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2022-08-02
Il Mali fa a pezzi Macron e si stringe a Mosca
Emmanuel Macron (Ansa)
Si consolida la longa manus della Russia sul Mali. La giunta militare attualmente alla guida del Paese ha criticato duramente ieri la Francia. «Il governo di transizione chiede che il presidente Macron abbandoni definitivamente il suo atteggiamento neocoloniale, paternalistico e condiscendente per capire che nessuno può amare il Mali più dei maliani», ha dichiarato il portavoce del governo di Bamako, Abdoulaye Maiga, facendo propria la retorica terzomondista usualmente (e strumentalmente) alimentata da Mosca e Pechino. Non dimentichiamo che pochi giorni fa Emmanuel Macron aveva criticato i legami tra Bamako e i mercenari russi del Wagner Group. Del resto, i rapporti tra Parigi e Bamako si sono gravemente deteriorati nel corso degli ultimi sette mesi. A giugno, Bamako aveva annunciato il ritiro del proprio personale dal G5 Sahel: il quadro di coordinamento tra Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, volto a contrastare la minaccia jihadista nella regione. Un’alleanza in cui l’Eliseo esercitava una notevole influenza dal punto di vista politico.
Va inoltre ricordato che personale russo starebbe progressivamente accedendo alle basi militari maliani lasciate dai francesi: secondo quanto riferito a inizio giugno da Rfi, ciò sarebbe accaduto alle strutture di Menaka, Gossi e Timbuctù. Si tratta ovviamente di una conseguenza del ritiro delle truppe francesi dal Paese: un Paese in cui il sentimento di ostilità nei confronti di Parigi è man mano cresciuto, favorendo indirettamente Mosca e Ankara. Eh sì, perché, oltre ai russi, anche i turchi stanno cercando di guadagnare terreno in Mali. Lo scorso giugno, Recep Tayyip Erdogan ha avuto un colloquio telefonico con il presidente maliano, Assimi Goita. Secondo quanto riferito nell’occasione dall’agenzia di stampa turca Anadolu, «il presidente turco ha sottolineato che presto verranno presi provvedimenti per rafforzare le relazioni economiche e commerciali tra i due Paesi». D’altronde, al netto della retorica terzomondista, il Mali fa gola per le sue risorse minerarie.
Tra l’altro, l’influenza russa e turca si sta espandendo anche in altre aree del Sahel. Il golpe militare verificatosi in Burkina Faso a gennaio fu, per esempio, accompagnato da manifestazioni in cui venivano sventolate bandiere russe: il Daily Beast riportò anche che l’allora presidente Christian Kaboré era stato probabilmente deposto per essersi rifiutato di assumere mercenari del Wagner Group, come invece richiesto dalle alte sfere militari del Paese. Era febbraio scorso invece quando la giunta militare al potere nel Ciad accusò un gruppo di ribelli di intrattenere legami con i mercenari Wagner. Tutto questo, mentre a fine luglio il primo ministro del Burkina Faso, Albert Ouedraogo, ha avuto un incontro con l’inviata turca nel Paese, Nilgun Erdem Ari. Nell’occasione, quest’ultima ha affermato: «La Turchia è pronta a sostenere il Burkina Faso, che sta affrontando una difficile situazione di sicurezza, umanitaria e insicurezza alimentare».
È interessante notare come il Sahel sembri costituire l’ennesimo fronte in cui Mosca e Ankara paiono aver messo in piedi un meccanismo di cooperazione in funzione anti occidentale. Non trascuriamo infatti che nell’area la violenza dovuta al jihadismo resta particolarmente elevata. Senza poi contare i rischi che presenta la crisi alimentare innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: una crisi che i traballanti accordi di Istanbul stanno cercando di scongiurare. Va da sé che l’accavallarsi di tali fattori non fa che aumentare l’instabilità regionale. E questo è un problema, visto che il Sahel risulta un importante crocevia per gli ingenti flussi migratori diretti verso l’Europa occidentale. Ebbene, alla luce di questo fattore la progressiva perdita di influenza da parte della Francia (e più in generale dell’Unione europea) è ancor più preoccupante. Turchia e Russia hanno infatti già dimostrato in passato di saper usare i flussi migratori come strumento di pressione geopolitica per colpire l’Ue (pensiamo all’accordo siglato nel 2016 tra Bruxelles e Ankara e alla crisi migratoria orchestrata da Mosca e Minsk alle frontiere polacche).
La situazione complessiva è preoccupante. La leadership francese è significativamente azzoppata, mentre l’influenza di Bruxelles è sempre più traballante. L’Italia dovrebbe quindi spingere gli Stati Uniti a rafforzare urgentemente il fianco meridionale della Nato. È pur vero che il nuovo «strategic concept» dell’Alleanza atlantica cita il Sahel. Manca tuttavia ancora una visione organica su questo fronte.
Oltre all’inaffidabilità di Ankara, Washington deve capire che la Nato è eccessivamente sbilanciata a Est e che non considera ancora seriamente tutte le minacce che incombono dal Sahel e dal Nord Africa: a partire dalla Libia. Un altro Paese in cui tira preoccupante aria di spartizione tra Russia e Turchia.
Tensioni e nuove alleanze in Libia: Zar e Sultano pronti a spartirsela
Torna a salire la tensione in Libia. Nei giorni scorsi, si sono verificati scontri armati a Tripoli, con svariati morti. La situazione complessiva lascia intendere il probabile scoppio di una nuova guerra civile. Nel frattempo, il gioco delle alleanze e degli equilibri interni sta mutando.
Come riferito recentemente dal Guardian, si è formato un inedito asse tra il premier di Tripoli, Abdul Hamid Dbeibah, e il generale, Khalifa Haftar (ricordiamo che, alcuni mesi fa, quest’ultimo aveva dato il proprio endorsement a Fathi Bashagha, acerrimo rivale di Dbeibah).
Ebbene, come è venuto a costituirsi questo strano asse? Il mese scorso, il capo di stato maggiore delle milizie del generale della Cirenaica, Abdulrazek al-Nadoori, era stato invitato a Tripoli per dei colloqui. Non solo. Pochi giorni prima, Dbeibah aveva licenziato il direttore della National Oil Corporation, Mustafa Sanalla, che era notoriamente ai ferri corti con i manifestanti pro Haftar. Ora, al di là dei grovigli inerenti alla politica interna libica, l’aspetto più interessante di questa alleanza risiede nel suo versante internazionale. Dbeibah è storicamente uomo vicino alla Turchia, mentre Haftar è notoriamente spalleggiato da Russia ed Egitto. Non si può quindi escludere che l’asse tra il premier e il generale rappresenti una sorta di preludio per un accordo di spartizione del Paese tra Ankara e Mosca.
Recep Tayyip Erdogan mantiene una significativa influenza sull’Ovest della Libia e ha recentemente decretato una proroga di 18 mesi per la permanenza delle sue forze militari in loco. Vladimir Putin, dall’altra parte, continua ad estendere la propria longa manus sulla parte orientale del Paese, attraverso i temibili mercenari del Wagner Group. Tra l’altro, il Cremlino usa quest’area come trampolino di lancio per estendere la sua influenza sulla regione del Sahel. Non va infine trascurato che, nonostante interessi divergenti su vari fronti, Erdogan e Putin hanno talvolta creato meccanismi di cooperazione (si pensi soltanto allo spinoso dossier siriano). D’altronde, appena la settimana scorsa, la Russia ha offerto il suo aiuto alla Repubblica del Congo per organizzare una «conferenza volta alla riconciliazione nazionale in Libia».
È quindi altamente probabile che lo zar e il sultano puntino a escludere dal Paese nordafricano ogni significativa influenza occidentale. Uno scenario da incubo per l’Italia, che si ritroverebbe danneggiata sul piano economico, energetico, migratorio e geopolitico (in un momento in cui, tra l’altro, Turchia e Russia si stanno pesantemente infiltrando anche nei Balcani e nel Sahel). È alla luce di questo che Roma dovrebbe spingere Washington a rafforzare il fianco meridionale della Nato e a farsi conferire un ruolo di leadership in un tale quadro. Tutto questo, sottolineando l’inaffidabilità di Erdogan in seno all’Alleanza atlantica e tenendo d’occhio quell’Emmanuel Macron che già in passato ha spalleggiato Haftar e che ha ultimamente incontrato a Parigi due storici alleati del generale della Cirenaica, come il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman.
Certo: è pur vero che una corte della Virginia ha ritenuto pochi giorni fa Haftar responsabile di crimini di guerra.
Un fattore, questo, che teoricamente potrebbe azzoppare le sue mire politiche (ricordiamo infatti che si era candidato alle elezioni libiche l’anno scorso). Tuttavia la forza del generale risiede nel sostegno garantitogli dal Cremlino: un sostegno che, almeno per il momento, non sembra prossimo a venir meno. O l’Italia si muove per acquisire peso nella Nato o rischia di ritrovarsi attanagliata da Russia e Turchia nel Mediterraneo. Una prospettiva assolutamente pericolosa per il nostro interesse nazionale.
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Il governo militare attacca Parigi dopo le critiche ai legami del Paese coi mercenari Wagner: «Atteggiamento neocoloniale, paternalistico e condiscendente». L’ennesimo colpo all’influenza dell’Eliseo in Africa, a vantaggio di Russia e Turchia.Tensioni e nuove alleanze in Libia: Zar e Sultano pronti a spartirsela. Inedito asse tra il premier Abdul Hamid Dbeibah e il generale Khalifa Haftar. Scontri armati a Tripoli.Lo speciale comprende due articoli. Si consolida la longa manus della Russia sul Mali. La giunta militare attualmente alla guida del Paese ha criticato duramente ieri la Francia. «Il governo di transizione chiede che il presidente Macron abbandoni definitivamente il suo atteggiamento neocoloniale, paternalistico e condiscendente per capire che nessuno può amare il Mali più dei maliani», ha dichiarato il portavoce del governo di Bamako, Abdoulaye Maiga, facendo propria la retorica terzomondista usualmente (e strumentalmente) alimentata da Mosca e Pechino. Non dimentichiamo che pochi giorni fa Emmanuel Macron aveva criticato i legami tra Bamako e i mercenari russi del Wagner Group. Del resto, i rapporti tra Parigi e Bamako si sono gravemente deteriorati nel corso degli ultimi sette mesi. A giugno, Bamako aveva annunciato il ritiro del proprio personale dal G5 Sahel: il quadro di coordinamento tra Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, volto a contrastare la minaccia jihadista nella regione. Un’alleanza in cui l’Eliseo esercitava una notevole influenza dal punto di vista politico. Va inoltre ricordato che personale russo starebbe progressivamente accedendo alle basi militari maliani lasciate dai francesi: secondo quanto riferito a inizio giugno da Rfi, ciò sarebbe accaduto alle strutture di Menaka, Gossi e Timbuctù. Si tratta ovviamente di una conseguenza del ritiro delle truppe francesi dal Paese: un Paese in cui il sentimento di ostilità nei confronti di Parigi è man mano cresciuto, favorendo indirettamente Mosca e Ankara. Eh sì, perché, oltre ai russi, anche i turchi stanno cercando di guadagnare terreno in Mali. Lo scorso giugno, Recep Tayyip Erdogan ha avuto un colloquio telefonico con il presidente maliano, Assimi Goita. Secondo quanto riferito nell’occasione dall’agenzia di stampa turca Anadolu, «il presidente turco ha sottolineato che presto verranno presi provvedimenti per rafforzare le relazioni economiche e commerciali tra i due Paesi». D’altronde, al netto della retorica terzomondista, il Mali fa gola per le sue risorse minerarie. Tra l’altro, l’influenza russa e turca si sta espandendo anche in altre aree del Sahel. Il golpe militare verificatosi in Burkina Faso a gennaio fu, per esempio, accompagnato da manifestazioni in cui venivano sventolate bandiere russe: il Daily Beast riportò anche che l’allora presidente Christian Kaboré era stato probabilmente deposto per essersi rifiutato di assumere mercenari del Wagner Group, come invece richiesto dalle alte sfere militari del Paese. Era febbraio scorso invece quando la giunta militare al potere nel Ciad accusò un gruppo di ribelli di intrattenere legami con i mercenari Wagner. Tutto questo, mentre a fine luglio il primo ministro del Burkina Faso, Albert Ouedraogo, ha avuto un incontro con l’inviata turca nel Paese, Nilgun Erdem Ari. Nell’occasione, quest’ultima ha affermato: «La Turchia è pronta a sostenere il Burkina Faso, che sta affrontando una difficile situazione di sicurezza, umanitaria e insicurezza alimentare». È interessante notare come il Sahel sembri costituire l’ennesimo fronte in cui Mosca e Ankara paiono aver messo in piedi un meccanismo di cooperazione in funzione anti occidentale. Non trascuriamo infatti che nell’area la violenza dovuta al jihadismo resta particolarmente elevata. Senza poi contare i rischi che presenta la crisi alimentare innescata dall’invasione russa dell’Ucraina: una crisi che i traballanti accordi di Istanbul stanno cercando di scongiurare. Va da sé che l’accavallarsi di tali fattori non fa che aumentare l’instabilità regionale. E questo è un problema, visto che il Sahel risulta un importante crocevia per gli ingenti flussi migratori diretti verso l’Europa occidentale. Ebbene, alla luce di questo fattore la progressiva perdita di influenza da parte della Francia (e più in generale dell’Unione europea) è ancor più preoccupante. Turchia e Russia hanno infatti già dimostrato in passato di saper usare i flussi migratori come strumento di pressione geopolitica per colpire l’Ue (pensiamo all’accordo siglato nel 2016 tra Bruxelles e Ankara e alla crisi migratoria orchestrata da Mosca e Minsk alle frontiere polacche). La situazione complessiva è preoccupante. La leadership francese è significativamente azzoppata, mentre l’influenza di Bruxelles è sempre più traballante. L’Italia dovrebbe quindi spingere gli Stati Uniti a rafforzare urgentemente il fianco meridionale della Nato. È pur vero che il nuovo «strategic concept» dell’Alleanza atlantica cita il Sahel. Manca tuttavia ancora una visione organica su questo fronte. Oltre all’inaffidabilità di Ankara, Washington deve capire che la Nato è eccessivamente sbilanciata a Est e che non considera ancora seriamente tutte le minacce che incombono dal Sahel e dal Nord Africa: a partire dalla Libia. Un altro Paese in cui tira preoccupante aria di spartizione tra Russia e Turchia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-mali-fa-a-pezzi-macron-e-si-stringe-a-mosca-2657789034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tensioni-e-nuove-alleanze-in-libia-zar-e-sultano-pronti-a-spartirsela" data-post-id="2657789034" data-published-at="1659391390" data-use-pagination="False"> Tensioni e nuove alleanze in Libia: Zar e Sultano pronti a spartirsela Torna a salire la tensione in Libia. Nei giorni scorsi, si sono verificati scontri armati a Tripoli, con svariati morti. La situazione complessiva lascia intendere il probabile scoppio di una nuova guerra civile. Nel frattempo, il gioco delle alleanze e degli equilibri interni sta mutando. Come riferito recentemente dal Guardian, si è formato un inedito asse tra il premier di Tripoli, Abdul Hamid Dbeibah, e il generale, Khalifa Haftar (ricordiamo che, alcuni mesi fa, quest’ultimo aveva dato il proprio endorsement a Fathi Bashagha, acerrimo rivale di Dbeibah). Ebbene, come è venuto a costituirsi questo strano asse? Il mese scorso, il capo di stato maggiore delle milizie del generale della Cirenaica, Abdulrazek al-Nadoori, era stato invitato a Tripoli per dei colloqui. Non solo. Pochi giorni prima, Dbeibah aveva licenziato il direttore della National Oil Corporation, Mustafa Sanalla, che era notoriamente ai ferri corti con i manifestanti pro Haftar. Ora, al di là dei grovigli inerenti alla politica interna libica, l’aspetto più interessante di questa alleanza risiede nel suo versante internazionale. Dbeibah è storicamente uomo vicino alla Turchia, mentre Haftar è notoriamente spalleggiato da Russia ed Egitto. Non si può quindi escludere che l’asse tra il premier e il generale rappresenti una sorta di preludio per un accordo di spartizione del Paese tra Ankara e Mosca. Recep Tayyip Erdogan mantiene una significativa influenza sull’Ovest della Libia e ha recentemente decretato una proroga di 18 mesi per la permanenza delle sue forze militari in loco. Vladimir Putin, dall’altra parte, continua ad estendere la propria longa manus sulla parte orientale del Paese, attraverso i temibili mercenari del Wagner Group. Tra l’altro, il Cremlino usa quest’area come trampolino di lancio per estendere la sua influenza sulla regione del Sahel. Non va infine trascurato che, nonostante interessi divergenti su vari fronti, Erdogan e Putin hanno talvolta creato meccanismi di cooperazione (si pensi soltanto allo spinoso dossier siriano). D’altronde, appena la settimana scorsa, la Russia ha offerto il suo aiuto alla Repubblica del Congo per organizzare una «conferenza volta alla riconciliazione nazionale in Libia». È quindi altamente probabile che lo zar e il sultano puntino a escludere dal Paese nordafricano ogni significativa influenza occidentale. Uno scenario da incubo per l’Italia, che si ritroverebbe danneggiata sul piano economico, energetico, migratorio e geopolitico (in un momento in cui, tra l’altro, Turchia e Russia si stanno pesantemente infiltrando anche nei Balcani e nel Sahel). È alla luce di questo che Roma dovrebbe spingere Washington a rafforzare il fianco meridionale della Nato e a farsi conferire un ruolo di leadership in un tale quadro. Tutto questo, sottolineando l’inaffidabilità di Erdogan in seno all’Alleanza atlantica e tenendo d’occhio quell’Emmanuel Macron che già in passato ha spalleggiato Haftar e che ha ultimamente incontrato a Parigi due storici alleati del generale della Cirenaica, come il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman. Certo: è pur vero che una corte della Virginia ha ritenuto pochi giorni fa Haftar responsabile di crimini di guerra. Un fattore, questo, che teoricamente potrebbe azzoppare le sue mire politiche (ricordiamo infatti che si era candidato alle elezioni libiche l’anno scorso). Tuttavia la forza del generale risiede nel sostegno garantitogli dal Cremlino: un sostegno che, almeno per il momento, non sembra prossimo a venir meno. O l’Italia si muove per acquisire peso nella Nato o rischia di ritrovarsi attanagliata da Russia e Turchia nel Mediterraneo. Una prospettiva assolutamente pericolosa per il nostro interesse nazionale.
Giuseppe Valditara (Imagoeconomica)
Il ministro dell’Istruzione e del merito l’aveva già annunciato in altre occasioni: il recupero della tradizione e della memoria storica della civiltà occidentale è essenziale nella formazione delle generazioni future. Non si tratta di un ritorno al passato, di un orgoglio vagamente nostalgico, quanto della ripresa di un patrimonio essenziale oggi più che mai capace di affrontare le sfide del futuro. Riguardo alle quali torna utile anche l’apertura all’Intelligenza artificiale, adottata non certo in maniera selvaggia, bensì come strumento di lavoro da usare con spirito critico e finalizzato a funzioni all’interno di discipline precise. Quanto ai chiacchierati Promessi sposi, che fine fanno? Restano invariabilmente al secondo anno del percorso per l’importanza che questo libro ha nella «storia linguistica, culturale e civile» italiana. «Proprio in ragione di tale importanza», si legge nelle note del ministro, «è questo l’unico libro, oltre alla Commedia di Dante, la cui lettura sia (e debba restare) obbligatoria, in forma integrale o per ampi brani».
Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, che modificano quelle del ministro Maria Stella Gelmini risalenti al 2010, sono state elaborate da una commissione ministeriale e sottoposte «a un lungo lavoro di ascolto, a decine di audizioni con il mondo associativo, scientifico e sindacale, comprese le associazioni delle famiglie» e sono giunte alla «stesura definitiva dopo un confronto con chi la scuola la vive ogni giorno». Per la prima volta hanno contribuito a questo lavoro anche le rappresentanze studentesche con un impegno costruttivo e proposte puntuali. La riforma Valditara si prefigge un rafforzamento dell’identità sul piano della formazione degli studenti e un’accelerazione nell’innovazione delle materie tecnico scientifiche, le cosiddette Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Al centro del nuovo impianto pedagogico e didattico c’è la persona. La formazione del giovane avviene attraverso quella che il ministro chiama «la rivoluzione del buon senso». Il liceo nelle sue diverse declinazioni è la scuola dell’adolescenza, ovvero «il tempo delle cose che accadono per la prima volta». Per la costruzione di una corretta soggettività giovanile, capace di relazioni emotive consapevoli e non discriminatorie, è necessario favorire rapporti con figure adulte autorevoli e coinvolgere in modo sistematico le famiglie degli studenti in una corresponsabilità che riguarda l’orientamento, la valutazione e il lavoro quotidiano in classe. L’obiettivo dei licei è valorizzare i talenti, promuovendo il merito in un corretto rapporto tra libertà e norma all’interno del quale lo spirito critico è la capacità di esprimere anche il dissenso, purché in modo argomentato.
Consistenti le novità didattiche definite e auspicate. Nel biennio di letteratura è consigliato l’approfondimento dei poemi classici della civiltà europea (Odissea ed Eneide) e, superando certe proteste pregiudiziali, «di alcune pagine della Bibbia, “grande codice” di ispirazione delle letterature». Detto del mantenimento dei Promessi sposi, la maggiore apertura agli autori contemporanei non sostituisce il canone, ma si aggiunge a esso. Nei primi due anni è raccomandata la lettura integrale di almeno sei autori contemporanei, italiani o stranieri. In filosofia si suggerisce un insegnamento comparato e, nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, l’approfondimento dei principi che hanno ispirato la Costituzione. Insieme alla letteratura e alla filosofia, anche la storia e la storia dell’arte si concentreranno sul recupero dell’identità occidentale. Ma lo studente, sottolinea il testo del ministro, «dovrà altresì essere in grado di riconoscere le caratteristiche delle civiltà più significative collocandone i percorsi storici entro un quadro comparativo di lungo periodo». La matematica, non più proposta come tecnica ma come percorso di crescita all’interno del quale anche l’errore sarà «un’opportunità di apprendimento e di confronto», è sottoposta a profonda revisione. In particolare, insegnando concetti e linguaggi che sono alla base dell’Intelligenza artificiale, al quinto anno se ne favorisce un uso consapevole per sviluppare una comprensione critica e responsabile del funzionamento di questi sistemi per imparare a «valutarne l’affidabilità e le implicazioni». Lo stesso uso vigile dell’IA è suggerito per gli ultimi anni di latino e greco, materie nelle quali la traduzione automatica, di cui si registra l’enorme espansione, non deve sostituire le strategie di problem solving.
La riforma del liceo punta a formare studenti che sappiano da dove vengono e dove vanno. Che siano, perciò più occidentali, usino l’intelligenza artificiale con giudizio e leggano con disinvoltura i testi della letteratura italiana ed europea. E i docenti? Non basta che si aggiornino, devono studiare anche loro, auspica Valditara. Giusto. Magari, sia detto sommessamente, facendo in modo che possano ritrovare l’orgoglio di una professione fondamentale ma, in realtà, fortemente mortificata.
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