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2018-08-03
Il padre di Daisy Osakue era un capo della mafia nigeriana
Ansa
Nell'intervista che ha rilasciato qualche giorno fa alla Stampa, Iredia Osakue - padre di Daisy, campionessa di lancio del disco ferita a un occhio da un uovo a Moncalieri - appariva amareggiato e anche piuttosto critico. «A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino», ha detto. «Nell'ultimo anno. Si urla, la politica usa toni che fomentano: le parole sono frecce. Questo episodio mette i brividi, se continua così non so se potremo restare qui». Iredia sembrava avercela, in particolare, con l'attuale governo. Secondo lui, l'Italia non è un Paese razzista. «È un Paese che mi ha aiutato e sono grato», ha spiegato, «solo che ora sta lasciando spazio ai razzisti. La colpa è a volte anche nostra. Noi extracomunitari dobbiamo capire che è importante imparare l'italiano subito, studiare bene. All'inizio mi sembrava impossibile ma sapere la lingua ti tiene più lontano dai guai». Che avesse un passato complicato, a quanto pare, era noto ai cronisti torinesi. Sulla Stampa, Giulia Zonca ha scritto che «Osakue fa il mediatore culturale al centro accoglienza di Asti, da ragazzo sognava di diventare ispettore privato, in Nigeria ha studiato criminologia, nel 1995 è emigrato in Italia, ha avuto i suoi problemi e cambiato strada».
Questo passato si è ripresentato ieri, con tutta la sua carica drammatica. Dopo le dichiarazioni di Daisy Osakue sul razzismo e dopo le affermazioni di Iredia sull'addio all'Italia, qualcuno ha recuperato un articoletto di Repubblica datato 2002 da cui emerge una brutta storia.
Il 17 gennaio del 2002, si legge nel pezzo, «a Moncalieri i militari hanno arrestato due maman nigeriane, Odion Obadeyi, 28 e Lovely Albert, 30 anni, il convivente di quest'ultima, Iredia Osakue, 29 anni, tutti e tre clandestini e Silvano Gallo, 50 anni, di Nichelino che aveva formato una gang specializzata nello sfruttamento di decine di prostitute di colore il cui ingresso clandestino in Italia era favorito da un phone center di San Salvario».
Insomma, il padre di Daisy è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione assieme alla sua convivente. Costei potrebbe in effetti essere Magdalyne Albert, madre della giovane atleta, la quale - stando al suo profilo Facebook - vive a Verona. La Albert era una «maman», cioè una delle donne che si occupano di organizzare il commercio delle ragazze avviate alla prostituzione.
Le vicende giudiziarie di Iredia Osakue, però, non finiscono qui. Il suo nome ricompare nelle carte di un mega processo contro la mafia nigeriana che si è tenuto a Torino nell'ottobre del 2007. Stiamo parlando di uno dei primi grandi procedimenti contro il crimine organizzato di origine africana presente nel nostro Paese. Gli imputati erano 20, tutti nigeriani.
Nella sentenza emessa dal gup Cristina Palmesino, si legge che Osakue è stato condannato «a una pena totale di anni 8 di reclusione» che, per effetto del rito abbreviato, sono diventati «anni 5 mesi 4 di reclusione». Dalle carte, si evince che Osakue ricopriva il ruolo di «capo coordinatore di Torino» di una gigantesca organizzazione nigeriana. Si tratta di «un'associazione di tipo mafioso denominata Eiye, facente parte del più ampio sodalizio radicato in Nigeria e diffuso in diversi Stati europei ed extraeuropei finalizzato alla commissione di un numero indeterminato di delitti contro il patrimonio attraverso la commissione di truffe mediante la prospettazione di contraffazione monetaria e contro la persona, opponendosi e scontrandosi con gruppi rivali variamente denominati per assumere e mantenere il predominio nell'ambito della comunità nigeriana».
Questa organizzazione faceva «ricorso all'esercizio di violenza sia fisica che mediante l'uso di armi bianche e da sparo» e si contrapponeva a un altro gruppo mafioso, sempre nigeriano, ovvero quella specie di setta chiamata Black Axe. Gli scontri fra le due fazioni mafiose, spiegava il giudice, «si sono sostanziati in aggressioni fisiche, con minacce, percosse, lesioni anche conseguenti a frustate con lo strumento africano detto Kobu Kobu e ustioni provocate con ferri da stiro roventi appoggiati sulla nuda pelle, tentati omicidi».
Il processo del 2007 in cui fu coinvolto Osakue contribuì a far esplodere la questione «mafia nigeriana» in Italia. Qualche anno dopo, nel 2010, a Torino si tenne un altro grosso procedimento, che portò a condanne per 36 stranieri, per un totale di quasi 400 anni di carcere. Davanti al giudice erano finiti i «soldati» degli Eiye e della Black Axe, molti dei quali reclutati in patria, a Benin City, e poi emigrati in Italia, dove hanno continuato a farsi la guerra.
Ma torniamo a Iredia Osakue. Negli atti del processo il suo nome compare a ripetizione. Si spiega che egli era «una figura di spicco dell'organizzazione Eiye in Italia, con collegamenti con i capi delle organizzazioni nigeriane». Già nel 2005 era stato sentito dai carabinieri, dai quali si presentò spontaneamente «per rendere dichiarazioni in relazione al tentato omicidio commesso ai danni di Omojevwe, in cui risultava indagato il fratello di Osakue, Oniawu Salu Magnus appartenente ai Black Axe». Inizialmente, Iredia aveva negato di far parte dell'organizzazione mafiosa, poi cambiò versione. Nel 2007, spiegò agli inquirenti di essere un membro degli Eiye. «Noah Idemudia», disse Osakue, «alla fine del 2003 mi ha chiesto di diventare suo vice. Debbo precisare che Idemudia era un ebaka (capo) già in Nigeria presso la sua Università di Epoma. Anch'io ero membro degli Eiye in Nigeria e avevo conosciuto Idemudia nel 2001 quando era tornato in Nigeria».
Alla fine del processo, Osakue viene ritenuto colpevole di associazione mafiosa, detenzione e cessione di cocaina, tentata rapina. È recidivo, ma fornisce informazioni sul gruppo di cui fa parte, e forse anche per questo la condanna non è spaventosa. Stando alle carte, è stato interdetto «in perpetuo dai pubblici uffici» e ha passato un anno in libertà vigilata.
Ieri abbiamo contattato Iredia per chiedergli la sua versione dei fatti e per capire se abbia affrontato altri procedimenti. Ci ha risposto e ha promesso che avrebbe spiegato tutto, poi ha smesso di rispondere al telefono. Nessuna dichiarazione nemmeno dall'avvocato che, all'epoca, seguì il suo processo.
A quanto sembra, Osakue ha cambiato vita. Risulta che lavori come mediatore culturale per la cooperativa Sanitalia service e che gestisca una sua attività, la Daad agency con sede a Torino, la quale si occupa di servizi per gli immigrati nigeriani. Il passato fatto di clandestinità, sfruttamento della prostituzione, droga e scontri armati sembra lontano. E per questo, Iredia deve dire grazie all'Italia, il Paese che lo ha accolto e gli ha dato una nuova vita. Alla faccia del razzismo.
Presi i lanciatori: c’è il figlio di un pd
Alla fine li hanno presi. I carabinieri torinesi hanno scovato e arrestato i responsabili dell'attacco a Daisy Osakue. «Si tratta di tre ragazzi italiani abitanti a Vinovo, La Loggia e Moncalieri, che hanno utilizzato una Fiat Doblò, intestata al padre di uno di essi», spiega il comunicato dell'Arma. Pochi minuti dopo, il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non si tiene e spara: «Grazie alle indagini dei Carabinieri, a cui vanno i miei complimenti, sono stati presi i cretini lanciatori di uova di Moncalieri, che erano mossi non da razzismo ma da semplice stupidità. PS: Vi aggiungo un dettaglio che ancora non troverete in giro: pare che uno dei “lanciatori" sia il figlio di un consigliere comunale del Pd!». Circostanza che al momento non siamo in grado di confermare, dal momento che le forze dell'ordine hanno ritenuto di non divulgare le generalità dei presunti responsabili.
I fatti. I carabinieri nei giorni scorsi (Daisy è stata ferita nella notte tra domenica e lunedì) hanno acquisito «i filmati di tutti gli esercizi commerciali delle rotabili ove sono avvenuti i fatti e di Corso Roma, luogo dove è stata colpita la ragazza, spingendosi anche oltre il territorio di Moncalieri, nei comuni di Cambiano e Trofarello». Dall'analisi delle immagini «è emersa, nei giorni e negli orari compatibili con gli “attacchi" denunciati, la presenza di un veicolo Fiat Doblò nei luoghi indicati dai testimoni pertanto, ricostruendo il percorso dell'auto attraverso le immagini visionate, grazie ad alcuni frame è stato possibile individuare il numero di targa».
prove inconfutabili
Ieri i militari si sono diretti nel Comune di Vinovo, a casa dell'intestatario del Doblò, che era «regolarmente parcheggiato sotto casa e che riportava evidenti striature di residui di uova sulla fiancata destra».
Il proprietario, spiegano i carabinieri, «è stato accompagnato in caserma ove ha chiarito che l'autovettura veniva sovente utilizzata, soprattutto negli orari serali/notturni, dal figlio diciannovenne». Il ragazzo è stato interrogato e ha ammesso tutto. I lanci di uova sono stati almeno sette nell'arco di un paio di mesi. I responsabili erano in tre, tutti coetanei. Convocati in caserma a loro volta, «hanno reso piena ammissione delle proprie responsabilità alla presenza dei propri difensori».
Ma il punto chiave del comunicato dei carabinieri è quello che riguarda le ragioni degli attacchi. «La motivazione del gesto sarebbe riconducibile a mera goliardia», si legge. Il razzismo, insomma, non c'entra nulla. Come era facilmente immaginabile, si è trattato di una serie di bravate finite male, cioè con il ferimento di Daisy, la quale - stando alle dichiarazioni del presidente del Coni, Giovanni Malagò - rischia di non partecipare agli Europei di atletica di Berlino, a causa delle massicce dosi di cortisone che ha dovuto assumere. I tre ragazzi piemontesi sono stati denunciati per lesioni e omissione di soccorso. Ma già nei giorni scorsi la Procura di Torino aveva escluso l'aggravante razziale. Che i cretini lanciatori di uova siano stati individuati è, ovviamente, un'ottima notizia, e dimostra che l'Arma ha fatto un lavoro accurato e rapido, anche se qualcuno ha provato ad avanzare dubbi.
La cronista della Stampa che ha intervistato il padre di Daisy, per dire, a un certo punto gli ha chiesto: «Le è sembrato che i carabinieri avessero preso il caso alla leggera?». Risposta: «Sono arrivati più di un'ora dopo, noi siamo tornati lì, abbiamo fatto delle foto... non faccio supposizioni, sono sicuro che si faranno indagini approfondite: su quella strada ci sono le telecamere. Certo ora dirò a Daisy che non può camminare da sola di notte, ma è brutto vederla così. A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino».
I fatti hanno dimostrato che il caso non è stato preso alla leggera, anzi. Purtroppo, però, questa vicenda lascia in bocca una sensazione sgradevole. Una palese manifestazione di stupidità si è trasformata in una polemica politica feroce, alimentata ad arte dal Partito democratico.
faida interna ai dem?
Vale la pena di ricordare quel che scrisse Matteo Renzi su Twitter. La notizia dell'attacco alla giovane campionessa era appena uscita e subito il senatore semplice si precipitò a battere sui tasti: «Daisy Osakue», dichiarò, «è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono un'emergenza. Ormai è un'evidenza, che nessuno può negare, specie se siede al governo». Invece, ormai è lampante, non c'era nessuna evidenza. Anzi, se fosse confermato che uno dei «lanciatori» è figlio di un consigliere pd, l'imbarazzo sarebbe completo visto che Daisy Osakue è a sua volta una militante dem.
In ogni caso, l'allarme razzismo sembra sempre più una bufala che il Pd ha rilanciato nella vana speranza di raggranellare qualche consenso. L'Italia ha dimostrato ancora una volta di essere una nazione dal cuore grande. Il padre di Daisy, nonostante i trascorsi criminali, è ancora qui, lavora e ha avuto persino la possibilità di fare prediche a mezzo stampa. Gli aggressori della ragazza sono stati prontamente individuati e fermati. Il governo ha espresso vicinanza e solidarietà alla Osakue.
Ordinaria amministrazione di un Paese civile. Un Paese su cui la sinistra ha sputato a ripetizione per giorni.
Continua a leggereRiduci
Iredia si lamenta del clima che si respira in Italia. Eppure ha fatto parte della criminalità organizzata facendo prostituire le sue connazionali.Denunciati a piede libero tre ragazzi responsabili dell'attacco con le uova. Il papà di uno di loro è consigliere comunale dem a Vinovo. I carabinieri: una bravata idiota con sette precedenti, il razzismo non c'entra niente.Lo speciale contiene due articoli Nell'intervista che ha rilasciato qualche giorno fa alla Stampa, Iredia Osakue - padre di Daisy, campionessa di lancio del disco ferita a un occhio da un uovo a Moncalieri - appariva amareggiato e anche piuttosto critico. «A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino», ha detto. «Nell'ultimo anno. Si urla, la politica usa toni che fomentano: le parole sono frecce. Questo episodio mette i brividi, se continua così non so se potremo restare qui». Iredia sembrava avercela, in particolare, con l'attuale governo. Secondo lui, l'Italia non è un Paese razzista. «È un Paese che mi ha aiutato e sono grato», ha spiegato, «solo che ora sta lasciando spazio ai razzisti. La colpa è a volte anche nostra. Noi extracomunitari dobbiamo capire che è importante imparare l'italiano subito, studiare bene. All'inizio mi sembrava impossibile ma sapere la lingua ti tiene più lontano dai guai». Che avesse un passato complicato, a quanto pare, era noto ai cronisti torinesi. Sulla Stampa, Giulia Zonca ha scritto che «Osakue fa il mediatore culturale al centro accoglienza di Asti, da ragazzo sognava di diventare ispettore privato, in Nigeria ha studiato criminologia, nel 1995 è emigrato in Italia, ha avuto i suoi problemi e cambiato strada». Questo passato si è ripresentato ieri, con tutta la sua carica drammatica. Dopo le dichiarazioni di Daisy Osakue sul razzismo e dopo le affermazioni di Iredia sull'addio all'Italia, qualcuno ha recuperato un articoletto di Repubblica datato 2002 da cui emerge una brutta storia. Il 17 gennaio del 2002, si legge nel pezzo, «a Moncalieri i militari hanno arrestato due maman nigeriane, Odion Obadeyi, 28 e Lovely Albert, 30 anni, il convivente di quest'ultima, Iredia Osakue, 29 anni, tutti e tre clandestini e Silvano Gallo, 50 anni, di Nichelino che aveva formato una gang specializzata nello sfruttamento di decine di prostitute di colore il cui ingresso clandestino in Italia era favorito da un phone center di San Salvario».Insomma, il padre di Daisy è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione assieme alla sua convivente. Costei potrebbe in effetti essere Magdalyne Albert, madre della giovane atleta, la quale - stando al suo profilo Facebook - vive a Verona. La Albert era una «maman», cioè una delle donne che si occupano di organizzare il commercio delle ragazze avviate alla prostituzione.Le vicende giudiziarie di Iredia Osakue, però, non finiscono qui. Il suo nome ricompare nelle carte di un mega processo contro la mafia nigeriana che si è tenuto a Torino nell'ottobre del 2007. Stiamo parlando di uno dei primi grandi procedimenti contro il crimine organizzato di origine africana presente nel nostro Paese. Gli imputati erano 20, tutti nigeriani. Nella sentenza emessa dal gup Cristina Palmesino, si legge che Osakue è stato condannato «a una pena totale di anni 8 di reclusione» che, per effetto del rito abbreviato, sono diventati «anni 5 mesi 4 di reclusione». Dalle carte, si evince che Osakue ricopriva il ruolo di «capo coordinatore di Torino» di una gigantesca organizzazione nigeriana. Si tratta di «un'associazione di tipo mafioso denominata Eiye, facente parte del più ampio sodalizio radicato in Nigeria e diffuso in diversi Stati europei ed extraeuropei finalizzato alla commissione di un numero indeterminato di delitti contro il patrimonio attraverso la commissione di truffe mediante la prospettazione di contraffazione monetaria e contro la persona, opponendosi e scontrandosi con gruppi rivali variamente denominati per assumere e mantenere il predominio nell'ambito della comunità nigeriana».Questa organizzazione faceva «ricorso all'esercizio di violenza sia fisica che mediante l'uso di armi bianche e da sparo» e si contrapponeva a un altro gruppo mafioso, sempre nigeriano, ovvero quella specie di setta chiamata Black Axe. Gli scontri fra le due fazioni mafiose, spiegava il giudice, «si sono sostanziati in aggressioni fisiche, con minacce, percosse, lesioni anche conseguenti a frustate con lo strumento africano detto Kobu Kobu e ustioni provocate con ferri da stiro roventi appoggiati sulla nuda pelle, tentati omicidi». Il processo del 2007 in cui fu coinvolto Osakue contribuì a far esplodere la questione «mafia nigeriana» in Italia. Qualche anno dopo, nel 2010, a Torino si tenne un altro grosso procedimento, che portò a condanne per 36 stranieri, per un totale di quasi 400 anni di carcere. Davanti al giudice erano finiti i «soldati» degli Eiye e della Black Axe, molti dei quali reclutati in patria, a Benin City, e poi emigrati in Italia, dove hanno continuato a farsi la guerra. Ma torniamo a Iredia Osakue. Negli atti del processo il suo nome compare a ripetizione. Si spiega che egli era «una figura di spicco dell'organizzazione Eiye in Italia, con collegamenti con i capi delle organizzazioni nigeriane». Già nel 2005 era stato sentito dai carabinieri, dai quali si presentò spontaneamente «per rendere dichiarazioni in relazione al tentato omicidio commesso ai danni di Omojevwe, in cui risultava indagato il fratello di Osakue, Oniawu Salu Magnus appartenente ai Black Axe». Inizialmente, Iredia aveva negato di far parte dell'organizzazione mafiosa, poi cambiò versione. Nel 2007, spiegò agli inquirenti di essere un membro degli Eiye. «Noah Idemudia», disse Osakue, «alla fine del 2003 mi ha chiesto di diventare suo vice. Debbo precisare che Idemudia era un ebaka (capo) già in Nigeria presso la sua Università di Epoma. Anch'io ero membro degli Eiye in Nigeria e avevo conosciuto Idemudia nel 2001 quando era tornato in Nigeria». Alla fine del processo, Osakue viene ritenuto colpevole di associazione mafiosa, detenzione e cessione di cocaina, tentata rapina. È recidivo, ma fornisce informazioni sul gruppo di cui fa parte, e forse anche per questo la condanna non è spaventosa. Stando alle carte, è stato interdetto «in perpetuo dai pubblici uffici» e ha passato un anno in libertà vigilata.Ieri abbiamo contattato Iredia per chiedergli la sua versione dei fatti e per capire se abbia affrontato altri procedimenti. Ci ha risposto e ha promesso che avrebbe spiegato tutto, poi ha smesso di rispondere al telefono. Nessuna dichiarazione nemmeno dall'avvocato che, all'epoca, seguì il suo processo. A quanto sembra, Osakue ha cambiato vita. Risulta che lavori come mediatore culturale per la cooperativa Sanitalia service e che gestisca una sua attività, la Daad agency con sede a Torino, la quale si occupa di servizi per gli immigrati nigeriani. Il passato fatto di clandestinità, sfruttamento della prostituzione, droga e scontri armati sembra lontano. E per questo, Iredia deve dire grazie all'Italia, il Paese che lo ha accolto e gli ha dato una nuova vita. 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Pochi minuti dopo, il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non si tiene e spara: «Grazie alle indagini dei Carabinieri, a cui vanno i miei complimenti, sono stati presi i cretini lanciatori di uova di Moncalieri, che erano mossi non da razzismo ma da semplice stupidità. PS: Vi aggiungo un dettaglio che ancora non troverete in giro: pare che uno dei “lanciatori" sia il figlio di un consigliere comunale del Pd!». Circostanza che al momento non siamo in grado di confermare, dal momento che le forze dell'ordine hanno ritenuto di non divulgare le generalità dei presunti responsabili. I fatti. I carabinieri nei giorni scorsi (Daisy è stata ferita nella notte tra domenica e lunedì) hanno acquisito «i filmati di tutti gli esercizi commerciali delle rotabili ove sono avvenuti i fatti e di Corso Roma, luogo dove è stata colpita la ragazza, spingendosi anche oltre il territorio di Moncalieri, nei comuni di Cambiano e Trofarello». Dall'analisi delle immagini «è emersa, nei giorni e negli orari compatibili con gli “attacchi" denunciati, la presenza di un veicolo Fiat Doblò nei luoghi indicati dai testimoni pertanto, ricostruendo il percorso dell'auto attraverso le immagini visionate, grazie ad alcuni frame è stato possibile individuare il numero di targa». prove inconfutabili Ieri i militari si sono diretti nel Comune di Vinovo, a casa dell'intestatario del Doblò, che era «regolarmente parcheggiato sotto casa e che riportava evidenti striature di residui di uova sulla fiancata destra». Il proprietario, spiegano i carabinieri, «è stato accompagnato in caserma ove ha chiarito che l'autovettura veniva sovente utilizzata, soprattutto negli orari serali/notturni, dal figlio diciannovenne». Il ragazzo è stato interrogato e ha ammesso tutto. I lanci di uova sono stati almeno sette nell'arco di un paio di mesi. I responsabili erano in tre, tutti coetanei. Convocati in caserma a loro volta, «hanno reso piena ammissione delle proprie responsabilità alla presenza dei propri difensori». Ma il punto chiave del comunicato dei carabinieri è quello che riguarda le ragioni degli attacchi. «La motivazione del gesto sarebbe riconducibile a mera goliardia», si legge. Il razzismo, insomma, non c'entra nulla. Come era facilmente immaginabile, si è trattato di una serie di bravate finite male, cioè con il ferimento di Daisy, la quale - stando alle dichiarazioni del presidente del Coni, Giovanni Malagò - rischia di non partecipare agli Europei di atletica di Berlino, a causa delle massicce dosi di cortisone che ha dovuto assumere. I tre ragazzi piemontesi sono stati denunciati per lesioni e omissione di soccorso. Ma già nei giorni scorsi la Procura di Torino aveva escluso l'aggravante razziale. Che i cretini lanciatori di uova siano stati individuati è, ovviamente, un'ottima notizia, e dimostra che l'Arma ha fatto un lavoro accurato e rapido, anche se qualcuno ha provato ad avanzare dubbi. La cronista della Stampa che ha intervistato il padre di Daisy, per dire, a un certo punto gli ha chiesto: «Le è sembrato che i carabinieri avessero preso il caso alla leggera?». Risposta: «Sono arrivati più di un'ora dopo, noi siamo tornati lì, abbiamo fatto delle foto... non faccio supposizioni, sono sicuro che si faranno indagini approfondite: su quella strada ci sono le telecamere. Certo ora dirò a Daisy che non può camminare da sola di notte, ma è brutto vederla così. A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino». I fatti hanno dimostrato che il caso non è stato preso alla leggera, anzi. Purtroppo, però, questa vicenda lascia in bocca una sensazione sgradevole. Una palese manifestazione di stupidità si è trasformata in una polemica politica feroce, alimentata ad arte dal Partito democratico. faida interna ai dem? Vale la pena di ricordare quel che scrisse Matteo Renzi su Twitter. La notizia dell'attacco alla giovane campionessa era appena uscita e subito il senatore semplice si precipitò a battere sui tasti: «Daisy Osakue», dichiarò, «è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono un'emergenza. Ormai è un'evidenza, che nessuno può negare, specie se siede al governo». Invece, ormai è lampante, non c'era nessuna evidenza. Anzi, se fosse confermato che uno dei «lanciatori» è figlio di un consigliere pd, l'imbarazzo sarebbe completo visto che Daisy Osakue è a sua volta una militante dem. In ogni caso, l'allarme razzismo sembra sempre più una bufala che il Pd ha rilanciato nella vana speranza di raggranellare qualche consenso. L'Italia ha dimostrato ancora una volta di essere una nazione dal cuore grande. Il padre di Daisy, nonostante i trascorsi criminali, è ancora qui, lavora e ha avuto persino la possibilità di fare prediche a mezzo stampa. Gli aggressori della ragazza sono stati prontamente individuati e fermati. Il governo ha espresso vicinanza e solidarietà alla Osakue. Ordinaria amministrazione di un Paese civile. Un Paese su cui la sinistra ha sputato a ripetizione per giorni.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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