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2023-08-07
Il paradosso della sanità
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Attese anche di un anno, pronti soccorso e ambulatori sguarniti. Alla faccia della sanità che dopo il Covid doveva diventare migliore. La pandemia avrebbe dovuto segnare una svolta nel modo di considerare le strutture pubbliche, non come voragini di soldi, e quindi da tagliare ma come presidi strategici per la popolazione, ma nulla è cambiato. Anzi la situazione è peggiorata. E questa volta i soldi ci sono (il governo Draghi a fine 2021 aumentò il fondo sanitario nazionale di 2 miliardi di cui 500 milioni destinati alle Regioni per abbattere le liste d’attesa) ma, come è costume delle amministrazioni, non vengono spesi.
Il tema è entrato all’attenzione anche dell’Ocse che si è dichiarata molto preoccupata per nuove crisi sanitarie nei Paesi, tra i quali c’è l’Italia, che investono minori risorse in sanità. Secondo l’organizzazione con sede a Parigi, per il nostro Paese sarebbero necessari investimenti, pari ad almeno l’1,4% in più rispetto al Pil 2021, che equivale a un aumento annuo di ben 25 miliardi di euro.
La legge di Bilancio, che si discuterà in autunno sarà la verifica se c’è la volontà di un cambio di marcia. All’appuntamento con la dislocazione delle risorse, il sistema sanitario nazionale si presenta con numeri da brivido. Mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. Il Forum delle 30 società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari (Fossc), ha messo in fila i dati della crisi: in 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono stati chiusi 125 ospedali, ben il 12%. Nel 2011 tra pubblici e privati erano 1.120, per diminuire a 995 nel 2021, con un taglio più marcato per le strutture pubbliche (84 in meno). Dieci anni, durante i quali si sono alternati governi di sinistra o sostenuti dal Pd, a parole sempre sempre pronto a rivendicare la centralità del servizio pubblico ma che quando si è trattato di tagliare non ha esitato a sforbiciare gli ospedali.
In un anno, secondo la Fossc, sono stati eliminati quasi 21.500 posti letto e solo nei mesi più duri della pandemia c’è stato un ripensamento. Nel 2020 erano 257.977, per poi scendere a 236.481 nel 2021. Mancano almeno 30.000 specialisti ospedalieri: sono circa 130.000, 60.000 in meno della Germania e 43.000 in meno della Francia.
Lavorare nelle strutture pubbliche non è considerato un traguardo ambito. Turni massacranti, retribuzioni scarse, poche possibilità di carriera e mancanza di sicurezza (le aggressioni nei pronto soccorso fanno parte delle cronache quotidiane), spingono oltre mille neolaureati e specializzandi, a cercare all’estero, condizioni migliori. A soffrire sono gli organici dei pronto soccorso, in deficit di 4.200 camici bianchi (in sei mesi, da gennaio a luglio 2022, se ne sono dimessi 600, circa 100 al mese).
I posti letto di degenza ordinaria sono circa 350 per 100.000 abitanti, una cifra lontana dalla media europea di 500. Anche per le terapie intensive non si sono mai raggiunti i 14 posti letto (obiettivo al ribasso e pur disatteso) e si dovrebbe arrivare almeno a 20-25 per 100.000 abitanti.
Infine, i conti: si stima che l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil per il 2023-2026, sarà già nel 2024 pari al 6,3% contro una media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’Ocse e del 10% circa di Francia e Germania.
Francesco Cognetti, coordinatore del Forum, punta il dito contro «le politiche deliberatamente anti ospedaliere dei precedenti governi» e sottolinea il paradosso che la crisi sia stata ignorata dal Pnrr. «Il ministro Schillaci sta facendo la sua parte ed è finalmente in procinto di istituire un Tavolo tecnico di confronto ma esiste un problema di risorse».
Cognetti poi spiega che un’occasione unica può essere l’intenzione manifestata dal premier Giorgia Meloni, di cambiare l’indirizzo e i campi d’applicazione del Pnrr. La sanità potrebbe impiegare «una quantità cospicua di fondi già devoluti alla medicina territoriale e destinati purtroppo a non raggiungere i risultati attesi, proprio per l’estrema carenza di personale medico ed infermieristico». Questo per dire che «non bastano le 1.350 case di comunità previste dal Pnrr a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale. Nel caso sia impossibile stornare queste risorse economiche dal Pnrr, si dovrà necessariamente provvedere altrimenti».
Secondo le società scientifiche del Forum, la carenza di personale e di posti letto, renderà impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr sulla medicina territoriale. Le case di comunità rischiano di restare cattedrali nel deserto senza alcun collegamento con gli ospedali. È impensabile, infatti, trasferire i camici bianchi dalle strutture ospedaliere a quelle territoriali.
Un’altra piaga è rappresentata dalle liste d’attesa. Per visite specialistiche e esami diagnostici ai quali spesso è legata la sopravvivenza del paziente se effettuati con tempestività, può anche trascorrere un anno. E al malato non resta che rivolgersi al privato. Nel 2021, secondo la Ragioneria dello Stato, la spesa privata ha raggiunto 37,16 miliardi, pari al +20,7% rispetto al 2020. In numerose situazioni l’intramoenia e il pronto soccorso diventano, per paradosso, l’unica porta di accesso al Servizio sanitario nazionale.
Cittadinanzattiva ha svolto un monitoraggio per 6 diverse tipologie di visite specialistiche ed esami diagnostici (visita cardiologica, ginecologica, pneumologica, oncologica, ecografia addominale, mammografia) in 12 grandi Asl di quattro Regioni (Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Puglia). La situazione peggiore si riscontra in Puglia. Nella Asl di Lecce nessuna visita pneumologica con priorità D è garantita entro i 30 giorni previsti mentre nell’Asl di Bari soltanto il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità B e il 14,39% delle ecografie complete all’addome sempre con priorità B, sono garantite entro i 10 giorni previsti. In Liguria sono stati sforati i tempi di legge fino a 5 volte. Per un’ecografia addominale completa con priorità D (cioè da fare entro 60 giorni), nell’Area metropolitana di Genova, bisogna attendere fino a 270 giorni. Per l’ecocolordoppler con priorità D l’appuntamento viene fissato dopo 318 giorni rispetto ai 30 massimi previsti dalla legge. Tre mesi e mezzo di attesa per una mammografia con prescrizione B, che andrebbe eseguita entro 10 giorni, in Asl5 Spezzina, quattro mesi per una visita cardiologica B in Asl1 Imperiese, nove mesi per una ecografia all’addome, con richiesta P (da eseguire entro 120 giorni) in Asl3 Genovese. Nell’Area metropolitana di Genova, per la risonanza magnetica encefalo, 221 giorni rispetto ai max 30 previsti.
In Emilia Romagna, a Reggio Emilia per la visita pneumologica le tempistiche vengono rispettate solo nel 39% dei casi, mentre a Bologna, per la visita cardiologica, nel 57% dei casi. Nel Lazio, anche se la situazione complessiva è migliore, non mancano alcune criticità: per un’ecografia addominale completa con priorità B (da eseguire entro 10 giorni), nell’Asl Roma 4 i tempi di attesa sono rispettati solo nel 18,2% dei casi; per una visita cardiologica con priorità D (entro 60 giorni), nell’Asl di Viterbo si registrano tempi di attesa rispettati nel 47,2% dei casi. Particolarmente allarmante il quadro della Campania, dove la stessa Regione segnala che il numero di prestazioni erogate nel canale pubblico è inferiore, per tutti gli esami e le visite monitorate, a quelle erogate in intramoenia negli ospedali.
Campania: fondi anti liste d’attesa mai usati, l’intramoenia impazza
Fondi per ridurre le liste d’attesa che restano inutilizzati e l’intramoenia che diventa l’unica soluzione, insieme al ricovero al pronto soccorso per esami e visite. La Campania è ancora alle prese per recuperare i ritardi accumulati durante il Covid. I proclami del presidente, Vincenzo De Luca per una sanità migliore, post pandemia, sono rimasti al livello di marketing politico. Dal monitoraggio di Cittadinanzattiva è emerso che il numero delle prestazioni erogate negli ospedali è inferiore a quelle effettuate in intramoenia, cioè dagli stessi medici all’interno delle medesime strutture ma in modo privato.
Nel 2022, presso il Cardarelli di Napoli sono state somministrate 1255 visite ortopediche in intramoenia a fronte di 112 nel pubblico; presso l’ospedale dei Colli sempre a Napoli, nessun eco addome è stato somministrato nel pubblico, ne sono stati fatti 111 in intramoenia; presso l’ospedale Moscati di Avellino, sono state effettuate 7 visite cardiologiche pubbliche e 979 in regime di intramoenia; al San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona a Salerno, 91 ecografie ostetriche nel canale pubblico e 329 in intramoenia. Il Garante dei diritti delle persone con disabilità della Regione Campania, l’avvocato Paolo Colombo ha lanciato l’allarme: «occorre intervenire sulle liste d’attesa attraverso un investimento sulle risorse umane e tecniche e un conseguente ampliamento degli orari di apertura al pubblico degli ambulatori, nonché attraverso la messa in rete nei Cup delle agende di prenotazione di tutte le strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate per favorire una migliore programmazione e trasparenza dei tempi di attesa. E non da ultimo bloccando, a livello regionale, le prestazioni in intramoenia laddove queste superino come numero quelle erogate nel canale pubblico, come previsto dallo stesso Piano nazionale di governo delle liste di attesa». Il sindacato degli infermieri Nursind sottolinea il mancato utilizzo dei fondi stanziati. Nel 2022 l'utilizzo dei fondi extra messi nel piatto da Mef e ministero della Salute, è stato un flop. «Su 44,48 milioni assegnati, le Asr hanno speso, al 31 dicembre 2022, soltanto 22,46 milioni mentre le previsioni di spese per il 2023 comunicate dalle Aziende sono pari a 12,70 milioni. Si desume, pertanto, che le Aziende sanitarie regionali non abbiano utilizzato circa 25,31 milioni di finanziamenti statali per abbattere le liste di attesa che avrebbero potuto garantire ai cittadini l’erogazione di prestazioni in regime pubblico» Secondo il sindacato “oltre al danno c’è anche la beffa. Dalla delibera della giunta n. 379/2023 emergerebbe che la maggior parte dei contributi assegnati alle aziende sanitarie verrebbero ora dirottati agli istituti privati accreditati, senza alcuna garanzia oggettiva di recupero delle liste di attesa». Eugenio Gragnano, componente della segreteria regionale dell’Anaao spiega che l’emergenza delle liste d’attesa, è determinata principalmente dalla carenza del personale. «Gli ospedali sono assorbiti dalla routine dei ricoveri e il personale che deve spartirsi tra i reparti e il pronto soccorso, può occuparsi dell’ambulatorio solo marginalmente. A questo si aggiunge un problema di organizzazione. Il sistema di prenotazione sulla piattaforma online è rivolto a più destinazioni e non si riesce a capire chi ha disdetto o chi pur avendo indicato la data, poi non si presenta. E’ un meccanismo che va organizzato meglio». Quanto all’intramoenia «capisco che i dati indicati da Cittadinanzattiva possano creare sconcerto ma se li consideriamo in rapporto all’attività generale dell’ospedale, ad esempio nel Cardarelli, rappresentano meno del 7%. Il problema è la criticità del sistema, l’approccio alle cure è diventato difficile e l’intramoenia si presenta come una alternativa per il paziente che non può attendere».
Puglia: visite ginecologiche prioritarie, solo il 9,38% rispetta i tempi
La Puglia non riesce a rispettare i tempi di attesa previsti dal Piano nazionale di governo. Si supera abbondantemente un mese per una visita pneumologica che andrebbe effettuata entro poche settimane mentre solo il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità sono garantite entro i 10 giorni previsti. Nella Asl di Taranto, dove i tempi di attesa vengono rispettati almeno nel 33% dei casi, il report di Cittadinanzattiva registra picchi negativi. Una visita pneumologica, solo nel 20% dei casi, viene effettuata in tempo. Giancarlo Donnola, consigliere nazionale Anaao (l’Associazione dei medici dirigenti) e segretario aziendale nella Asl di Taranto, indica, tra le cause del fenomeno, anche il meccanismo del cosiddetto «rilancio», ovvero l’apertura a termine, per un periodo preciso (prima sei mesi ora portato a dodici) della possibilità di prenotare un esame diagnostico o una visita specialistica. «Qualora lo specialista non chieda la riapertura delle agende, queste, allo scadere, rimangono chiuse e non si possono fare altre prenotazioni», spiega il sindacalista. Quali sono gli effetti? «Innanzitutto si impedisce di evidenziare la lunghezza effettiva dei tempi di attesa. Poi il paziente non riesce a far ricorso al Piano nazionale di governo delle liste d’attesa, secondo il quale ci sono tempi massimi di attesa per alcune prestazioni, ben 58 tra visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici. In base a tale Piano si può andare dal privato pagando solo il ticket previsto nel pubblico se entro 60 giorni non è stato fissato l’appuntamento nel sistema sanitario nazionale. Questa opzione risulta impossibile se non si riesce a prenotare e quindi a dimostrare il ritardo nell’erogazione. Quindi i pazienti che vanno da un privato non possono richiedere il rimborso del costo della visita».
Il sindacalista sottolinea come altro fattore che determina le liste d’attesa, la diminuzione degli ambulatori. «I medici di reparto vengono inviati con ordine di servizio, per un mese, in pronto soccorso, ormai in agonia». Infine, c’è «l’impossibilità a prenotare esami e visite presso centri privati, tramite i portale web della Regione». Il risultato di questa situazione è che «per una visita cardiologica con codice di priorità P, la prima data utile è l’8 marzo 2024. O per una ecografia all’addome, il 7 marzo del prossimo anno», spiega Donnola. A questo si aggiunge il mancato completamento del nuovo ospedale, la mancanza di anestesisti e il numero limitato di sale operarorie. Drammatica la chirurgia vascolare del SS. Annunziata, che «ha solo due sedute settimanali per operare pazienti ischemici».
Molise, nella cardiologia di Isernia macchinari rotti da 7 mesi
Il Molise ha speso solo l’1,7% pari a 45.000 euro, di quanto messo a disposizione, circa 2,5 milioni, dal governo Draghi, per il recupero delle prestazioni non erogate e per ridurre i tempi di attesa delle prestazioni diagnostiche e delle visite specialistiche. Il dato è contenuto nel report di Cittadinanzattiva che sottolinea la necessità di un maggior numero di medici. Ma il problema non è solo la mancanza dei camici bianchi. Nella cardiologia di Isernia un macchinario è rotto da sette mesi e le prenotazioni per un ecocolordoppler sono state annullate fino a novembre. C’è chi lamenta lunghe attese anche per fare una prenotazione, come documentato da un servizio del Tgr Molise.
A marzo scorso un paziente ha denunciato all’Ansa che all’ospedale Cardarelli di Campobasso, occorre aspettare sette mesi per effettuare una risonanza magnetica alla prostata, nonostante il medico di base abbia scritto nell’impegnativa «nel più breve tempo possibile; se differibile entro 72 ore», specificando nel quesito diagnostico «pregresso k prostata». Sul disservizio sanitario della Regione è intervenuto lo stesso ministro, Orazio Schillaci, che ha incontrato i sindaci del Molise e ha parlato di «ritardi inaccettabili», richiamando le amministrazioni locali.
La mancanza di personale e l’ingolfamento delle liste per le prestazioni, rischiano di impedire l’applicazione di quanto deciso a livello nazionale, per aggiornare le prestazioni. Dopo un iter lungo più di sei anni è stato approvato in Conferenza Stato Regioni il decreto Tariffe che rivede il nomenclatore tariffario dei Livelli essenziali di assistenza. Si tratta dell’elenco delle prestazioni che il Servizio sanitario può erogare e con quali costi. È un asso importante giacché la tecnologia, in campo medico, è velocissima e le innovazioni sono continue. Far riferimento ad un nomenclatore vecchio vuol dire escludere dal sistema pubblico tutti gli esami con macchinari all’avanguardia che resterebbero ad appannaggio dei privati. Ma ciò che è stato deciso a livello nazionale ora deve essere declinato sul territorio dalle Regioni. Certo è che avere i macchinari migliori e non riuscire a utilizzarli per le liste d’attesa chilometriche sarebbe un enorme autogol.
In Sardegna interi reparti senza personale restano chiusi
Mettersi in coda e aspettare anche fino al 2024. Ammalarsi in Sardegna può diventare un calvario. Le Acli hanno scattato una fotografia impietosa dei tempi di attesa biblici, perfino per i casi più gravi. «I genitori di bambini con patologie dello spettro autistico segnalano come le visite con un neuropsichiatra infantile siano rinviate molto spesso al 2024, costringendo a costose visite private per ottenere i piani di trattamento», affermano Salvatore Sanna, presidente di Acli Salute, e Luciano Turini, rappresentante di Acli Assoconfam. A soffrire in particolare è il Centro-Nord Sardegna - precisano i referenti delle Acli - «dove la difficile situazione di molti reparti ospedalieri, da Sassari ad Alghero e fino a Ozieri, è ampiamente riconosciuta senza che si intravvedano segnali di miglioramento». Non solo: «Si aggiunge il fatto che la disponibilità di strutture private convenzionate con la Regione è molto limitata rispetto al Sud Sardegna, con una disponibilità pro-capite del 10% rispetto a Cagliari, Sulcis e al Medio Campidano. È del tutto evidente che se i tempi delle liste di attesa sono già inaccettabili nel Sud Sardegna, quelle del Centro-Nord Sardegna sono fuori legge e anti costituzionali». La situazione è aggravata dalla mancanza di personale. A Nuoro ed Oristano, interi reparti ospedalieri sono stati chiusi e altri funzionano male per mancanza di personale medico, tecnico e infermieristico. A Nuoro l’ospedale San Francesco è stato fortemente ridimensionato. A Oristano il San Martino vive in uno stato di crisi permanente. La conseguenza è che, non potendo contare sulle strutture pubbliche, chi deve curarsi non ha altra soluzione che ricorrere sempre di più ai privati. La Regione risulta ultima nella classifica di Fondazione Gimbe per l’erogazione delle prestazioni garantite dai Livelli essenziali di assistenza. L’isola garantisce solo il 56,3% dei servizi essenziali. Qualche esempio di tempi d’attesa ad aprile scorso, forniti dalla Regione che sottolinea il miglioramento rispetto al 2018, quasi fosse un successo: per le prime visite di chirurgia vascolare (28 giorni in media, contro gli 84 registrati nello stesso periodo del 2018), oculistica (73 giorni contro 119), ginecologia (19 contro 36) e urologia (101 giorni nel 2023 contro 111 del 2018). Per una mammografia monolaterale bisogna aspettare 118 giorni. Per una risonanza magnetica del tronco encefalico e all’addome, bisogna pazientare 99 giorni.
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Ai tempi del Covid, investire negli ospedali sembrava la priorità di tutti. Ma erano promesse da marinaio. Oggi il quadro è drammatico: mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. In 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono state chiuse 125 strutture, ben il 12%. E queste carenze rendono impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr.In Campania fondi anti liste d’attesa mai usati, l’intramoenia impazza.Puglia: visite ginecologiche prioritarie, solo il 9,38% rispetta i tempi.Molise, nella cardiologia di Isernia macchinari rotti da 7 mesi.In Sardegna interi reparti senza personale restano chiusi.Lo speciale contiene cinque articoli.Attese anche di un anno, pronti soccorso e ambulatori sguarniti. Alla faccia della sanità che dopo il Covid doveva diventare migliore. La pandemia avrebbe dovuto segnare una svolta nel modo di considerare le strutture pubbliche, non come voragini di soldi, e quindi da tagliare ma come presidi strategici per la popolazione, ma nulla è cambiato. Anzi la situazione è peggiorata. E questa volta i soldi ci sono (il governo Draghi a fine 2021 aumentò il fondo sanitario nazionale di 2 miliardi di cui 500 milioni destinati alle Regioni per abbattere le liste d’attesa) ma, come è costume delle amministrazioni, non vengono spesi.Il tema è entrato all’attenzione anche dell’Ocse che si è dichiarata molto preoccupata per nuove crisi sanitarie nei Paesi, tra i quali c’è l’Italia, che investono minori risorse in sanità. Secondo l’organizzazione con sede a Parigi, per il nostro Paese sarebbero necessari investimenti, pari ad almeno l’1,4% in più rispetto al Pil 2021, che equivale a un aumento annuo di ben 25 miliardi di euro. La legge di Bilancio, che si discuterà in autunno sarà la verifica se c’è la volontà di un cambio di marcia. All’appuntamento con la dislocazione delle risorse, il sistema sanitario nazionale si presenta con numeri da brivido. Mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. Il Forum delle 30 società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari (Fossc), ha messo in fila i dati della crisi: in 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono stati chiusi 125 ospedali, ben il 12%. Nel 2011 tra pubblici e privati erano 1.120, per diminuire a 995 nel 2021, con un taglio più marcato per le strutture pubbliche (84 in meno). Dieci anni, durante i quali si sono alternati governi di sinistra o sostenuti dal Pd, a parole sempre sempre pronto a rivendicare la centralità del servizio pubblico ma che quando si è trattato di tagliare non ha esitato a sforbiciare gli ospedali. In un anno, secondo la Fossc, sono stati eliminati quasi 21.500 posti letto e solo nei mesi più duri della pandemia c’è stato un ripensamento. Nel 2020 erano 257.977, per poi scendere a 236.481 nel 2021. Mancano almeno 30.000 specialisti ospedalieri: sono circa 130.000, 60.000 in meno della Germania e 43.000 in meno della Francia. Lavorare nelle strutture pubbliche non è considerato un traguardo ambito. Turni massacranti, retribuzioni scarse, poche possibilità di carriera e mancanza di sicurezza (le aggressioni nei pronto soccorso fanno parte delle cronache quotidiane), spingono oltre mille neolaureati e specializzandi, a cercare all’estero, condizioni migliori. A soffrire sono gli organici dei pronto soccorso, in deficit di 4.200 camici bianchi (in sei mesi, da gennaio a luglio 2022, se ne sono dimessi 600, circa 100 al mese).I posti letto di degenza ordinaria sono circa 350 per 100.000 abitanti, una cifra lontana dalla media europea di 500. Anche per le terapie intensive non si sono mai raggiunti i 14 posti letto (obiettivo al ribasso e pur disatteso) e si dovrebbe arrivare almeno a 20-25 per 100.000 abitanti.Infine, i conti: si stima che l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil per il 2023-2026, sarà già nel 2024 pari al 6,3% contro una media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’Ocse e del 10% circa di Francia e Germania. Francesco Cognetti, coordinatore del Forum, punta il dito contro «le politiche deliberatamente anti ospedaliere dei precedenti governi» e sottolinea il paradosso che la crisi sia stata ignorata dal Pnrr. «Il ministro Schillaci sta facendo la sua parte ed è finalmente in procinto di istituire un Tavolo tecnico di confronto ma esiste un problema di risorse». Cognetti poi spiega che un’occasione unica può essere l’intenzione manifestata dal premier Giorgia Meloni, di cambiare l’indirizzo e i campi d’applicazione del Pnrr. La sanità potrebbe impiegare «una quantità cospicua di fondi già devoluti alla medicina territoriale e destinati purtroppo a non raggiungere i risultati attesi, proprio per l’estrema carenza di personale medico ed infermieristico». Questo per dire che «non bastano le 1.350 case di comunità previste dal Pnrr a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale. Nel caso sia impossibile stornare queste risorse economiche dal Pnrr, si dovrà necessariamente provvedere altrimenti». Secondo le società scientifiche del Forum, la carenza di personale e di posti letto, renderà impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr sulla medicina territoriale. Le case di comunità rischiano di restare cattedrali nel deserto senza alcun collegamento con gli ospedali. È impensabile, infatti, trasferire i camici bianchi dalle strutture ospedaliere a quelle territoriali. Un’altra piaga è rappresentata dalle liste d’attesa. Per visite specialistiche e esami diagnostici ai quali spesso è legata la sopravvivenza del paziente se effettuati con tempestività, può anche trascorrere un anno. E al malato non resta che rivolgersi al privato. Nel 2021, secondo la Ragioneria dello Stato, la spesa privata ha raggiunto 37,16 miliardi, pari al +20,7% rispetto al 2020. In numerose situazioni l’intramoenia e il pronto soccorso diventano, per paradosso, l’unica porta di accesso al Servizio sanitario nazionale. Cittadinanzattiva ha svolto un monitoraggio per 6 diverse tipologie di visite specialistiche ed esami diagnostici (visita cardiologica, ginecologica, pneumologica, oncologica, ecografia addominale, mammografia) in 12 grandi Asl di quattro Regioni (Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Puglia). La situazione peggiore si riscontra in Puglia. Nella Asl di Lecce nessuna visita pneumologica con priorità D è garantita entro i 30 giorni previsti mentre nell’Asl di Bari soltanto il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità B e il 14,39% delle ecografie complete all’addome sempre con priorità B, sono garantite entro i 10 giorni previsti. In Liguria sono stati sforati i tempi di legge fino a 5 volte. Per un’ecografia addominale completa con priorità D (cioè da fare entro 60 giorni), nell’Area metropolitana di Genova, bisogna attendere fino a 270 giorni. Per l’ecocolordoppler con priorità D l’appuntamento viene fissato dopo 318 giorni rispetto ai 30 massimi previsti dalla legge. Tre mesi e mezzo di attesa per una mammografia con prescrizione B, che andrebbe eseguita entro 10 giorni, in Asl5 Spezzina, quattro mesi per una visita cardiologica B in Asl1 Imperiese, nove mesi per una ecografia all’addome, con richiesta P (da eseguire entro 120 giorni) in Asl3 Genovese. Nell’Area metropolitana di Genova, per la risonanza magnetica encefalo, 221 giorni rispetto ai max 30 previsti.In Emilia Romagna, a Reggio Emilia per la visita pneumologica le tempistiche vengono rispettate solo nel 39% dei casi, mentre a Bologna, per la visita cardiologica, nel 57% dei casi. Nel Lazio, anche se la situazione complessiva è migliore, non mancano alcune criticità: per un’ecografia addominale completa con priorità B (da eseguire entro 10 giorni), nell’Asl Roma 4 i tempi di attesa sono rispettati solo nel 18,2% dei casi; per una visita cardiologica con priorità D (entro 60 giorni), nell’Asl di Viterbo si registrano tempi di attesa rispettati nel 47,2% dei casi. 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I proclami del presidente, Vincenzo De Luca per una sanità migliore, post pandemia, sono rimasti al livello di marketing politico. Dal monitoraggio di Cittadinanzattiva è emerso che il numero delle prestazioni erogate negli ospedali è inferiore a quelle effettuate in intramoenia, cioè dagli stessi medici all’interno delle medesime strutture ma in modo privato. Nel 2022, presso il Cardarelli di Napoli sono state somministrate 1255 visite ortopediche in intramoenia a fronte di 112 nel pubblico; presso l’ospedale dei Colli sempre a Napoli, nessun eco addome è stato somministrato nel pubblico, ne sono stati fatti 111 in intramoenia; presso l’ospedale Moscati di Avellino, sono state effettuate 7 visite cardiologiche pubbliche e 979 in regime di intramoenia; al San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona a Salerno, 91 ecografie ostetriche nel canale pubblico e 329 in intramoenia. Il Garante dei diritti delle persone con disabilità della Regione Campania, l’avvocato Paolo Colombo ha lanciato l’allarme: «occorre intervenire sulle liste d’attesa attraverso un investimento sulle risorse umane e tecniche e un conseguente ampliamento degli orari di apertura al pubblico degli ambulatori, nonché attraverso la messa in rete nei Cup delle agende di prenotazione di tutte le strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate per favorire una migliore programmazione e trasparenza dei tempi di attesa. E non da ultimo bloccando, a livello regionale, le prestazioni in intramoenia laddove queste superino come numero quelle erogate nel canale pubblico, come previsto dallo stesso Piano nazionale di governo delle liste di attesa». Il sindacato degli infermieri Nursind sottolinea il mancato utilizzo dei fondi stanziati. Nel 2022 l'utilizzo dei fondi extra messi nel piatto da Mef e ministero della Salute, è stato un flop. «Su 44,48 milioni assegnati, le Asr hanno speso, al 31 dicembre 2022, soltanto 22,46 milioni mentre le previsioni di spese per il 2023 comunicate dalle Aziende sono pari a 12,70 milioni. Si desume, pertanto, che le Aziende sanitarie regionali non abbiano utilizzato circa 25,31 milioni di finanziamenti statali per abbattere le liste di attesa che avrebbero potuto garantire ai cittadini l’erogazione di prestazioni in regime pubblico» Secondo il sindacato “oltre al danno c’è anche la beffa. Dalla delibera della giunta n. 379/2023 emergerebbe che la maggior parte dei contributi assegnati alle aziende sanitarie verrebbero ora dirottati agli istituti privati accreditati, senza alcuna garanzia oggettiva di recupero delle liste di attesa». Eugenio Gragnano, componente della segreteria regionale dell’Anaao spiega che l’emergenza delle liste d’attesa, è determinata principalmente dalla carenza del personale. «Gli ospedali sono assorbiti dalla routine dei ricoveri e il personale che deve spartirsi tra i reparti e il pronto soccorso, può occuparsi dell’ambulatorio solo marginalmente. A questo si aggiunge un problema di organizzazione. Il sistema di prenotazione sulla piattaforma online è rivolto a più destinazioni e non si riesce a capire chi ha disdetto o chi pur avendo indicato la data, poi non si presenta. E’ un meccanismo che va organizzato meglio». Quanto all’intramoenia «capisco che i dati indicati da Cittadinanzattiva possano creare sconcerto ma se li consideriamo in rapporto all’attività generale dell’ospedale, ad esempio nel Cardarelli, rappresentano meno del 7%. Il problema è la criticità del sistema, l’approccio alle cure è diventato difficile e l’intramoenia si presenta come una alternativa per il paziente che non può attendere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paradosso-della-sanita-2662861944.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="puglia-visite-ginecologiche-prioritarie-solo-il-938-rispetta-i-tempi" data-post-id="2662861944" data-published-at="1691410731" data-use-pagination="False"> Puglia: visite ginecologiche prioritarie, solo il 9,38% rispetta i tempi La Puglia non riesce a rispettare i tempi di attesa previsti dal Piano nazionale di governo. Si supera abbondantemente un mese per una visita pneumologica che andrebbe effettuata entro poche settimane mentre solo il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità sono garantite entro i 10 giorni previsti. Nella Asl di Taranto, dove i tempi di attesa vengono rispettati almeno nel 33% dei casi, il report di Cittadinanzattiva registra picchi negativi. Una visita pneumologica, solo nel 20% dei casi, viene effettuata in tempo. Giancarlo Donnola, consigliere nazionale Anaao (l’Associazione dei medici dirigenti) e segretario aziendale nella Asl di Taranto, indica, tra le cause del fenomeno, anche il meccanismo del cosiddetto «rilancio», ovvero l’apertura a termine, per un periodo preciso (prima sei mesi ora portato a dodici) della possibilità di prenotare un esame diagnostico o una visita specialistica. «Qualora lo specialista non chieda la riapertura delle agende, queste, allo scadere, rimangono chiuse e non si possono fare altre prenotazioni», spiega il sindacalista. Quali sono gli effetti? «Innanzitutto si impedisce di evidenziare la lunghezza effettiva dei tempi di attesa. Poi il paziente non riesce a far ricorso al Piano nazionale di governo delle liste d’attesa, secondo il quale ci sono tempi massimi di attesa per alcune prestazioni, ben 58 tra visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici. In base a tale Piano si può andare dal privato pagando solo il ticket previsto nel pubblico se entro 60 giorni non è stato fissato l’appuntamento nel sistema sanitario nazionale. Questa opzione risulta impossibile se non si riesce a prenotare e quindi a dimostrare il ritardo nell’erogazione. Quindi i pazienti che vanno da un privato non possono richiedere il rimborso del costo della visita». Il sindacalista sottolinea come altro fattore che determina le liste d’attesa, la diminuzione degli ambulatori. «I medici di reparto vengono inviati con ordine di servizio, per un mese, in pronto soccorso, ormai in agonia». Infine, c’è «l’impossibilità a prenotare esami e visite presso centri privati, tramite i portale web della Regione». Il risultato di questa situazione è che «per una visita cardiologica con codice di priorità P, la prima data utile è l’8 marzo 2024. O per una ecografia all’addome, il 7 marzo del prossimo anno», spiega Donnola. A questo si aggiunge il mancato completamento del nuovo ospedale, la mancanza di anestesisti e il numero limitato di sale operarorie. Drammatica la chirurgia vascolare del SS. Annunziata, che «ha solo due sedute settimanali per operare pazienti ischemici». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paradosso-della-sanita-2662861944.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="molise-nella-cardiologia-di-isernia-macchinari-rotti-da-7-mesi" data-post-id="2662861944" data-published-at="1691410731" data-use-pagination="False"> Molise, nella cardiologia di Isernia macchinari rotti da 7 mesi Il Molise ha speso solo l’1,7% pari a 45.000 euro, di quanto messo a disposizione, circa 2,5 milioni, dal governo Draghi, per il recupero delle prestazioni non erogate e per ridurre i tempi di attesa delle prestazioni diagnostiche e delle visite specialistiche. Il dato è contenuto nel report di Cittadinanzattiva che sottolinea la necessità di un maggior numero di medici. Ma il problema non è solo la mancanza dei camici bianchi. Nella cardiologia di Isernia un macchinario è rotto da sette mesi e le prenotazioni per un ecocolordoppler sono state annullate fino a novembre. C’è chi lamenta lunghe attese anche per fare una prenotazione, come documentato da un servizio del Tgr Molise. A marzo scorso un paziente ha denunciato all’Ansa che all’ospedale Cardarelli di Campobasso, occorre aspettare sette mesi per effettuare una risonanza magnetica alla prostata, nonostante il medico di base abbia scritto nell’impegnativa «nel più breve tempo possibile; se differibile entro 72 ore», specificando nel quesito diagnostico «pregresso k prostata». Sul disservizio sanitario della Regione è intervenuto lo stesso ministro, Orazio Schillaci, che ha incontrato i sindaci del Molise e ha parlato di «ritardi inaccettabili», richiamando le amministrazioni locali. La mancanza di personale e l’ingolfamento delle liste per le prestazioni, rischiano di impedire l’applicazione di quanto deciso a livello nazionale, per aggiornare le prestazioni. Dopo un iter lungo più di sei anni è stato approvato in Conferenza Stato Regioni il decreto Tariffe che rivede il nomenclatore tariffario dei Livelli essenziali di assistenza. Si tratta dell’elenco delle prestazioni che il Servizio sanitario può erogare e con quali costi. È un asso importante giacché la tecnologia, in campo medico, è velocissima e le innovazioni sono continue. Far riferimento ad un nomenclatore vecchio vuol dire escludere dal sistema pubblico tutti gli esami con macchinari all’avanguardia che resterebbero ad appannaggio dei privati. Ma ciò che è stato deciso a livello nazionale ora deve essere declinato sul territorio dalle Regioni. Certo è che avere i macchinari migliori e non riuscire a utilizzarli per le liste d’attesa chilometriche sarebbe un enorme autogol. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-paradosso-della-sanita-2662861944.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="in-sardegna-interi-reparti-senza-personale-restano-chiusi" data-post-id="2662861944" data-published-at="1691410731" data-use-pagination="False"> In Sardegna interi reparti senza personale restano chiusi Mettersi in coda e aspettare anche fino al 2024. Ammalarsi in Sardegna può diventare un calvario. Le Acli hanno scattato una fotografia impietosa dei tempi di attesa biblici, perfino per i casi più gravi. «I genitori di bambini con patologie dello spettro autistico segnalano come le visite con un neuropsichiatra infantile siano rinviate molto spesso al 2024, costringendo a costose visite private per ottenere i piani di trattamento», affermano Salvatore Sanna, presidente di Acli Salute, e Luciano Turini, rappresentante di Acli Assoconfam. A soffrire in particolare è il Centro-Nord Sardegna - precisano i referenti delle Acli - «dove la difficile situazione di molti reparti ospedalieri, da Sassari ad Alghero e fino a Ozieri, è ampiamente riconosciuta senza che si intravvedano segnali di miglioramento». Non solo: «Si aggiunge il fatto che la disponibilità di strutture private convenzionate con la Regione è molto limitata rispetto al Sud Sardegna, con una disponibilità pro-capite del 10% rispetto a Cagliari, Sulcis e al Medio Campidano. È del tutto evidente che se i tempi delle liste di attesa sono già inaccettabili nel Sud Sardegna, quelle del Centro-Nord Sardegna sono fuori legge e anti costituzionali». La situazione è aggravata dalla mancanza di personale. A Nuoro ed Oristano, interi reparti ospedalieri sono stati chiusi e altri funzionano male per mancanza di personale medico, tecnico e infermieristico. A Nuoro l’ospedale San Francesco è stato fortemente ridimensionato. A Oristano il San Martino vive in uno stato di crisi permanente. La conseguenza è che, non potendo contare sulle strutture pubbliche, chi deve curarsi non ha altra soluzione che ricorrere sempre di più ai privati. La Regione risulta ultima nella classifica di Fondazione Gimbe per l’erogazione delle prestazioni garantite dai Livelli essenziali di assistenza. L’isola garantisce solo il 56,3% dei servizi essenziali. Qualche esempio di tempi d’attesa ad aprile scorso, forniti dalla Regione che sottolinea il miglioramento rispetto al 2018, quasi fosse un successo: per le prime visite di chirurgia vascolare (28 giorni in media, contro gli 84 registrati nello stesso periodo del 2018), oculistica (73 giorni contro 119), ginecologia (19 contro 36) e urologia (101 giorni nel 2023 contro 111 del 2018). Per una mammografia monolaterale bisogna aspettare 118 giorni. Per una risonanza magnetica del tronco encefalico e all’addome, bisogna pazientare 99 giorni.
(IStock)
Così, mentre il reddito di cittadinanza usciva di scena con molti applausi, l’Italia scopriva di essere improvvisamente diventata un Paese più fragile, più claudicante, più psicologicamente provato. Non povero, attenzione: invalido. Civilmente invalido, per la precisione.
A sollevare il velo su questo prodigio statistico è l’ultimo rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che pone una domanda semplice: la cancellazione del reddito di cittadinanza ha aumentato il numero delle pensioni di invalidità civile?
La risposta ufficiale è un diplomatico «non si sa». Quella ufficiosa, invece, è un eloquente alzare di sopracciglia. I numeri, del resto, non gridano: strizzano l’occhio.
Al 31 dicembre 2024 le pensioni di invalidità erogate in Italia sono 4.313.351. Di queste, 899.344 sono prestazioni previdenziali, in calo netto (-14,5% tra il 2020 e il 2024). Le altre, 3.414.007, sono pensioni di invalidità civile, quelle non legate ai contributi ma allo stato di salute certificato. E qui la musica cambia: +7,4% nello stesso periodo, con una crescita concentrata soprattutto tra il 2022 e il 2024 (+6,2%).
Gli anni in cui, guarda caso, il reddito di cittadinanza veniva prima smontato, poi abolito. Coincidenze? Forse.
Ufficialmente le due misure non c’entrano nulla. Il reddito di cittadinanza doveva combattere la povertà e favorire l’inclusione lavorativa; la pensione di invalidità tutela chi ha limitazioni fisiche o psichiche riconosciute. Due mondi distinti, due universi morali separati. Eppure, abolito il primo, l’altro ha preso sempre più spazio. E così, in assenza di lavoro, politiche attive e servizi sociali efficienti, l’invalidità civile è diventata la soluzione.
Un salvagente da 501 euro al mese. Non una fortuna, certo. Ma meglio di niente. E soprattutto stabile, sicuro, indicizzato, non condizionato a corsi di formazione ancorchè farlocchi.
Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme. Il Mezzogiorno, che ha tre quarti della popolazione del Nord, eroga 500.000 pensioni di invalidità civile in più. Una sproporzione che non può essere spiegata solo con il clima o con una misteriosa epidemia a sud del Garigliano. Tra il 2020 e il 2024 l’aumento più consistente si registra proprio nel Mezzogiorno: +8,4%, con un’accelerazione impressionante tra il 2022 e il 2024 (+7,2%). Nessun’altra area del Paese mostra incrementi simili. La popolazione meridionale è di 19,7 milioni di persone; quella del Nord di 26,3 milioni. Eppure gli invalidi civili sono di più al Sud. Scendendo nel dettaglio, il quadro diventa ancora più pittoresco. La Calabria guida la classifica: ogni cento abitanti poco più di tredici hanno problemi che impediscono di lavorare. Seguono Puglia (11,6), Umbria (11,3) unica eccezione a nord del Garigliano e Sardegna (10,7). In coda Piemonte, Lombardia e Veneto, inchiodate a un modesto 5,1%.A livello provinciale svetta Reggio Calabria: quasi 15 pensioni ogni 100 abitanti. Ora, qualcuno obietterà — giustamente — che invalidità non significa truffa. Ed è vero. Ma fingere che le truffe non esistano sarebbe altrettanto errato. Le cronache raccontano di frodi diffuse. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha quantificato in quasi 48 milioni di euro le frodi accertate dalla Guardia di Finanza tra il 2020 e l’agosto 2021. E qui arriva il capolavoro del sistema: chi decide e chi paga. Le pensioni di invalidità civile, infatti sono a carico dell’Inps. Ma a stabilire chi è invalido sono le commissioni mediche delle Asl cioè strutture regionali. Le Regioni concedono, l’Inps paga. E il conto, come sempre, finisce sulle spalle di tutti i contribuenti. È il welfare clientelare perfetto: consenso politico a livello locale, spesa scaricata altrove. Un meccanismo difficilissimo da scardinare.
Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni di invalidità ha toccato 34 miliardi. Di questi, 21 miliardi solo per le invalidità civili. Quasi la metà — il 46,6% — finisce nel Mezzogiorno. La Campania guida la classifica con 2,73 miliardi, seguita da Lombardia e Lazio. E mentre la Puglia segna un +14,1% di assegni in quattro anni, Basilicata e Calabria non restano indietro. Dimostrare una correlazione diretta tra fine del reddito di cittadinanza e boom delle invalidità è difficile, ammette onestamente la Cgia. Mancano i dati comparabili, il tema è delicato, ci sono di mezzo diritti fondamentali e condizioni sanitarie reali. Tutto vero. Ma il dubbio resta. E in certe zone del Paese diventa quasi una certezza sociologica.
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Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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