True
2018-08-03
Il padre di Daisy Osakue era un capo della mafia nigeriana
Ansa
Nell'intervista che ha rilasciato qualche giorno fa alla Stampa, Iredia Osakue - padre di Daisy, campionessa di lancio del disco ferita a un occhio da un uovo a Moncalieri - appariva amareggiato e anche piuttosto critico. «A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino», ha detto. «Nell'ultimo anno. Si urla, la politica usa toni che fomentano: le parole sono frecce. Questo episodio mette i brividi, se continua così non so se potremo restare qui». Iredia sembrava avercela, in particolare, con l'attuale governo. Secondo lui, l'Italia non è un Paese razzista. «È un Paese che mi ha aiutato e sono grato», ha spiegato, «solo che ora sta lasciando spazio ai razzisti. La colpa è a volte anche nostra. Noi extracomunitari dobbiamo capire che è importante imparare l'italiano subito, studiare bene. All'inizio mi sembrava impossibile ma sapere la lingua ti tiene più lontano dai guai». Che avesse un passato complicato, a quanto pare, era noto ai cronisti torinesi. Sulla Stampa, Giulia Zonca ha scritto che «Osakue fa il mediatore culturale al centro accoglienza di Asti, da ragazzo sognava di diventare ispettore privato, in Nigeria ha studiato criminologia, nel 1995 è emigrato in Italia, ha avuto i suoi problemi e cambiato strada».
Questo passato si è ripresentato ieri, con tutta la sua carica drammatica. Dopo le dichiarazioni di Daisy Osakue sul razzismo e dopo le affermazioni di Iredia sull'addio all'Italia, qualcuno ha recuperato un articoletto di Repubblica datato 2002 da cui emerge una brutta storia.
Il 17 gennaio del 2002, si legge nel pezzo, «a Moncalieri i militari hanno arrestato due maman nigeriane, Odion Obadeyi, 28 e Lovely Albert, 30 anni, il convivente di quest'ultima, Iredia Osakue, 29 anni, tutti e tre clandestini e Silvano Gallo, 50 anni, di Nichelino che aveva formato una gang specializzata nello sfruttamento di decine di prostitute di colore il cui ingresso clandestino in Italia era favorito da un phone center di San Salvario».
Insomma, il padre di Daisy è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione assieme alla sua convivente. Costei potrebbe in effetti essere Magdalyne Albert, madre della giovane atleta, la quale - stando al suo profilo Facebook - vive a Verona. La Albert era una «maman», cioè una delle donne che si occupano di organizzare il commercio delle ragazze avviate alla prostituzione.
Le vicende giudiziarie di Iredia Osakue, però, non finiscono qui. Il suo nome ricompare nelle carte di un mega processo contro la mafia nigeriana che si è tenuto a Torino nell'ottobre del 2007. Stiamo parlando di uno dei primi grandi procedimenti contro il crimine organizzato di origine africana presente nel nostro Paese. Gli imputati erano 20, tutti nigeriani.
Nella sentenza emessa dal gup Cristina Palmesino, si legge che Osakue è stato condannato «a una pena totale di anni 8 di reclusione» che, per effetto del rito abbreviato, sono diventati «anni 5 mesi 4 di reclusione». Dalle carte, si evince che Osakue ricopriva il ruolo di «capo coordinatore di Torino» di una gigantesca organizzazione nigeriana. Si tratta di «un'associazione di tipo mafioso denominata Eiye, facente parte del più ampio sodalizio radicato in Nigeria e diffuso in diversi Stati europei ed extraeuropei finalizzato alla commissione di un numero indeterminato di delitti contro il patrimonio attraverso la commissione di truffe mediante la prospettazione di contraffazione monetaria e contro la persona, opponendosi e scontrandosi con gruppi rivali variamente denominati per assumere e mantenere il predominio nell'ambito della comunità nigeriana».
Questa organizzazione faceva «ricorso all'esercizio di violenza sia fisica che mediante l'uso di armi bianche e da sparo» e si contrapponeva a un altro gruppo mafioso, sempre nigeriano, ovvero quella specie di setta chiamata Black Axe. Gli scontri fra le due fazioni mafiose, spiegava il giudice, «si sono sostanziati in aggressioni fisiche, con minacce, percosse, lesioni anche conseguenti a frustate con lo strumento africano detto Kobu Kobu e ustioni provocate con ferri da stiro roventi appoggiati sulla nuda pelle, tentati omicidi».
Il processo del 2007 in cui fu coinvolto Osakue contribuì a far esplodere la questione «mafia nigeriana» in Italia. Qualche anno dopo, nel 2010, a Torino si tenne un altro grosso procedimento, che portò a condanne per 36 stranieri, per un totale di quasi 400 anni di carcere. Davanti al giudice erano finiti i «soldati» degli Eiye e della Black Axe, molti dei quali reclutati in patria, a Benin City, e poi emigrati in Italia, dove hanno continuato a farsi la guerra.
Ma torniamo a Iredia Osakue. Negli atti del processo il suo nome compare a ripetizione. Si spiega che egli era «una figura di spicco dell'organizzazione Eiye in Italia, con collegamenti con i capi delle organizzazioni nigeriane». Già nel 2005 era stato sentito dai carabinieri, dai quali si presentò spontaneamente «per rendere dichiarazioni in relazione al tentato omicidio commesso ai danni di Omojevwe, in cui risultava indagato il fratello di Osakue, Oniawu Salu Magnus appartenente ai Black Axe». Inizialmente, Iredia aveva negato di far parte dell'organizzazione mafiosa, poi cambiò versione. Nel 2007, spiegò agli inquirenti di essere un membro degli Eiye. «Noah Idemudia», disse Osakue, «alla fine del 2003 mi ha chiesto di diventare suo vice. Debbo precisare che Idemudia era un ebaka (capo) già in Nigeria presso la sua Università di Epoma. Anch'io ero membro degli Eiye in Nigeria e avevo conosciuto Idemudia nel 2001 quando era tornato in Nigeria».
Alla fine del processo, Osakue viene ritenuto colpevole di associazione mafiosa, detenzione e cessione di cocaina, tentata rapina. È recidivo, ma fornisce informazioni sul gruppo di cui fa parte, e forse anche per questo la condanna non è spaventosa. Stando alle carte, è stato interdetto «in perpetuo dai pubblici uffici» e ha passato un anno in libertà vigilata.
Ieri abbiamo contattato Iredia per chiedergli la sua versione dei fatti e per capire se abbia affrontato altri procedimenti. Ci ha risposto e ha promesso che avrebbe spiegato tutto, poi ha smesso di rispondere al telefono. Nessuna dichiarazione nemmeno dall'avvocato che, all'epoca, seguì il suo processo.
A quanto sembra, Osakue ha cambiato vita. Risulta che lavori come mediatore culturale per la cooperativa Sanitalia service e che gestisca una sua attività, la Daad agency con sede a Torino, la quale si occupa di servizi per gli immigrati nigeriani. Il passato fatto di clandestinità, sfruttamento della prostituzione, droga e scontri armati sembra lontano. E per questo, Iredia deve dire grazie all'Italia, il Paese che lo ha accolto e gli ha dato una nuova vita. Alla faccia del razzismo.
Presi i lanciatori: c’è il figlio di un pd
Alla fine li hanno presi. I carabinieri torinesi hanno scovato e arrestato i responsabili dell'attacco a Daisy Osakue. «Si tratta di tre ragazzi italiani abitanti a Vinovo, La Loggia e Moncalieri, che hanno utilizzato una Fiat Doblò, intestata al padre di uno di essi», spiega il comunicato dell'Arma. Pochi minuti dopo, il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non si tiene e spara: «Grazie alle indagini dei Carabinieri, a cui vanno i miei complimenti, sono stati presi i cretini lanciatori di uova di Moncalieri, che erano mossi non da razzismo ma da semplice stupidità. PS: Vi aggiungo un dettaglio che ancora non troverete in giro: pare che uno dei “lanciatori" sia il figlio di un consigliere comunale del Pd!». Circostanza che al momento non siamo in grado di confermare, dal momento che le forze dell'ordine hanno ritenuto di non divulgare le generalità dei presunti responsabili.
I fatti. I carabinieri nei giorni scorsi (Daisy è stata ferita nella notte tra domenica e lunedì) hanno acquisito «i filmati di tutti gli esercizi commerciali delle rotabili ove sono avvenuti i fatti e di Corso Roma, luogo dove è stata colpita la ragazza, spingendosi anche oltre il territorio di Moncalieri, nei comuni di Cambiano e Trofarello». Dall'analisi delle immagini «è emersa, nei giorni e negli orari compatibili con gli “attacchi" denunciati, la presenza di un veicolo Fiat Doblò nei luoghi indicati dai testimoni pertanto, ricostruendo il percorso dell'auto attraverso le immagini visionate, grazie ad alcuni frame è stato possibile individuare il numero di targa».
prove inconfutabili
Ieri i militari si sono diretti nel Comune di Vinovo, a casa dell'intestatario del Doblò, che era «regolarmente parcheggiato sotto casa e che riportava evidenti striature di residui di uova sulla fiancata destra».
Il proprietario, spiegano i carabinieri, «è stato accompagnato in caserma ove ha chiarito che l'autovettura veniva sovente utilizzata, soprattutto negli orari serali/notturni, dal figlio diciannovenne». Il ragazzo è stato interrogato e ha ammesso tutto. I lanci di uova sono stati almeno sette nell'arco di un paio di mesi. I responsabili erano in tre, tutti coetanei. Convocati in caserma a loro volta, «hanno reso piena ammissione delle proprie responsabilità alla presenza dei propri difensori».
Ma il punto chiave del comunicato dei carabinieri è quello che riguarda le ragioni degli attacchi. «La motivazione del gesto sarebbe riconducibile a mera goliardia», si legge. Il razzismo, insomma, non c'entra nulla. Come era facilmente immaginabile, si è trattato di una serie di bravate finite male, cioè con il ferimento di Daisy, la quale - stando alle dichiarazioni del presidente del Coni, Giovanni Malagò - rischia di non partecipare agli Europei di atletica di Berlino, a causa delle massicce dosi di cortisone che ha dovuto assumere. I tre ragazzi piemontesi sono stati denunciati per lesioni e omissione di soccorso. Ma già nei giorni scorsi la Procura di Torino aveva escluso l'aggravante razziale. Che i cretini lanciatori di uova siano stati individuati è, ovviamente, un'ottima notizia, e dimostra che l'Arma ha fatto un lavoro accurato e rapido, anche se qualcuno ha provato ad avanzare dubbi.
La cronista della Stampa che ha intervistato il padre di Daisy, per dire, a un certo punto gli ha chiesto: «Le è sembrato che i carabinieri avessero preso il caso alla leggera?». Risposta: «Sono arrivati più di un'ora dopo, noi siamo tornati lì, abbiamo fatto delle foto... non faccio supposizioni, sono sicuro che si faranno indagini approfondite: su quella strada ci sono le telecamere. Certo ora dirò a Daisy che non può camminare da sola di notte, ma è brutto vederla così. A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino».
I fatti hanno dimostrato che il caso non è stato preso alla leggera, anzi. Purtroppo, però, questa vicenda lascia in bocca una sensazione sgradevole. Una palese manifestazione di stupidità si è trasformata in una polemica politica feroce, alimentata ad arte dal Partito democratico.
faida interna ai dem?
Vale la pena di ricordare quel che scrisse Matteo Renzi su Twitter. La notizia dell'attacco alla giovane campionessa era appena uscita e subito il senatore semplice si precipitò a battere sui tasti: «Daisy Osakue», dichiarò, «è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono un'emergenza. Ormai è un'evidenza, che nessuno può negare, specie se siede al governo». Invece, ormai è lampante, non c'era nessuna evidenza. Anzi, se fosse confermato che uno dei «lanciatori» è figlio di un consigliere pd, l'imbarazzo sarebbe completo visto che Daisy Osakue è a sua volta una militante dem.
In ogni caso, l'allarme razzismo sembra sempre più una bufala che il Pd ha rilanciato nella vana speranza di raggranellare qualche consenso. L'Italia ha dimostrato ancora una volta di essere una nazione dal cuore grande. Il padre di Daisy, nonostante i trascorsi criminali, è ancora qui, lavora e ha avuto persino la possibilità di fare prediche a mezzo stampa. Gli aggressori della ragazza sono stati prontamente individuati e fermati. Il governo ha espresso vicinanza e solidarietà alla Osakue.
Ordinaria amministrazione di un Paese civile. Un Paese su cui la sinistra ha sputato a ripetizione per giorni.
Continua a leggereRiduci
Iredia si lamenta del clima che si respira in Italia. Eppure ha fatto parte della criminalità organizzata facendo prostituire le sue connazionali.Denunciati a piede libero tre ragazzi responsabili dell'attacco con le uova. Il papà di uno di loro è consigliere comunale dem a Vinovo. I carabinieri: una bravata idiota con sette precedenti, il razzismo non c'entra niente.Lo speciale contiene due articoli Nell'intervista che ha rilasciato qualche giorno fa alla Stampa, Iredia Osakue - padre di Daisy, campionessa di lancio del disco ferita a un occhio da un uovo a Moncalieri - appariva amareggiato e anche piuttosto critico. «A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino», ha detto. «Nell'ultimo anno. Si urla, la politica usa toni che fomentano: le parole sono frecce. Questo episodio mette i brividi, se continua così non so se potremo restare qui». Iredia sembrava avercela, in particolare, con l'attuale governo. Secondo lui, l'Italia non è un Paese razzista. «È un Paese che mi ha aiutato e sono grato», ha spiegato, «solo che ora sta lasciando spazio ai razzisti. La colpa è a volte anche nostra. Noi extracomunitari dobbiamo capire che è importante imparare l'italiano subito, studiare bene. All'inizio mi sembrava impossibile ma sapere la lingua ti tiene più lontano dai guai». Che avesse un passato complicato, a quanto pare, era noto ai cronisti torinesi. Sulla Stampa, Giulia Zonca ha scritto che «Osakue fa il mediatore culturale al centro accoglienza di Asti, da ragazzo sognava di diventare ispettore privato, in Nigeria ha studiato criminologia, nel 1995 è emigrato in Italia, ha avuto i suoi problemi e cambiato strada». Questo passato si è ripresentato ieri, con tutta la sua carica drammatica. Dopo le dichiarazioni di Daisy Osakue sul razzismo e dopo le affermazioni di Iredia sull'addio all'Italia, qualcuno ha recuperato un articoletto di Repubblica datato 2002 da cui emerge una brutta storia. Il 17 gennaio del 2002, si legge nel pezzo, «a Moncalieri i militari hanno arrestato due maman nigeriane, Odion Obadeyi, 28 e Lovely Albert, 30 anni, il convivente di quest'ultima, Iredia Osakue, 29 anni, tutti e tre clandestini e Silvano Gallo, 50 anni, di Nichelino che aveva formato una gang specializzata nello sfruttamento di decine di prostitute di colore il cui ingresso clandestino in Italia era favorito da un phone center di San Salvario».Insomma, il padre di Daisy è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione assieme alla sua convivente. Costei potrebbe in effetti essere Magdalyne Albert, madre della giovane atleta, la quale - stando al suo profilo Facebook - vive a Verona. La Albert era una «maman», cioè una delle donne che si occupano di organizzare il commercio delle ragazze avviate alla prostituzione.Le vicende giudiziarie di Iredia Osakue, però, non finiscono qui. Il suo nome ricompare nelle carte di un mega processo contro la mafia nigeriana che si è tenuto a Torino nell'ottobre del 2007. Stiamo parlando di uno dei primi grandi procedimenti contro il crimine organizzato di origine africana presente nel nostro Paese. Gli imputati erano 20, tutti nigeriani. Nella sentenza emessa dal gup Cristina Palmesino, si legge che Osakue è stato condannato «a una pena totale di anni 8 di reclusione» che, per effetto del rito abbreviato, sono diventati «anni 5 mesi 4 di reclusione». Dalle carte, si evince che Osakue ricopriva il ruolo di «capo coordinatore di Torino» di una gigantesca organizzazione nigeriana. Si tratta di «un'associazione di tipo mafioso denominata Eiye, facente parte del più ampio sodalizio radicato in Nigeria e diffuso in diversi Stati europei ed extraeuropei finalizzato alla commissione di un numero indeterminato di delitti contro il patrimonio attraverso la commissione di truffe mediante la prospettazione di contraffazione monetaria e contro la persona, opponendosi e scontrandosi con gruppi rivali variamente denominati per assumere e mantenere il predominio nell'ambito della comunità nigeriana».Questa organizzazione faceva «ricorso all'esercizio di violenza sia fisica che mediante l'uso di armi bianche e da sparo» e si contrapponeva a un altro gruppo mafioso, sempre nigeriano, ovvero quella specie di setta chiamata Black Axe. Gli scontri fra le due fazioni mafiose, spiegava il giudice, «si sono sostanziati in aggressioni fisiche, con minacce, percosse, lesioni anche conseguenti a frustate con lo strumento africano detto Kobu Kobu e ustioni provocate con ferri da stiro roventi appoggiati sulla nuda pelle, tentati omicidi». Il processo del 2007 in cui fu coinvolto Osakue contribuì a far esplodere la questione «mafia nigeriana» in Italia. Qualche anno dopo, nel 2010, a Torino si tenne un altro grosso procedimento, che portò a condanne per 36 stranieri, per un totale di quasi 400 anni di carcere. Davanti al giudice erano finiti i «soldati» degli Eiye e della Black Axe, molti dei quali reclutati in patria, a Benin City, e poi emigrati in Italia, dove hanno continuato a farsi la guerra. Ma torniamo a Iredia Osakue. Negli atti del processo il suo nome compare a ripetizione. Si spiega che egli era «una figura di spicco dell'organizzazione Eiye in Italia, con collegamenti con i capi delle organizzazioni nigeriane». Già nel 2005 era stato sentito dai carabinieri, dai quali si presentò spontaneamente «per rendere dichiarazioni in relazione al tentato omicidio commesso ai danni di Omojevwe, in cui risultava indagato il fratello di Osakue, Oniawu Salu Magnus appartenente ai Black Axe». Inizialmente, Iredia aveva negato di far parte dell'organizzazione mafiosa, poi cambiò versione. Nel 2007, spiegò agli inquirenti di essere un membro degli Eiye. «Noah Idemudia», disse Osakue, «alla fine del 2003 mi ha chiesto di diventare suo vice. Debbo precisare che Idemudia era un ebaka (capo) già in Nigeria presso la sua Università di Epoma. Anch'io ero membro degli Eiye in Nigeria e avevo conosciuto Idemudia nel 2001 quando era tornato in Nigeria». Alla fine del processo, Osakue viene ritenuto colpevole di associazione mafiosa, detenzione e cessione di cocaina, tentata rapina. È recidivo, ma fornisce informazioni sul gruppo di cui fa parte, e forse anche per questo la condanna non è spaventosa. Stando alle carte, è stato interdetto «in perpetuo dai pubblici uffici» e ha passato un anno in libertà vigilata.Ieri abbiamo contattato Iredia per chiedergli la sua versione dei fatti e per capire se abbia affrontato altri procedimenti. Ci ha risposto e ha promesso che avrebbe spiegato tutto, poi ha smesso di rispondere al telefono. Nessuna dichiarazione nemmeno dall'avvocato che, all'epoca, seguì il suo processo. A quanto sembra, Osakue ha cambiato vita. Risulta che lavori come mediatore culturale per la cooperativa Sanitalia service e che gestisca una sua attività, la Daad agency con sede a Torino, la quale si occupa di servizi per gli immigrati nigeriani. Il passato fatto di clandestinità, sfruttamento della prostituzione, droga e scontri armati sembra lontano. E per questo, Iredia deve dire grazie all'Italia, il Paese che lo ha accolto e gli ha dato una nuova vita. Alla faccia del razzismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-padre-di-daisy-osakue-era-un-capo-della-mafia-nigeriana-2592178423.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="presi-i-lanciatori-ce-il-figlio-di-un-pd" data-post-id="2592178423" data-published-at="1768715207" data-use-pagination="False"> Presi i lanciatori: c’è il figlio di un pd Alla fine li hanno presi. I carabinieri torinesi hanno scovato e arrestato i responsabili dell'attacco a Daisy Osakue. «Si tratta di tre ragazzi italiani abitanti a Vinovo, La Loggia e Moncalieri, che hanno utilizzato una Fiat Doblò, intestata al padre di uno di essi», spiega il comunicato dell'Arma. Pochi minuti dopo, il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, non si tiene e spara: «Grazie alle indagini dei Carabinieri, a cui vanno i miei complimenti, sono stati presi i cretini lanciatori di uova di Moncalieri, che erano mossi non da razzismo ma da semplice stupidità. PS: Vi aggiungo un dettaglio che ancora non troverete in giro: pare che uno dei “lanciatori" sia il figlio di un consigliere comunale del Pd!». Circostanza che al momento non siamo in grado di confermare, dal momento che le forze dell'ordine hanno ritenuto di non divulgare le generalità dei presunti responsabili. I fatti. I carabinieri nei giorni scorsi (Daisy è stata ferita nella notte tra domenica e lunedì) hanno acquisito «i filmati di tutti gli esercizi commerciali delle rotabili ove sono avvenuti i fatti e di Corso Roma, luogo dove è stata colpita la ragazza, spingendosi anche oltre il territorio di Moncalieri, nei comuni di Cambiano e Trofarello». Dall'analisi delle immagini «è emersa, nei giorni e negli orari compatibili con gli “attacchi" denunciati, la presenza di un veicolo Fiat Doblò nei luoghi indicati dai testimoni pertanto, ricostruendo il percorso dell'auto attraverso le immagini visionate, grazie ad alcuni frame è stato possibile individuare il numero di targa». prove inconfutabili Ieri i militari si sono diretti nel Comune di Vinovo, a casa dell'intestatario del Doblò, che era «regolarmente parcheggiato sotto casa e che riportava evidenti striature di residui di uova sulla fiancata destra». Il proprietario, spiegano i carabinieri, «è stato accompagnato in caserma ove ha chiarito che l'autovettura veniva sovente utilizzata, soprattutto negli orari serali/notturni, dal figlio diciannovenne». Il ragazzo è stato interrogato e ha ammesso tutto. I lanci di uova sono stati almeno sette nell'arco di un paio di mesi. I responsabili erano in tre, tutti coetanei. Convocati in caserma a loro volta, «hanno reso piena ammissione delle proprie responsabilità alla presenza dei propri difensori». Ma il punto chiave del comunicato dei carabinieri è quello che riguarda le ragioni degli attacchi. «La motivazione del gesto sarebbe riconducibile a mera goliardia», si legge. Il razzismo, insomma, non c'entra nulla. Come era facilmente immaginabile, si è trattato di una serie di bravate finite male, cioè con il ferimento di Daisy, la quale - stando alle dichiarazioni del presidente del Coni, Giovanni Malagò - rischia di non partecipare agli Europei di atletica di Berlino, a causa delle massicce dosi di cortisone che ha dovuto assumere. I tre ragazzi piemontesi sono stati denunciati per lesioni e omissione di soccorso. Ma già nei giorni scorsi la Procura di Torino aveva escluso l'aggravante razziale. Che i cretini lanciatori di uova siano stati individuati è, ovviamente, un'ottima notizia, e dimostra che l'Arma ha fatto un lavoro accurato e rapido, anche se qualcuno ha provato ad avanzare dubbi. La cronista della Stampa che ha intervistato il padre di Daisy, per dire, a un certo punto gli ha chiesto: «Le è sembrato che i carabinieri avessero preso il caso alla leggera?». Risposta: «Sono arrivati più di un'ora dopo, noi siamo tornati lì, abbiamo fatto delle foto... non faccio supposizioni, sono sicuro che si faranno indagini approfondite: su quella strada ci sono le telecamere. Certo ora dirò a Daisy che non può camminare da sola di notte, ma è brutto vederla così. A me sembra che gli episodi inquietanti in Italia aumentino». I fatti hanno dimostrato che il caso non è stato preso alla leggera, anzi. Purtroppo, però, questa vicenda lascia in bocca una sensazione sgradevole. Una palese manifestazione di stupidità si è trasformata in una polemica politica feroce, alimentata ad arte dal Partito democratico. faida interna ai dem? Vale la pena di ricordare quel che scrisse Matteo Renzi su Twitter. La notizia dell'attacco alla giovane campionessa era appena uscita e subito il senatore semplice si precipitò a battere sui tasti: «Daisy Osakue», dichiarò, «è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono un'emergenza. Ormai è un'evidenza, che nessuno può negare, specie se siede al governo». Invece, ormai è lampante, non c'era nessuna evidenza. Anzi, se fosse confermato che uno dei «lanciatori» è figlio di un consigliere pd, l'imbarazzo sarebbe completo visto che Daisy Osakue è a sua volta una militante dem. In ogni caso, l'allarme razzismo sembra sempre più una bufala che il Pd ha rilanciato nella vana speranza di raggranellare qualche consenso. L'Italia ha dimostrato ancora una volta di essere una nazione dal cuore grande. Il padre di Daisy, nonostante i trascorsi criminali, è ancora qui, lavora e ha avuto persino la possibilità di fare prediche a mezzo stampa. Gli aggressori della ragazza sono stati prontamente individuati e fermati. Il governo ha espresso vicinanza e solidarietà alla Osakue. Ordinaria amministrazione di un Paese civile. Un Paese su cui la sinistra ha sputato a ripetizione per giorni.
Rocco Commisso (Ansa)
A 76 anni, li ha compiuti a fine novembre, ha ceduto. È stata la moglie Catherine, che forse dei due era la vera tifosa della Fiorentina, a dire: «Giocate, lui avrebbe voluto così». Nel derby dell’Appennino oggi si incontrano il presente affannato della Fiorentina e il sogno mai nato di Commisso di portare a Firenze un trofeo europeo. Sulla panchina del Bologna c’è Vincenzo Italiano su cui Rocco aveva scommesso. Per tre anni ha guidato la Viola con due finali di Conference Legue perse. Oggi la Serie A si ferma per un minuto; Commisso è ricordato da tutti i presidenti come un gentiluomo del calcio. I tifosi della «Fiesole» fanno oggi pace col presidente: finalmente anche se tristemente. Quest’uomo che nel 2019 aveva rilevato da Diego e Andrea Della Valle il club viola per 150 milioni di dollari lo hanno sempre guardato di sottecchi: voleva la vulgata che come tantissimi emigrati fosse tifoso della Juventus. Ha fatto ottimi affari con i bianconeri, ma Firenze è un sacrilegio. Eppure lui si presentò così: «Ho detto a mia moglie che volevo tornare in Italia per il calcio; lei mi ha detto sì, ma in una città bella e io scelto la più bella». Rocco Commisso era il secondo più facoltoso presidente della serie A – Forbes lo ha accreditato di un patrimonio di 5,9 miliardi di dollari - e i tifosi si aspettavano meraviglie. Lui una l’ha fatta: ha costruito in tre anni a Bagno a Ripoli il Viola Park Rocco B. Commisso; 130 milioni di euro per il miglior centro sportivo del calcio europeo progettato da un architetto fiorentinissimo, Marco Casamonti con lo studio Archea e Associati, con l’idea di un nuovo rinascimento, anche calcistico. Ma è rimasto a metà per la morte di Joe Barone l’uomo a cui Commisso aveva dato pieni poteri in Italia; che non si è sostanziato perché, come già con i Della Valle, a Firenze non gli hanno fatto fare lo stadio che avrebbe dato alla Fiorentina una dimensione «americana». Rocco B Commisso incarnava una doppia natura: italianissimo nel tifo, totalmente yankee negli affari. A New York ci era arrivato bambino, da Gioiosa Jonica, con la mamma e due sorelline per ricongiungersi al padre falegname nel Bronx. Grazie al calcio ha potuto studiare. Lo vedono giocare quelli della Colombia University e lo tesserano per la squadra e lo iscrivono all’Università. Laurea in ingegneria, poi approdo alla Pfizer, ma con un’ idea in testa: mettersi in proprio. L’occasione arriva quando per la Bank of Canada deve occuparsi di comunicazione. Entra nella Cablevision come vicepresidente finanziario e capisce che ci sono zone degli Usa dove le major televisive non arrivano. Stende migliaia di miglia di fibra e in 9 anni porta la Cablevision all’ottava posizione tra le televisioni via cavo. Successiva trasformazione in Mediacom, abbandono di Wall Street con un clamoroso delisting per tenere in famiglia il controllo delle società di cui si occupano ora i figli Joseph e Marisa e che Commisso aveva già avviato sulla frontiera dei nuovi media. Il calcio però era la passione di sempre. Aveva rilevato i Cosmos, la squadra di soccer di New York, dal fallimento rivitalizzandola semplicemente cambiando stadio. Poi l’incontro con i Della Valle, il desiderio d’Italia, la felicità della first lady viola Catherine passeggiando in via Tornabuoni.
La Fiorentina è rimasta una sua incompiuta. Questo calabrese con slang del Bronx in cuor suo forse avrebbe voluto rispondere all’appello di Narciso Parigi che nella «Canzone Viola» intona: «Per esser di Firenze vanto e gloria». Di Rocco oggi resta una commossa memoria.
Continua a leggereRiduci
@Striscialanotizia
«Resistenza e resilienza» sono parole un po’ di moda, ma Striscia vuole interpretarle da una posizione forse meno strategica di prima, ma pur sempre importante e centrale. Con Ricci anche l’azienda vuole fare le cose in grande, aggiungendo per la prima volta una band, diretta da Demo Morselli. E invitando un’infilata di ospiti, nella prima puntata Alessandro Del Piero e la criminologa Roberta Bruzzone che sarà titolare della rubrica «Striscia criminale» per raccontare «le cose efferate che accadono dietro le quinte delle trasmissioni». Soprattutto, si vedrà Maria De Filippi, inviata a consegnare le «merdine» a chi parcheggia indebitamente nel posto riservato alle persone con disabilità. «Pensavo di doverla convincere, di dover insistere sul fatto che è una cosa interessante anche dal punto di vista sociale», rivela Antonio. «Invece Maria, che avrebbe dovuto rimanere solo un’ora, si è fermata e si è molto divertita».
C’è anche lo spazio per l’orgoglio del grande autore: «Sono 45 anni che faccio trasmissioni di successo, ho più Telegatti di tutti. Conservo soddisfazioni incancellabili», rivela, sbertucciando chi gli dice «poverino» ora che si ritrova «una prima serata su Canale 5. Quello che mi appassiona è fare un buon lavoro, fare una trasmissione satirica e insieme di varietà». Cede con eleganza il testimone dell’access primetime al successore: «Gerry Scotti è bravissimo e La Ruota della fortuna un programma perfetto, rivolto sia a un pubblico giovane che anziano». Ma in coda ci mette un po’ di peperoncino: «Del resto la Settimana enigmistica tiene sveglia la gente nelle Rsa. Mi avevano chiesto di tenermi pronto per metà ottobre nel caso il programma di Gerry avesse toppato». Invece, l’intuizione di far partire il gioco a quiz in anticipo, «mentre la Rai mandava ancora in onda l’esangue Techetechetè, è arrivato come una valanga anche sui pacchi di De Martino. La Rai continua a mandare in onda un programma che induce al gioco d’azzardo». E non dev’essere facile per uno come lui accettare che sia un altro a detronizzare il tradizionale avversario. «Ma noi non siamo una trasmissione vecchia, siamo la trasmissione più giovane e sul pezzo che ci sia», sottolinea Ricci. «Solo l’anno scorso abbiamo mandato in onda più di 20 nuove rubriche e nuovi inviati». Quest’anno rivedremo Luca Abete, Dario Ballantini, Rajae Bezzaz, Antonio Casanova, Jimmy Ghione, Giuseppe Longinotti, Enrico Lucci, Michele Macrì, Francesco Mazza, Moreno Morello e Valerio Staffelli e le rubriche di Cristiano Militello, Barbascura X e Rosaria Rollo.
Sì, Striscia la notizia non striscia più, ma non chiedetele di cambiare titolo.
Continua a leggereRiduci
«The Rip - Soldi sporchi» (Netflix)
The Rip - Soldi sporchi, su Netflix da venerdì 16 gennaio, non può far leva su una trama accattivante. Non stando alla sinossi. Il film, difatti, sembrerebbe svilupparsi su unico asse, quello della diffidenza generata dal bisogno, dalla brama, dall'insorgere improvviso di individualismi ed egoismi. La città è quella di Miami, i protagonisti della vicenda poliziotti, diversi fra loro per grado e anzianità. Avrebbero potuto lavorare in armonia, coesi e determinati a raggiungere uno stesso obiettivo. Invece, una scoperta estemporanea li mette faccia a faccia con le zone d'ombra della natura umana, quelle che avevano portato Hobbes a coniare la celebre definizione di homo homini lupus. All'interno di un deposito abbandonato, senza più nessuno a vegliare il bottino, viene rinvenuta dal gruppo una mole immensa di banconote: denaro contante, per milioni e milioni di dollari. Di lì, l'iter avrebbe dovuto essere codificato, il ritrovamento dei soldi regolarmente denunciato e nuove indagini avviate per scoprirne la provenienza. Tuttavia, The Rip - Soldi sporchi non racconta l'iter procedurale così come la legge imporrebbe si sviluppasse. Racconta altro: la lotta sotterranea che comincia a prendere piete, la voglia - umana, per carità - di mettere le mani su tanta ricchezza, l'ingresso di forze esterne, criminali, decise a recuperare le proprie risorse materiali
The Rip - Soldi sporchi, dunque, racconta quel che tanti film prima di lui hanno raccontato, sperando a fare la differenza non sia la trama o i suoi colpi di scena, ma la bravura del duo scelto come protagonista. Matt Damon e Ben Affleck, la cui amicizia nella vita si è tradotta più volte in una sinergia professionale, sono stati chiamati ad interpretare, rispettivamente, il tenente Dane Dumars e il detective sergente Jd Byrne. Si tratta di un ritorno, di un nuovo progetto condiviso, della speranza che i due bastino a fare la differenza, permettendo alla piattaforma di inaugurare l'anno nel migliore dei modi.
Continua a leggereRiduci