True
2026-02-15
La destra non può più stare con l’alta finanza
Kevin Roberts (Ansa)
La Heritage Foundation non è un avamposto qualsiasi a Capitol Hill; è stata ed è tuttora il motore più influente di idee per i repubblicani, da Ronald Reagan a Donald Trump. Eppure, sono proprio il potere e l’influenza della Heritage a rendere facile l’evitare i rischi. Roberts potrebbe guadagnare uno stipendio soddisfacente, scrivere libri di buon livello e dire ai donatori ciò che vogliono sentirsi dire. Crede però che continuare a fare le stesse cose potrebbe portare alla rovina della nostra nazione. Se avete letto molti libri conservatori o pensate di avere una buona conoscenza del movimento conservatore, sospetto che le pagine che seguono vi sorprenderanno, forse, addirittura, vi sconvolgeranno.
Roberts capisce l’economia e sostiene i principi fondamentali del libero mercato, ma non idolatra teorie vecchie di decenni. Egli sostiene in modo convincente che la moderna società finanziaria è quasi del tutto estranea ai fondatori della nostra nazione. [...] L’idea che i nostri fondatori volessero rendere i loro cittadini sudditi di questo tipo di potere ibrido è antistorica e assurda, eppure troppi «conservatori» moderni idolatrano il mercato al punto da ignorare questo fatto. Un’azienda privata che può censurare la libertà di parola, influenzare le elezioni e collaborare senza soluzione di continuità con i servizi segreti e altri burocrati federali non merita il sostegno della destra, bensì di essere sottoposta a controllo e vigilanza. Roberts non solo lo capisce a livello istintivo, ma è anche in grado di articolare una visione politica per impegnarsi efficacemente in tale controllo. Roberts vede un conservatorismo incentrato sulla famiglia. In questo, prende in prestito dalla vecchia destra americana che riconosceva, a mio avviso correttamente, l’importanza delle norme e degli atteggiamenti culturali. Dovremmo incoraggiare i nostri figli a sposarsi e ad avere figli. Dovremmo insegnare loro che il matrimonio non è solo un contratto, ma un’unione sacra e, per quanto possibile, per tutta la vita. Dovremmo scoraggiarli da comportamenti che minacciano la stabilità delle loro famiglie. Ma dovremmo anche fare qualcos’altro: creare le condizioni materiali affinché avere una famiglia non sia un privilegio. Ciò significa migliori posti di lavoro a tutti i livelli della scala del reddito. Ciò significa proteggere le industrie americane, anche se comporta un aumento dei prezzi al consumo nel breve termine. Significa ascoltare i nostri giovani che ci dicono che non possono permettersi di comprare una casa o di mettere su famiglia, invece di criticarli per la loro mancanza di virtù.
Roberts sta esprimendo una visione fondamentalmente cristiana della cultura e dell’economia: riconoscere che la virtù e il progresso materiale vanno di pari passo. La mia infanzia non è stata, secondo qualsiasi metro di giudizio oggettivo, facile. Né quella di Kevin Roberts. Entrambi abbiamo subito l’impatto negativo dell’instabilità familiare ed entrambi siamo stati salvati dalla resilienza della fitta rete di parenti – nonni, zie, zii – che spesso costituisce il primo e più efficace elemento della nostra rete di sicurezza sociale. Entrambi abbiamo visto come la chiusura di una fabbrica in una città potesse distruggere la stabilità economica che costituiva il fondamento di quelle famiglie. Ed entrambi abbiamo imparato ad amare il Paese che ha dato a noi e alle nostre famiglie una seconda possibilità, nonostante alcune difficoltà lungo il percorso.
In queste pagine, Kevin cerca di capire come preservare il più possibile ciò che ha funzionato nella sua vita, correggendo ciò che non ha funzionato. Per farlo, abbiamo bisogno di qualcosa di più di una politica che si limiti a rimuovere le cattive pratiche del passato. Dobbiamo ricostruire. Abbiamo bisogno di un conservatorismo offensivo, non solo di uno che cerchi di impedire alla sinistra di fare cose che non ci piacciono. Ecco un’analogia che uso a volte per spiegare cosa ha fatto di giusto e di sbagliato la precedente generazione di conservatori. Immaginate un giardino ben curato in un angolo soleggiato. Ovviamente ha qualche imperfezione e molte erbacce. Proprio ciò che lo rende attraente per ciò che cerchiamo di coltivare, lo rende attraente anche per ciò che non vogliamo. Nel tentativo di eliminare ciò che è negativo, un giardiniere ben intenzionato tratta il giardino con un prodotto chimico. Questo uccide molte erbacce, ma uccide anche molte cose buone. Imperterrito, il giardiniere continua ad aggiungere il prodotto. Alla fine, il terreno diventa inospitale. In questa analogia, il liberalismo moderno è il giardiniere, il giardino è il nostro Paese e le voci che scoraggiano il giardiniere sono i conservatori. Avevamo ragione, naturalmente: nel tentativo di correggere i problemi, alcuni reali, altri immaginari, abbiamo commesso molti errori come Paese negli anni Sessanta e Settanta. Ma per riportare il giardino alla salute, non basta correggere gli errori del passato. Il giardino non ha solo bisogno di smettere di ricevere una miscela terribile, anche se questo è necessario. Ha bisogno di essere ricoltivato. Il vecchio movimento conservatore sosteneva che se si fosse semplicemente eliminato il governo, le forze naturali avrebbero risolto i problemi: non siamo più in questa situazione e dobbiamo adottare un approccio diverso. Come scrive Kevin Roberts: «Va bene adottare un approccio laissez-faire quando si è al sicuro sotto il sole. Ma quando cala il crepuscolo e si sentono i lupi, bisogna serrare i ranghi e caricare i moschetti». Ora ci stiamo rendendo conto che è tempo di serrare i ranghi e caricare i moschetti. Nelle battaglie che ci attendono, queste idee sono un’arma essenziale.
Continua a leggereRiduci
Nella sua prefazione a un saggio di Kevin Roberts, Vance traccia la rotta del nuovo conservatorismo: «I nostri padri credevano che senza il governo tutti i nostri problemi sarebbero stati risolti. Chi, come noi, viene da certe zone dimenticate sa che non è così».Nel film cult americano Pulp Fiction, il personaggio interpretato da John Travolta, appena tornato da Amsterdam, osserva che in Europa ci sono gli stessi beni di consumo americani, ma sono «un po’ diversi». È così che vedo la vita di Kevin Roberts. È cresciuto in una famiglia povera in una zona del Paese largamente ignorata dalle élite americane, solo che il suo angolo di mondo era in Louisiana e il mio in Ohio e Kentucky. Come me, è cattolico, ma a differenza mia, lo è dalla nascita. I suoi nonni hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua vita, proprio come i miei. E ora lavora lontano da dove è cresciuto, a pochi passi dal mio ufficio, a Washington DC: è il presidente di uno dei think tank più influenti di Washington, mentre io sono senatore degli Stati Uniti [...]. La Heritage Foundation non è un avamposto qualsiasi a Capitol Hill; è stata ed è tuttora il motore più influente di idee per i repubblicani, da Ronald Reagan a Donald Trump. Eppure, sono proprio il potere e l’influenza della Heritage a rendere facile l’evitare i rischi. Roberts potrebbe guadagnare uno stipendio soddisfacente, scrivere libri di buon livello e dire ai donatori ciò che vogliono sentirsi dire. Crede però che continuare a fare le stesse cose potrebbe portare alla rovina della nostra nazione. Se avete letto molti libri conservatori o pensate di avere una buona conoscenza del movimento conservatore, sospetto che le pagine che seguono vi sorprenderanno, forse, addirittura, vi sconvolgeranno. Roberts capisce l’economia e sostiene i principi fondamentali del libero mercato, ma non idolatra teorie vecchie di decenni. Egli sostiene in modo convincente che la moderna società finanziaria è quasi del tutto estranea ai fondatori della nostra nazione. [...] L’idea che i nostri fondatori volessero rendere i loro cittadini sudditi di questo tipo di potere ibrido è antistorica e assurda, eppure troppi «conservatori» moderni idolatrano il mercato al punto da ignorare questo fatto. Un’azienda privata che può censurare la libertà di parola, influenzare le elezioni e collaborare senza soluzione di continuità con i servizi segreti e altri burocrati federali non merita il sostegno della destra, bensì di essere sottoposta a controllo e vigilanza. Roberts non solo lo capisce a livello istintivo, ma è anche in grado di articolare una visione politica per impegnarsi efficacemente in tale controllo. Roberts vede un conservatorismo incentrato sulla famiglia. In questo, prende in prestito dalla vecchia destra americana che riconosceva, a mio avviso correttamente, l’importanza delle norme e degli atteggiamenti culturali. Dovremmo incoraggiare i nostri figli a sposarsi e ad avere figli. Dovremmo insegnare loro che il matrimonio non è solo un contratto, ma un’unione sacra e, per quanto possibile, per tutta la vita. Dovremmo scoraggiarli da comportamenti che minacciano la stabilità delle loro famiglie. Ma dovremmo anche fare qualcos’altro: creare le condizioni materiali affinché avere una famiglia non sia un privilegio. Ciò significa migliori posti di lavoro a tutti i livelli della scala del reddito. Ciò significa proteggere le industrie americane, anche se comporta un aumento dei prezzi al consumo nel breve termine. Significa ascoltare i nostri giovani che ci dicono che non possono permettersi di comprare una casa o di mettere su famiglia, invece di criticarli per la loro mancanza di virtù. Roberts sta esprimendo una visione fondamentalmente cristiana della cultura e dell’economia: riconoscere che la virtù e il progresso materiale vanno di pari passo. La mia infanzia non è stata, secondo qualsiasi metro di giudizio oggettivo, facile. Né quella di Kevin Roberts. Entrambi abbiamo subito l’impatto negativo dell’instabilità familiare ed entrambi siamo stati salvati dalla resilienza della fitta rete di parenti – nonni, zie, zii – che spesso costituisce il primo e più efficace elemento della nostra rete di sicurezza sociale. Entrambi abbiamo visto come la chiusura di una fabbrica in una città potesse distruggere la stabilità economica che costituiva il fondamento di quelle famiglie. Ed entrambi abbiamo imparato ad amare il Paese che ha dato a noi e alle nostre famiglie una seconda possibilità, nonostante alcune difficoltà lungo il percorso. In queste pagine, Kevin cerca di capire come preservare il più possibile ciò che ha funzionato nella sua vita, correggendo ciò che non ha funzionato. Per farlo, abbiamo bisogno di qualcosa di più di una politica che si limiti a rimuovere le cattive pratiche del passato. Dobbiamo ricostruire. Abbiamo bisogno di un conservatorismo offensivo, non solo di uno che cerchi di impedire alla sinistra di fare cose che non ci piacciono. Ecco un’analogia che uso a volte per spiegare cosa ha fatto di giusto e di sbagliato la precedente generazione di conservatori. Immaginate un giardino ben curato in un angolo soleggiato. Ovviamente ha qualche imperfezione e molte erbacce. Proprio ciò che lo rende attraente per ciò che cerchiamo di coltivare, lo rende attraente anche per ciò che non vogliamo. Nel tentativo di eliminare ciò che è negativo, un giardiniere ben intenzionato tratta il giardino con un prodotto chimico. Questo uccide molte erbacce, ma uccide anche molte cose buone. Imperterrito, il giardiniere continua ad aggiungere il prodotto. Alla fine, il terreno diventa inospitale. In questa analogia, il liberalismo moderno è il giardiniere, il giardino è il nostro Paese e le voci che scoraggiano il giardiniere sono i conservatori. Avevamo ragione, naturalmente: nel tentativo di correggere i problemi, alcuni reali, altri immaginari, abbiamo commesso molti errori come Paese negli anni Sessanta e Settanta. Ma per riportare il giardino alla salute, non basta correggere gli errori del passato. Il giardino non ha solo bisogno di smettere di ricevere una miscela terribile, anche se questo è necessario. Ha bisogno di essere ricoltivato. Il vecchio movimento conservatore sosteneva che se si fosse semplicemente eliminato il governo, le forze naturali avrebbero risolto i problemi: non siamo più in questa situazione e dobbiamo adottare un approccio diverso. Come scrive Kevin Roberts: «Va bene adottare un approccio laissez-faire quando si è al sicuro sotto il sole. Ma quando cala il crepuscolo e si sentono i lupi, bisogna serrare i ranghi e caricare i moschetti». Ora ci stiamo rendendo conto che è tempo di serrare i ranghi e caricare i moschetti. Nelle battaglie che ci attendono, queste idee sono un’arma essenziale.
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
Continua a leggereRiduci
Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
Continua a leggereRiduci