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2020-11-16
Il Nazareno di Open: Bianchi voleva fare il legale di Fininvest
Matteo Renzi (Ansa)
La Fondazione Open nasce nel 2012 per lanciare l'Opa di Matteo Renzi sull'Italia. Nel febbraio del 2014 la missione viene compiuta: Renzi diventa presidente del Consiglio. Qualche mese dopo, l'8 aprile, Alberto Bianchi invia una mail ad alcuni finanziatori come Beniamino Gavio, Luigi Scordamaglia e Davide Serra, mettendo in copia Marco Carrai. Nella missiva, l'avvocato ringrazia delle indicazioni e dei suggerimenti ricevuti «per cambiare il Paese», dell'«impegno di contribuzione anche finanziaria» e ne approfitta per fare il punto sulla Fondazione, «con Matteo se possibile e sennò comunque tra noi», proponendo una riunione conviviale a Firenze nelle settimane successive (si terrà alla fine il 6 maggio). Perché, scrive Bianchi nella mail, «è abbastanza chiaro cosa la Fondazione è stata finora, il soggetto che operativamente ha consentito la crescita della sola reale novità della politica italiana dopo Berlusconi. Adesso che Matteo è presidente del Consiglio, e il renzismo (orrenda parola, ma si fa per capirsi) è al governo, una riflessione si impone». L'unica novità della politica dopo Silvio, del resto, aveva stretto a gennaio del 2014 proprio con il Cav il patto del Nazareno.
Due anni dopo, quel patto tenta di consumarsi anche nel business delle tlc. Dai faldoni dell'inchiesta su Open spunta infatti un messaggio Whatsapp spedito da Bianchi a Carrai il 16 dicembre del 2016, pochi giorni dopo il flop del referendum e le sue dimissioni da premier. «Tra le cose che pensi, pensa a Telecom. Se il Biscione con amici entra pesantemente li, porta la guerra nel campo del nemico, e se riesce noi prendiamo due piccioni con una fava. Fammi sapere se occorre sondare qualche fondo», scrive il presidente della Fondazione. Tre giorni dopo, un nuovo messaggio di Banchi, destinatario sempre Carrai: «Ci sta che io venga indicato per far parte del pool di legali di Fininvest contro Vivendi. Nel caso, faresti una telefonata a Luigi B??». Nella conversazione Bianchi spiega poi che a nominarlo potrebbe essere «l'avvocato Corbetta», che «dovrebbe dirlo al legale interno di Fininvest che è suo amico». E aggiunge anche che Pasquale Straziota, generale counsel di Fininvest (nonché responsabile degli affari legali di Mediaset, ndr) «dice che io sarei di grande aiuto per gli aspetti amministrativistici (concessioni ecc) della nota vicenda. Deve però parlare coi vertici. A questo punto una telefonata a LB potrebbe servire». Luigi B probabilmente è Luigi Berlusconi, il figlio più piccolo dell'ex premier, con cui Carrai nel 2015 ha fatto affari lavorando insieme a una piattaforma per l'estrazione, la gestione e l'indagine sulle statistiche telematiche (profili e abitudini degli utenti), i cosiddetti big data.
La mossa di Bianchi su Telecom va contestualizzata: il 6 dicembre 2016 il «mondo Berlusconi» sta valutando soprattutto con i legali le contromosse al blitz di Vivendi sull'azionariato Mediaset, a partire da una possibile richiesta di sequestro delle azioni del Biscione in mano ai francesi. Il gruppo guidato da Vincent Bolloré ostenta calma e manda il suo maggior emissario - l'amministratore delegato Arnaud de Puyfontaine, già a Roma per il cda di Telecom - a incontrare il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, colui che ha espresso per conto del governo le perplessità sulla scalata del gruppo media parigino.
Qualcosa comunque si muove sul fronte Telecom: l'azienda come tale è lontanissima dal dossier Mediaset e potrebbe venire costretta a prenderlo in considerazione dall'azionista di riferimento solo dopo aver mostrato un chiaro miglioramento dei conti. La Borsa attende le mosse dei due contendenti, con il pool legale di Fininvest che sta preparando altro materiale da consegnare in Procura a Milano, nel quale potrebbe essere contenuta anche la richiesta d'urgenza di sequestro cautelativo delle azioni rastrellate dai francesi. Il 15 dicembre (ovvero il giorno prima della mail di Bianchi a Carrai) la scalata dei francesi al gruppo media è ancora al centro della politica, con il Movimento 5 stelle - al cui interno i toni sono comunque diversi - che definisce il Biscione non strategico e l'esposizione del governo a difesa della proprietà italiana «totalmente inappropriato». Mentre Vivendi dice che il suo ingresso nell'azionariato del Biscione non sarebbe «ostile», sul piano «politico» si muove anche l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (l'Agcom) specificando in una nota che «Telecom risulta il principale operatore nel mercato delle comunicazioni elettroniche, con il 44,7% del mercato prevalente delle tlc, mentre Mediaset raggiunge una quota del 13,3% del Sistema integrato delle comunicazioni (Sic)», e quindi operazioni volte a concentrare il controllo delle due società potrebbero essere vietate».
Con questo quadro sullo sfondo, il presidente della Fondazione Open - nonché alfiere del Giglio magico - punta a entrare nel team legale di Berlusconi contro Bolloré. Il renzismo al servizio del berlusconismo.
Romeo al legale: «Ridatemi i soldi. Fu il Pd a impormi le donazioni»
Le carte dell'inchiesta di Firenze seminano zizzania tra gli ex sostenitori del Giglio magico. Come nel caso di Alfredo Romeo, oggi editore del Riformista, rinviato a giudizio nell'ambito dell'inchiesta Consip. Nei fascicoli, infatti, sono spuntati i messaggi in cui Alberto Bianchi, ex presidente della Fondazione Open, dopo l'arresto dell'imprenditore, a marzo 2017, proponeva a Luca Lotti di restituire il contributo di 60.000 euro versato, da Romeo.
In una lettera di venerdì scorso a Bianchi, indirizzata per conoscenza anche a Matteo Renzi e Luca Lotti, Romeo sbotta: «Se non pensate sia un boomerang ed avete cambiato idea, vi vengo incontro e i 60.000 euro me li restituite». L'allusione è alla risposta di Lotti al suggerimento dell'avvocato (in seguito, l'ex ministro comunicherà a Bianchi: «Matteo contrario alla restituzione»). Alla fine, Romeo sgancia una bomba, rivolgendosi all'ex numero uno di Open: «Le rammento [...] che il finanziamento [...] non fu spontaneo, come tutte le erogazioni liberali effettuate dal gruppo Romeo, ma fu esplicitamente richiesto dalla tesoreria del Pd Campania». Insomma, i dem esigevano una sorta di tassa d'ingresso alla loro corte?
Intanto, dai documenti in mano alla Procura del capoluogo toscano, emergono i rapporti con Open di Luca Palermo, neoamministratore della Fiera di Milano e ad di Nexive, società che si riforniva da Eventi6, amministrata da Laura Bovoli, madre di Renzi. Una dichiarazione di Palermo era stata decisiva per l'archiviazione di babbo Tiziano nella vicenda del crac di Chil post. La vicinanza tra i due ingelosì persino Mariano Massone, ex socio di Renzi senior, che sentendosi abbandonato nel processo Chil post, gli scrisse: «Tra dieci giorni è il 31 maggio. Pasqualino distribuisce, C. certifica, tuo genero (Andrea Conticini, agente della Eventi6, ndr) porta Luca Palermo al Monte dei Paschi di Siena e io patteggio. Di conseguenza dormo poco, penso molto e mi sento un coglione».
Al manager di Ivrea sono riferibili contributi a Open per 20.000 euro nel 2014, erogati attraverso la Fb & associati srl, che in un file inviato il 17 giugno 2015 a Maria Elena Boschi, Marco Carrai e Luca Lotti, Alberto Bianchi inquadra come «una società di lobbying», spiegando che «l'ordinante» del versamento «è Nexive, che ha fatto il bonifico usando detta società». La spa di Palermo figura anche nell'appunto del 29 settembre 2014, trasmesso dall'ex presidente di Open a Matteo Renzi, Boschi e Lotti. Nell'email, l'avvocato allega una serie di potenziali «sponsor» per la Leopolda di quell'anno. Tra essi, insieme ai Benetton e ad altri, Bianchi individua proprio la Nexive. L'unica, insieme alla Irbm di Pietro Di Lorenzo, accanto alla quale egli appone la dicitura «Ok, 50». Per gli inquirenti, la società «aveva dato la disponibilità per un importo di 50.000 euro». Tuttavia, il 2 ottobre, la Boschi comunica le volontà di Renzi: ovvero, «no sponsor».
Si può risalire anche a uno degli incontri tra Bianchi e un rappresentante di Nexive. Nell'agenda 2014 del legale sono annotati, in data 11 dicembre, due appuntamenti presso l'ufficio romano della Fb & associati: uno alle 15, con Coca Cola e l'altro, alle 16, con la spa di Palermo. Spillati a un fascicolo si trovano poi i biglietti da visita di Maria Laura Cantarelli, head of public affairs di Nexive, e di Fabio Bistoncini, ad della Fb & associati. A questo contesto, sono collegati altri due appunti. Il primo, «Bistoncini 11/12/14», su eventuali sponsorizzazioni da parte di Coca Cola. Nel secondo, «11/12/14», Bianchi lamenta che «mancano in Italia veri think tank» e poi parla di una «legge sulle lobby. Idee di Nencini (Riccardo, viceministro dei Trasporti tra il 2014 e il 2018, ndr) non un granché / legge toscana fatta male e mai applicata / passa attraverso associaz. categoria / rapporto tra politica e gruppi di interesse». Per la cronaca: con il Pd di Renzi, nel 2016, Nexive si aggiudicò la commessa per 3 milioni di pieghevoli di propaganda per il sì al referendum.
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Nel 2016, l'indagato ne parlò a Luca Lotti: «Ci sta che entri nel pool contro Vivendi». E chiese «una telefonata» a Berlusconi jr.Nelle carte spunta l'accredito di Luca Palermo, che testimoniò a favore di Tiziano Renzi.Lo speciale contiene due articoli.La Fondazione Open nasce nel 2012 per lanciare l'Opa di Matteo Renzi sull'Italia. Nel febbraio del 2014 la missione viene compiuta: Renzi diventa presidente del Consiglio. Qualche mese dopo, l'8 aprile, Alberto Bianchi invia una mail ad alcuni finanziatori come Beniamino Gavio, Luigi Scordamaglia e Davide Serra, mettendo in copia Marco Carrai. Nella missiva, l'avvocato ringrazia delle indicazioni e dei suggerimenti ricevuti «per cambiare il Paese», dell'«impegno di contribuzione anche finanziaria» e ne approfitta per fare il punto sulla Fondazione, «con Matteo se possibile e sennò comunque tra noi», proponendo una riunione conviviale a Firenze nelle settimane successive (si terrà alla fine il 6 maggio). Perché, scrive Bianchi nella mail, «è abbastanza chiaro cosa la Fondazione è stata finora, il soggetto che operativamente ha consentito la crescita della sola reale novità della politica italiana dopo Berlusconi. Adesso che Matteo è presidente del Consiglio, e il renzismo (orrenda parola, ma si fa per capirsi) è al governo, una riflessione si impone». L'unica novità della politica dopo Silvio, del resto, aveva stretto a gennaio del 2014 proprio con il Cav il patto del Nazareno. Due anni dopo, quel patto tenta di consumarsi anche nel business delle tlc. Dai faldoni dell'inchiesta su Open spunta infatti un messaggio Whatsapp spedito da Bianchi a Carrai il 16 dicembre del 2016, pochi giorni dopo il flop del referendum e le sue dimissioni da premier. «Tra le cose che pensi, pensa a Telecom. Se il Biscione con amici entra pesantemente li, porta la guerra nel campo del nemico, e se riesce noi prendiamo due piccioni con una fava. Fammi sapere se occorre sondare qualche fondo», scrive il presidente della Fondazione. Tre giorni dopo, un nuovo messaggio di Banchi, destinatario sempre Carrai: «Ci sta che io venga indicato per far parte del pool di legali di Fininvest contro Vivendi. Nel caso, faresti una telefonata a Luigi B??». Nella conversazione Bianchi spiega poi che a nominarlo potrebbe essere «l'avvocato Corbetta», che «dovrebbe dirlo al legale interno di Fininvest che è suo amico». E aggiunge anche che Pasquale Straziota, generale counsel di Fininvest (nonché responsabile degli affari legali di Mediaset, ndr) «dice che io sarei di grande aiuto per gli aspetti amministrativistici (concessioni ecc) della nota vicenda. Deve però parlare coi vertici. A questo punto una telefonata a LB potrebbe servire». Luigi B probabilmente è Luigi Berlusconi, il figlio più piccolo dell'ex premier, con cui Carrai nel 2015 ha fatto affari lavorando insieme a una piattaforma per l'estrazione, la gestione e l'indagine sulle statistiche telematiche (profili e abitudini degli utenti), i cosiddetti big data.La mossa di Bianchi su Telecom va contestualizzata: il 6 dicembre 2016 il «mondo Berlusconi» sta valutando soprattutto con i legali le contromosse al blitz di Vivendi sull'azionariato Mediaset, a partire da una possibile richiesta di sequestro delle azioni del Biscione in mano ai francesi. Il gruppo guidato da Vincent Bolloré ostenta calma e manda il suo maggior emissario - l'amministratore delegato Arnaud de Puyfontaine, già a Roma per il cda di Telecom - a incontrare il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, colui che ha espresso per conto del governo le perplessità sulla scalata del gruppo media parigino. Qualcosa comunque si muove sul fronte Telecom: l'azienda come tale è lontanissima dal dossier Mediaset e potrebbe venire costretta a prenderlo in considerazione dall'azionista di riferimento solo dopo aver mostrato un chiaro miglioramento dei conti. La Borsa attende le mosse dei due contendenti, con il pool legale di Fininvest che sta preparando altro materiale da consegnare in Procura a Milano, nel quale potrebbe essere contenuta anche la richiesta d'urgenza di sequestro cautelativo delle azioni rastrellate dai francesi. Il 15 dicembre (ovvero il giorno prima della mail di Bianchi a Carrai) la scalata dei francesi al gruppo media è ancora al centro della politica, con il Movimento 5 stelle - al cui interno i toni sono comunque diversi - che definisce il Biscione non strategico e l'esposizione del governo a difesa della proprietà italiana «totalmente inappropriato». Mentre Vivendi dice che il suo ingresso nell'azionariato del Biscione non sarebbe «ostile», sul piano «politico» si muove anche l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (l'Agcom) specificando in una nota che «Telecom risulta il principale operatore nel mercato delle comunicazioni elettroniche, con il 44,7% del mercato prevalente delle tlc, mentre Mediaset raggiunge una quota del 13,3% del Sistema integrato delle comunicazioni (Sic)», e quindi operazioni volte a concentrare il controllo delle due società potrebbero essere vietate». Con questo quadro sullo sfondo, il presidente della Fondazione Open - nonché alfiere del Giglio magico - punta a entrare nel team legale di Berlusconi contro Bolloré. Il renzismo al servizio del berlusconismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nazareno-di-open-bianchi-voleva-fare-il-legale-di-fininvest-2648926470.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="romeo-al-legale-ridatemi-i-soldi-fu-il-pd-a-impormi-le-donazioni" data-post-id="2648926470" data-published-at="1605477936" data-use-pagination="False"> Romeo al legale: «Ridatemi i soldi. Fu il Pd a impormi le donazioni» Le carte dell'inchiesta di Firenze seminano zizzania tra gli ex sostenitori del Giglio magico. Come nel caso di Alfredo Romeo, oggi editore del Riformista, rinviato a giudizio nell'ambito dell'inchiesta Consip. Nei fascicoli, infatti, sono spuntati i messaggi in cui Alberto Bianchi, ex presidente della Fondazione Open, dopo l'arresto dell'imprenditore, a marzo 2017, proponeva a Luca Lotti di restituire il contributo di 60.000 euro versato, da Romeo. In una lettera di venerdì scorso a Bianchi, indirizzata per conoscenza anche a Matteo Renzi e Luca Lotti, Romeo sbotta: «Se non pensate sia un boomerang ed avete cambiato idea, vi vengo incontro e i 60.000 euro me li restituite». L'allusione è alla risposta di Lotti al suggerimento dell'avvocato (in seguito, l'ex ministro comunicherà a Bianchi: «Matteo contrario alla restituzione»). Alla fine, Romeo sgancia una bomba, rivolgendosi all'ex numero uno di Open: «Le rammento [...] che il finanziamento [...] non fu spontaneo, come tutte le erogazioni liberali effettuate dal gruppo Romeo, ma fu esplicitamente richiesto dalla tesoreria del Pd Campania». Insomma, i dem esigevano una sorta di tassa d'ingresso alla loro corte? Intanto, dai documenti in mano alla Procura del capoluogo toscano, emergono i rapporti con Open di Luca Palermo, neoamministratore della Fiera di Milano e ad di Nexive, società che si riforniva da Eventi6, amministrata da Laura Bovoli, madre di Renzi. Una dichiarazione di Palermo era stata decisiva per l'archiviazione di babbo Tiziano nella vicenda del crac di Chil post. La vicinanza tra i due ingelosì persino Mariano Massone, ex socio di Renzi senior, che sentendosi abbandonato nel processo Chil post, gli scrisse: «Tra dieci giorni è il 31 maggio. Pasqualino distribuisce, C. certifica, tuo genero (Andrea Conticini, agente della Eventi6, ndr) porta Luca Palermo al Monte dei Paschi di Siena e io patteggio. Di conseguenza dormo poco, penso molto e mi sento un coglione». Al manager di Ivrea sono riferibili contributi a Open per 20.000 euro nel 2014, erogati attraverso la Fb & associati srl, che in un file inviato il 17 giugno 2015 a Maria Elena Boschi, Marco Carrai e Luca Lotti, Alberto Bianchi inquadra come «una società di lobbying», spiegando che «l'ordinante» del versamento «è Nexive, che ha fatto il bonifico usando detta società». La spa di Palermo figura anche nell'appunto del 29 settembre 2014, trasmesso dall'ex presidente di Open a Matteo Renzi, Boschi e Lotti. Nell'email, l'avvocato allega una serie di potenziali «sponsor» per la Leopolda di quell'anno. Tra essi, insieme ai Benetton e ad altri, Bianchi individua proprio la Nexive. L'unica, insieme alla Irbm di Pietro Di Lorenzo, accanto alla quale egli appone la dicitura «Ok, 50». Per gli inquirenti, la società «aveva dato la disponibilità per un importo di 50.000 euro». Tuttavia, il 2 ottobre, la Boschi comunica le volontà di Renzi: ovvero, «no sponsor». Si può risalire anche a uno degli incontri tra Bianchi e un rappresentante di Nexive. Nell'agenda 2014 del legale sono annotati, in data 11 dicembre, due appuntamenti presso l'ufficio romano della Fb & associati: uno alle 15, con Coca Cola e l'altro, alle 16, con la spa di Palermo. Spillati a un fascicolo si trovano poi i biglietti da visita di Maria Laura Cantarelli, head of public affairs di Nexive, e di Fabio Bistoncini, ad della Fb & associati. A questo contesto, sono collegati altri due appunti. Il primo, «Bistoncini 11/12/14», su eventuali sponsorizzazioni da parte di Coca Cola. Nel secondo, «11/12/14», Bianchi lamenta che «mancano in Italia veri think tank» e poi parla di una «legge sulle lobby. Idee di Nencini (Riccardo, viceministro dei Trasporti tra il 2014 e il 2018, ndr) non un granché / legge toscana fatta male e mai applicata / passa attraverso associaz. categoria / rapporto tra politica e gruppi di interesse». Per la cronaca: con il Pd di Renzi, nel 2016, Nexive si aggiudicò la commessa per 3 milioni di pieghevoli di propaganda per il sì al referendum.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 marzo con Carlo Cambi
L’aumento delle bollette energetiche legato alle tensioni in Medio Oriente preoccupa le famiglie italiane. Secondo Eumetra, il 68% ridurrebbe altre spese, dal tempo libero all’abbigliamento, e quasi un quarto potrebbe rinviare visite mediche o controlli dentistici.
Le tensioni in Medio Oriente e il rischio di nuovi rincari dell’energia tornano a pesare sulle preoccupazioni delle famiglie italiane. Se le bollette di luce e gas dovessero aumentare tra il 10 e il 20 per cento, due famiglie su tre sarebbero costrette a ridurre altre spese. È quanto emerge da una ricerca realizzata da Eumetra subito dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, che prova a misurare gli effetti delle tensioni geopolitiche sui bilanci domestici.
Secondo l’indagine, solo una minoranza degli italiani ritiene di poter assorbire senza particolari difficoltà un aumento delle bollette energetiche. Il 12 per cento lo considera sostenibile, mentre il 39 per cento parla di una situazione gestibile ma a prezzo di sacrifici. Più critica la posizione di chi teme un impatto pesante: il 31 per cento giudica l’aumento difficile da sostenere e un ulteriore 18 per cento lo definisce addirittura molto critico. Le difficoltà risultano più marcate tra le donne e nelle regioni del Sud e delle Isole. La quota di chi definisce la situazione “molto critica” è invece più elevata nel Centro Italia.
L’effetto immediato sarebbe un taglio ai consumi. Il 68 per cento degli intervistati afferma infatti che dovrebbe ridurre altre spese per compensare l’aumento dei costi energetici, mentre il 32 per cento ritiene che i propri comportamenti di consumo resterebbero invariati. Anche in questo caso emergono differenze di genere: tra gli uomini il 63 per cento prevede di comprimere altre spese, percentuale che sale al 72 per cento tra le donne. I tagli riguarderebbero soprattutto il tempo libero e le uscite, indicati dal 71 per cento di chi prevede di ridurre i consumi. Seguono la riduzione dell’energia domestica (64 per cento) e le spese per abbigliamento e accessori (62 per cento). Quasi la metà degli intervistati, il 49 per cento, limiterebbe invece spostamenti e trasporti non strettamente necessari.
Non mancano però segnali più preoccupanti. Il 26 per cento dichiara che ridurrebbe anche la spesa alimentare e il 24 per cento afferma che potrebbe rinviare visite mediche, controlli o cure dentistiche. Una scelta che riguarderebbe in particolare le donne. Le strategie cambiano anche in base all’età e al territorio. Gli over 55 indicano più spesso la riduzione dei consumi energetici domestici, scelta citata dal 71 per cento e che nel Nord Est arriva all’81 per cento. Nella stessa fascia d’età è più diffusa anche l’intenzione di tagliare le spese per abbigliamento e accessori, indicata dal 73 per cento. Tra i 35 e i 54 anni emerge invece con maggiore frequenza la volontà di limitare spostamenti e trasporti non indispensabili.
Il tema dei rincari energetici si riflette anche sul dibattito sulle politiche energetiche. Il 41 per cento degli italiani ritiene che il Paese debba accelerare sullo sviluppo delle energie rinnovabili, opzione che raccoglie il maggior consenso. Il 27 per cento punta invece su nuovi accordi per l’importazione di energia, mentre il 24 per cento considera prioritario sviluppare il nucleare, una soluzione che trova maggiore sostegno tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. Solo l’8 per cento ritiene che non sia necessario cambiare l’attuale strategia energetica.
Secondo Matteo Lucchi, amministratore delegato di Eumetra, le tensioni internazionali confermano quanto l’energia sia diventata un fattore centrale per la stabilità economica e sociale. Anche aumenti relativamente contenuti delle bollette, osserva, possono produrre effetti a catena sui consumi delle famiglie, con conseguenze che finiscono per coinvolgere l’intero sistema economico.
Nel complesso, conclude la ricerca, il rischio di bollette più alte non riguarda soltanto il settore energetico ma potrebbe tradursi in una contrazione diffusa dei consumi, influenzando le scelte quotidiane delle famiglie e alimentando allo stesso tempo una crescente domanda di cambiamento nelle politiche energetiche del Paese.
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