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2022-05-28
Il racconto sui russi in panne è finito. La caduta del Donbass è a un passo
Ansa
Le mire di Vladimir Putin sul Donbass portano a un’intensificazione dei combattimenti e l’esercito russo, dopo aver registrato inizialmente delle difficoltà, si spinge in avanti senza troppi ostacoli. Le truppe ucraine sono in grosso affanno soprattutto nella regione di Lugansk che sta subendo continui bombardamenti. Mosca ha stabilito il controllo su circa il 95% del territorio del Lugansk e, adesso, anche la parte ucraina ammette che la Russia prevale nell’area. La notizia che un pezzo del Donbass sembra ormai cedere sotto il peso dell’avanzata russa è stata data infatti dal governatore ucraino, Serhiy Haiday.
La situazione si stava delineando già da qualche giorno, tanto che il viceministro della Difesa ucraino, Ganna Malyar, aveva già spiegato come la «lotta contro le truppe russe nell’Ucraina orientale» avesse raggiunto la «massima intensità» e aveva previsto l’inizio di «una fase lunga ed estremamente difficile». Lo svantaggio della parte ucraina è stato ammesso anche dal generale Oleksiy Gromov: si può dunque dire che tanto la politica, quanto i militari, hanno ormai ben presente che il Lugansk potrebbe a breve cadere in mani russe. Appare palese che Mosca, dopo aver abbandonato le pretese su Kiev (apparentemente, anche se ci sono da monitorare gli strani movimenti delle truppe di Lukashenko sul confine Sud tra Bielorussia e Ucraina) ed essersi concentrata sul Donbass, abbia ripreso vigore. Le forze dell’autoproclamata repubblica di Donestk dichiarano ad esempio di aver raggiunto «il pieno controllo» della città di Lyman. In più, dopo la caduta di Mariupol, l’esercito russo sta attaccando Severodonetsk, nella regione di Lugansk, da varie direzioni.
È proprio Severodonestk che, in una strategia di controllo dell’intero Donbass, si troverà a subire pesanti tentativi di sfondamento da parte di Mosca, come già accaduto per Mariupol. Secondo la parte ucraina, attualmente i russi non sarebbero in grado di avere la meglio sulle difese ucraine. Al di là delle dichiarazioni ottimistiche, il quadro della situazione lo restituisce al meglio, ancora una volta, il governatore della regione di Lugansk, Haiday. La realtà è che due terzi di Severodonetsk sono ormai circondati dai russi. «Stanno attaccando Severodonetsk da diverse direzioni, anche se gli occupanti non riescono a sfondare la difesa. I combattimenti continuano». Poi è sceso nei dettagli. «Le truppe di Mosca stanno cercando di avvicinarsi alla strada Lysychansk-Bakhmut per prendere il controllo, ma non riuscendo ad avere la meglio bombardano continuamente, il che rende difficile muoversi. Stanno anche colpendo i ponti che collegano le città all’interno della regione per interrompere la circolazione». A Severodonestk ci sono ancora circa 13.000 persone rimaste, mentre sarebbero 1.500 i civili che hanno perso la vita dall’inizio della guerra. Secondo il sindaco Oleksandr Stryuk, «il 60% del patrimonio abitativo è completamente distrutto e fino al 90% degli edifici sono danneggiati e necessitano di importanti riparazioni. Il percorso per uscire dalla città è estremamente pericoloso, ma i militari ucraini stanno facendo tutto il necessario per rendere le strade sicure». Intanto nella Mariupol conquistata dai russi, le vacanze scolastiche estive sarebbero state cancellate, per consentire agli alunni di studiare il russo e mettersi al pari con il curriculum scolastico russo, a sentire Petro Andryushchenko, ex consigliere (prima della caduta) del sindaco della città portuale sul mare di Azov. Non ci sono conferme dell’annuncio da parte russa. Non è un mistero, invece, che Putin punti al controllo non solo dell’Est ma anche di alcune città del Sud, come Kherson e Melitopol, dove sono in fase di distribuzione passaporti russi. Kiev ha condannato la decisione del Cremlino di semplificare la procedura per ottenere la cittadinanza russa per gli abitanti delle aree delle regioni ucraine di Kherson e Zaporizhzhia. «Il decreto è legalmente nullo», ha chiarito la missione diplomatica Ucraina presso l’Ue, affermando che la mossa è un tentativo di costringere gli ucraini a cambiare cittadinanza.
La situazione è incandescente nell’oblast di Dnepropetrovsk e in particolare a Dnipro, dove il governatore Valentin Reznichenko parla di una serie di pesanti bombardamenti sia nella notte che nelle prime ore diurne. «Notte e mattina inquiete», ha scritto il governatore, «c’è grave distruzione e i soccorritori stanno sgomberando le macerie e cercando di trarre in salvo le persone sepolte». Più a Sud, in direzione di Zaporozhye, i russi stanno muovendo ingenti truppe di terra, unità marittime e aerei dalla Crimea. È salito intanto a cinque il numero delle vittime dei bombardamenti russi a Kharkiv. Lo ha detto il consigliere del capo del consiglio regionale, Natalia Popova. Inoltre, 10 persone sono rimaste ferite, tra cui un bambino. «Parliamo di città bombardate, donne violentate, grano rubato come se vivessimo nell’epoca di Gengis Khan. La Russia ha dimostrato di essere un Paese barbaro che minaccia la sicurezza mondiale. Rende ogni persona in Europa più povera, provocando carestie in Asia e nuovi conflitti. Dobbiamo fermarla insieme usando la forza per preservare l’ordine mondiale», ha scritto in proposito Mikhaylo Podoliak, consigliere del presidente Zelensky. Il fronte ucraino sta insomma vivendo ore non facili, in cui l’unico dato di rilievo è l’abbattimento, da parte di un caccia ucraino MiG-29, di un caccia russo Su-35 sopra la regione di Kherson. A riferire l’unica notizia favorevole all’Ucraina, l’Aeronautica militare delle forze armate del Paese.
Biden non molla: «Altre armi a Kiev»
Tutto potrebbe essere pronto già la prossima settimana: l’invio di nuove armi all’Ucraina da parte dell’amministrazione Biden è certo, restano solo da stabilire i tempi. Giorno più, giorno meno, comunque gli Usa si stanno preparando a fare arrivare a Kiev armi molto più potenti di quelle attualmente disponibili. L’appello a far arrivare mezzi moderni ed efficaci era stato ribadito più volte dal presidente Volodymyr Zelensky e dal ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba. Quest’ultimo, parlando della situazione ormai critica nel Donbass con la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, aveva specificato che le armi che servono sono quelle pesanti. In particolare, era stato citato il lanciarazzi Mlrs. Assieme ai Mlrs richiesti espressamente, diverse fonti dicono che Biden sarebbe pronto ad inviare anche gli M142 Himars. Tale tipo di armamenti fino a oggi non è entrato in questo conflitto. Si tratta di lanciarazzi capaci di esplodere una massiccia potenza di fuoco, a distanze fino a dieci volte più lunghe degli armamenti attuali. In definitiva, più razzi potrebbero essere sparati, contemporaneamente, con mezzi che sono superiori per potenza, gittata e mobilità anche rispetto a quelli utilizzati dai russi. Ma c’è di più. Essendo il raggio di questi armamenti di circa 300 chilometri, l’Ucraina sarebbe in grado di colpire obiettivi direttamente in territorio russo. Siamo di fronte, insomma, ad equipaggiamenti che non sono atti solo alla difesa ma, almeno teoricamente, anche all’offesa. Kiev, certamente ancora spera di respingere l’Armata grazie al sostegno militare occidentale e alla propria capacità di resistenza sia bellica sia civile. Gli Usa fanno di tutto per incoraggiare questa speranza. Ma questo invio di armamenti in Ucraina da parte dei Paesi membri della Nato che, secondo il vicesegretario generale dell’Alleanza, Mircea Geoana, dovrà continuare «fino a quando sarà necessario», presenta dei lati oscuri. Il primo, come si diceva, è che si passa da un sistema difensivo ad uno offensivo, che porta la firma dell’Occidente. Il secondo è che si tratta di armi moderne e complesse, che richiederebbero un opportuno addestramento per chi non le ha mai utilizzate (come, appunto, gli ucraini). C’è da chiedersi dunque, come sottolineato anche dall’esperto Paolo Magri dell’Ispi, intervistato durante la trasmissione Tagadà di La7, chi si occuperà di questo aspetto. In effetti, la Casa Bianca, si dichiara ufficialmente «favorevole all’invio dei sistemi come parte di un più ampio pacchetto di assistenza militare e di sicurezza, che potrebbe essere annunciato già la prossima settimana». L’assistenza militare, in questo caso, potrebbe essere l’addestramento delle forze ucraine all’utilizzo dei mezzi in questione, sulla scorta di missioni quali Resolute support in Afghanistan. Questo implicherebbe la presenza di militari Nato in territorio ucraino. In seconda istanza, ipotesi ancora più invasiva, gli Usa potrebbero pensare all’invio di forze speciali nel Paese che, a quel punto, combatterebbero direttamente. Le conseguenze di queste ipotesi sono facilmente prevedibili. In Russia si rafforzerebbe l’idea espressa dal primo ministro russo Michail Mishustin, che ha lanciato l’allarme: «L’Occidente sta cercando di cancellare il nostro Paese, di rimuoverlo dalla mappa del mondo». Putin ha, poi, più volte ricordato che le forniture Usa e Nato di sistemi d’arma «più sensibili» all’Ucraina alimentano il conflitto, con il rischio di portare a «conseguenze imprevedibili». Un coinvolgimento diretto avrebbe effetti ancora più inimmaginabili.
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Dopo le difficoltà iniziali, Mosca si è accanita sulla parte orientale del Paese e sta piegando la resistenza. Cresce la tragica pressione sulla città di Severodonetsk, dove le autorità locali denunciano 1.500 morti.Joe Biden non molla: «Altre armi a Kiev». Washington pronta a inviare strumenti offensivi ancora più potenti, ma c’è l’incognita della preparazione del personale ucraino: la Nato invierà istruttori o combattenti?Lo speciale comprende due articoli.Le mire di Vladimir Putin sul Donbass portano a un’intensificazione dei combattimenti e l’esercito russo, dopo aver registrato inizialmente delle difficoltà, si spinge in avanti senza troppi ostacoli. Le truppe ucraine sono in grosso affanno soprattutto nella regione di Lugansk che sta subendo continui bombardamenti. Mosca ha stabilito il controllo su circa il 95% del territorio del Lugansk e, adesso, anche la parte ucraina ammette che la Russia prevale nell’area. La notizia che un pezzo del Donbass sembra ormai cedere sotto il peso dell’avanzata russa è stata data infatti dal governatore ucraino, Serhiy Haiday. La situazione si stava delineando già da qualche giorno, tanto che il viceministro della Difesa ucraino, Ganna Malyar, aveva già spiegato come la «lotta contro le truppe russe nell’Ucraina orientale» avesse raggiunto la «massima intensità» e aveva previsto l’inizio di «una fase lunga ed estremamente difficile». Lo svantaggio della parte ucraina è stato ammesso anche dal generale Oleksiy Gromov: si può dunque dire che tanto la politica, quanto i militari, hanno ormai ben presente che il Lugansk potrebbe a breve cadere in mani russe. Appare palese che Mosca, dopo aver abbandonato le pretese su Kiev (apparentemente, anche se ci sono da monitorare gli strani movimenti delle truppe di Lukashenko sul confine Sud tra Bielorussia e Ucraina) ed essersi concentrata sul Donbass, abbia ripreso vigore. Le forze dell’autoproclamata repubblica di Donestk dichiarano ad esempio di aver raggiunto «il pieno controllo» della città di Lyman. In più, dopo la caduta di Mariupol, l’esercito russo sta attaccando Severodonetsk, nella regione di Lugansk, da varie direzioni. È proprio Severodonestk che, in una strategia di controllo dell’intero Donbass, si troverà a subire pesanti tentativi di sfondamento da parte di Mosca, come già accaduto per Mariupol. Secondo la parte ucraina, attualmente i russi non sarebbero in grado di avere la meglio sulle difese ucraine. Al di là delle dichiarazioni ottimistiche, il quadro della situazione lo restituisce al meglio, ancora una volta, il governatore della regione di Lugansk, Haiday. La realtà è che due terzi di Severodonetsk sono ormai circondati dai russi. «Stanno attaccando Severodonetsk da diverse direzioni, anche se gli occupanti non riescono a sfondare la difesa. I combattimenti continuano». Poi è sceso nei dettagli. «Le truppe di Mosca stanno cercando di avvicinarsi alla strada Lysychansk-Bakhmut per prendere il controllo, ma non riuscendo ad avere la meglio bombardano continuamente, il che rende difficile muoversi. Stanno anche colpendo i ponti che collegano le città all’interno della regione per interrompere la circolazione». A Severodonestk ci sono ancora circa 13.000 persone rimaste, mentre sarebbero 1.500 i civili che hanno perso la vita dall’inizio della guerra. Secondo il sindaco Oleksandr Stryuk, «il 60% del patrimonio abitativo è completamente distrutto e fino al 90% degli edifici sono danneggiati e necessitano di importanti riparazioni. Il percorso per uscire dalla città è estremamente pericoloso, ma i militari ucraini stanno facendo tutto il necessario per rendere le strade sicure». Intanto nella Mariupol conquistata dai russi, le vacanze scolastiche estive sarebbero state cancellate, per consentire agli alunni di studiare il russo e mettersi al pari con il curriculum scolastico russo, a sentire Petro Andryushchenko, ex consigliere (prima della caduta) del sindaco della città portuale sul mare di Azov. Non ci sono conferme dell’annuncio da parte russa. Non è un mistero, invece, che Putin punti al controllo non solo dell’Est ma anche di alcune città del Sud, come Kherson e Melitopol, dove sono in fase di distribuzione passaporti russi. Kiev ha condannato la decisione del Cremlino di semplificare la procedura per ottenere la cittadinanza russa per gli abitanti delle aree delle regioni ucraine di Kherson e Zaporizhzhia. «Il decreto è legalmente nullo», ha chiarito la missione diplomatica Ucraina presso l’Ue, affermando che la mossa è un tentativo di costringere gli ucraini a cambiare cittadinanza. La situazione è incandescente nell’oblast di Dnepropetrovsk e in particolare a Dnipro, dove il governatore Valentin Reznichenko parla di una serie di pesanti bombardamenti sia nella notte che nelle prime ore diurne. «Notte e mattina inquiete», ha scritto il governatore, «c’è grave distruzione e i soccorritori stanno sgomberando le macerie e cercando di trarre in salvo le persone sepolte». Più a Sud, in direzione di Zaporozhye, i russi stanno muovendo ingenti truppe di terra, unità marittime e aerei dalla Crimea. È salito intanto a cinque il numero delle vittime dei bombardamenti russi a Kharkiv. Lo ha detto il consigliere del capo del consiglio regionale, Natalia Popova. Inoltre, 10 persone sono rimaste ferite, tra cui un bambino. «Parliamo di città bombardate, donne violentate, grano rubato come se vivessimo nell’epoca di Gengis Khan. La Russia ha dimostrato di essere un Paese barbaro che minaccia la sicurezza mondiale. Rende ogni persona in Europa più povera, provocando carestie in Asia e nuovi conflitti. Dobbiamo fermarla insieme usando la forza per preservare l’ordine mondiale», ha scritto in proposito Mikhaylo Podoliak, consigliere del presidente Zelensky. Il fronte ucraino sta insomma vivendo ore non facili, in cui l’unico dato di rilievo è l’abbattimento, da parte di un caccia ucraino MiG-29, di un caccia russo Su-35 sopra la regione di Kherson. A riferire l’unica notizia favorevole all’Ucraina, l’Aeronautica militare delle forze armate del Paese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-racconto-sui-russi-in-panne-e-finito-la-caduta-del-donbass-e-a-un-passo-2657404753.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-non-molla-altre-armi-a-kiev" data-post-id="2657404753" data-published-at="1653696485" data-use-pagination="False"> Biden non molla: «Altre armi a Kiev» Tutto potrebbe essere pronto già la prossima settimana: l’invio di nuove armi all’Ucraina da parte dell’amministrazione Biden è certo, restano solo da stabilire i tempi. Giorno più, giorno meno, comunque gli Usa si stanno preparando a fare arrivare a Kiev armi molto più potenti di quelle attualmente disponibili. L’appello a far arrivare mezzi moderni ed efficaci era stato ribadito più volte dal presidente Volodymyr Zelensky e dal ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba. Quest’ultimo, parlando della situazione ormai critica nel Donbass con la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, aveva specificato che le armi che servono sono quelle pesanti. In particolare, era stato citato il lanciarazzi Mlrs. Assieme ai Mlrs richiesti espressamente, diverse fonti dicono che Biden sarebbe pronto ad inviare anche gli M142 Himars. Tale tipo di armamenti fino a oggi non è entrato in questo conflitto. Si tratta di lanciarazzi capaci di esplodere una massiccia potenza di fuoco, a distanze fino a dieci volte più lunghe degli armamenti attuali. In definitiva, più razzi potrebbero essere sparati, contemporaneamente, con mezzi che sono superiori per potenza, gittata e mobilità anche rispetto a quelli utilizzati dai russi. Ma c’è di più. Essendo il raggio di questi armamenti di circa 300 chilometri, l’Ucraina sarebbe in grado di colpire obiettivi direttamente in territorio russo. Siamo di fronte, insomma, ad equipaggiamenti che non sono atti solo alla difesa ma, almeno teoricamente, anche all’offesa. Kiev, certamente ancora spera di respingere l’Armata grazie al sostegno militare occidentale e alla propria capacità di resistenza sia bellica sia civile. Gli Usa fanno di tutto per incoraggiare questa speranza. Ma questo invio di armamenti in Ucraina da parte dei Paesi membri della Nato che, secondo il vicesegretario generale dell’Alleanza, Mircea Geoana, dovrà continuare «fino a quando sarà necessario», presenta dei lati oscuri. Il primo, come si diceva, è che si passa da un sistema difensivo ad uno offensivo, che porta la firma dell’Occidente. Il secondo è che si tratta di armi moderne e complesse, che richiederebbero un opportuno addestramento per chi non le ha mai utilizzate (come, appunto, gli ucraini). C’è da chiedersi dunque, come sottolineato anche dall’esperto Paolo Magri dell’Ispi, intervistato durante la trasmissione Tagadà di La7, chi si occuperà di questo aspetto. In effetti, la Casa Bianca, si dichiara ufficialmente «favorevole all’invio dei sistemi come parte di un più ampio pacchetto di assistenza militare e di sicurezza, che potrebbe essere annunciato già la prossima settimana». L’assistenza militare, in questo caso, potrebbe essere l’addestramento delle forze ucraine all’utilizzo dei mezzi in questione, sulla scorta di missioni quali Resolute support in Afghanistan. Questo implicherebbe la presenza di militari Nato in territorio ucraino. In seconda istanza, ipotesi ancora più invasiva, gli Usa potrebbero pensare all’invio di forze speciali nel Paese che, a quel punto, combatterebbero direttamente. Le conseguenze di queste ipotesi sono facilmente prevedibili. In Russia si rafforzerebbe l’idea espressa dal primo ministro russo Michail Mishustin, che ha lanciato l’allarme: «L’Occidente sta cercando di cancellare il nostro Paese, di rimuoverlo dalla mappa del mondo». Putin ha, poi, più volte ricordato che le forniture Usa e Nato di sistemi d’arma «più sensibili» all’Ucraina alimentano il conflitto, con il rischio di portare a «conseguenze imprevedibili». Un coinvolgimento diretto avrebbe effetti ancora più inimmaginabili.
Alex Schwazer (Ansa)
Ancora guai, ancora accuse di doping. E questa volta sarebbe la terza, nonostante le stranezze che hanno contraddistinto soprattutto la seconda, nel 2016. Alex Schwazer non ha pace e, dice lui, a 41 anni sta considerando l’ipotesi di tirare i remi in barca. O meglio di appendere al chiodo le scarpe da maratoneta. Già da lunedì i corvi volavano sopra la sua testa: un comunicato della Nada, l’Agenzia nazionale antidoping della Germania, aveva fatto intendere di voler aprire un procedimento contro l’atleta altoatesino. Schwazer sarebbe risultato positivo ai controlli sull’utilizzo di eritroproietina (l’Epo, sostanza proibita che favorisce l’ossigenazione del sangue migliorando le prestazioni aerobiche) a margine dei campionati tedeschi di maratona, da lui vinti con un tempo record, poco più di tre ore, lo scorso 27 aprile.
La Nada ha comunicato di aver trasmesso la documentazione anche alla magistratura ordinaria perché in Germania, come in Italia, il doping in una gara sportiva sotto l’egida del Cio costituisce reato. Già nel 2012 il corridore azzurro era incappato in una vicenda analoga, alla vigilia delle Olimpiadi di Londra. Poi arrivò un altro episodio nel 2016, un fattaccio assai nebuloso: positività all’utilizzo di testosterone in un controllo a sorpresa che gli costò una squalifica di otto anni. Salvo poi, nel 2021, vedere archiviate le accuse a suo carico dal Gip di Bolzano per «non aver commesso il fatto». Fatto archiviato, ma squalifica confermata dalla Wada, l’agenzia mondiale antidoping, al punto che Schwazer ha considerato l’ipotesi di una manomissione ad arte delle provette di urina per farlo finire nei guai.
Nel 2025, l’azzurro è tornato a gareggiare quasi per diletto, allenandosi nei ritagli di tempo scovati tra il lavoro e i momenti con la famiglia, senza rinunciare alle velleità competitive. La sua prestazione in Germania aveva addirittura rilanciato la sua candidatura all’Europeo di Birmingham, poi sfumata. Schwazer ha spiegato la sua versione dei fatti in una conferenza stampa convocata su Zoom dalla sua manager Giulia Mancini. L’atmosfera sembrava intrisa di palese rassegnazione. «Venerdì mattina ho ricevuto una mail in cui incredibilmente si parla di una mia positività all’Epo», ha spiegato con occhi esausti. «Sono innocente, non ho assunto Epo e non ho assunto altre sostanze vietate. Allo stesso tempo dico che questa volta non mi difenderò più. Non ho più la forza e l’energia di farlo».
Poi la memoria corre indietro nel tempo: «Se ripenso a tutte le battaglie che abbiamo intrapreso con udienze, perizie, memorie, ricorsi, controricorsi, al pensiero di dover affrontare un percorso di questo tipo, io non ce la faccio più. Possono fare quello che vogliono, tanto lo farebbero comunque. Ho 41 anni, una bella famiglia e una mia vita, un lavoro che nulla ha a che fare con lo sport. Non voglio rovinare tutto». Insomma, sia fatta la volontà del Cielo, pare dire lui. Non rinunciando a un’ultima mossa: «Non mi difenderò più, l’unica cosa che chiederemo sarà una controanalisi, a patto che venga analizzato pure un campione di urina che Sandro (Donati, il suo allenatore, ndr) ha portato a casa. Non stateci male, probabilmente io nello sport non posso più starci, ma ho la coscienza a posto».
C’è tempo per qualche riflessione ulteriore: «Non so come l’Epo sia finita nella provetta, non lo voglio sapere, non siamo a dieci anni fa quando i miei giorni giravano intorno a queste domande. Altrimenti mi rovino. Sono un innocente e le altre cose non mi interessano».
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L'ad di Unicredit Andrea Orcel (Ansa)
Nel lessico corrente, significa che il gruppo guidato da Andrea Orcel ha deciso di chiudere la porta del tribunale per tornare nella stanza dove si giocano davvero le partite del risiko: quella delle trattative, delle iniziative di mercato, e soprattutto dei rapporti di forza con la politica economica. Il Consiglio di Stato prende atto della rinuncia all’appello contro la sentenza del Tar del Lazio sulle prescrizioni imposte dal Golden power nell’operazione su Banco Bpm. Una chiusura formale che però ha il sapore sostanziale di una tregua. Una maniera per togliere tensioni e imbarazzi. Del resto, in questa nuova stagione di consolidamento del sistema bancario, il confronto si svolge su più tavoli e nessuno ha tempo per restare impigliato troppo a lungo in quello giudiziario. E mentre Unicredit archivia la pratica romana, sullo sfondo resta la partita vera: quella industriale e azionaria, dove i numeri contano più delle sentenze e i soci più dei tribunali.
A Siena il mondo continua a girare con il suo passo antico e inquieto. Monte dei Paschi si muove dentro la seconda fase del grande risiko bancario italiano, quello in cui non è mai del tutto chiaro chi sia il predatore e chi la preda. Il cda di Banca Monte dei Paschi, con la regia di Luigi Lovaglio, si riunisce mentre sul tavolo si accumulano dossier che hanno più il peso della storia che quello della contabilità: aggregazioni, scorpori, fusioni, e soprattutto la lunga ombra delle operazioni su Mediobanca.
C’è chi a Siena continua a parlare di «integrazione industriale», e chi più brutalmente di sopravvivenza. In questo senso l’operazione privilegiata è quella con Banco Bpm che tuttavia si scontra con il piatto da 30 miliarmesso sul tavolo da Intesa. In attesa che si definiscano gli assetti proprietari il riassetto del gruppo toscano va avanti con una geometria complessa: scissioni parziali, scorpori, riorganizzazioni societarie che ridisegnano perimetri e identità. Un mosaico in movimento che dovrebbe trovare un primo ordine entro il quarto trimestre dell’anno, sempre che il mercato e le autorità non decidano di riscrivere qualche tessera lungo il percorso. Nella nuova Mediobanca disegnata da Luigi Lovaglio resterà la storica partecipazione del 13% in Generali. L’altro braccio sarà costituito dalle reti di consulenti finanziari di Mediobanca Premier e Banca Widiba.
Sul fronte più caldo del risiko, però, la scena non è solo italiana ma ha accento tedesco. L’operazione di Unicredit su Commerzbank riparte per il secondo tempo, ma il copione non cambia. Berlino, ancora una volta, alza un sopracciglio più che un ponte.
Dalle colonne dell’Handelsblatt arriva un messaggio che somiglia a una porta socchiusa ma ben presidiata: il governo federale tedesco, che detiene circa il 13% della banca, non ha alcuna intende vendere. E finché lo Stato resta dentro, ricordano a Francoforte, parole come delisting o fusioni verso Milano restano esercizi teorici. E dire che numeri e percentuali, almeno sulla carta, raccontano una storia diversa. Unicredit è già salita oltre il 39% del capitale e potrebbe spingersi al 42,5% con gli strumenti convertibili, fino al 44,33% dopo l’annullamento delle azioni proprie da parte della banca tedesca. Una posizione tutt’altro che marginale, con l’offerta che viaggia anche su un premio contenuto (1,9%) ma simbolicamente significativo. Eppure, come spesso accade nelle partite più delicate, la matematica non basta quando entra in scena la politica.
I tempi supplementari dell’Ops sembrano allora più un prolungamento tattico che una svolta decisiva. Ancora pochi giorni di Borsa aperta per provare a convincere gli indecisi, poi l’8 luglio dirà il resto. Ma anche lì, più che un verdetto definitivo, si intravede l’ennesimo capitolo di una trattativa in corso.
Così tra Milano, Siena e Francoforte, il risiko bancario europeo assume sempre più le sembianze di un gioco a incastri dove ogni mossa genera una contro-mossa, e ogni avanzata si porta dietro un passo laterale della politica. Insomma mentre in Italia si chiude – almeno formalmente – il contenzioso sul Golden power con il ritiro del ricorso di Unicredit contro il governo sull’operazione Banco Bpm, e mentre il sistema bancario italiano continua a ridisegnarsi tra offerte, fusioni e contro-proposte, resta aperto il fronte più delicato per Orcel.
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L'ex ministro dei Trasporti spagnolo Josè Luis Ábalos (Ansa)
La Spagna si conferma un Paese all’avanguardia per il centrosinistra italiano. Ieri l’ex numero tre del partito socialista, Josè Luis Ábalos, ex braccio destro del premier Pedro Sánchez, si è preso una condanna monstre da 24 anni di carcere per corruzione, nell’ambito di uno scandalo sulle forniture di mascherine e altro materiale sanitario ai tempi del Covid 19. Il governo idolatrato per otto anni dal Pd traballa ogni giorno di più e ieri è arrivata anche una nuova puntata dello scandalo giudiziario e politico che riguarda la moglie di Sànchez, Begoña Gómez, alla quale è stato ritirato il passaporto. Stessa misura preventiva era toccata due settimane fa all’ex premier José Luis Zapatero, al centro di un’inchiesta per corruzione che rischia di travolgere quel che resta dei socialisti iberici.
L’ex ministro dei Trasporti Ábalos è stato per anni l’uomo più fidato di Sánchez, fin quando è stato bruciato dallo scandalo Koldo, dal nome del consigliere ministeriale Koldo Garcia. Si tratta di un’inchiesta sulla fornitura di mascherine e altro materiale sanitario ai tempi della pandemia cinese, con un bel giro di tangenti. Scandalo impreziosito da una serie di assunzioni femminili in varie aziende pubbliche, in un’interpretazione estensiva delle quote rosa. Ieri il collegio giudicante della Corte suprema spagnola, con sette voti su sette, ha inflitto una condanna da 24 anni e tre mesi di carcere per corruzione ad Ábalos. A Koldo Garcia sono stati comminati 19 anni e otto mesi, mentre un terzo imputato, che ha confessato di aver pagato tangenti, si è preso solo quattro anni e mezzo con pena sospesa. Due anni fa, la stampa spagnola aveva riportato le micidiali chat degli indagati, tra le quali una sembrava portare all’Italia. In particolare, due indagati parlavano di «una ministra» da coinvolgere nel business delle mascherine perché, a sua volta, quella avrebbe potuto «metterci in contatto con il ministro della Salute in Italia» (all’epoca era Roberto Speranza).
La banda spagnola delle mascherine seguiva con grandissima attenzione l’evolversi dei contagi in Italia, nella primavera del 2020, e ha pensato di introdursi sul mercato della nostra Penisola. Ma non risulta che poi ci sia stato alcun seguito pratico a tutti quei discorsi e, infatti, nessun italiano è stato coinvolto nello scandalo Koldo. Se da molte settimane Sánchez, almeno prima della batosta di ieri ad Ábalos, ripeteva che è oggetto di un accerchiamento giudiziario tutto di matrice politica, ieri il «sistema» ha reagito. L’equivalente del Csm spagnolo ha aperto un procedimento disciplinare contro il giudice Juan Carlos Peinado, che indaga sulla signora Sánchez. Sabato, questo giudice, dopo ben due anni di indagini, aveva osato ritirare il passaporto a donna Begoña, che verrà processata per corruzione. Il fatto che il giudice, nel motivare il ritiro del passaporto, abbia ipotizzato il rischio di favoreggiamenti della polizia in un’eventuale fuga della signora ha scatenato mille polemiche e il Csm per primo ha censurato la sfiducia ingenerata dal giudice nei confronti della polizia. Insomma, una bella rissa tra corpi dello Stato. Begoña Gómez è sotto inchiesta per appropriazione indebita, traffico di influenze e corruzione in affari nell’ambito di un’indagine avviata nel 2024 per accertare se avesse sfruttato la posizione di moglie del premier per profitto personale, in relazione al lavoro presso l’Università Complutense di Madrid.
Tanto per rendere l’idea del clima di lacerazione, la decisione del Csm di mettere sotto inchiesta il giudice è stata presa con quattro voti a favore e quattro contrari. Tra i vari scandali che hanno offuscato la stella cometa Sánchez c’è anche quello del fratello David, direttore d’orchestra accusato di aver ottenuto nel 2017 il posto di coordinatore dei conservatori della sua regione con un procedimento «ad hoc». Il processo è in corso, ma il reato è a rischio prescrizione. L’inchiesta appena emersa che riguarda Zapatero è pesantissima perché ci sono accuse non solo di corruzione, ma pure di riciclaggio di somme enormi. E Zapatero è stato la levatrice di Sánchez. Che intorno a sé, ormai, ha solo indagati.
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