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2020-11-16
Il Nazareno di Open: Bianchi voleva fare il legale di Fininvest
Matteo Renzi (Ansa)
La Fondazione Open nasce nel 2012 per lanciare l'Opa di Matteo Renzi sull'Italia. Nel febbraio del 2014 la missione viene compiuta: Renzi diventa presidente del Consiglio. Qualche mese dopo, l'8 aprile, Alberto Bianchi invia una mail ad alcuni finanziatori come Beniamino Gavio, Luigi Scordamaglia e Davide Serra, mettendo in copia Marco Carrai. Nella missiva, l'avvocato ringrazia delle indicazioni e dei suggerimenti ricevuti «per cambiare il Paese», dell'«impegno di contribuzione anche finanziaria» e ne approfitta per fare il punto sulla Fondazione, «con Matteo se possibile e sennò comunque tra noi», proponendo una riunione conviviale a Firenze nelle settimane successive (si terrà alla fine il 6 maggio). Perché, scrive Bianchi nella mail, «è abbastanza chiaro cosa la Fondazione è stata finora, il soggetto che operativamente ha consentito la crescita della sola reale novità della politica italiana dopo Berlusconi. Adesso che Matteo è presidente del Consiglio, e il renzismo (orrenda parola, ma si fa per capirsi) è al governo, una riflessione si impone». L'unica novità della politica dopo Silvio, del resto, aveva stretto a gennaio del 2014 proprio con il Cav il patto del Nazareno.
Due anni dopo, quel patto tenta di consumarsi anche nel business delle tlc. Dai faldoni dell'inchiesta su Open spunta infatti un messaggio Whatsapp spedito da Bianchi a Carrai il 16 dicembre del 2016, pochi giorni dopo il flop del referendum e le sue dimissioni da premier. «Tra le cose che pensi, pensa a Telecom. Se il Biscione con amici entra pesantemente li, porta la guerra nel campo del nemico, e se riesce noi prendiamo due piccioni con una fava. Fammi sapere se occorre sondare qualche fondo», scrive il presidente della Fondazione. Tre giorni dopo, un nuovo messaggio di Banchi, destinatario sempre Carrai: «Ci sta che io venga indicato per far parte del pool di legali di Fininvest contro Vivendi. Nel caso, faresti una telefonata a Luigi B??». Nella conversazione Bianchi spiega poi che a nominarlo potrebbe essere «l'avvocato Corbetta», che «dovrebbe dirlo al legale interno di Fininvest che è suo amico». E aggiunge anche che Pasquale Straziota, generale counsel di Fininvest (nonché responsabile degli affari legali di Mediaset, ndr) «dice che io sarei di grande aiuto per gli aspetti amministrativistici (concessioni ecc) della nota vicenda. Deve però parlare coi vertici. A questo punto una telefonata a LB potrebbe servire». Luigi B probabilmente è Luigi Berlusconi, il figlio più piccolo dell'ex premier, con cui Carrai nel 2015 ha fatto affari lavorando insieme a una piattaforma per l'estrazione, la gestione e l'indagine sulle statistiche telematiche (profili e abitudini degli utenti), i cosiddetti big data.
La mossa di Bianchi su Telecom va contestualizzata: il 6 dicembre 2016 il «mondo Berlusconi» sta valutando soprattutto con i legali le contromosse al blitz di Vivendi sull'azionariato Mediaset, a partire da una possibile richiesta di sequestro delle azioni del Biscione in mano ai francesi. Il gruppo guidato da Vincent Bolloré ostenta calma e manda il suo maggior emissario - l'amministratore delegato Arnaud de Puyfontaine, già a Roma per il cda di Telecom - a incontrare il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, colui che ha espresso per conto del governo le perplessità sulla scalata del gruppo media parigino.
Qualcosa comunque si muove sul fronte Telecom: l'azienda come tale è lontanissima dal dossier Mediaset e potrebbe venire costretta a prenderlo in considerazione dall'azionista di riferimento solo dopo aver mostrato un chiaro miglioramento dei conti. La Borsa attende le mosse dei due contendenti, con il pool legale di Fininvest che sta preparando altro materiale da consegnare in Procura a Milano, nel quale potrebbe essere contenuta anche la richiesta d'urgenza di sequestro cautelativo delle azioni rastrellate dai francesi. Il 15 dicembre (ovvero il giorno prima della mail di Bianchi a Carrai) la scalata dei francesi al gruppo media è ancora al centro della politica, con il Movimento 5 stelle - al cui interno i toni sono comunque diversi - che definisce il Biscione non strategico e l'esposizione del governo a difesa della proprietà italiana «totalmente inappropriato». Mentre Vivendi dice che il suo ingresso nell'azionariato del Biscione non sarebbe «ostile», sul piano «politico» si muove anche l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (l'Agcom) specificando in una nota che «Telecom risulta il principale operatore nel mercato delle comunicazioni elettroniche, con il 44,7% del mercato prevalente delle tlc, mentre Mediaset raggiunge una quota del 13,3% del Sistema integrato delle comunicazioni (Sic)», e quindi operazioni volte a concentrare il controllo delle due società potrebbero essere vietate».
Con questo quadro sullo sfondo, il presidente della Fondazione Open - nonché alfiere del Giglio magico - punta a entrare nel team legale di Berlusconi contro Bolloré. Il renzismo al servizio del berlusconismo.
Romeo al legale: «Ridatemi i soldi. Fu il Pd a impormi le donazioni»
Le carte dell'inchiesta di Firenze seminano zizzania tra gli ex sostenitori del Giglio magico. Come nel caso di Alfredo Romeo, oggi editore del Riformista, rinviato a giudizio nell'ambito dell'inchiesta Consip. Nei fascicoli, infatti, sono spuntati i messaggi in cui Alberto Bianchi, ex presidente della Fondazione Open, dopo l'arresto dell'imprenditore, a marzo 2017, proponeva a Luca Lotti di restituire il contributo di 60.000 euro versato, da Romeo.
In una lettera di venerdì scorso a Bianchi, indirizzata per conoscenza anche a Matteo Renzi e Luca Lotti, Romeo sbotta: «Se non pensate sia un boomerang ed avete cambiato idea, vi vengo incontro e i 60.000 euro me li restituite». L'allusione è alla risposta di Lotti al suggerimento dell'avvocato (in seguito, l'ex ministro comunicherà a Bianchi: «Matteo contrario alla restituzione»). Alla fine, Romeo sgancia una bomba, rivolgendosi all'ex numero uno di Open: «Le rammento [...] che il finanziamento [...] non fu spontaneo, come tutte le erogazioni liberali effettuate dal gruppo Romeo, ma fu esplicitamente richiesto dalla tesoreria del Pd Campania». Insomma, i dem esigevano una sorta di tassa d'ingresso alla loro corte?
Intanto, dai documenti in mano alla Procura del capoluogo toscano, emergono i rapporti con Open di Luca Palermo, neoamministratore della Fiera di Milano e ad di Nexive, società che si riforniva da Eventi6, amministrata da Laura Bovoli, madre di Renzi. Una dichiarazione di Palermo era stata decisiva per l'archiviazione di babbo Tiziano nella vicenda del crac di Chil post. La vicinanza tra i due ingelosì persino Mariano Massone, ex socio di Renzi senior, che sentendosi abbandonato nel processo Chil post, gli scrisse: «Tra dieci giorni è il 31 maggio. Pasqualino distribuisce, C. certifica, tuo genero (Andrea Conticini, agente della Eventi6, ndr) porta Luca Palermo al Monte dei Paschi di Siena e io patteggio. Di conseguenza dormo poco, penso molto e mi sento un coglione».
Al manager di Ivrea sono riferibili contributi a Open per 20.000 euro nel 2014, erogati attraverso la Fb & associati srl, che in un file inviato il 17 giugno 2015 a Maria Elena Boschi, Marco Carrai e Luca Lotti, Alberto Bianchi inquadra come «una società di lobbying», spiegando che «l'ordinante» del versamento «è Nexive, che ha fatto il bonifico usando detta società». La spa di Palermo figura anche nell'appunto del 29 settembre 2014, trasmesso dall'ex presidente di Open a Matteo Renzi, Boschi e Lotti. Nell'email, l'avvocato allega una serie di potenziali «sponsor» per la Leopolda di quell'anno. Tra essi, insieme ai Benetton e ad altri, Bianchi individua proprio la Nexive. L'unica, insieme alla Irbm di Pietro Di Lorenzo, accanto alla quale egli appone la dicitura «Ok, 50». Per gli inquirenti, la società «aveva dato la disponibilità per un importo di 50.000 euro». Tuttavia, il 2 ottobre, la Boschi comunica le volontà di Renzi: ovvero, «no sponsor».
Si può risalire anche a uno degli incontri tra Bianchi e un rappresentante di Nexive. Nell'agenda 2014 del legale sono annotati, in data 11 dicembre, due appuntamenti presso l'ufficio romano della Fb & associati: uno alle 15, con Coca Cola e l'altro, alle 16, con la spa di Palermo. Spillati a un fascicolo si trovano poi i biglietti da visita di Maria Laura Cantarelli, head of public affairs di Nexive, e di Fabio Bistoncini, ad della Fb & associati. A questo contesto, sono collegati altri due appunti. Il primo, «Bistoncini 11/12/14», su eventuali sponsorizzazioni da parte di Coca Cola. Nel secondo, «11/12/14», Bianchi lamenta che «mancano in Italia veri think tank» e poi parla di una «legge sulle lobby. Idee di Nencini (Riccardo, viceministro dei Trasporti tra il 2014 e il 2018, ndr) non un granché / legge toscana fatta male e mai applicata / passa attraverso associaz. categoria / rapporto tra politica e gruppi di interesse». Per la cronaca: con il Pd di Renzi, nel 2016, Nexive si aggiudicò la commessa per 3 milioni di pieghevoli di propaganda per il sì al referendum.
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Nel 2016, l'indagato ne parlò a Luca Lotti: «Ci sta che entri nel pool contro Vivendi». E chiese «una telefonata» a Berlusconi jr.Nelle carte spunta l'accredito di Luca Palermo, che testimoniò a favore di Tiziano Renzi.Lo speciale contiene due articoli.La Fondazione Open nasce nel 2012 per lanciare l'Opa di Matteo Renzi sull'Italia. Nel febbraio del 2014 la missione viene compiuta: Renzi diventa presidente del Consiglio. Qualche mese dopo, l'8 aprile, Alberto Bianchi invia una mail ad alcuni finanziatori come Beniamino Gavio, Luigi Scordamaglia e Davide Serra, mettendo in copia Marco Carrai. Nella missiva, l'avvocato ringrazia delle indicazioni e dei suggerimenti ricevuti «per cambiare il Paese», dell'«impegno di contribuzione anche finanziaria» e ne approfitta per fare il punto sulla Fondazione, «con Matteo se possibile e sennò comunque tra noi», proponendo una riunione conviviale a Firenze nelle settimane successive (si terrà alla fine il 6 maggio). Perché, scrive Bianchi nella mail, «è abbastanza chiaro cosa la Fondazione è stata finora, il soggetto che operativamente ha consentito la crescita della sola reale novità della politica italiana dopo Berlusconi. Adesso che Matteo è presidente del Consiglio, e il renzismo (orrenda parola, ma si fa per capirsi) è al governo, una riflessione si impone». L'unica novità della politica dopo Silvio, del resto, aveva stretto a gennaio del 2014 proprio con il Cav il patto del Nazareno. Due anni dopo, quel patto tenta di consumarsi anche nel business delle tlc. Dai faldoni dell'inchiesta su Open spunta infatti un messaggio Whatsapp spedito da Bianchi a Carrai il 16 dicembre del 2016, pochi giorni dopo il flop del referendum e le sue dimissioni da premier. «Tra le cose che pensi, pensa a Telecom. Se il Biscione con amici entra pesantemente li, porta la guerra nel campo del nemico, e se riesce noi prendiamo due piccioni con una fava. Fammi sapere se occorre sondare qualche fondo», scrive il presidente della Fondazione. Tre giorni dopo, un nuovo messaggio di Banchi, destinatario sempre Carrai: «Ci sta che io venga indicato per far parte del pool di legali di Fininvest contro Vivendi. Nel caso, faresti una telefonata a Luigi B??». Nella conversazione Bianchi spiega poi che a nominarlo potrebbe essere «l'avvocato Corbetta», che «dovrebbe dirlo al legale interno di Fininvest che è suo amico». E aggiunge anche che Pasquale Straziota, generale counsel di Fininvest (nonché responsabile degli affari legali di Mediaset, ndr) «dice che io sarei di grande aiuto per gli aspetti amministrativistici (concessioni ecc) della nota vicenda. Deve però parlare coi vertici. A questo punto una telefonata a LB potrebbe servire». Luigi B probabilmente è Luigi Berlusconi, il figlio più piccolo dell'ex premier, con cui Carrai nel 2015 ha fatto affari lavorando insieme a una piattaforma per l'estrazione, la gestione e l'indagine sulle statistiche telematiche (profili e abitudini degli utenti), i cosiddetti big data.La mossa di Bianchi su Telecom va contestualizzata: il 6 dicembre 2016 il «mondo Berlusconi» sta valutando soprattutto con i legali le contromosse al blitz di Vivendi sull'azionariato Mediaset, a partire da una possibile richiesta di sequestro delle azioni del Biscione in mano ai francesi. Il gruppo guidato da Vincent Bolloré ostenta calma e manda il suo maggior emissario - l'amministratore delegato Arnaud de Puyfontaine, già a Roma per il cda di Telecom - a incontrare il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, colui che ha espresso per conto del governo le perplessità sulla scalata del gruppo media parigino. Qualcosa comunque si muove sul fronte Telecom: l'azienda come tale è lontanissima dal dossier Mediaset e potrebbe venire costretta a prenderlo in considerazione dall'azionista di riferimento solo dopo aver mostrato un chiaro miglioramento dei conti. La Borsa attende le mosse dei due contendenti, con il pool legale di Fininvest che sta preparando altro materiale da consegnare in Procura a Milano, nel quale potrebbe essere contenuta anche la richiesta d'urgenza di sequestro cautelativo delle azioni rastrellate dai francesi. Il 15 dicembre (ovvero il giorno prima della mail di Bianchi a Carrai) la scalata dei francesi al gruppo media è ancora al centro della politica, con il Movimento 5 stelle - al cui interno i toni sono comunque diversi - che definisce il Biscione non strategico e l'esposizione del governo a difesa della proprietà italiana «totalmente inappropriato». Mentre Vivendi dice che il suo ingresso nell'azionariato del Biscione non sarebbe «ostile», sul piano «politico» si muove anche l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (l'Agcom) specificando in una nota che «Telecom risulta il principale operatore nel mercato delle comunicazioni elettroniche, con il 44,7% del mercato prevalente delle tlc, mentre Mediaset raggiunge una quota del 13,3% del Sistema integrato delle comunicazioni (Sic)», e quindi operazioni volte a concentrare il controllo delle due società potrebbero essere vietate». Con questo quadro sullo sfondo, il presidente della Fondazione Open - nonché alfiere del Giglio magico - punta a entrare nel team legale di Berlusconi contro Bolloré. Il renzismo al servizio del berlusconismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nazareno-di-open-bianchi-voleva-fare-il-legale-di-fininvest-2648926470.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="romeo-al-legale-ridatemi-i-soldi-fu-il-pd-a-impormi-le-donazioni" data-post-id="2648926470" data-published-at="1605477936" data-use-pagination="False"> Romeo al legale: «Ridatemi i soldi. Fu il Pd a impormi le donazioni» Le carte dell'inchiesta di Firenze seminano zizzania tra gli ex sostenitori del Giglio magico. Come nel caso di Alfredo Romeo, oggi editore del Riformista, rinviato a giudizio nell'ambito dell'inchiesta Consip. Nei fascicoli, infatti, sono spuntati i messaggi in cui Alberto Bianchi, ex presidente della Fondazione Open, dopo l'arresto dell'imprenditore, a marzo 2017, proponeva a Luca Lotti di restituire il contributo di 60.000 euro versato, da Romeo. In una lettera di venerdì scorso a Bianchi, indirizzata per conoscenza anche a Matteo Renzi e Luca Lotti, Romeo sbotta: «Se non pensate sia un boomerang ed avete cambiato idea, vi vengo incontro e i 60.000 euro me li restituite». L'allusione è alla risposta di Lotti al suggerimento dell'avvocato (in seguito, l'ex ministro comunicherà a Bianchi: «Matteo contrario alla restituzione»). Alla fine, Romeo sgancia una bomba, rivolgendosi all'ex numero uno di Open: «Le rammento [...] che il finanziamento [...] non fu spontaneo, come tutte le erogazioni liberali effettuate dal gruppo Romeo, ma fu esplicitamente richiesto dalla tesoreria del Pd Campania». Insomma, i dem esigevano una sorta di tassa d'ingresso alla loro corte? Intanto, dai documenti in mano alla Procura del capoluogo toscano, emergono i rapporti con Open di Luca Palermo, neoamministratore della Fiera di Milano e ad di Nexive, società che si riforniva da Eventi6, amministrata da Laura Bovoli, madre di Renzi. Una dichiarazione di Palermo era stata decisiva per l'archiviazione di babbo Tiziano nella vicenda del crac di Chil post. La vicinanza tra i due ingelosì persino Mariano Massone, ex socio di Renzi senior, che sentendosi abbandonato nel processo Chil post, gli scrisse: «Tra dieci giorni è il 31 maggio. Pasqualino distribuisce, C. certifica, tuo genero (Andrea Conticini, agente della Eventi6, ndr) porta Luca Palermo al Monte dei Paschi di Siena e io patteggio. Di conseguenza dormo poco, penso molto e mi sento un coglione». Al manager di Ivrea sono riferibili contributi a Open per 20.000 euro nel 2014, erogati attraverso la Fb & associati srl, che in un file inviato il 17 giugno 2015 a Maria Elena Boschi, Marco Carrai e Luca Lotti, Alberto Bianchi inquadra come «una società di lobbying», spiegando che «l'ordinante» del versamento «è Nexive, che ha fatto il bonifico usando detta società». La spa di Palermo figura anche nell'appunto del 29 settembre 2014, trasmesso dall'ex presidente di Open a Matteo Renzi, Boschi e Lotti. Nell'email, l'avvocato allega una serie di potenziali «sponsor» per la Leopolda di quell'anno. Tra essi, insieme ai Benetton e ad altri, Bianchi individua proprio la Nexive. L'unica, insieme alla Irbm di Pietro Di Lorenzo, accanto alla quale egli appone la dicitura «Ok, 50». Per gli inquirenti, la società «aveva dato la disponibilità per un importo di 50.000 euro». Tuttavia, il 2 ottobre, la Boschi comunica le volontà di Renzi: ovvero, «no sponsor». Si può risalire anche a uno degli incontri tra Bianchi e un rappresentante di Nexive. Nell'agenda 2014 del legale sono annotati, in data 11 dicembre, due appuntamenti presso l'ufficio romano della Fb & associati: uno alle 15, con Coca Cola e l'altro, alle 16, con la spa di Palermo. Spillati a un fascicolo si trovano poi i biglietti da visita di Maria Laura Cantarelli, head of public affairs di Nexive, e di Fabio Bistoncini, ad della Fb & associati. A questo contesto, sono collegati altri due appunti. Il primo, «Bistoncini 11/12/14», su eventuali sponsorizzazioni da parte di Coca Cola. Nel secondo, «11/12/14», Bianchi lamenta che «mancano in Italia veri think tank» e poi parla di una «legge sulle lobby. Idee di Nencini (Riccardo, viceministro dei Trasporti tra il 2014 e il 2018, ndr) non un granché / legge toscana fatta male e mai applicata / passa attraverso associaz. categoria / rapporto tra politica e gruppi di interesse». Per la cronaca: con il Pd di Renzi, nel 2016, Nexive si aggiudicò la commessa per 3 milioni di pieghevoli di propaganda per il sì al referendum.
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.