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2018-09-02
Il nunzio sulla lobby gay in Vaticano: «Stanno tentando di pilotare il Papa»
Ansa
A una settimana dalla pubblicazione del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò, l'ex nunzio torna a parlare. Lo fa dalle colonne del portale canadese Lifesitenews, uno dei media che ha pubblicato - con La Verità - il dossier che sta interessando mezzo mondo e fa inquietare la Chiesa. Questa volta si concentra sostanzialmente su due punti, risponde a quanto affermato in un articolo del New York Times del 28 agosto scorso, e ribadisce che lui informò papa Francesco nel 2013 delle sanzioni che Benedetto XVI aveva comminato all'ex cardinale McCarrick.
Jason Horowitz il 28 agosto ha scritto sul New York Times che Ted Cruz, vittima cilena di abusi del clero che ha incontrato il papa a Santa Marta nella primavera scorsa, avrebbe sostenuto che proprio Viganò aveva in qualche modo sabotato il viaggio apostolico di Francesco negli Stati Uniti nel 2015. Lo avrebbe fatto organizzando l'incontro con Kim Davis, segretaria in una contea del Kentucky che era stata imprigionata per aver rifiutato di rilasciare licenze di matrimonio alle coppie gay. Secondo Cruz il Papa gli avrebbe detto che «non sapeva nulla di chi fosse quella donna e lui [monsignor Viganò, allora nunzio in Usa] l'ha intrufolata per salutarmi - e ovviamente ne hanno fatto un'enorme pubblicità». E così, avrebbe concluso il Papa con Cruz, «sono rimasto inorridito e ho licenziato quel nunzio».
L'incontro con la signora Davis in effetti fu una specie di giallo di quel viaggio papale, tanto che l'allora direttore della sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, intervenne per dire che quell'incontro tra il Papa e la funzionaria cristiana che aveva fatto obiezione di coscienza, «non deve essere considerato come un appoggio alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi». Il Papa conosciuto nel mondo per la famosa frase, peraltro mai riportata nella sua completezza, «chi sono io per giudicare un gay» rimaneva così fedele alla linea tracciata; inoltre, proprio durante quel viaggio, Francesco incontrò pubblicamente Yayo Grassi, suo ex allievo gay insieme al compagno Iwan Bagus.
Di fronte alle affermazioni messe in bocca al Papa da Cruz sul New York Times, «mi vedo obbligato», ha scritto Viganò nel suo nuovo intervento, «a raccontare come i fatti si sono realmente svolti». Nella sua versione l'ex nunzio scrive che, al termine della cena in nunziatura a Washington la sera del 23 settembre 2015, sottopose al Papa il caso della signora Davis prospettandogli di poterla incontrare. «Io di queste cose non me ne intendo», avrebbe risposto Francesco, «quindi è bene che lei senta il parere del cardinal Parolin». Viganò racconta quindi di essersi recato la sera stessa («erano già le 21.30») presso l'albergo in cui alloggiava il segretario di Stato e qui aver incontrato cinque persone, tra cui monsignor Angelo Becciu, allora numero due della segreteria, e monsignor Paul Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati. Becciu si disse d'accordo nel far incontrare il Papa con la Davis e poi si accodò anche Gallagher, dopo aver fatto un approfondimento.
«L'indomani mattina», sono parole di Viganò, «dopo la messa che il Papa aveva concelebrato con noi in nunziatura, riferii al Papa il parere positivo dei suoi due principali collaboratori, i quali avrebbero poi riferito al cardinal Parolin del nostro incontro. Il Papa diede quindi il suo consenso, e io organizzai il modo per far venire in nunziatura la Davis senza che nessuno se ne accorgesse, facendola accomodare in un salotto separato». Il resto è storia, nel senso che appena Francesco arrivò a Roma la notizia dell'incontro con la Davis, obiettrice di coscienza per non aver ratificato un matrimonio gay, era su tutti i media. «La sala stampa vaticana», prosegue Viganò nel suo nuovo memoriale, «emise poi un comunicato, senza che mai io fossi consultato dai superiori dalla segreteria di Stato, in cui si affermava che il Papa non aveva mai ricevuto in udienza privata la Davis, e che al massimo avrebbe potuto averla salutata tra molte altre persone prima di partire per New York. A rincarare una versione diversa del vero ci avrebbero poi pensato padre Rosica e padre Lombardi» sul New York Times del 2 ottobre 2015. Lo zelo dei collaboratori del Papa sembra essere speso tutto nel senso di non deragliare da una ipotetica linea gay friendly.
Così almeno racconta Viganò: «L'indomani mattina, verso le 6 ora di Washington - ricordo bene perché ero appena entrato nella cappella della nunziatura - ricevevo una telefonata concitata dal cardinal Parolin, il quale mi disse: “Devi venire subito a Roma perché il Papa è furioso con te". Partii appena mi fu possibile e fui ricevuto dal Papa alla Domus Sanctae Marthae, verso le 7 di sera del 9 ottobre, alla conclusione di una delle sessioni pomeridiane del secondo sinodo sulla famiglia. Il Papa mi ricevette per quasi un'ora, in modo affettuoso e paterno. Si scusò immediatamente con me, per avermi dato questo disturbo di venire a Roma, e si effuse in continui elogi nei miei confronti per come avevo organizzato la sua visita negli Usa, per l'incredibile accoglienza che aveva ricevuto in America, come mai si sarebbe aspettato. Con mia grandissima sorpresa, durante questo lungo incontro, il Papa non menzionò neanche una volta l'udienza con la Davis! Appena terminata la mia udienza con il Papa, telefonai subito al cardinal Parolin, e gli dissi: “Il Papa è stato buonissimo con me. Non una parola di rimprovero, solo elogi per il successo della sua visita negli Usa". Al che, il cardinal Parolin mi rispose: “Non è possibile, perché con me era furioso nei tuoi confronti". Questo il riassunto degli eventi».
«Uno dei due mente: Cruz o il Papa?», si chiede l'ex nunzio. «Quello che è certo è che il Papa sapeva benissimo chi fosse la Davis, e lui e i suoi stretti collaboratori avevano approvato l'udienza privata». Ma è altrettanto evidente, conclude Viganò, «che papa Fracesco ha voluto nascondere l'udienza privata con la prima cittadina americana condannata e imprigionata per obiezione di coscienza».
Una nuova domanda si aggiunge così alle tante che si sono affastellate in questi giorni dopo lo scandalo abusi e il ruolo del cardinale McCarrick, uno scandalo che, più o meno direttamente, ha a che fare con la questione omosessualità nella Chiesa. Appare sempre più chiaro, a prescindere da ogni altra valutazione che si può fare sulla testimonianza di Viganò, che alcuni dei più stretti collaboratori di Francesco sembrano impegnati a fornire una nuova cittadinanza all'omosessualità nella Chiesa, una cittadinanza che va ben oltre il giusto rispetto che si deve a tutte le persone. Il caso Davis sembra un ulteriore esempio della necessità di dover rispettare il politically correct sul tema.
Ma ci sono altre domande inquietanti che sorgono dalla intervista che l'ex nunzio ha concesso a Lifesitenews, a margine di questo nuovo documento sul caso Davis. In tanti hanno provato a screditare le affermazioni di Viganò sulle sanzioni che Benedetto XVI avrebbe comminato al cardinale McCarrick (probabilmente sul finire del 2008) portando come prove apparizioni pubbliche dello stesso McCarrick in varie circostanze, alcune anche con lo stesso nunzio che lo salutava cordialmente. Nella nuova intervista a Lifesitenews, Viganò spiega che «non ero nella posizione di far rispettare [le sanzioni comminate da Benedetto XVI]», ha detto Viganó, «soprattutto perché le misure (sanzioni) concesse a McCarrick (sono state fatte) in modo privato. Questa è stata la decisione di papa Benedetto». Papa Ratzinger aveva scelto questa strada, dice ancora l'ex nunzio, perché «McCarrick era già ritirato, o forse perché Benedetto pensa che egli fosse pronto a obbedire». Al di là di ogni altra considerazione le possibili (e verosimili) sanzioni che il papa Benedetto XVI avrebbe comminato in «segreto» aprono scenari inquietanti. Il National Catholic Register, che cita una fonte vicina al papa emerito si chiede: «Perché le sanzioni di Benedetto XVI contro McCarrick non sono mai state rese pubbliche ma sono state date solo sotto forma di istruzione privata?». E papa Francesco nel 2013 era venuto a conoscenza di queste sanzioni?
Lorenzo Bertocchi
È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco
Quando fu eletto Papa dopo i pontificati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nessuno avrebbe potuto prevedere che, a parti (o a partiti) invertite, Francesco avrebbe affrontato la stessa fronda che aveva ostacolato il suo predecessore Joseph Ratzinger. Ma la sorte, si sa, ha la sua ironia. Così come il «pastore tedesco» dovette patire l'ostilità della sua Germania, oggi Jorge Mario Bergoglio, il quale, in verità, non è amato da tutti neppure in Argentina (sebbene, come documenta il ferocissimo pamphlet Il Papa dittatore, sia stato abile nello scalzare i suoi avversari), rischia di inciampare sui dossier di Oltreoceano.
La denuncia che monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington, ha affidato alla Verità, riguarda una vicenda tutta americana, quella degli abusi sessuali perpetrati da Theodore McCarrick, che fu arcivescovo della capitale statunitense e che l'attuale Pontefice avrebbe lasciato deliberatamente impunito. Il fascicolo, insieme alla clamorosa richiesta rivolta a Francesco di abdicare, ha suscitato grande clamore, aggravando la frattura tra i membri conservatori e quelli progressisti del clero americano. I primi, tra i quali il vescovo di Springfield, John Paprocki, quello di Phoenix, Thomas Olmsted e quello di Madison, Robert Morlino, hanno chiesto che le accuse di Viganò siano prese seriamente. I secondi, a partire dall'erede di McCarrick all'arcidiocesi di Washington, Donald Wuerl, respingono le tesi dell'ex nunzio.
Ma attorno a papa Francesco, dall'altra sponda dell'Oceano si sta stringendo una sorta di tenaglia. E stanno venendo fuori i profondi contrasti che lacerano la Chiesa e che il suo piglio da accentratore non è stato in grado di soffocare. Sul New York Times, Jason Horowitz ha scritto che Viganò si sarebbe vendicato della sua rimozione dalla nunziatura apostolica di Washington, decisa da Francesco (stando alla testimonianza di una vittima di abusi che ha avuto un lungo colloquio con Bergoglio) perché Viganò lo avrebbe messo in imbarazzo durante il suo viaggio apostolico in America, nel 2015, quando il nunzio gli organizzò un incontro con Kim Davis. La donna era una funzionaria pubblica cristiana finita in carcere per essersi rifiutata di registrare un matrimonio omosessuale. Il Papa e la Davis si videro in privato, ma la notizia venne fuori, incrinando l'immagine attentamente creata da molti di un pontefice non certo ostile ai «progressisti» nordamericani. Immagine che lo stesso Francesco (il quale nel 2016 si espresse in tono sostanzialmente contrario nei confronti dell'allora candidato alla Casa Bianca Donald Trump per le sue idee sul muro con il Messico) non è mai parso interessato a contraddire. Tanto che la Santa Sede aveva inizialmente negato che il colloquio con la Davis fosse avvenuto.
Fermo restando che Viganò ha smentito la ricostruzione di Horowitz, rimane il fatto che, dopo averlo sostenuto al Conclave del 2013, forse perché non lo conoscevano bene, o perché si erano lasciati convincere dalla fama di conservatore che Bergoglio si era guadagnato per alcune posizioni pastorali espresse nel continente americano (mentre in Europa è considerato prossimo ai cosiddetti progressisti di San Gallo), molti esponenti della Chiesa statunitense sembrano sempre più insofferenti nei confronti di papa Francesco.
Qualcosa di simile, dicevamo, accadde a Ratzinger. Quando salì al soglio pontificio, la Bild titolò: «Noi siamo Papa». Ma la luna di miele con i connazionali durò poco. A un Paese in cui un terzo della popolazione è cattolico, un terzo protestante e l'altro terzo agnostico, non poteva andare giù il tradizionalismo liturgico di un teologo che, partito da un'entusiastica adesione al Concilio Vaticano II, era poi sceso in polemica con gli eccessi teorizzati da Karl Rahner, mettendo a repentaglio l'ecumenismo cattoluterano che invece incontra il favore della Chiesa tedesca. In primis, quello del cardinale Reinhard Marx. Ad allontanare ancora di più Benedetto XVI dai compatrioti ci furono i suoi tentativi di ricucire con i lefebvriani, gli ultraconservatori della Fraternità sacerdotale San Pio X, dai più bollati alla stregua di neonazisti. E infatti, nel 2009 la cancelliera Angela Merkel chiese spiegazioni alla Santa Sede per il ritiro della scomunica al lefebvriano britannico Richard Williamson, additato quale negazionista dell'Olocausto. In Germania, poi, l'opinione pubblica cominciò a criticare Ratzinger per non aver preso iniziative abbastanza energiche contro la pedofilia, dopo lo scoperchiamento di un vecchio ma clamoroso caso di abusi in un seminario berlinese. Con il senno di poi, magari, i tedeschi si ricrederebbero. Ma quando Benedetto XVI trasformò Ratisbona nel teatro di quella che mezzo mondo islamico considerò una dichiarazione di guerra culturale, e quando criticò il materialismo della Chiesa teutonica (attaccata alla decima che i cittadini versano per obbligo giuridico nelle sue casse quanto poco salda su morale e liturgia), di nemici se ne fece davvero troppi. Nessuno è profeta in patria. E Bergoglio, Papa del Nuovo Mondo, rischia di non esserlo oggi in tutto il suo continente.
Alessandro Rico
«Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma
Se, come sostiene l'arcivescovo Carlo Maria Viganò nel suo memoriale pubblicato dalla Verità il 26 agosto, l'ex cardinale Theodore McCarrick era stato sanzionato da Benedetto XVI nel 2009 o nel 2010, perché l'allora porporato americano, che a luglio ha rinunciato al cardinalato dopo essere stato accusato di molestie sessuali, non ha mai rispettato le disposizioni di Ratzinger?
È solo uno dei tanti dubbi che sono stati sollevati dopo l'uscita del memoriale per screditare Viganò , ed è un punto sul quale l'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti ha voluto far chiarezza personalmente parlando al sito internet americano LifeSiteNews. Viganò nel memoriale scrive che il Papa emerito aveva intimato all'ex cardinale di lasciare il seminario in cui risiedeva e gli aveva proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l'obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
«Io non ero nella posizione di far rispettare le misure», spiega monsignor Viganò, «soprattutto perché erano state inflitte a McCarrick privatamente. Questa era stata la decisione di papa Benedetto». Ratzinger, continua l'arcivescovo, aveva probabilmente agito in questo modo perché «McCarrick era già in pensione» o «pensando che McCarrick fosse pronto a obbedire». L'ex arcivescovo di Washington non era affatto pronto, invece. Come si può vedere in un filmato pubblicato il 29 agosto dalla Catholic News Service, agenzia indipendente legata alla Conferenza episcopale Usa, nel 2011 McCarrick parlava a nome dei vescovi americani davanti al Congresso, nel 2012 durante una visita ad limina concelebrava con Benedetto XVI a Roma e parlava con lui. Infine, sempre nel 2012, partecipava a un evento organizzato in suo onore dalle Pontificie opere missionarie, nel quale intervenne anche Viganò.
L'ex nunzio, che ha ricoperto il ruolo dal 2011 al 2016, spiega a proposito dell'incontro tra Ratzinger e McCarrick: «Potete immaginarvi papa Benedetto, mite com'era di carattere, dire davanti a tutti gli altri vescovi: “Che ci fai qui?"». Allo stesso modo, a proposito dell'evento del 2012, Viganò aggiunge che in quella situazione «non potevo dire: “Che cosa ci fai qui?". Potete immaginarvelo? Nessuno sapeva delle sanzioni, che erano state comminate durante un incontro privato».
Secondo quanto riferito al National Catholic Register da una «fonte affidabile» e molto vicina a Benedetto XVI, e che ha potuto parlare con lui, il Papa emerito era a conoscenza delle accuse di abuso di seminaristi da parte di McCarrick. Per questo prese effettivamente provvedimenti, perché «era noto che fosse un omosessuale». Secondo quanto lo stesso Benedetto può ricordare, «l'istruzione era essenzialmente che McCarrick doveva tenere un profilo basso. Non c'era stato un decreto formale, ma solo una richiesta privata».
Questa testimonianza confermerebbe nella sostanza il memoriale di Viganò: Benedetto XVI chiese personalmente e privatamente a McCarrick di vivere ritirato e lontano dal seminario, doveva aveva molestato seminaristi e giovani sacerdoti, ma l'ex cardinale si rifiutò di obbedire.
Leone Grotti
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Il monsignore Carlo Maria Viganò cita un episodio emblematico: negli Usa fece incontrare Bergoglio e un'impiegata incarcerata per non aver ratificato nozze omosex. A Roma però provarono (invano) a oscurare il fatto, giudicato scomodo.È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco. Negli Stati Uniti un coro di vescovi «conservatori» chiede pulizia nel clero romano. Rappresentano per il Pontefice ciò che la Germania rappresentò per il predecessore.«Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma. La rivelazione sui media esteri: «Non fu un decreto formale, ma una richiesta privata» .Lo speciale contiene tre articoli.A una settimana dalla pubblicazione del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò, l'ex nunzio torna a parlare. Lo fa dalle colonne del portale canadese Lifesitenews, uno dei media che ha pubblicato - con La Verità - il dossier che sta interessando mezzo mondo e fa inquietare la Chiesa. Questa volta si concentra sostanzialmente su due punti, risponde a quanto affermato in un articolo del New York Times del 28 agosto scorso, e ribadisce che lui informò papa Francesco nel 2013 delle sanzioni che Benedetto XVI aveva comminato all'ex cardinale McCarrick.Jason Horowitz il 28 agosto ha scritto sul New York Times che Ted Cruz, vittima cilena di abusi del clero che ha incontrato il papa a Santa Marta nella primavera scorsa, avrebbe sostenuto che proprio Viganò aveva in qualche modo sabotato il viaggio apostolico di Francesco negli Stati Uniti nel 2015. Lo avrebbe fatto organizzando l'incontro con Kim Davis, segretaria in una contea del Kentucky che era stata imprigionata per aver rifiutato di rilasciare licenze di matrimonio alle coppie gay. Secondo Cruz il Papa gli avrebbe detto che «non sapeva nulla di chi fosse quella donna e lui [monsignor Viganò, allora nunzio in Usa] l'ha intrufolata per salutarmi - e ovviamente ne hanno fatto un'enorme pubblicità». E così, avrebbe concluso il Papa con Cruz, «sono rimasto inorridito e ho licenziato quel nunzio».L'incontro con la signora Davis in effetti fu una specie di giallo di quel viaggio papale, tanto che l'allora direttore della sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, intervenne per dire che quell'incontro tra il Papa e la funzionaria cristiana che aveva fatto obiezione di coscienza, «non deve essere considerato come un appoggio alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi». Il Papa conosciuto nel mondo per la famosa frase, peraltro mai riportata nella sua completezza, «chi sono io per giudicare un gay» rimaneva così fedele alla linea tracciata; inoltre, proprio durante quel viaggio, Francesco incontrò pubblicamente Yayo Grassi, suo ex allievo gay insieme al compagno Iwan Bagus.Di fronte alle affermazioni messe in bocca al Papa da Cruz sul New York Times, «mi vedo obbligato», ha scritto Viganò nel suo nuovo intervento, «a raccontare come i fatti si sono realmente svolti». Nella sua versione l'ex nunzio scrive che, al termine della cena in nunziatura a Washington la sera del 23 settembre 2015, sottopose al Papa il caso della signora Davis prospettandogli di poterla incontrare. «Io di queste cose non me ne intendo», avrebbe risposto Francesco, «quindi è bene che lei senta il parere del cardinal Parolin». Viganò racconta quindi di essersi recato la sera stessa («erano già le 21.30») presso l'albergo in cui alloggiava il segretario di Stato e qui aver incontrato cinque persone, tra cui monsignor Angelo Becciu, allora numero due della segreteria, e monsignor Paul Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati. Becciu si disse d'accordo nel far incontrare il Papa con la Davis e poi si accodò anche Gallagher, dopo aver fatto un approfondimento. «L'indomani mattina», sono parole di Viganò, «dopo la messa che il Papa aveva concelebrato con noi in nunziatura, riferii al Papa il parere positivo dei suoi due principali collaboratori, i quali avrebbero poi riferito al cardinal Parolin del nostro incontro. Il Papa diede quindi il suo consenso, e io organizzai il modo per far venire in nunziatura la Davis senza che nessuno se ne accorgesse, facendola accomodare in un salotto separato». Il resto è storia, nel senso che appena Francesco arrivò a Roma la notizia dell'incontro con la Davis, obiettrice di coscienza per non aver ratificato un matrimonio gay, era su tutti i media. «La sala stampa vaticana», prosegue Viganò nel suo nuovo memoriale, «emise poi un comunicato, senza che mai io fossi consultato dai superiori dalla segreteria di Stato, in cui si affermava che il Papa non aveva mai ricevuto in udienza privata la Davis, e che al massimo avrebbe potuto averla salutata tra molte altre persone prima di partire per New York. A rincarare una versione diversa del vero ci avrebbero poi pensato padre Rosica e padre Lombardi» sul New York Times del 2 ottobre 2015. Lo zelo dei collaboratori del Papa sembra essere speso tutto nel senso di non deragliare da una ipotetica linea gay friendly.Così almeno racconta Viganò: «L'indomani mattina, verso le 6 ora di Washington - ricordo bene perché ero appena entrato nella cappella della nunziatura - ricevevo una telefonata concitata dal cardinal Parolin, il quale mi disse: “Devi venire subito a Roma perché il Papa è furioso con te". Partii appena mi fu possibile e fui ricevuto dal Papa alla Domus Sanctae Marthae, verso le 7 di sera del 9 ottobre, alla conclusione di una delle sessioni pomeridiane del secondo sinodo sulla famiglia. Il Papa mi ricevette per quasi un'ora, in modo affettuoso e paterno. Si scusò immediatamente con me, per avermi dato questo disturbo di venire a Roma, e si effuse in continui elogi nei miei confronti per come avevo organizzato la sua visita negli Usa, per l'incredibile accoglienza che aveva ricevuto in America, come mai si sarebbe aspettato. Con mia grandissima sorpresa, durante questo lungo incontro, il Papa non menzionò neanche una volta l'udienza con la Davis! Appena terminata la mia udienza con il Papa, telefonai subito al cardinal Parolin, e gli dissi: “Il Papa è stato buonissimo con me. Non una parola di rimprovero, solo elogi per il successo della sua visita negli Usa". Al che, il cardinal Parolin mi rispose: “Non è possibile, perché con me era furioso nei tuoi confronti". Questo il riassunto degli eventi». «Uno dei due mente: Cruz o il Papa?», si chiede l'ex nunzio. «Quello che è certo è che il Papa sapeva benissimo chi fosse la Davis, e lui e i suoi stretti collaboratori avevano approvato l'udienza privata». Ma è altrettanto evidente, conclude Viganò, «che papa Fracesco ha voluto nascondere l'udienza privata con la prima cittadina americana condannata e imprigionata per obiezione di coscienza».Una nuova domanda si aggiunge così alle tante che si sono affastellate in questi giorni dopo lo scandalo abusi e il ruolo del cardinale McCarrick, uno scandalo che, più o meno direttamente, ha a che fare con la questione omosessualità nella Chiesa. Appare sempre più chiaro, a prescindere da ogni altra valutazione che si può fare sulla testimonianza di Viganò, che alcuni dei più stretti collaboratori di Francesco sembrano impegnati a fornire una nuova cittadinanza all'omosessualità nella Chiesa, una cittadinanza che va ben oltre il giusto rispetto che si deve a tutte le persone. Il caso Davis sembra un ulteriore esempio della necessità di dover rispettare il politically correct sul tema. Ma ci sono altre domande inquietanti che sorgono dalla intervista che l'ex nunzio ha concesso a Lifesitenews, a margine di questo nuovo documento sul caso Davis. In tanti hanno provato a screditare le affermazioni di Viganò sulle sanzioni che Benedetto XVI avrebbe comminato al cardinale McCarrick (probabilmente sul finire del 2008) portando come prove apparizioni pubbliche dello stesso McCarrick in varie circostanze, alcune anche con lo stesso nunzio che lo salutava cordialmente. Nella nuova intervista a Lifesitenews, Viganò spiega che «non ero nella posizione di far rispettare [le sanzioni comminate da Benedetto XVI]», ha detto Viganó, «soprattutto perché le misure (sanzioni) concesse a McCarrick (sono state fatte) in modo privato. Questa è stata la decisione di papa Benedetto». Papa Ratzinger aveva scelto questa strada, dice ancora l'ex nunzio, perché «McCarrick era già ritirato, o forse perché Benedetto pensa che egli fosse pronto a obbedire». Al di là di ogni altra considerazione le possibili (e verosimili) sanzioni che il papa Benedetto XVI avrebbe comminato in «segreto» aprono scenari inquietanti. Il National Catholic Register, che cita una fonte vicina al papa emerito si chiede: «Perché le sanzioni di Benedetto XVI contro McCarrick non sono mai state rese pubbliche ma sono state date solo sotto forma di istruzione privata?». E papa Francesco nel 2013 era venuto a conoscenza di queste sanzioni?Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nunzio-sulla-lobby-gay-in-vaticano-stanno-tentando-di-pilotare-il-papa-2601086937.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-dalla-chiesa-americana-che-arrivano-le-critiche-piu-scomode-per-francesco" data-post-id="2601086937" data-published-at="1780553167" data-use-pagination="False"> È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco Quando fu eletto Papa dopo i pontificati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nessuno avrebbe potuto prevedere che, a parti (o a partiti) invertite, Francesco avrebbe affrontato la stessa fronda che aveva ostacolato il suo predecessore Joseph Ratzinger. Ma la sorte, si sa, ha la sua ironia. Così come il «pastore tedesco» dovette patire l'ostilità della sua Germania, oggi Jorge Mario Bergoglio, il quale, in verità, non è amato da tutti neppure in Argentina (sebbene, come documenta il ferocissimo pamphlet Il Papa dittatore, sia stato abile nello scalzare i suoi avversari), rischia di inciampare sui dossier di Oltreoceano. La denuncia che monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington, ha affidato alla Verità, riguarda una vicenda tutta americana, quella degli abusi sessuali perpetrati da Theodore McCarrick, che fu arcivescovo della capitale statunitense e che l'attuale Pontefice avrebbe lasciato deliberatamente impunito. Il fascicolo, insieme alla clamorosa richiesta rivolta a Francesco di abdicare, ha suscitato grande clamore, aggravando la frattura tra i membri conservatori e quelli progressisti del clero americano. I primi, tra i quali il vescovo di Springfield, John Paprocki, quello di Phoenix, Thomas Olmsted e quello di Madison, Robert Morlino, hanno chiesto che le accuse di Viganò siano prese seriamente. I secondi, a partire dall'erede di McCarrick all'arcidiocesi di Washington, Donald Wuerl, respingono le tesi dell'ex nunzio. Ma attorno a papa Francesco, dall'altra sponda dell'Oceano si sta stringendo una sorta di tenaglia. E stanno venendo fuori i profondi contrasti che lacerano la Chiesa e che il suo piglio da accentratore non è stato in grado di soffocare. Sul New York Times, Jason Horowitz ha scritto che Viganò si sarebbe vendicato della sua rimozione dalla nunziatura apostolica di Washington, decisa da Francesco (stando alla testimonianza di una vittima di abusi che ha avuto un lungo colloquio con Bergoglio) perché Viganò lo avrebbe messo in imbarazzo durante il suo viaggio apostolico in America, nel 2015, quando il nunzio gli organizzò un incontro con Kim Davis. La donna era una funzionaria pubblica cristiana finita in carcere per essersi rifiutata di registrare un matrimonio omosessuale. Il Papa e la Davis si videro in privato, ma la notizia venne fuori, incrinando l'immagine attentamente creata da molti di un pontefice non certo ostile ai «progressisti» nordamericani. Immagine che lo stesso Francesco (il quale nel 2016 si espresse in tono sostanzialmente contrario nei confronti dell'allora candidato alla Casa Bianca Donald Trump per le sue idee sul muro con il Messico) non è mai parso interessato a contraddire. Tanto che la Santa Sede aveva inizialmente negato che il colloquio con la Davis fosse avvenuto. Fermo restando che Viganò ha smentito la ricostruzione di Horowitz, rimane il fatto che, dopo averlo sostenuto al Conclave del 2013, forse perché non lo conoscevano bene, o perché si erano lasciati convincere dalla fama di conservatore che Bergoglio si era guadagnato per alcune posizioni pastorali espresse nel continente americano (mentre in Europa è considerato prossimo ai cosiddetti progressisti di San Gallo), molti esponenti della Chiesa statunitense sembrano sempre più insofferenti nei confronti di papa Francesco. Qualcosa di simile, dicevamo, accadde a Ratzinger. Quando salì al soglio pontificio, la Bild titolò: «Noi siamo Papa». Ma la luna di miele con i connazionali durò poco. A un Paese in cui un terzo della popolazione è cattolico, un terzo protestante e l'altro terzo agnostico, non poteva andare giù il tradizionalismo liturgico di un teologo che, partito da un'entusiastica adesione al Concilio Vaticano II, era poi sceso in polemica con gli eccessi teorizzati da Karl Rahner, mettendo a repentaglio l'ecumenismo cattoluterano che invece incontra il favore della Chiesa tedesca. In primis, quello del cardinale Reinhard Marx. Ad allontanare ancora di più Benedetto XVI dai compatrioti ci furono i suoi tentativi di ricucire con i lefebvriani, gli ultraconservatori della Fraternità sacerdotale San Pio X, dai più bollati alla stregua di neonazisti. E infatti, nel 2009 la cancelliera Angela Merkel chiese spiegazioni alla Santa Sede per il ritiro della scomunica al lefebvriano britannico Richard Williamson, additato quale negazionista dell'Olocausto. In Germania, poi, l'opinione pubblica cominciò a criticare Ratzinger per non aver preso iniziative abbastanza energiche contro la pedofilia, dopo lo scoperchiamento di un vecchio ma clamoroso caso di abusi in un seminario berlinese. Con il senno di poi, magari, i tedeschi si ricrederebbero. Ma quando Benedetto XVI trasformò Ratisbona nel teatro di quella che mezzo mondo islamico considerò una dichiarazione di guerra culturale, e quando criticò il materialismo della Chiesa teutonica (attaccata alla decima che i cittadini versano per obbligo giuridico nelle sue casse quanto poco salda su morale e liturgia), di nemici se ne fece davvero troppi. Nessuno è profeta in patria. E Bergoglio, Papa del Nuovo Mondo, rischia di non esserlo oggi in tutto il suo continente. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nunzio-sulla-lobby-gay-in-vaticano-stanno-tentando-di-pilotare-il-papa-2601086937.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="benedetto-sanziono-mccarrick-fonte-vicina-a-ratzinger-conferma" data-post-id="2601086937" data-published-at="1780553167" data-use-pagination="False"> «Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma Se, come sostiene l'arcivescovo Carlo Maria Viganò nel suo memoriale pubblicato dalla Verità il 26 agosto, l'ex cardinale Theodore McCarrick era stato sanzionato da Benedetto XVI nel 2009 o nel 2010, perché l'allora porporato americano, che a luglio ha rinunciato al cardinalato dopo essere stato accusato di molestie sessuali, non ha mai rispettato le disposizioni di Ratzinger? È solo uno dei tanti dubbi che sono stati sollevati dopo l'uscita del memoriale per screditare Viganò , ed è un punto sul quale l'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti ha voluto far chiarezza personalmente parlando al sito internet americano LifeSiteNews. Viganò nel memoriale scrive che il Papa emerito aveva intimato all'ex cardinale di lasciare il seminario in cui risiedeva e gli aveva proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l'obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza. «Io non ero nella posizione di far rispettare le misure», spiega monsignor Viganò, «soprattutto perché erano state inflitte a McCarrick privatamente. Questa era stata la decisione di papa Benedetto». Ratzinger, continua l'arcivescovo, aveva probabilmente agito in questo modo perché «McCarrick era già in pensione» o «pensando che McCarrick fosse pronto a obbedire». L'ex arcivescovo di Washington non era affatto pronto, invece. Come si può vedere in un filmato pubblicato il 29 agosto dalla Catholic News Service, agenzia indipendente legata alla Conferenza episcopale Usa, nel 2011 McCarrick parlava a nome dei vescovi americani davanti al Congresso, nel 2012 durante una visita ad limina concelebrava con Benedetto XVI a Roma e parlava con lui. Infine, sempre nel 2012, partecipava a un evento organizzato in suo onore dalle Pontificie opere missionarie, nel quale intervenne anche Viganò. L'ex nunzio, che ha ricoperto il ruolo dal 2011 al 2016, spiega a proposito dell'incontro tra Ratzinger e McCarrick: «Potete immaginarvi papa Benedetto, mite com'era di carattere, dire davanti a tutti gli altri vescovi: “Che ci fai qui?"». Allo stesso modo, a proposito dell'evento del 2012, Viganò aggiunge che in quella situazione «non potevo dire: “Che cosa ci fai qui?". Potete immaginarvelo? Nessuno sapeva delle sanzioni, che erano state comminate durante un incontro privato». Secondo quanto riferito al National Catholic Register da una «fonte affidabile» e molto vicina a Benedetto XVI, e che ha potuto parlare con lui, il Papa emerito era a conoscenza delle accuse di abuso di seminaristi da parte di McCarrick. Per questo prese effettivamente provvedimenti, perché «era noto che fosse un omosessuale». Secondo quanto lo stesso Benedetto può ricordare, «l'istruzione era essenzialmente che McCarrick doveva tenere un profilo basso. Non c'era stato un decreto formale, ma solo una richiesta privata». Questa testimonianza confermerebbe nella sostanza il memoriale di Viganò: Benedetto XVI chiese personalmente e privatamente a McCarrick di vivere ritirato e lontano dal seminario, doveva aveva molestato seminaristi e giovani sacerdoti, ma l'ex cardinale si rifiutò di obbedire. Leone Grotti
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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Erri De Luca (Imagoeconomica)
Hanno danzato sul filo dell’ortodossia politica, e ogni volta che con una frase si sono resi conto di sconfinare sono corsi a precisarla, a limarla, a modificarla in un continuo gioco di negazioni e smentite: un fenomenale Lago dei cigni della correttezza politica. Solo che in quel lago gli intellettuali hanno tirato sassi e pietroni, salvo poi - come prevedibile - ritrarre la mano.
L’ultimo capitolo della saga è forse il più emblematico. A sentire le parti, non è accaduto nulla. Non vi è dissidio, non vi è censura, non vi è niente: il vuoto. Sembra una riedizione delle purghe sovietiche: la gente spariva, ma niente cambiava, non era accaduto nulla, l’assente semplicemente non esisteva, non era mai stato. Ecco dunque che Erri De Luca dichiara al Corriere della Sera: «Per me non è successo niente». E ribadisce: «Niente di che». Però qualcosa è successo, e cioè che lo scrittore e traduttore è stato cacciato dalla rassegna Salerno letteratura. Avrebbe dovuto tenere la prolusione, il discorso introduttivo del festival. Ma gli organizzatori hanno deciso di ritirare l’invito. Anche per la direzione della kermesse, tuttavia, non è successo niente. «Nessuna censura», dice al Mattino uno dei due artistici, Gennaro Carillo, docente di Dottrine politiche all’università Suor Orsola Benincasa. Ma la censura, piaccia o no, c’è stata.
E in effetti Carillo deve in parte ammetterlo: «Abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria anche per evitare strumentalizzazioni. La prolusione che detta un po’ la linea al festival implica una certa identità di vedute, con chi te la commissiona, quantomeno rispetto alla più tragica delle evidenze: i morti civili di Gaza». Evitare strumentalizzazioni. Ma da parte di chi? E come? Fantastico: censurano, ma a strumentalizzare sono sempre gli altri.
In fondo è questo il punto centrale di tutta la vicenda che ha coinvolto Erri De Luca e, di rimbalzo, l’intera sinistra. Nessuno ha avuto fino in fondo il coraggio delle proprie azioni e dei propri pensieri. Ciascuno ha agito, ma poi ha negato di averlo fatto. Ciascuno ha preso posizione, ma l’ha subito rinnegata per timore di rimediare brutte figure e perdere prestigio.
Tutto è iniziato quando De Luca ha partecipato al festival degli Scrittori di Gerusalemme e per l’occasione ha rilasciato una intervista al giornale Israel Hayom, pronunciando alcune parole che non avrebbe dovuto proferire. «In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione», ha detto De Luca. «Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui [...] è già sionista per questo fatto stesso».
Lo scrittore campano non si è fermato lì. Anzi ha aggiunto alcune considerazioni sulla questione palestinese: «So benissimo cosa sia un genocidio e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso [...] la popolazione paga sempre il prezzo più alto».
Infine, dal palco della rassegna di Gerusalemme, De Luca ha assestato il colpo finale: «Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas», ha dichiarato. «Che però non osa dirlo - dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese».
In realtà, al festival israeliano De Luca era stato anche piuttosto critico nei riguardi del governo Netanyahu. Ha detto che la guerra in corso avrebbe potuto rappresentare un grande cambiamento: «Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace - non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom».
Insomma, far passare De Luca come un sostenitore del massacro dei palestinesi o un fan di Netanyahu è per lo meno scorretto, se non peggio. Eppure, non appena stralci della sua intervista sono usciti in Italia, è esattamente così che lo hanno descritto i suoi (ex) amici di sinistra. Praticamente da ogni parte sono piovuti strali indignatissimi contro lo scrittore, che da venerato maestro arbasiniano si è tramutato nel proverbiale solito stronzo. Succede spesso, fra i progressisti: basta un minimo scostamento dalla linea ufficiale del partito unico degli intellettuali per essere spediti al rogo. È un rogo simbolico, per carità, ma non privo di conseguenze: si perdono soldi, incarichi, spazi, credibilità. Si viene messi al bando come ai tempi di Stalin.
Forse nel timore della gogna e delle relative ricadute professionali, De Luca ha cercato di correggere il tiro. Ha precisato che per lui essere sionista significa soltanto difendere il diritto a esistere di Israele. Ha rimarcato il suo fastidio nei riguardi del governo Netanyahu. Ma non c’è stato niente da fare. Così funziona il pensiero unico: bisogna parlare del tema che gli intellettuali di regime hanno selezionato e bisogna farlo negli esatti termini da loro indicati, altrimenti si finisce male.
E De Luca è finito male. Era un eroe quando difendeva le ragioni dell’Ucraina e ancora di più quando invocava il sabotaggio della Tav. Ora lo cacciano dal festival di Salerno. Lui, a differenza di quanto fatto in passato (nello specifico con la Tav), ha provato a rimangiarsi almeno in parte le uscite improvvide, ma non ci è riuscito. E adesso minimizza: «Non sarò a Salerno per motivi personali, anzi sono abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta. Non faccio alcuna polemica con manifestazione che ha problemi a ricevermi».
Peggio di De Luca sono, decisamente, i suoi colleghi. I quali hanno agito per riflesso condizionato: censura, mordacchia, bando. Non c’è illustre intellettuale progressista che si sia sottratto all’unanime denigrazione del traditore: tutti, in serie, hanno girato il pollice verso il basso (anche per timore che poi potesse toccare a uno di loro la gita al patibolo).
Quanto ai direttori artistici del festival salernitano, beh, lì si raggiunge l’apice dell’ipocrisia, dato che non hanno nemmeno il coraggio di dirla tutta: hanno cacciato Erri, ma appunto sostengono che non vi sia censura. Sullo sfondo l’altro De Luca - Vincenzo, sindaco di Salerno - aleggia silente e lascia che gli intellettuali organici si macellino fra loro.
Il punto, vedete, non è nemmeno capire se De Luca abbia ragione o meno. La ragione qui non conta un fico secco. Conta conformarsi, obbedire prontamente, a prescindere dalla causa. Certo anche la destra, ultimamente, ha dato prova di mal tollerare il dissenso, e non abbiamo mancato di farlo notare. Ma a sinistra alligna il vero professionismo della censura. La quale, in effetti, ormai è la norma. Tant’è che la esercitano e poi dicono: non è successo niente. In effetti non fa quasi più notizia.
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Emanuele Fisicaro, uno dei tre legali di Nicole Minetti (Imagoeconomica)
A spiegarlo è il comunicato firmato il 3 giugno dalla procuratrice generale Francesca Nanni e trasmesso al ministro della Giustizia e poi al Quirinale.
Proprio da qui potrebbe aprirsi un secondo fronte. I legali - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno preso atto dell’esito delle verifiche e hanno confermato le iniziative per il risarcimento dei danni. Le prime richieste riguardano oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, comprese le edizioni online, e la puntata di Report del 3 maggio (oltre a quella di Cartabianca del 28 aprile). Il danno, spiegano, è legato soprattutto al pregiudizio arrecato al minore: nelle prossime settimane è fissato il primo incontro per la mediazione. Non solo. I legali si riservano anche ulteriori iniziative, comprese quelle penali, cioè le denunce per diffamazione.
Del resto il comunicato della Procura ricostruisce l’iter e non lascia margini di interpretazione. La domanda di grazia era stata presentata al ministro della Giustizia, poi trasmessa alla Procura generale per l’istruttoria. Milano aveva svolto gli accertamenti, formulato le proprie osservazioni e inviato il fascicolo al ministero. Dopo gli articoli del Fatto, il Quirinale aveva chiesto al ministro di acquisire informazioni urgenti. A quel punto sono stati delegati nuovi accertamenti a Carabinieri e Interpol.
Il risultato è il cuore del documento firmato dalla procura generale: non sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito nel procedimento di grazia. Al contrario, la Procura elenca una serie di conferme sui punti contestati: adozione, condizioni cliniche del minore, assenza di pendenze all’estero, profilo personale di Minetti e accuse sul suo stile di vita recente.
Sull’adozione, la Procura scrive che non emergono irregolarità nel procedimento, già riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Precisa inoltre che, contrariamente a quanto riportato dal Fatto quotidiano, il legale morto in Uruguay non era il legale dei genitori biologici, ma il legale del minore, favorevole all’adozione. Nel procedimento non vi fu alcuna battaglia legale: i genitori naturali non si costituirono, furono rappresentati da un difensore d’ufficio e la madre biologica risultò da sempre irreperibile.
Anche sulla morte del legale uruguaiano la Procura è esplicita: il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito che non vi sono ipotesi di reato.
Sul fronte sanitario, il comunicato conferma il grave quadro clinico del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, e la necessità della presenza della madre in occasione di controlli e terapie. Confermati anche i consulti presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia.
Quanto a Minetti, la Procura scrive che non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay e in Spagna, né a suo carico né a carico di Giuseppe Cipriani. Risultano inoltre confermati il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.
La nota affronta infine le accuse della massaggiatrice, prima in forma anonima e poi con nome e cognome, su presunte feste con droga e sesso a cui Minetti avrebbe partecipato negli ultimi anni. Secondo la Procura, quelle affermazioni risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede di indagini difensive sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti.
Non è stata disposta una rogatoria internazionale. La Procura spiega che il trattato di cooperazione giudiziaria penale tra Italia e Uruguay riguarda l’acquisizione di prove in un procedimento penale.
Ora il confronto può spostarsi nelle aule di giustizia. Il punto sarà se le notizie pubblicate fossero vere, verificate e raccontate nei limiti del diritto di cronaca.
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