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2020-11-27
Il governo tiene chiusa la Lombardia. Fontana: «Ignorati i nostri sacrifici»
Roberto Speranza (Ansa)
Cambio di colori per alcune Regioni già nel fine settimana, o nei primissimi giorni di dicembre. Era questa la nuova classificazione quasi annunciata, dopo il miglioramento dei dati in Piemonte e Lombardia che sarebbero dovute passare in fascia arancione, mentre peggiorano in Sicilia, Puglia e Basilicata che si vedono in zona rossa, aspetta la conferma del Cts dopo il consueto monitoraggio, oggi all'esame della Cabina di regia. L'altra ipotesi, confermata, era che fosse necessario il nuovo dpcm per una diversa colorazione dell'Italia: a due sole tinte o monocolore. Dietro al dilemma cromatico si nasconde una preoccupazione più seria, ovvero l'attendibilità di tutti i 21 indicatori, con valori di soglia e di allerta, nel delineare l'andamento del coronavirus. Oltre all'Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata Iss, in particolar modo si vogliono ricontrollare il numero di nuovi casi di infezione confermata e il tasso dei posti letti occupati sia nelle terapie intensive, sia nei reparti di area medica per pazienti Covid.
In Piemonte «il contachilometri del contagio ha rallentato molto», ha dichiarato il governatore Alberto Cirio. Ieri i nuovi positivi sono stati 2.751, di cui 1.148 asintomatici, pari al 42% del totale e ancora alti i decessi: 72. Ad alimentare le speranze di lasciare la zona rossa c'è il calo dei ricoveri: 4.992 persone in reparto (- 103 rispetto al giorno precedente). Invariato il numero dei pazienti in terapia intensiva, 403, mentre aumentano ancora i guariti (+ 2.194). Meno ricoveri anche in Lombardia, calati di 118 unità per un totale di 7.996 pazienti nei reparti Covid e di 8 nelle terapie intensive dove ci sono 934 persone con insufficienze respiratorie, però in un solo giorno sono morte altre 207 persone. Da oggi «potremo chiedere di entrare nella zona arancione, anche perché i dati (di ieri, ndr) addirittura ci accrediterebbero in zona gialla, ma io non voglio precorrere i tempi», aveva dichiarato il presidente lombardo Attilio Fontana. Il governatore aveva aggiunto: «Noi da un punto di vista tecnico sono quindici giorni che saremmo entrati in zona arancione, però il dpcm pretende che una volta che si cambi classe, si debbano confermare i dati per almeno due settimane». L'assessore al Welfare, Giulio Gallera, ha sottolineato che «lo sforzo dei lombardi ha dato risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti». Quanto ai tempi per cambiare colorazione, ha fatto sapere che «ci stiamo confrontando con il governo, non so se partiremo il lunedì o già il sabato». Durante la serata di ieri, il governatore Fontana ha fatto però sapere dell'ennesimo schiaffone governativo alla Regione: «Nonostante la mia opposizione, il governo intende mantenere in vigore fino al 3 dicembre le attuali misure restrittive e, quindi, lasciare la Lombardia in zona rossa. Restare in zona rossa significa non fotografare la realtà dei fatti e non considerare i grandi sacrifici dei lombardi».
Sembra restino rosse anche Calabria e Val d'Aosta, e che scivolino in quella fascia Sicilia, Puglia e Basilicata. «Il colore della Sicilia? Non è un tema che mi appassiona», ha risposto il governatore, Nello Musumeci, lasciando capire che le restrizioni future dipendevano dalla Conferenza Stato -Regioni di ieri e dalla riunione odierna della Cabina di regia. In Basilicata il 25 novembre c'è stato un record di positivi, 380 su 2.585 tamponi effettuati e l'indice di contagio (1,46) è risultato il più alto in Italia. Per questo la Regione teme prossime restrizioni. Le teme anche la Puglia, con 1.436 nuovi casi positivi su 9.612 tamponi registrati e 52 decessi, 31 dei quali nella sola provincia di Foggia. Impennata anche dei ricoveri (+95) per un totale di 1.788. «Raddoppieremo le terapie intensive», ha annunciato il governatore, Michele Emiliano, durante la prima seduta del Consiglio regionale pugliese. «Raddoppieremo i posti letto. Siamo già arrivati a tre volte. Il nostro piano arriva a quattro e speriamo che basti, perché nessuno ci dice qual è il giorno del picco. Questa cosa va detta, e va detta qui. Quando noi proponemmo, all'inizio dell'estate, di fare tre grandi strutture di terapia intensiva, una a Nord, una al Centro e una a Sud della Puglia, il ministero ci disse: “No, rafforzate le strutture degli ospedali che già avete"». Esclusa la possibilità di riaprire ospedali dimessi «perché se tu converti gli ospedali e non hai il personale, è inutile convertirli», ha concluso Emiliano, che ha definito quella in Puglia «un'ondata dodici volte, a oggi, più alta di quella di marzo e aprile per numero di contagiati e per problematiche sanitarie annesse». Situazione non tranquilla in Veneto, che ha registrato quasi 4.000 nuovi casi in 24 ore e altri 72 decessi. La pressione aumenta sugli ospedali, da due giorni in fascia rossa dopo aver superato i 2.500 degenti nei reparti di malattie infettive e pneumologia. Giovedì i pazienti in area non critica erano 2.529, in terapia intensiva se ne contavano 323.
«Il contagio cresce per gli assembramenti. Non voglio gestire la diffusione a suon di ordinanze», ha dichiarato il governatore Luca Zaia nella consueta diretta Facebook. Ieri Lombardia, Veneto, Campania, Piemonte e Lazio sono state le Regioni con più casi giornalieri, secondo il bollettino che ha segnalato in Italia 29.003 nuovi casi e 822 morti, ma meno malati contemporaneamente nei reparti Covid ordinari (-275) e in rianimazione (-2). Aumenta il numero delle persone guarite e dimesse (+24.031) per un totale di 661.180.
Boccia delira: «Gesù? Nasca prima»
Sarà la «curva pandemica» a dire se quest'anno al cenone saremo con suocera e cognati o se, per la prima volta nella storia, dovremo limitarci «gli affetti più stretti» e organizzare una cena più intima. L'attuale dpcm scadrà il prossimo 3 dicembre ma il governo Conte è all'opera sulle nuove misure anche se, come ha anticipato il ministro della salute Roberto Speranza, «continueremo con il principio della proporzionalità delle misure restrittive». In attesa del rituale annuncio in tv del premier, stando alle anticipazioni, sarebbe infatti confermato il divieto di organizzare feste nei luoghi pubblici e privati, si raccomanderà di trascorrere i giorni di festa «con gli affetti più stretti», e prevedere un numero massimo di persone, da 6 a 8, alla stessa tavola, proteggendo comunque gli anziani e chi è più fragile per alcune patologie con l'uso della mascherina e il distanziamento. Un suggerimento, ma chissà se suonerà il campanello Babbo Natale-poliziotto per verificare e multare chi non rispetterà i numeri. Inoltre Speranza & Co. spingono per vietare lo spostamento anche tra quelle Regioni che entreranno nella fascia gialla di rischio perché, secondo il ministro degli affari regionali Francesco Boccia, «Gli ospedali sono ancora in affanno, non si può sostenere una terza ondata a gennaio facendo circolare milioni di persone». Unica eccezione potrebbe essere il ricongiungimento dei parenti di primo grado, genitori e figli, ma anche coniugi e partner conviventi e consentito il ritorno al domicilio anche per anziani soli che vivono in un'altra regione. Comunque il rigorista ministro della Salute l'ha ripetuto più volte: «Bisogna ridurre il più possibile le relazioni con le altre persone quando queste non sono indispensabili e bisogna restare a casa ogni volta che è possibile». Questo impedirebbe anche di raggiungere le seconde case dove gli italiani amano trascorrere le vacanze natalizie.
E per rafforzare il concetto pare sia intenzione del governo obbligare chi andrà all'estero per le vacanze natalizie ad osservare al ritorno una quarantena obbligatoria di due settimane. Ieri sera, a Palazzo Chigi si è parlato anche, ma senza decidere, del prolungamento degli orari di apertura dei negozi in modo da consentire lo scaglionamento limitando il rischio di contagio. Tra le ipotesi quella di chiudere i negozi alle ore 22 e lasciare aperti i centri commerciali nel fine settimana che saranno soltanto 2 utili per fare shopping. Continua ad essere esclusa la riapertura di bar e ristoranti dopo le ore 18 come si era ipotizzato la scorsa settimana, quando il governo aveva promesso ai governatori di poter concedere alcuni allentamenti sui locali pubblici. Una marcia indietro per paura dei contagi che fa escludere anche le aperture a pranzo nelle zone arancioni.
Il coprifuoco, secondo i rumors, scatterebbe alle 23. A Natale e Capodanno si potrà andare oltre le 24. Se questi orari varranno anche per la vigilia, allora sarà risolto il nodo della Messa di Mezzanotte che altrimenti dovrà essere anticipata o accompagnata da deroga. Ma non ci sarebbe problema secondo il ministro piddino Boccia perché «Gesù Bambino può nascere due ore prima». Tutte decisioni che, tanto per cambiare, il governo prenderà probabilmente a ridosso del prossimo dpcm e dunque a ridosso del 3 dicembre, quando sarà più chiara la situazione dei contagi e la tenuta delle strutture sanitarie. E chissà che dopo la messa non sposti pure il Natale.
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Nonostante la frenata dell'epidemia, la Regione resta in zona rossa fino al 3 dicembre insieme al Piemonte Puglia, Basilicata e Sicilia potrebbero entrare nella fascia più a rischio. Atteso per oggi il rapporto dell'IssIpotesi restrizioni per il Natale: negozi aperti fino alle 22, tetto di otto persone a tavola e coprifuoco posticipato. E per il ministro la messa di mezzanotte «si può anticipare»Lo speciale contiene tre articoliCambio di colori per alcune Regioni già nel fine settimana, o nei primissimi giorni di dicembre. Era questa la nuova classificazione quasi annunciata, dopo il miglioramento dei dati in Piemonte e Lombardia che sarebbero dovute passare in fascia arancione, mentre peggiorano in Sicilia, Puglia e Basilicata che si vedono in zona rossa, aspetta la conferma del Cts dopo il consueto monitoraggio, oggi all'esame della Cabina di regia. L'altra ipotesi, confermata, era che fosse necessario il nuovo dpcm per una diversa colorazione dell'Italia: a due sole tinte o monocolore. Dietro al dilemma cromatico si nasconde una preoccupazione più seria, ovvero l'attendibilità di tutti i 21 indicatori, con valori di soglia e di allerta, nel delineare l'andamento del coronavirus. Oltre all'Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata Iss, in particolar modo si vogliono ricontrollare il numero di nuovi casi di infezione confermata e il tasso dei posti letti occupati sia nelle terapie intensive, sia nei reparti di area medica per pazienti Covid. In Piemonte «il contachilometri del contagio ha rallentato molto», ha dichiarato il governatore Alberto Cirio. Ieri i nuovi positivi sono stati 2.751, di cui 1.148 asintomatici, pari al 42% del totale e ancora alti i decessi: 72. Ad alimentare le speranze di lasciare la zona rossa c'è il calo dei ricoveri: 4.992 persone in reparto (- 103 rispetto al giorno precedente). Invariato il numero dei pazienti in terapia intensiva, 403, mentre aumentano ancora i guariti (+ 2.194). Meno ricoveri anche in Lombardia, calati di 118 unità per un totale di 7.996 pazienti nei reparti Covid e di 8 nelle terapie intensive dove ci sono 934 persone con insufficienze respiratorie, però in un solo giorno sono morte altre 207 persone. Da oggi «potremo chiedere di entrare nella zona arancione, anche perché i dati (di ieri, ndr) addirittura ci accrediterebbero in zona gialla, ma io non voglio precorrere i tempi», aveva dichiarato il presidente lombardo Attilio Fontana. Il governatore aveva aggiunto: «Noi da un punto di vista tecnico sono quindici giorni che saremmo entrati in zona arancione, però il dpcm pretende che una volta che si cambi classe, si debbano confermare i dati per almeno due settimane». L'assessore al Welfare, Giulio Gallera, ha sottolineato che «lo sforzo dei lombardi ha dato risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti». Quanto ai tempi per cambiare colorazione, ha fatto sapere che «ci stiamo confrontando con il governo, non so se partiremo il lunedì o già il sabato». Durante la serata di ieri, il governatore Fontana ha fatto però sapere dell'ennesimo schiaffone governativo alla Regione: «Nonostante la mia opposizione, il governo intende mantenere in vigore fino al 3 dicembre le attuali misure restrittive e, quindi, lasciare la Lombardia in zona rossa. Restare in zona rossa significa non fotografare la realtà dei fatti e non considerare i grandi sacrifici dei lombardi». Sembra restino rosse anche Calabria e Val d'Aosta, e che scivolino in quella fascia Sicilia, Puglia e Basilicata. «Il colore della Sicilia? Non è un tema che mi appassiona», ha risposto il governatore, Nello Musumeci, lasciando capire che le restrizioni future dipendevano dalla Conferenza Stato -Regioni di ieri e dalla riunione odierna della Cabina di regia. In Basilicata il 25 novembre c'è stato un record di positivi, 380 su 2.585 tamponi effettuati e l'indice di contagio (1,46) è risultato il più alto in Italia. Per questo la Regione teme prossime restrizioni. Le teme anche la Puglia, con 1.436 nuovi casi positivi su 9.612 tamponi registrati e 52 decessi, 31 dei quali nella sola provincia di Foggia. Impennata anche dei ricoveri (+95) per un totale di 1.788. «Raddoppieremo le terapie intensive», ha annunciato il governatore, Michele Emiliano, durante la prima seduta del Consiglio regionale pugliese. «Raddoppieremo i posti letto. Siamo già arrivati a tre volte. Il nostro piano arriva a quattro e speriamo che basti, perché nessuno ci dice qual è il giorno del picco. Questa cosa va detta, e va detta qui. Quando noi proponemmo, all'inizio dell'estate, di fare tre grandi strutture di terapia intensiva, una a Nord, una al Centro e una a Sud della Puglia, il ministero ci disse: “No, rafforzate le strutture degli ospedali che già avete"». Esclusa la possibilità di riaprire ospedali dimessi «perché se tu converti gli ospedali e non hai il personale, è inutile convertirli», ha concluso Emiliano, che ha definito quella in Puglia «un'ondata dodici volte, a oggi, più alta di quella di marzo e aprile per numero di contagiati e per problematiche sanitarie annesse». Situazione non tranquilla in Veneto, che ha registrato quasi 4.000 nuovi casi in 24 ore e altri 72 decessi. La pressione aumenta sugli ospedali, da due giorni in fascia rossa dopo aver superato i 2.500 degenti nei reparti di malattie infettive e pneumologia. Giovedì i pazienti in area non critica erano 2.529, in terapia intensiva se ne contavano 323. «Il contagio cresce per gli assembramenti. Non voglio gestire la diffusione a suon di ordinanze», ha dichiarato il governatore Luca Zaia nella consueta diretta Facebook. Ieri Lombardia, Veneto, Campania, Piemonte e Lazio sono state le Regioni con più casi giornalieri, secondo il bollettino che ha segnalato in Italia 29.003 nuovi casi e 822 morti, ma meno malati contemporaneamente nei reparti Covid ordinari (-275) e in rianimazione (-2). Aumenta il numero delle persone guarite e dimesse (+24.031) per un totale di 661.180. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-tiene-chiusa-la-lombardia-fontana-ignorati-i-nostri-sacrifici-2649054518.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boccia-delira-gesu-nasca-prima" data-post-id="2649054518" data-published-at="1606422211" data-use-pagination="False"> Boccia delira: «Gesù? Nasca prima» Sarà la «curva pandemica» a dire se quest'anno al cenone saremo con suocera e cognati o se, per la prima volta nella storia, dovremo limitarci «gli affetti più stretti» e organizzare una cena più intima. L'attuale dpcm scadrà il prossimo 3 dicembre ma il governo Conte è all'opera sulle nuove misure anche se, come ha anticipato il ministro della salute Roberto Speranza, «continueremo con il principio della proporzionalità delle misure restrittive». In attesa del rituale annuncio in tv del premier, stando alle anticipazioni, sarebbe infatti confermato il divieto di organizzare feste nei luoghi pubblici e privati, si raccomanderà di trascorrere i giorni di festa «con gli affetti più stretti», e prevedere un numero massimo di persone, da 6 a 8, alla stessa tavola, proteggendo comunque gli anziani e chi è più fragile per alcune patologie con l'uso della mascherina e il distanziamento. Un suggerimento, ma chissà se suonerà il campanello Babbo Natale-poliziotto per verificare e multare chi non rispetterà i numeri. Inoltre Speranza & Co. spingono per vietare lo spostamento anche tra quelle Regioni che entreranno nella fascia gialla di rischio perché, secondo il ministro degli affari regionali Francesco Boccia, «Gli ospedali sono ancora in affanno, non si può sostenere una terza ondata a gennaio facendo circolare milioni di persone». Unica eccezione potrebbe essere il ricongiungimento dei parenti di primo grado, genitori e figli, ma anche coniugi e partner conviventi e consentito il ritorno al domicilio anche per anziani soli che vivono in un'altra regione. Comunque il rigorista ministro della Salute l'ha ripetuto più volte: «Bisogna ridurre il più possibile le relazioni con le altre persone quando queste non sono indispensabili e bisogna restare a casa ogni volta che è possibile». Questo impedirebbe anche di raggiungere le seconde case dove gli italiani amano trascorrere le vacanze natalizie. E per rafforzare il concetto pare sia intenzione del governo obbligare chi andrà all'estero per le vacanze natalizie ad osservare al ritorno una quarantena obbligatoria di due settimane. Ieri sera, a Palazzo Chigi si è parlato anche, ma senza decidere, del prolungamento degli orari di apertura dei negozi in modo da consentire lo scaglionamento limitando il rischio di contagio. Tra le ipotesi quella di chiudere i negozi alle ore 22 e lasciare aperti i centri commerciali nel fine settimana che saranno soltanto 2 utili per fare shopping. Continua ad essere esclusa la riapertura di bar e ristoranti dopo le ore 18 come si era ipotizzato la scorsa settimana, quando il governo aveva promesso ai governatori di poter concedere alcuni allentamenti sui locali pubblici. Una marcia indietro per paura dei contagi che fa escludere anche le aperture a pranzo nelle zone arancioni. Il coprifuoco, secondo i rumors, scatterebbe alle 23. A Natale e Capodanno si potrà andare oltre le 24. Se questi orari varranno anche per la vigilia, allora sarà risolto il nodo della Messa di Mezzanotte che altrimenti dovrà essere anticipata o accompagnata da deroga. Ma non ci sarebbe problema secondo il ministro piddino Boccia perché «Gesù Bambino può nascere due ore prima». Tutte decisioni che, tanto per cambiare, il governo prenderà probabilmente a ridosso del prossimo dpcm e dunque a ridosso del 3 dicembre, quando sarà più chiara la situazione dei contagi e la tenuta delle strutture sanitarie. E chissà che dopo la messa non sposti pure il Natale.
(Ansa)
Il caldo di Pasquetta è niente se paragonato alla settimana bollente che attende l’esecutivo. Oggi alle 16 è prevista un’informativa urgente con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nell’Aula della Camera, sull’Iran e sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Crosetto parlerà di Sigonella e, al contrario di quanto avviene per le comunicazioni in Aula, essendo un’informativa, non ci saranno risoluzioni né voti. Il ministro ha già spiegato che ha fatto scattare il divieto perché mancava la consultazione preventiva, come previsto dagli accordi internazionali. Puntualizzerà anche che nulla è cambiato e nulla vuole cambiare nei rapporti con gli Stati Uniti. «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». A rinforzare il concetto ci penserà poi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giovedì in Aula. La sua informativa è stata calendarizzata per le 9 a Montecitorio cui seguirà alle 12 quella nell’Aula del Senato. Sarà un intervento articolato, ad ampio spettro, dai temi strettamente legati alla politica interna, con le tensioni seguite alla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia, alle grandi questioni internazionali, a cominciare dai rincari dell’energia dovuti al conflitto in Iran ed al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: a tal proposito, il premier farà quasi sicuramente un resoconto del suo recente viaggio a sorpresa, di 48 ore, nei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), missione che ha avuto l’obiettivo, come da lei stessa dichiarato, di «difendere l’interesse italiano». Anche qui, trattandosi di una informativa, non è previsto alcun voto delle Assemblee parlamentari su risoluzioni.
Tutto avviene in uno scenario sempre più complicato. I razionamenti sono già realtà perché all’aeroporto di Brindisi ieri sera è terminato il carburante per gli aerei «almeno fino alle 12 del 7 aprile» scrivono sui nuovi Notam, i bollettini aeronautici, emessi nelle ultime ore. Viene spiegato che il carburante in quello scalo non è disponibile e si prega le compagnie di calcolare la quantità di carburante sufficiente dall’aeroporto precedente per le tratte di volo successive. Sono disponibili «quantità limitate» concesse solo per voli statali, Sar e ospedalieri. Mentre alla lista degli aeroporti italiani con quantità limitate di carburante se ne aggiungono altri due. Oltre a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna adesso anche quelli di Reggio Calabria, e Pescara fanno sapere di poter fornire una quota massima di rifornimento.
D’altronde il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva avvertito: «È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire» ha detto a Repubblica. «Al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l’emergenza, vedremo dove e come intervenire, calcoliamo le possibili misure, anche se certo non reagiremmo con le domeniche in bicicletta come cinquant’anni fa». In questo caso «le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale. Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese», ha chiarito riferendosi a una ipotesi «di choc», di un blocco generalizzato, ma per il ministro «è possibile che le cose vadano diversamente, la penuria potrebbe incidere di più in un settore o un altro, per una risorsa o un’altra».
Insomma il caro energia è al centro così come spiegato da Meloni al suo viaggio di rientro dai Paesi del Golfo. Si apre una fase molto delicata per il Paese, e in questa fase è convinzione di molti che non ci sia spazio elettorale. Bisogna andare avanti e farlo nel miglior modo possibile. Dopo le dimissioni all’interno dell’esecutivo si attendono nuovi innesti per rinforzare le squadre. Sono troppi i sottosegretari caduti, almeno quattro non sono mai stati rimpiazzati. Oltre a quello di Andrea Del Mastro (le cui deleghe sono state spacchettate) sempre al ministero della Giustizia c’è da sostituire il posto lasciato da Augusta Montaruli. Mentre alla Cultura adesso bisognerebbe sostituire il posto di Gianmarco Mazzi che ha preso la guida del Turismo. Così come manca la figura che andrà a sostituire Vittorio Sgarbi che già da un po’ ha lasciato alla Cultura. Non solo ruoli politici, adesso parte il valzer di nomine delle aziende. Dovrebbe saltare Roberto Cingolani, ad di Leonardo. Al suo posto potrebbe andare il bravo Alessandro Ercolani, Ceo di Rheinmetall Italia. Si confermeranno Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo in Eni ed Enel mentre ancora non si è sciolto il nodo sul nome di Federico Freni alla Consob.
In questo quadro le opposizioni si concentrano sul caso che vede protagonista il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quale la premier ha finora ribadito la fiducia e il ministro pare sia pronto a denunciare chiunque insinui che vi siano mai state forme di favoritismo nei confronti della protagonista della vicenda, Claudia Conte. Il problema è di poco conto quindi ma se si somma alla crisi energetica e al carovita ha il suo peso. Una settimana che dovrebbe essere corta con il lunedì di Pasquetta ma che promette di essere invece la più lunga dall’inizio della legislatura. L’obiettivo non può essere solo quello di sopravvivere perché è il momento di dare risposte convincenti.
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Ansa
Anche quando la guerra terminerà, saranno infatti necessari tempi abbastanza lunghi per ripristinare gli impianti energetici danneggiati dai bombardamenti iraniani nel Golfo e questo sta spingendo molti Stati ad agire subito.
Il Sudest asiatico appare la zona più sofferente in questo momento, vista la sua quasi totale dipendenza dal petrolio proveniente da Hormuz. Questa area consuma un quinto di tutto il petrolio e del gas naturale estratto al mondo, destinato a nazioni che hanno una crescita economica costante. I problemi potrebbero arrivare anche per Paesi come India, Pakistan, Giappone o Cina, ma per il momento sono le nazioni a reddito più basso a subire le conseguenze più gravi.
La prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza per un anno solare sono state le Filippine. Manila ha già deciso di prevedere sussidi per gli autisti pubblici, la riduzione dei collegamenti fra le isole dell’arcipelago e la settimana corta per i dipendenti statali, invitati a fare più smart working possibile. Il presidente filippino Ferdinand Marcos ha parlato alla nazione spiegando che le scorte di carburante arriveranno soltanto fino alla fine di aprile e che non esclude che presto possa esserci un severo razionamento. Proprio il razionamento è già effettivo invece in Sri Lanka, che impone un massimo di 15 litri di benzina a settimana per gli automobilisti e di 5 litri per chi è invece proprietario di una moto. Non solo, a Colombo il governo ha imposto la chiusura di un giorno alla settimana per scuole ed università, mentre sono concesse soltanto sei ore di elettricità negli edifici pubblici. In Myanmar, l’ex Birmana, i veicoli privati possono circolare soltanto a giorni alterni, mentre in Bangladesh oltre al razionamento sono previste sospensioni programmate dell’elettricità nel tentativo di limitare il consumo di energia.
Ma la situazione appare estremamente complicata anche in Indonesia e in Malesia. A Jakarta, i dipendenti pubblici dovranno lavorare da casa due giorni a settimana, mentre a Kuala Lumpur tutti gli spostamenti privati saranno contingentati e controllati con una scheda chilometrica. Anche il Nepal ha già dimezzato le corse di treni e autobus, chiedendo ai cittadini della capitale Katmandu di muoversi in bici o addirittura a piedi almeno all’interno della città. La Corea del Sud, che da Hormuz vede arrivare il 58% del suo petrolio, ha creato una task force governativa per distribuire le riserve di carburante ed evitare il blocco del settore industriale. In Bangladesh intanto la criminalità organizzata ha già assaltato diverse stazioni di carburante e derubato gli automobilisti subito dopo l’acquisto di benzina. Sempre a Dacca, ma anche in India e Pakistan, alcuni lavoratori delle pompe di benzina sono stati uccisi, non solo per rapina, ma anche per l’esasperazione dei cittadini.
L’India, un gigante energivoro sempre bisognoso di petrolio, ha trattato fin da subito per permettere alle petroliere bloccate nel Golfo Persico di raggiungere i porti indiani, ma anche per Nuova Delhi l’incertezza resta un grave problema ed il primo ministro Narendra Modi ha dichiarato che al momento ci sono riserve per 70 giorni. Nel vicino e storico nemico Pakistan, il campionato nazionale di cricket, lo sport più popolare della nazione asiatica, si gioca in stadi quasi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante evitando gli spostamenti.
Taiwan sta provando a diversificare e ha riavviato due impianti nucleari, cambiando la sua politica energetica in base alla quale aveva deciso, prima nazione dell’area, di rinunciare al nucleare. A parte il caso della Cina, provvista di riserve maggiori e fonti alternative, come detto il continente asiatico annovera i Paesi più sensibili a questa incertezza: il Giappone, la Corea del Sud e l’India importano infatti tra il 70 e l’85% del loro fabbisogno energetico dal Medio Oriente. L’Asia appare come il primo anello debole, perché tutte le sue economie emergenti hanno già diminuito le loro produzioni, rischiando di scivolare verso una crescente inflazione. Ma i segnali sono presenti un po’ ovunque: in Australia oltre 500 stazioni di servizio sono già rimaste senza carburante negli ultimi giorni, provocando lunghissime file in diverse città.
Nemmeno il continente africano appare immune al problema e diverse nazioni stanno cercando una soluzione. In Egitto il presidente Abdel-Fattah al Sisi ha deciso di imporre la chiusura di negozi, bar e ristoranti a partire dalle ore 21, nel tentativo di ridurre i consumi, con il rischio di un pericoloso contraccolpo al vitale settore del turismo. In Zambia e Tanzania i governi locali hanno proibito gli spostamenti privati e imposto ai cittadini di avere in auto almeno 3 passeggeri.
Duramente colpito anche il settore degli aiuti: i farmaci destinati a circa 50.000 persone in Sudan sono bloccati a Dubai da giorni, mentre la Somalia non riceve cibo ormai da settimane. Situazione anche peggiore in Kenya dove la carenza di carburante ha bloccato le spedizioni nei campi profughi di Kakuma e nel complesso profughi di Dadaab, dove la situazione è davvero al limite. Asia ed Africa appaiono già duramente colpite dal blocco imposto dall’Iran e stanno spingendo per una soluzione più rapida possibile.
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