(Ansa)
Espulsioni più facili e veloci, ricongiungimenti familiari più difficili. E c’è il blocco navale fino a sei mesi in situazione di emergenza. «Chi è a bordo di imbarcazioni sottoposte all’interdizione può essere condotto anche in Paesi terzi»: si rilancia il progetto Albania.
Lo speciale contiene due articoli
Un anno di reclusione, con la condizionale, per l’allora direttrice del Cpr di Torino per conto di Gepsa (la società di gestione) Annalisa Spataro, condannata per omicidio colposo per la morte di Moussa Balde, il giovane della Guinea che il 23 maggio 2021 si tolse la vita in isolamento in quella che è stata descritta come una «cella pollaio» dell’ospedaletto. Assolto invece il responsabile sanitario della struttura, Fulvio Pitanti, con la formula «per non aver commesso il fatto». Ai familiari di Balde sono state riconosciute provvisionali per oltre 420.000 euro. Ma il cuore giuridico della decisione è un altro: i pm Giovanni Caspani e Rossella Salvati, che avevano chiesto di condannare a 1 anno e 4 mesi di reclusione Pitanti e, invece, a 2 anni Spataro, durante il processo hanno tracciato una linea precisa: chi dirige una struttura è «garante della sicurezza» del trattenuto.
«Aveva una posizione di garanzia», è stato ripetuto dall’accusa rispetto alla posizione della Spataro. È su questo perno che sembra reggersi una condanna che introduce una questione rilevante. Perché se la «posizione di garanzia» è in capo a chi dirige una struttura come un Cpr, quella presunta responsabilità non resta confinata in quell’aula di tribunale. Diventa un precedente. Per comprendere il percorso del procedimento, però, bisogna fare un passo indietro. Il 23 maggio 2021, nel Cpr di Torino, Balde si toglie la vita impiccandosi. Era rimasto lì, in isolamento, per nove giorni, per una «sospetta psoriasi». Prima di finire nel centro torinese aveva trascorso un paio d’anni nei centri d’accoglienza liguri. A Ventimiglia era stato inseguito e pestato perché ritenuto autore di un furto. Dopo l’aggressione era stato portato in ospedale e dimesso con una prognosi di dieci giorni per lesioni e trauma facciale. Viene trasferito a Torino. Al suo ingresso nel Cpr viene visitato dal dottor Pitanti. Stando all’accusa, «Balde non avrebbe avuto modo di suicidarsi se fosse rimasto sotto osservazione».
Il ragionamento è questo: la direttrice e il medico avevano un «dovere di protezione» verso un giovane che sapevano reduce da un pestaggio e segnato da una profonda «vulnerabilità psichica». L’inerzia, secondo l’accusa, avrebbe violato uno specifico obbligo di tutela. Dalle indagini sarebbe emerso un ampio ventaglio di censure sulla gestione del Cpr, compreso l’uso improprio degli ospedaletti. Moduli lontani dall’infermeria, privi di un posto di osservazione, che sarebbero stati utilizzati per confinare, anche per lunghi periodi, migranti meno collaborativi o con disturbi mentali. Una prassi organizzativa finita sotto la lente dell’accusa. I giudici hanno escluso la responsabilità del medico. Resta tutto in capo alla direttrice, perché, per dirla come i pm, «era garante della sicurezza di Balde ne Cpr e aveva una posizione di garanzia». E quella «posizione di garanzia» non è una formula retorica. Ma un obbligo giuridico.
Questo, stando all’impostazione dell’accusa, è il passaggio decisivo: se una persona è privata della libertà e non è in grado di tutelare se stessa, l’obbligo di tutela ricade su chi dirige la struttura. «È difficile, senza le motivazioni della sentenza, comprendere in fondo il percorso che può aver fatto il tribunale», premette Mario Esposito, professore ordinario di diritto costituzionale. Sentito dalla Verità, spiega: «È possibile possibile imputare l’evento tragico del suicidio di una persona al fatto che le condizioni fossero tali da indurla? Il suicidio è purtroppo un atto tragico, fatale, che di solito è considerato non prevedibile.
C’è una tendenza, prescindendo dal caso, a una sostituzione dei provvedimenti giudiziari che vorrebbero rimediare a pretesi vuoti o carenze delle normative. È una strada che può far deragliare». E che, infatti, è difficile da circoscrivere in un perimetro preciso. Può questa decisione incidere su chi dirige altri Cpr o addirittura su chi dirige un istituto di pena, dove i suicidi sono quasi all’ordine del giorno? Esposito non lo esclude: «Il rischio è quello di farne uno dei tanti casi in cui si ha paura della firma. Ovvero di chi non vorrà prendersi una responsabilità perché sente la minaccia di finire imputato». Con delle responsabilità che si estendono facilmente.
L’avvocato Gianluca Vitale, che ha rappresentato i familiari di Balde, infatti, ha anticipato: «La sentenza ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore, ma rimane al di fuori di questo processo la responsabilità dello Stato nella gestione del centro e in tutto quello che lì dentro accadeva, perché non c’era controllo da parte della Prefettura. Questo tuttavia non elimina la responsabilità dell’ente gestore. Spero che questa sentenza possa essere da monito per chiunque voglia gestire luoghi di quel genere che comunque non dovrebbero esistere». Ma c’è un ulteriore rischio concreto, quello di trasformare Balde, per finalità politiche, da vittima in martire. «Nessun risarcimento potrà mai compensare il dolore per la scomparsa di Moussa Balde, ucciso dal razzismo sistemico, la combinazione virulenta tra quello diffuso nella nostra società e quello di Stato». Parole dell’eurodeputata Ilaria Salis. Che introduce proprio uno snodo politico: «In un Paese civile e democratico una sentenza come questa dovrebbe quantomeno aprire un dibattito pubblico serio sui Cpr. Non avverrà, perché chi oggi è al potere ha scelto la disumanità e il razzismo come linea politica».
Chiusura delle acque territoriali fino a sei mesi. Via i telefonini nei Cpr
E blocco navale fu: l’impegno elettorale di Giorgia Meloni che più di ogni altro, per il forte valore simbolico, è stata in questi anni di governo del centrodestra identificata come «promessa mancata», si concretizza. Naturalmente nessuno immaginava, neanche la Meloni al momento di lanciare la proposta, uno schieramento di navi militari che stazionassero h24, per 365 giorni l’anno, al confine delle acque territoriali.
L’argomento è estremamente più complesso, ma il ddl sull’immigrazione approvato ieri dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, contiene una norma che ha il merito di concretizzare il famoso slogan elettorale. «Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale», recita il testo del ddl, «l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto (a determinate imbarcazioni, ndr) con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno. Costituiscono minaccia grave: il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza.
L’interdizione ha carattere eccezionale e temporaneo e una durata non superiore a trenta giorni, prorogabile di ulteriori trenta giorni, fino a un massimo di sei mesi». Dunque, si introduce una sostanziale, decisiva stretta alla possibilità di determinate imbarcazioni, a partire da quelle delle Ong, di trasportare senza alcun freno migliaia e migliaia di clandestini in Italia. E per chi dovesse violare il blocco, sono previste conseguenze pesanti: «In caso di violazione dell’interdizione», si legge ancora, «salvo che il fatto costituisca reato, si applica al trasgressore la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000.
La responsabilità solidale si estende all’utilizzatore o all’armatore e al proprietario della nave. In caso di reiterazione della violazione commessa con l’utilizzo della medesima imbarcazione, si applica la sanzione amministrativa accessoria della confisca dell’imbarcazione e l’organo accertatore procede immediatamente a sequestro cautelare». Ma c’è di più: «I migranti eventualmente a bordo di imbarcazioni sottoposte all’interdizione», si legge ancora, «possono essere condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi o intese che ne prevedono l’assistenza, l’accoglienza o il trattenimento in strutture dedicate, ove operano organizzazioni internazionali specializzate nei settori della migrazione e dell’asilo, anche ai fini del rimpatrio nel Paese di appartenenza». E qui, non esplicitamente, si parla dei centri in Albania.
Stretta sulla protezione complementare. Per ottenerla serviranno quattro condizioni: periodo di soggiorno regolare di almeno cinque anni, conoscenza «certificata» della lingua italiana, disponibilità di un alloggio conforme ai requisiti igienico-sanitari e una disponibilità finanziaria analoga a quella richiesta per i ricongiungimenti familiari. La domanda sarà comunque rigettata se lo straniero «rappresenta una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica o per la sicurezza dello Stato o di uno dei Paesi con i quali l’Italia ha sottoscritto accordi».
Novità anche sulle espulsioni: «Il giudice», recita il testo del ddl, «ordina l’espulsione dello straniero ovvero l’allontanamento dal territorio dello Stato del cittadino appartenente ad uno Stato membro dell’Unione europea, oltre che nei casi espressamente preveduti dalla legge, quando lo straniero o il cittadino appartenente ad uno Stato membro dell’Unione europea sia condannato ad una pena restrittiva della libertà personale per i delitti di violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza a pubblico ufficiale, violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti, con circostanze aggravanti.
Il trasgressore dell’ordine di espulsione o allontanamento pronunciato dal giudice», si legge ancora, «è punito con la reclusione da uno a quattro anni. In tal caso è obbligatorio l’arresto dell’autore del fatto, anche fuori dei casi di flagranza, e si procede con rito direttissimo». Stretta anche sui ricongiungimenti: «Lo straniero può chiedere il ricongiungimento familiare», si legge, «per il coniuge non legalmente separato e di età non inferiore ai diciotto anni, ma in forza di matrimonio trascritto in Italia, e figli minori». Aumenta anche la soglia di reddito per il familiare che deve essere raggiunto dai familiari. Non manca una norma sull’utilizzo dei telefonini: «Per gli stranieri trattenuti nei Cpr», prevede il ddl, «al di fuori degli orari, degli spazi e delle modalità di utilizzo autorizzate, non è consentita la libera detenzione, all’interno della struttura, di telefoni cellulari, anche di proprietà, i quali sono custoditi da personale del soggetto incaricato della gestione per essere messi a disposizione dell’interessato per il periodo strettamente necessario per l’utilizzo».
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2026-02-12
L’ammucchiata del No ha perso ogni freno. Non solo dicono balle: si contraddicono pure
Nicola Gratteri (Imagoeconomica)
Per Nicola Gratteri solo i ricchi potranno difendersi. La figlia di Walter Tobagi tira in ballo la P2. Mentre Luciano Violante si inventa la «Casta dei pm».
Più si avvicina la data del voto e più chi si oppone alla riforma della giustizia le spara grosse. Infatti, non passa giorno senza che dal fronte del No non si minaccino conseguenze catastrofiche se gli italiani il 22 e 23 marzo decideranno di dire Sì alle modifiche costituzionali volute dal ministro Carlo Nordio.
L’ultima sparata che mi è capitato di sentire è uscita dalla bocca del procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che ormai pare aver preso gusto a fare il capopopolo dell’Anm pur senza esservi iscritto. Il magistrato, famoso per le sue inchieste sulla ‘ndrangheta, in un’intervista al Fatto Quotidiano ha spiegato che se vincesse il Sì «solo i ricchi e potenti potranno avere giustizia». Boom. E perché? Siccome il pm con la riforma diventa «l’avvocato dell’accusa», secondo Gratteri non avrebbe più alcun obbligo di cercare prove a discarico dell’indagato, né avrebbe motivo di chiedere l’archiviazione di ogni accusa per mancanza di elementi. Dunque, chi è ricco e potente potrà pagarsi legali e indagini difensive per ottenere di essere scagionato, mentre agli altri toccherà fare pippa.
Peccato che ogni giorno i tribunali forniscano prove del fatto che già oggi alcuni pm si comportano come avvocati dell’accusa, arrivando perfino a ignorare elementi a discarico di un indagato. Come si spiega altrimenti il numero crescente di errori giudiziari e di arresti immotivati, di cui per la verità Gratteri è bene a conoscenza perché spesso il tribunale della libertà ha scarcerato persone che lui stesso aveva chiesto di mettere in galera? E come si giustifica pure il caso De Pasquale, ovvero la condanna nei confronti dell’ex viceprocuratore di Milano per il mancato deposito di documenti e prove favorevoli alle difese nel processo Eni-Shell/Nigeria? È evidente che ci sono magistrati che esercitano l’accusa solo in senso contrario all’indagato e spesso non si rassegnano neppure quando l’impianto accusatorio fa acqua da tutte le parti. La storia di Beniamino Zuncheddu, il pastore rimasto in cella 33 anni prima di essere riconosciuto innocente, lo dimostra. Come dice Gratteri, è stato condannato proprio perché non era né ricco né potente e non ha potuto difendersi da un’accusa che lo voleva colpevole a tutti i costi, come fu per Enzo Tortora.
Ma la panzana più grossa l’ha detta, sempre sul Fatto, Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista assassinato dai terroristi della Brigata 28 marzo. Secondo lei, se in passato fosse stata in vigore la riforma della giustizia «non avremmo saputo nulla delle stragi e della P2». Ohibò! E perché? Secondo l’ex consigliera della Rai, con una polizia giudiziaria al servizio di un pm non più parte della magistratura unica le indagini sarebbero state depistate. In realtà l’originalissima tesi cozza con la realtà. La storica per mancanza di storia dimentica infatti che l’inchiesta sulla P2, con la perquisizione di villa Wanda, dove a casa di Licio Gelli i finanzieri trovarono la lista degli appartenenti alla Loggia, è del 1981, mentre la riforma che pone la polizia giudiziaria agli ordini del pubblico ministero è dell’ottobre del 1989. Dunque, delle stragi e della P2, nonostante la pg non rispondesse funzionalmente ai magistrati, abbiamo saputo tutto quello che gli stessi pubblici ministeri hanno scoperto. E così sarà anche dopo la legge Nordio, visto che la riforma non tocca minimamente il ruolo degli agenti al servizio della Procura.
Ma oltre alle balle sesquipedali propalate da magistrati, giornalisti e opposizione, c’è anche tanta confusione. Infatti, non passa giorno che qualcuno non spieghi che con la separazione delle carriere tra pm e giudici avremo i primi sotto il controllo della politica. E perché? Nessuno sa spiegarlo, visto che gli articoli costituzionali che garantiscono indipendenza e autonomia alle toghe restano sia per la magistratura requirente che quella giudicante. Però, dicono, una volta rimasti soli, cioè senza più un Csm comune a quello dei giudici, saranno più deboli. Anche in questo caso, nessuno sa spiegare l’originalissima tesi.
Ma poi si apre il giornale e si può leggere un articolo in cui Luciano Violante - a lungo magistrato e parlamentare del Pci - spiega che le modiche volute da Nordio daranno molto più potere ai pm. Anzi, con la riforma «si istituisce la Casta dei pm», perché con un proprio Csm si potranno autogovernare (come adesso) e, privi di qualsiasi vincolo gerarchico (come ora), saranno «arbitri indiscussi della libertà e della reputazione dei cittadini» (esattamente come accade da decenni). Dunque? «Attraverso il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale i pm avranno piena libertà su tutto il territorio nazionale» (proprio come succede da sempre: si vedano le inchieste di John Henry Woodcock, che andò perfino ad arrestare Vittorio Emanuele di Savoia). Perciò? «Se la politica regala a una categoria di magistrati una quantità sproporzionata di potere, l’esperienza insegna che quei magistrati prima o poi quel potere lo useranno».
Siete confusi dopo aver letto tutto ciò? Anche io. Prima ci spiegano che con la riforma solo i ricchi e i potenti potranno difendersi, poi che non avremmo saputo nulla delle stragi perché la legge Nordio mette i pm sotto la politica; quindi, che saranno i pm a mettere sotto i piedi la politica. Cioè tutto e il contrario di tutto. Risultato, ho capito una sola cosa: per impedire che non siano solo le correnti a decidere nomine e sanzioni, le stanno provando proprio tutte. Finiti gli argomenti dunque sparano le balle.
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Massacro sconvolge il Paese: dieci morti e 25 feriti. L’attentatore, che poi si è ucciso, era un ragazzo che aveva cambiato sesso. Le autorità hanno coperto la sua identità per «motivi di privacy», poi è emersa la verità. Il premier Carney: «Sono devastato».
Una piccola comunità canadese di poche migliaia di abitanti, nel nordest della Columbia britannica, si è risvegliata in un vero e proprio incubo. L’altro ieri infatti, alla Tumbler Ridge Secondary School, una sparatoria ha provocato una strage il cui bilancio, ancora provvisorio, parla di nove vittime tra studenti e personale scolastico, a cui si aggiunge l’autore dell’attacco, trovato morto sul posto, e circa 25 feriti, due dei quali si trovano in condizioni critiche e in pericolo di vita.
Secondo la polizia canadese (Rcmp), gli agenti sono intervenuti prontamente sul posto, soccorrendo i docenti e gli altri alunni, che nel frattempo si erano barricati in preda al panico. Nel corso delle verifiche condotte dagli inquirenti, è poi emersa una seconda scena del crimine, all’interno di un’abitazione della zona. Tutta l’area della strage è stata blindata per ore, con scuole chiuse e confinamento esteso all’intero distretto.
Il primo ministro del Canada Mark Carney, che si è detto «profondamente addolorato» per l’accaduto, ha dichiarato: «Mi unisco ai canadesi nel piangere insieme a coloro la cui vita è stata cambiata per sempre. La nostra capacità di stringerci l’uno all’altro nei momenti di crisi rappresenta il volto migliore del nostro Paese». Di una «tragedia inimmaginabile» ha parlato il governatore della Columbia britannica, David Eby: «È difficile trovare le parole. Sono cose che pensiamo accadano altrove, non così vicino a casa». Sull’identità dell’attentatore, le autorità avevano inizialmente parlato di una «donna con vestito». In un secondo momento, però, si è scelto di mantenere il più stretto riserbo sull’identikit del killer. La polizia canadese, insomma, non ha diffuso ufficialmente un nome, limitandosi a confermare che il sospettato è deceduto e che non vi sarebbero altri responsabili in fuga. Nelle ore successive alla strage, però, alcune testate canadesi - tra cui Western Standard e Juno News - hanno identificato l’attentatore in un giovane di nome Jesse Strang, descritto come un ragazzo trans di 17 anni. Le stesse fonti affermano di aver ottenuto la conferma dallo zio del ragazzo, Russell G. Strang. Si tratta, al momento, dell’unico nome circolato con attribuzione precisa. La polizia canadese non ha confermato né smentito formalmente tale identificazione. Come riferito dalle testate locali, Jesse Strang era uno studente transgender che si identificava come donna (con tanto di pronomi she/her) dal 2023, proveniva da una famiglia appassionata di caccia e aveva familiarità con le armi da fuoco, tra cui una carabina Sks. Secondo queste ricostruzioni, Strang avrebbe prima ucciso i familiari a casa, per poi recarsi a scuola e completare la strage. Stando a quanto trapelato finora dalle autorità, la polizia canadese sta indagando sulle motivazioni legate a disagio psicologico e possibili influenze ideologiche che avrebbero spinto l’attentatore a commettere l’insano gesto.
L’insolito riserbo delle autorità e il silenzio dei media mainstream hanno suscitato l’indignazione di Cosmin Dzsurdzsa, il cronista di Juno News che ha contattato lo zio di Jesse Strang. Un’indignazione che Dzsurdzsa ha voluto affidare a un post su X, in cui ha accusato i giornalisti che «si rifiutano di rendere nota l’identità dell’assassino perché questo finirebbe per incrinare la narrazione che preferiscono costruire attorno al movimento trans. Invece di informare l’opinione pubblica, scelgono di tutelare la sensibilità dell’attentatore in nome di un’ideologia. La stampa tradizionale avrebbe così anteposto l’attivismo al proprio dovere di cronaca, preferendo lasciare le persone in una sorta di finzione piuttosto che aprire un confronto scomodo o riconoscere verità sgradite». Il dibattito, in effetti, è ora che abbia finalmente luogo. Anche perché, negli ultimi anni le pagine di cronaca nera si sono riempite di numerose notizie di violenze legate agli ambienti trans. Il caso più recente (settembre 2025) ed eclatante è stato l’omicidio di Charlie Kirk, attivista conservatore e fondatore di Turning Point Usa, perpetrato dal giovane antifascista Tyler Robinson, che aveva come compagno proprio un trans. Robinson, accusato di omicidio aggravato con motivazioni politiche, ha sostenuto di aver giustiziato Kirk, che aveva espresso posizioni nettamente contrarie al transgenderismo, perché il giovane attivista Maga «diffondeva troppo odio».
Poco tempo prima, ad agosto 2025, il trans Robert Westman aveva assaltato una scuola cattolica a Minneapolis, uccidendo due bambini e ferendone altri, lasciando alcuni scritti intrisi di odio contro Trump. Nel 2023, invece, la trans Audrey Hale compì un’altra efferata strage alla Covenant School di Nashville (sei morti, tra cui tre bambini), consegnando ai posteri un manifesto pieno di rancore verso i «ragazzi bianchi» (benché fosse bianca lei stessa), in cui specificava di aver scelto apposta una scuola con pochi studenti neri. Risalendo al 2019, stavolta in un istituto tecnico del Colorado, la trans Alec McKinney e un suo complice (un ragazzo con i capelli viola) uccisero uno studente e ne ferirono altri otto. La sedicenne transgender motivò l’atto come una vendetta per non essere stata chiamata col pronome «lui».
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Nicolò Zanon (Imagoeconomica)
Nicolò Zanon, presidente del Comitato per il Sì, invia un esposto all’Agcom contro «Report». Intanto gli ultimi sondaggi provano a tirare la volata a chi si oppone al ddl Nordio.
Da quando un ordigno, l’ottobre scorso, esplose davanti all’abitazione del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci a Pomezia, distruggendo la sua auto e quella della figlia, per una ragione o per un’altra non si è più smesso di parlare di lui. Prima lo scontro con il Garante per la privacy, poi la lobby gay di Cerno e Giletti, i servizi segreti con Mancini e Renzi, la chat con Maria Rosaria Boccia.
Un continuo di polemiche e sermoni sulla libertà di stampa che il prode scudiero Ranucci difende «anche per i colleghi che non la pensano come me». A parte il disgusto nel vedere giornalisti che si scannano l’uno contro l’altro in diretta tv, addirittura su programmi in onda sulla stessa rete, pare che Report, più che fare inchieste e informare, prediliga pestare cacche.
Come l’ultima. Ieri Ranucci è stato denunciato all’Agcom per non aver rispettato, nella puntata di domenica 8 febbraio, la par condicio sul referendum della giustizia in vista del voto previsto per il 22 e 23 marzo, «esercitando influenza per il No e omettendo di dare tempo e spazio al Sì».
Il professor Nicolò Zanon, presidente del Comitato nazionale Sì riforma, professore di diritto costituzionale all’università di Milano, ex vicepresidente della Corte costituzionale e ex membro del Csm, rammenta che «la par condicio è iniziata il 14 gennaio». E l’Agcom ricorda a tutti il regolamento da seguire per garantire «pluralismo, imparzialità, indipendenza, obiettività e completezza» in tv e sulla stampa: «I registi e i conduttori sono tenuti a non esercitare alcuna forma d’influenza e a non fornire, neanche in forma indiretta, indicazioni o preferenze di voto». Non solo: «Il tempo dedicato alle tematiche referendarie deve essere suddiviso in parti uguali tra le posizioni favorevoli e quelle contrarie al quesito». Cosa che Ranucci non ha fatto.
Zanon annuncia in un video di aver inviato un esposto all’Agcom contro Report: «Raramente ho visto una trasmissione più faziosa, unidirezionale, piena di demonizzazioni nei confronti della riforma e dei suoi stessi sostenitori. Ci chiediamo come sia possibile che su una rete del servizio pubblico possa avvenire un comizio a senso unico».
Secondo Zanon, «di fronte a una violazione così evidente non potevamo restare in silenzio. Durante il periodo della pari condizione tra i sostenitori di tesi opposte, non possono essere date indicazioni o preferenze di voto. Ma in questa trasmissione è avvenuto esattamente il contrario. Il conduttore ha esercitato in forma palese e diretta la propria influenza per screditare la tesi che ovviamente non gli piaceva». Ma anche in altre trasmissioni faziose, come Otto e Mezzo di Lilli Gruber, Piazza Pulita di Corrado Formigli, Accordi&Disaccordi di Luca Sommi, si invitano solo testimonial del No, senza contraddittorio.
Zanon sottolinea che «la par condicio non è un dettaglio burocratico, ma una garanzia fondamentale per la correttezza del confronto democratico. Spero che l’Autorità garante voglia svolgere le dovute verifiche e accertare le eventuali irregolarità che a me appaiono palesi e trarne le conseguenze di legge».
Intanto, sembra che il vento del fronte del No stia soffiando sempre più forte per far apparire la partita ancora aperta. Lo spin del momento risulta essere quello del moto inverso. Mentre all’inizio il Sì era nettamente a favore, ultimamente i sondaggi stanno tutti riducendo il divario, in maniera piuttosto sospetta.
Una tattica che ha seguito anche il sondaggio di Youtrend per Sky TG24 diffuso ieri, nel quale, nello scenario ad alta partecipazione (58,5%), il Sì sarebbe leggermente avanti (52,6% contro 47,4%), mentre con un’affluenza bassa (46,5%), la situazione sarebbe 51,1% per il No e 48,9% per il Sì. Il nuovo sondaggio arriva a 24 ore da quello di Swg per La7, che stimava il No al 37%, appaiato al Sì al 38% con un 25% di indecisi.
E siccome la vera partita si giocherà tra astenuti e indecisi, diffondere sondaggi che mostrano una sostanziale parità, potrebbe condizionare le intenzioni di voto. Una nuova tendenza che lascia molte perplessità.
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