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2018-09-02
Il nunzio sulla lobby gay in Vaticano: «Stanno tentando di pilotare il Papa»
Ansa
A una settimana dalla pubblicazione del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò, l'ex nunzio torna a parlare. Lo fa dalle colonne del portale canadese Lifesitenews, uno dei media che ha pubblicato - con La Verità - il dossier che sta interessando mezzo mondo e fa inquietare la Chiesa. Questa volta si concentra sostanzialmente su due punti, risponde a quanto affermato in un articolo del New York Times del 28 agosto scorso, e ribadisce che lui informò papa Francesco nel 2013 delle sanzioni che Benedetto XVI aveva comminato all'ex cardinale McCarrick.
Jason Horowitz il 28 agosto ha scritto sul New York Times che Ted Cruz, vittima cilena di abusi del clero che ha incontrato il papa a Santa Marta nella primavera scorsa, avrebbe sostenuto che proprio Viganò aveva in qualche modo sabotato il viaggio apostolico di Francesco negli Stati Uniti nel 2015. Lo avrebbe fatto organizzando l'incontro con Kim Davis, segretaria in una contea del Kentucky che era stata imprigionata per aver rifiutato di rilasciare licenze di matrimonio alle coppie gay. Secondo Cruz il Papa gli avrebbe detto che «non sapeva nulla di chi fosse quella donna e lui [monsignor Viganò, allora nunzio in Usa] l'ha intrufolata per salutarmi - e ovviamente ne hanno fatto un'enorme pubblicità». E così, avrebbe concluso il Papa con Cruz, «sono rimasto inorridito e ho licenziato quel nunzio».
L'incontro con la signora Davis in effetti fu una specie di giallo di quel viaggio papale, tanto che l'allora direttore della sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, intervenne per dire che quell'incontro tra il Papa e la funzionaria cristiana che aveva fatto obiezione di coscienza, «non deve essere considerato come un appoggio alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi». Il Papa conosciuto nel mondo per la famosa frase, peraltro mai riportata nella sua completezza, «chi sono io per giudicare un gay» rimaneva così fedele alla linea tracciata; inoltre, proprio durante quel viaggio, Francesco incontrò pubblicamente Yayo Grassi, suo ex allievo gay insieme al compagno Iwan Bagus.
Di fronte alle affermazioni messe in bocca al Papa da Cruz sul New York Times, «mi vedo obbligato», ha scritto Viganò nel suo nuovo intervento, «a raccontare come i fatti si sono realmente svolti». Nella sua versione l'ex nunzio scrive che, al termine della cena in nunziatura a Washington la sera del 23 settembre 2015, sottopose al Papa il caso della signora Davis prospettandogli di poterla incontrare. «Io di queste cose non me ne intendo», avrebbe risposto Francesco, «quindi è bene che lei senta il parere del cardinal Parolin». Viganò racconta quindi di essersi recato la sera stessa («erano già le 21.30») presso l'albergo in cui alloggiava il segretario di Stato e qui aver incontrato cinque persone, tra cui monsignor Angelo Becciu, allora numero due della segreteria, e monsignor Paul Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati. Becciu si disse d'accordo nel far incontrare il Papa con la Davis e poi si accodò anche Gallagher, dopo aver fatto un approfondimento.
«L'indomani mattina», sono parole di Viganò, «dopo la messa che il Papa aveva concelebrato con noi in nunziatura, riferii al Papa il parere positivo dei suoi due principali collaboratori, i quali avrebbero poi riferito al cardinal Parolin del nostro incontro. Il Papa diede quindi il suo consenso, e io organizzai il modo per far venire in nunziatura la Davis senza che nessuno se ne accorgesse, facendola accomodare in un salotto separato». Il resto è storia, nel senso che appena Francesco arrivò a Roma la notizia dell'incontro con la Davis, obiettrice di coscienza per non aver ratificato un matrimonio gay, era su tutti i media. «La sala stampa vaticana», prosegue Viganò nel suo nuovo memoriale, «emise poi un comunicato, senza che mai io fossi consultato dai superiori dalla segreteria di Stato, in cui si affermava che il Papa non aveva mai ricevuto in udienza privata la Davis, e che al massimo avrebbe potuto averla salutata tra molte altre persone prima di partire per New York. A rincarare una versione diversa del vero ci avrebbero poi pensato padre Rosica e padre Lombardi» sul New York Times del 2 ottobre 2015. Lo zelo dei collaboratori del Papa sembra essere speso tutto nel senso di non deragliare da una ipotetica linea gay friendly.
Così almeno racconta Viganò: «L'indomani mattina, verso le 6 ora di Washington - ricordo bene perché ero appena entrato nella cappella della nunziatura - ricevevo una telefonata concitata dal cardinal Parolin, il quale mi disse: “Devi venire subito a Roma perché il Papa è furioso con te". Partii appena mi fu possibile e fui ricevuto dal Papa alla Domus Sanctae Marthae, verso le 7 di sera del 9 ottobre, alla conclusione di una delle sessioni pomeridiane del secondo sinodo sulla famiglia. Il Papa mi ricevette per quasi un'ora, in modo affettuoso e paterno. Si scusò immediatamente con me, per avermi dato questo disturbo di venire a Roma, e si effuse in continui elogi nei miei confronti per come avevo organizzato la sua visita negli Usa, per l'incredibile accoglienza che aveva ricevuto in America, come mai si sarebbe aspettato. Con mia grandissima sorpresa, durante questo lungo incontro, il Papa non menzionò neanche una volta l'udienza con la Davis! Appena terminata la mia udienza con il Papa, telefonai subito al cardinal Parolin, e gli dissi: “Il Papa è stato buonissimo con me. Non una parola di rimprovero, solo elogi per il successo della sua visita negli Usa". Al che, il cardinal Parolin mi rispose: “Non è possibile, perché con me era furioso nei tuoi confronti". Questo il riassunto degli eventi».
«Uno dei due mente: Cruz o il Papa?», si chiede l'ex nunzio. «Quello che è certo è che il Papa sapeva benissimo chi fosse la Davis, e lui e i suoi stretti collaboratori avevano approvato l'udienza privata». Ma è altrettanto evidente, conclude Viganò, «che papa Fracesco ha voluto nascondere l'udienza privata con la prima cittadina americana condannata e imprigionata per obiezione di coscienza».
Una nuova domanda si aggiunge così alle tante che si sono affastellate in questi giorni dopo lo scandalo abusi e il ruolo del cardinale McCarrick, uno scandalo che, più o meno direttamente, ha a che fare con la questione omosessualità nella Chiesa. Appare sempre più chiaro, a prescindere da ogni altra valutazione che si può fare sulla testimonianza di Viganò, che alcuni dei più stretti collaboratori di Francesco sembrano impegnati a fornire una nuova cittadinanza all'omosessualità nella Chiesa, una cittadinanza che va ben oltre il giusto rispetto che si deve a tutte le persone. Il caso Davis sembra un ulteriore esempio della necessità di dover rispettare il politically correct sul tema.
Ma ci sono altre domande inquietanti che sorgono dalla intervista che l'ex nunzio ha concesso a Lifesitenews, a margine di questo nuovo documento sul caso Davis. In tanti hanno provato a screditare le affermazioni di Viganò sulle sanzioni che Benedetto XVI avrebbe comminato al cardinale McCarrick (probabilmente sul finire del 2008) portando come prove apparizioni pubbliche dello stesso McCarrick in varie circostanze, alcune anche con lo stesso nunzio che lo salutava cordialmente. Nella nuova intervista a Lifesitenews, Viganò spiega che «non ero nella posizione di far rispettare [le sanzioni comminate da Benedetto XVI]», ha detto Viganó, «soprattutto perché le misure (sanzioni) concesse a McCarrick (sono state fatte) in modo privato. Questa è stata la decisione di papa Benedetto». Papa Ratzinger aveva scelto questa strada, dice ancora l'ex nunzio, perché «McCarrick era già ritirato, o forse perché Benedetto pensa che egli fosse pronto a obbedire». Al di là di ogni altra considerazione le possibili (e verosimili) sanzioni che il papa Benedetto XVI avrebbe comminato in «segreto» aprono scenari inquietanti. Il National Catholic Register, che cita una fonte vicina al papa emerito si chiede: «Perché le sanzioni di Benedetto XVI contro McCarrick non sono mai state rese pubbliche ma sono state date solo sotto forma di istruzione privata?». E papa Francesco nel 2013 era venuto a conoscenza di queste sanzioni?
Lorenzo Bertocchi
È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco
Quando fu eletto Papa dopo i pontificati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nessuno avrebbe potuto prevedere che, a parti (o a partiti) invertite, Francesco avrebbe affrontato la stessa fronda che aveva ostacolato il suo predecessore Joseph Ratzinger. Ma la sorte, si sa, ha la sua ironia. Così come il «pastore tedesco» dovette patire l'ostilità della sua Germania, oggi Jorge Mario Bergoglio, il quale, in verità, non è amato da tutti neppure in Argentina (sebbene, come documenta il ferocissimo pamphlet Il Papa dittatore, sia stato abile nello scalzare i suoi avversari), rischia di inciampare sui dossier di Oltreoceano.
La denuncia che monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington, ha affidato alla Verità, riguarda una vicenda tutta americana, quella degli abusi sessuali perpetrati da Theodore McCarrick, che fu arcivescovo della capitale statunitense e che l'attuale Pontefice avrebbe lasciato deliberatamente impunito. Il fascicolo, insieme alla clamorosa richiesta rivolta a Francesco di abdicare, ha suscitato grande clamore, aggravando la frattura tra i membri conservatori e quelli progressisti del clero americano. I primi, tra i quali il vescovo di Springfield, John Paprocki, quello di Phoenix, Thomas Olmsted e quello di Madison, Robert Morlino, hanno chiesto che le accuse di Viganò siano prese seriamente. I secondi, a partire dall'erede di McCarrick all'arcidiocesi di Washington, Donald Wuerl, respingono le tesi dell'ex nunzio.
Ma attorno a papa Francesco, dall'altra sponda dell'Oceano si sta stringendo una sorta di tenaglia. E stanno venendo fuori i profondi contrasti che lacerano la Chiesa e che il suo piglio da accentratore non è stato in grado di soffocare. Sul New York Times, Jason Horowitz ha scritto che Viganò si sarebbe vendicato della sua rimozione dalla nunziatura apostolica di Washington, decisa da Francesco (stando alla testimonianza di una vittima di abusi che ha avuto un lungo colloquio con Bergoglio) perché Viganò lo avrebbe messo in imbarazzo durante il suo viaggio apostolico in America, nel 2015, quando il nunzio gli organizzò un incontro con Kim Davis. La donna era una funzionaria pubblica cristiana finita in carcere per essersi rifiutata di registrare un matrimonio omosessuale. Il Papa e la Davis si videro in privato, ma la notizia venne fuori, incrinando l'immagine attentamente creata da molti di un pontefice non certo ostile ai «progressisti» nordamericani. Immagine che lo stesso Francesco (il quale nel 2016 si espresse in tono sostanzialmente contrario nei confronti dell'allora candidato alla Casa Bianca Donald Trump per le sue idee sul muro con il Messico) non è mai parso interessato a contraddire. Tanto che la Santa Sede aveva inizialmente negato che il colloquio con la Davis fosse avvenuto.
Fermo restando che Viganò ha smentito la ricostruzione di Horowitz, rimane il fatto che, dopo averlo sostenuto al Conclave del 2013, forse perché non lo conoscevano bene, o perché si erano lasciati convincere dalla fama di conservatore che Bergoglio si era guadagnato per alcune posizioni pastorali espresse nel continente americano (mentre in Europa è considerato prossimo ai cosiddetti progressisti di San Gallo), molti esponenti della Chiesa statunitense sembrano sempre più insofferenti nei confronti di papa Francesco.
Qualcosa di simile, dicevamo, accadde a Ratzinger. Quando salì al soglio pontificio, la Bild titolò: «Noi siamo Papa». Ma la luna di miele con i connazionali durò poco. A un Paese in cui un terzo della popolazione è cattolico, un terzo protestante e l'altro terzo agnostico, non poteva andare giù il tradizionalismo liturgico di un teologo che, partito da un'entusiastica adesione al Concilio Vaticano II, era poi sceso in polemica con gli eccessi teorizzati da Karl Rahner, mettendo a repentaglio l'ecumenismo cattoluterano che invece incontra il favore della Chiesa tedesca. In primis, quello del cardinale Reinhard Marx. Ad allontanare ancora di più Benedetto XVI dai compatrioti ci furono i suoi tentativi di ricucire con i lefebvriani, gli ultraconservatori della Fraternità sacerdotale San Pio X, dai più bollati alla stregua di neonazisti. E infatti, nel 2009 la cancelliera Angela Merkel chiese spiegazioni alla Santa Sede per il ritiro della scomunica al lefebvriano britannico Richard Williamson, additato quale negazionista dell'Olocausto. In Germania, poi, l'opinione pubblica cominciò a criticare Ratzinger per non aver preso iniziative abbastanza energiche contro la pedofilia, dopo lo scoperchiamento di un vecchio ma clamoroso caso di abusi in un seminario berlinese. Con il senno di poi, magari, i tedeschi si ricrederebbero. Ma quando Benedetto XVI trasformò Ratisbona nel teatro di quella che mezzo mondo islamico considerò una dichiarazione di guerra culturale, e quando criticò il materialismo della Chiesa teutonica (attaccata alla decima che i cittadini versano per obbligo giuridico nelle sue casse quanto poco salda su morale e liturgia), di nemici se ne fece davvero troppi. Nessuno è profeta in patria. E Bergoglio, Papa del Nuovo Mondo, rischia di non esserlo oggi in tutto il suo continente.
Alessandro Rico
«Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma
Se, come sostiene l'arcivescovo Carlo Maria Viganò nel suo memoriale pubblicato dalla Verità il 26 agosto, l'ex cardinale Theodore McCarrick era stato sanzionato da Benedetto XVI nel 2009 o nel 2010, perché l'allora porporato americano, che a luglio ha rinunciato al cardinalato dopo essere stato accusato di molestie sessuali, non ha mai rispettato le disposizioni di Ratzinger?
È solo uno dei tanti dubbi che sono stati sollevati dopo l'uscita del memoriale per screditare Viganò , ed è un punto sul quale l'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti ha voluto far chiarezza personalmente parlando al sito internet americano LifeSiteNews. Viganò nel memoriale scrive che il Papa emerito aveva intimato all'ex cardinale di lasciare il seminario in cui risiedeva e gli aveva proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l'obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
«Io non ero nella posizione di far rispettare le misure», spiega monsignor Viganò, «soprattutto perché erano state inflitte a McCarrick privatamente. Questa era stata la decisione di papa Benedetto». Ratzinger, continua l'arcivescovo, aveva probabilmente agito in questo modo perché «McCarrick era già in pensione» o «pensando che McCarrick fosse pronto a obbedire». L'ex arcivescovo di Washington non era affatto pronto, invece. Come si può vedere in un filmato pubblicato il 29 agosto dalla Catholic News Service, agenzia indipendente legata alla Conferenza episcopale Usa, nel 2011 McCarrick parlava a nome dei vescovi americani davanti al Congresso, nel 2012 durante una visita ad limina concelebrava con Benedetto XVI a Roma e parlava con lui. Infine, sempre nel 2012, partecipava a un evento organizzato in suo onore dalle Pontificie opere missionarie, nel quale intervenne anche Viganò.
L'ex nunzio, che ha ricoperto il ruolo dal 2011 al 2016, spiega a proposito dell'incontro tra Ratzinger e McCarrick: «Potete immaginarvi papa Benedetto, mite com'era di carattere, dire davanti a tutti gli altri vescovi: “Che ci fai qui?"». Allo stesso modo, a proposito dell'evento del 2012, Viganò aggiunge che in quella situazione «non potevo dire: “Che cosa ci fai qui?". Potete immaginarvelo? Nessuno sapeva delle sanzioni, che erano state comminate durante un incontro privato».
Secondo quanto riferito al National Catholic Register da una «fonte affidabile» e molto vicina a Benedetto XVI, e che ha potuto parlare con lui, il Papa emerito era a conoscenza delle accuse di abuso di seminaristi da parte di McCarrick. Per questo prese effettivamente provvedimenti, perché «era noto che fosse un omosessuale». Secondo quanto lo stesso Benedetto può ricordare, «l'istruzione era essenzialmente che McCarrick doveva tenere un profilo basso. Non c'era stato un decreto formale, ma solo una richiesta privata».
Questa testimonianza confermerebbe nella sostanza il memoriale di Viganò: Benedetto XVI chiese personalmente e privatamente a McCarrick di vivere ritirato e lontano dal seminario, doveva aveva molestato seminaristi e giovani sacerdoti, ma l'ex cardinale si rifiutò di obbedire.
Leone Grotti
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Il monsignore Carlo Maria Viganò cita un episodio emblematico: negli Usa fece incontrare Bergoglio e un'impiegata incarcerata per non aver ratificato nozze omosex. A Roma però provarono (invano) a oscurare il fatto, giudicato scomodo.È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco. Negli Stati Uniti un coro di vescovi «conservatori» chiede pulizia nel clero romano. Rappresentano per il Pontefice ciò che la Germania rappresentò per il predecessore.«Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma. La rivelazione sui media esteri: «Non fu un decreto formale, ma una richiesta privata» .Lo speciale contiene tre articoli.A una settimana dalla pubblicazione del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò, l'ex nunzio torna a parlare. Lo fa dalle colonne del portale canadese Lifesitenews, uno dei media che ha pubblicato - con La Verità - il dossier che sta interessando mezzo mondo e fa inquietare la Chiesa. Questa volta si concentra sostanzialmente su due punti, risponde a quanto affermato in un articolo del New York Times del 28 agosto scorso, e ribadisce che lui informò papa Francesco nel 2013 delle sanzioni che Benedetto XVI aveva comminato all'ex cardinale McCarrick.Jason Horowitz il 28 agosto ha scritto sul New York Times che Ted Cruz, vittima cilena di abusi del clero che ha incontrato il papa a Santa Marta nella primavera scorsa, avrebbe sostenuto che proprio Viganò aveva in qualche modo sabotato il viaggio apostolico di Francesco negli Stati Uniti nel 2015. Lo avrebbe fatto organizzando l'incontro con Kim Davis, segretaria in una contea del Kentucky che era stata imprigionata per aver rifiutato di rilasciare licenze di matrimonio alle coppie gay. Secondo Cruz il Papa gli avrebbe detto che «non sapeva nulla di chi fosse quella donna e lui [monsignor Viganò, allora nunzio in Usa] l'ha intrufolata per salutarmi - e ovviamente ne hanno fatto un'enorme pubblicità». E così, avrebbe concluso il Papa con Cruz, «sono rimasto inorridito e ho licenziato quel nunzio».L'incontro con la signora Davis in effetti fu una specie di giallo di quel viaggio papale, tanto che l'allora direttore della sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, intervenne per dire che quell'incontro tra il Papa e la funzionaria cristiana che aveva fatto obiezione di coscienza, «non deve essere considerato come un appoggio alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi». Il Papa conosciuto nel mondo per la famosa frase, peraltro mai riportata nella sua completezza, «chi sono io per giudicare un gay» rimaneva così fedele alla linea tracciata; inoltre, proprio durante quel viaggio, Francesco incontrò pubblicamente Yayo Grassi, suo ex allievo gay insieme al compagno Iwan Bagus.Di fronte alle affermazioni messe in bocca al Papa da Cruz sul New York Times, «mi vedo obbligato», ha scritto Viganò nel suo nuovo intervento, «a raccontare come i fatti si sono realmente svolti». Nella sua versione l'ex nunzio scrive che, al termine della cena in nunziatura a Washington la sera del 23 settembre 2015, sottopose al Papa il caso della signora Davis prospettandogli di poterla incontrare. «Io di queste cose non me ne intendo», avrebbe risposto Francesco, «quindi è bene che lei senta il parere del cardinal Parolin». Viganò racconta quindi di essersi recato la sera stessa («erano già le 21.30») presso l'albergo in cui alloggiava il segretario di Stato e qui aver incontrato cinque persone, tra cui monsignor Angelo Becciu, allora numero due della segreteria, e monsignor Paul Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati. Becciu si disse d'accordo nel far incontrare il Papa con la Davis e poi si accodò anche Gallagher, dopo aver fatto un approfondimento. «L'indomani mattina», sono parole di Viganò, «dopo la messa che il Papa aveva concelebrato con noi in nunziatura, riferii al Papa il parere positivo dei suoi due principali collaboratori, i quali avrebbero poi riferito al cardinal Parolin del nostro incontro. Il Papa diede quindi il suo consenso, e io organizzai il modo per far venire in nunziatura la Davis senza che nessuno se ne accorgesse, facendola accomodare in un salotto separato». Il resto è storia, nel senso che appena Francesco arrivò a Roma la notizia dell'incontro con la Davis, obiettrice di coscienza per non aver ratificato un matrimonio gay, era su tutti i media. «La sala stampa vaticana», prosegue Viganò nel suo nuovo memoriale, «emise poi un comunicato, senza che mai io fossi consultato dai superiori dalla segreteria di Stato, in cui si affermava che il Papa non aveva mai ricevuto in udienza privata la Davis, e che al massimo avrebbe potuto averla salutata tra molte altre persone prima di partire per New York. A rincarare una versione diversa del vero ci avrebbero poi pensato padre Rosica e padre Lombardi» sul New York Times del 2 ottobre 2015. Lo zelo dei collaboratori del Papa sembra essere speso tutto nel senso di non deragliare da una ipotetica linea gay friendly.Così almeno racconta Viganò: «L'indomani mattina, verso le 6 ora di Washington - ricordo bene perché ero appena entrato nella cappella della nunziatura - ricevevo una telefonata concitata dal cardinal Parolin, il quale mi disse: “Devi venire subito a Roma perché il Papa è furioso con te". Partii appena mi fu possibile e fui ricevuto dal Papa alla Domus Sanctae Marthae, verso le 7 di sera del 9 ottobre, alla conclusione di una delle sessioni pomeridiane del secondo sinodo sulla famiglia. Il Papa mi ricevette per quasi un'ora, in modo affettuoso e paterno. Si scusò immediatamente con me, per avermi dato questo disturbo di venire a Roma, e si effuse in continui elogi nei miei confronti per come avevo organizzato la sua visita negli Usa, per l'incredibile accoglienza che aveva ricevuto in America, come mai si sarebbe aspettato. Con mia grandissima sorpresa, durante questo lungo incontro, il Papa non menzionò neanche una volta l'udienza con la Davis! Appena terminata la mia udienza con il Papa, telefonai subito al cardinal Parolin, e gli dissi: “Il Papa è stato buonissimo con me. Non una parola di rimprovero, solo elogi per il successo della sua visita negli Usa". Al che, il cardinal Parolin mi rispose: “Non è possibile, perché con me era furioso nei tuoi confronti". Questo il riassunto degli eventi». «Uno dei due mente: Cruz o il Papa?», si chiede l'ex nunzio. «Quello che è certo è che il Papa sapeva benissimo chi fosse la Davis, e lui e i suoi stretti collaboratori avevano approvato l'udienza privata». Ma è altrettanto evidente, conclude Viganò, «che papa Fracesco ha voluto nascondere l'udienza privata con la prima cittadina americana condannata e imprigionata per obiezione di coscienza».Una nuova domanda si aggiunge così alle tante che si sono affastellate in questi giorni dopo lo scandalo abusi e il ruolo del cardinale McCarrick, uno scandalo che, più o meno direttamente, ha a che fare con la questione omosessualità nella Chiesa. Appare sempre più chiaro, a prescindere da ogni altra valutazione che si può fare sulla testimonianza di Viganò, che alcuni dei più stretti collaboratori di Francesco sembrano impegnati a fornire una nuova cittadinanza all'omosessualità nella Chiesa, una cittadinanza che va ben oltre il giusto rispetto che si deve a tutte le persone. Il caso Davis sembra un ulteriore esempio della necessità di dover rispettare il politically correct sul tema. Ma ci sono altre domande inquietanti che sorgono dalla intervista che l'ex nunzio ha concesso a Lifesitenews, a margine di questo nuovo documento sul caso Davis. In tanti hanno provato a screditare le affermazioni di Viganò sulle sanzioni che Benedetto XVI avrebbe comminato al cardinale McCarrick (probabilmente sul finire del 2008) portando come prove apparizioni pubbliche dello stesso McCarrick in varie circostanze, alcune anche con lo stesso nunzio che lo salutava cordialmente. Nella nuova intervista a Lifesitenews, Viganò spiega che «non ero nella posizione di far rispettare [le sanzioni comminate da Benedetto XVI]», ha detto Viganó, «soprattutto perché le misure (sanzioni) concesse a McCarrick (sono state fatte) in modo privato. Questa è stata la decisione di papa Benedetto». Papa Ratzinger aveva scelto questa strada, dice ancora l'ex nunzio, perché «McCarrick era già ritirato, o forse perché Benedetto pensa che egli fosse pronto a obbedire». Al di là di ogni altra considerazione le possibili (e verosimili) sanzioni che il papa Benedetto XVI avrebbe comminato in «segreto» aprono scenari inquietanti. Il National Catholic Register, che cita una fonte vicina al papa emerito si chiede: «Perché le sanzioni di Benedetto XVI contro McCarrick non sono mai state rese pubbliche ma sono state date solo sotto forma di istruzione privata?». E papa Francesco nel 2013 era venuto a conoscenza di queste sanzioni?Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nunzio-sulla-lobby-gay-in-vaticano-stanno-tentando-di-pilotare-il-papa-2601086937.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-dalla-chiesa-americana-che-arrivano-le-critiche-piu-scomode-per-francesco" data-post-id="2601086937" data-published-at="1779609269" data-use-pagination="False"> È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco Quando fu eletto Papa dopo i pontificati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nessuno avrebbe potuto prevedere che, a parti (o a partiti) invertite, Francesco avrebbe affrontato la stessa fronda che aveva ostacolato il suo predecessore Joseph Ratzinger. Ma la sorte, si sa, ha la sua ironia. Così come il «pastore tedesco» dovette patire l'ostilità della sua Germania, oggi Jorge Mario Bergoglio, il quale, in verità, non è amato da tutti neppure in Argentina (sebbene, come documenta il ferocissimo pamphlet Il Papa dittatore, sia stato abile nello scalzare i suoi avversari), rischia di inciampare sui dossier di Oltreoceano. La denuncia che monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington, ha affidato alla Verità, riguarda una vicenda tutta americana, quella degli abusi sessuali perpetrati da Theodore McCarrick, che fu arcivescovo della capitale statunitense e che l'attuale Pontefice avrebbe lasciato deliberatamente impunito. Il fascicolo, insieme alla clamorosa richiesta rivolta a Francesco di abdicare, ha suscitato grande clamore, aggravando la frattura tra i membri conservatori e quelli progressisti del clero americano. I primi, tra i quali il vescovo di Springfield, John Paprocki, quello di Phoenix, Thomas Olmsted e quello di Madison, Robert Morlino, hanno chiesto che le accuse di Viganò siano prese seriamente. I secondi, a partire dall'erede di McCarrick all'arcidiocesi di Washington, Donald Wuerl, respingono le tesi dell'ex nunzio. Ma attorno a papa Francesco, dall'altra sponda dell'Oceano si sta stringendo una sorta di tenaglia. E stanno venendo fuori i profondi contrasti che lacerano la Chiesa e che il suo piglio da accentratore non è stato in grado di soffocare. Sul New York Times, Jason Horowitz ha scritto che Viganò si sarebbe vendicato della sua rimozione dalla nunziatura apostolica di Washington, decisa da Francesco (stando alla testimonianza di una vittima di abusi che ha avuto un lungo colloquio con Bergoglio) perché Viganò lo avrebbe messo in imbarazzo durante il suo viaggio apostolico in America, nel 2015, quando il nunzio gli organizzò un incontro con Kim Davis. La donna era una funzionaria pubblica cristiana finita in carcere per essersi rifiutata di registrare un matrimonio omosessuale. Il Papa e la Davis si videro in privato, ma la notizia venne fuori, incrinando l'immagine attentamente creata da molti di un pontefice non certo ostile ai «progressisti» nordamericani. Immagine che lo stesso Francesco (il quale nel 2016 si espresse in tono sostanzialmente contrario nei confronti dell'allora candidato alla Casa Bianca Donald Trump per le sue idee sul muro con il Messico) non è mai parso interessato a contraddire. Tanto che la Santa Sede aveva inizialmente negato che il colloquio con la Davis fosse avvenuto. Fermo restando che Viganò ha smentito la ricostruzione di Horowitz, rimane il fatto che, dopo averlo sostenuto al Conclave del 2013, forse perché non lo conoscevano bene, o perché si erano lasciati convincere dalla fama di conservatore che Bergoglio si era guadagnato per alcune posizioni pastorali espresse nel continente americano (mentre in Europa è considerato prossimo ai cosiddetti progressisti di San Gallo), molti esponenti della Chiesa statunitense sembrano sempre più insofferenti nei confronti di papa Francesco. Qualcosa di simile, dicevamo, accadde a Ratzinger. Quando salì al soglio pontificio, la Bild titolò: «Noi siamo Papa». Ma la luna di miele con i connazionali durò poco. A un Paese in cui un terzo della popolazione è cattolico, un terzo protestante e l'altro terzo agnostico, non poteva andare giù il tradizionalismo liturgico di un teologo che, partito da un'entusiastica adesione al Concilio Vaticano II, era poi sceso in polemica con gli eccessi teorizzati da Karl Rahner, mettendo a repentaglio l'ecumenismo cattoluterano che invece incontra il favore della Chiesa tedesca. In primis, quello del cardinale Reinhard Marx. Ad allontanare ancora di più Benedetto XVI dai compatrioti ci furono i suoi tentativi di ricucire con i lefebvriani, gli ultraconservatori della Fraternità sacerdotale San Pio X, dai più bollati alla stregua di neonazisti. E infatti, nel 2009 la cancelliera Angela Merkel chiese spiegazioni alla Santa Sede per il ritiro della scomunica al lefebvriano britannico Richard Williamson, additato quale negazionista dell'Olocausto. In Germania, poi, l'opinione pubblica cominciò a criticare Ratzinger per non aver preso iniziative abbastanza energiche contro la pedofilia, dopo lo scoperchiamento di un vecchio ma clamoroso caso di abusi in un seminario berlinese. Con il senno di poi, magari, i tedeschi si ricrederebbero. Ma quando Benedetto XVI trasformò Ratisbona nel teatro di quella che mezzo mondo islamico considerò una dichiarazione di guerra culturale, e quando criticò il materialismo della Chiesa teutonica (attaccata alla decima che i cittadini versano per obbligo giuridico nelle sue casse quanto poco salda su morale e liturgia), di nemici se ne fece davvero troppi. Nessuno è profeta in patria. E Bergoglio, Papa del Nuovo Mondo, rischia di non esserlo oggi in tutto il suo continente. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nunzio-sulla-lobby-gay-in-vaticano-stanno-tentando-di-pilotare-il-papa-2601086937.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="benedetto-sanziono-mccarrick-fonte-vicina-a-ratzinger-conferma" data-post-id="2601086937" data-published-at="1779609269" data-use-pagination="False"> «Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma Se, come sostiene l'arcivescovo Carlo Maria Viganò nel suo memoriale pubblicato dalla Verità il 26 agosto, l'ex cardinale Theodore McCarrick era stato sanzionato da Benedetto XVI nel 2009 o nel 2010, perché l'allora porporato americano, che a luglio ha rinunciato al cardinalato dopo essere stato accusato di molestie sessuali, non ha mai rispettato le disposizioni di Ratzinger? È solo uno dei tanti dubbi che sono stati sollevati dopo l'uscita del memoriale per screditare Viganò , ed è un punto sul quale l'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti ha voluto far chiarezza personalmente parlando al sito internet americano LifeSiteNews. Viganò nel memoriale scrive che il Papa emerito aveva intimato all'ex cardinale di lasciare il seminario in cui risiedeva e gli aveva proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l'obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza. «Io non ero nella posizione di far rispettare le misure», spiega monsignor Viganò, «soprattutto perché erano state inflitte a McCarrick privatamente. Questa era stata la decisione di papa Benedetto». Ratzinger, continua l'arcivescovo, aveva probabilmente agito in questo modo perché «McCarrick era già in pensione» o «pensando che McCarrick fosse pronto a obbedire». L'ex arcivescovo di Washington non era affatto pronto, invece. Come si può vedere in un filmato pubblicato il 29 agosto dalla Catholic News Service, agenzia indipendente legata alla Conferenza episcopale Usa, nel 2011 McCarrick parlava a nome dei vescovi americani davanti al Congresso, nel 2012 durante una visita ad limina concelebrava con Benedetto XVI a Roma e parlava con lui. Infine, sempre nel 2012, partecipava a un evento organizzato in suo onore dalle Pontificie opere missionarie, nel quale intervenne anche Viganò. L'ex nunzio, che ha ricoperto il ruolo dal 2011 al 2016, spiega a proposito dell'incontro tra Ratzinger e McCarrick: «Potete immaginarvi papa Benedetto, mite com'era di carattere, dire davanti a tutti gli altri vescovi: “Che ci fai qui?"». Allo stesso modo, a proposito dell'evento del 2012, Viganò aggiunge che in quella situazione «non potevo dire: “Che cosa ci fai qui?". Potete immaginarvelo? Nessuno sapeva delle sanzioni, che erano state comminate durante un incontro privato». Secondo quanto riferito al National Catholic Register da una «fonte affidabile» e molto vicina a Benedetto XVI, e che ha potuto parlare con lui, il Papa emerito era a conoscenza delle accuse di abuso di seminaristi da parte di McCarrick. Per questo prese effettivamente provvedimenti, perché «era noto che fosse un omosessuale». Secondo quanto lo stesso Benedetto può ricordare, «l'istruzione era essenzialmente che McCarrick doveva tenere un profilo basso. Non c'era stato un decreto formale, ma solo una richiesta privata». Questa testimonianza confermerebbe nella sostanza il memoriale di Viganò: Benedetto XVI chiese personalmente e privatamente a McCarrick di vivere ritirato e lontano dal seminario, doveva aveva molestato seminaristi e giovani sacerdoti, ma l'ex cardinale si rifiutò di obbedire. Leone Grotti
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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Il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla (Ansa)
Questo gruppo è composto anche da un cacciatorpediniere, una nave da rifornimento e uno stormo aereo presente a bordo. L’ultima volta che Washington ha inviato una portaerei nei Caraibi è stata per l’operazione di l’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro nel gennaio scorso.
La mossa dell’amministrazione Trump arriva subito dopo la notizia dell’incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei negli anni Novanta, e si inserisce in un quadro di crescente pressione sull’Avana. Il tycoon americano ormai da tempo ha posato lo sguardo su Cuba chiedendo un cambio di regime al partito comunista e nelle ultime settimane gli Usa hanno anche inasprito le sanzioni contro l’isola bloccando i rifornimenti di carburante. La situazione economica cubana è allo stremo dal crollo del regime di Caracas, che garantiva un continuo afflusso di petrolio, e oggi le industrie sono ferme e i blackout arrivano a 24 ore consecutive.
Bruno Rodríguez Parrilla guida da 17 anni il ministero degli Esteri di Cuba, dopo aver lavorato alle Nazioni Unite. «Gli Stati Uniti stanno proseguendo nelle loro continue aggressioni e provocazioni», tuona il diplomatico sentito dalla Verità, «avevo già definito “genocida” l’intento delle azioni nordamericane, e adesso sono arrivati a schierare navi da guerra. Donald Trump e Marco Rubio devono smettere di dire che Cuba rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, perché questo è totalmente falso. Il mondo non può restare a guardare questa inutile dimostrazione di forza che vuole provocare un’aggressione militare contro di noi».
In questa situazione, il regime comunista ha organizzato una serie di manifestazioni in sostegno di Castro. Migliaia di persone si sono radunate davanti all’ambasciata statunitense per protestate, ma un sondaggio di Cuba Data riporta che il 44% dei cubani si dimostra distante dal governo. Le prime reazioni alla comparsa della Nimitz sono arrivate da Russia, Cina e Spagna. Mosca ha condannato l’incriminazione di Castro, ormai quasi novantacinquenne, considerandola un atto che rasenta la violenza. Il portavoce del Cremlino ha detto che in nessuna circostanza dovrebbero essere usati contro i dirigenti governativi tali metodi e che Mosca continuerà a fornire il massimo sostegno al fraterno popolo cubano. Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto che Pechino si oppone alle sanzioni unilaterali illegali e non autorizzate dalle Nazioni Unite. La Cina ha anche ribadito il suo rifiuto alle pressioni su Cuba, ammonendo Washington di smettere di brandire il bastone delle sanzioni e delle misure giudiziarie, confermando il sostegno alla sovranità nazionale dell’Avana.
«Un’aggressione militare contro di noi avrebbe conseguenze imprevedibili», ha continuato Rodríguez Parrilla, «e causerebbe lo spargimento di sangue di cubani e americani. Il segretario di Stato Rubio ci accusa di essere uno sponsor del terrorismo per istigare un’aggressione contro Cuba. Anche l’offerta di 100 milioni di dollari di aiuti aveva sicuramente scopi diversi, era una trappola nella quale non siamo caduti. Rubio continua a parlare di accordi e di una via diplomatica e oggi vediamo la marina statunitense nelle nostre acque. Vogliono distruggere la nostra nazione e prendere il controllo di Cuba per farla diventare una colonia, noi questo non lo permetteremo mai».
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Donald Trump (Ansa)
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
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L’Indonesia nazionalizza l’export. Solare europeo sottozero. Hormuz senza tregua. Il ritorno degli extraprofitti. Maxi fusione NextEra-Dominion.