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2023-08-07
Il paradosso della sanità
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Attese anche di un anno, pronti soccorso e ambulatori sguarniti. Alla faccia della sanità che dopo il Covid doveva diventare migliore. La pandemia avrebbe dovuto segnare una svolta nel modo di considerare le strutture pubbliche, non come voragini di soldi, e quindi da tagliare ma come presidi strategici per la popolazione, ma nulla è cambiato. Anzi la situazione è peggiorata. E questa volta i soldi ci sono (il governo Draghi a fine 2021 aumentò il fondo sanitario nazionale di 2 miliardi di cui 500 milioni destinati alle Regioni per abbattere le liste d’attesa) ma, come è costume delle amministrazioni, non vengono spesi.
Il tema è entrato all’attenzione anche dell’Ocse che si è dichiarata molto preoccupata per nuove crisi sanitarie nei Paesi, tra i quali c’è l’Italia, che investono minori risorse in sanità. Secondo l’organizzazione con sede a Parigi, per il nostro Paese sarebbero necessari investimenti, pari ad almeno l’1,4% in più rispetto al Pil 2021, che equivale a un aumento annuo di ben 25 miliardi di euro.
La legge di Bilancio, che si discuterà in autunno sarà la verifica se c’è la volontà di un cambio di marcia. All’appuntamento con la dislocazione delle risorse, il sistema sanitario nazionale si presenta con numeri da brivido. Mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. Il Forum delle 30 società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari (Fossc), ha messo in fila i dati della crisi: in 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono stati chiusi 125 ospedali, ben il 12%. Nel 2011 tra pubblici e privati erano 1.120, per diminuire a 995 nel 2021, con un taglio più marcato per le strutture pubbliche (84 in meno). Dieci anni, durante i quali si sono alternati governi di sinistra o sostenuti dal Pd, a parole sempre sempre pronto a rivendicare la centralità del servizio pubblico ma che quando si è trattato di tagliare non ha esitato a sforbiciare gli ospedali.
In un anno, secondo la Fossc, sono stati eliminati quasi 21.500 posti letto e solo nei mesi più duri della pandemia c’è stato un ripensamento. Nel 2020 erano 257.977, per poi scendere a 236.481 nel 2021. Mancano almeno 30.000 specialisti ospedalieri: sono circa 130.000, 60.000 in meno della Germania e 43.000 in meno della Francia.
Lavorare nelle strutture pubbliche non è considerato un traguardo ambito. Turni massacranti, retribuzioni scarse, poche possibilità di carriera e mancanza di sicurezza (le aggressioni nei pronto soccorso fanno parte delle cronache quotidiane), spingono oltre mille neolaureati e specializzandi, a cercare all’estero, condizioni migliori. A soffrire sono gli organici dei pronto soccorso, in deficit di 4.200 camici bianchi (in sei mesi, da gennaio a luglio 2022, se ne sono dimessi 600, circa 100 al mese).
I posti letto di degenza ordinaria sono circa 350 per 100.000 abitanti, una cifra lontana dalla media europea di 500. Anche per le terapie intensive non si sono mai raggiunti i 14 posti letto (obiettivo al ribasso e pur disatteso) e si dovrebbe arrivare almeno a 20-25 per 100.000 abitanti.
Infine, i conti: si stima che l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil per il 2023-2026, sarà già nel 2024 pari al 6,3% contro una media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’Ocse e del 10% circa di Francia e Germania.
Francesco Cognetti, coordinatore del Forum, punta il dito contro «le politiche deliberatamente anti ospedaliere dei precedenti governi» e sottolinea il paradosso che la crisi sia stata ignorata dal Pnrr. «Il ministro Schillaci sta facendo la sua parte ed è finalmente in procinto di istituire un Tavolo tecnico di confronto ma esiste un problema di risorse».
Cognetti poi spiega che un’occasione unica può essere l’intenzione manifestata dal premier Giorgia Meloni, di cambiare l’indirizzo e i campi d’applicazione del Pnrr. La sanità potrebbe impiegare «una quantità cospicua di fondi già devoluti alla medicina territoriale e destinati purtroppo a non raggiungere i risultati attesi, proprio per l’estrema carenza di personale medico ed infermieristico». Questo per dire che «non bastano le 1.350 case di comunità previste dal Pnrr a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale. Nel caso sia impossibile stornare queste risorse economiche dal Pnrr, si dovrà necessariamente provvedere altrimenti».
Secondo le società scientifiche del Forum, la carenza di personale e di posti letto, renderà impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr sulla medicina territoriale. Le case di comunità rischiano di restare cattedrali nel deserto senza alcun collegamento con gli ospedali. È impensabile, infatti, trasferire i camici bianchi dalle strutture ospedaliere a quelle territoriali.
Un’altra piaga è rappresentata dalle liste d’attesa. Per visite specialistiche e esami diagnostici ai quali spesso è legata la sopravvivenza del paziente se effettuati con tempestività, può anche trascorrere un anno. E al malato non resta che rivolgersi al privato. Nel 2021, secondo la Ragioneria dello Stato, la spesa privata ha raggiunto 37,16 miliardi, pari al +20,7% rispetto al 2020. In numerose situazioni l’intramoenia e il pronto soccorso diventano, per paradosso, l’unica porta di accesso al Servizio sanitario nazionale.
Cittadinanzattiva ha svolto un monitoraggio per 6 diverse tipologie di visite specialistiche ed esami diagnostici (visita cardiologica, ginecologica, pneumologica, oncologica, ecografia addominale, mammografia) in 12 grandi Asl di quattro Regioni (Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Puglia). La situazione peggiore si riscontra in Puglia. Nella Asl di Lecce nessuna visita pneumologica con priorità D è garantita entro i 30 giorni previsti mentre nell’Asl di Bari soltanto il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità B e il 14,39% delle ecografie complete all’addome sempre con priorità B, sono garantite entro i 10 giorni previsti. In Liguria sono stati sforati i tempi di legge fino a 5 volte. Per un’ecografia addominale completa con priorità D (cioè da fare entro 60 giorni), nell’Area metropolitana di Genova, bisogna attendere fino a 270 giorni. Per l’ecocolordoppler con priorità D l’appuntamento viene fissato dopo 318 giorni rispetto ai 30 massimi previsti dalla legge. Tre mesi e mezzo di attesa per una mammografia con prescrizione B, che andrebbe eseguita entro 10 giorni, in Asl5 Spezzina, quattro mesi per una visita cardiologica B in Asl1 Imperiese, nove mesi per una ecografia all’addome, con richiesta P (da eseguire entro 120 giorni) in Asl3 Genovese. Nell’Area metropolitana di Genova, per la risonanza magnetica encefalo, 221 giorni rispetto ai max 30 previsti.
In Emilia Romagna, a Reggio Emilia per la visita pneumologica le tempistiche vengono rispettate solo nel 39% dei casi, mentre a Bologna, per la visita cardiologica, nel 57% dei casi. Nel Lazio, anche se la situazione complessiva è migliore, non mancano alcune criticità: per un’ecografia addominale completa con priorità B (da eseguire entro 10 giorni), nell’Asl Roma 4 i tempi di attesa sono rispettati solo nel 18,2% dei casi; per una visita cardiologica con priorità D (entro 60 giorni), nell’Asl di Viterbo si registrano tempi di attesa rispettati nel 47,2% dei casi. Particolarmente allarmante il quadro della Campania, dove la stessa Regione segnala che il numero di prestazioni erogate nel canale pubblico è inferiore, per tutti gli esami e le visite monitorate, a quelle erogate in intramoenia negli ospedali.
Campania: fondi anti liste d’attesa mai usati, l’intramoenia impazza
Fondi per ridurre le liste d’attesa che restano inutilizzati e l’intramoenia che diventa l’unica soluzione, insieme al ricovero al pronto soccorso per esami e visite. La Campania è ancora alle prese per recuperare i ritardi accumulati durante il Covid. I proclami del presidente, Vincenzo De Luca per una sanità migliore, post pandemia, sono rimasti al livello di marketing politico. Dal monitoraggio di Cittadinanzattiva è emerso che il numero delle prestazioni erogate negli ospedali è inferiore a quelle effettuate in intramoenia, cioè dagli stessi medici all’interno delle medesime strutture ma in modo privato.
Nel 2022, presso il Cardarelli di Napoli sono state somministrate 1255 visite ortopediche in intramoenia a fronte di 112 nel pubblico; presso l’ospedale dei Colli sempre a Napoli, nessun eco addome è stato somministrato nel pubblico, ne sono stati fatti 111 in intramoenia; presso l’ospedale Moscati di Avellino, sono state effettuate 7 visite cardiologiche pubbliche e 979 in regime di intramoenia; al San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona a Salerno, 91 ecografie ostetriche nel canale pubblico e 329 in intramoenia. Il Garante dei diritti delle persone con disabilità della Regione Campania, l’avvocato Paolo Colombo ha lanciato l’allarme: «occorre intervenire sulle liste d’attesa attraverso un investimento sulle risorse umane e tecniche e un conseguente ampliamento degli orari di apertura al pubblico degli ambulatori, nonché attraverso la messa in rete nei Cup delle agende di prenotazione di tutte le strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate per favorire una migliore programmazione e trasparenza dei tempi di attesa. E non da ultimo bloccando, a livello regionale, le prestazioni in intramoenia laddove queste superino come numero quelle erogate nel canale pubblico, come previsto dallo stesso Piano nazionale di governo delle liste di attesa». Il sindacato degli infermieri Nursind sottolinea il mancato utilizzo dei fondi stanziati. Nel 2022 l'utilizzo dei fondi extra messi nel piatto da Mef e ministero della Salute, è stato un flop. «Su 44,48 milioni assegnati, le Asr hanno speso, al 31 dicembre 2022, soltanto 22,46 milioni mentre le previsioni di spese per il 2023 comunicate dalle Aziende sono pari a 12,70 milioni. Si desume, pertanto, che le Aziende sanitarie regionali non abbiano utilizzato circa 25,31 milioni di finanziamenti statali per abbattere le liste di attesa che avrebbero potuto garantire ai cittadini l’erogazione di prestazioni in regime pubblico» Secondo il sindacato “oltre al danno c’è anche la beffa. Dalla delibera della giunta n. 379/2023 emergerebbe che la maggior parte dei contributi assegnati alle aziende sanitarie verrebbero ora dirottati agli istituti privati accreditati, senza alcuna garanzia oggettiva di recupero delle liste di attesa». Eugenio Gragnano, componente della segreteria regionale dell’Anaao spiega che l’emergenza delle liste d’attesa, è determinata principalmente dalla carenza del personale. «Gli ospedali sono assorbiti dalla routine dei ricoveri e il personale che deve spartirsi tra i reparti e il pronto soccorso, può occuparsi dell’ambulatorio solo marginalmente. A questo si aggiunge un problema di organizzazione. Il sistema di prenotazione sulla piattaforma online è rivolto a più destinazioni e non si riesce a capire chi ha disdetto o chi pur avendo indicato la data, poi non si presenta. E’ un meccanismo che va organizzato meglio». Quanto all’intramoenia «capisco che i dati indicati da Cittadinanzattiva possano creare sconcerto ma se li consideriamo in rapporto all’attività generale dell’ospedale, ad esempio nel Cardarelli, rappresentano meno del 7%. Il problema è la criticità del sistema, l’approccio alle cure è diventato difficile e l’intramoenia si presenta come una alternativa per il paziente che non può attendere».
Puglia: visite ginecologiche prioritarie, solo il 9,38% rispetta i tempi
La Puglia non riesce a rispettare i tempi di attesa previsti dal Piano nazionale di governo. Si supera abbondantemente un mese per una visita pneumologica che andrebbe effettuata entro poche settimane mentre solo il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità sono garantite entro i 10 giorni previsti. Nella Asl di Taranto, dove i tempi di attesa vengono rispettati almeno nel 33% dei casi, il report di Cittadinanzattiva registra picchi negativi. Una visita pneumologica, solo nel 20% dei casi, viene effettuata in tempo. Giancarlo Donnola, consigliere nazionale Anaao (l’Associazione dei medici dirigenti) e segretario aziendale nella Asl di Taranto, indica, tra le cause del fenomeno, anche il meccanismo del cosiddetto «rilancio», ovvero l’apertura a termine, per un periodo preciso (prima sei mesi ora portato a dodici) della possibilità di prenotare un esame diagnostico o una visita specialistica. «Qualora lo specialista non chieda la riapertura delle agende, queste, allo scadere, rimangono chiuse e non si possono fare altre prenotazioni», spiega il sindacalista. Quali sono gli effetti? «Innanzitutto si impedisce di evidenziare la lunghezza effettiva dei tempi di attesa. Poi il paziente non riesce a far ricorso al Piano nazionale di governo delle liste d’attesa, secondo il quale ci sono tempi massimi di attesa per alcune prestazioni, ben 58 tra visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici. In base a tale Piano si può andare dal privato pagando solo il ticket previsto nel pubblico se entro 60 giorni non è stato fissato l’appuntamento nel sistema sanitario nazionale. Questa opzione risulta impossibile se non si riesce a prenotare e quindi a dimostrare il ritardo nell’erogazione. Quindi i pazienti che vanno da un privato non possono richiedere il rimborso del costo della visita».
Il sindacalista sottolinea come altro fattore che determina le liste d’attesa, la diminuzione degli ambulatori. «I medici di reparto vengono inviati con ordine di servizio, per un mese, in pronto soccorso, ormai in agonia». Infine, c’è «l’impossibilità a prenotare esami e visite presso centri privati, tramite i portale web della Regione». Il risultato di questa situazione è che «per una visita cardiologica con codice di priorità P, la prima data utile è l’8 marzo 2024. O per una ecografia all’addome, il 7 marzo del prossimo anno», spiega Donnola. A questo si aggiunge il mancato completamento del nuovo ospedale, la mancanza di anestesisti e il numero limitato di sale operarorie. Drammatica la chirurgia vascolare del SS. Annunziata, che «ha solo due sedute settimanali per operare pazienti ischemici».
Molise, nella cardiologia di Isernia macchinari rotti da 7 mesi
Il Molise ha speso solo l’1,7% pari a 45.000 euro, di quanto messo a disposizione, circa 2,5 milioni, dal governo Draghi, per il recupero delle prestazioni non erogate e per ridurre i tempi di attesa delle prestazioni diagnostiche e delle visite specialistiche. Il dato è contenuto nel report di Cittadinanzattiva che sottolinea la necessità di un maggior numero di medici. Ma il problema non è solo la mancanza dei camici bianchi. Nella cardiologia di Isernia un macchinario è rotto da sette mesi e le prenotazioni per un ecocolordoppler sono state annullate fino a novembre. C’è chi lamenta lunghe attese anche per fare una prenotazione, come documentato da un servizio del Tgr Molise.
A marzo scorso un paziente ha denunciato all’Ansa che all’ospedale Cardarelli di Campobasso, occorre aspettare sette mesi per effettuare una risonanza magnetica alla prostata, nonostante il medico di base abbia scritto nell’impegnativa «nel più breve tempo possibile; se differibile entro 72 ore», specificando nel quesito diagnostico «pregresso k prostata». Sul disservizio sanitario della Regione è intervenuto lo stesso ministro, Orazio Schillaci, che ha incontrato i sindaci del Molise e ha parlato di «ritardi inaccettabili», richiamando le amministrazioni locali.
La mancanza di personale e l’ingolfamento delle liste per le prestazioni, rischiano di impedire l’applicazione di quanto deciso a livello nazionale, per aggiornare le prestazioni. Dopo un iter lungo più di sei anni è stato approvato in Conferenza Stato Regioni il decreto Tariffe che rivede il nomenclatore tariffario dei Livelli essenziali di assistenza. Si tratta dell’elenco delle prestazioni che il Servizio sanitario può erogare e con quali costi. È un asso importante giacché la tecnologia, in campo medico, è velocissima e le innovazioni sono continue. Far riferimento ad un nomenclatore vecchio vuol dire escludere dal sistema pubblico tutti gli esami con macchinari all’avanguardia che resterebbero ad appannaggio dei privati. Ma ciò che è stato deciso a livello nazionale ora deve essere declinato sul territorio dalle Regioni. Certo è che avere i macchinari migliori e non riuscire a utilizzarli per le liste d’attesa chilometriche sarebbe un enorme autogol.
In Sardegna interi reparti senza personale restano chiusi
Mettersi in coda e aspettare anche fino al 2024. Ammalarsi in Sardegna può diventare un calvario. Le Acli hanno scattato una fotografia impietosa dei tempi di attesa biblici, perfino per i casi più gravi. «I genitori di bambini con patologie dello spettro autistico segnalano come le visite con un neuropsichiatra infantile siano rinviate molto spesso al 2024, costringendo a costose visite private per ottenere i piani di trattamento», affermano Salvatore Sanna, presidente di Acli Salute, e Luciano Turini, rappresentante di Acli Assoconfam. A soffrire in particolare è il Centro-Nord Sardegna - precisano i referenti delle Acli - «dove la difficile situazione di molti reparti ospedalieri, da Sassari ad Alghero e fino a Ozieri, è ampiamente riconosciuta senza che si intravvedano segnali di miglioramento». Non solo: «Si aggiunge il fatto che la disponibilità di strutture private convenzionate con la Regione è molto limitata rispetto al Sud Sardegna, con una disponibilità pro-capite del 10% rispetto a Cagliari, Sulcis e al Medio Campidano. È del tutto evidente che se i tempi delle liste di attesa sono già inaccettabili nel Sud Sardegna, quelle del Centro-Nord Sardegna sono fuori legge e anti costituzionali». La situazione è aggravata dalla mancanza di personale. A Nuoro ed Oristano, interi reparti ospedalieri sono stati chiusi e altri funzionano male per mancanza di personale medico, tecnico e infermieristico. A Nuoro l’ospedale San Francesco è stato fortemente ridimensionato. A Oristano il San Martino vive in uno stato di crisi permanente. La conseguenza è che, non potendo contare sulle strutture pubbliche, chi deve curarsi non ha altra soluzione che ricorrere sempre di più ai privati. La Regione risulta ultima nella classifica di Fondazione Gimbe per l’erogazione delle prestazioni garantite dai Livelli essenziali di assistenza. L’isola garantisce solo il 56,3% dei servizi essenziali. Qualche esempio di tempi d’attesa ad aprile scorso, forniti dalla Regione che sottolinea il miglioramento rispetto al 2018, quasi fosse un successo: per le prime visite di chirurgia vascolare (28 giorni in media, contro gli 84 registrati nello stesso periodo del 2018), oculistica (73 giorni contro 119), ginecologia (19 contro 36) e urologia (101 giorni nel 2023 contro 111 del 2018). Per una mammografia monolaterale bisogna aspettare 118 giorni. Per una risonanza magnetica del tronco encefalico e all’addome, bisogna pazientare 99 giorni.
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Ai tempi del Covid, investire negli ospedali sembrava la priorità di tutti. Ma erano promesse da marinaio. Oggi il quadro è drammatico: mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. In 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono state chiuse 125 strutture, ben il 12%. E queste carenze rendono impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr.In Campania fondi anti liste d’attesa mai usati, l’intramoenia impazza.Puglia: visite ginecologiche prioritarie, solo il 9,38% rispetta i tempi.Molise, nella cardiologia di Isernia macchinari rotti da 7 mesi.In Sardegna interi reparti senza personale restano chiusi.Lo speciale contiene cinque articoli.Attese anche di un anno, pronti soccorso e ambulatori sguarniti. Alla faccia della sanità che dopo il Covid doveva diventare migliore. La pandemia avrebbe dovuto segnare una svolta nel modo di considerare le strutture pubbliche, non come voragini di soldi, e quindi da tagliare ma come presidi strategici per la popolazione, ma nulla è cambiato. Anzi la situazione è peggiorata. E questa volta i soldi ci sono (il governo Draghi a fine 2021 aumentò il fondo sanitario nazionale di 2 miliardi di cui 500 milioni destinati alle Regioni per abbattere le liste d’attesa) ma, come è costume delle amministrazioni, non vengono spesi.Il tema è entrato all’attenzione anche dell’Ocse che si è dichiarata molto preoccupata per nuove crisi sanitarie nei Paesi, tra i quali c’è l’Italia, che investono minori risorse in sanità. Secondo l’organizzazione con sede a Parigi, per il nostro Paese sarebbero necessari investimenti, pari ad almeno l’1,4% in più rispetto al Pil 2021, che equivale a un aumento annuo di ben 25 miliardi di euro. La legge di Bilancio, che si discuterà in autunno sarà la verifica se c’è la volontà di un cambio di marcia. All’appuntamento con la dislocazione delle risorse, il sistema sanitario nazionale si presenta con numeri da brivido. Mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. Il Forum delle 30 società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari (Fossc), ha messo in fila i dati della crisi: in 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono stati chiusi 125 ospedali, ben il 12%. Nel 2011 tra pubblici e privati erano 1.120, per diminuire a 995 nel 2021, con un taglio più marcato per le strutture pubbliche (84 in meno). Dieci anni, durante i quali si sono alternati governi di sinistra o sostenuti dal Pd, a parole sempre sempre pronto a rivendicare la centralità del servizio pubblico ma che quando si è trattato di tagliare non ha esitato a sforbiciare gli ospedali. In un anno, secondo la Fossc, sono stati eliminati quasi 21.500 posti letto e solo nei mesi più duri della pandemia c’è stato un ripensamento. Nel 2020 erano 257.977, per poi scendere a 236.481 nel 2021. Mancano almeno 30.000 specialisti ospedalieri: sono circa 130.000, 60.000 in meno della Germania e 43.000 in meno della Francia. Lavorare nelle strutture pubbliche non è considerato un traguardo ambito. Turni massacranti, retribuzioni scarse, poche possibilità di carriera e mancanza di sicurezza (le aggressioni nei pronto soccorso fanno parte delle cronache quotidiane), spingono oltre mille neolaureati e specializzandi, a cercare all’estero, condizioni migliori. A soffrire sono gli organici dei pronto soccorso, in deficit di 4.200 camici bianchi (in sei mesi, da gennaio a luglio 2022, se ne sono dimessi 600, circa 100 al mese).I posti letto di degenza ordinaria sono circa 350 per 100.000 abitanti, una cifra lontana dalla media europea di 500. Anche per le terapie intensive non si sono mai raggiunti i 14 posti letto (obiettivo al ribasso e pur disatteso) e si dovrebbe arrivare almeno a 20-25 per 100.000 abitanti.Infine, i conti: si stima che l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil per il 2023-2026, sarà già nel 2024 pari al 6,3% contro una media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’Ocse e del 10% circa di Francia e Germania. Francesco Cognetti, coordinatore del Forum, punta il dito contro «le politiche deliberatamente anti ospedaliere dei precedenti governi» e sottolinea il paradosso che la crisi sia stata ignorata dal Pnrr. «Il ministro Schillaci sta facendo la sua parte ed è finalmente in procinto di istituire un Tavolo tecnico di confronto ma esiste un problema di risorse». Cognetti poi spiega che un’occasione unica può essere l’intenzione manifestata dal premier Giorgia Meloni, di cambiare l’indirizzo e i campi d’applicazione del Pnrr. La sanità potrebbe impiegare «una quantità cospicua di fondi già devoluti alla medicina territoriale e destinati purtroppo a non raggiungere i risultati attesi, proprio per l’estrema carenza di personale medico ed infermieristico». Questo per dire che «non bastano le 1.350 case di comunità previste dal Pnrr a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale. Nel caso sia impossibile stornare queste risorse economiche dal Pnrr, si dovrà necessariamente provvedere altrimenti». Secondo le società scientifiche del Forum, la carenza di personale e di posti letto, renderà impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr sulla medicina territoriale. Le case di comunità rischiano di restare cattedrali nel deserto senza alcun collegamento con gli ospedali. È impensabile, infatti, trasferire i camici bianchi dalle strutture ospedaliere a quelle territoriali. Un’altra piaga è rappresentata dalle liste d’attesa. Per visite specialistiche e esami diagnostici ai quali spesso è legata la sopravvivenza del paziente se effettuati con tempestività, può anche trascorrere un anno. E al malato non resta che rivolgersi al privato. Nel 2021, secondo la Ragioneria dello Stato, la spesa privata ha raggiunto 37,16 miliardi, pari al +20,7% rispetto al 2020. In numerose situazioni l’intramoenia e il pronto soccorso diventano, per paradosso, l’unica porta di accesso al Servizio sanitario nazionale. Cittadinanzattiva ha svolto un monitoraggio per 6 diverse tipologie di visite specialistiche ed esami diagnostici (visita cardiologica, ginecologica, pneumologica, oncologica, ecografia addominale, mammografia) in 12 grandi Asl di quattro Regioni (Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Puglia). La situazione peggiore si riscontra in Puglia. Nella Asl di Lecce nessuna visita pneumologica con priorità D è garantita entro i 30 giorni previsti mentre nell’Asl di Bari soltanto il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità B e il 14,39% delle ecografie complete all’addome sempre con priorità B, sono garantite entro i 10 giorni previsti. In Liguria sono stati sforati i tempi di legge fino a 5 volte. Per un’ecografia addominale completa con priorità D (cioè da fare entro 60 giorni), nell’Area metropolitana di Genova, bisogna attendere fino a 270 giorni. Per l’ecocolordoppler con priorità D l’appuntamento viene fissato dopo 318 giorni rispetto ai 30 massimi previsti dalla legge. Tre mesi e mezzo di attesa per una mammografia con prescrizione B, che andrebbe eseguita entro 10 giorni, in Asl5 Spezzina, quattro mesi per una visita cardiologica B in Asl1 Imperiese, nove mesi per una ecografia all’addome, con richiesta P (da eseguire entro 120 giorni) in Asl3 Genovese. Nell’Area metropolitana di Genova, per la risonanza magnetica encefalo, 221 giorni rispetto ai max 30 previsti.In Emilia Romagna, a Reggio Emilia per la visita pneumologica le tempistiche vengono rispettate solo nel 39% dei casi, mentre a Bologna, per la visita cardiologica, nel 57% dei casi. Nel Lazio, anche se la situazione complessiva è migliore, non mancano alcune criticità: per un’ecografia addominale completa con priorità B (da eseguire entro 10 giorni), nell’Asl Roma 4 i tempi di attesa sono rispettati solo nel 18,2% dei casi; per una visita cardiologica con priorità D (entro 60 giorni), nell’Asl di Viterbo si registrano tempi di attesa rispettati nel 47,2% dei casi. 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I proclami del presidente, Vincenzo De Luca per una sanità migliore, post pandemia, sono rimasti al livello di marketing politico. Dal monitoraggio di Cittadinanzattiva è emerso che il numero delle prestazioni erogate negli ospedali è inferiore a quelle effettuate in intramoenia, cioè dagli stessi medici all’interno delle medesime strutture ma in modo privato. Nel 2022, presso il Cardarelli di Napoli sono state somministrate 1255 visite ortopediche in intramoenia a fronte di 112 nel pubblico; presso l’ospedale dei Colli sempre a Napoli, nessun eco addome è stato somministrato nel pubblico, ne sono stati fatti 111 in intramoenia; presso l’ospedale Moscati di Avellino, sono state effettuate 7 visite cardiologiche pubbliche e 979 in regime di intramoenia; al San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona a Salerno, 91 ecografie ostetriche nel canale pubblico e 329 in intramoenia. Il Garante dei diritti delle persone con disabilità della Regione Campania, l’avvocato Paolo Colombo ha lanciato l’allarme: «occorre intervenire sulle liste d’attesa attraverso un investimento sulle risorse umane e tecniche e un conseguente ampliamento degli orari di apertura al pubblico degli ambulatori, nonché attraverso la messa in rete nei Cup delle agende di prenotazione di tutte le strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate per favorire una migliore programmazione e trasparenza dei tempi di attesa. E non da ultimo bloccando, a livello regionale, le prestazioni in intramoenia laddove queste superino come numero quelle erogate nel canale pubblico, come previsto dallo stesso Piano nazionale di governo delle liste di attesa». Il sindacato degli infermieri Nursind sottolinea il mancato utilizzo dei fondi stanziati. Nel 2022 l'utilizzo dei fondi extra messi nel piatto da Mef e ministero della Salute, è stato un flop. «Su 44,48 milioni assegnati, le Asr hanno speso, al 31 dicembre 2022, soltanto 22,46 milioni mentre le previsioni di spese per il 2023 comunicate dalle Aziende sono pari a 12,70 milioni. Si desume, pertanto, che le Aziende sanitarie regionali non abbiano utilizzato circa 25,31 milioni di finanziamenti statali per abbattere le liste di attesa che avrebbero potuto garantire ai cittadini l’erogazione di prestazioni in regime pubblico» Secondo il sindacato “oltre al danno c’è anche la beffa. Dalla delibera della giunta n. 379/2023 emergerebbe che la maggior parte dei contributi assegnati alle aziende sanitarie verrebbero ora dirottati agli istituti privati accreditati, senza alcuna garanzia oggettiva di recupero delle liste di attesa». Eugenio Gragnano, componente della segreteria regionale dell’Anaao spiega che l’emergenza delle liste d’attesa, è determinata principalmente dalla carenza del personale. «Gli ospedali sono assorbiti dalla routine dei ricoveri e il personale che deve spartirsi tra i reparti e il pronto soccorso, può occuparsi dell’ambulatorio solo marginalmente. A questo si aggiunge un problema di organizzazione. Il sistema di prenotazione sulla piattaforma online è rivolto a più destinazioni e non si riesce a capire chi ha disdetto o chi pur avendo indicato la data, poi non si presenta. E’ un meccanismo che va organizzato meglio». Quanto all’intramoenia «capisco che i dati indicati da Cittadinanzattiva possano creare sconcerto ma se li consideriamo in rapporto all’attività generale dell’ospedale, ad esempio nel Cardarelli, rappresentano meno del 7%. Il problema è la criticità del sistema, l’approccio alle cure è diventato difficile e l’intramoenia si presenta come una alternativa per il paziente che non può attendere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paradosso-della-sanita-2662861944.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="puglia-visite-ginecologiche-prioritarie-solo-il-938-rispetta-i-tempi" data-post-id="2662861944" data-published-at="1691410731" data-use-pagination="False"> Puglia: visite ginecologiche prioritarie, solo il 9,38% rispetta i tempi La Puglia non riesce a rispettare i tempi di attesa previsti dal Piano nazionale di governo. Si supera abbondantemente un mese per una visita pneumologica che andrebbe effettuata entro poche settimane mentre solo il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità sono garantite entro i 10 giorni previsti. Nella Asl di Taranto, dove i tempi di attesa vengono rispettati almeno nel 33% dei casi, il report di Cittadinanzattiva registra picchi negativi. Una visita pneumologica, solo nel 20% dei casi, viene effettuata in tempo. Giancarlo Donnola, consigliere nazionale Anaao (l’Associazione dei medici dirigenti) e segretario aziendale nella Asl di Taranto, indica, tra le cause del fenomeno, anche il meccanismo del cosiddetto «rilancio», ovvero l’apertura a termine, per un periodo preciso (prima sei mesi ora portato a dodici) della possibilità di prenotare un esame diagnostico o una visita specialistica. «Qualora lo specialista non chieda la riapertura delle agende, queste, allo scadere, rimangono chiuse e non si possono fare altre prenotazioni», spiega il sindacalista. Quali sono gli effetti? «Innanzitutto si impedisce di evidenziare la lunghezza effettiva dei tempi di attesa. Poi il paziente non riesce a far ricorso al Piano nazionale di governo delle liste d’attesa, secondo il quale ci sono tempi massimi di attesa per alcune prestazioni, ben 58 tra visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici. In base a tale Piano si può andare dal privato pagando solo il ticket previsto nel pubblico se entro 60 giorni non è stato fissato l’appuntamento nel sistema sanitario nazionale. Questa opzione risulta impossibile se non si riesce a prenotare e quindi a dimostrare il ritardo nell’erogazione. Quindi i pazienti che vanno da un privato non possono richiedere il rimborso del costo della visita». Il sindacalista sottolinea come altro fattore che determina le liste d’attesa, la diminuzione degli ambulatori. «I medici di reparto vengono inviati con ordine di servizio, per un mese, in pronto soccorso, ormai in agonia». Infine, c’è «l’impossibilità a prenotare esami e visite presso centri privati, tramite i portale web della Regione». Il risultato di questa situazione è che «per una visita cardiologica con codice di priorità P, la prima data utile è l’8 marzo 2024. O per una ecografia all’addome, il 7 marzo del prossimo anno», spiega Donnola. A questo si aggiunge il mancato completamento del nuovo ospedale, la mancanza di anestesisti e il numero limitato di sale operarorie. Drammatica la chirurgia vascolare del SS. Annunziata, che «ha solo due sedute settimanali per operare pazienti ischemici». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paradosso-della-sanita-2662861944.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="molise-nella-cardiologia-di-isernia-macchinari-rotti-da-7-mesi" data-post-id="2662861944" data-published-at="1691410731" data-use-pagination="False"> Molise, nella cardiologia di Isernia macchinari rotti da 7 mesi Il Molise ha speso solo l’1,7% pari a 45.000 euro, di quanto messo a disposizione, circa 2,5 milioni, dal governo Draghi, per il recupero delle prestazioni non erogate e per ridurre i tempi di attesa delle prestazioni diagnostiche e delle visite specialistiche. Il dato è contenuto nel report di Cittadinanzattiva che sottolinea la necessità di un maggior numero di medici. Ma il problema non è solo la mancanza dei camici bianchi. Nella cardiologia di Isernia un macchinario è rotto da sette mesi e le prenotazioni per un ecocolordoppler sono state annullate fino a novembre. C’è chi lamenta lunghe attese anche per fare una prenotazione, come documentato da un servizio del Tgr Molise. A marzo scorso un paziente ha denunciato all’Ansa che all’ospedale Cardarelli di Campobasso, occorre aspettare sette mesi per effettuare una risonanza magnetica alla prostata, nonostante il medico di base abbia scritto nell’impegnativa «nel più breve tempo possibile; se differibile entro 72 ore», specificando nel quesito diagnostico «pregresso k prostata». Sul disservizio sanitario della Regione è intervenuto lo stesso ministro, Orazio Schillaci, che ha incontrato i sindaci del Molise e ha parlato di «ritardi inaccettabili», richiamando le amministrazioni locali. La mancanza di personale e l’ingolfamento delle liste per le prestazioni, rischiano di impedire l’applicazione di quanto deciso a livello nazionale, per aggiornare le prestazioni. Dopo un iter lungo più di sei anni è stato approvato in Conferenza Stato Regioni il decreto Tariffe che rivede il nomenclatore tariffario dei Livelli essenziali di assistenza. Si tratta dell’elenco delle prestazioni che il Servizio sanitario può erogare e con quali costi. È un asso importante giacché la tecnologia, in campo medico, è velocissima e le innovazioni sono continue. Far riferimento ad un nomenclatore vecchio vuol dire escludere dal sistema pubblico tutti gli esami con macchinari all’avanguardia che resterebbero ad appannaggio dei privati. Ma ciò che è stato deciso a livello nazionale ora deve essere declinato sul territorio dalle Regioni. Certo è che avere i macchinari migliori e non riuscire a utilizzarli per le liste d’attesa chilometriche sarebbe un enorme autogol. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paradosso-della-sanita-2662861944.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="in-sardegna-interi-reparti-senza-personale-restano-chiusi" data-post-id="2662861944" data-published-at="1691410731" data-use-pagination="False"> In Sardegna interi reparti senza personale restano chiusi Mettersi in coda e aspettare anche fino al 2024. Ammalarsi in Sardegna può diventare un calvario. Le Acli hanno scattato una fotografia impietosa dei tempi di attesa biblici, perfino per i casi più gravi. «I genitori di bambini con patologie dello spettro autistico segnalano come le visite con un neuropsichiatra infantile siano rinviate molto spesso al 2024, costringendo a costose visite private per ottenere i piani di trattamento», affermano Salvatore Sanna, presidente di Acli Salute, e Luciano Turini, rappresentante di Acli Assoconfam. A soffrire in particolare è il Centro-Nord Sardegna - precisano i referenti delle Acli - «dove la difficile situazione di molti reparti ospedalieri, da Sassari ad Alghero e fino a Ozieri, è ampiamente riconosciuta senza che si intravvedano segnali di miglioramento». Non solo: «Si aggiunge il fatto che la disponibilità di strutture private convenzionate con la Regione è molto limitata rispetto al Sud Sardegna, con una disponibilità pro-capite del 10% rispetto a Cagliari, Sulcis e al Medio Campidano. È del tutto evidente che se i tempi delle liste di attesa sono già inaccettabili nel Sud Sardegna, quelle del Centro-Nord Sardegna sono fuori legge e anti costituzionali». La situazione è aggravata dalla mancanza di personale. A Nuoro ed Oristano, interi reparti ospedalieri sono stati chiusi e altri funzionano male per mancanza di personale medico, tecnico e infermieristico. A Nuoro l’ospedale San Francesco è stato fortemente ridimensionato. A Oristano il San Martino vive in uno stato di crisi permanente. La conseguenza è che, non potendo contare sulle strutture pubbliche, chi deve curarsi non ha altra soluzione che ricorrere sempre di più ai privati. La Regione risulta ultima nella classifica di Fondazione Gimbe per l’erogazione delle prestazioni garantite dai Livelli essenziali di assistenza. L’isola garantisce solo il 56,3% dei servizi essenziali. Qualche esempio di tempi d’attesa ad aprile scorso, forniti dalla Regione che sottolinea il miglioramento rispetto al 2018, quasi fosse un successo: per le prime visite di chirurgia vascolare (28 giorni in media, contro gli 84 registrati nello stesso periodo del 2018), oculistica (73 giorni contro 119), ginecologia (19 contro 36) e urologia (101 giorni nel 2023 contro 111 del 2018). Per una mammografia monolaterale bisogna aspettare 118 giorni. Per una risonanza magnetica del tronco encefalico e all’addome, bisogna pazientare 99 giorni.
Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma (Ansa)
La pozza di sangue formatasi vicino al punto dell’aggressione avrebbe potuto crearsi in meno di tre minuti. Questo ridimensionò una delle ipotesi emerse nel primo processo, cioè quella di un’aggressione prolungata.
La relazione mise anche in discussione la possibilità che Stasi avesse attraversato la villetta senza sporcarsi di sangue. Gli esperti ritenevano, infatti, «marginali» le probabilità che qualcuno potesse percorrere quei punti senza intercettare tracce ematiche e, quindi, senza impregnare le scarpe di sangue. Oggi Roberto Testi, che nel curriculum vanta «circa 150 consulenze d’ufficio all’anno in ambito penale e civile», è commissario del Centro avanzato di diagnostica di Orbassano (Torino), uno dei poli più noti della genetica forense italiana (struttura che si occupa di analisi tossicologiche, genetico forensi e biochimico-cliniche). Nato principalmente per i controlli sportivi (infatti precedentemente si chiamava Centro regionale antidoping), negli anni, ha ampliato le proprie attività sino a diventare un laboratorio di riferimento per molte Procure italiane.
Ai tempi della consulenza, Testi era responsabile dell’Unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino. Nella documentazione del processo d’Appello bis contro Stasi, però, si fa ampio riferimento, a proposito della consulenza di Testi, ai laboratori di Orbassano. Alcune delle prove che in quel momento furono presentate come «sperimentali» (in particolare quelle sulle piastrelle) si tennero proprio nei laboratori orbassanesi. Si trattava della famose «prove di calpestio». Che ora si possono tranquillamente bollare come imprecise e decisamente sfavorevoli all’imputato, perché furono effettuate tramite un «soggetto sperimentatore» dal peso di 85 chili, ben superiore a quello di Stasi, che era di 60.
Nel 2016 Testi entrò nel Consiglio d’amministrazione del Cad. E oggi, del centro, è il commissario. Il direttore tecnico-scientifico dello stesso centro è il medico-legale Paolo Garofano. Il cognome dice già tutto. È il nipote del generale Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma. Fu protagonista della prima stagione investigativa di Garlasco, curò la Bpa (Bloodstain pattern analysis, l’analisi delle macchie di sangue) e nel 2016 è diventato consulente della difesa di Andrea Sempio. Si occupò, su incarico del pool difensivo di allora, di una perizia (l’unica consulenza peraltro fatturata ai familiari dell’indagato) sul Dna prelevato dalle unghie di Chiara Poggi mai depositata. Ma c’è ancora una coincidenza: nel dicembre 2016 il generale inviò al laboratorio di Orbassano diretto dal nipote il campione di saliva di Sempio per le analisi di parte, annotando sulla busta proprio «alla cortese attenzione del dottor Paolo Garofano».
Formalmente non c’è nulla di irrituale. Ma il quadro che emerge appare di certo come insolito: il perito dell’Appello bis Stasi guida il centro diretto dal nipote dell’ex generale del Ris che torna nel caso come consulente di Sempio. Questa rete riaffiora a Genova, nel processo per il «Delitto del trapano», un cold case riaperto dopo quasi 30 anni. La vittima è Luigia Borrelli, uccisa il 5 settembre 1995 in un basso dei caruggi dove si prostituiva. Era una insospettabile infermiera. Fu ritrovata con un trapano conficcato nel collo. Il pm Patrizia Petruzziello (la stessa che nel 1995 era di turno e che dall’inizio ha seguito le indagini) vorrebbe ora portare a giudizio un carrozziere, Fortunato Verduci, all’epoca trentacinquenne, oggi ultrasessantenne. Sulla placca di un interruttore del basso saltò fuori un profilo genetico completo, «perfettamente coincidente», secondo l’accusa, con uno repertato nel 1995. Una verifica nella banca dati del Dna ha portato poi verso il profilo genetico di un parente del carrozziere. E da quel match si è arrivati a Verduci (che si professa innocente).
Il consulente del pubblico ministero è Luciano Garofano. Il perito nominato dal giudice dell’udienza preliminare, Alberto Lippini, è Selena Cisana, medico-legale e biologa forense che lavora, coincidenza, nel laboratorio di Biologia e genetica forense del Centro di Orbassano diretto da Paolo Garofano, nipote del consulente del pm. Il difensore del carrozziere, l’avvocato Emanuele Canepa, che deve aver immediatamente percepito l’intreccio come un segno avverso, lo verbalizza davanti al giudice: «La dottoressa Cisana lavora presso il laboratorio ove il direttore responsabile Paolo Garofano è il nipote del consulente nominato dal pubblico ministero Luciano Garofano». Il pm afferma che «non era a conoscenza di questa circostanza» ma «ritiene comunque che non vi sia incompatibilità».
Il giudice rigetta l’eccezione con questa argomentazione: «Allo stato», ritiene, «non sussiste alcuna incompatibilità». Ma la questione centrale non è il codice. Nessuna norma vieta automaticamente queste relazioni professionali o familiari. Emerge però un circuito tecnico-forense talmente ristretto da rendere apparentemente difficile separare del tutto ruoli e relazioni. E quando questo groviglio finisce per sfiorare contemporaneamente il consulente dell’accusa e l’orbita del giudice terzo, è inevitabile che le difese percepiscano il terreno come in pendenza.
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Primo piatto assai gustoso che pesca da un “frutto” di stagione che sta iniziando a entrare a piena maturazione: la melanzana. Se leggeste La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, che resta un monumento della nostra cultura gastronomica, vi imbattereste in ricette a base di petonciani. È l’antico nome toscano dato alla “mela insana”, questa solanacea che al pari di patate pomodori al suo apparire suscitò più di un dubbio. È vero che non si può mangiare cruda, ma è anche vero che la melanzana è oggi uno dei must della nostra profumatissima cucina del Meridione. Noi abbiamo pensato di usarla per un primo piatto che mette insieme Napoli e Firenze.
Ingredienti – Due melanzane per un totale di 250 gr (meglio quelle oblunghe), 150 gr di guanciale di maiale, 360 gr di pasta di semola di grano italiano, un cucchiaio abbondante di concentrato di pomodoro, due spicchi d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, 80 gr di Parmigiano Reggiano e Grana Padano (ma volendo anche Provolone del monaco grattugiato in quel caso attenti al sale), olio extravergine di oliva, sale, pepe o peperoncino q.b.
Procedimento – In una capace padella (ci dove saltare la pasta) fate sudare il guanciale ridotto a cubetti. Nel frattempo fate a cubetti piuttosto piccoli le melanzane e mettete sul fuoco una pentola colma d’acqua leggermente salata per la pasta. Quando il guanciale avrà sudato ritiratelo lasciando il grasso di cottura in padella, aggiungete un po’ di olio extravergine di oliva, i due spicchi d’aglio: fate prendere appena colore all’aglio e poi aggiungete i cubetti di melanzana a fuoco brillante in modo che si cuociano bene. A questo punto rimettete in padella anche il guanciale. Nel frattempo lessate la pasta. Quando manca uno paio di minuti alla cottura della pasta aggiungete in padella il concentrato di pomodoro. Scolate la pasta con una schiumarola passandola direttamente in padella e mantecate bene in modo che il concentrato di pomodoro si leghi perfettamente alla pasta e alle melanzane spolverizzando con abbondante formaggio grattugiato. Aggiustate di sale e di pepe o peperoncino macinato e guarnite con generoso prezzemolo tritato.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire a loro i piatti con il prezzemolo
Abbinamento – L’abbinamento ideale con questo piatto è il Syrah che ha Cortona uno dei suoi habitat privilegiati. Vanno benissimo anche tre vini da vitigni autoctoni del Meridione: Primitivo di Manduria e siamo in Puglia, Nero d’Avola e siamo in Sicilia o Magliocco e Gaglioppo con il Cirò e siamo in Calabria.
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