicato un documento in arabo secondo il quale il regime libico aveva stabilito di sostenere la campagna elettorale di Sarkozy con 50 milioni euro. L'accordo sarebbe stato siglato il 6 ottobre 2006 in un summit segreto avvenuto a Tripoli e ad esso avrebbero partecipato anche il capo dell'intelligence libica, Bashir e il faccendiere franco libanese Ziad Takieddine. Quest'ultimo, attraverso un legale, ha ammesso che un simile meeting era molto verosimile e, nel 2016, ha confessato ai magistrati parigini di aver trasportato 5 milioni di euro in alcune valigie nel corso di tre viaggi effettuati fra il novembre 2006 e l'inizio del 2007 e di averle consegnate a Claude Guèant, all'epoca direttore della campagna di Sarkò e poi segretario generale dell'Eliseo.
Ma i 5 milioni di cui si discute in queste ore sarebbero solo una tranche dei soldi incassati dall'ex capo della Repubblica francese. Per esempio nei diari dell'ex ministro libico del Petrolio,
Choukri Ghanem, misteriosamente annegato nel Danubio a Vienna tra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2012, si fa riferimento ad altri versamenti a favore di Sarkozy, compresi 1,5 milioni di euro che sarebbero partiti dallo stesso Bashir, l'uomo incaricato dal Raìs di curare le relazioni con la Francia. Non basta. Secondo gli inquirenti transalpini, nel 2009, l'ex cassiere di Gheddafi avrebbe acquistato, attraverso il fondo che dirigeva, al doppio (10 milioni di euro circa) del prezzo di mercato una villa situata a Mougins, località della regione delle Alpi marittime. Il vero proprietario di quella magione, per gli investigatori, era Alexandre Djouhri, un finanziere franco algerino, considerato vicino a Sarkozy. Il sovrapprezzo dell'operazione sarebbe servito a finanziare l'ex presidente.
Quando iniziò la guerra in Libia, decisa dallo stesso Sarkò,
Bashir fuggì in Francia, dove trovò rifugio e ottenne un passaporto diplomatico nigerino «su consiglio e pressione di un paese europeo» non meglio identificato. Ma nel maggio 2012, in piena campagna presidenziale, a causa di un mandato di cattura internazionale, Bashir diventa un ospite indesiderato e per questo viene imbarcato, con un trolley pieno di documenti riservati, su un jet privato messo a disposizione da Djouhri (che avrebbe fatto da mediatore con l'ex numero uno dei servizi segreti francesi, Bernard Squarcini) e diretto, via Niger, in Sudafrica, dove trovò la protezione del presidente Jacob Zuma.
A gennaio
Djouhri è stato arrestato all'aeroporto londinese di Heathrow, su ordine dell'Interpol, con l'accusa di «appropriazione indebita di fondi pubblici». Scarcerato su cauzione, in attesa dell'udienza per l'estradizione prevista ad aprile, ha annunciato di attendere una testimonianza a sé favorevole da parte di Bashir. Peccato che gli inquirenti francesi provino inutilmente a interrogare l'ex capo di gabinetto del colonnello libico dal 2013, considerandolo una miniera di informazioni sull'ex regime di Gheddafi e sui miliardi di dollari nascosti in giro per l'Africa.
Per ora Bashir si è limitato a consegnare a
Le Monde una dichiarazione sibillina: «Gheddafi aveva ammesso di aver finanziato Sarkozy. Sarkozy nega, ma io credo di più a Gheddafi». Un'affermazione che non deve essere piaciuta a tutti e probabilmente venerdì 27 febbraio qualcuno ha inviato all'ex amico di Prodi le proprie doglianze. Infatti l'uomo è stato ferito allo stomaco con un'arma da fuoco in un sobborgo di Johannesburg mentre rientrava da un viaggio d'affari in Zimbabwe e nell'attentato è stato coinvolto pure il suo autista. Gli avvocati francesi di Bashir hanno precisato che «non ci sono prove che l'attacco abbia un movente politico», ma i famigliari dell'ex capo di gabinetto di Gheddafi hanno affermato che il loro parente si sentiva «particolarmente minacciato nelle ultime settimane» e di essere rimasti sorpresi per il fatto che gli aggressori non avrebbero rubato nulla dall'auto.
Se Bashir, dopo il ferimento, decidesse di collaborare, potrebbe raccontare non solo i suoi rapporti con
Sarkozy, ma anche quelli con altri politici europei di primo piano, come Romano Prodi. Su quei legami aveva indagato Panorama. Che aveva scavato intorno alla Téresys foundation, la cui sede legale si trovava a San Marino, al piano terra di un anonimo palazzo di mattoni rossi. Sino al febbraio di sette anni il presidente di quell'associazione era proprio Bashir. Quando l'ex braccio destro di Gheddafi finì nella lista nera dell'Unione europea e della Nato per presunti crimini di guerra, la Repubblica di San Marino fece commissariare la fondazione. Nello stesso periodo l'Aif, l'Agenzia di informazione finanziaria della piccola repubblica del Titano, avviò un'inchiesta su alcune donazioni sospette provenienti dall'Europa e dal Nord Africa. La Cassa di risparmio di San Marino chiuse i conti della Téresys e Bashir si dimise. Le indagini furono archiviate, ma nel 2014 i soci hanno chiesto la cancellazione della fondazione e il 27 marzo 2015 il suo nome è sparito dal pubblico registro.
Questo «osservatorio internazionale per le politiche sociali, economiche e fiscali» non aveva scopo di lucro anche se, in base allo statuto, poteva «compiere anche operazioni finanziarie, commerciali, mobiliari e immobiliari» e «svolgere attività economiche strumentali». La Téresys, in modo non casuale, condivideva gli uffici con la Pragmata, società di consulenza nata da una costola della Nomisma, pensatoio creato da Prodi. Uno dei direttori della Téresys era il romagnolo
Piero Scarpellini, fondatore della Pragmata e storico amico dell'ex premier: nel 2006 venne nominato dall'ex capo dell'Ulivo «consulente non pagato» della presidenza del Consiglio per i paesi africani. Sui rapporti economici della Pragmata con la Libia indagò senza successo anche il pm Luigi De Magistris, il quale che fece sequestrare alcune foto di Scarpellini e Prodi con Gheddafi in Libia.
Ai convegni della Téresys difficilmente mancava l'ex premier, più volte immortalato nella photogallery della fondazione con «l'amico»
Bashir. Resta da capire perché un personaggio chiacchierato come l'ex capo di gabinetto di Gheddafi sia finito a San Marino, all'epoca considerato una specie di paradiso fiscale, a guidare una fondazione prodiana.
Giacomo Amadori
L'ex presidente francese Sarkozy è in stato di fermo

LaPresse
Quei sorrisetti beffardi contro l'Italia e quella prosopopea da grandeur sono scomparsi dal viso di Nicolas Sarkozy. La voglia di scherzare è sparita quando, ieri mattina, è stato prelevato e portato nell'ufficio anti corruzione della polizia giudiziaria di Nanterre. Accusato di avere ricevuto finanziamenti illegali dall'ex Raìs Muammar Gheddafi per la vittoriosa campagna presidenziale del 2007, che gli permise di conquistare l'Eliseo, sconfiggendo al secondo turno la socialista Ségolène Royal. Secondo la legge francese Sarkozy è nello stato di «gardé à vue», cioè trattenuto e interrogato della polizia fino a 48 ore, al termine delle quali il giudice potrà proscioglierlo, dichiararlo «testimone assistito», una sorta di statuto a metà strada, o indagato. Ma di cosa è sospettato l'ex presidente? Si tratta di 5 milioni in contanti in tre valigette. Trasportati in aereo da Tripoli a Parigi, in banconote da 200 e 500 euro, spediti da parte di Muammar Gheddafi e destinati a facilitare la corsa elettorale dell'allora candidato dell'Ump e ministro dell'Interno. Questa somma rappresenterebbe solo una parte di presunti finanziamenti occulti per 50 milioni, che vennero decisi nel 2006 durante una riunione segreta a Tripoli.
Se così fosse Sarkozy avrebbe poi girato le spalle al suo benefattore, anzi lo bombardò direttamente, forse anche per cancellare le tracce di questo strano giro di denaro. Infatti lo stesso Sarkozy fu in primissima linea nel 2011 nell'intervento militare della Nato contro Gheddafi, che si concluse con la deposizione e l'uccisione del dittatore. Nonché con il caos in cui piombò il Paese africano, l'arrivo dell'Isis e il conseguente traffico di barconi di profughi e non diretti in Italia. Una guerra, a cui Silvio Berlusconi era contrario, costata al nostro Paese centinaia di milioni e sicurezza. Comunque, alla luce di quanto trapela in queste ore, la Francia non avrebbe attaccato il Colonnello solo per motivazioni economiche e politiche, ma anche personali del capo dell'Eliseo, che così eliminò il leader che poteva incastrarlo.
L'inchiesta francese nasce nel novembre 2016, quando Ziad Takieddine, uomo d'affari franco libanese e intermediario di commercio d'armi, dichiara agli inquirenti di avere portato in Francia 5 milioni di euro in contanti provenienti da Tripoli e di averli consegnati, all'inizio del 2007, all'allora direttore di campagna di Sarkozy, Claude Guéant, che sarà poi promosso segretario generale dell'Eliseo. Anzi, una delle tre tranche sarebbe stata recapitata direttamente in un appartamento di Sarkozy. C'è poi la morte in circostanze misteriose di Choukri Ghanem, ex ministro libico del Petrolio, ritrovato cadavere nel Danubio e Vienna il 29 aprile 2012, tra il primo e il secondo turno delle presidenziali francesi. In un'agenda che apparteneva a Ghanem sono stati trovati appunti su milioni di euro che la Libia avrebbe versato a Sarkozy proprio all'inizio del 2007.
Ma gli indizi che hanno portato al fermo di ieri non sono finiti qui. Di finanziamenti libici, scrive Le Monde, all'allora aspirante capo dell'Eliseo aveva già parlato il 20 settembre 2012 l'ex direttore dell'intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, davanti alla procura generale del Consiglio nazionale di transizione. Sempre lo stesso quotidiano riporta anche quanto dichiarato in un'intervista da Bashir Saleh, il capo di gabinetto del Raìs e responsabile delle relazioni economiche con la Francia, di recente ferito a colpi di pistola a Johannesburg, dove è rifugiato: «Gheddafi ha detto di avere finanziato Sarkozy. Sarkozy ha detto di non essere stato finanziato. Credo più a Gheddafi che a Sarkozy». Questi dirigeva il fondo sovrano libico Lap da cui sarebbero stati stornati i 50 milioni diretti a Sarko.
Il 7 gennaio scorso, quando all'aeroporto di Heathrow è stato arrestato Alexandre Djouhri, uomo d'affari anche lui al centro del vortice dei finanziamenti libici. In particolare avrebbe comprato una villa, attraverso il fondo Lap, pagandola il doppio per finanziare sempre la campagna del 2007. Intanto ieri il figlio del Raìs, Saif Gheddafi, ha esultato per l'arresto sostenendo che numerosi testimoni possono dimostrare il passaggio di denaro.
L'inchiesta sui fondi libici s'intreccia con altre due che riguardano il consorte di Carla Bruni. La prima è lo scandalo Bettencourt, ovvero le bustarelle consegnate dall'ereditiera dell'impero L'Oreal sempre per le elezioni del 2007. Questa risulta archiviata, anche se mai completamente chiarita. La seconda invece riguarda il ruolo del governo, sotto la presidenza Sarkozy, nell'arbitrare la battaglia fra Bernard Tapie e la banca Credit Lyonnais, terminata con la decisione di risarcire il miliardario con oltre 400 milioni di euro. Le tre indagini s'incrociano perché un tale Paul Bismuth, intercettato al telefono, ne parlava in continuazione con l'avvocato Thierry Herzog, storico amico di Sarkozy. Parlavano di banche, Bettencourt, ma anche di Gheddafi e delle indagini sui finanziamenti, di come uscire dai guai. Ebbene i magistrati parigini hanno scoperto che Paul Bismuth non esiste, altri non era che lo stesso Sarkozy che, sotto falso nome, aveva comprato un'altra carta sim e un nuovo cellulare. Un comportamento sospetto, per il quale l'ex presidente è stato interrogato nel luglio 2014 ed è tutt'ora indagato per corruzione e abuso d'ufficio.
Alfredo Arduino
Mazzette sospette per 50 milioni e una strana morte nel Danubio

LaPresse
Un libro inchiesta ha ricostruito l'intreccio degli incontri: la prima richiesta di soldi sarebbe avvenuta nella tenda del Rais, nel 2005. Poi una seconda visita, rimasta segreta.
Related Articles Around the Web
Continua a leggereRiduci
Un filo rosso collega l'arresto dell'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, con l'ex primo ministro italiano, Romano Prodi. La connessione è uno degli uomini chiave dell'inchiesta che ha condotto ieri Sarkozy in una caserma di polizia: stiamo parlando di Bashir Saleh Bashir, 72 anni, ex compagno di scuola di Muammar Gheddafi, professore di matematica e biologia, già esponente dell'unione socialista araba, quindi diplomatico e politico in carriera con il governo rivoluzionario di Gheddafi, di cui è stato capo di gabinetto dal 1998 sino alla caduta. Lo speciale contiene tre articoli Nel 2006 Bashir era stato scelto per guidare un esclusivo pensatoio prodiano, la Téresys foundation di San Marino, al cui vertice è rimasto sino 2011, quando Bashir Saleh aveva le chiavi del fondo libico da 7 miliardi dal quale sarebbero transitate le tangenti per Sarkò. È stato presidente della fondazione Téresys. Misterioso ente sammarinese creato da uomini di Mortadella. L'osservatorio, come vedremo, era in mano ad amici e stretti collaboratori dell'ex primo ministro italiano. Quando lascia la fondazione, Bashir, abbandona anche la Libia. Secondo il governo provvisorio di Tobruk, che chiese il suo arresto, l'ex capo staff di Gheddafi sarebbe sparito con le chiavi dei conti del Libya Africa investment portfolio, un fondo sovrano del valore di circa 7 miliardi di dollari che sarebbe stato utilizzato proprio per finanziare Sarkozy. E probabilmente non solo lui. Nel 2012 il sito giornalistico francese Mediapart ha pubblicato un documento in arabo secondo il quale il regime libico aveva stabilito di sostenere la campagna elettorale di Sarkozy con 50 milioni euro. L'accordo sarebbe stato siglato il 6 ottobre 2006 in un summit segreto avvenuto a Tripoli e ad esso avrebbero partecipato anche il capo dell'intelligence libica, Bashir e il faccendiere franco libanese Ziad Takieddine. Quest'ultimo, attraverso un legale, ha ammesso che un simile meeting era molto verosimile e, nel 2016, ha confessato ai magistrati parigini di aver trasportato 5 milioni di euro in alcune valigie nel corso di tre viaggi effettuati fra il novembre 2006 e l'inizio del 2007 e di averle consegnate a Claude Guèant, all'epoca direttore della campagna di Sarkò e poi segretario generale dell'Eliseo. Ma i 5 milioni di cui si discute in queste ore sarebbero solo una tranche dei soldi incassati dall'ex capo della Repubblica francese. Per esempio nei diari dell'ex ministro libico del Petrolio, Choukri Ghanem, misteriosamente annegato nel Danubio a Vienna tra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2012, si fa riferimento ad altri versamenti a favore di Sarkozy, compresi 1,5 milioni di euro che sarebbero partiti dallo stesso Bashir, l'uomo incaricato dal Raìs di curare le relazioni con la Francia. Non basta. Secondo gli inquirenti transalpini, nel 2009, l'ex cassiere di Gheddafi avrebbe acquistato, attraverso il fondo che dirigeva, al doppio (10 milioni di euro circa) del prezzo di mercato una villa situata a Mougins, località della regione delle Alpi marittime. Il vero proprietario di quella magione, per gli investigatori, era Alexandre Djouhri, un finanziere franco algerino, considerato vicino a Sarkozy. Il sovrapprezzo dell'operazione sarebbe servito a finanziare l'ex presidente. Quando iniziò la guerra in Libia, decisa dallo stesso Sarkò, Bashir fuggì in Francia, dove trovò rifugio e ottenne un passaporto diplomatico nigerino «su consiglio e pressione di un paese europeo» non meglio identificato. Ma nel maggio 2012, in piena campagna presidenziale, a causa di un mandato di cattura internazionale, Bashir diventa un ospite indesiderato e per questo viene imbarcato, con un trolley pieno di documenti riservati, su un jet privato messo a disposizione da Djouhri (che avrebbe fatto da mediatore con l'ex numero uno dei servizi segreti francesi, Bernard Squarcini) e diretto, via Niger, in Sudafrica, dove trovò la protezione del presidente Jacob Zuma. A gennaio Djouhri è stato arrestato all'aeroporto londinese di Heathrow, su ordine dell'Interpol, con l'accusa di «appropriazione indebita di fondi pubblici». Scarcerato su cauzione, in attesa dell'udienza per l'estradizione prevista ad aprile, ha annunciato di attendere una testimonianza a sé favorevole da parte di Bashir. Peccato che gli inquirenti francesi provino inutilmente a interrogare l'ex capo di gabinetto del colonnello libico dal 2013, considerandolo una miniera di informazioni sull'ex regime di Gheddafi e sui miliardi di dollari nascosti in giro per l'Africa. Per ora Bashir si è limitato a consegnare a Le Monde una dichiarazione sibillina: «Gheddafi aveva ammesso di aver finanziato Sarkozy. Sarkozy nega, ma io credo di più a Gheddafi». Un'affermazione che non deve essere piaciuta a tutti e probabilmente venerdì 27 febbraio qualcuno ha inviato all'ex amico di Prodi le proprie doglianze. Infatti l'uomo è stato ferito allo stomaco con un'arma da fuoco in un sobborgo di Johannesburg mentre rientrava da un viaggio d'affari in Zimbabwe e nell'attentato è stato coinvolto pure il suo autista. Gli avvocati francesi di Bashir hanno precisato che «non ci sono prove che l'attacco abbia un movente politico», ma i famigliari dell'ex capo di gabinetto di Gheddafi hanno affermato che il loro parente si sentiva «particolarmente minacciato nelle ultime settimane» e di essere rimasti sorpresi per il fatto che gli aggressori non avrebbero rubato nulla dall'auto. Se Bashir, dopo il ferimento, decidesse di collaborare, potrebbe raccontare non solo i suoi rapporti con Sarkozy, ma anche quelli con altri politici europei di primo piano, come Romano Prodi. Su quei legami aveva indagato Panorama. Che aveva scavato intorno alla Téresys foundation, la cui sede legale si trovava a San Marino, al piano terra di un anonimo palazzo di mattoni rossi. Sino al febbraio di sette anni il presidente di quell'associazione era proprio Bashir. Quando l'ex braccio destro di Gheddafi finì nella lista nera dell'Unione europea e della Nato per presunti crimini di guerra, la Repubblica di San Marino fece commissariare la fondazione. Nello stesso periodo l'Aif, l'Agenzia di informazione finanziaria della piccola repubblica del Titano, avviò un'inchiesta su alcune donazioni sospette provenienti dall'Europa e dal Nord Africa. La Cassa di risparmio di San Marino chiuse i conti della Téresys e Bashir si dimise. Le indagini furono archiviate, ma nel 2014 i soci hanno chiesto la cancellazione della fondazione e il 27 marzo 2015 il suo nome è sparito dal pubblico registro. Questo «osservatorio internazionale per le politiche sociali, economiche e fiscali» non aveva scopo di lucro anche se, in base allo statuto, poteva «compiere anche operazioni finanziarie, commerciali, mobiliari e immobiliari» e «svolgere attività economiche strumentali». La Téresys, in modo non casuale, condivideva gli uffici con la Pragmata, società di consulenza nata da una costola della Nomisma, pensatoio creato da Prodi. Uno dei direttori della Téresys era il romagnolo Piero Scarpellini, fondatore della Pragmata e storico amico dell'ex premier: nel 2006 venne nominato dall'ex capo dell'Ulivo «consulente non pagato» della presidenza del Consiglio per i paesi africani. Sui rapporti economici della Pragmata con la Libia indagò senza successo anche il pm Luigi De Magistris, il quale che fece sequestrare alcune foto di Scarpellini e Prodi con Gheddafi in Libia. Ai convegni della Téresys difficilmente mancava l'ex premier, più volte immortalato nella photogallery della fondazione con «l'amico» Bashir. Resta da capire perché un personaggio chiacchierato come l'ex capo di gabinetto di Gheddafi sia finito a San Marino, all'epoca considerato una specie di paradiso fiscale, a guidare una fondazione prodiana. Giacomo Amadori <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-ruolo-del-cassiere-del-colonnello-che-guidava-la-fondazione-di-prodi-2550473673.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-presidente-francese-sarkozy-e-in-stato-di-fermo" data-post-id="2550473673" data-published-at="1775213764" data-use-pagination="False"> L'ex presidente francese Sarkozy è in stato di fermo LaPresse Quei sorrisetti beffardi contro l'Italia e quella prosopopea da grandeur sono scomparsi dal viso di Nicolas Sarkozy. La voglia di scherzare è sparita quando, ieri mattina, è stato prelevato e portato nell'ufficio anti corruzione della polizia giudiziaria di Nanterre. Accusato di avere ricevuto finanziamenti illegali dall'ex Raìs Muammar Gheddafi per la vittoriosa campagna presidenziale del 2007, che gli permise di conquistare l'Eliseo, sconfiggendo al secondo turno la socialista Ségolène Royal. Secondo la legge francese Sarkozy è nello stato di «gardé à vue», cioè trattenuto e interrogato della polizia fino a 48 ore, al termine delle quali il giudice potrà proscioglierlo, dichiararlo «testimone assistito», una sorta di statuto a metà strada, o indagato. Ma di cosa è sospettato l'ex presidente? Si tratta di 5 milioni in contanti in tre valigette. Trasportati in aereo da Tripoli a Parigi, in banconote da 200 e 500 euro, spediti da parte di Muammar Gheddafi e destinati a facilitare la corsa elettorale dell'allora candidato dell'Ump e ministro dell'Interno. Questa somma rappresenterebbe solo una parte di presunti finanziamenti occulti per 50 milioni, che vennero decisi nel 2006 durante una riunione segreta a Tripoli.Se così fosse Sarkozy avrebbe poi girato le spalle al suo benefattore, anzi lo bombardò direttamente, forse anche per cancellare le tracce di questo strano giro di denaro. Infatti lo stesso Sarkozy fu in primissima linea nel 2011 nell'intervento militare della Nato contro Gheddafi, che si concluse con la deposizione e l'uccisione del dittatore. Nonché con il caos in cui piombò il Paese africano, l'arrivo dell'Isis e il conseguente traffico di barconi di profughi e non diretti in Italia. Una guerra, a cui Silvio Berlusconi era contrario, costata al nostro Paese centinaia di milioni e sicurezza. Comunque, alla luce di quanto trapela in queste ore, la Francia non avrebbe attaccato il Colonnello solo per motivazioni economiche e politiche, ma anche personali del capo dell'Eliseo, che così eliminò il leader che poteva incastrarlo.L'inchiesta francese nasce nel novembre 2016, quando Ziad Takieddine, uomo d'affari franco libanese e intermediario di commercio d'armi, dichiara agli inquirenti di avere portato in Francia 5 milioni di euro in contanti provenienti da Tripoli e di averli consegnati, all'inizio del 2007, all'allora direttore di campagna di Sarkozy, Claude Guéant, che sarà poi promosso segretario generale dell'Eliseo. Anzi, una delle tre tranche sarebbe stata recapitata direttamente in un appartamento di Sarkozy. C'è poi la morte in circostanze misteriose di Choukri Ghanem, ex ministro libico del Petrolio, ritrovato cadavere nel Danubio e Vienna il 29 aprile 2012, tra il primo e il secondo turno delle presidenziali francesi. In un'agenda che apparteneva a Ghanem sono stati trovati appunti su milioni di euro che la Libia avrebbe versato a Sarkozy proprio all'inizio del 2007.Ma gli indizi che hanno portato al fermo di ieri non sono finiti qui. Di finanziamenti libici, scrive Le Monde, all'allora aspirante capo dell'Eliseo aveva già parlato il 20 settembre 2012 l'ex direttore dell'intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, davanti alla procura generale del Consiglio nazionale di transizione. Sempre lo stesso quotidiano riporta anche quanto dichiarato in un'intervista da Bashir Saleh, il capo di gabinetto del Raìs e responsabile delle relazioni economiche con la Francia, di recente ferito a colpi di pistola a Johannesburg, dove è rifugiato: «Gheddafi ha detto di avere finanziato Sarkozy. Sarkozy ha detto di non essere stato finanziato. Credo più a Gheddafi che a Sarkozy». Questi dirigeva il fondo sovrano libico Lap da cui sarebbero stati stornati i 50 milioni diretti a Sarko.Il 7 gennaio scorso, quando all'aeroporto di Heathrow è stato arrestato Alexandre Djouhri, uomo d'affari anche lui al centro del vortice dei finanziamenti libici. In particolare avrebbe comprato una villa, attraverso il fondo Lap, pagandola il doppio per finanziare sempre la campagna del 2007. Intanto ieri il figlio del Raìs, Saif Gheddafi, ha esultato per l'arresto sostenendo che numerosi testimoni possono dimostrare il passaggio di denaro.L'inchiesta sui fondi libici s'intreccia con altre due che riguardano il consorte di Carla Bruni. La prima è lo scandalo Bettencourt, ovvero le bustarelle consegnate dall'ereditiera dell'impero L'Oreal sempre per le elezioni del 2007. Questa risulta archiviata, anche se mai completamente chiarita. La seconda invece riguarda il ruolo del governo, sotto la presidenza Sarkozy, nell'arbitrare la battaglia fra Bernard Tapie e la banca Credit Lyonnais, terminata con la decisione di risarcire il miliardario con oltre 400 milioni di euro. Le tre indagini s'incrociano perché un tale Paul Bismuth, intercettato al telefono, ne parlava in continuazione con l'avvocato Thierry Herzog, storico amico di Sarkozy. Parlavano di banche, Bettencourt, ma anche di Gheddafi e delle indagini sui finanziamenti, di come uscire dai guai. Ebbene i magistrati parigini hanno scoperto che Paul Bismuth non esiste, altri non era che lo stesso Sarkozy che, sotto falso nome, aveva comprato un'altra carta sim e un nuovo cellulare. Un comportamento sospetto, per il quale l'ex presidente è stato interrogato nel luglio 2014 ed è tutt'ora indagato per corruzione e abuso d'ufficio.Alfredo Arduino <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/il-ruolo-del-cassiere-del-colonnello-che-guidava-la-fondazione-di-prodi-2550473673.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mazzette-sospette-per-50-milioni-e-una-strana-morte-nel-danubio" data-post-id="2550473673" data-published-at="1775213764" data-use-pagination="False"> Mazzette sospette per 50 milioni e una strana morte nel Danubio LaPresse Un libro inchiesta ha ricostruito l'intreccio degli incontri: la prima richiesta di soldi sarebbe avvenuta nella tenda del Rais, nel 2005. Poi una seconda visita, rimasta segreta.Che peso hanno le parole di un uomo braccato, spacciato, con le ore contate? Nessuno. E infatti proprio nessuno, nel marzo del 2011, diede peso alla «bomba» - metaforica, una volta tanto - lanciata dall'accerchiato Muammar Gheddafi, alle prese con la primavera araba e con le pressioni occidentali. La bomba non scoppiò. Il 10 marzo di quell'anno, l'agenzia di stampa libica fece allusione a un «importante segreto» a proposito di Nicolas Sarkozy, in quel momento nemico principale della Libia.Qualche giorno dopo, in un'intervista televisiva, il leader libico rivelò il segreto: «Sono veramente arrabbiato», disse, «sono io che ho aiutato Sarkozy a prendere il potere. Gli ho dato del denaro prima che diventasse presidente. È venuto qui, mi ha reso visita nella mia tenda, quando era ministro dell'Interno, e mi ha chiesto aiuto». Ma al leone ferito e ai suoi tentativi di uscire dall'angolo, nessuno fece caso. Oggi, dopo l'arresto dell'ex presidente francese, sappiamo che qualcosa di vero c'era. Più di qualcosa. Ad averlo anticipato, prima dell'indagine che ha portato al fermo di Sarkozy, era stato, qualche mese fa, un libro inchiesta di Fabrice Arfi e Karl Laske, Avec les compliments du Guide (Fayard). Dove la Guida del titolo è proprio lui, il satrapo libico. Ma andiamo con ordine. A quale circostanza si riferisce Gheddafi quando parla di una visita del Sarkozy ministro dell'Interno? Nell'agenda ufficiale ne è segnata una sola, avvenuta il 6 ottobre 2005, quando il francese è capo del partito Ump, ministro dell'Interno e candidato alle presidenziali.Un viaggio toccata e fuga, dove tuttavia Gheddafi, che pure ama farsi desiderare, trova il tempo di ricevere l'ospite francese, nella sua tenda, appunto. Parlano di immigrazione e terrorismo. E poi… E poi non si sa. L'interprete francese si trincera dietro il segreto professionale, non rivela i dettagli della conversazione. Ma, en passant, nomina una seconda visita del maggio 2006, che però non risulta negli archivi.Di questa seconda visita parla anche un uomo dell'entourage di Gheddafi, non meglio identificato. Anche lui ricorda che nel maggio 2006 ci fu una visita del ministro dell'Interno francese, giunto a Tripoli «in cerca d'aiuto». Sembra inoltre che, nel primo viaggio, quello ufficiale, Sarkozy abbia trovato il tempo di incontrare Abdallah Senussi, militare libico d'alto rango, cognato del Raìs, e incidentalmente condannato in contumacia dalla Francia per l'attentato a un Dc 10 costato la vita a 170 passeggeri. Frequentazioni piuttosto inquietanti, per un ministro dell'Interno di Francia. Dopo quest'incontro, Senussi incontra il losco intermediario Ziad Takieddine, vero «uomo ovunque» della Francia, in Libia e non solo. In questa occasione, il militare chiede al faccendiere il costo di una campagna elettorale in Francia. Sarkozy vuole un aiuto, aggiunge. Aiuto o non aiuto, il leader conservatore presidente lo diventa davvero. E, dopo pochi giorni, il 28 maggio 2007, ha una conversazione telefonica con Gheddafi in cui parla amabilmente di nucleare, di investimenti, di lotta al terrorismo, come se dall'altro lato del telefono non ci fosse il leader di uno Stato canaglia.Poco più di tre anni dopo, la Francia guiderà la missione per deporre Gheddafi e riportare una democrazia che, da quelle parti, latita ancora oggi. Il 28 aprile 2012, tuttavia, la bomba scoppia. Stavolta a lanciarla non è un autocrate senza credibilità, ma il sito di informazione, molto schierato a sinistra, Mediapart. Il portale porta alla luce un documento libico, datato 9 dicembre 2006, in cui Tripoli si impegna a versare 50 milioni a Sarkozy per sostenerlo nella sua campagna elettorale. «Un falso grossolano», tuona il politico francese, ma il tribunale gli dà torto. Il 20 settembre 2012, invece, Senussi testimonia alla Corte penale internazionale, e racconta: «La somma di 5 milioni di euro è stata versata per la campagna di Sarkozy nel 2006-2007. Ho personalmente supervisionato il transfert di questa somma tramite un intermediario francese, nella persona nel direttore del gabinetto del ministro dell'Interno. C'era un secondo intermediario, Takieddine».Quest'ultimo, a sua volta, fornisce ulteriori dettagli: avrebbe trasportato lui i soldi da Tripoli a Parigi, dentro alcune valigette. Il faccendiere, rivela di aver portato 5 milioni a Claude Guéant, direttore del gabinetto del ministro dell'Interno, tra fine 2006 e inizio 2007. Quei 5 milioni sono una tranche dei 50 totali o l'intera somma versata? Non è chiaro, né, forse, importante. La trama, poi, si infittisce, e ammicca alla spy story: 18 ore dopo lo scoop di Mediapart, un corpo senza vita viene ritrovato nel Danubio, a Vienna. È quello di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico. In buona salute, sarebbe «morto d'infarto» e caduto nel fiume, senza essere visto da nessuno. Secondo un testimone anonimo, che ha parlato con gli inquirenti, solo quattro persone erano al corrente del presunto finanziamento a Sarkozy. Uno di questi era proprio Ghanem.Le Monde, dal canto suo, riporta che Bashir Saleh, ex tesoriere del Raìs ha dichiarato al giornale: «Gheddafi ha detto di avere finanziato Sarkozy. Sarkozy ha detto di non essere stato finanziato. Credo più a Gheddafi che a Sarkozy». E ora anche i giudici.Adriano Scianca
Il declino della Nazionale e della Serie A: siamo passati da dei giocatori che toccavano vette altissime a un sistema che naturalizza chiunque pur di non investire sui nostri figli, mentre gli atleti degli sport invernali sputano sangue per un decimo degli stipendi dei calciatori.
Getty Images
Accelerano le iniziative del Vecchio continente per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche perché il presidente americano Donald Trump, nei giorni scorsi, ha dichiarato che chi «riceve petrolio» dal canale marittimo «se lo dovrà andare a prendere» visto che a Washington «non serve».
Poco prima dell’inizio della riunione virtuale della Coalizione di Hormuz, ospitata dal governo britannico, il premier laburista Keir Starmer si è confrontato con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Palazzo Chigi ha reso noto che i due, durante il colloquio telefonico, hanno discusso «l’impatto della crisi sulla stabilità regionale e sui mercati energetici mondiali», considerando soprattutto «le ricadute per le economie nazionali».
Nel vertice, che ha visto la presenza di oltre 40 Paesi, non è stata però presa una decisione volta a trovare una soluzione immediata. Nel comunicato del ministro degli Esteri britannico, Yvette Cooper, che ha presieduto l’incontro virtuale, si legge che sono state affrontate «diverse aree di possibile azione collettiva», ovvero «l’aumento della pressione diplomatica internazionale» sull’Iran; la valutazione di «misure economiche e politiche coordinate come le sanzioni»; «la collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale per il rilascio delle navi e dei marinai e il ripristino della navigazione»; e «l’adozione di accordi congiunti per sostenere una maggiore fiducia nel mercato e nelle operazioni». Cooper, separatamente, ha dichiarato che nel Regno Unito si sta discutendo con i responsabili della pianificazione militare delle attività di sminamento dello Stretto, una volta ripristinata la stabilità.
La posizione italiana, espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, si affida al «quadro multilaterale dell’Onu». In particolare, per garantire il passaggio sicuro delle navi il nostro Paese si è detto disponibile a valutare la partecipazione a iniziative multilaterali, ma resta essenziale il mandato delle Nazioni Unite. Il ruolo del Palazzo di vetro è fondamentale anche per «creare un corridoio umanitario per i fertilizzanti e per evitare una nuova crisi alimentare, a cominciare dai Paesi africani», ha scritto il vicepremier su X. Il 30% del commercio globale di fertilizzanti, infatti, arriva proprio dal Golfo. Questa proposta è stata condivisa durante il vertice anche dal ministro olandese e dal viceministro degli Emirati Arabi Uniti. Peraltro, Tajani, prima del videocollegamento, aveva sottolineato come il blocco dello Stretto di Hormuz abbia un impatto diretto anche sui flussi migratori.
La questione della riapertura del canale marittimo sarà anche al centro di una riunione del G7 che si terrà la prossima settimana insieme ai Paesi del Golfo. Ad annunciarlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux: ha rivelato che ieri si è tenuto un colloquio telefonico «per preparare l’incontro». Confavreux ha poi specificato che le attività di Parigi si muovono lungo l’asse «diplomatico» ma anche «operativo». E a tal proposito ha ricordato la riunione di fine marzo dei capi militari di 35 Paesi per costituire un’eventuale coalizione per garantire la sicurezza dello Stretto, nonostante Parigi abbia riaffermato la sua linea «strettamente difensiva». Tra l’altro, le tensioni tra la Francia e gli Stati Uniti sono sempre più evidenti. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è intervenuto sulla crisi in Medio Oriente scagliandosi contro Trump: «Dobbiamo essere seri, e quando si vuole essere seri non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima». Ha poi aggiunto che l’operazione auspicata dal tycoon di «liberare» lo Stretto con la forza è «irrealistica». Ma secondo Politico non sarebbe impossibile qualora si agisse in un quadro di legalità. Poche ore prima dell’invettiva del capo dell’Eliseo, il quotidiano ha svelato che la Francia starebbe svolgendo un ruolo di consulenza per il Bahrein in merito a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu. L’iniziativa mira a ottenere l’autorizzazione all’uso della forza per riaprire lo Stretto. Ed è in questo contesto che sarebbe avvenuto l’incontro, lo scorso 25 marzo, tra il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, e il suo omologo del Bahrein. Va detto che la bozza redatta da un Paese non membro del Consiglio di sicurezza, che in questo caso sarebbe il Bahrein, deve essere proposta da un membro del Consiglio per poter essere votata, quindi in questo contesto la Francia o gli Stati Uniti. Qualora il progetto fosse confermato e dovesse procedere, l’ostacolo principale sarebbe la Russia.
Chi ormai ha completato la bozza è l’Iran, ma in merito al protocollo per un nuovo regime di navigazione nello Stretto. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha puntualizzato che «una volta pronta», Teheran «avvierà i negoziati con l’Oman così da poter redigere un protocollo congiunto». Per «monitorare il transito» e «garantire un passaggio sicuro», l’iniziativa prevede che, una volta terminata la guerra, le navi avranno bisogno di ottenere in anticipo le licenze e i permessi richiesti, oltre agli accordi necessari con Teheran e Mascate.
Razzo sulla base italiana in Libano. Non chiara l’origine, nessun ferito
Un razzo ha colpito nel pomeriggio la base di Shama, nel Sud del Libano, sede del contingente italiano e del settore Ovest della missione Unifil. Non si registrano feriti tra i militari italiani, mentre i danni risultano limitati ad alcune infrastrutture logistiche. L’origine del lancio è ancora in fase di accertamento e non è stato possibile stabilire con certezza la responsabilità dell’attacco. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto in costante contatto con il Capo di Stato maggiore della Difesa, con il comandante del Covi e con il responsabile del contingente italiano per ricevere aggiornamenti continui sull’evoluzione della situazione e sulle condizioni del personale dispiegato nell’area. L’episodio si inserisce in un quadro di crescente tensione lungo il confine settentrionale di Israele. Nelle stesse ore, due persone sono rimaste leggermente ferite dopo il lancio di circa 150 razzi da parte di Hezbollah contro il Nord del Paese. La risposta israeliana non si è fatta attendere: l’esercito ha colpito decine di obiettivi in Libano riconducibili al movimento sciita sostenuto dall’Iran.
Sul piano diplomatico, l’Iran continua a respingere l’ipotesi di negoziati sostanziali con gli Stati Uniti. Secondo valutazioni di intelligence, Teheran ritiene di trovarsi in una posizione favorevole e non considera credibili le aperture negoziali provenienti da Washington. La leadership iraniana non avrebbe quindi intenzione di accettare richieste di de-escalation, ritenendo che il proseguimento del confronto possa rafforzare la propria posizione regionale. Il ministero degli Esteri iraniano ha inoltre smentito che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia rimasta ferita durante i raid statunitensi e israeliani. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha affermato che il leader «è in perfetta salute» e che la sua assenza dalla scena pubblica «rientra nelle normali misure adottate in tempo di guerra». Nel frattempo nuovi attacchi sono stati registrati in Iran. In un’ampia ondata di raid su Teheran, l’aviazione israeliana ha colpito una base del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e diversi centri di comando di alto livello. Il ponte strategico B1 sulla direttrice verso la capitale è stato bombardato e distrutto dalle forze Usa, mentre a Tabriz è stato centrato e messo fuori uso un sito di missili balistici. Con un attacco mirato nella zona di Kermanshah, l’aviazione israeliana ha eliminato Makram Atimi, comandante di un’unità missilistica centrale nell’Iran occidentale. L’agenzia iraniana Fars ha confermato la morte del comandante delle forze speciali terrestri delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammadali Fathalizadeh. Le Forze di Difesa israeliane hanno a loro volta annunciato anche l’uccisione del generale Jamshid Eshaghi e il bombardamento di diversi quartier generali legati alla gestione delle finanze militari.
A Mashhad un bombardamento ha colpito un serbatoio di carburante nell’area aeroportuale, provocando un incendio ma senza causare vittime. Più grave il bilancio nella provincia di Alborz, dove un attacco congiunto statunitense e israeliano ha colpito il ponte autostradale tra Karaj e Teheran, causando due morti e diversi feriti, oltre a danni in altre zone urbane. Secondo i media statali, il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche avrebbe preso di mira un centro di cloud computing collegato ad Amazon in Bahrein come rappresaglia. Nei giorni precedenti Teheran aveva annunciato l’intenzione di colpire sedi di aziende statunitensi presenti nella regione. Le due principali acciaierie iraniane hanno inoltre sospeso le attività a causa dei bombardamenti, stimando tempi di ripresa compresi tra sei mesi e un anno. In risposta ai raid, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito impianti siderurgici e di alluminio legati agli Stati Uniti nei Paesi del Golfo, definendo l’azione un avvertimento e minacciando ritorsioni più dure. Contemporaneamente sirene d’allarme sono risuonate a Gerusalemme dopo il lancio di missili balistici dall’Iran, mentre i sistemi di difesa israeliani sono entrati in funzione per intercettare i vettori.
Continua a leggereRiduci
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e il premier Giorgia Meloni (Ansa)
Con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Una riunione decisiva che avrà una ricaduta diretta sul Consiglio dei ministri di oggi che dovrà affrontare risolutivamente il nodo del caro carburanti.
A unire il campo largo invece in questo momento c’è poco se non una convinzione: Giuseppe Conte farebbe qualunque cosa pur di tornare a fare il premier. Non un semplice sospetto ma una certezza con cui deve fare i conti Elly Schlein. Da segretario del Pd e quindi del partito con maggior percentuale di voti, dovrebbe essere lei il punto di riferimento e l’interlocutore di chiunque volesse relazionarsi con le opposizioni in Italia. I fatti però hanno dimostrato tutto il contrario. L’incontro di Conte con Paolo Zampolli l’uomo di Donald Trump in Italia, infatti, dice tante cose. La prima è che da ex premier, il leader pentastellato è considerato l’uomo di riferimento dall’entourage del presidente degli Stati Uniti. Un fatto che Giuseppi ha tenuto a sbandierare. Il San Lorenzo è uno dei più noti locali di pesce a Roma, e come altri, viene spesso usato per incontri di lavoro ai più alti vertici. È nella categoria dei ristoranti dove si va «per farsi vedere». Ed è quindi così che dovrebbe arrivare il messaggio a Schlein. Forte e chiaro. «Il leader sono io», sembra dire, «lo sanno anche Oltreoceano».
Per Carlo Calenda, «Conte può incontrare Vladimir Putin e dire che è progressista, poi incontrare Trump e dire che è liberale, può fare la manifestazione “No Kings” e poi mandargli un messaggino. È concavo e convesso, dove lo metti sta e se dovesse saltare l’alleanza col centrosinistra lui per rientrare a Palazzo Chigi fa l’alleanza con Casapound e visto che c’è si porta dietro quello che è il secondo trasformista in Italia dopo di lui, cioè Matteo Renzi. Quindi sono una coppia perfetta», ironizza pungente. Poi aggiunge: «Schlein deve sapere e il Pd deve sapere che questa roba porterà alla scomparsa del Partito democratico, come già fu il Conte due. Io gli avevo detto: non lo fate e l’hanno fatto. Il Movimento 5 stelle era inesistente e adesso abbiamo un Movimento 5 stelle che contende la leadership al Partito democratico».
Ed è chiaro a tutti che il tema della leadership è estremamente divisivo, un elefante nella stanza che non può più continuare a esser ignorato. Eppure c’è chi rimanda il problema.
Goffredo Bettini, dirigente nazionale del Pd, in un editoriale pubblicato dal suo Rinascita, scrive: «Sono giorni che si parla solo di questo. Delle divisioni nella coalizione progressista, delle ambizioni che ognuno coltiva, dei reciproci sospetti e, infine, nelle ultime ore è divampata la ricerca verticistica, irrealistica, inopportuna del cosiddetto federatore». Per questo, per Bettini, su un punto «occorre essere chiari: troveremo il modo più largo, trasparente e sensato di scegliere il leader delle forze progressiste, il candidato premier. Allo stato attuale, tuttavia, occorre il più rapidamente possibile levare dal campo questo tema divisivo e prematuro. Questo affanno personalistico e distraente». Piuttosto, per l’esponente dem, «occorre agire da subito, insieme, come opposizione al governo Meloni, che allo stato attuale resta». E poi: «In secondo luogo, nel modo più ragionato, pacato e responsabile vanno create le condizioni perché i vari partiti della coalizione elaborino una posizione comune sulle grandi questioni del futuro. Non sono affatto pessimista».
All’ottimista Bettini si affianca Andrea Orlando, che rincara: «Penso che sia stato un errore precipitare la discussione sulle primarie, credo che la vittoria referendaria non si possa trasferire automaticamente nel campo politico. Lo può diventare se siamo in grado di far sì che tutto il popolo che ha partecipato al voto sia partecipe alla costruzione dell’alternativa. Si ridia la possibilità di partecipare non solo per andare a votare questo o quell’altro alle primarie ma per costruire dal basso un altro percorso alternativo a quello della destra».
Anche per Matteo Renzi, leader di Italia viva, bisogna stare sui temi. Per l’ex premier bisogna puntare tutto sulla sicurezza: «Il centrosinistra deve dire parole chiare. Su questo tema ci giochiamo le prossime elezioni ma soprattutto il futuro dei nostri ragazzi».
Schlein ha detto la sua due sere fa, ospite di Rete 4. «Io lavorerò come sempre per costruire un’alleanza. Ricordo che nel 2022 abbiamo perso le elezioni perché non c’era un’alleanza. Lavoriamo anzitutto sui programmi e poi naturalmente condivideremo la scelta del candidato premier e se saranno le primarie, io ho sempre detto benissimo, perché io sarò assolutamente disponibile a questo».
Continua a leggereRiduci