Nonostante l'assoluzione dall'accusa di «blasfemia», che l'aveva costretta a rimanere in carcere (da innocente) per quasi dieci anni, la cristiana Asia Bibi non potrà lasciare il Pakistan. Lo ha deciso il governo di Islamabad per mettere fine alle proteste degli islamisti che agitano il Paese dal 31 ottobre, il giorno in cui la Corte suprema, rendendo pubblica una sentenza clamorosa e molto sofferta, ha annullato la condanna a morte per la donna, confermata da tutti i precedenti gradi di giudizio.
Saiful Malook, 62 anni, avvocato musulmano di Asia Bibi, come ha raccontato il mensile Tempi, ha lasciato il Paese alla volta dell'Europa e ieri è atterrato a Fiumicino. È salito sull'aereo con i vestiti che aveva addosso, perché passare da casa a fare le valigie sarebbe stato troppo pericoloso. La sua prossima tappa sarà Amsterdam, dove l'8 novembre terrà una conferenza pubblica sul caso. «Nella situazione attuale», ha dichiarato all'agenzia Afp, «non è possibile per me vivere in Pakistan. È necessario che io rimanga in vita perché devo ancora combattere la battaglia legale per Asia Bibi». La reazione degli islamisti è «spiacevole, ma non inattesa» per il legale. «Quello che provoca dolore è la risposta del governo. Non è stato capace nemmeno di fare applicare un verdetto della Corte suprema». Non solo: Islamabad non ha assegnato a Malook alcuna scorta, nonostante le minacce proclamate pubblicamente dagli estremisti.
Da mercoledì scorso, il partito musulmano estremista Tehreek e Labaik anima le proteste contro la sentenza che si sono accese in tutto il Pakistan. Il leader del partito, Muhammad Afzal Qadri, è arrivato a dire che «i giudici che hanno scagionato Asia Bibi meritano la morte». Ma venerdì ha annunciato la fine delle agitazioni di massa perché è stato raggiunto un accordo con il governo. È sempre l'Afp a fornire i dettagli della trattativa: in sostanza Islamabad non si opporrà all'appello contro la sentenza della Corte suprema che ha salvato la vita ad Asia Bibi. La donna inoltre non potrà lasciare il Paese fino all'avvenuta revisione del processo. E così, nonostante la liberazione dopo 3.420 giorni di ingiusta carcerazione per un'accusa assurda, la vita di Asia Bibi, ha detto l'avvocato Malook all'Afp, «resterà più o meno la stessa». La cristiana, infatti, per evitare di farsi uccidere dai fondamentalisti, sarà costretta a vivere «in una prigione di sicurezza o isolata in un rifugio segreto».
l'inizio del calvario
Oggi che la libertà di questa donna è più vicina, anche se i pericoli non sono scomparsi, possiamo ripercorrere il suo infinito calvario. Era il 14 giugno 2009 quando la donna cattolica bevve un bicchiere d'acqua per ristorarsi dal lavoro nei campi e fu accusata da due donne musulmane di avere infettato la fonte, in quanto infedele. Ai tentativi delle colleghe di convertirla all'islam, lei rispose: «Il mio Gesù è morto sulla croce per redimere i peccati di tutta l'umanità, Maometto cosa ha fatto per voi?». Asia Bibi venne insultata e picchiata da una folla di musulmani chiamati a raccolta dai muezzin delle moschee. Dopo cinque giorni, il 19 giugno 2009, il mullah musulmano Qari Muhammad Sallam, che non aveva assistito all'alterco, formalizzò l'accusa di blasfemia davanti alla polizia e la madre cattolica fu arrestata e portata via dalla sua casa del villaggio di Ittar Wali (Punjab). Condannata a morte in primo grado in base all'articolo 295 C del codice penale l'11 novembre 2010, Asia Bibi è rimasta in isolamento da allora. La donna ricorda così la prima udienza: «Piansi sola, con la testa tra le mani. Non posso più sopportare la vita di persone piene di odio, che applaudono per l'uccisione di una povera bracciante. Ora non li vedo più, ma li sento ancora, la folla che tributa il giudice con una standing ovation, gridando: “Uccidetela, uccidetela! Allah Akbar. Vendetta per il santo profeta. Allah è grande!"».
I giudici pakistani hanno usato il tempo come arma crudele contro Asia Bibi: il processo d'appello è stato rinviato senza motivo cinque volte in quattro anni. Il 16 ottobre 2014 la corte d'appello di Lahore ha confermato la condanna a morte. Nonostante le prove siano sempre state nulle, i giudici in primo e secondo grado hanno avallato la condanna a morte sia per inadeguatezza di alcuni avvocati della donna sia per timore di essere uccisi dagli estremisti islamici. Sardar Mushtaq Gill, attivista cristiano per i diritti umani costretto a fuggire dal Pakistan pochi anni fa, raccontò a Tempi: «Durante il primo grado, il suo avvocato difensore è stato accolto in tribunale dal cancelliere, che gli ha puntato direttamente una pistola alla testa. È questo che intendo quando parlo di pressioni da parte degli estremisti islamici».
martirio consapevole
Negli anni in cui Asia Bibi viveva in isolamento, in una cella senza finestre, costretta a farsi da mangiare da sola per non essere avvelenata, tutte le più importanti cariche dello Stato che si sono azzardate a difenderla sono morte. Il 4 gennaio 2011 è stato assassinato il governatore musulmano del Punjab, Salman Taseer, che aveva definito quella sulla blasfemia una «legge nera». Il 2 marzo 2011 è stato invece crivellato di colpi il ministro cattolico per le Minoranze Shahbaz Bhatti, che si era detto disposto a morire pur di ottenere il suo rilascio. Ora che Asia Bibi è libera, almeno a parole, non si può dimenticare che il martirio è stato consapevolmente scelto. Scrisse la donna in una lettera datata dicembre 2012: «Un giudice mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all'islam. Io l'ho ringraziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana».
Se medici e giudici inglesi non si fossero ostinati con protervia a porre fine alla vita del piccolo Alfie, affetto da una grave malattia neurodegenerativa e morto il 28 aprile all'età di 23 mesi, oggi avrebbe un fratello. Kate James e Tom Evans, rispettivamente 20 e 21 anni, hanno infatti festeggiato pochi giorni fa l'arrivo di un nuovo bambino, dopo aver combattuto per sei mesi contro tutto e tutti per cercare di salvare Alfie da chi aveva definito la sua vita «inutile» e il suo «best interest» morire. Secondo il tabloid inglese Sun il neonato, maschio, è venuto alla luce l'8 agosto, potrebbe chiamarsi Thomas e sarebbe in buona salute. La famiglia non ha confermato né smentito ai giornali la notizia, ma un'amica molto vicina agli Evans è stata in grado di confermare alla Verità che il bambino è nato.
La riservatezza dei genitori è più che comprensibile se si ripensa alla storia di Alfie. Nato sano nel maggio 2016, viene ricoverato a soli sette mesi nel reparto di terapia intensiva dell'Alder Hey Children's Hospital di Liverpool a causa dell'insorgere di una patologia neurodegenerativa sconosciuta. Dopo un anno, nel dicembre 2017, i medici decidono che Alfie non ha più alcuna possibilità di migliorare la sua condizione e che pertanto è inutile continuare a curarlo. Propongono ai genitori di staccare la ventilazione che gli permette di vivere, ma Tom e Kate si oppongono, chiedendo piuttosto che venga trasferito all'ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma. Il 20 febbraio 2018 il giudice Anthony Hayden stabilisce per sentenza che «il miglior interesse» di Alfie non è essere curato in un ospedale, inglese o italiano, ma morire. Il 20 aprile la Corte suprema conferma la sentenza e il 24 aprile viene staccata la spina. I medici, pur non conoscendo la malattia di Alfie, assicurano ai genitori che non sopravviverà se non per poche ore, invece il bambino, sostenuto dall'amore dei genitori e dalla preghiera di migliaia di persone stazionate fuori dall'ospedale, per non parlare dell'aiuto diplomatico ricevuto dall'Italia e dal Vaticano, continua a vivere tenacemente respirando in modo autonomo.
Tom presenta un nuovo ricorso alla Corte d'appello chiedendo che venga permesso al figlio di essere curato in Italia. I giudici si oppongono ancora, ribadendo che il miglior interesse di Alfie è morire. Dopo quasi 100 ore, nelle quali i medici non consentono ai genitori neanche di portare a casa il figlio, Alfie muore il 28 aprile e Tom scrive su Facebook: «Abbiamo il cuore spezzato. Grazie a tutti per il vostro sostegno». L'ospedale ha speso più di 145 mila sterline in spese legali per impedire che il bambino potesse vivere.
Ora Kate ha dato alla luce un altro figlio. Come spiega una fonte vicina alla famiglia, «nelle ultime settimane di vita di Alfie era già incinta anche se non ha mai detto niente. I due genitori sono felicissimi. La tristezza rimane, perché sanno che Alfie sarebbe stato un fratello maggiore splendido, ma sono entusiasti per il nuovo arrivo».
- Il monsignore Carlo Maria Viganò cita un episodio emblematico: negli Usa fece incontrare Bergoglio e un'impiegata incarcerata per non aver ratificato nozze omosex. A Roma però provarono (invano) a oscurare il fatto, giudicato scomodo.
- È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco. Negli Stati Uniti un coro di vescovi «conservatori» chiede pulizia nel clero romano. Rappresentano per il Pontefice ciò che la Germania rappresentò per il predecessore.
- «Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma. La rivelazione sui media esteri: «Non fu un decreto formale, ma una richiesta privata» .
Lo speciale contiene tre articoli.
A una settimana dalla pubblicazione del memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò, l'ex nunzio torna a parlare. Lo fa dalle colonne del portale canadese Lifesitenews, uno dei media che ha pubblicato - con La Verità - il dossier che sta interessando mezzo mondo e fa inquietare la Chiesa. Questa volta si concentra sostanzialmente su due punti, risponde a quanto affermato in un articolo del New York Times del 28 agosto scorso, e ribadisce che lui informò papa Francesco nel 2013 delle sanzioni che Benedetto XVI aveva comminato all'ex cardinale McCarrick.
Jason Horowitz il 28 agosto ha scritto sul New York Times che Ted Cruz, vittima cilena di abusi del clero che ha incontrato il papa a Santa Marta nella primavera scorsa, avrebbe sostenuto che proprio Viganò aveva in qualche modo sabotato il viaggio apostolico di Francesco negli Stati Uniti nel 2015. Lo avrebbe fatto organizzando l'incontro con Kim Davis, segretaria in una contea del Kentucky che era stata imprigionata per aver rifiutato di rilasciare licenze di matrimonio alle coppie gay. Secondo Cruz il Papa gli avrebbe detto che «non sapeva nulla di chi fosse quella donna e lui [monsignor Viganò, allora nunzio in Usa] l'ha intrufolata per salutarmi - e ovviamente ne hanno fatto un'enorme pubblicità». E così, avrebbe concluso il Papa con Cruz, «sono rimasto inorridito e ho licenziato quel nunzio».
L'incontro con la signora Davis in effetti fu una specie di giallo di quel viaggio papale, tanto che l'allora direttore della sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, intervenne per dire che quell'incontro tra il Papa e la funzionaria cristiana che aveva fatto obiezione di coscienza, «non deve essere considerato come un appoggio alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi». Il Papa conosciuto nel mondo per la famosa frase, peraltro mai riportata nella sua completezza, «chi sono io per giudicare un gay» rimaneva così fedele alla linea tracciata; inoltre, proprio durante quel viaggio, Francesco incontrò pubblicamente Yayo Grassi, suo ex allievo gay insieme al compagno Iwan Bagus.
Di fronte alle affermazioni messe in bocca al Papa da Cruz sul New York Times, «mi vedo obbligato», ha scritto Viganò nel suo nuovo intervento, «a raccontare come i fatti si sono realmente svolti». Nella sua versione l'ex nunzio scrive che, al termine della cena in nunziatura a Washington la sera del 23 settembre 2015, sottopose al Papa il caso della signora Davis prospettandogli di poterla incontrare. «Io di queste cose non me ne intendo», avrebbe risposto Francesco, «quindi è bene che lei senta il parere del cardinal Parolin». Viganò racconta quindi di essersi recato la sera stessa («erano già le 21.30») presso l'albergo in cui alloggiava il segretario di Stato e qui aver incontrato cinque persone, tra cui monsignor Angelo Becciu, allora numero due della segreteria, e monsignor Paul Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati. Becciu si disse d'accordo nel far incontrare il Papa con la Davis e poi si accodò anche Gallagher, dopo aver fatto un approfondimento.
«L'indomani mattina», sono parole di Viganò, «dopo la messa che il Papa aveva concelebrato con noi in nunziatura, riferii al Papa il parere positivo dei suoi due principali collaboratori, i quali avrebbero poi riferito al cardinal Parolin del nostro incontro. Il Papa diede quindi il suo consenso, e io organizzai il modo per far venire in nunziatura la Davis senza che nessuno se ne accorgesse, facendola accomodare in un salotto separato». Il resto è storia, nel senso che appena Francesco arrivò a Roma la notizia dell'incontro con la Davis, obiettrice di coscienza per non aver ratificato un matrimonio gay, era su tutti i media. «La sala stampa vaticana», prosegue Viganò nel suo nuovo memoriale, «emise poi un comunicato, senza che mai io fossi consultato dai superiori dalla segreteria di Stato, in cui si affermava che il Papa non aveva mai ricevuto in udienza privata la Davis, e che al massimo avrebbe potuto averla salutata tra molte altre persone prima di partire per New York. A rincarare una versione diversa del vero ci avrebbero poi pensato padre Rosica e padre Lombardi» sul New York Times del 2 ottobre 2015. Lo zelo dei collaboratori del Papa sembra essere speso tutto nel senso di non deragliare da una ipotetica linea gay friendly.
Così almeno racconta Viganò: «L'indomani mattina, verso le 6 ora di Washington - ricordo bene perché ero appena entrato nella cappella della nunziatura - ricevevo una telefonata concitata dal cardinal Parolin, il quale mi disse: “Devi venire subito a Roma perché il Papa è furioso con te". Partii appena mi fu possibile e fui ricevuto dal Papa alla Domus Sanctae Marthae, verso le 7 di sera del 9 ottobre, alla conclusione di una delle sessioni pomeridiane del secondo sinodo sulla famiglia. Il Papa mi ricevette per quasi un'ora, in modo affettuoso e paterno. Si scusò immediatamente con me, per avermi dato questo disturbo di venire a Roma, e si effuse in continui elogi nei miei confronti per come avevo organizzato la sua visita negli Usa, per l'incredibile accoglienza che aveva ricevuto in America, come mai si sarebbe aspettato. Con mia grandissima sorpresa, durante questo lungo incontro, il Papa non menzionò neanche una volta l'udienza con la Davis! Appena terminata la mia udienza con il Papa, telefonai subito al cardinal Parolin, e gli dissi: “Il Papa è stato buonissimo con me. Non una parola di rimprovero, solo elogi per il successo della sua visita negli Usa". Al che, il cardinal Parolin mi rispose: “Non è possibile, perché con me era furioso nei tuoi confronti". Questo il riassunto degli eventi».
«Uno dei due mente: Cruz o il Papa?», si chiede l'ex nunzio. «Quello che è certo è che il Papa sapeva benissimo chi fosse la Davis, e lui e i suoi stretti collaboratori avevano approvato l'udienza privata». Ma è altrettanto evidente, conclude Viganò, «che papa Fracesco ha voluto nascondere l'udienza privata con la prima cittadina americana condannata e imprigionata per obiezione di coscienza».
Una nuova domanda si aggiunge così alle tante che si sono affastellate in questi giorni dopo lo scandalo abusi e il ruolo del cardinale McCarrick, uno scandalo che, più o meno direttamente, ha a che fare con la questione omosessualità nella Chiesa. Appare sempre più chiaro, a prescindere da ogni altra valutazione che si può fare sulla testimonianza di Viganò, che alcuni dei più stretti collaboratori di Francesco sembrano impegnati a fornire una nuova cittadinanza all'omosessualità nella Chiesa, una cittadinanza che va ben oltre il giusto rispetto che si deve a tutte le persone. Il caso Davis sembra un ulteriore esempio della necessità di dover rispettare il politically correct sul tema.
Ma ci sono altre domande inquietanti che sorgono dalla intervista che l'ex nunzio ha concesso a Lifesitenews, a margine di questo nuovo documento sul caso Davis. In tanti hanno provato a screditare le affermazioni di Viganò sulle sanzioni che Benedetto XVI avrebbe comminato al cardinale McCarrick (probabilmente sul finire del 2008) portando come prove apparizioni pubbliche dello stesso McCarrick in varie circostanze, alcune anche con lo stesso nunzio che lo salutava cordialmente. Nella nuova intervista a Lifesitenews, Viganò spiega che «non ero nella posizione di far rispettare [le sanzioni comminate da Benedetto XVI]», ha detto Viganó, «soprattutto perché le misure (sanzioni) concesse a McCarrick (sono state fatte) in modo privato. Questa è stata la decisione di papa Benedetto». Papa Ratzinger aveva scelto questa strada, dice ancora l'ex nunzio, perché «McCarrick era già ritirato, o forse perché Benedetto pensa che egli fosse pronto a obbedire». Al di là di ogni altra considerazione le possibili (e verosimili) sanzioni che il papa Benedetto XVI avrebbe comminato in «segreto» aprono scenari inquietanti. Il National Catholic Register, che cita una fonte vicina al papa emerito si chiede: «Perché le sanzioni di Benedetto XVI contro McCarrick non sono mai state rese pubbliche ma sono state date solo sotto forma di istruzione privata?». E papa Francesco nel 2013 era venuto a conoscenza di queste sanzioni?
Lorenzo Bertocchi
È dalla Chiesa americana che arrivano le critiche più scomode per Francesco
Quando fu eletto Papa dopo i pontificati di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nessuno avrebbe potuto prevedere che, a parti (o a partiti) invertite, Francesco avrebbe affrontato la stessa fronda che aveva ostacolato il suo predecessore Joseph Ratzinger. Ma la sorte, si sa, ha la sua ironia. Così come il «pastore tedesco» dovette patire l'ostilità della sua Germania, oggi Jorge Mario Bergoglio, il quale, in verità, non è amato da tutti neppure in Argentina (sebbene, come documenta il ferocissimo pamphlet Il Papa dittatore, sia stato abile nello scalzare i suoi avversari), rischia di inciampare sui dossier di Oltreoceano.
La denuncia che monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington, ha affidato alla Verità, riguarda una vicenda tutta americana, quella degli abusi sessuali perpetrati da Theodore McCarrick, che fu arcivescovo della capitale statunitense e che l'attuale Pontefice avrebbe lasciato deliberatamente impunito. Il fascicolo, insieme alla clamorosa richiesta rivolta a Francesco di abdicare, ha suscitato grande clamore, aggravando la frattura tra i membri conservatori e quelli progressisti del clero americano. I primi, tra i quali il vescovo di Springfield, John Paprocki, quello di Phoenix, Thomas Olmsted e quello di Madison, Robert Morlino, hanno chiesto che le accuse di Viganò siano prese seriamente. I secondi, a partire dall'erede di McCarrick all'arcidiocesi di Washington, Donald Wuerl, respingono le tesi dell'ex nunzio.
Ma attorno a papa Francesco, dall'altra sponda dell'Oceano si sta stringendo una sorta di tenaglia. E stanno venendo fuori i profondi contrasti che lacerano la Chiesa e che il suo piglio da accentratore non è stato in grado di soffocare. Sul New York Times, Jason Horowitz ha scritto che Viganò si sarebbe vendicato della sua rimozione dalla nunziatura apostolica di Washington, decisa da Francesco (stando alla testimonianza di una vittima di abusi che ha avuto un lungo colloquio con Bergoglio) perché Viganò lo avrebbe messo in imbarazzo durante il suo viaggio apostolico in America, nel 2015, quando il nunzio gli organizzò un incontro con Kim Davis. La donna era una funzionaria pubblica cristiana finita in carcere per essersi rifiutata di registrare un matrimonio omosessuale. Il Papa e la Davis si videro in privato, ma la notizia venne fuori, incrinando l'immagine attentamente creata da molti di un pontefice non certo ostile ai «progressisti» nordamericani. Immagine che lo stesso Francesco (il quale nel 2016 si espresse in tono sostanzialmente contrario nei confronti dell'allora candidato alla Casa Bianca Donald Trump per le sue idee sul muro con il Messico) non è mai parso interessato a contraddire. Tanto che la Santa Sede aveva inizialmente negato che il colloquio con la Davis fosse avvenuto.
Fermo restando che Viganò ha smentito la ricostruzione di Horowitz, rimane il fatto che, dopo averlo sostenuto al Conclave del 2013, forse perché non lo conoscevano bene, o perché si erano lasciati convincere dalla fama di conservatore che Bergoglio si era guadagnato per alcune posizioni pastorali espresse nel continente americano (mentre in Europa è considerato prossimo ai cosiddetti progressisti di San Gallo), molti esponenti della Chiesa statunitense sembrano sempre più insofferenti nei confronti di papa Francesco.
Qualcosa di simile, dicevamo, accadde a Ratzinger. Quando salì al soglio pontificio, la Bild titolò: «Noi siamo Papa». Ma la luna di miele con i connazionali durò poco. A un Paese in cui un terzo della popolazione è cattolico, un terzo protestante e l'altro terzo agnostico, non poteva andare giù il tradizionalismo liturgico di un teologo che, partito da un'entusiastica adesione al Concilio Vaticano II, era poi sceso in polemica con gli eccessi teorizzati da Karl Rahner, mettendo a repentaglio l'ecumenismo cattoluterano che invece incontra il favore della Chiesa tedesca. In primis, quello del cardinale Reinhard Marx. Ad allontanare ancora di più Benedetto XVI dai compatrioti ci furono i suoi tentativi di ricucire con i lefebvriani, gli ultraconservatori della Fraternità sacerdotale San Pio X, dai più bollati alla stregua di neonazisti. E infatti, nel 2009 la cancelliera Angela Merkel chiese spiegazioni alla Santa Sede per il ritiro della scomunica al lefebvriano britannico Richard Williamson, additato quale negazionista dell'Olocausto. In Germania, poi, l'opinione pubblica cominciò a criticare Ratzinger per non aver preso iniziative abbastanza energiche contro la pedofilia, dopo lo scoperchiamento di un vecchio ma clamoroso caso di abusi in un seminario berlinese. Con il senno di poi, magari, i tedeschi si ricrederebbero. Ma quando Benedetto XVI trasformò Ratisbona nel teatro di quella che mezzo mondo islamico considerò una dichiarazione di guerra culturale, e quando criticò il materialismo della Chiesa teutonica (attaccata alla decima che i cittadini versano per obbligo giuridico nelle sue casse quanto poco salda su morale e liturgia), di nemici se ne fece davvero troppi. Nessuno è profeta in patria. E Bergoglio, Papa del Nuovo Mondo, rischia di non esserlo oggi in tutto il suo continente.
Alessandro Rico
«Benedetto sanzionò McCarrick». Fonte vicina a Ratzinger conferma
Se, come sostiene l'arcivescovo Carlo Maria Viganò nel suo memoriale pubblicato dalla Verità il 26 agosto, l'ex cardinale Theodore McCarrick era stato sanzionato da Benedetto XVI nel 2009 o nel 2010, perché l'allora porporato americano, che a luglio ha rinunciato al cardinalato dopo essere stato accusato di molestie sessuali, non ha mai rispettato le disposizioni di Ratzinger?
È solo uno dei tanti dubbi che sono stati sollevati dopo l'uscita del memoriale per screditare Viganò , ed è un punto sul quale l'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti ha voluto far chiarezza personalmente parlando al sito internet americano LifeSiteNews. Viganò nel memoriale scrive che il Papa emerito aveva intimato all'ex cardinale di lasciare il seminario in cui risiedeva e gli aveva proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l'obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
«Io non ero nella posizione di far rispettare le misure», spiega monsignor Viganò, «soprattutto perché erano state inflitte a McCarrick privatamente. Questa era stata la decisione di papa Benedetto». Ratzinger, continua l'arcivescovo, aveva probabilmente agito in questo modo perché «McCarrick era già in pensione» o «pensando che McCarrick fosse pronto a obbedire». L'ex arcivescovo di Washington non era affatto pronto, invece. Come si può vedere in un filmato pubblicato il 29 agosto dalla Catholic News Service, agenzia indipendente legata alla Conferenza episcopale Usa, nel 2011 McCarrick parlava a nome dei vescovi americani davanti al Congresso, nel 2012 durante una visita ad limina concelebrava con Benedetto XVI a Roma e parlava con lui. Infine, sempre nel 2012, partecipava a un evento organizzato in suo onore dalle Pontificie opere missionarie, nel quale intervenne anche Viganò.
L'ex nunzio, che ha ricoperto il ruolo dal 2011 al 2016, spiega a proposito dell'incontro tra Ratzinger e McCarrick: «Potete immaginarvi papa Benedetto, mite com'era di carattere, dire davanti a tutti gli altri vescovi: “Che ci fai qui?"». Allo stesso modo, a proposito dell'evento del 2012, Viganò aggiunge che in quella situazione «non potevo dire: “Che cosa ci fai qui?". Potete immaginarvelo? Nessuno sapeva delle sanzioni, che erano state comminate durante un incontro privato».
Secondo quanto riferito al National Catholic Register da una «fonte affidabile» e molto vicina a Benedetto XVI, e che ha potuto parlare con lui, il Papa emerito era a conoscenza delle accuse di abuso di seminaristi da parte di McCarrick. Per questo prese effettivamente provvedimenti, perché «era noto che fosse un omosessuale». Secondo quanto lo stesso Benedetto può ricordare, «l'istruzione era essenzialmente che McCarrick doveva tenere un profilo basso. Non c'era stato un decreto formale, ma solo una richiesta privata».
Questa testimonianza confermerebbe nella sostanza il memoriale di Viganò: Benedetto XVI chiese personalmente e privatamente a McCarrick di vivere ritirato e lontano dal seminario, doveva aveva molestato seminaristi e giovani sacerdoti, ma l'ex cardinale si rifiutò di obbedire.
Leone Grotti





