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2018-09-02
Il nunzio sulla lobby gay in Vaticano: «Stanno tentando di pilotare il Papa»
Ansa
A una settimana dalla pubblicazione del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò, l'ex nunzio torna a parlare. Lo fa dalle colonne del portale canadese Lifesitenews, uno dei media che ha pubblicato - con La Verità - il dossier che sta interessando mezzo mondo e fa inquietare la Chiesa. Questa volta si concentra sostanzialmente su due punti, risponde a quanto affermato in un articolo del New York Times del 28 agosto scorso, e ribadisce che lui informò papa Francesco nel 2013 delle sanzioni che Benedetto XVI aveva comminato all'ex cardinale McCarrick.
Jason Horowitz il 28 agosto ha scritto sul New York Times che Ted Cruz, vittima cilena di abusi del clero che ha incontrato il papa a Santa Marta nella primavera scorsa, avrebbe sostenuto che proprio Viganò aveva in qualche modo sabotato il viaggio apostolico di Francesco negli Stati Uniti nel 2015. Lo avrebbe fatto organizzando l'incontro con Kim Davis, segretaria in una contea del Kentucky che era stata imprigionata per aver rifiutato di rilasciare licenze di matrimonio alle coppie gay. Secondo Cruz il Papa gli avrebbe detto che «non sapeva nulla di chi fosse quella donna e lui [monsignor Viganò, allora nunzio in Usa] l'ha intrufolata per salutarmi - e ovviamente ne hanno fatto un'enorme pubblicità». E così, avrebbe concluso il Papa con Cruz, «sono rimasto inorridito e ho licenziato quel nunzio».
L'incontro con la signora Davis in effetti fu una specie di giallo di quel viaggio papale, tanto che l'allora direttore della sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, intervenne per dire che quell'incontro tra il Papa e la funzionaria cristiana che aveva fatto obiezione di coscienza, «non deve essere considerato come un appoggio alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi». Il Papa conosciuto nel mondo per la famosa frase, peraltro mai riportata nella sua completezza, «chi sono io per giudicare un gay» rimaneva così fedele alla linea tracciata; inoltre, proprio durante quel viaggio, Francesco incontrò pubblicamente Yayo Grassi, suo ex allievo gay insieme al compagno Iwan Bagus.
Di fronte alle affermazioni messe in bocca al Papa da Cruz sul New York Times, «mi vedo obbligato», ha scritto Viganò nel suo nuovo intervento, «a raccontare come i fatti si sono realmente svolti». Nella sua versione l'ex nunzio scrive che, al termine della cena in nunziatura a Washington la sera del 23 settembre 2015, sottopose al Papa il caso della signora Davis prospettandogli di poterla incontrare. «Io di queste cose non me ne intendo», avrebbe risposto Francesco, «quindi è bene che lei senta il parere del cardinal Parolin». Viganò racconta quindi di essersi recato la sera stessa («erano già le 21.30») presso l'albergo in cui alloggiava il segretario di Stato e qui aver incontrato cinque persone, tra cui monsignor Angelo Becciu, allora numero due della segreteria, e monsignor Paul Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati. Becciu si disse d'accordo nel far incontrare il Papa con la Davis e poi si accodò anche Gallagher, dopo aver fatto un approfondimento.
«L'indomani mattina», sono parole di Viganò, «dopo la messa che il Papa aveva concelebrato con noi in nunziatura, riferii al Papa il parere positivo dei suoi due principali collaboratori, i quali avrebbero poi riferito al cardinal Parolin del nostro incontro. Il Papa diede quindi il suo consenso, e io organizzai il modo per far venire in nunziatura la Davis senza che nessuno se ne accorgesse, facendola accomodare in un salotto separato». Il resto è storia, nel senso che appena Francesco arrivò a Roma la notizia dell'incontro con la Davis, obiettrice di coscienza per non aver ratificato un matrimonio gay, era su tutti i media. «La sala stampa vaticana», prosegue Viganò nel suo nuovo memoriale, «emise poi un comunicato, senza che mai io fossi consultato dai superiori dalla segreteria di Stato, in cui si affermava che il Papa non aveva mai ricevuto in udienza privata la Davis, e che al massimo avrebbe potuto averla salutata tra molte altre persone prima di partire per New York. A rincarare una versione diversa del vero ci avrebbero poi pensato padre Rosica e padre Lombardi» sul New York Times del 2 ottobre 2015. Lo zelo dei collaboratori del Papa sembra essere speso tutto nel senso di non deragliare da una ipotetica linea gay friendly.
Così almeno racconta Viganò: «L'indomani mattina, verso le 6 ora di Washington - ricordo bene perché ero appena entrato nella cappella della nunziatura - ricevevo una telefonata concitata dal cardinal Parolin, il quale mi disse: “Devi venire subito a Roma perché il Papa è furioso con te". Partii appena mi fu possibile e fui ricevuto dal Papa alla Domus Sanctae Marthae, verso le 7 di sera del 9 ottobre, alla conclusione di una delle sessioni pomeridiane del secondo sinodo sulla famiglia. Il Papa mi ricevette per quasi un'ora, in modo affettuoso e paterno. Si scusò immediatamente con me, per avermi dato questo disturbo di venire a Roma, e si effuse in continui elogi nei miei confronti per come avevo organizzato la sua visita negli Usa, per l'incredibile accoglienza che aveva ricevuto in America, come mai si sarebbe aspettato. Con mia grandissima sorpresa, durante questo lungo incontro, il Papa non menzionò neanche una volta l'udienza con la Davis! Appena terminata la mia udienza con il Papa, telefonai subito al cardinal Parolin, e gli dissi: “Il Papa è stato buonissimo con me. Non una parola di rimprovero, solo elogi per il successo della sua visita negli Usa". Al che, il cardinal Parolin mi rispose: “Non è possibile, perché con me era furioso nei tuoi confronti". Questo il riassunto degli eventi».
«Uno dei due mente: Cruz o il Papa?», si chiede l'ex nunzio. «Quello che è certo è che il Papa sapeva benissimo chi fosse la Davis, e lui e i suoi stretti collaboratori avevano approvato l'udienza privata». Ma è altrettanto evidente, conclude Viganò, «che papa Fracesco ha voluto nascondere l'udienza privata con la prima cittadina americana condannata e imprigionata per obiezione di coscienza».
Una nuova domanda si aggiunge così alle tante che si sono affastellate in questi giorni dopo lo scandalo abusi e il ruolo del cardinale McCarrick, uno scandalo che, più o meno direttamente, ha a che fare con la questione omosessualità nella Chiesa. Appare sempre più chiaro, a prescindere da ogni altra valutazione che si può fare sulla testimonianza di Viganò, che alcuni dei più stretti collaboratori di Francesco sembrano impegnati a fornire una nuova cittadinanza all'omosessualità nella Chiesa, una cittadinanza che va ben oltre il giusto rispetto che si deve a tutte le persone. Il caso Davis sembra un ulteriore esempio della necessità di dover rispettare il politically correct sul tema.
Ma ci sono altre domande inquietanti che sorgono dalla intervista che l'ex nunzio ha concesso a Lifesitenews, a margine di questo nuovo documento sul caso Davis. In tanti hanno provato a screditare le affermazioni di Viganò sulle sanzioni che Benedetto XVI avrebbe comminato al cardinale McCarrick (probabilmente sul finire del 2008) portando come prove apparizioni pubbliche dello stesso McCarrick in varie circostanze, alcune anche con lo stesso nunzio che lo salutava cordialmente. Nella nuova intervista a Lifesitenews, Viganò spiega che «non ero nella posizione di far rispettare [le sanzioni comminate da Benedetto XVI]», ha detto Viganó, «soprattutto perché le misure (sanzioni) concesse a McCarrick (sono state fatte) in modo privato. Questa è stata la decisione di papa Benedetto». Papa Ratzinger aveva scelto questa strada, dice ancora l'ex nunzio, perché «McCarrick era già ritirato, o forse perché Benedetto pensa che egli fosse pronto a obbedire». Al di là di ogni altra considerazione le possibili (e verosimili) sanzioni che il papa Benedetto XVI avrebbe comminato in «segreto» aprono scenari inquietanti. Il National Catholic Register, che cita una fonte vicina al papa emerito si chiede: «Perché le sanzioni di Benedetto XVI contro McCarrick non sono mai state rese pubbliche ma sono state date solo sotto forma di istruzione privata?». E papa Francesco nel 2013 era venuto a conoscenza di queste sanzioni?
Lorenzo Bertocchi
È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco
Quando fu eletto Papa dopo i pontificati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nessuno avrebbe potuto prevedere che, a parti (o a partiti) invertite, Francesco avrebbe affrontato la stessa fronda che aveva ostacolato il suo predecessore Joseph Ratzinger. Ma la sorte, si sa, ha la sua ironia. Così come il «pastore tedesco» dovette patire l'ostilità della sua Germania, oggi Jorge Mario Bergoglio, il quale, in verità, non è amato da tutti neppure in Argentina (sebbene, come documenta il ferocissimo pamphlet Il Papa dittatore, sia stato abile nello scalzare i suoi avversari), rischia di inciampare sui dossier di Oltreoceano.
La denuncia che monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington, ha affidato alla Verità, riguarda una vicenda tutta americana, quella degli abusi sessuali perpetrati da Theodore McCarrick, che fu arcivescovo della capitale statunitense e che l'attuale Pontefice avrebbe lasciato deliberatamente impunito. Il fascicolo, insieme alla clamorosa richiesta rivolta a Francesco di abdicare, ha suscitato grande clamore, aggravando la frattura tra i membri conservatori e quelli progressisti del clero americano. I primi, tra i quali il vescovo di Springfield, John Paprocki, quello di Phoenix, Thomas Olmsted e quello di Madison, Robert Morlino, hanno chiesto che le accuse di Viganò siano prese seriamente. I secondi, a partire dall'erede di McCarrick all'arcidiocesi di Washington, Donald Wuerl, respingono le tesi dell'ex nunzio.
Ma attorno a papa Francesco, dall'altra sponda dell'Oceano si sta stringendo una sorta di tenaglia. E stanno venendo fuori i profondi contrasti che lacerano la Chiesa e che il suo piglio da accentratore non è stato in grado di soffocare. Sul New York Times, Jason Horowitz ha scritto che Viganò si sarebbe vendicato della sua rimozione dalla nunziatura apostolica di Washington, decisa da Francesco (stando alla testimonianza di una vittima di abusi che ha avuto un lungo colloquio con Bergoglio) perché Viganò lo avrebbe messo in imbarazzo durante il suo viaggio apostolico in America, nel 2015, quando il nunzio gli organizzò un incontro con Kim Davis. La donna era una funzionaria pubblica cristiana finita in carcere per essersi rifiutata di registrare un matrimonio omosessuale. Il Papa e la Davis si videro in privato, ma la notizia venne fuori, incrinando l'immagine attentamente creata da molti di un pontefice non certo ostile ai «progressisti» nordamericani. Immagine che lo stesso Francesco (il quale nel 2016 si espresse in tono sostanzialmente contrario nei confronti dell'allora candidato alla Casa Bianca Donald Trump per le sue idee sul muro con il Messico) non è mai parso interessato a contraddire. Tanto che la Santa Sede aveva inizialmente negato che il colloquio con la Davis fosse avvenuto.
Fermo restando che Viganò ha smentito la ricostruzione di Horowitz, rimane il fatto che, dopo averlo sostenuto al Conclave del 2013, forse perché non lo conoscevano bene, o perché si erano lasciati convincere dalla fama di conservatore che Bergoglio si era guadagnato per alcune posizioni pastorali espresse nel continente americano (mentre in Europa è considerato prossimo ai cosiddetti progressisti di San Gallo), molti esponenti della Chiesa statunitense sembrano sempre più insofferenti nei confronti di papa Francesco.
Qualcosa di simile, dicevamo, accadde a Ratzinger. Quando salì al soglio pontificio, la Bild titolò: «Noi siamo Papa». Ma la luna di miele con i connazionali durò poco. A un Paese in cui un terzo della popolazione è cattolico, un terzo protestante e l'altro terzo agnostico, non poteva andare giù il tradizionalismo liturgico di un teologo che, partito da un'entusiastica adesione al Concilio Vaticano II, era poi sceso in polemica con gli eccessi teorizzati da Karl Rahner, mettendo a repentaglio l'ecumenismo cattoluterano che invece incontra il favore della Chiesa tedesca. In primis, quello del cardinale Reinhard Marx. Ad allontanare ancora di più Benedetto XVI dai compatrioti ci furono i suoi tentativi di ricucire con i lefebvriani, gli ultraconservatori della Fraternità sacerdotale San Pio X, dai più bollati alla stregua di neonazisti. E infatti, nel 2009 la cancelliera Angela Merkel chiese spiegazioni alla Santa Sede per il ritiro della scomunica al lefebvriano britannico Richard Williamson, additato quale negazionista dell'Olocausto. In Germania, poi, l'opinione pubblica cominciò a criticare Ratzinger per non aver preso iniziative abbastanza energiche contro la pedofilia, dopo lo scoperchiamento di un vecchio ma clamoroso caso di abusi in un seminario berlinese. Con il senno di poi, magari, i tedeschi si ricrederebbero. Ma quando Benedetto XVI trasformò Ratisbona nel teatro di quella che mezzo mondo islamico considerò una dichiarazione di guerra culturale, e quando criticò il materialismo della Chiesa teutonica (attaccata alla decima che i cittadini versano per obbligo giuridico nelle sue casse quanto poco salda su morale e liturgia), di nemici se ne fece davvero troppi. Nessuno è profeta in patria. E Bergoglio, Papa del Nuovo Mondo, rischia di non esserlo oggi in tutto il suo continente.
Alessandro Rico
«Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma
Se, come sostiene l'arcivescovo Carlo Maria Viganò nel suo memoriale pubblicato dalla Verità il 26 agosto, l'ex cardinale Theodore McCarrick era stato sanzionato da Benedetto XVI nel 2009 o nel 2010, perché l'allora porporato americano, che a luglio ha rinunciato al cardinalato dopo essere stato accusato di molestie sessuali, non ha mai rispettato le disposizioni di Ratzinger?
È solo uno dei tanti dubbi che sono stati sollevati dopo l'uscita del memoriale per screditare Viganò , ed è un punto sul quale l'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti ha voluto far chiarezza personalmente parlando al sito internet americano LifeSiteNews. Viganò nel memoriale scrive che il Papa emerito aveva intimato all'ex cardinale di lasciare il seminario in cui risiedeva e gli aveva proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l'obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
«Io non ero nella posizione di far rispettare le misure», spiega monsignor Viganò, «soprattutto perché erano state inflitte a McCarrick privatamente. Questa era stata la decisione di papa Benedetto». Ratzinger, continua l'arcivescovo, aveva probabilmente agito in questo modo perché «McCarrick era già in pensione» o «pensando che McCarrick fosse pronto a obbedire». L'ex arcivescovo di Washington non era affatto pronto, invece. Come si può vedere in un filmato pubblicato il 29 agosto dalla Catholic News Service, agenzia indipendente legata alla Conferenza episcopale Usa, nel 2011 McCarrick parlava a nome dei vescovi americani davanti al Congresso, nel 2012 durante una visita ad limina concelebrava con Benedetto XVI a Roma e parlava con lui. Infine, sempre nel 2012, partecipava a un evento organizzato in suo onore dalle Pontificie opere missionarie, nel quale intervenne anche Viganò.
L'ex nunzio, che ha ricoperto il ruolo dal 2011 al 2016, spiega a proposito dell'incontro tra Ratzinger e McCarrick: «Potete immaginarvi papa Benedetto, mite com'era di carattere, dire davanti a tutti gli altri vescovi: “Che ci fai qui?"». Allo stesso modo, a proposito dell'evento del 2012, Viganò aggiunge che in quella situazione «non potevo dire: “Che cosa ci fai qui?". Potete immaginarvelo? Nessuno sapeva delle sanzioni, che erano state comminate durante un incontro privato».
Secondo quanto riferito al National Catholic Register da una «fonte affidabile» e molto vicina a Benedetto XVI, e che ha potuto parlare con lui, il Papa emerito era a conoscenza delle accuse di abuso di seminaristi da parte di McCarrick. Per questo prese effettivamente provvedimenti, perché «era noto che fosse un omosessuale». Secondo quanto lo stesso Benedetto può ricordare, «l'istruzione era essenzialmente che McCarrick doveva tenere un profilo basso. Non c'era stato un decreto formale, ma solo una richiesta privata».
Questa testimonianza confermerebbe nella sostanza il memoriale di Viganò: Benedetto XVI chiese personalmente e privatamente a McCarrick di vivere ritirato e lontano dal seminario, doveva aveva molestato seminaristi e giovani sacerdoti, ma l'ex cardinale si rifiutò di obbedire.
Leone Grotti
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Il monsignore Carlo Maria Viganò cita un episodio emblematico: negli Usa fece incontrare Bergoglio e un'impiegata incarcerata per non aver ratificato nozze omosex. A Roma però provarono (invano) a oscurare il fatto, giudicato scomodo.È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco. Negli Stati Uniti un coro di vescovi «conservatori» chiede pulizia nel clero romano. Rappresentano per il Pontefice ciò che la Germania rappresentò per il predecessore.«Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma. La rivelazione sui media esteri: «Non fu un decreto formale, ma una richiesta privata» .Lo speciale contiene tre articoli.A una settimana dalla pubblicazione del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò, l'ex nunzio torna a parlare. Lo fa dalle colonne del portale canadese Lifesitenews, uno dei media che ha pubblicato - con La Verità - il dossier che sta interessando mezzo mondo e fa inquietare la Chiesa. Questa volta si concentra sostanzialmente su due punti, risponde a quanto affermato in un articolo del New York Times del 28 agosto scorso, e ribadisce che lui informò papa Francesco nel 2013 delle sanzioni che Benedetto XVI aveva comminato all'ex cardinale McCarrick.Jason Horowitz il 28 agosto ha scritto sul New York Times che Ted Cruz, vittima cilena di abusi del clero che ha incontrato il papa a Santa Marta nella primavera scorsa, avrebbe sostenuto che proprio Viganò aveva in qualche modo sabotato il viaggio apostolico di Francesco negli Stati Uniti nel 2015. Lo avrebbe fatto organizzando l'incontro con Kim Davis, segretaria in una contea del Kentucky che era stata imprigionata per aver rifiutato di rilasciare licenze di matrimonio alle coppie gay. Secondo Cruz il Papa gli avrebbe detto che «non sapeva nulla di chi fosse quella donna e lui [monsignor Viganò, allora nunzio in Usa] l'ha intrufolata per salutarmi - e ovviamente ne hanno fatto un'enorme pubblicità». E così, avrebbe concluso il Papa con Cruz, «sono rimasto inorridito e ho licenziato quel nunzio».L'incontro con la signora Davis in effetti fu una specie di giallo di quel viaggio papale, tanto che l'allora direttore della sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, intervenne per dire che quell'incontro tra il Papa e la funzionaria cristiana che aveva fatto obiezione di coscienza, «non deve essere considerato come un appoggio alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi». Il Papa conosciuto nel mondo per la famosa frase, peraltro mai riportata nella sua completezza, «chi sono io per giudicare un gay» rimaneva così fedele alla linea tracciata; inoltre, proprio durante quel viaggio, Francesco incontrò pubblicamente Yayo Grassi, suo ex allievo gay insieme al compagno Iwan Bagus.Di fronte alle affermazioni messe in bocca al Papa da Cruz sul New York Times, «mi vedo obbligato», ha scritto Viganò nel suo nuovo intervento, «a raccontare come i fatti si sono realmente svolti». Nella sua versione l'ex nunzio scrive che, al termine della cena in nunziatura a Washington la sera del 23 settembre 2015, sottopose al Papa il caso della signora Davis prospettandogli di poterla incontrare. «Io di queste cose non me ne intendo», avrebbe risposto Francesco, «quindi è bene che lei senta il parere del cardinal Parolin». Viganò racconta quindi di essersi recato la sera stessa («erano già le 21.30») presso l'albergo in cui alloggiava il segretario di Stato e qui aver incontrato cinque persone, tra cui monsignor Angelo Becciu, allora numero due della segreteria, e monsignor Paul Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati. Becciu si disse d'accordo nel far incontrare il Papa con la Davis e poi si accodò anche Gallagher, dopo aver fatto un approfondimento. «L'indomani mattina», sono parole di Viganò, «dopo la messa che il Papa aveva concelebrato con noi in nunziatura, riferii al Papa il parere positivo dei suoi due principali collaboratori, i quali avrebbero poi riferito al cardinal Parolin del nostro incontro. Il Papa diede quindi il suo consenso, e io organizzai il modo per far venire in nunziatura la Davis senza che nessuno se ne accorgesse, facendola accomodare in un salotto separato». Il resto è storia, nel senso che appena Francesco arrivò a Roma la notizia dell'incontro con la Davis, obiettrice di coscienza per non aver ratificato un matrimonio gay, era su tutti i media. «La sala stampa vaticana», prosegue Viganò nel suo nuovo memoriale, «emise poi un comunicato, senza che mai io fossi consultato dai superiori dalla segreteria di Stato, in cui si affermava che il Papa non aveva mai ricevuto in udienza privata la Davis, e che al massimo avrebbe potuto averla salutata tra molte altre persone prima di partire per New York. A rincarare una versione diversa del vero ci avrebbero poi pensato padre Rosica e padre Lombardi» sul New York Times del 2 ottobre 2015. Lo zelo dei collaboratori del Papa sembra essere speso tutto nel senso di non deragliare da una ipotetica linea gay friendly.Così almeno racconta Viganò: «L'indomani mattina, verso le 6 ora di Washington - ricordo bene perché ero appena entrato nella cappella della nunziatura - ricevevo una telefonata concitata dal cardinal Parolin, il quale mi disse: “Devi venire subito a Roma perché il Papa è furioso con te". Partii appena mi fu possibile e fui ricevuto dal Papa alla Domus Sanctae Marthae, verso le 7 di sera del 9 ottobre, alla conclusione di una delle sessioni pomeridiane del secondo sinodo sulla famiglia. Il Papa mi ricevette per quasi un'ora, in modo affettuoso e paterno. Si scusò immediatamente con me, per avermi dato questo disturbo di venire a Roma, e si effuse in continui elogi nei miei confronti per come avevo organizzato la sua visita negli Usa, per l'incredibile accoglienza che aveva ricevuto in America, come mai si sarebbe aspettato. Con mia grandissima sorpresa, durante questo lungo incontro, il Papa non menzionò neanche una volta l'udienza con la Davis! Appena terminata la mia udienza con il Papa, telefonai subito al cardinal Parolin, e gli dissi: “Il Papa è stato buonissimo con me. Non una parola di rimprovero, solo elogi per il successo della sua visita negli Usa". Al che, il cardinal Parolin mi rispose: “Non è possibile, perché con me era furioso nei tuoi confronti". Questo il riassunto degli eventi». «Uno dei due mente: Cruz o il Papa?», si chiede l'ex nunzio. «Quello che è certo è che il Papa sapeva benissimo chi fosse la Davis, e lui e i suoi stretti collaboratori avevano approvato l'udienza privata». Ma è altrettanto evidente, conclude Viganò, «che papa Fracesco ha voluto nascondere l'udienza privata con la prima cittadina americana condannata e imprigionata per obiezione di coscienza».Una nuova domanda si aggiunge così alle tante che si sono affastellate in questi giorni dopo lo scandalo abusi e il ruolo del cardinale McCarrick, uno scandalo che, più o meno direttamente, ha a che fare con la questione omosessualità nella Chiesa. Appare sempre più chiaro, a prescindere da ogni altra valutazione che si può fare sulla testimonianza di Viganò, che alcuni dei più stretti collaboratori di Francesco sembrano impegnati a fornire una nuova cittadinanza all'omosessualità nella Chiesa, una cittadinanza che va ben oltre il giusto rispetto che si deve a tutte le persone. Il caso Davis sembra un ulteriore esempio della necessità di dover rispettare il politically correct sul tema. Ma ci sono altre domande inquietanti che sorgono dalla intervista che l'ex nunzio ha concesso a Lifesitenews, a margine di questo nuovo documento sul caso Davis. In tanti hanno provato a screditare le affermazioni di Viganò sulle sanzioni che Benedetto XVI avrebbe comminato al cardinale McCarrick (probabilmente sul finire del 2008) portando come prove apparizioni pubbliche dello stesso McCarrick in varie circostanze, alcune anche con lo stesso nunzio che lo salutava cordialmente. Nella nuova intervista a Lifesitenews, Viganò spiega che «non ero nella posizione di far rispettare [le sanzioni comminate da Benedetto XVI]», ha detto Viganó, «soprattutto perché le misure (sanzioni) concesse a McCarrick (sono state fatte) in modo privato. Questa è stata la decisione di papa Benedetto». Papa Ratzinger aveva scelto questa strada, dice ancora l'ex nunzio, perché «McCarrick era già ritirato, o forse perché Benedetto pensa che egli fosse pronto a obbedire». Al di là di ogni altra considerazione le possibili (e verosimili) sanzioni che il papa Benedetto XVI avrebbe comminato in «segreto» aprono scenari inquietanti. Il National Catholic Register, che cita una fonte vicina al papa emerito si chiede: «Perché le sanzioni di Benedetto XVI contro McCarrick non sono mai state rese pubbliche ma sono state date solo sotto forma di istruzione privata?». E papa Francesco nel 2013 era venuto a conoscenza di queste sanzioni?Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nunzio-sulla-lobby-gay-in-vaticano-stanno-tentando-di-pilotare-il-papa-2601086937.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-dalla-chiesa-americana-che-arrivano-le-critiche-piu-scomode-per-francesco" data-post-id="2601086937" data-published-at="1774135105" data-use-pagination="False"> È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco Quando fu eletto Papa dopo i pontificati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nessuno avrebbe potuto prevedere che, a parti (o a partiti) invertite, Francesco avrebbe affrontato la stessa fronda che aveva ostacolato il suo predecessore Joseph Ratzinger. Ma la sorte, si sa, ha la sua ironia. Così come il «pastore tedesco» dovette patire l'ostilità della sua Germania, oggi Jorge Mario Bergoglio, il quale, in verità, non è amato da tutti neppure in Argentina (sebbene, come documenta il ferocissimo pamphlet Il Papa dittatore, sia stato abile nello scalzare i suoi avversari), rischia di inciampare sui dossier di Oltreoceano. La denuncia che monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington, ha affidato alla Verità, riguarda una vicenda tutta americana, quella degli abusi sessuali perpetrati da Theodore McCarrick, che fu arcivescovo della capitale statunitense e che l'attuale Pontefice avrebbe lasciato deliberatamente impunito. Il fascicolo, insieme alla clamorosa richiesta rivolta a Francesco di abdicare, ha suscitato grande clamore, aggravando la frattura tra i membri conservatori e quelli progressisti del clero americano. I primi, tra i quali il vescovo di Springfield, John Paprocki, quello di Phoenix, Thomas Olmsted e quello di Madison, Robert Morlino, hanno chiesto che le accuse di Viganò siano prese seriamente. I secondi, a partire dall'erede di McCarrick all'arcidiocesi di Washington, Donald Wuerl, respingono le tesi dell'ex nunzio. Ma attorno a papa Francesco, dall'altra sponda dell'Oceano si sta stringendo una sorta di tenaglia. E stanno venendo fuori i profondi contrasti che lacerano la Chiesa e che il suo piglio da accentratore non è stato in grado di soffocare. Sul New York Times, Jason Horowitz ha scritto che Viganò si sarebbe vendicato della sua rimozione dalla nunziatura apostolica di Washington, decisa da Francesco (stando alla testimonianza di una vittima di abusi che ha avuto un lungo colloquio con Bergoglio) perché Viganò lo avrebbe messo in imbarazzo durante il suo viaggio apostolico in America, nel 2015, quando il nunzio gli organizzò un incontro con Kim Davis. La donna era una funzionaria pubblica cristiana finita in carcere per essersi rifiutata di registrare un matrimonio omosessuale. Il Papa e la Davis si videro in privato, ma la notizia venne fuori, incrinando l'immagine attentamente creata da molti di un pontefice non certo ostile ai «progressisti» nordamericani. Immagine che lo stesso Francesco (il quale nel 2016 si espresse in tono sostanzialmente contrario nei confronti dell'allora candidato alla Casa Bianca Donald Trump per le sue idee sul muro con il Messico) non è mai parso interessato a contraddire. Tanto che la Santa Sede aveva inizialmente negato che il colloquio con la Davis fosse avvenuto. Fermo restando che Viganò ha smentito la ricostruzione di Horowitz, rimane il fatto che, dopo averlo sostenuto al Conclave del 2013, forse perché non lo conoscevano bene, o perché si erano lasciati convincere dalla fama di conservatore che Bergoglio si era guadagnato per alcune posizioni pastorali espresse nel continente americano (mentre in Europa è considerato prossimo ai cosiddetti progressisti di San Gallo), molti esponenti della Chiesa statunitense sembrano sempre più insofferenti nei confronti di papa Francesco. Qualcosa di simile, dicevamo, accadde a Ratzinger. Quando salì al soglio pontificio, la Bild titolò: «Noi siamo Papa». Ma la luna di miele con i connazionali durò poco. A un Paese in cui un terzo della popolazione è cattolico, un terzo protestante e l'altro terzo agnostico, non poteva andare giù il tradizionalismo liturgico di un teologo che, partito da un'entusiastica adesione al Concilio Vaticano II, era poi sceso in polemica con gli eccessi teorizzati da Karl Rahner, mettendo a repentaglio l'ecumenismo cattoluterano che invece incontra il favore della Chiesa tedesca. In primis, quello del cardinale Reinhard Marx. Ad allontanare ancora di più Benedetto XVI dai compatrioti ci furono i suoi tentativi di ricucire con i lefebvriani, gli ultraconservatori della Fraternità sacerdotale San Pio X, dai più bollati alla stregua di neonazisti. E infatti, nel 2009 la cancelliera Angela Merkel chiese spiegazioni alla Santa Sede per il ritiro della scomunica al lefebvriano britannico Richard Williamson, additato quale negazionista dell'Olocausto. In Germania, poi, l'opinione pubblica cominciò a criticare Ratzinger per non aver preso iniziative abbastanza energiche contro la pedofilia, dopo lo scoperchiamento di un vecchio ma clamoroso caso di abusi in un seminario berlinese. Con il senno di poi, magari, i tedeschi si ricrederebbero. Ma quando Benedetto XVI trasformò Ratisbona nel teatro di quella che mezzo mondo islamico considerò una dichiarazione di guerra culturale, e quando criticò il materialismo della Chiesa teutonica (attaccata alla decima che i cittadini versano per obbligo giuridico nelle sue casse quanto poco salda su morale e liturgia), di nemici se ne fece davvero troppi. Nessuno è profeta in patria. E Bergoglio, Papa del Nuovo Mondo, rischia di non esserlo oggi in tutto il suo continente. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nunzio-sulla-lobby-gay-in-vaticano-stanno-tentando-di-pilotare-il-papa-2601086937.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="benedetto-sanziono-mccarrick-fonte-vicina-a-ratzinger-conferma" data-post-id="2601086937" data-published-at="1774135105" data-use-pagination="False"> «Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma Se, come sostiene l'arcivescovo Carlo Maria Viganò nel suo memoriale pubblicato dalla Verità il 26 agosto, l'ex cardinale Theodore McCarrick era stato sanzionato da Benedetto XVI nel 2009 o nel 2010, perché l'allora porporato americano, che a luglio ha rinunciato al cardinalato dopo essere stato accusato di molestie sessuali, non ha mai rispettato le disposizioni di Ratzinger? È solo uno dei tanti dubbi che sono stati sollevati dopo l'uscita del memoriale per screditare Viganò , ed è un punto sul quale l'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti ha voluto far chiarezza personalmente parlando al sito internet americano LifeSiteNews. Viganò nel memoriale scrive che il Papa emerito aveva intimato all'ex cardinale di lasciare il seminario in cui risiedeva e gli aveva proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l'obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza. «Io non ero nella posizione di far rispettare le misure», spiega monsignor Viganò, «soprattutto perché erano state inflitte a McCarrick privatamente. Questa era stata la decisione di papa Benedetto». Ratzinger, continua l'arcivescovo, aveva probabilmente agito in questo modo perché «McCarrick era già in pensione» o «pensando che McCarrick fosse pronto a obbedire». L'ex arcivescovo di Washington non era affatto pronto, invece. Come si può vedere in un filmato pubblicato il 29 agosto dalla Catholic News Service, agenzia indipendente legata alla Conferenza episcopale Usa, nel 2011 McCarrick parlava a nome dei vescovi americani davanti al Congresso, nel 2012 durante una visita ad limina concelebrava con Benedetto XVI a Roma e parlava con lui. Infine, sempre nel 2012, partecipava a un evento organizzato in suo onore dalle Pontificie opere missionarie, nel quale intervenne anche Viganò. L'ex nunzio, che ha ricoperto il ruolo dal 2011 al 2016, spiega a proposito dell'incontro tra Ratzinger e McCarrick: «Potete immaginarvi papa Benedetto, mite com'era di carattere, dire davanti a tutti gli altri vescovi: “Che ci fai qui?"». Allo stesso modo, a proposito dell'evento del 2012, Viganò aggiunge che in quella situazione «non potevo dire: “Che cosa ci fai qui?". Potete immaginarvelo? Nessuno sapeva delle sanzioni, che erano state comminate durante un incontro privato». Secondo quanto riferito al National Catholic Register da una «fonte affidabile» e molto vicina a Benedetto XVI, e che ha potuto parlare con lui, il Papa emerito era a conoscenza delle accuse di abuso di seminaristi da parte di McCarrick. Per questo prese effettivamente provvedimenti, perché «era noto che fosse un omosessuale». Secondo quanto lo stesso Benedetto può ricordare, «l'istruzione era essenzialmente che McCarrick doveva tenere un profilo basso. Non c'era stato un decreto formale, ma solo una richiesta privata». Questa testimonianza confermerebbe nella sostanza il memoriale di Viganò: Benedetto XVI chiese personalmente e privatamente a McCarrick di vivere ritirato e lontano dal seminario, doveva aveva molestato seminaristi e giovani sacerdoti, ma l'ex cardinale si rifiutò di obbedire. Leone Grotti
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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