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2022-05-28
Il racconto sui russi in panne è finito. La caduta del Donbass è a un passo
Ansa
Le mire di Vladimir Putin sul Donbass portano a un’intensificazione dei combattimenti e l’esercito russo, dopo aver registrato inizialmente delle difficoltà, si spinge in avanti senza troppi ostacoli. Le truppe ucraine sono in grosso affanno soprattutto nella regione di Lugansk che sta subendo continui bombardamenti. Mosca ha stabilito il controllo su circa il 95% del territorio del Lugansk e, adesso, anche la parte ucraina ammette che la Russia prevale nell’area. La notizia che un pezzo del Donbass sembra ormai cedere sotto il peso dell’avanzata russa è stata data infatti dal governatore ucraino, Serhiy Haiday.
La situazione si stava delineando già da qualche giorno, tanto che il viceministro della Difesa ucraino, Ganna Malyar, aveva già spiegato come la «lotta contro le truppe russe nell’Ucraina orientale» avesse raggiunto la «massima intensità» e aveva previsto l’inizio di «una fase lunga ed estremamente difficile». Lo svantaggio della parte ucraina è stato ammesso anche dal generale Oleksiy Gromov: si può dunque dire che tanto la politica, quanto i militari, hanno ormai ben presente che il Lugansk potrebbe a breve cadere in mani russe. Appare palese che Mosca, dopo aver abbandonato le pretese su Kiev (apparentemente, anche se ci sono da monitorare gli strani movimenti delle truppe di Lukashenko sul confine Sud tra Bielorussia e Ucraina) ed essersi concentrata sul Donbass, abbia ripreso vigore. Le forze dell’autoproclamata repubblica di Donestk dichiarano ad esempio di aver raggiunto «il pieno controllo» della città di Lyman. In più, dopo la caduta di Mariupol, l’esercito russo sta attaccando Severodonetsk, nella regione di Lugansk, da varie direzioni.
È proprio Severodonestk che, in una strategia di controllo dell’intero Donbass, si troverà a subire pesanti tentativi di sfondamento da parte di Mosca, come già accaduto per Mariupol. Secondo la parte ucraina, attualmente i russi non sarebbero in grado di avere la meglio sulle difese ucraine. Al di là delle dichiarazioni ottimistiche, il quadro della situazione lo restituisce al meglio, ancora una volta, il governatore della regione di Lugansk, Haiday. La realtà è che due terzi di Severodonetsk sono ormai circondati dai russi. «Stanno attaccando Severodonetsk da diverse direzioni, anche se gli occupanti non riescono a sfondare la difesa. I combattimenti continuano». Poi è sceso nei dettagli. «Le truppe di Mosca stanno cercando di avvicinarsi alla strada Lysychansk-Bakhmut per prendere il controllo, ma non riuscendo ad avere la meglio bombardano continuamente, il che rende difficile muoversi. Stanno anche colpendo i ponti che collegano le città all’interno della regione per interrompere la circolazione». A Severodonestk ci sono ancora circa 13.000 persone rimaste, mentre sarebbero 1.500 i civili che hanno perso la vita dall’inizio della guerra. Secondo il sindaco Oleksandr Stryuk, «il 60% del patrimonio abitativo è completamente distrutto e fino al 90% degli edifici sono danneggiati e necessitano di importanti riparazioni. Il percorso per uscire dalla città è estremamente pericoloso, ma i militari ucraini stanno facendo tutto il necessario per rendere le strade sicure». Intanto nella Mariupol conquistata dai russi, le vacanze scolastiche estive sarebbero state cancellate, per consentire agli alunni di studiare il russo e mettersi al pari con il curriculum scolastico russo, a sentire Petro Andryushchenko, ex consigliere (prima della caduta) del sindaco della città portuale sul mare di Azov. Non ci sono conferme dell’annuncio da parte russa. Non è un mistero, invece, che Putin punti al controllo non solo dell’Est ma anche di alcune città del Sud, come Kherson e Melitopol, dove sono in fase di distribuzione passaporti russi. Kiev ha condannato la decisione del Cremlino di semplificare la procedura per ottenere la cittadinanza russa per gli abitanti delle aree delle regioni ucraine di Kherson e Zaporizhzhia. «Il decreto è legalmente nullo», ha chiarito la missione diplomatica Ucraina presso l’Ue, affermando che la mossa è un tentativo di costringere gli ucraini a cambiare cittadinanza.
La situazione è incandescente nell’oblast di Dnepropetrovsk e in particolare a Dnipro, dove il governatore Valentin Reznichenko parla di una serie di pesanti bombardamenti sia nella notte che nelle prime ore diurne. «Notte e mattina inquiete», ha scritto il governatore, «c’è grave distruzione e i soccorritori stanno sgomberando le macerie e cercando di trarre in salvo le persone sepolte». Più a Sud, in direzione di Zaporozhye, i russi stanno muovendo ingenti truppe di terra, unità marittime e aerei dalla Crimea. È salito intanto a cinque il numero delle vittime dei bombardamenti russi a Kharkiv. Lo ha detto il consigliere del capo del consiglio regionale, Natalia Popova. Inoltre, 10 persone sono rimaste ferite, tra cui un bambino. «Parliamo di città bombardate, donne violentate, grano rubato come se vivessimo nell’epoca di Gengis Khan. La Russia ha dimostrato di essere un Paese barbaro che minaccia la sicurezza mondiale. Rende ogni persona in Europa più povera, provocando carestie in Asia e nuovi conflitti. Dobbiamo fermarla insieme usando la forza per preservare l’ordine mondiale», ha scritto in proposito Mikhaylo Podoliak, consigliere del presidente Zelensky. Il fronte ucraino sta insomma vivendo ore non facili, in cui l’unico dato di rilievo è l’abbattimento, da parte di un caccia ucraino MiG-29, di un caccia russo Su-35 sopra la regione di Kherson. A riferire l’unica notizia favorevole all’Ucraina, l’Aeronautica militare delle forze armate del Paese.
Biden non molla: «Altre armi a Kiev»
Tutto potrebbe essere pronto già la prossima settimana: l’invio di nuove armi all’Ucraina da parte dell’amministrazione Biden è certo, restano solo da stabilire i tempi. Giorno più, giorno meno, comunque gli Usa si stanno preparando a fare arrivare a Kiev armi molto più potenti di quelle attualmente disponibili. L’appello a far arrivare mezzi moderni ed efficaci era stato ribadito più volte dal presidente Volodymyr Zelensky e dal ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba. Quest’ultimo, parlando della situazione ormai critica nel Donbass con la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, aveva specificato che le armi che servono sono quelle pesanti. In particolare, era stato citato il lanciarazzi Mlrs. Assieme ai Mlrs richiesti espressamente, diverse fonti dicono che Biden sarebbe pronto ad inviare anche gli M142 Himars. Tale tipo di armamenti fino a oggi non è entrato in questo conflitto. Si tratta di lanciarazzi capaci di esplodere una massiccia potenza di fuoco, a distanze fino a dieci volte più lunghe degli armamenti attuali. In definitiva, più razzi potrebbero essere sparati, contemporaneamente, con mezzi che sono superiori per potenza, gittata e mobilità anche rispetto a quelli utilizzati dai russi. Ma c’è di più. Essendo il raggio di questi armamenti di circa 300 chilometri, l’Ucraina sarebbe in grado di colpire obiettivi direttamente in territorio russo. Siamo di fronte, insomma, ad equipaggiamenti che non sono atti solo alla difesa ma, almeno teoricamente, anche all’offesa. Kiev, certamente ancora spera di respingere l’Armata grazie al sostegno militare occidentale e alla propria capacità di resistenza sia bellica sia civile. Gli Usa fanno di tutto per incoraggiare questa speranza. Ma questo invio di armamenti in Ucraina da parte dei Paesi membri della Nato che, secondo il vicesegretario generale dell’Alleanza, Mircea Geoana, dovrà continuare «fino a quando sarà necessario», presenta dei lati oscuri. Il primo, come si diceva, è che si passa da un sistema difensivo ad uno offensivo, che porta la firma dell’Occidente. Il secondo è che si tratta di armi moderne e complesse, che richiederebbero un opportuno addestramento per chi non le ha mai utilizzate (come, appunto, gli ucraini). C’è da chiedersi dunque, come sottolineato anche dall’esperto Paolo Magri dell’Ispi, intervistato durante la trasmissione Tagadà di La7, chi si occuperà di questo aspetto. In effetti, la Casa Bianca, si dichiara ufficialmente «favorevole all’invio dei sistemi come parte di un più ampio pacchetto di assistenza militare e di sicurezza, che potrebbe essere annunciato già la prossima settimana». L’assistenza militare, in questo caso, potrebbe essere l’addestramento delle forze ucraine all’utilizzo dei mezzi in questione, sulla scorta di missioni quali Resolute support in Afghanistan. Questo implicherebbe la presenza di militari Nato in territorio ucraino. In seconda istanza, ipotesi ancora più invasiva, gli Usa potrebbero pensare all’invio di forze speciali nel Paese che, a quel punto, combatterebbero direttamente. Le conseguenze di queste ipotesi sono facilmente prevedibili. In Russia si rafforzerebbe l’idea espressa dal primo ministro russo Michail Mishustin, che ha lanciato l’allarme: «L’Occidente sta cercando di cancellare il nostro Paese, di rimuoverlo dalla mappa del mondo». Putin ha, poi, più volte ricordato che le forniture Usa e Nato di sistemi d’arma «più sensibili» all’Ucraina alimentano il conflitto, con il rischio di portare a «conseguenze imprevedibili». Un coinvolgimento diretto avrebbe effetti ancora più inimmaginabili.
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Dopo le difficoltà iniziali, Mosca si è accanita sulla parte orientale del Paese e sta piegando la resistenza. Cresce la tragica pressione sulla città di Severodonetsk, dove le autorità locali denunciano 1.500 morti.Joe Biden non molla: «Altre armi a Kiev». Washington pronta a inviare strumenti offensivi ancora più potenti, ma c’è l’incognita della preparazione del personale ucraino: la Nato invierà istruttori o combattenti?Lo speciale comprende due articoli.Le mire di Vladimir Putin sul Donbass portano a un’intensificazione dei combattimenti e l’esercito russo, dopo aver registrato inizialmente delle difficoltà, si spinge in avanti senza troppi ostacoli. Le truppe ucraine sono in grosso affanno soprattutto nella regione di Lugansk che sta subendo continui bombardamenti. Mosca ha stabilito il controllo su circa il 95% del territorio del Lugansk e, adesso, anche la parte ucraina ammette che la Russia prevale nell’area. La notizia che un pezzo del Donbass sembra ormai cedere sotto il peso dell’avanzata russa è stata data infatti dal governatore ucraino, Serhiy Haiday. La situazione si stava delineando già da qualche giorno, tanto che il viceministro della Difesa ucraino, Ganna Malyar, aveva già spiegato come la «lotta contro le truppe russe nell’Ucraina orientale» avesse raggiunto la «massima intensità» e aveva previsto l’inizio di «una fase lunga ed estremamente difficile». Lo svantaggio della parte ucraina è stato ammesso anche dal generale Oleksiy Gromov: si può dunque dire che tanto la politica, quanto i militari, hanno ormai ben presente che il Lugansk potrebbe a breve cadere in mani russe. Appare palese che Mosca, dopo aver abbandonato le pretese su Kiev (apparentemente, anche se ci sono da monitorare gli strani movimenti delle truppe di Lukashenko sul confine Sud tra Bielorussia e Ucraina) ed essersi concentrata sul Donbass, abbia ripreso vigore. Le forze dell’autoproclamata repubblica di Donestk dichiarano ad esempio di aver raggiunto «il pieno controllo» della città di Lyman. In più, dopo la caduta di Mariupol, l’esercito russo sta attaccando Severodonetsk, nella regione di Lugansk, da varie direzioni. È proprio Severodonestk che, in una strategia di controllo dell’intero Donbass, si troverà a subire pesanti tentativi di sfondamento da parte di Mosca, come già accaduto per Mariupol. Secondo la parte ucraina, attualmente i russi non sarebbero in grado di avere la meglio sulle difese ucraine. Al di là delle dichiarazioni ottimistiche, il quadro della situazione lo restituisce al meglio, ancora una volta, il governatore della regione di Lugansk, Haiday. La realtà è che due terzi di Severodonetsk sono ormai circondati dai russi. «Stanno attaccando Severodonetsk da diverse direzioni, anche se gli occupanti non riescono a sfondare la difesa. I combattimenti continuano». Poi è sceso nei dettagli. «Le truppe di Mosca stanno cercando di avvicinarsi alla strada Lysychansk-Bakhmut per prendere il controllo, ma non riuscendo ad avere la meglio bombardano continuamente, il che rende difficile muoversi. Stanno anche colpendo i ponti che collegano le città all’interno della regione per interrompere la circolazione». A Severodonestk ci sono ancora circa 13.000 persone rimaste, mentre sarebbero 1.500 i civili che hanno perso la vita dall’inizio della guerra. Secondo il sindaco Oleksandr Stryuk, «il 60% del patrimonio abitativo è completamente distrutto e fino al 90% degli edifici sono danneggiati e necessitano di importanti riparazioni. Il percorso per uscire dalla città è estremamente pericoloso, ma i militari ucraini stanno facendo tutto il necessario per rendere le strade sicure». Intanto nella Mariupol conquistata dai russi, le vacanze scolastiche estive sarebbero state cancellate, per consentire agli alunni di studiare il russo e mettersi al pari con il curriculum scolastico russo, a sentire Petro Andryushchenko, ex consigliere (prima della caduta) del sindaco della città portuale sul mare di Azov. Non ci sono conferme dell’annuncio da parte russa. Non è un mistero, invece, che Putin punti al controllo non solo dell’Est ma anche di alcune città del Sud, come Kherson e Melitopol, dove sono in fase di distribuzione passaporti russi. Kiev ha condannato la decisione del Cremlino di semplificare la procedura per ottenere la cittadinanza russa per gli abitanti delle aree delle regioni ucraine di Kherson e Zaporizhzhia. «Il decreto è legalmente nullo», ha chiarito la missione diplomatica Ucraina presso l’Ue, affermando che la mossa è un tentativo di costringere gli ucraini a cambiare cittadinanza. La situazione è incandescente nell’oblast di Dnepropetrovsk e in particolare a Dnipro, dove il governatore Valentin Reznichenko parla di una serie di pesanti bombardamenti sia nella notte che nelle prime ore diurne. «Notte e mattina inquiete», ha scritto il governatore, «c’è grave distruzione e i soccorritori stanno sgomberando le macerie e cercando di trarre in salvo le persone sepolte». Più a Sud, in direzione di Zaporozhye, i russi stanno muovendo ingenti truppe di terra, unità marittime e aerei dalla Crimea. È salito intanto a cinque il numero delle vittime dei bombardamenti russi a Kharkiv. Lo ha detto il consigliere del capo del consiglio regionale, Natalia Popova. Inoltre, 10 persone sono rimaste ferite, tra cui un bambino. «Parliamo di città bombardate, donne violentate, grano rubato come se vivessimo nell’epoca di Gengis Khan. La Russia ha dimostrato di essere un Paese barbaro che minaccia la sicurezza mondiale. Rende ogni persona in Europa più povera, provocando carestie in Asia e nuovi conflitti. Dobbiamo fermarla insieme usando la forza per preservare l’ordine mondiale», ha scritto in proposito Mikhaylo Podoliak, consigliere del presidente Zelensky. Il fronte ucraino sta insomma vivendo ore non facili, in cui l’unico dato di rilievo è l’abbattimento, da parte di un caccia ucraino MiG-29, di un caccia russo Su-35 sopra la regione di Kherson. A riferire l’unica notizia favorevole all’Ucraina, l’Aeronautica militare delle forze armate del Paese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-racconto-sui-russi-in-panne-e-finito-la-caduta-del-donbass-e-a-un-passo-2657404753.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-non-molla-altre-armi-a-kiev" data-post-id="2657404753" data-published-at="1653696485" data-use-pagination="False"> Biden non molla: «Altre armi a Kiev» Tutto potrebbe essere pronto già la prossima settimana: l’invio di nuove armi all’Ucraina da parte dell’amministrazione Biden è certo, restano solo da stabilire i tempi. Giorno più, giorno meno, comunque gli Usa si stanno preparando a fare arrivare a Kiev armi molto più potenti di quelle attualmente disponibili. L’appello a far arrivare mezzi moderni ed efficaci era stato ribadito più volte dal presidente Volodymyr Zelensky e dal ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba. Quest’ultimo, parlando della situazione ormai critica nel Donbass con la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, aveva specificato che le armi che servono sono quelle pesanti. In particolare, era stato citato il lanciarazzi Mlrs. Assieme ai Mlrs richiesti espressamente, diverse fonti dicono che Biden sarebbe pronto ad inviare anche gli M142 Himars. Tale tipo di armamenti fino a oggi non è entrato in questo conflitto. Si tratta di lanciarazzi capaci di esplodere una massiccia potenza di fuoco, a distanze fino a dieci volte più lunghe degli armamenti attuali. In definitiva, più razzi potrebbero essere sparati, contemporaneamente, con mezzi che sono superiori per potenza, gittata e mobilità anche rispetto a quelli utilizzati dai russi. Ma c’è di più. Essendo il raggio di questi armamenti di circa 300 chilometri, l’Ucraina sarebbe in grado di colpire obiettivi direttamente in territorio russo. Siamo di fronte, insomma, ad equipaggiamenti che non sono atti solo alla difesa ma, almeno teoricamente, anche all’offesa. Kiev, certamente ancora spera di respingere l’Armata grazie al sostegno militare occidentale e alla propria capacità di resistenza sia bellica sia civile. Gli Usa fanno di tutto per incoraggiare questa speranza. Ma questo invio di armamenti in Ucraina da parte dei Paesi membri della Nato che, secondo il vicesegretario generale dell’Alleanza, Mircea Geoana, dovrà continuare «fino a quando sarà necessario», presenta dei lati oscuri. Il primo, come si diceva, è che si passa da un sistema difensivo ad uno offensivo, che porta la firma dell’Occidente. Il secondo è che si tratta di armi moderne e complesse, che richiederebbero un opportuno addestramento per chi non le ha mai utilizzate (come, appunto, gli ucraini). C’è da chiedersi dunque, come sottolineato anche dall’esperto Paolo Magri dell’Ispi, intervistato durante la trasmissione Tagadà di La7, chi si occuperà di questo aspetto. In effetti, la Casa Bianca, si dichiara ufficialmente «favorevole all’invio dei sistemi come parte di un più ampio pacchetto di assistenza militare e di sicurezza, che potrebbe essere annunciato già la prossima settimana». L’assistenza militare, in questo caso, potrebbe essere l’addestramento delle forze ucraine all’utilizzo dei mezzi in questione, sulla scorta di missioni quali Resolute support in Afghanistan. Questo implicherebbe la presenza di militari Nato in territorio ucraino. In seconda istanza, ipotesi ancora più invasiva, gli Usa potrebbero pensare all’invio di forze speciali nel Paese che, a quel punto, combatterebbero direttamente. Le conseguenze di queste ipotesi sono facilmente prevedibili. In Russia si rafforzerebbe l’idea espressa dal primo ministro russo Michail Mishustin, che ha lanciato l’allarme: «L’Occidente sta cercando di cancellare il nostro Paese, di rimuoverlo dalla mappa del mondo». Putin ha, poi, più volte ricordato che le forniture Usa e Nato di sistemi d’arma «più sensibili» all’Ucraina alimentano il conflitto, con il rischio di portare a «conseguenze imprevedibili». Un coinvolgimento diretto avrebbe effetti ancora più inimmaginabili.
Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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Nicole Minetti (Getty Images)
Cioè, il presidente della Repubblica sarebbe stato tratto in inganno da qualcuno dentro al ministero della Giustizia, che gli avrebbe portato la pratica riguardante l’ex consigliere regionale lombardo di Forza Italia, nascondendo o ignorando alcuni aspetti della vita dell’igienista dentale. Ma le cose non stanno così. Il Quirinale non è stato buggerato da Carlo Nordio o dalla sua ex capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, come ora, con la collaborazione di gran parte di una stampa appecoronata, si cerca di far credere. Per il semplice motivo che la domanda di grazia non soltanto è stata inviata a Sergio Mattarella direttamente dallo studio legale che assiste Nicole Minetti, ma il 6 agosto dello scorso anno è stato il Colle a sollecitare il ministero ad aprire la pratica per valutare la grazia alla donna condannata per aver favorito la prostituzione. La nostra non è un’interpretazione: a parlare è la documentazione, a partire da quella che regola la concessione degli atti di clemenza da parte del presidente della Repubblica.
Cominciamo, dunque, dall’inizio di questa faccenda, la cui responsabilità si sta provando a scaricare su altri. Vent’anni fa, precisamente il 18 maggio del 2006, la Corte costituzionale, a cui si era appellato Carlo Azeglio Ciampi, chiarì che il potere di grazia non era condiviso con il ministro della Giustizia, ma era di esclusiva titolarità del capo dello Stato. Cioè competeva solo al presidente della Repubblica dire sì o no a una richiesta di clemenza e la sua decisione non era soggetta al vaglio del numero uno di via Arenula. Per effetto di questa sentenza, non soltanto il ministero non si chiama più di Grazia e Giustizia, ma lo stesso giorno di 20 anni fa Giorgio Napolitano, subentrato a Ciampi, comunicò l’istituzione presso il Quirinale di un dipartimento per gli Affari dell’amministrazione della giustizia, direttamente competente per istruire e valutare le domande di cittadini condannati. Basta collegarsi al sito della presidenza della Repubblica per rendersi conto di quali funzioni svolga questo ufficio, che è diviso in quattro settori, uno dei quali esamina e istruisce le richieste di grazia o commutazione delle pene. A guidarlo è un consigliere di Cassazione, il dottor Enrico Gallucci, il quale dispone di tre collaboratori.
Chiarito il quadro normativo e il ruolo del Colle, torniamo a Nicole Minetti. Il 27 luglio dello scorso anno i legali dell’ex igienista dentale scrivono a Sergio Mattarella invocando la grazia per la loro assistita. A firmare è l’avvocato Antonella Calcaterra, dello studio Iusway di Milano. Il 6 agosto, cioè meno di dieci giorni dopo, weekend compreso, Enrico Gallucci, capo dell’ufficio Grazie, sollecita il ministero a istruire la pratica di clemenza in favore di Nicole Minetti. A volte l’iter delle domande è lungo, qualche volta anche un anno o due. Ma stranamente, nel caso dell’ex consigliere lombardo, tutto fila liscio e, soprattutto, spedito. Al punto che pochi mesi dopo, il 9 gennaio 2026, ossia a 166 giorni dalla data della presentazione della domanda, arriva il via libera della Procura generale della Corte d’Appello di Milano: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. E, un mese dopo, ecco il provvedimento di clemenza. In sei mesi e nonostante le ferie di mezzo, Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna ai servizi sociali. Nessuno dà notizia del provvedimento del capo dello Stato quando Mattarella firma. Però quando Mi manda Rai 3 rivela la notizia, dal Quirinale prima si rivendica la correttezza dell’operato del presidente («C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare. Purtroppo non posso rivelare dettagli perché c’è di mezzo la tutela di un minore… Ma sono sicuro che se sapesse le motivazioni condividerebbe», scrive l’11 aprile Giovanni Grasso, portavoce del Quirinale). Poi, quando Il Fatto quotidiano mette in dubbio che Nicole Minetti sia tornata sulla retta via e che non si occupi più di prostituzione, sul Colle si cade dalle nuvole e si dà la colpa al ministero, come se il Quirinale non c’entrasse nulla in questa storia, e accreditando l’idea che qualcuno abbia buggerato gli uffici di Sergio Mattarella.
Può darsi che qualcuno si sia approfittato del capo dello Stato, ma di certo non va cercato molto lontano dal Quirinale. E se i cronisti, invece di bendarsi gli occhi di fronte a ogni velina che plana dalla presidenza della Repubblica, si facessero qualche domanda, forse potrebbero scoprire perché la pratica della Minetti abbia viaggiato così spedita. E perché al Tribunale di Milano nessuno si sia chiesto se davvero la ex consigliere fosse diventato una via di mezzo tra Maria Goretti e Santa Caterina da Siena.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Il giorno dopo il terremoto provocato dalla lettera del Colle, il capo dello Stato si è svegliato sereno ma davanti a una spremuta di stampa mainstream (Corriere della Sera, Repubblica, Stampa) si è subito preoccupato: lo hanno dipinto come un calligrafo amanuense che copia una pagina di Aristotele, come la mano incorporea di Cornelis Escher con la matita fra le dita. Hanno banalizzato in poche righe (e con eccessi fantozziani) quel ruolo supremo di dominus con facoltà costituzionale di concedere, con decreto proprio, l’atto di clemenza e commutare le pene.
«Se qualcuno ha sbagliato va cercato al ministero» titola il Corriere per mettere le cose in chiaro, neanche fossimo in Terza B e a rubare la merendina sia stato «lui con i bermuda a righe». Che poi sarebbe sempre Carlo Nordio. «Il Quirinale è stato ingannato?» si chiede Repubblica in ambasce, scambiando la batteria dei consiglieri giuridici di Mattarella per un educandato irlandese. La Stampa si butta sui giochi da tavolo: «La contromossa del presidente», come se attribuire una grazia fosse una partita a scacchi fra contendenti con obiettivi opposti. Uno scenario stupefacente nel suo semplicismo, mossa del cavallo compresa. Con due punti fermi a colonna dorica: 1) se volete un colpevole cercatelo nella pelata del Guardasigilli, 2) il Quirinale non ha alcuna responsabilità. Anche se potrebbe avere caldeggiato la grazia (non è escluso). Anche se nel secondo mandato ha firmato proprio questa (con altre 26) su 1.500 richieste. Anche se la domanda di grazia è diretta per legge al capo dello Stato. Anche se ridurre il presidente a semplice notaio è un insulto mascherato da carezza.
Però in questo scenario da scaricabarile fa comodo. «Il Quirinale scaccia le nubi dal proprio cielo e le soffia su quello di via Arenula», spiega il Corriere con una metafora eolica, di fatto confermando il passaggio all’ala destra, quella destinata a prendersi gli insulti dello stadio. «Al Colle fanno notare che per la grazia non dispongono di alcun potere di verifica nel merito, possono valutare solo i profili giuridici e procedurali», insiste Repubblica facendo credere che la massima istituzione del Paese abbia forma di astronave e vaghi nell’iperuranio. Senza alcun contatto diretto con i magistrati di via Arenula e con quelli della Procura generale di Corte d’Appello di Milano. La sintesi più colorita è raccolta dalla Stampa: «Non potevamo mandare i corazzieri», a conferma che nel rimbalzo di responsabilità tutto fa brodo, anche il folclore.
In un giorno feriale come tanti vengono ribaltate realtà che pensavamo granitiche. È l’emendamento Houdini. Il Colle, fino a ieri definito dagli stessi media «l’occhiuto e vigile custode della Costituzione che impedisce interpretazioni fallaci e derive non volute dalla Carta» (per esempio sul decreto Sicurezza), improvvisamente diventa inconsapevole, inerme, in balia delle amnesie altrui, incapace di garantire a Mattarella la graniticità di una firma. Ovviamente non è così. E con l’umile approccio di chi crede nella forza dell’istituzione, ci pare che l’approfondito, sofferto, quasi metafisico percorso del presidente Toni Servillo nel film di Paolo Sorrentino La grazia sia più verosimile dello scenario descritto ieri dai quirinalisti travestiti da corazzieri di cartone.
Ma non è finita, sull’argomento il giurista collettivo di redazione riesce ad andare oltre l’immaginabile. A sottolineare oggi «la forza del dubbio» del Colle sono gli stessi giornali che alla notizia dell’atto di clemenza a favore di Nicole Minetti si erano esibiti in messe cantate nei confronti «dell’umanità profonda contenuta in un gesto nobile»; avevano preso le distanze «dalla volgarità, dalla malafede di chi vede favoritismi e agita la coda di paglia del complottismo». Allora «la salute dei congiunti era stata spesso decisiva nella concessione della grazia». Adesso fanno un tifo pavloviano per revocarla. Come diceva Luciano De Crescenzo, eppure è sempre vero anche il contrario.
Nel giorno dello scaricabarile tutti agitano come una coperta di Linus la sentenza numero 200 della Corte Costituzionale nel 2006. Risolveva il conflitto di attribuzione sollevato dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nei confronti del ministro della Giustizia Roberto Castelli proprio sul potere di grazia riguardo all’opportunità di darla ad Adriano Sofri che neppure l’aveva chiesta. Per lui si era mossa «la nota lobby» (copyright di Francesco Cossiga). La Consulta sottolineò che il Guardasigilli deve istruire la pratica ma il capo dello Stato è titolare dell’atto. Poi ci sono Eolo, i corazzieri, le contromosse, le cortine fumogene e il dogma della Stampa: «La controffensiva del Quirinale è sul terreno della verità». Sì, quella divina.
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