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Il poliziotto rischia 21 anni di carcere. È indagato per «omicidio volontario»

Il poliziotto rischia 21 anni di carcere. È indagato per «omicidio volontario»
Ansa
  • Ieri l’agente che ha sparato ad Abderrahim Mansouri a Milano è stato sentito dal pm: «Ha puntato la pistola, ho avuto paura». Il reato contestato è pesantissimo rispetto all’accusa di eccesso colposo di legittima difesa
  • La vittima era nota da diverso tempo alle forze dell’ordine: era considerato un pusher «di livello superiore». E faceva parte di un clan magrebino che gestisce lo spaccio

Lo speciale contiene due articoli


A Rogoredo, dicono gli stessi poliziotti che ci lavorano da anni, le dinamiche si ripetono sempre uguali: l’alt, la fuga, la rincorsa, a volte una mano che resta in tasca più del dovuto. È dentro questo schema che si inserisce quanto accaduto lunedì 26 gennaio in via Impastato, a ridosso del boschetto dello spaccio, dove un agente del commissariato Mecenate ha sparato e ucciso il ventottenne Abderrahim Mansouri durante un servizio antidroga. È stato iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario: rischia da 21 anni all’ergastolo. Con eccesso colposo di legittima difesa rischia, invece, da 2 a 7 anni.

Non è la prima volta che una vicenda simile arriva davanti ai giudici. Nel 2011, a Taranto, un carabiniere, anche lui inizialmente indagato per omicidio volontario, uccise un giovane che gli aveva puntato contro una pistola poi rivelatasi una replica priva del tappo rosso. La Procura ritenne la reazione giustificata per legittima difesa putativa, giudicando non evitabile l’errore sull’effettiva offensività dell’arma, e il procedimento venne archiviato senza rinvio a giudizio. È con questo precedente, divenuto negli anni un caso di riferimento, che va letto quanto accaduto a Rogoredo. Per questo, anche il legale dell’agente di Milano, l’avvocato Pietro Porciani, si augura una rapida archiviazione.

Durissima la reazione dei sindacati di polizia. Il Sap, con il segretario generale Stefano Paoloni, parla di un’iscrizione che scatta «in automatico» come atto dovuto, ma che finisce per far apparire l’agente come un omicida già in partenza, chiedendo una riforma normativa che consenta una fase di accertamenti senza l’immediata iscrizione per il reato più grave nei casi di possibili legittima difesa. La Fsp Polizia di Stato, con Valter Mazzetti, si dice «basita» dall’impostazione dell’accusa agli albori dell’indagine, osservando che così sembra presumersi una volontà omicida incompatibile con la funzione stessa del servizio di polizia. Il Siulp di Milano, con Andrea Varone, richiama infine la pericolosità dei servizi antidroga e osserva che un’arma a salve priva del tappo rosso è indistinguibile da una vera, rendendo fuorviante ogni valutazione successiva.

L’iscrizione per omicidio volontario, in teoria, serve a consentire autopsia, esami balistici, garantendo il diritto di difesa dell’indagato. Ma rischia di pesare sull’agente: una riforma sarebbe doverosa. Anche perché il fratello del marocchino ucciso a Rogoredo ha depositato la nomina come persona offesa, assistito dall’avvocata Debora Piazza, già legale della famiglia di Ramy Elgaml, contestando la versione dell’agente e chiedendo che venga accertata «tutta la verità». La famiglia potrà così seguire con propri consulenti l’autopsia e le perizie balistiche, svolgendo anche indagini difensive. Davanti al pm Giovanni Tarzia (già esperto e consulente per minori immigrati), assistito dall’avvocato Pietro Porciani, l’agente del commissariato Mecenate ha ricostruito i pochi secondi che hanno preceduto lo sparo. Ha riferito che, durante un servizio antidroga in abiti civili, si è qualificato intimando l’alt e che l’idea iniziale era quella di rincorrere l’uomo, «una dinamica che si ripete sempre» in quel contesto. A una distanza di circa venti metri, però, la situazione sarebbe cambiata improvvisamente: il ventottenne aveva una mano in tasca, «ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». In quel momento, mentre stava per partire in avanti, l’agente ha estratto l’arma dalla fascia addominale ed esploso un solo colpo.

Al pm ha parlato della paura provata, nonostante «tanti anni di servizio». Dopo lo sparo si è avvicinato al corpo: «Era a faccia in su, con la pistola a 15 centimetri dalla mano», ha detto, spiegando di aver sentito «l’esigenza di allontanare l’arma» perché l’uomo rantolava ed era ancora «nella sua disponibilità», pur senza ricordare con precisione quei passaggi. I sanitari del 118 sarebbero arrivati dopo circa dieci minuti. Solo successivamente si è accertato che l’arma era una pistola a salve, priva del tappo rosso.

Secondo la ricostruzione finora confermata anche dagli altri cinque poliziotti presenti, i fatti sarebbero avvenuti intorno alle 18, mentre gli agenti stavano arrestando in via Impastato un uomo che opponeva resistenza. In quel frangente, il ventottenne di nazionalità marocchina si sarebbe avvicinato impugnando l’arma e avrebbe continuato ad avanzare. Addosso alla vittima sarebbero stati trovati diversi tipi di stupefacenti, come riferito dall’avvocato Porciani, che ha ricordato anche i precedenti del giovane per droga, resistenza e rapine. La persona arrestata poco prima della sparatoria è stata sentita come testimone, ma non avrebbe fornito elementi utili all’inchiesta.

Il legale ha infine spiegato che il suo assistito, poco più che quarantenne e con oltre vent’anni di servizio, non era dotato di bodycam ed è «ancora sotto choc». La linea difensiva resta quella della legittima difesa: «Quando ti trovi una pistola puntata contro, non puoi sapere che sia a salve».

È su questo punto che si concentra il cuore dell’indagine. Non conta che l’arma fosse a salve, ma che in quel momento apparisse come un’arma vera. La Cassazione lo ha chiarito più volte: la valutazione va fatta ex ante, guardando ciò che l’agente poteva percepire in quei secondi. Una pistola giocattolo priva del tappo rosso, se usata in modo minaccioso, può integrare una situazione di pericolo attuale. Nel 2021, a Napoli, una guardia giurata che aveva reagito a una pistola poi rivelatasi non offensiva vide l’indagine concentrarsi proprio sulla percezione del pericolo, con esclusione del dolo; lo stesso principio è stato ribadito in altri casi analoghi esaminati dalla Suprema corte, aprendo alla legittima difesa putativa o, al massimo, all’eccesso colposo.

Nel 2016 sfilò l’arma a un carabiniere

Adberrahim Mansouri, il marocchino di 28 anni irregolare in Italia ucciso lunedì da un poliziotto in via Impastato, a Milano, era già noto alle forze dell’ordine.

L’uomo, conosciuto con il soprannome di Zak (ma gli alias con cui sarebbe conosciuto alle forze dell’ordine sarebbero svariati) aveva precedenti per spaccio, resistenza a pubblico ufficiale, rapina e lesioni. E, soprattutto, ventottenne in passato si era già reso protagonista di un episodio violento durante un blitz antidroga. Per certi versi simile a quello che lunedì, quando ha puntato in faccia a un agente una scacciacani identica alla Beretta 93 d’ordinanza del poliziotto, gli è costato la vita. Era il 28 agosto 2016 quando in via Orwell, nel cuore del boschetto della droga di Rogoredo, una pattuglia dell’Arma impegnata in un servizio antispaccio fermò un gruppo di pusher, tra cui l’allora diciottenne Mansouri, considerato uno dei più «esperti» della zona.

Nel tentativo di fuggire, raggiunto da un carabiniere, lo colpì con calci e pugni e cercò di sfilargli la pistola di ordinanza. Il giovane marocchino venne bloccato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni: il militare riportò una prognosi di 12 giorni. Dopo la condanna con sospensione condizionale della pena per l’episodio di via Orwell, Mansouri venne arrestato nuovamente per spaccio il 30 maggio 2021 e poi ancora nel settembre dell’anno successivo, finendo rinchiuso nel carcere di Cremona, da cui uscì nel 2023 grazie all’affidamento in prova ai servizi sociali, terminato nel 2024. Nel 2025 viene di nuovo fermato dalle Volanti e trovato in possesso di un permesso di soggiorno spagnolo. Nel luglio e nel settembre scorsi, due controlli del commissariato Mecenate, lo stesso per cui lavora il poliziotto che lo ha ucciso ieri sera, gli costarono un’ennesima denuncia per spaccio e ricettazione.

Nelle sue tasche, lunedì sera, dopo la morte, sono state trovate dosi di hashish, cocaina ed eroina. Una circostanza che porta verso la conferma l’attività illecita del nordafricano. L’ipotesi è che Mansouri, considerato dagli investigatori uno spacciatore di «livello superiore» abbia imboccato la stradina sterrata tra la tangenziale e i binari per rifornire uno dei pusher che avrebbero lavorato per lui e generalmente provvisti di modesti quantitativi di droga, per evitare di venire rapinati. La stessa ragione per cui il ventottenne potrebbe aver deciso di girare con una pistola, come detto risultata una semplice riproduzione. Del resto, secondo gli investigatori, la famiglia dell’uomo rimasto ucciso sarebbe piuttosto nota nel mondo della droga milanese. Il ventottenne avrebbe infatti fatto parte del gruppo dei cosiddetti «clan Mansouri», boss marocchini attivi da anni nello spaccio. Una realtà dove coltelli, machete e, soprattutto, pistole a salve o repliche sono equipaggiamento abituale.

E la figura di Zak era da tempo tenuta sotto controllo per il ruolo che il ventottenne marocchino ricopriva all’interno di una fitta rete organizzata che controlla e gestisce le piazze di spaccio più importanti del nord Italia. In particolare i Mansouri potrebbero avere il controllo dei cosiddetti «cavallini» attivi nella zona di Rogoredo, tristemente nota per il famigerato boschetto. «Cavallini» è il termine cui vengono definiti in gergo i piccoli pusher diffusi in maniera capillare sul territorio e che, con turni che coprono le 24 ore, riforniscono di droghe le piazze di spaccio. In questo caso quelle della periferia meridionale di Milano.

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