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2022-08-02
Il Mali fa a pezzi Macron e si stringe a Mosca
Emmanuel Macron (Ansa)
Si consolida la longa manus della Russia sul Mali. La giunta militare attualmente alla guida del Paese ha criticato duramente ieri la Francia. «Il governo di transizione chiede che il presidente Macron abbandoni definitivamente il suo atteggiamento neocoloniale, paternalistico e condiscendente per capire che nessuno può amare il Mali più dei maliani», ha dichiarato il portavoce del governo di Bamako, Abdoulaye Maiga, facendo propria la retorica terzomondista usualmente (e strumentalmente) alimentata da Mosca e Pechino. Non dimentichiamo che pochi giorni fa Emmanuel Macron aveva criticato i legami tra Bamako e i mercenari russi del Wagner Group. Del resto, i rapporti tra Parigi e Bamako si sono gravemente deteriorati nel corso degli ultimi sette mesi. A giugno, Bamako aveva annunciato il ritiro del proprio personale dal G5 Sahel: il quadro di coordinamento tra Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, volto a contrastare la minaccia jihadista nella regione. Un’alleanza in cui l’Eliseo esercitava una notevole influenza dal punto di vista politico.
Va inoltre ricordato che personale russo starebbe progressivamente accedendo alle basi militari maliani lasciate dai francesi: secondo quanto riferito a inizio giugno da Rfi, ciò sarebbe accaduto alle strutture di Menaka, Gossi e Timbuctù. Si tratta ovviamente di una conseguenza del ritiro delle truppe francesi dal Paese: un Paese in cui il sentimento di ostilità nei confronti di Parigi è man mano cresciuto, favorendo indirettamente Mosca e Ankara. Eh sì, perché, oltre ai russi, anche i turchi stanno cercando di guadagnare terreno in Mali. Lo scorso giugno, Recep Tayyip Erdogan ha avuto un colloquio telefonico con il presidente maliano, Assimi Goita. Secondo quanto riferito nell’occasione dall’agenzia di stampa turca Anadolu, «il presidente turco ha sottolineato che presto verranno presi provvedimenti per rafforzare le relazioni economiche e commerciali tra i due Paesi». D’altronde, al netto della retorica terzomondista, il Mali fa gola per le sue risorse minerarie.
Tra l’altro, l’influenza russa e turca si sta espandendo anche in altre aree del Sahel. Il golpe militare verificatosi in Burkina Faso a gennaio fu, per esempio, accompagnato da manifestazioni in cui venivano sventolate bandiere russe: il Daily Beast riportò anche che l’allora presidente Christian Kaboré era stato probabilmente deposto per essersi rifiutato di assumere mercenari del Wagner Group, come invece richiesto dalle alte sfere militari del Paese. Era febbraio scorso invece quando la giunta militare al potere nel Ciad accusò un gruppo di ribelli di intrattenere legami con i mercenari Wagner. Tutto questo, mentre a fine luglio il primo ministro del Burkina Faso, Albert Ouedraogo, ha avuto un incontro con l’inviata turca nel Paese, Nilgun Erdem Ari. Nell’occasione, quest’ultima ha affermato: «La Turchia è pronta a sostenere il Burkina Faso, che sta affrontando una difficile situazione di sicurezza, umanitaria e insicurezza alimentare».
È interessante notare come il Sahel sembri costituire l’ennesimo fronte in cui Mosca e Ankara paiono aver messo in piedi un meccanismo di cooperazione in funzione anti occidentale. Non trascuriamo infatti che nell’area la violenza dovuta al jihadismo resta particolarmente elevata. Senza poi contare i rischi che presenta la crisi alimentare innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: una crisi che i traballanti accordi di Istanbul stanno cercando di scongiurare. Va da sé che l’accavallarsi di tali fattori non fa che aumentare l’instabilità regionale. E questo è un problema, visto che il Sahel risulta un importante crocevia per gli ingenti flussi migratori diretti verso l’Europa occidentale. Ebbene, alla luce di questo fattore la progressiva perdita di influenza da parte della Francia (e più in generale dell’Unione europea) è ancor più preoccupante. Turchia e Russia hanno infatti già dimostrato in passato di saper usare i flussi migratori come strumento di pressione geopolitica per colpire l’Ue (pensiamo all’accordo siglato nel 2016 tra Bruxelles e Ankara e alla crisi migratoria orchestrata da Mosca e Minsk alle frontiere polacche).
La situazione complessiva è preoccupante. La leadership francese è significativamente azzoppata, mentre l’influenza di Bruxelles è sempre più traballante. L’Italia dovrebbe quindi spingere gli Stati Uniti a rafforzare urgentemente il fianco meridionale della Nato. È pur vero che il nuovo «strategic concept» dell’Alleanza atlantica cita il Sahel. Manca tuttavia ancora una visione organica su questo fronte.
Oltre all’inaffidabilità di Ankara, Washington deve capire che la Nato è eccessivamente sbilanciata a Est e che non considera ancora seriamente tutte le minacce che incombono dal Sahel e dal Nord Africa: a partire dalla Libia. Un altro Paese in cui tira preoccupante aria di spartizione tra Russia e Turchia.
Tensioni e nuove alleanze in Libia: Zar e Sultano pronti a spartirsela
Torna a salire la tensione in Libia. Nei giorni scorsi, si sono verificati scontri armati a Tripoli, con svariati morti. La situazione complessiva lascia intendere il probabile scoppio di una nuova guerra civile. Nel frattempo, il gioco delle alleanze e degli equilibri interni sta mutando.
Come riferito recentemente dal Guardian, si è formato un inedito asse tra il premier di Tripoli, Abdul Hamid Dbeibah, e il generale, Khalifa Haftar (ricordiamo che, alcuni mesi fa, quest’ultimo aveva dato il proprio endorsement a Fathi Bashagha, acerrimo rivale di Dbeibah).
Ebbene, come è venuto a costituirsi questo strano asse? Il mese scorso, il capo di stato maggiore delle milizie del generale della Cirenaica, Abdulrazek al-Nadoori, era stato invitato a Tripoli per dei colloqui. Non solo. Pochi giorni prima, Dbeibah aveva licenziato il direttore della National Oil Corporation, Mustafa Sanalla, che era notoriamente ai ferri corti con i manifestanti pro Haftar. Ora, al di là dei grovigli inerenti alla politica interna libica, l’aspetto più interessante di questa alleanza risiede nel suo versante internazionale. Dbeibah è storicamente uomo vicino alla Turchia, mentre Haftar è notoriamente spalleggiato da Russia ed Egitto. Non si può quindi escludere che l’asse tra il premier e il generale rappresenti una sorta di preludio per un accordo di spartizione del Paese tra Ankara e Mosca.
Recep Tayyip Erdogan mantiene una significativa influenza sull’Ovest della Libia e ha recentemente decretato una proroga di 18 mesi per la permanenza delle sue forze militari in loco. Vladimir Putin, dall’altra parte, continua ad estendere la propria longa manus sulla parte orientale del Paese, attraverso i temibili mercenari del Wagner Group. Tra l’altro, il Cremlino usa quest’area come trampolino di lancio per estendere la sua influenza sulla regione del Sahel. Non va infine trascurato che, nonostante interessi divergenti su vari fronti, Erdogan e Putin hanno talvolta creato meccanismi di cooperazione (si pensi soltanto allo spinoso dossier siriano). D’altronde, appena la settimana scorsa, la Russia ha offerto il suo aiuto alla Repubblica del Congo per organizzare una «conferenza volta alla riconciliazione nazionale in Libia».
È quindi altamente probabile che lo zar e il sultano puntino a escludere dal Paese nordafricano ogni significativa influenza occidentale. Uno scenario da incubo per l’Italia, che si ritroverebbe danneggiata sul piano economico, energetico, migratorio e geopolitico (in un momento in cui, tra l’altro, Turchia e Russia si stanno pesantemente infiltrando anche nei Balcani e nel Sahel). È alla luce di questo che Roma dovrebbe spingere Washington a rafforzare il fianco meridionale della Nato e a farsi conferire un ruolo di leadership in un tale quadro. Tutto questo, sottolineando l’inaffidabilità di Erdogan in seno all’Alleanza atlantica e tenendo d’occhio quell’Emmanuel Macron che già in passato ha spalleggiato Haftar e che ha ultimamente incontrato a Parigi due storici alleati del generale della Cirenaica, come il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman.
Certo: è pur vero che una corte della Virginia ha ritenuto pochi giorni fa Haftar responsabile di crimini di guerra.
Un fattore, questo, che teoricamente potrebbe azzoppare le sue mire politiche (ricordiamo infatti che si era candidato alle elezioni libiche l’anno scorso). Tuttavia la forza del generale risiede nel sostegno garantitogli dal Cremlino: un sostegno che, almeno per il momento, non sembra prossimo a venir meno. O l’Italia si muove per acquisire peso nella Nato o rischia di ritrovarsi attanagliata da Russia e Turchia nel Mediterraneo. Una prospettiva assolutamente pericolosa per il nostro interesse nazionale.
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Il governo militare attacca Parigi dopo le critiche ai legami del Paese coi mercenari Wagner: «Atteggiamento neocoloniale, paternalistico e condiscendente». L’ennesimo colpo all’influenza dell’Eliseo in Africa, a vantaggio di Russia e Turchia.Tensioni e nuove alleanze in Libia: Zar e Sultano pronti a spartirsela. Inedito asse tra il premier Abdul Hamid Dbeibah e il generale Khalifa Haftar. Scontri armati a Tripoli.Lo speciale comprende due articoli. Si consolida la longa manus della Russia sul Mali. La giunta militare attualmente alla guida del Paese ha criticato duramente ieri la Francia. «Il governo di transizione chiede che il presidente Macron abbandoni definitivamente il suo atteggiamento neocoloniale, paternalistico e condiscendente per capire che nessuno può amare il Mali più dei maliani», ha dichiarato il portavoce del governo di Bamako, Abdoulaye Maiga, facendo propria la retorica terzomondista usualmente (e strumentalmente) alimentata da Mosca e Pechino. Non dimentichiamo che pochi giorni fa Emmanuel Macron aveva criticato i legami tra Bamako e i mercenari russi del Wagner Group. Del resto, i rapporti tra Parigi e Bamako si sono gravemente deteriorati nel corso degli ultimi sette mesi. A giugno, Bamako aveva annunciato il ritiro del proprio personale dal G5 Sahel: il quadro di coordinamento tra Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, volto a contrastare la minaccia jihadista nella regione. Un’alleanza in cui l’Eliseo esercitava una notevole influenza dal punto di vista politico. Va inoltre ricordato che personale russo starebbe progressivamente accedendo alle basi militari maliani lasciate dai francesi: secondo quanto riferito a inizio giugno da Rfi, ciò sarebbe accaduto alle strutture di Menaka, Gossi e Timbuctù. Si tratta ovviamente di una conseguenza del ritiro delle truppe francesi dal Paese: un Paese in cui il sentimento di ostilità nei confronti di Parigi è man mano cresciuto, favorendo indirettamente Mosca e Ankara. Eh sì, perché, oltre ai russi, anche i turchi stanno cercando di guadagnare terreno in Mali. Lo scorso giugno, Recep Tayyip Erdogan ha avuto un colloquio telefonico con il presidente maliano, Assimi Goita. Secondo quanto riferito nell’occasione dall’agenzia di stampa turca Anadolu, «il presidente turco ha sottolineato che presto verranno presi provvedimenti per rafforzare le relazioni economiche e commerciali tra i due Paesi». D’altronde, al netto della retorica terzomondista, il Mali fa gola per le sue risorse minerarie. Tra l’altro, l’influenza russa e turca si sta espandendo anche in altre aree del Sahel. Il golpe militare verificatosi in Burkina Faso a gennaio fu, per esempio, accompagnato da manifestazioni in cui venivano sventolate bandiere russe: il Daily Beast riportò anche che l’allora presidente Christian Kaboré era stato probabilmente deposto per essersi rifiutato di assumere mercenari del Wagner Group, come invece richiesto dalle alte sfere militari del Paese. Era febbraio scorso invece quando la giunta militare al potere nel Ciad accusò un gruppo di ribelli di intrattenere legami con i mercenari Wagner. Tutto questo, mentre a fine luglio il primo ministro del Burkina Faso, Albert Ouedraogo, ha avuto un incontro con l’inviata turca nel Paese, Nilgun Erdem Ari. Nell’occasione, quest’ultima ha affermato: «La Turchia è pronta a sostenere il Burkina Faso, che sta affrontando una difficile situazione di sicurezza, umanitaria e insicurezza alimentare». È interessante notare come il Sahel sembri costituire l’ennesimo fronte in cui Mosca e Ankara paiono aver messo in piedi un meccanismo di cooperazione in funzione anti occidentale. Non trascuriamo infatti che nell’area la violenza dovuta al jihadismo resta particolarmente elevata. Senza poi contare i rischi che presenta la crisi alimentare innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: una crisi che i traballanti accordi di Istanbul stanno cercando di scongiurare. Va da sé che l’accavallarsi di tali fattori non fa che aumentare l’instabilità regionale. E questo è un problema, visto che il Sahel risulta un importante crocevia per gli ingenti flussi migratori diretti verso l’Europa occidentale. Ebbene, alla luce di questo fattore la progressiva perdita di influenza da parte della Francia (e più in generale dell’Unione europea) è ancor più preoccupante. Turchia e Russia hanno infatti già dimostrato in passato di saper usare i flussi migratori come strumento di pressione geopolitica per colpire l’Ue (pensiamo all’accordo siglato nel 2016 tra Bruxelles e Ankara e alla crisi migratoria orchestrata da Mosca e Minsk alle frontiere polacche). La situazione complessiva è preoccupante. La leadership francese è significativamente azzoppata, mentre l’influenza di Bruxelles è sempre più traballante. L’Italia dovrebbe quindi spingere gli Stati Uniti a rafforzare urgentemente il fianco meridionale della Nato. È pur vero che il nuovo «strategic concept» dell’Alleanza atlantica cita il Sahel. Manca tuttavia ancora una visione organica su questo fronte. Oltre all’inaffidabilità di Ankara, Washington deve capire che la Nato è eccessivamente sbilanciata a Est e che non considera ancora seriamente tutte le minacce che incombono dal Sahel e dal Nord Africa: a partire dalla Libia. Un altro Paese in cui tira preoccupante aria di spartizione tra Russia e Turchia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mali-fa-a-pezzi-macron-e-si-stringe-a-mosca-2657789034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tensioni-e-nuove-alleanze-in-libia-zar-e-sultano-pronti-a-spartirsela" data-post-id="2657789034" data-published-at="1659391390" data-use-pagination="False"> Tensioni e nuove alleanze in Libia: Zar e Sultano pronti a spartirsela Torna a salire la tensione in Libia. Nei giorni scorsi, si sono verificati scontri armati a Tripoli, con svariati morti. La situazione complessiva lascia intendere il probabile scoppio di una nuova guerra civile. Nel frattempo, il gioco delle alleanze e degli equilibri interni sta mutando. Come riferito recentemente dal Guardian, si è formato un inedito asse tra il premier di Tripoli, Abdul Hamid Dbeibah, e il generale, Khalifa Haftar (ricordiamo che, alcuni mesi fa, quest’ultimo aveva dato il proprio endorsement a Fathi Bashagha, acerrimo rivale di Dbeibah). Ebbene, come è venuto a costituirsi questo strano asse? Il mese scorso, il capo di stato maggiore delle milizie del generale della Cirenaica, Abdulrazek al-Nadoori, era stato invitato a Tripoli per dei colloqui. Non solo. Pochi giorni prima, Dbeibah aveva licenziato il direttore della National Oil Corporation, Mustafa Sanalla, che era notoriamente ai ferri corti con i manifestanti pro Haftar. Ora, al di là dei grovigli inerenti alla politica interna libica, l’aspetto più interessante di questa alleanza risiede nel suo versante internazionale. Dbeibah è storicamente uomo vicino alla Turchia, mentre Haftar è notoriamente spalleggiato da Russia ed Egitto. Non si può quindi escludere che l’asse tra il premier e il generale rappresenti una sorta di preludio per un accordo di spartizione del Paese tra Ankara e Mosca. Recep Tayyip Erdogan mantiene una significativa influenza sull’Ovest della Libia e ha recentemente decretato una proroga di 18 mesi per la permanenza delle sue forze militari in loco. Vladimir Putin, dall’altra parte, continua ad estendere la propria longa manus sulla parte orientale del Paese, attraverso i temibili mercenari del Wagner Group. Tra l’altro, il Cremlino usa quest’area come trampolino di lancio per estendere la sua influenza sulla regione del Sahel. Non va infine trascurato che, nonostante interessi divergenti su vari fronti, Erdogan e Putin hanno talvolta creato meccanismi di cooperazione (si pensi soltanto allo spinoso dossier siriano). D’altronde, appena la settimana scorsa, la Russia ha offerto il suo aiuto alla Repubblica del Congo per organizzare una «conferenza volta alla riconciliazione nazionale in Libia». È quindi altamente probabile che lo zar e il sultano puntino a escludere dal Paese nordafricano ogni significativa influenza occidentale. Uno scenario da incubo per l’Italia, che si ritroverebbe danneggiata sul piano economico, energetico, migratorio e geopolitico (in un momento in cui, tra l’altro, Turchia e Russia si stanno pesantemente infiltrando anche nei Balcani e nel Sahel). È alla luce di questo che Roma dovrebbe spingere Washington a rafforzare il fianco meridionale della Nato e a farsi conferire un ruolo di leadership in un tale quadro. Tutto questo, sottolineando l’inaffidabilità di Erdogan in seno all’Alleanza atlantica e tenendo d’occhio quell’Emmanuel Macron che già in passato ha spalleggiato Haftar e che ha ultimamente incontrato a Parigi due storici alleati del generale della Cirenaica, come il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman. Certo: è pur vero che una corte della Virginia ha ritenuto pochi giorni fa Haftar responsabile di crimini di guerra. Un fattore, questo, che teoricamente potrebbe azzoppare le sue mire politiche (ricordiamo infatti che si era candidato alle elezioni libiche l’anno scorso). Tuttavia la forza del generale risiede nel sostegno garantitogli dal Cremlino: un sostegno che, almeno per il momento, non sembra prossimo a venir meno. O l’Italia si muove per acquisire peso nella Nato o rischia di ritrovarsi attanagliata da Russia e Turchia nel Mediterraneo. Una prospettiva assolutamente pericolosa per il nostro interesse nazionale.
Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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