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2018-08-03
Il padre di Daisy Osakue era un capo della mafia nigeriana
Ansa
Nell'intervista che ha rilasciato qualche giorno fa alla Stampa, Iredia Osakue - padre di Daisy, campionessa di lancio del disco ferita a un occhio da un uovo a Moncalieri - appariva amareggiato e anche piuttosto critico. «A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino», ha detto. «Nell'ultimo anno. Si urla, la politica usa toni che fomentano: le parole sono frecce. Questo episodio mette i brividi, se continua così non so se potremo restare qui». Iredia sembrava avercela, in particolare, con l'attuale governo. Secondo lui, l'Italia non è un Paese razzista. «È un Paese che mi ha aiutato e sono grato», ha spiegato, «solo che ora sta lasciando spazio ai razzisti. La colpa è a volte anche nostra. Noi extracomunitari dobbiamo capire che è importante imparare l'italiano subito, studiare bene. All'inizio mi sembrava impossibile ma sapere la lingua ti tiene più lontano dai guai». Che avesse un passato complicato, a quanto pare, era noto ai cronisti torinesi. Sulla Stampa, Giulia Zonca ha scritto che «Osakue fa il mediatore culturale al centro accoglienza di Asti, da ragazzo sognava di diventare ispettore privato, in Nigeria ha studiato criminologia, nel 1995 è emigrato in Italia, ha avuto i suoi problemi e cambiato strada».
Questo passato si è ripresentato ieri, con tutta la sua carica drammatica. Dopo le dichiarazioni di Daisy Osakue sul razzismo e dopo le affermazioni di Iredia sull'addio all'Italia, qualcuno ha recuperato un articoletto di Repubblica datato 2002 da cui emerge una brutta storia.
Il 17 gennaio del 2002, si legge nel pezzo, «a Moncalieri i militari hanno arrestato due maman nigeriane, Odion Obadeyi, 28 e Lovely Albert, 30 anni, il convivente di quest'ultima, Iredia Osakue, 29 anni, tutti e tre clandestini e Silvano Gallo, 50 anni, di Nichelino che aveva formato una gang specializzata nello sfruttamento di decine di prostitute di colore il cui ingresso clandestino in Italia era favorito da un phone center di San Salvario».
Insomma, il padre di Daisy è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione assieme alla sua convivente. Costei potrebbe in effetti essere Magdalyne Albert, madre della giovane atleta, la quale - stando al suo profilo Facebook - vive a Verona. La Albert era una «maman», cioè una delle donne che si occupano di organizzare il commercio delle ragazze avviate alla prostituzione.
Le vicende giudiziarie di Iredia Osakue, però, non finiscono qui. Il suo nome ricompare nelle carte di un mega processo contro la mafia nigeriana che si è tenuto a Torino nell'ottobre del 2007. Stiamo parlando di uno dei primi grandi procedimenti contro il crimine organizzato di origine africana presente nel nostro Paese. Gli imputati erano 20, tutti nigeriani.
Nella sentenza emessa dal gup Cristina Palmesino, si legge che Osakue è stato condannato «a una pena totale di anni 8 di reclusione» che, per effetto del rito abbreviato, sono diventati «anni 5 mesi 4 di reclusione». Dalle carte, si evince che Osakue ricopriva il ruolo di «capo coordinatore di Torino» di una gigantesca organizzazione nigeriana. Si tratta di «un'associazione di tipo mafioso denominata Eiye, facente parte del più ampio sodalizio radicato in Nigeria e diffuso in diversi Stati europei ed extraeuropei finalizzato alla commissione di un numero indeterminato di delitti contro il patrimonio attraverso la commissione di truffe mediante la prospettazione di contraffazione monetaria e contro la persona, opponendosi e scontrandosi con gruppi rivali variamente denominati per assumere e mantenere il predominio nell'ambito della comunità nigeriana».
Questa organizzazione faceva «ricorso all'esercizio di violenza sia fisica che mediante l'uso di armi bianche e da sparo» e si contrapponeva a un altro gruppo mafioso, sempre nigeriano, ovvero quella specie di setta chiamata Black Axe. Gli scontri fra le due fazioni mafiose, spiegava il giudice, «si sono sostanziati in aggressioni fisiche, con minacce, percosse, lesioni anche conseguenti a frustate con lo strumento africano detto Kobu Kobu e ustioni provocate con ferri da stiro roventi appoggiati sulla nuda pelle, tentati omicidi».
Il processo del 2007 in cui fu coinvolto Osakue contribuì a far esplodere la questione «mafia nigeriana» in Italia. Qualche anno dopo, nel 2010, a Torino si tenne un altro grosso procedimento, che portò a condanne per 36 stranieri, per un totale di quasi 400 anni di carcere. Davanti al giudice erano finiti i «soldati» degli Eiye e della Black Axe, molti dei quali reclutati in patria, a Benin City, e poi emigrati in Italia, dove hanno continuato a farsi la guerra.
Ma torniamo a Iredia Osakue. Negli atti del processo il suo nome compare a ripetizione. Si spiega che egli era «una figura di spicco dell'organizzazione Eiye in Italia, con collegamenti con i capi delle organizzazioni nigeriane». Già nel 2005 era stato sentito dai carabinieri, dai quali si presentò spontaneamente «per rendere dichiarazioni in relazione al tentato omicidio commesso ai danni di Omojevwe, in cui risultava indagato il fratello di Osakue, Oniawu Salu Magnus appartenente ai Black Axe». Inizialmente, Iredia aveva negato di far parte dell'organizzazione mafiosa, poi cambiò versione. Nel 2007, spiegò agli inquirenti di essere un membro degli Eiye. «Noah Idemudia», disse Osakue, «alla fine del 2003 mi ha chiesto di diventare suo vice. Debbo precisare che Idemudia era un ebaka (capo) già in Nigeria presso la sua Università di Epoma. Anch'io ero membro degli Eiye in Nigeria e avevo conosciuto Idemudia nel 2001 quando era tornato in Nigeria».
Alla fine del processo, Osakue viene ritenuto colpevole di associazione mafiosa, detenzione e cessione di cocaina, tentata rapina. È recidivo, ma fornisce informazioni sul gruppo di cui fa parte, e forse anche per questo la condanna non è spaventosa. Stando alle carte, è stato interdetto «in perpetuo dai pubblici uffici» e ha passato un anno in libertà vigilata.
Ieri abbiamo contattato Iredia per chiedergli la sua versione dei fatti e per capire se abbia affrontato altri procedimenti. Ci ha risposto e ha promesso che avrebbe spiegato tutto, poi ha smesso di rispondere al telefono. Nessuna dichiarazione nemmeno dall'avvocato che, all'epoca, seguì il suo processo.
A quanto sembra, Osakue ha cambiato vita. Risulta che lavori come mediatore culturale per la cooperativa Sanitalia service e che gestisca una sua attività, la Daad agency con sede a Torino, la quale si occupa di servizi per gli immigrati nigeriani. Il passato fatto di clandestinità, sfruttamento della prostituzione, droga e scontri armati sembra lontano. E per questo, Iredia deve dire grazie all'Italia, il Paese che lo ha accolto e gli ha dato una nuova vita. Alla faccia del razzismo.
Presi i lanciatori: c’è il figlio di un pd
Alla fine li hanno presi. I carabinieri torinesi hanno scovato e arrestato i responsabili dell'attacco a Daisy Osakue. «Si tratta di tre ragazzi italiani abitanti a Vinovo, La Loggia e Moncalieri, che hanno utilizzato una Fiat Doblò, intestata al padre di uno di essi», spiega il comunicato dell'Arma. Pochi minuti dopo, il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non si tiene e spara: «Grazie alle indagini dei Carabinieri, a cui vanno i miei complimenti, sono stati presi i cretini lanciatori di uova di Moncalieri, che erano mossi non da razzismo ma da semplice stupidità. PS: Vi aggiungo un dettaglio che ancora non troverete in giro: pare che uno dei “lanciatori" sia il figlio di un consigliere comunale del Pd!». Circostanza che al momento non siamo in grado di confermare, dal momento che le forze dell'ordine hanno ritenuto di non divulgare le generalità dei presunti responsabili.
I fatti. I carabinieri nei giorni scorsi (Daisy è stata ferita nella notte tra domenica e lunedì) hanno acquisito «i filmati di tutti gli esercizi commerciali delle rotabili ove sono avvenuti i fatti e di Corso Roma, luogo dove è stata colpita la ragazza, spingendosi anche oltre il territorio di Moncalieri, nei comuni di Cambiano e Trofarello». Dall'analisi delle immagini «è emersa, nei giorni e negli orari compatibili con gli “attacchi" denunciati, la presenza di un veicolo Fiat Doblò nei luoghi indicati dai testimoni pertanto, ricostruendo il percorso dell'auto attraverso le immagini visionate, grazie ad alcuni frame è stato possibile individuare il numero di targa».
prove inconfutabili
Ieri i militari si sono diretti nel Comune di Vinovo, a casa dell'intestatario del Doblò, che era «regolarmente parcheggiato sotto casa e che riportava evidenti striature di residui di uova sulla fiancata destra».
Il proprietario, spiegano i carabinieri, «è stato accompagnato in caserma ove ha chiarito che l'autovettura veniva sovente utilizzata, soprattutto negli orari serali/notturni, dal figlio diciannovenne». Il ragazzo è stato interrogato e ha ammesso tutto. I lanci di uova sono stati almeno sette nell'arco di un paio di mesi. I responsabili erano in tre, tutti coetanei. Convocati in caserma a loro volta, «hanno reso piena ammissione delle proprie responsabilità alla presenza dei propri difensori».
Ma il punto chiave del comunicato dei carabinieri è quello che riguarda le ragioni degli attacchi. «La motivazione del gesto sarebbe riconducibile a mera goliardia», si legge. Il razzismo, insomma, non c'entra nulla. Come era facilmente immaginabile, si è trattato di una serie di bravate finite male, cioè con il ferimento di Daisy, la quale - stando alle dichiarazioni del presidente del Coni, Giovanni Malagò - rischia di non partecipare agli Europei di atletica di Berlino, a causa delle massicce dosi di cortisone che ha dovuto assumere. I tre ragazzi piemontesi sono stati denunciati per lesioni e omissione di soccorso. Ma già nei giorni scorsi la Procura di Torino aveva escluso l'aggravante razziale. Che i cretini lanciatori di uova siano stati individuati è, ovviamente, un'ottima notizia, e dimostra che l'Arma ha fatto un lavoro accurato e rapido, anche se qualcuno ha provato ad avanzare dubbi.
La cronista della Stampa che ha intervistato il padre di Daisy, per dire, a un certo punto gli ha chiesto: «Le è sembrato che i carabinieri avessero preso il caso alla leggera?». Risposta: «Sono arrivati più di un'ora dopo, noi siamo tornati lì, abbiamo fatto delle foto... non faccio supposizioni, sono sicuro che si faranno indagini approfondite: su quella strada ci sono le telecamere. Certo ora dirò a Daisy che non può camminare da sola di notte, ma è brutto vederla così. A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino».
I fatti hanno dimostrato che il caso non è stato preso alla leggera, anzi. Purtroppo, però, questa vicenda lascia in bocca una sensazione sgradevole. Una palese manifestazione di stupidità si è trasformata in una polemica politica feroce, alimentata ad arte dal Partito democratico.
faida interna ai dem?
Vale la pena di ricordare quel che scrisse Matteo Renzi su Twitter. La notizia dell'attacco alla giovane campionessa era appena uscita e subito il senatore semplice si precipitò a battere sui tasti: «Daisy Osakue», dichiarò, «è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono un'emergenza. Ormai è un'evidenza, che nessuno può negare, specie se siede al governo». Invece, ormai è lampante, non c'era nessuna evidenza. Anzi, se fosse confermato che uno dei «lanciatori» è figlio di un consigliere pd, l'imbarazzo sarebbe completo visto che Daisy Osakue è a sua volta una militante dem.
In ogni caso, l'allarme razzismo sembra sempre più una bufala che il Pd ha rilanciato nella vana speranza di raggranellare qualche consenso. L'Italia ha dimostrato ancora una volta di essere una nazione dal cuore grande. Il padre di Daisy, nonostante i trascorsi criminali, è ancora qui, lavora e ha avuto persino la possibilità di fare prediche a mezzo stampa. Gli aggressori della ragazza sono stati prontamente individuati e fermati. Il governo ha espresso vicinanza e solidarietà alla Osakue.
Ordinaria amministrazione di un Paese civile. Un Paese su cui la sinistra ha sputato a ripetizione per giorni.
Continua a leggereRiduci
Iredia si lamenta del clima che si respira in Italia. Eppure ha fatto parte della criminalità organizzata facendo prostituire le sue connazionali.Denunciati a piede libero tre ragazzi responsabili dell'attacco con le uova. Il papà di uno di loro è consigliere comunale dem a Vinovo. I carabinieri: una bravata idiota con sette precedenti, il razzismo non c'entra niente.Lo speciale contiene due articoli Nell'intervista che ha rilasciato qualche giorno fa alla Stampa, Iredia Osakue - padre di Daisy, campionessa di lancio del disco ferita a un occhio da un uovo a Moncalieri - appariva amareggiato e anche piuttosto critico. «A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino», ha detto. «Nell'ultimo anno. Si urla, la politica usa toni che fomentano: le parole sono frecce. Questo episodio mette i brividi, se continua così non so se potremo restare qui». Iredia sembrava avercela, in particolare, con l'attuale governo. Secondo lui, l'Italia non è un Paese razzista. «È un Paese che mi ha aiutato e sono grato», ha spiegato, «solo che ora sta lasciando spazio ai razzisti. La colpa è a volte anche nostra. Noi extracomunitari dobbiamo capire che è importante imparare l'italiano subito, studiare bene. All'inizio mi sembrava impossibile ma sapere la lingua ti tiene più lontano dai guai». Che avesse un passato complicato, a quanto pare, era noto ai cronisti torinesi. Sulla Stampa, Giulia Zonca ha scritto che «Osakue fa il mediatore culturale al centro accoglienza di Asti, da ragazzo sognava di diventare ispettore privato, in Nigeria ha studiato criminologia, nel 1995 è emigrato in Italia, ha avuto i suoi problemi e cambiato strada». Questo passato si è ripresentato ieri, con tutta la sua carica drammatica. Dopo le dichiarazioni di Daisy Osakue sul razzismo e dopo le affermazioni di Iredia sull'addio all'Italia, qualcuno ha recuperato un articoletto di Repubblica datato 2002 da cui emerge una brutta storia. Il 17 gennaio del 2002, si legge nel pezzo, «a Moncalieri i militari hanno arrestato due maman nigeriane, Odion Obadeyi, 28 e Lovely Albert, 30 anni, il convivente di quest'ultima, Iredia Osakue, 29 anni, tutti e tre clandestini e Silvano Gallo, 50 anni, di Nichelino che aveva formato una gang specializzata nello sfruttamento di decine di prostitute di colore il cui ingresso clandestino in Italia era favorito da un phone center di San Salvario».Insomma, il padre di Daisy è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione assieme alla sua convivente. Costei potrebbe in effetti essere Magdalyne Albert, madre della giovane atleta, la quale - stando al suo profilo Facebook - vive a Verona. La Albert era una «maman», cioè una delle donne che si occupano di organizzare il commercio delle ragazze avviate alla prostituzione.Le vicende giudiziarie di Iredia Osakue, però, non finiscono qui. Il suo nome ricompare nelle carte di un mega processo contro la mafia nigeriana che si è tenuto a Torino nell'ottobre del 2007. Stiamo parlando di uno dei primi grandi procedimenti contro il crimine organizzato di origine africana presente nel nostro Paese. Gli imputati erano 20, tutti nigeriani. Nella sentenza emessa dal gup Cristina Palmesino, si legge che Osakue è stato condannato «a una pena totale di anni 8 di reclusione» che, per effetto del rito abbreviato, sono diventati «anni 5 mesi 4 di reclusione». Dalle carte, si evince che Osakue ricopriva il ruolo di «capo coordinatore di Torino» di una gigantesca organizzazione nigeriana. Si tratta di «un'associazione di tipo mafioso denominata Eiye, facente parte del più ampio sodalizio radicato in Nigeria e diffuso in diversi Stati europei ed extraeuropei finalizzato alla commissione di un numero indeterminato di delitti contro il patrimonio attraverso la commissione di truffe mediante la prospettazione di contraffazione monetaria e contro la persona, opponendosi e scontrandosi con gruppi rivali variamente denominati per assumere e mantenere il predominio nell'ambito della comunità nigeriana».Questa organizzazione faceva «ricorso all'esercizio di violenza sia fisica che mediante l'uso di armi bianche e da sparo» e si contrapponeva a un altro gruppo mafioso, sempre nigeriano, ovvero quella specie di setta chiamata Black Axe. Gli scontri fra le due fazioni mafiose, spiegava il giudice, «si sono sostanziati in aggressioni fisiche, con minacce, percosse, lesioni anche conseguenti a frustate con lo strumento africano detto Kobu Kobu e ustioni provocate con ferri da stiro roventi appoggiati sulla nuda pelle, tentati omicidi». Il processo del 2007 in cui fu coinvolto Osakue contribuì a far esplodere la questione «mafia nigeriana» in Italia. Qualche anno dopo, nel 2010, a Torino si tenne un altro grosso procedimento, che portò a condanne per 36 stranieri, per un totale di quasi 400 anni di carcere. Davanti al giudice erano finiti i «soldati» degli Eiye e della Black Axe, molti dei quali reclutati in patria, a Benin City, e poi emigrati in Italia, dove hanno continuato a farsi la guerra. Ma torniamo a Iredia Osakue. Negli atti del processo il suo nome compare a ripetizione. Si spiega che egli era «una figura di spicco dell'organizzazione Eiye in Italia, con collegamenti con i capi delle organizzazioni nigeriane». Già nel 2005 era stato sentito dai carabinieri, dai quali si presentò spontaneamente «per rendere dichiarazioni in relazione al tentato omicidio commesso ai danni di Omojevwe, in cui risultava indagato il fratello di Osakue, Oniawu Salu Magnus appartenente ai Black Axe». Inizialmente, Iredia aveva negato di far parte dell'organizzazione mafiosa, poi cambiò versione. Nel 2007, spiegò agli inquirenti di essere un membro degli Eiye. «Noah Idemudia», disse Osakue, «alla fine del 2003 mi ha chiesto di diventare suo vice. Debbo precisare che Idemudia era un ebaka (capo) già in Nigeria presso la sua Università di Epoma. Anch'io ero membro degli Eiye in Nigeria e avevo conosciuto Idemudia nel 2001 quando era tornato in Nigeria». Alla fine del processo, Osakue viene ritenuto colpevole di associazione mafiosa, detenzione e cessione di cocaina, tentata rapina. È recidivo, ma fornisce informazioni sul gruppo di cui fa parte, e forse anche per questo la condanna non è spaventosa. Stando alle carte, è stato interdetto «in perpetuo dai pubblici uffici» e ha passato un anno in libertà vigilata.Ieri abbiamo contattato Iredia per chiedergli la sua versione dei fatti e per capire se abbia affrontato altri procedimenti. Ci ha risposto e ha promesso che avrebbe spiegato tutto, poi ha smesso di rispondere al telefono. Nessuna dichiarazione nemmeno dall'avvocato che, all'epoca, seguì il suo processo. A quanto sembra, Osakue ha cambiato vita. Risulta che lavori come mediatore culturale per la cooperativa Sanitalia service e che gestisca una sua attività, la Daad agency con sede a Torino, la quale si occupa di servizi per gli immigrati nigeriani. Il passato fatto di clandestinità, sfruttamento della prostituzione, droga e scontri armati sembra lontano. E per questo, Iredia deve dire grazie all'Italia, il Paese che lo ha accolto e gli ha dato una nuova vita. 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Pochi minuti dopo, il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non si tiene e spara: «Grazie alle indagini dei Carabinieri, a cui vanno i miei complimenti, sono stati presi i cretini lanciatori di uova di Moncalieri, che erano mossi non da razzismo ma da semplice stupidità. PS: Vi aggiungo un dettaglio che ancora non troverete in giro: pare che uno dei “lanciatori" sia il figlio di un consigliere comunale del Pd!». Circostanza che al momento non siamo in grado di confermare, dal momento che le forze dell'ordine hanno ritenuto di non divulgare le generalità dei presunti responsabili. I fatti. I carabinieri nei giorni scorsi (Daisy è stata ferita nella notte tra domenica e lunedì) hanno acquisito «i filmati di tutti gli esercizi commerciali delle rotabili ove sono avvenuti i fatti e di Corso Roma, luogo dove è stata colpita la ragazza, spingendosi anche oltre il territorio di Moncalieri, nei comuni di Cambiano e Trofarello». Dall'analisi delle immagini «è emersa, nei giorni e negli orari compatibili con gli “attacchi" denunciati, la presenza di un veicolo Fiat Doblò nei luoghi indicati dai testimoni pertanto, ricostruendo il percorso dell'auto attraverso le immagini visionate, grazie ad alcuni frame è stato possibile individuare il numero di targa». prove inconfutabili Ieri i militari si sono diretti nel Comune di Vinovo, a casa dell'intestatario del Doblò, che era «regolarmente parcheggiato sotto casa e che riportava evidenti striature di residui di uova sulla fiancata destra». Il proprietario, spiegano i carabinieri, «è stato accompagnato in caserma ove ha chiarito che l'autovettura veniva sovente utilizzata, soprattutto negli orari serali/notturni, dal figlio diciannovenne». Il ragazzo è stato interrogato e ha ammesso tutto. I lanci di uova sono stati almeno sette nell'arco di un paio di mesi. I responsabili erano in tre, tutti coetanei. Convocati in caserma a loro volta, «hanno reso piena ammissione delle proprie responsabilità alla presenza dei propri difensori». Ma il punto chiave del comunicato dei carabinieri è quello che riguarda le ragioni degli attacchi. «La motivazione del gesto sarebbe riconducibile a mera goliardia», si legge. Il razzismo, insomma, non c'entra nulla. Come era facilmente immaginabile, si è trattato di una serie di bravate finite male, cioè con il ferimento di Daisy, la quale - stando alle dichiarazioni del presidente del Coni, Giovanni Malagò - rischia di non partecipare agli Europei di atletica di Berlino, a causa delle massicce dosi di cortisone che ha dovuto assumere. I tre ragazzi piemontesi sono stati denunciati per lesioni e omissione di soccorso. Ma già nei giorni scorsi la Procura di Torino aveva escluso l'aggravante razziale. Che i cretini lanciatori di uova siano stati individuati è, ovviamente, un'ottima notizia, e dimostra che l'Arma ha fatto un lavoro accurato e rapido, anche se qualcuno ha provato ad avanzare dubbi. La cronista della Stampa che ha intervistato il padre di Daisy, per dire, a un certo punto gli ha chiesto: «Le è sembrato che i carabinieri avessero preso il caso alla leggera?». Risposta: «Sono arrivati più di un'ora dopo, noi siamo tornati lì, abbiamo fatto delle foto... non faccio supposizioni, sono sicuro che si faranno indagini approfondite: su quella strada ci sono le telecamere. Certo ora dirò a Daisy che non può camminare da sola di notte, ma è brutto vederla così. A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino». I fatti hanno dimostrato che il caso non è stato preso alla leggera, anzi. Purtroppo, però, questa vicenda lascia in bocca una sensazione sgradevole. Una palese manifestazione di stupidità si è trasformata in una polemica politica feroce, alimentata ad arte dal Partito democratico. faida interna ai dem? Vale la pena di ricordare quel che scrisse Matteo Renzi su Twitter. La notizia dell'attacco alla giovane campionessa era appena uscita e subito il senatore semplice si precipitò a battere sui tasti: «Daisy Osakue», dichiarò, «è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono un'emergenza. Ormai è un'evidenza, che nessuno può negare, specie se siede al governo». Invece, ormai è lampante, non c'era nessuna evidenza. Anzi, se fosse confermato che uno dei «lanciatori» è figlio di un consigliere pd, l'imbarazzo sarebbe completo visto che Daisy Osakue è a sua volta una militante dem. In ogni caso, l'allarme razzismo sembra sempre più una bufala che il Pd ha rilanciato nella vana speranza di raggranellare qualche consenso. L'Italia ha dimostrato ancora una volta di essere una nazione dal cuore grande. Il padre di Daisy, nonostante i trascorsi criminali, è ancora qui, lavora e ha avuto persino la possibilità di fare prediche a mezzo stampa. Gli aggressori della ragazza sono stati prontamente individuati e fermati. Il governo ha espresso vicinanza e solidarietà alla Osakue. Ordinaria amministrazione di un Paese civile. Un Paese su cui la sinistra ha sputato a ripetizione per giorni.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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