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2022-05-28
Il racconto sui russi in panne è finito. La caduta del Donbass è a un passo
Ansa
Le mire di Vladimir Putin sul Donbass portano a un’intensificazione dei combattimenti e l’esercito russo, dopo aver registrato inizialmente delle difficoltà, si spinge in avanti senza troppi ostacoli. Le truppe ucraine sono in grosso affanno soprattutto nella regione di Lugansk che sta subendo continui bombardamenti. Mosca ha stabilito il controllo su circa il 95% del territorio del Lugansk e, adesso, anche la parte ucraina ammette che la Russia prevale nell’area. La notizia che un pezzo del Donbass sembra ormai cedere sotto il peso dell’avanzata russa è stata data infatti dal governatore ucraino, Serhiy Haiday.
La situazione si stava delineando già da qualche giorno, tanto che il viceministro della Difesa ucraino, Ganna Malyar, aveva già spiegato come la «lotta contro le truppe russe nell’Ucraina orientale» avesse raggiunto la «massima intensità» e aveva previsto l’inizio di «una fase lunga ed estremamente difficile». Lo svantaggio della parte ucraina è stato ammesso anche dal generale Oleksiy Gromov: si può dunque dire che tanto la politica, quanto i militari, hanno ormai ben presente che il Lugansk potrebbe a breve cadere in mani russe. Appare palese che Mosca, dopo aver abbandonato le pretese su Kiev (apparentemente, anche se ci sono da monitorare gli strani movimenti delle truppe di Lukashenko sul confine Sud tra Bielorussia e Ucraina) ed essersi concentrata sul Donbass, abbia ripreso vigore. Le forze dell’autoproclamata repubblica di Donestk dichiarano ad esempio di aver raggiunto «il pieno controllo» della città di Lyman. In più, dopo la caduta di Mariupol, l’esercito russo sta attaccando Severodonetsk, nella regione di Lugansk, da varie direzioni.
È proprio Severodonestk che, in una strategia di controllo dell’intero Donbass, si troverà a subire pesanti tentativi di sfondamento da parte di Mosca, come già accaduto per Mariupol. Secondo la parte ucraina, attualmente i russi non sarebbero in grado di avere la meglio sulle difese ucraine. Al di là delle dichiarazioni ottimistiche, il quadro della situazione lo restituisce al meglio, ancora una volta, il governatore della regione di Lugansk, Haiday. La realtà è che due terzi di Severodonetsk sono ormai circondati dai russi. «Stanno attaccando Severodonetsk da diverse direzioni, anche se gli occupanti non riescono a sfondare la difesa. I combattimenti continuano». Poi è sceso nei dettagli. «Le truppe di Mosca stanno cercando di avvicinarsi alla strada Lysychansk-Bakhmut per prendere il controllo, ma non riuscendo ad avere la meglio bombardano continuamente, il che rende difficile muoversi. Stanno anche colpendo i ponti che collegano le città all’interno della regione per interrompere la circolazione». A Severodonestk ci sono ancora circa 13.000 persone rimaste, mentre sarebbero 1.500 i civili che hanno perso la vita dall’inizio della guerra. Secondo il sindaco Oleksandr Stryuk, «il 60% del patrimonio abitativo è completamente distrutto e fino al 90% degli edifici sono danneggiati e necessitano di importanti riparazioni. Il percorso per uscire dalla città è estremamente pericoloso, ma i militari ucraini stanno facendo tutto il necessario per rendere le strade sicure». Intanto nella Mariupol conquistata dai russi, le vacanze scolastiche estive sarebbero state cancellate, per consentire agli alunni di studiare il russo e mettersi al pari con il curriculum scolastico russo, a sentire Petro Andryushchenko, ex consigliere (prima della caduta) del sindaco della città portuale sul mare di Azov. Non ci sono conferme dell’annuncio da parte russa. Non è un mistero, invece, che Putin punti al controllo non solo dell’Est ma anche di alcune città del Sud, come Kherson e Melitopol, dove sono in fase di distribuzione passaporti russi. Kiev ha condannato la decisione del Cremlino di semplificare la procedura per ottenere la cittadinanza russa per gli abitanti delle aree delle regioni ucraine di Kherson e Zaporizhzhia. «Il decreto è legalmente nullo», ha chiarito la missione diplomatica Ucraina presso l’Ue, affermando che la mossa è un tentativo di costringere gli ucraini a cambiare cittadinanza.
La situazione è incandescente nell’oblast di Dnepropetrovsk e in particolare a Dnipro, dove il governatore Valentin Reznichenko parla di una serie di pesanti bombardamenti sia nella notte che nelle prime ore diurne. «Notte e mattina inquiete», ha scritto il governatore, «c’è grave distruzione e i soccorritori stanno sgomberando le macerie e cercando di trarre in salvo le persone sepolte». Più a Sud, in direzione di Zaporozhye, i russi stanno muovendo ingenti truppe di terra, unità marittime e aerei dalla Crimea. È salito intanto a cinque il numero delle vittime dei bombardamenti russi a Kharkiv. Lo ha detto il consigliere del capo del consiglio regionale, Natalia Popova. Inoltre, 10 persone sono rimaste ferite, tra cui un bambino. «Parliamo di città bombardate, donne violentate, grano rubato come se vivessimo nell’epoca di Gengis Khan. La Russia ha dimostrato di essere un Paese barbaro che minaccia la sicurezza mondiale. Rende ogni persona in Europa più povera, provocando carestie in Asia e nuovi conflitti. Dobbiamo fermarla insieme usando la forza per preservare l’ordine mondiale», ha scritto in proposito Mikhaylo Podoliak, consigliere del presidente Zelensky. Il fronte ucraino sta insomma vivendo ore non facili, in cui l’unico dato di rilievo è l’abbattimento, da parte di un caccia ucraino MiG-29, di un caccia russo Su-35 sopra la regione di Kherson. A riferire l’unica notizia favorevole all’Ucraina, l’Aeronautica militare delle forze armate del Paese.
Biden non molla: «Altre armi a Kiev»
Tutto potrebbe essere pronto già la prossima settimana: l’invio di nuove armi all’Ucraina da parte dell’amministrazione Biden è certo, restano solo da stabilire i tempi. Giorno più, giorno meno, comunque gli Usa si stanno preparando a fare arrivare a Kiev armi molto più potenti di quelle attualmente disponibili. L’appello a far arrivare mezzi moderni ed efficaci era stato ribadito più volte dal presidente Volodymyr Zelensky e dal ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba. Quest’ultimo, parlando della situazione ormai critica nel Donbass con la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, aveva specificato che le armi che servono sono quelle pesanti. In particolare, era stato citato il lanciarazzi Mlrs. Assieme ai Mlrs richiesti espressamente, diverse fonti dicono che Biden sarebbe pronto ad inviare anche gli M142 Himars. Tale tipo di armamenti fino a oggi non è entrato in questo conflitto. Si tratta di lanciarazzi capaci di esplodere una massiccia potenza di fuoco, a distanze fino a dieci volte più lunghe degli armamenti attuali. In definitiva, più razzi potrebbero essere sparati, contemporaneamente, con mezzi che sono superiori per potenza, gittata e mobilità anche rispetto a quelli utilizzati dai russi. Ma c’è di più. Essendo il raggio di questi armamenti di circa 300 chilometri, l’Ucraina sarebbe in grado di colpire obiettivi direttamente in territorio russo. Siamo di fronte, insomma, ad equipaggiamenti che non sono atti solo alla difesa ma, almeno teoricamente, anche all’offesa. Kiev, certamente ancora spera di respingere l’Armata grazie al sostegno militare occidentale e alla propria capacità di resistenza sia bellica sia civile. Gli Usa fanno di tutto per incoraggiare questa speranza. Ma questo invio di armamenti in Ucraina da parte dei Paesi membri della Nato che, secondo il vicesegretario generale dell’Alleanza, Mircea Geoana, dovrà continuare «fino a quando sarà necessario», presenta dei lati oscuri. Il primo, come si diceva, è che si passa da un sistema difensivo ad uno offensivo, che porta la firma dell’Occidente. Il secondo è che si tratta di armi moderne e complesse, che richiederebbero un opportuno addestramento per chi non le ha mai utilizzate (come, appunto, gli ucraini). C’è da chiedersi dunque, come sottolineato anche dall’esperto Paolo Magri dell’Ispi, intervistato durante la trasmissione Tagadà di La7, chi si occuperà di questo aspetto. In effetti, la Casa Bianca, si dichiara ufficialmente «favorevole all’invio dei sistemi come parte di un più ampio pacchetto di assistenza militare e di sicurezza, che potrebbe essere annunciato già la prossima settimana». L’assistenza militare, in questo caso, potrebbe essere l’addestramento delle forze ucraine all’utilizzo dei mezzi in questione, sulla scorta di missioni quali Resolute support in Afghanistan. Questo implicherebbe la presenza di militari Nato in territorio ucraino. In seconda istanza, ipotesi ancora più invasiva, gli Usa potrebbero pensare all’invio di forze speciali nel Paese che, a quel punto, combatterebbero direttamente. Le conseguenze di queste ipotesi sono facilmente prevedibili. In Russia si rafforzerebbe l’idea espressa dal primo ministro russo Michail Mishustin, che ha lanciato l’allarme: «L’Occidente sta cercando di cancellare il nostro Paese, di rimuoverlo dalla mappa del mondo». Putin ha, poi, più volte ricordato che le forniture Usa e Nato di sistemi d’arma «più sensibili» all’Ucraina alimentano il conflitto, con il rischio di portare a «conseguenze imprevedibili». Un coinvolgimento diretto avrebbe effetti ancora più inimmaginabili.
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Dopo le difficoltà iniziali, Mosca si è accanita sulla parte orientale del Paese e sta piegando la resistenza. Cresce la tragica pressione sulla città di Severodonetsk, dove le autorità locali denunciano 1.500 morti.Joe Biden non molla: «Altre armi a Kiev». Washington pronta a inviare strumenti offensivi ancora più potenti, ma c’è l’incognita della preparazione del personale ucraino: la Nato invierà istruttori o combattenti?Lo speciale comprende due articoli.Le mire di Vladimir Putin sul Donbass portano a un’intensificazione dei combattimenti e l’esercito russo, dopo aver registrato inizialmente delle difficoltà, si spinge in avanti senza troppi ostacoli. Le truppe ucraine sono in grosso affanno soprattutto nella regione di Lugansk che sta subendo continui bombardamenti. Mosca ha stabilito il controllo su circa il 95% del territorio del Lugansk e, adesso, anche la parte ucraina ammette che la Russia prevale nell’area. La notizia che un pezzo del Donbass sembra ormai cedere sotto il peso dell’avanzata russa è stata data infatti dal governatore ucraino, Serhiy Haiday. La situazione si stava delineando già da qualche giorno, tanto che il viceministro della Difesa ucraino, Ganna Malyar, aveva già spiegato come la «lotta contro le truppe russe nell’Ucraina orientale» avesse raggiunto la «massima intensità» e aveva previsto l’inizio di «una fase lunga ed estremamente difficile». Lo svantaggio della parte ucraina è stato ammesso anche dal generale Oleksiy Gromov: si può dunque dire che tanto la politica, quanto i militari, hanno ormai ben presente che il Lugansk potrebbe a breve cadere in mani russe. Appare palese che Mosca, dopo aver abbandonato le pretese su Kiev (apparentemente, anche se ci sono da monitorare gli strani movimenti delle truppe di Lukashenko sul confine Sud tra Bielorussia e Ucraina) ed essersi concentrata sul Donbass, abbia ripreso vigore. Le forze dell’autoproclamata repubblica di Donestk dichiarano ad esempio di aver raggiunto «il pieno controllo» della città di Lyman. In più, dopo la caduta di Mariupol, l’esercito russo sta attaccando Severodonetsk, nella regione di Lugansk, da varie direzioni. È proprio Severodonestk che, in una strategia di controllo dell’intero Donbass, si troverà a subire pesanti tentativi di sfondamento da parte di Mosca, come già accaduto per Mariupol. Secondo la parte ucraina, attualmente i russi non sarebbero in grado di avere la meglio sulle difese ucraine. Al di là delle dichiarazioni ottimistiche, il quadro della situazione lo restituisce al meglio, ancora una volta, il governatore della regione di Lugansk, Haiday. La realtà è che due terzi di Severodonetsk sono ormai circondati dai russi. «Stanno attaccando Severodonetsk da diverse direzioni, anche se gli occupanti non riescono a sfondare la difesa. I combattimenti continuano». Poi è sceso nei dettagli. «Le truppe di Mosca stanno cercando di avvicinarsi alla strada Lysychansk-Bakhmut per prendere il controllo, ma non riuscendo ad avere la meglio bombardano continuamente, il che rende difficile muoversi. Stanno anche colpendo i ponti che collegano le città all’interno della regione per interrompere la circolazione». A Severodonestk ci sono ancora circa 13.000 persone rimaste, mentre sarebbero 1.500 i civili che hanno perso la vita dall’inizio della guerra. Secondo il sindaco Oleksandr Stryuk, «il 60% del patrimonio abitativo è completamente distrutto e fino al 90% degli edifici sono danneggiati e necessitano di importanti riparazioni. Il percorso per uscire dalla città è estremamente pericoloso, ma i militari ucraini stanno facendo tutto il necessario per rendere le strade sicure». Intanto nella Mariupol conquistata dai russi, le vacanze scolastiche estive sarebbero state cancellate, per consentire agli alunni di studiare il russo e mettersi al pari con il curriculum scolastico russo, a sentire Petro Andryushchenko, ex consigliere (prima della caduta) del sindaco della città portuale sul mare di Azov. Non ci sono conferme dell’annuncio da parte russa. Non è un mistero, invece, che Putin punti al controllo non solo dell’Est ma anche di alcune città del Sud, come Kherson e Melitopol, dove sono in fase di distribuzione passaporti russi. Kiev ha condannato la decisione del Cremlino di semplificare la procedura per ottenere la cittadinanza russa per gli abitanti delle aree delle regioni ucraine di Kherson e Zaporizhzhia. «Il decreto è legalmente nullo», ha chiarito la missione diplomatica Ucraina presso l’Ue, affermando che la mossa è un tentativo di costringere gli ucraini a cambiare cittadinanza. La situazione è incandescente nell’oblast di Dnepropetrovsk e in particolare a Dnipro, dove il governatore Valentin Reznichenko parla di una serie di pesanti bombardamenti sia nella notte che nelle prime ore diurne. «Notte e mattina inquiete», ha scritto il governatore, «c’è grave distruzione e i soccorritori stanno sgomberando le macerie e cercando di trarre in salvo le persone sepolte». Più a Sud, in direzione di Zaporozhye, i russi stanno muovendo ingenti truppe di terra, unità marittime e aerei dalla Crimea. È salito intanto a cinque il numero delle vittime dei bombardamenti russi a Kharkiv. Lo ha detto il consigliere del capo del consiglio regionale, Natalia Popova. Inoltre, 10 persone sono rimaste ferite, tra cui un bambino. «Parliamo di città bombardate, donne violentate, grano rubato come se vivessimo nell’epoca di Gengis Khan. La Russia ha dimostrato di essere un Paese barbaro che minaccia la sicurezza mondiale. Rende ogni persona in Europa più povera, provocando carestie in Asia e nuovi conflitti. Dobbiamo fermarla insieme usando la forza per preservare l’ordine mondiale», ha scritto in proposito Mikhaylo Podoliak, consigliere del presidente Zelensky. Il fronte ucraino sta insomma vivendo ore non facili, in cui l’unico dato di rilievo è l’abbattimento, da parte di un caccia ucraino MiG-29, di un caccia russo Su-35 sopra la regione di Kherson. A riferire l’unica notizia favorevole all’Ucraina, l’Aeronautica militare delle forze armate del Paese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-racconto-sui-russi-in-panne-e-finito-la-caduta-del-donbass-e-a-un-passo-2657404753.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-non-molla-altre-armi-a-kiev" data-post-id="2657404753" data-published-at="1653696485" data-use-pagination="False"> Biden non molla: «Altre armi a Kiev» Tutto potrebbe essere pronto già la prossima settimana: l’invio di nuove armi all’Ucraina da parte dell’amministrazione Biden è certo, restano solo da stabilire i tempi. Giorno più, giorno meno, comunque gli Usa si stanno preparando a fare arrivare a Kiev armi molto più potenti di quelle attualmente disponibili. L’appello a far arrivare mezzi moderni ed efficaci era stato ribadito più volte dal presidente Volodymyr Zelensky e dal ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba. Quest’ultimo, parlando della situazione ormai critica nel Donbass con la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, aveva specificato che le armi che servono sono quelle pesanti. In particolare, era stato citato il lanciarazzi Mlrs. Assieme ai Mlrs richiesti espressamente, diverse fonti dicono che Biden sarebbe pronto ad inviare anche gli M142 Himars. Tale tipo di armamenti fino a oggi non è entrato in questo conflitto. Si tratta di lanciarazzi capaci di esplodere una massiccia potenza di fuoco, a distanze fino a dieci volte più lunghe degli armamenti attuali. In definitiva, più razzi potrebbero essere sparati, contemporaneamente, con mezzi che sono superiori per potenza, gittata e mobilità anche rispetto a quelli utilizzati dai russi. Ma c’è di più. Essendo il raggio di questi armamenti di circa 300 chilometri, l’Ucraina sarebbe in grado di colpire obiettivi direttamente in territorio russo. Siamo di fronte, insomma, ad equipaggiamenti che non sono atti solo alla difesa ma, almeno teoricamente, anche all’offesa. Kiev, certamente ancora spera di respingere l’Armata grazie al sostegno militare occidentale e alla propria capacità di resistenza sia bellica sia civile. Gli Usa fanno di tutto per incoraggiare questa speranza. Ma questo invio di armamenti in Ucraina da parte dei Paesi membri della Nato che, secondo il vicesegretario generale dell’Alleanza, Mircea Geoana, dovrà continuare «fino a quando sarà necessario», presenta dei lati oscuri. Il primo, come si diceva, è che si passa da un sistema difensivo ad uno offensivo, che porta la firma dell’Occidente. Il secondo è che si tratta di armi moderne e complesse, che richiederebbero un opportuno addestramento per chi non le ha mai utilizzate (come, appunto, gli ucraini). C’è da chiedersi dunque, come sottolineato anche dall’esperto Paolo Magri dell’Ispi, intervistato durante la trasmissione Tagadà di La7, chi si occuperà di questo aspetto. In effetti, la Casa Bianca, si dichiara ufficialmente «favorevole all’invio dei sistemi come parte di un più ampio pacchetto di assistenza militare e di sicurezza, che potrebbe essere annunciato già la prossima settimana». L’assistenza militare, in questo caso, potrebbe essere l’addestramento delle forze ucraine all’utilizzo dei mezzi in questione, sulla scorta di missioni quali Resolute support in Afghanistan. Questo implicherebbe la presenza di militari Nato in territorio ucraino. In seconda istanza, ipotesi ancora più invasiva, gli Usa potrebbero pensare all’invio di forze speciali nel Paese che, a quel punto, combatterebbero direttamente. Le conseguenze di queste ipotesi sono facilmente prevedibili. In Russia si rafforzerebbe l’idea espressa dal primo ministro russo Michail Mishustin, che ha lanciato l’allarme: «L’Occidente sta cercando di cancellare il nostro Paese, di rimuoverlo dalla mappa del mondo». Putin ha, poi, più volte ricordato che le forniture Usa e Nato di sistemi d’arma «più sensibili» all’Ucraina alimentano il conflitto, con il rischio di portare a «conseguenze imprevedibili». Un coinvolgimento diretto avrebbe effetti ancora più inimmaginabili.
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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