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2023-08-07
Il paradosso della sanità
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Attese anche di un anno, pronti soccorso e ambulatori sguarniti. Alla faccia della sanità che dopo il Covid doveva diventare migliore. La pandemia avrebbe dovuto segnare una svolta nel modo di considerare le strutture pubbliche, non come voragini di soldi, e quindi da tagliare ma come presidi strategici per la popolazione, ma nulla è cambiato. Anzi la situazione è peggiorata. E questa volta i soldi ci sono (il governo Draghi a fine 2021 aumentò il fondo sanitario nazionale di 2 miliardi di cui 500 milioni destinati alle Regioni per abbattere le liste d’attesa) ma, come è costume delle amministrazioni, non vengono spesi.
Il tema è entrato all’attenzione anche dell’Ocse che si è dichiarata molto preoccupata per nuove crisi sanitarie nei Paesi, tra i quali c’è l’Italia, che investono minori risorse in sanità. Secondo l’organizzazione con sede a Parigi, per il nostro Paese sarebbero necessari investimenti, pari ad almeno l’1,4% in più rispetto al Pil 2021, che equivale a un aumento annuo di ben 25 miliardi di euro.
La legge di Bilancio, che si discuterà in autunno sarà la verifica se c’è la volontà di un cambio di marcia. All’appuntamento con la dislocazione delle risorse, il sistema sanitario nazionale si presenta con numeri da brivido. Mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. Il Forum delle 30 società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari (Fossc), ha messo in fila i dati della crisi: in 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono stati chiusi 125 ospedali, ben il 12%. Nel 2011 tra pubblici e privati erano 1.120, per diminuire a 995 nel 2021, con un taglio più marcato per le strutture pubbliche (84 in meno). Dieci anni, durante i quali si sono alternati governi di sinistra o sostenuti dal Pd, a parole sempre sempre pronto a rivendicare la centralità del servizio pubblico ma che quando si è trattato di tagliare non ha esitato a sforbiciare gli ospedali.
In un anno, secondo la Fossc, sono stati eliminati quasi 21.500 posti letto e solo nei mesi più duri della pandemia c’è stato un ripensamento. Nel 2020 erano 257.977, per poi scendere a 236.481 nel 2021. Mancano almeno 30.000 specialisti ospedalieri: sono circa 130.000, 60.000 in meno della Germania e 43.000 in meno della Francia.
Lavorare nelle strutture pubbliche non è considerato un traguardo ambito. Turni massacranti, retribuzioni scarse, poche possibilità di carriera e mancanza di sicurezza (le aggressioni nei pronto soccorso fanno parte delle cronache quotidiane), spingono oltre mille neolaureati e specializzandi, a cercare all’estero, condizioni migliori. A soffrire sono gli organici dei pronto soccorso, in deficit di 4.200 camici bianchi (in sei mesi, da gennaio a luglio 2022, se ne sono dimessi 600, circa 100 al mese).
I posti letto di degenza ordinaria sono circa 350 per 100.000 abitanti, una cifra lontana dalla media europea di 500. Anche per le terapie intensive non si sono mai raggiunti i 14 posti letto (obiettivo al ribasso e pur disatteso) e si dovrebbe arrivare almeno a 20-25 per 100.000 abitanti.
Infine, i conti: si stima che l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil per il 2023-2026, sarà già nel 2024 pari al 6,3% contro una media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’Ocse e del 10% circa di Francia e Germania.
Francesco Cognetti, coordinatore del Forum, punta il dito contro «le politiche deliberatamente anti ospedaliere dei precedenti governi» e sottolinea il paradosso che la crisi sia stata ignorata dal Pnrr. «Il ministro Schillaci sta facendo la sua parte ed è finalmente in procinto di istituire un Tavolo tecnico di confronto ma esiste un problema di risorse».
Cognetti poi spiega che un’occasione unica può essere l’intenzione manifestata dal premier Giorgia Meloni, di cambiare l’indirizzo e i campi d’applicazione del Pnrr. La sanità potrebbe impiegare «una quantità cospicua di fondi già devoluti alla medicina territoriale e destinati purtroppo a non raggiungere i risultati attesi, proprio per l’estrema carenza di personale medico ed infermieristico». Questo per dire che «non bastano le 1.350 case di comunità previste dal Pnrr a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale. Nel caso sia impossibile stornare queste risorse economiche dal Pnrr, si dovrà necessariamente provvedere altrimenti».
Secondo le società scientifiche del Forum, la carenza di personale e di posti letto, renderà impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr sulla medicina territoriale. Le case di comunità rischiano di restare cattedrali nel deserto senza alcun collegamento con gli ospedali. È impensabile, infatti, trasferire i camici bianchi dalle strutture ospedaliere a quelle territoriali.
Un’altra piaga è rappresentata dalle liste d’attesa. Per visite specialistiche e esami diagnostici ai quali spesso è legata la sopravvivenza del paziente se effettuati con tempestività, può anche trascorrere un anno. E al malato non resta che rivolgersi al privato. Nel 2021, secondo la Ragioneria dello Stato, la spesa privata ha raggiunto 37,16 miliardi, pari al +20,7% rispetto al 2020. In numerose situazioni l’intramoenia e il pronto soccorso diventano, per paradosso, l’unica porta di accesso al Servizio sanitario nazionale.
Cittadinanzattiva ha svolto un monitoraggio per 6 diverse tipologie di visite specialistiche ed esami diagnostici (visita cardiologica, ginecologica, pneumologica, oncologica, ecografia addominale, mammografia) in 12 grandi Asl di quattro Regioni (Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Puglia). La situazione peggiore si riscontra in Puglia. Nella Asl di Lecce nessuna visita pneumologica con priorità D è garantita entro i 30 giorni previsti mentre nell’Asl di Bari soltanto il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità B e il 14,39% delle ecografie complete all’addome sempre con priorità B, sono garantite entro i 10 giorni previsti. In Liguria sono stati sforati i tempi di legge fino a 5 volte. Per un’ecografia addominale completa con priorità D (cioè da fare entro 60 giorni), nell’Area metropolitana di Genova, bisogna attendere fino a 270 giorni. Per l’ecocolordoppler con priorità D l’appuntamento viene fissato dopo 318 giorni rispetto ai 30 massimi previsti dalla legge. Tre mesi e mezzo di attesa per una mammografia con prescrizione B, che andrebbe eseguita entro 10 giorni, in Asl5 Spezzina, quattro mesi per una visita cardiologica B in Asl1 Imperiese, nove mesi per una ecografia all’addome, con richiesta P (da eseguire entro 120 giorni) in Asl3 Genovese. Nell’Area metropolitana di Genova, per la risonanza magnetica encefalo, 221 giorni rispetto ai max 30 previsti.
In Emilia Romagna, a Reggio Emilia per la visita pneumologica le tempistiche vengono rispettate solo nel 39% dei casi, mentre a Bologna, per la visita cardiologica, nel 57% dei casi. Nel Lazio, anche se la situazione complessiva è migliore, non mancano alcune criticità: per un’ecografia addominale completa con priorità B (da eseguire entro 10 giorni), nell’Asl Roma 4 i tempi di attesa sono rispettati solo nel 18,2% dei casi; per una visita cardiologica con priorità D (entro 60 giorni), nell’Asl di Viterbo si registrano tempi di attesa rispettati nel 47,2% dei casi. Particolarmente allarmante il quadro della Campania, dove la stessa Regione segnala che il numero di prestazioni erogate nel canale pubblico è inferiore, per tutti gli esami e le visite monitorate, a quelle erogate in intramoenia negli ospedali.
Campania: fondi anti liste d’attesa mai usati, l’intramoenia impazza
Fondi per ridurre le liste d’attesa che restano inutilizzati e l’intramoenia che diventa l’unica soluzione, insieme al ricovero al pronto soccorso per esami e visite. La Campania è ancora alle prese per recuperare i ritardi accumulati durante il Covid. I proclami del presidente, Vincenzo De Luca per una sanità migliore, post pandemia, sono rimasti al livello di marketing politico. Dal monitoraggio di Cittadinanzattiva è emerso che il numero delle prestazioni erogate negli ospedali è inferiore a quelle effettuate in intramoenia, cioè dagli stessi medici all’interno delle medesime strutture ma in modo privato.
Nel 2022, presso il Cardarelli di Napoli sono state somministrate 1255 visite ortopediche in intramoenia a fronte di 112 nel pubblico; presso l’ospedale dei Colli sempre a Napoli, nessun eco addome è stato somministrato nel pubblico, ne sono stati fatti 111 in intramoenia; presso l’ospedale Moscati di Avellino, sono state effettuate 7 visite cardiologiche pubbliche e 979 in regime di intramoenia; al San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona a Salerno, 91 ecografie ostetriche nel canale pubblico e 329 in intramoenia. Il Garante dei diritti delle persone con disabilità della Regione Campania, l’avvocato Paolo Colombo ha lanciato l’allarme: «occorre intervenire sulle liste d’attesa attraverso un investimento sulle risorse umane e tecniche e un conseguente ampliamento degli orari di apertura al pubblico degli ambulatori, nonché attraverso la messa in rete nei Cup delle agende di prenotazione di tutte le strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate per favorire una migliore programmazione e trasparenza dei tempi di attesa. E non da ultimo bloccando, a livello regionale, le prestazioni in intramoenia laddove queste superino come numero quelle erogate nel canale pubblico, come previsto dallo stesso Piano nazionale di governo delle liste di attesa». Il sindacato degli infermieri Nursind sottolinea il mancato utilizzo dei fondi stanziati. Nel 2022 l'utilizzo dei fondi extra messi nel piatto da Mef e ministero della Salute, è stato un flop. «Su 44,48 milioni assegnati, le Asr hanno speso, al 31 dicembre 2022, soltanto 22,46 milioni mentre le previsioni di spese per il 2023 comunicate dalle Aziende sono pari a 12,70 milioni. Si desume, pertanto, che le Aziende sanitarie regionali non abbiano utilizzato circa 25,31 milioni di finanziamenti statali per abbattere le liste di attesa che avrebbero potuto garantire ai cittadini l’erogazione di prestazioni in regime pubblico» Secondo il sindacato “oltre al danno c’è anche la beffa. Dalla delibera della giunta n. 379/2023 emergerebbe che la maggior parte dei contributi assegnati alle aziende sanitarie verrebbero ora dirottati agli istituti privati accreditati, senza alcuna garanzia oggettiva di recupero delle liste di attesa». Eugenio Gragnano, componente della segreteria regionale dell’Anaao spiega che l’emergenza delle liste d’attesa, è determinata principalmente dalla carenza del personale. «Gli ospedali sono assorbiti dalla routine dei ricoveri e il personale che deve spartirsi tra i reparti e il pronto soccorso, può occuparsi dell’ambulatorio solo marginalmente. A questo si aggiunge un problema di organizzazione. Il sistema di prenotazione sulla piattaforma online è rivolto a più destinazioni e non si riesce a capire chi ha disdetto o chi pur avendo indicato la data, poi non si presenta. E’ un meccanismo che va organizzato meglio». Quanto all’intramoenia «capisco che i dati indicati da Cittadinanzattiva possano creare sconcerto ma se li consideriamo in rapporto all’attività generale dell’ospedale, ad esempio nel Cardarelli, rappresentano meno del 7%. Il problema è la criticità del sistema, l’approccio alle cure è diventato difficile e l’intramoenia si presenta come una alternativa per il paziente che non può attendere».
Puglia: visite ginecologiche prioritarie, solo il 9,38% rispetta i tempi
La Puglia non riesce a rispettare i tempi di attesa previsti dal Piano nazionale di governo. Si supera abbondantemente un mese per una visita pneumologica che andrebbe effettuata entro poche settimane mentre solo il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità sono garantite entro i 10 giorni previsti. Nella Asl di Taranto, dove i tempi di attesa vengono rispettati almeno nel 33% dei casi, il report di Cittadinanzattiva registra picchi negativi. Una visita pneumologica, solo nel 20% dei casi, viene effettuata in tempo. Giancarlo Donnola, consigliere nazionale Anaao (l’Associazione dei medici dirigenti) e segretario aziendale nella Asl di Taranto, indica, tra le cause del fenomeno, anche il meccanismo del cosiddetto «rilancio», ovvero l’apertura a termine, per un periodo preciso (prima sei mesi ora portato a dodici) della possibilità di prenotare un esame diagnostico o una visita specialistica. «Qualora lo specialista non chieda la riapertura delle agende, queste, allo scadere, rimangono chiuse e non si possono fare altre prenotazioni», spiega il sindacalista. Quali sono gli effetti? «Innanzitutto si impedisce di evidenziare la lunghezza effettiva dei tempi di attesa. Poi il paziente non riesce a far ricorso al Piano nazionale di governo delle liste d’attesa, secondo il quale ci sono tempi massimi di attesa per alcune prestazioni, ben 58 tra visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici. In base a tale Piano si può andare dal privato pagando solo il ticket previsto nel pubblico se entro 60 giorni non è stato fissato l’appuntamento nel sistema sanitario nazionale. Questa opzione risulta impossibile se non si riesce a prenotare e quindi a dimostrare il ritardo nell’erogazione. Quindi i pazienti che vanno da un privato non possono richiedere il rimborso del costo della visita».
Il sindacalista sottolinea come altro fattore che determina le liste d’attesa, la diminuzione degli ambulatori. «I medici di reparto vengono inviati con ordine di servizio, per un mese, in pronto soccorso, ormai in agonia». Infine, c’è «l’impossibilità a prenotare esami e visite presso centri privati, tramite i portale web della Regione». Il risultato di questa situazione è che «per una visita cardiologica con codice di priorità P, la prima data utile è l’8 marzo 2024. O per una ecografia all’addome, il 7 marzo del prossimo anno», spiega Donnola. A questo si aggiunge il mancato completamento del nuovo ospedale, la mancanza di anestesisti e il numero limitato di sale operarorie. Drammatica la chirurgia vascolare del SS. Annunziata, che «ha solo due sedute settimanali per operare pazienti ischemici».
Molise, nella cardiologia di Isernia macchinari rotti da 7 mesi
Il Molise ha speso solo l’1,7% pari a 45.000 euro, di quanto messo a disposizione, circa 2,5 milioni, dal governo Draghi, per il recupero delle prestazioni non erogate e per ridurre i tempi di attesa delle prestazioni diagnostiche e delle visite specialistiche. Il dato è contenuto nel report di Cittadinanzattiva che sottolinea la necessità di un maggior numero di medici. Ma il problema non è solo la mancanza dei camici bianchi. Nella cardiologia di Isernia un macchinario è rotto da sette mesi e le prenotazioni per un ecocolordoppler sono state annullate fino a novembre. C’è chi lamenta lunghe attese anche per fare una prenotazione, come documentato da un servizio del Tgr Molise.
A marzo scorso un paziente ha denunciato all’Ansa che all’ospedale Cardarelli di Campobasso, occorre aspettare sette mesi per effettuare una risonanza magnetica alla prostata, nonostante il medico di base abbia scritto nell’impegnativa «nel più breve tempo possibile; se differibile entro 72 ore», specificando nel quesito diagnostico «pregresso k prostata». Sul disservizio sanitario della Regione è intervenuto lo stesso ministro, Orazio Schillaci, che ha incontrato i sindaci del Molise e ha parlato di «ritardi inaccettabili», richiamando le amministrazioni locali.
La mancanza di personale e l’ingolfamento delle liste per le prestazioni, rischiano di impedire l’applicazione di quanto deciso a livello nazionale, per aggiornare le prestazioni. Dopo un iter lungo più di sei anni è stato approvato in Conferenza Stato Regioni il decreto Tariffe che rivede il nomenclatore tariffario dei Livelli essenziali di assistenza. Si tratta dell’elenco delle prestazioni che il Servizio sanitario può erogare e con quali costi. È un asso importante giacché la tecnologia, in campo medico, è velocissima e le innovazioni sono continue. Far riferimento ad un nomenclatore vecchio vuol dire escludere dal sistema pubblico tutti gli esami con macchinari all’avanguardia che resterebbero ad appannaggio dei privati. Ma ciò che è stato deciso a livello nazionale ora deve essere declinato sul territorio dalle Regioni. Certo è che avere i macchinari migliori e non riuscire a utilizzarli per le liste d’attesa chilometriche sarebbe un enorme autogol.
In Sardegna interi reparti senza personale restano chiusi
Mettersi in coda e aspettare anche fino al 2024. Ammalarsi in Sardegna può diventare un calvario. Le Acli hanno scattato una fotografia impietosa dei tempi di attesa biblici, perfino per i casi più gravi. «I genitori di bambini con patologie dello spettro autistico segnalano come le visite con un neuropsichiatra infantile siano rinviate molto spesso al 2024, costringendo a costose visite private per ottenere i piani di trattamento», affermano Salvatore Sanna, presidente di Acli Salute, e Luciano Turini, rappresentante di Acli Assoconfam. A soffrire in particolare è il Centro-Nord Sardegna - precisano i referenti delle Acli - «dove la difficile situazione di molti reparti ospedalieri, da Sassari ad Alghero e fino a Ozieri, è ampiamente riconosciuta senza che si intravvedano segnali di miglioramento». Non solo: «Si aggiunge il fatto che la disponibilità di strutture private convenzionate con la Regione è molto limitata rispetto al Sud Sardegna, con una disponibilità pro-capite del 10% rispetto a Cagliari, Sulcis e al Medio Campidano. È del tutto evidente che se i tempi delle liste di attesa sono già inaccettabili nel Sud Sardegna, quelle del Centro-Nord Sardegna sono fuori legge e anti costituzionali». La situazione è aggravata dalla mancanza di personale. A Nuoro ed Oristano, interi reparti ospedalieri sono stati chiusi e altri funzionano male per mancanza di personale medico, tecnico e infermieristico. A Nuoro l’ospedale San Francesco è stato fortemente ridimensionato. A Oristano il San Martino vive in uno stato di crisi permanente. La conseguenza è che, non potendo contare sulle strutture pubbliche, chi deve curarsi non ha altra soluzione che ricorrere sempre di più ai privati. La Regione risulta ultima nella classifica di Fondazione Gimbe per l’erogazione delle prestazioni garantite dai Livelli essenziali di assistenza. L’isola garantisce solo il 56,3% dei servizi essenziali. Qualche esempio di tempi d’attesa ad aprile scorso, forniti dalla Regione che sottolinea il miglioramento rispetto al 2018, quasi fosse un successo: per le prime visite di chirurgia vascolare (28 giorni in media, contro gli 84 registrati nello stesso periodo del 2018), oculistica (73 giorni contro 119), ginecologia (19 contro 36) e urologia (101 giorni nel 2023 contro 111 del 2018). Per una mammografia monolaterale bisogna aspettare 118 giorni. Per una risonanza magnetica del tronco encefalico e all’addome, bisogna pazientare 99 giorni.
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Ai tempi del Covid, investire negli ospedali sembrava la priorità di tutti. Ma erano promesse da marinaio. Oggi il quadro è drammatico: mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. In 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono state chiuse 125 strutture, ben il 12%. E queste carenze rendono impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr.In Campania fondi anti liste d’attesa mai usati, l’intramoenia impazza.Puglia: visite ginecologiche prioritarie, solo il 9,38% rispetta i tempi.Molise, nella cardiologia di Isernia macchinari rotti da 7 mesi.In Sardegna interi reparti senza personale restano chiusi.Lo speciale contiene cinque articoli.Attese anche di un anno, pronti soccorso e ambulatori sguarniti. Alla faccia della sanità che dopo il Covid doveva diventare migliore. La pandemia avrebbe dovuto segnare una svolta nel modo di considerare le strutture pubbliche, non come voragini di soldi, e quindi da tagliare ma come presidi strategici per la popolazione, ma nulla è cambiato. Anzi la situazione è peggiorata. E questa volta i soldi ci sono (il governo Draghi a fine 2021 aumentò il fondo sanitario nazionale di 2 miliardi di cui 500 milioni destinati alle Regioni per abbattere le liste d’attesa) ma, come è costume delle amministrazioni, non vengono spesi.Il tema è entrato all’attenzione anche dell’Ocse che si è dichiarata molto preoccupata per nuove crisi sanitarie nei Paesi, tra i quali c’è l’Italia, che investono minori risorse in sanità. Secondo l’organizzazione con sede a Parigi, per il nostro Paese sarebbero necessari investimenti, pari ad almeno l’1,4% in più rispetto al Pil 2021, che equivale a un aumento annuo di ben 25 miliardi di euro. La legge di Bilancio, che si discuterà in autunno sarà la verifica se c’è la volontà di un cambio di marcia. All’appuntamento con la dislocazione delle risorse, il sistema sanitario nazionale si presenta con numeri da brivido. Mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. Il Forum delle 30 società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari (Fossc), ha messo in fila i dati della crisi: in 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono stati chiusi 125 ospedali, ben il 12%. Nel 2011 tra pubblici e privati erano 1.120, per diminuire a 995 nel 2021, con un taglio più marcato per le strutture pubbliche (84 in meno). Dieci anni, durante i quali si sono alternati governi di sinistra o sostenuti dal Pd, a parole sempre sempre pronto a rivendicare la centralità del servizio pubblico ma che quando si è trattato di tagliare non ha esitato a sforbiciare gli ospedali. In un anno, secondo la Fossc, sono stati eliminati quasi 21.500 posti letto e solo nei mesi più duri della pandemia c’è stato un ripensamento. Nel 2020 erano 257.977, per poi scendere a 236.481 nel 2021. Mancano almeno 30.000 specialisti ospedalieri: sono circa 130.000, 60.000 in meno della Germania e 43.000 in meno della Francia. Lavorare nelle strutture pubbliche non è considerato un traguardo ambito. Turni massacranti, retribuzioni scarse, poche possibilità di carriera e mancanza di sicurezza (le aggressioni nei pronto soccorso fanno parte delle cronache quotidiane), spingono oltre mille neolaureati e specializzandi, a cercare all’estero, condizioni migliori. A soffrire sono gli organici dei pronto soccorso, in deficit di 4.200 camici bianchi (in sei mesi, da gennaio a luglio 2022, se ne sono dimessi 600, circa 100 al mese).I posti letto di degenza ordinaria sono circa 350 per 100.000 abitanti, una cifra lontana dalla media europea di 500. Anche per le terapie intensive non si sono mai raggiunti i 14 posti letto (obiettivo al ribasso e pur disatteso) e si dovrebbe arrivare almeno a 20-25 per 100.000 abitanti.Infine, i conti: si stima che l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil per il 2023-2026, sarà già nel 2024 pari al 6,3% contro una media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’Ocse e del 10% circa di Francia e Germania. Francesco Cognetti, coordinatore del Forum, punta il dito contro «le politiche deliberatamente anti ospedaliere dei precedenti governi» e sottolinea il paradosso che la crisi sia stata ignorata dal Pnrr. «Il ministro Schillaci sta facendo la sua parte ed è finalmente in procinto di istituire un Tavolo tecnico di confronto ma esiste un problema di risorse». Cognetti poi spiega che un’occasione unica può essere l’intenzione manifestata dal premier Giorgia Meloni, di cambiare l’indirizzo e i campi d’applicazione del Pnrr. La sanità potrebbe impiegare «una quantità cospicua di fondi già devoluti alla medicina territoriale e destinati purtroppo a non raggiungere i risultati attesi, proprio per l’estrema carenza di personale medico ed infermieristico». Questo per dire che «non bastano le 1.350 case di comunità previste dal Pnrr a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale. Nel caso sia impossibile stornare queste risorse economiche dal Pnrr, si dovrà necessariamente provvedere altrimenti». Secondo le società scientifiche del Forum, la carenza di personale e di posti letto, renderà impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr sulla medicina territoriale. Le case di comunità rischiano di restare cattedrali nel deserto senza alcun collegamento con gli ospedali. È impensabile, infatti, trasferire i camici bianchi dalle strutture ospedaliere a quelle territoriali. Un’altra piaga è rappresentata dalle liste d’attesa. Per visite specialistiche e esami diagnostici ai quali spesso è legata la sopravvivenza del paziente se effettuati con tempestività, può anche trascorrere un anno. E al malato non resta che rivolgersi al privato. Nel 2021, secondo la Ragioneria dello Stato, la spesa privata ha raggiunto 37,16 miliardi, pari al +20,7% rispetto al 2020. In numerose situazioni l’intramoenia e il pronto soccorso diventano, per paradosso, l’unica porta di accesso al Servizio sanitario nazionale. Cittadinanzattiva ha svolto un monitoraggio per 6 diverse tipologie di visite specialistiche ed esami diagnostici (visita cardiologica, ginecologica, pneumologica, oncologica, ecografia addominale, mammografia) in 12 grandi Asl di quattro Regioni (Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Puglia). La situazione peggiore si riscontra in Puglia. Nella Asl di Lecce nessuna visita pneumologica con priorità D è garantita entro i 30 giorni previsti mentre nell’Asl di Bari soltanto il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità B e il 14,39% delle ecografie complete all’addome sempre con priorità B, sono garantite entro i 10 giorni previsti. In Liguria sono stati sforati i tempi di legge fino a 5 volte. Per un’ecografia addominale completa con priorità D (cioè da fare entro 60 giorni), nell’Area metropolitana di Genova, bisogna attendere fino a 270 giorni. Per l’ecocolordoppler con priorità D l’appuntamento viene fissato dopo 318 giorni rispetto ai 30 massimi previsti dalla legge. Tre mesi e mezzo di attesa per una mammografia con prescrizione B, che andrebbe eseguita entro 10 giorni, in Asl5 Spezzina, quattro mesi per una visita cardiologica B in Asl1 Imperiese, nove mesi per una ecografia all’addome, con richiesta P (da eseguire entro 120 giorni) in Asl3 Genovese. Nell’Area metropolitana di Genova, per la risonanza magnetica encefalo, 221 giorni rispetto ai max 30 previsti.In Emilia Romagna, a Reggio Emilia per la visita pneumologica le tempistiche vengono rispettate solo nel 39% dei casi, mentre a Bologna, per la visita cardiologica, nel 57% dei casi. Nel Lazio, anche se la situazione complessiva è migliore, non mancano alcune criticità: per un’ecografia addominale completa con priorità B (da eseguire entro 10 giorni), nell’Asl Roma 4 i tempi di attesa sono rispettati solo nel 18,2% dei casi; per una visita cardiologica con priorità D (entro 60 giorni), nell’Asl di Viterbo si registrano tempi di attesa rispettati nel 47,2% dei casi. 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I proclami del presidente, Vincenzo De Luca per una sanità migliore, post pandemia, sono rimasti al livello di marketing politico. Dal monitoraggio di Cittadinanzattiva è emerso che il numero delle prestazioni erogate negli ospedali è inferiore a quelle effettuate in intramoenia, cioè dagli stessi medici all’interno delle medesime strutture ma in modo privato. Nel 2022, presso il Cardarelli di Napoli sono state somministrate 1255 visite ortopediche in intramoenia a fronte di 112 nel pubblico; presso l’ospedale dei Colli sempre a Napoli, nessun eco addome è stato somministrato nel pubblico, ne sono stati fatti 111 in intramoenia; presso l’ospedale Moscati di Avellino, sono state effettuate 7 visite cardiologiche pubbliche e 979 in regime di intramoenia; al San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona a Salerno, 91 ecografie ostetriche nel canale pubblico e 329 in intramoenia. Il Garante dei diritti delle persone con disabilità della Regione Campania, l’avvocato Paolo Colombo ha lanciato l’allarme: «occorre intervenire sulle liste d’attesa attraverso un investimento sulle risorse umane e tecniche e un conseguente ampliamento degli orari di apertura al pubblico degli ambulatori, nonché attraverso la messa in rete nei Cup delle agende di prenotazione di tutte le strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate per favorire una migliore programmazione e trasparenza dei tempi di attesa. E non da ultimo bloccando, a livello regionale, le prestazioni in intramoenia laddove queste superino come numero quelle erogate nel canale pubblico, come previsto dallo stesso Piano nazionale di governo delle liste di attesa». Il sindacato degli infermieri Nursind sottolinea il mancato utilizzo dei fondi stanziati. Nel 2022 l'utilizzo dei fondi extra messi nel piatto da Mef e ministero della Salute, è stato un flop. «Su 44,48 milioni assegnati, le Asr hanno speso, al 31 dicembre 2022, soltanto 22,46 milioni mentre le previsioni di spese per il 2023 comunicate dalle Aziende sono pari a 12,70 milioni. Si desume, pertanto, che le Aziende sanitarie regionali non abbiano utilizzato circa 25,31 milioni di finanziamenti statali per abbattere le liste di attesa che avrebbero potuto garantire ai cittadini l’erogazione di prestazioni in regime pubblico» Secondo il sindacato “oltre al danno c’è anche la beffa. Dalla delibera della giunta n. 379/2023 emergerebbe che la maggior parte dei contributi assegnati alle aziende sanitarie verrebbero ora dirottati agli istituti privati accreditati, senza alcuna garanzia oggettiva di recupero delle liste di attesa». Eugenio Gragnano, componente della segreteria regionale dell’Anaao spiega che l’emergenza delle liste d’attesa, è determinata principalmente dalla carenza del personale. «Gli ospedali sono assorbiti dalla routine dei ricoveri e il personale che deve spartirsi tra i reparti e il pronto soccorso, può occuparsi dell’ambulatorio solo marginalmente. A questo si aggiunge un problema di organizzazione. Il sistema di prenotazione sulla piattaforma online è rivolto a più destinazioni e non si riesce a capire chi ha disdetto o chi pur avendo indicato la data, poi non si presenta. E’ un meccanismo che va organizzato meglio». Quanto all’intramoenia «capisco che i dati indicati da Cittadinanzattiva possano creare sconcerto ma se li consideriamo in rapporto all’attività generale dell’ospedale, ad esempio nel Cardarelli, rappresentano meno del 7%. Il problema è la criticità del sistema, l’approccio alle cure è diventato difficile e l’intramoenia si presenta come una alternativa per il paziente che non può attendere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paradosso-della-sanita-2662861944.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="puglia-visite-ginecologiche-prioritarie-solo-il-938-rispetta-i-tempi" data-post-id="2662861944" data-published-at="1691410731" data-use-pagination="False"> Puglia: visite ginecologiche prioritarie, solo il 9,38% rispetta i tempi La Puglia non riesce a rispettare i tempi di attesa previsti dal Piano nazionale di governo. Si supera abbondantemente un mese per una visita pneumologica che andrebbe effettuata entro poche settimane mentre solo il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità sono garantite entro i 10 giorni previsti. Nella Asl di Taranto, dove i tempi di attesa vengono rispettati almeno nel 33% dei casi, il report di Cittadinanzattiva registra picchi negativi. Una visita pneumologica, solo nel 20% dei casi, viene effettuata in tempo. Giancarlo Donnola, consigliere nazionale Anaao (l’Associazione dei medici dirigenti) e segretario aziendale nella Asl di Taranto, indica, tra le cause del fenomeno, anche il meccanismo del cosiddetto «rilancio», ovvero l’apertura a termine, per un periodo preciso (prima sei mesi ora portato a dodici) della possibilità di prenotare un esame diagnostico o una visita specialistica. «Qualora lo specialista non chieda la riapertura delle agende, queste, allo scadere, rimangono chiuse e non si possono fare altre prenotazioni», spiega il sindacalista. Quali sono gli effetti? «Innanzitutto si impedisce di evidenziare la lunghezza effettiva dei tempi di attesa. Poi il paziente non riesce a far ricorso al Piano nazionale di governo delle liste d’attesa, secondo il quale ci sono tempi massimi di attesa per alcune prestazioni, ben 58 tra visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici. In base a tale Piano si può andare dal privato pagando solo il ticket previsto nel pubblico se entro 60 giorni non è stato fissato l’appuntamento nel sistema sanitario nazionale. Questa opzione risulta impossibile se non si riesce a prenotare e quindi a dimostrare il ritardo nell’erogazione. Quindi i pazienti che vanno da un privato non possono richiedere il rimborso del costo della visita». Il sindacalista sottolinea come altro fattore che determina le liste d’attesa, la diminuzione degli ambulatori. «I medici di reparto vengono inviati con ordine di servizio, per un mese, in pronto soccorso, ormai in agonia». Infine, c’è «l’impossibilità a prenotare esami e visite presso centri privati, tramite i portale web della Regione». Il risultato di questa situazione è che «per una visita cardiologica con codice di priorità P, la prima data utile è l’8 marzo 2024. O per una ecografia all’addome, il 7 marzo del prossimo anno», spiega Donnola. A questo si aggiunge il mancato completamento del nuovo ospedale, la mancanza di anestesisti e il numero limitato di sale operarorie. Drammatica la chirurgia vascolare del SS. Annunziata, che «ha solo due sedute settimanali per operare pazienti ischemici». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paradosso-della-sanita-2662861944.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="molise-nella-cardiologia-di-isernia-macchinari-rotti-da-7-mesi" data-post-id="2662861944" data-published-at="1691410731" data-use-pagination="False"> Molise, nella cardiologia di Isernia macchinari rotti da 7 mesi Il Molise ha speso solo l’1,7% pari a 45.000 euro, di quanto messo a disposizione, circa 2,5 milioni, dal governo Draghi, per il recupero delle prestazioni non erogate e per ridurre i tempi di attesa delle prestazioni diagnostiche e delle visite specialistiche. Il dato è contenuto nel report di Cittadinanzattiva che sottolinea la necessità di un maggior numero di medici. Ma il problema non è solo la mancanza dei camici bianchi. Nella cardiologia di Isernia un macchinario è rotto da sette mesi e le prenotazioni per un ecocolordoppler sono state annullate fino a novembre. C’è chi lamenta lunghe attese anche per fare una prenotazione, come documentato da un servizio del Tgr Molise. A marzo scorso un paziente ha denunciato all’Ansa che all’ospedale Cardarelli di Campobasso, occorre aspettare sette mesi per effettuare una risonanza magnetica alla prostata, nonostante il medico di base abbia scritto nell’impegnativa «nel più breve tempo possibile; se differibile entro 72 ore», specificando nel quesito diagnostico «pregresso k prostata». Sul disservizio sanitario della Regione è intervenuto lo stesso ministro, Orazio Schillaci, che ha incontrato i sindaci del Molise e ha parlato di «ritardi inaccettabili», richiamando le amministrazioni locali. La mancanza di personale e l’ingolfamento delle liste per le prestazioni, rischiano di impedire l’applicazione di quanto deciso a livello nazionale, per aggiornare le prestazioni. Dopo un iter lungo più di sei anni è stato approvato in Conferenza Stato Regioni il decreto Tariffe che rivede il nomenclatore tariffario dei Livelli essenziali di assistenza. Si tratta dell’elenco delle prestazioni che il Servizio sanitario può erogare e con quali costi. È un asso importante giacché la tecnologia, in campo medico, è velocissima e le innovazioni sono continue. Far riferimento ad un nomenclatore vecchio vuol dire escludere dal sistema pubblico tutti gli esami con macchinari all’avanguardia che resterebbero ad appannaggio dei privati. Ma ciò che è stato deciso a livello nazionale ora deve essere declinato sul territorio dalle Regioni. Certo è che avere i macchinari migliori e non riuscire a utilizzarli per le liste d’attesa chilometriche sarebbe un enorme autogol. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paradosso-della-sanita-2662861944.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="in-sardegna-interi-reparti-senza-personale-restano-chiusi" data-post-id="2662861944" data-published-at="1691410731" data-use-pagination="False"> In Sardegna interi reparti senza personale restano chiusi Mettersi in coda e aspettare anche fino al 2024. Ammalarsi in Sardegna può diventare un calvario. Le Acli hanno scattato una fotografia impietosa dei tempi di attesa biblici, perfino per i casi più gravi. «I genitori di bambini con patologie dello spettro autistico segnalano come le visite con un neuropsichiatra infantile siano rinviate molto spesso al 2024, costringendo a costose visite private per ottenere i piani di trattamento», affermano Salvatore Sanna, presidente di Acli Salute, e Luciano Turini, rappresentante di Acli Assoconfam. A soffrire in particolare è il Centro-Nord Sardegna - precisano i referenti delle Acli - «dove la difficile situazione di molti reparti ospedalieri, da Sassari ad Alghero e fino a Ozieri, è ampiamente riconosciuta senza che si intravvedano segnali di miglioramento». Non solo: «Si aggiunge il fatto che la disponibilità di strutture private convenzionate con la Regione è molto limitata rispetto al Sud Sardegna, con una disponibilità pro-capite del 10% rispetto a Cagliari, Sulcis e al Medio Campidano. È del tutto evidente che se i tempi delle liste di attesa sono già inaccettabili nel Sud Sardegna, quelle del Centro-Nord Sardegna sono fuori legge e anti costituzionali». La situazione è aggravata dalla mancanza di personale. A Nuoro ed Oristano, interi reparti ospedalieri sono stati chiusi e altri funzionano male per mancanza di personale medico, tecnico e infermieristico. A Nuoro l’ospedale San Francesco è stato fortemente ridimensionato. A Oristano il San Martino vive in uno stato di crisi permanente. La conseguenza è che, non potendo contare sulle strutture pubbliche, chi deve curarsi non ha altra soluzione che ricorrere sempre di più ai privati. La Regione risulta ultima nella classifica di Fondazione Gimbe per l’erogazione delle prestazioni garantite dai Livelli essenziali di assistenza. L’isola garantisce solo il 56,3% dei servizi essenziali. Qualche esempio di tempi d’attesa ad aprile scorso, forniti dalla Regione che sottolinea il miglioramento rispetto al 2018, quasi fosse un successo: per le prime visite di chirurgia vascolare (28 giorni in media, contro gli 84 registrati nello stesso periodo del 2018), oculistica (73 giorni contro 119), ginecologia (19 contro 36) e urologia (101 giorni nel 2023 contro 111 del 2018). Per una mammografia monolaterale bisogna aspettare 118 giorni. Per una risonanza magnetica del tronco encefalico e all’addome, bisogna pazientare 99 giorni.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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