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2023-12-27
Il matriarcato nei tribunali
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Insomma, in Italia tanti papà fanno fatica a vedersi rispettare dai tribunali il loro diritto di stare insieme ai figli, di passare con loro le vacanze o semplicemente passare una giornata con loro. «Diciamolo chiaramente: lo spot dell'Esselunga - quello che solo Elly Schlein non ha visto – ha toccato un nervo scoperto della sinistra italiana, le polemiche che ne sono seguite sono solo la riprova di quanto bruci il fatto che se le donne siano relegate nel ruolo di caregiver dipende solo dal fatto che questo dipenda da altre donne». Spiega a La Verità Salvatore Dimartino, presidente di Mantenimento Diretto, movimento per l'uguaglianza genitoriale. Sono i dati per confermarlo. Come il rapporto dell'Istat del 2011 (Matrimoni, separazioni e divorzi del 2015), dove si legge che nel 94% dei casi sono le donne il genitore collocatario. «Quella che nello spot dell'Esselunga si sbatte tra lavoro e figlia perché solo a lei è demandato il compito di prendersi cura della figlia che pure un padre ce l'ha e non si capisce perché non sia lui a doverla rincorrere per il supermercato» . Aggiunge Dimartino che parla di «matriarcato in toga».
A guardare i numeri della giustizia italiana, infatti, quella della famiglia sembra essere una questione tutta tra donne. «Prendiamo le sezioni famiglia dei tribunali italiani sedi di Corte d'Appello, ad esempio: secondo i dati pubblicati dai rispettivi siti internet, le 26 sezioni sono composte da 101 giudici uomini e 197 giudici donne, con punte di solo 13 giudici donne al Tribunale di Roma (l'unico uomo Vincenzo Vitalone è andato da poco pensione) e zero (dicasi zero) uomini a Milano e Torino dove i collegi sono composti solo da donne (rispettivamente nove e sei). In questo senso, spiega il presidente dell'associazione «con l'istituzione del Tribunale per la famiglia, dove è prevedibile vengono collocati i giudici provenienti dai tribunali per i minori, e dove la situazione è, se possibile, ancora più sbilanciata: 21 uomini contro 101 giudici donne e che porta il risultato totale a 122 giudici uomini contro 298 giudici donne. Uno ogni quattro». E ancora. «O vogliamo parlare dei gruppi specializzati in materia di reati contro le cd. «fasce deboli» (quelle che si lavorano di femminicidio, per intenderci): Torino tre sostituti pubblici ministri uomini ed otto donne, Palermo tre uomini e nove donne, Napoli tre uomini e otto donne e Roma con 4 uomini e 11 donne. lavorano di femminicidio, per intenderci): Torino tre sostituti pubblici ministri uomini ed otto donne, Palermo tre uomini e nove donne, Napoli tre uomini e otto donne e Roma con 4 uomini e 11 donne. Decimale più decimale meno siamo sempre lì, 1 magistrato uomo ogni 3 magistrate donne». Poi c'è il capitolo Ctu (Il consulente tecnico d'ufficio). A Torino, ad esempio, gli iscritti all'albo nella sezione «psicologia del minore e famiglia» – quella dalla quale si attingono gli esperti chiamati a dare il loro parere sulle vicende familiari - ci sono 2 consulenti uomini e 24 donne, a Milano 5 uomini e 46 donne ea Roma 18 uomini e 187 donne, a Palermo con 24 uomini e 295 donne. Non solista.
Ci sono poi le commissioni di studio per il diritto di famiglia dei vari Coa. Dice l'avvocato: «Su quelle delle commissioni delle varie associazioni di familiaristi meglio stendere un velo pietoso perché i numeri sono a dir poco ancor più impietosi – sono composte da 2 uomini e 8 donne a Torino, 7 uomini e 20 donne a Milano, 3 uomini e 17 donne a Bologna mentre, dulcis in fundo, a Roma la commissione di studio per il diritto di famiglia è composta da 34 avvocati e 176 avvocate, che uno non può non chiedersi cos'abbiano da studiare oltre 200 avvocati – più del numero dei senatori italiani - se il diritto di famiglia è fermo alla riforma del 1975?». A parti invertite questi numeri sarebbero già un caso nazionale. «Invece conferma al Tribunale di Aosta» ci spiega Dimartino « su proposta di una ctu donna inutile dirlo e con il beneplacito della Corte d'Appello di Torino che ha respinto l'appello del padre, ad autorizzare il trasferimento di un bambino a 1000 km perché «la mamma ha una carica affettiva tutta speciale», o la Cassazione, appena qualche giorno fa, a dire che «il collocamento preferenziale presso la madre, in quanto madre, è stato solo uno degli elementi di valutazione…che il giudice può prendere in considerazione nel decidere con quale genitore un bambino dovrebbe vivere».
Del resto, continua l'avvocato, «nessuno con un minimo di serietà può mettere in discussione il fatto che oggi i padri e i nonni partecipano attivamente alla crescita dei figli. Non tanto per le statistiche, ma perché la stessa sinistra che fa finta di non aver visto lo spot dell'Esselunga ha posto questo dato di comune esperienza alla base delle proposte di riforma della legge 54/06». Conclude Dimartino: «Il Partito Democratico, ad esempio, - quello che all'epoca aveva il 41% di consenso degli italiani - riteneva necessaria la riforma dell'affidamento condiviso della Cirinnà in considerazione della distanza tra le istanze della società civile e le posizioni ostili di parte del sistema legale», e così pure aveva fatto il Movimento 5 stelle salvo rimangiarsi tutto all'epoca del Ddl Pillon (DdL 732/2018) che letteralmente prevedeva le medesime soluzioni».
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Da anni l'Italia viene sanzionata dalla Corte europea dei diritti dell'Uomo perché non tutela i padri separati che vogliono vedere i loro figli. Lo ha fatto anche il 13 settembre scorso, quando l'avvocato Arturo Maniaci si è visto riconoscere le violazioni del nostro Paese rispetto a svariate frasi che riconoscevano il diritto di molti padri a poter vedere i loro bambini.Insomma, in Italia tanti papà fanno fatica a vedersi rispettare dai tribunali il loro diritto di stare insieme ai figli, di passare con loro le vacanze o semplicemente passare una giornata con loro. «Diciamolo chiaramente: lo spot dell'Esselunga - quello che solo Elly Schlein non ha visto – ha toccato un nervo scoperto della sinistra italiana, le polemiche che ne sono seguite sono solo la riprova di quanto bruci il fatto che se le donne siano relegate nel ruolo di caregiver dipende solo dal fatto che questo dipenda da altre donne». Spiega a La Verità Salvatore Dimartino, presidente di Mantenimento Diretto, movimento per l'uguaglianza genitoriale. Sono i dati per confermarlo. Come il rapporto dell'Istat del 2011 (Matrimoni, separazioni e divorzi del 2015), dove si legge che nel 94% dei casi sono le donne il genitore collocatario. «Quella che nello spot dell'Esselunga si sbatte tra lavoro e figlia perché solo a lei è demandato il compito di prendersi cura della figlia che pure un padre ce l'ha e non si capisce perché non sia lui a doverla rincorrere per il supermercato» . Aggiunge Dimartino che parla di «matriarcato in toga».A guardare i numeri della giustizia italiana, infatti, quella della famiglia sembra essere una questione tutta tra donne. «Prendiamo le sezioni famiglia dei tribunali italiani sedi di Corte d'Appello, ad esempio: secondo i dati pubblicati dai rispettivi siti internet, le 26 sezioni sono composte da 101 giudici uomini e 197 giudici donne, con punte di solo 13 giudici donne al Tribunale di Roma (l'unico uomo Vincenzo Vitalone è andato da poco pensione) e zero (dicasi zero) uomini a Milano e Torino dove i collegi sono composti solo da donne (rispettivamente nove e sei). In questo senso, spiega il presidente dell'associazione «con l'istituzione del Tribunale per la famiglia, dove è prevedibile vengono collocati i giudici provenienti dai tribunali per i minori, e dove la situazione è, se possibile, ancora più sbilanciata: 21 uomini contro 101 giudici donne e che porta il risultato totale a 122 giudici uomini contro 298 giudici donne. Uno ogni quattro». E ancora. «O vogliamo parlare dei gruppi specializzati in materia di reati contro le cd. «fasce deboli» (quelle che si lavorano di femminicidio, per intenderci): Torino tre sostituti pubblici ministri uomini ed otto donne, Palermo tre uomini e nove donne, Napoli tre uomini e otto donne e Roma con 4 uomini e 11 donne. lavorano di femminicidio, per intenderci): Torino tre sostituti pubblici ministri uomini ed otto donne, Palermo tre uomini e nove donne, Napoli tre uomini e otto donne e Roma con 4 uomini e 11 donne. Decimale più decimale meno siamo sempre lì, 1 magistrato uomo ogni 3 magistrate donne». Poi c'è il capitolo Ctu (Il consulente tecnico d'ufficio). A Torino, ad esempio, gli iscritti all'albo nella sezione «psicologia del minore e famiglia» – quella dalla quale si attingono gli esperti chiamati a dare il loro parere sulle vicende familiari - ci sono 2 consulenti uomini e 24 donne, a Milano 5 uomini e 46 donne ea Roma 18 uomini e 187 donne, a Palermo con 24 uomini e 295 donne. Non solista.Ci sono poi le commissioni di studio per il diritto di famiglia dei vari Coa. Dice l'avvocato: «Su quelle delle commissioni delle varie associazioni di familiaristi meglio stendere un velo pietoso perché i numeri sono a dir poco ancor più impietosi – sono composte da 2 uomini e 8 donne a Torino, 7 uomini e 20 donne a Milano, 3 uomini e 17 donne a Bologna mentre, dulcis in fundo, a Roma la commissione di studio per il diritto di famiglia è composta da 34 avvocati e 176 avvocate, che uno non può non chiedersi cos'abbiano da studiare oltre 200 avvocati – più del numero dei senatori italiani - se il diritto di famiglia è fermo alla riforma del 1975?». A parti invertite questi numeri sarebbero già un caso nazionale. «Invece conferma al Tribunale di Aosta» ci spiega Dimartino « su proposta di una ctu donna inutile dirlo e con il beneplacito della Corte d'Appello di Torino che ha respinto l'appello del padre, ad autorizzare il trasferimento di un bambino a 1000 km perché «la mamma ha una carica affettiva tutta speciale», o la Cassazione, appena qualche giorno fa, a dire che «il collocamento preferenziale presso la madre, in quanto madre, è stato solo uno degli elementi di valutazione…che il giudice può prendere in considerazione nel decidere con quale genitore un bambino dovrebbe vivere».Del resto, continua l'avvocato, «nessuno con un minimo di serietà può mettere in discussione il fatto che oggi i padri e i nonni partecipano attivamente alla crescita dei figli. Non tanto per le statistiche, ma perché la stessa sinistra che fa finta di non aver visto lo spot dell'Esselunga ha posto questo dato di comune esperienza alla base delle proposte di riforma della legge 54/06». Conclude Dimartino: «Il Partito Democratico, ad esempio, - quello che all'epoca aveva il 41% di consenso degli italiani - riteneva necessaria la riforma dell'affidamento condiviso della Cirinnà in considerazione della distanza tra le istanze della società civile e le posizioni ostili di parte del sistema legale», e così pure aveva fatto il Movimento 5 stelle salvo rimangiarsi tutto all'epoca del Ddl Pillon (DdL 732/2018) che letteralmente prevedeva le medesime soluzioni».
Sui metal detector il ministro: «L’obiettivo è la sicurezza degli studenti».
Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha fatto visita all’Istituto Comprensivo Elisa Barozzi Beltrami di Rozzano, nel milanese. Prima dell’incontro, il ministro ha parlato ai giornalisti dei nuovi progetti, in lavorazione e in avvio, per incrementare l’apprendimento e la sicurezza in ambito scolastico. «Ci sono diverse misure che noi abbiamo già iniziato ad adottare, altre che stiamo invece andando a provare. Una di queste misure è Agenda Nord, progetto che ha trovato proprio in questa scuola una sua straordinaria affermazione». Il progetto è finalizzato a superare i divari territoriali, garantendo pari opportunità di istruzione agli studenti su tutto il territorio nazionale. «Mi sono fatto stampare alcune considerazioni dell’ufficio scolastico regionale, che sono quindi considerazioni oggettive», ha dichiarato Valditara.
Il primo report Milano Wellness City 2030 mostra dati su salute, stili di vita, benessere mentale e ambiente, evidenziando criticità come malattie croniche, solitudine e inattività fisica. Il progetto, voluto da Nerio Alessandri, fondatore di Technogym e presidente della Wellness Foundation, raccoglie le azioni già avviate per migliorare la qualità della vita dei cittadini e lasciare una legacy concreta dopo le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.
La città di Milano si prepara a trasformarsi in un modello globale di benessere urbano. La Wellness Foundation di Technogym ha presentato il primo report del progetto Milano Wellness City 2030, un’iniziativa nata per lasciare una legacy concreta dopo le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026.
Il report offre una fotografia aggiornata di popolazione, economia, salute, stili di vita, benessere mentale, territorio e infrastrutture. Riporta inoltre le principali politiche pubbliche integrate per la promozione della salute e le azioni già realizzate nell’ambito del progetto, raccogliendo i primi risultati raggiunti.
Tra i dati principali emergono luci e ombre sullo stato di salute dei milanesi. L’aspettativa di vita resta elevata: 82,7 anni per gli uomini e 86,7 per le donne, superiori alla media lombarda e nazionale. Tuttavia, il divario tra aspettativa di vita e aspettativa di vita in salute rimane significativo. Le malattie croniche non trasmissibili interessano 687.037 persone e assorbono la maggior parte della spesa sanitaria, mentre la prevenzione resta limitata. Il report evidenzia anche problemi legati alla salute mentale: tra i giovani, meno della metà dichiara un adeguato livello di benessere psicologico e tre su quattro riferiscono sintomi psicosomatici. La solitudine è diffusa, con il 50,4% che si sente solo e il 42,8% che fatica a fare nuove amicizie. Sul fronte fisico, un quarto dei lombardi è inattivo e tra bambini e adolescenti milanesi meno di uno su dieci pratica sufficiente attività sportiva. L’obesità riguarda l’11% della popolazione lombarda e il 33% è in sovrappeso; tra i più giovani, un bambino su cinque è in eccesso ponderale.
Sul piano ambientale, sebbene la qualità dell’aria resti inferiore a quella di altre città europee, il verde urbano per abitante è aumentato da 16,9 m² nel 2011 a 18,8 m² nel 2023, con piste ciclabili e aree pedonali in crescita. La città dispone inoltre di una rete sanitaria consolidata, con 744 medici di medicina generale, 114 pediatri e 423 farmacie attive nella promozione di stili di vita salutari.
L’incontro di presentazione, organizzato alla Palazzina Appiani – Arena Civica, ha visto la partecipazione di numerosi stakeholder pubblici e privati, tra cui istituzioni, università, fondazioni e grandi società sportive come Inter, AC Milan e Olimpia Milano. Il progetto conta su un gruppo multidisciplinare che comprende, tra gli altri, Fondazione Cariplo, Fondazione Milano Cortina 2026, Bocconi, Politecnico di Milano, Humanitas University e Ospedale San Raffaele. «Milano ha tutte le carte in regola per fare da apripista e diventare un riferimento mondiale del benessere – ha affermato Nerio Alessandri, fondatore di Technogym e presidente della Wellness Foundation –. Con Milano Wellness City 2030 vogliamo promuovere un cambiamento culturale: prendersi cura delle persone quando sono in salute, educare al benessere e creare le condizioni per scelte di vita sane».
Il progetto mira a lasciare una legacy concreta alle nuove generazioni, sviluppando un ecosistema urbano del benessere che integri salute, educazione, sport, nutrizione, ricerca e sviluppo urbano. I progressi saranno monitorati attraverso report annuali, con l’obiettivo di rendere Milano un modello replicabile anche in altre città italiane e straniere.
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Deloitte prevede una crescita del Pil indiano tra il 7,5 e il 7,8% nel 2025-26, trainata da domanda interna e servizi. In parallelo, si rafforzano i rapporti economici con l’Europa e l'Italia, come mostra il Vinitaly India Roadshow di Nuova Delhi.
L’economia indiana continua a mostrare segnali di solidità, sostenuta soprattutto dalla domanda interna e dal dinamismo del settore dei servizi. Secondo le stime di Deloitte India, il Pil del Paese crescerà tra il 7,5 e il 7,8% nell’anno fiscale 2025-26. Un dato che conferma la capacità dell’India di mantenere ritmi di crescita elevati nonostante un contesto globale segnato da incertezze, tra interruzioni degli scambi commerciali, cambiamenti di policy nelle economie avanzate e volatilità dei flussi di capitale.
Il rapporto evidenzia come il Pil reale sia aumentato dell’8% nella prima metà dell’anno fiscale 2025-26, grazie in particolare alla tenuta dei consumi interni e alla forte attività nei servizi. Per l’anno fiscale successivo, il 2026-27, Deloitte prevede tuttavia un possibile rallentamento, con una crescita stimata tra il 6,6 e il 6,9%, anche per effetto di una base di confronto più elevata e del permanere delle tensioni internazionali.
È in questo quadro macroeconomico che si inserisce anche il rafforzamento delle relazioni commerciali tra India ed Europa. A Nuova Delhi si è infatti conclusa l’edizione 2026 del Vinitaly India Roadshow, organizzato da Veronafiere, appuntamento che ha riunito produttori italiani di vino e operatori indiani del settore – importatori, distributori, retailer, professionisti dell’hotellerie e della ristorazione. L’evento si è svolto in una fase considerata significativa, mentre Unione europea e India si avvicinano alla finalizzazione di un accordo di libero scambio destinato a incidere su diversi comparti, compresi vino e alcolici. Il mercato indiano del vino, pur restando limitato nei consumi pro capite, registra una crescita costante, trainata dall’urbanizzazione, dall’aumento dei redditi disponibili e dallo sviluppo del settore dell’ospitalità. Le stime di settore indicano un tasso di crescita annuo composto tra l’8 e il 10 per cento, con i vini importati che occupano una posizione rilevante nelle fasce premium e super-premium. In questo contesto, l’Italia figura stabilmente tra i principali Paesi esportatori, insieme a Francia e Australia.
Nel corso del roadshow, che ha visto la partecipazione anche dell’ambasciatore d’Italia in India, Antonio Bartoli, sono stati organizzati incontri B2B e degustazioni mirate, con l’obiettivo di favorire il dialogo tra operatori e approfondire la conoscenza del mercato. Dopo la tappa di Nuova Delhi, il Vinitaly India Roadshow proseguirà a Panaji, nello Stato di Goa, confermando l’attenzione verso un Paese che, anche grazie alla sua crescita economica, viene considerato sempre più rilevante negli scambi commerciali con l’Europa.
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Siamo quasi commossi nel notare che a nessuno di questi autorevoli esperti e politici sia ancora venuta a noia la ripetizione dei medesimi slogan con cui da anni si riempiono la bocca. Siamo altresì certi che se a sventolare il coltello fossero militanti di destra tutti costoro invocherebbero arresti, perquisizioni, retate e pene esemplari. Se fossero tutti maschi bianchi, si chiederebbero restrizioni sulla libertà di espressione, rieducazioni forzate, codici rossi e rossissimi.
Soprattutto, però, ci dispiace che non si rendano conto di quanto siano offensivi i loro interventi per tutti coloro che fino ad oggi hanno lavorato nella scuola e nei servizi educativi di ogni ordine e grado. Forse coloro che invocano inclusione e ascolto pensano che gli insegnanti, in tutti questi anni, non abbiano mai ascoltato nessuno. Forse non sanno o fingono di non sapere che la scuola italiana è inclusiva eccome, che esistono decine di lodevoli e persino utili iniziative di formazione fuori e dentro le classi, che ci sono miriadi di occasioni in ogni Comune per socializzare, ottenere ascolto e conforto psicologico, per leggere, sviluppare eventuali talenti artistici o praticare sport. Quanti adesso chiedono più attenzione al disagio dei giovani parlano come se fino a ieri in Italia ci fosse il deserto educativo, e non un plotone di docenti, formatori, tutor, assistenti sociali, bibliotecari, cooperatori di ogni tipo pronti a rispondere a ogni tipo di esigenza. La scuola italiana non è classista, non lascia indietro le persone, non nega possibilità a nessuno. Ma nonostante ciò i maranza accoltellano lo stesso, e talvolta lo fa pure qualche italiano di antica stirpe.
Il fatto è che l’educazione può funzionare fino a un certo punto, mentre la rieducazione - come ha mostrato una volta per tutte il romanzo Un’arancia a orologeria - non funziona quasi mai. Anzi, la verità è che gli unici rieducati qui sono gli italiani, i quali si stanno abituando a subire, ad avere paura in strada e a guardarsi le spalle quando escono di casa.
Quanto all’integrazione, la storia insegna che è possibile solo se i soggetti da integrare sono estremamente motivati, se l’ambiente in cui integrarsi è sano e esprime qualche forma di autorità oltre che di attrazione, e se esistono adeguate possibilità economiche. Tutti fattori che oggi difettano. Ergo resta una sola soluzione, cioè esattamente quella che tutti deprecano: la remigrazione. Chi delinque va spedito altrove, e rapidamente. La remigrazione, questa sì, è estremamente educativa, perché mostra che chi rispetta il prossimo viene premiato, chi non lo fa non ottiene benefici. Non è vero che non si possa fare, semplicemente non si vuole mettere in pratica, proprio perché si ha timore di ristabilire l’autorità, e si preferisce fingere di non vedere la realtà.
Se proprio bisogna educare qualcuno, qui, non è il maranza: è l’italiano. A cui andrebbe insegnato a difendersi e ad avere un po’ di stima per sé stesso.
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