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2020-11-27
Il governo tiene chiusa la Lombardia. Fontana: «Ignorati i nostri sacrifici»
Roberto Speranza (Ansa)
Cambio di colori per alcune Regioni già nel fine settimana, o nei primissimi giorni di dicembre. Era questa la nuova classificazione quasi annunciata, dopo il miglioramento dei dati in Piemonte e Lombardia che sarebbero dovute passare in fascia arancione, mentre peggiorano in Sicilia, Puglia e Basilicata che si vedono in zona rossa, aspetta la conferma del Cts dopo il consueto monitoraggio, oggi all'esame della Cabina di regia. L'altra ipotesi, confermata, era che fosse necessario il nuovo dpcm per una diversa colorazione dell'Italia: a due sole tinte o monocolore. Dietro al dilemma cromatico si nasconde una preoccupazione più seria, ovvero l'attendibilità di tutti i 21 indicatori, con valori di soglia e di allerta, nel delineare l'andamento del coronavirus. Oltre all'Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata Iss, in particolar modo si vogliono ricontrollare il numero di nuovi casi di infezione confermata e il tasso dei posti letti occupati sia nelle terapie intensive, sia nei reparti di area medica per pazienti Covid.
In Piemonte «il contachilometri del contagio ha rallentato molto», ha dichiarato il governatore Alberto Cirio. Ieri i nuovi positivi sono stati 2.751, di cui 1.148 asintomatici, pari al 42% del totale e ancora alti i decessi: 72. Ad alimentare le speranze di lasciare la zona rossa c'è il calo dei ricoveri: 4.992 persone in reparto (- 103 rispetto al giorno precedente). Invariato il numero dei pazienti in terapia intensiva, 403, mentre aumentano ancora i guariti (+ 2.194). Meno ricoveri anche in Lombardia, calati di 118 unità per un totale di 7.996 pazienti nei reparti Covid e di 8 nelle terapie intensive dove ci sono 934 persone con insufficienze respiratorie, però in un solo giorno sono morte altre 207 persone. Da oggi «potremo chiedere di entrare nella zona arancione, anche perché i dati (di ieri, ndr) addirittura ci accrediterebbero in zona gialla, ma io non voglio precorrere i tempi», aveva dichiarato il presidente lombardo Attilio Fontana. Il governatore aveva aggiunto: «Noi da un punto di vista tecnico sono quindici giorni che saremmo entrati in zona arancione, però il dpcm pretende che una volta che si cambi classe, si debbano confermare i dati per almeno due settimane». L'assessore al Welfare, Giulio Gallera, ha sottolineato che «lo sforzo dei lombardi ha dato risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti». Quanto ai tempi per cambiare colorazione, ha fatto sapere che «ci stiamo confrontando con il governo, non so se partiremo il lunedì o già il sabato». Durante la serata di ieri, il governatore Fontana ha fatto però sapere dell'ennesimo schiaffone governativo alla Regione: «Nonostante la mia opposizione, il governo intende mantenere in vigore fino al 3 dicembre le attuali misure restrittive e, quindi, lasciare la Lombardia in zona rossa. Restare in zona rossa significa non fotografare la realtà dei fatti e non considerare i grandi sacrifici dei lombardi».
Sembra restino rosse anche Calabria e Val d'Aosta, e che scivolino in quella fascia Sicilia, Puglia e Basilicata. «Il colore della Sicilia? Non è un tema che mi appassiona», ha risposto il governatore, Nello Musumeci, lasciando capire che le restrizioni future dipendevano dalla Conferenza Stato -Regioni di ieri e dalla riunione odierna della Cabina di regia. In Basilicata il 25 novembre c'è stato un record di positivi, 380 su 2.585 tamponi effettuati e l'indice di contagio (1,46) è risultato il più alto in Italia. Per questo la Regione teme prossime restrizioni. Le teme anche la Puglia, con 1.436 nuovi casi positivi su 9.612 tamponi registrati e 52 decessi, 31 dei quali nella sola provincia di Foggia. Impennata anche dei ricoveri (+95) per un totale di 1.788. «Raddoppieremo le terapie intensive», ha annunciato il governatore, Michele Emiliano, durante la prima seduta del Consiglio regionale pugliese. «Raddoppieremo i posti letto. Siamo già arrivati a tre volte. Il nostro piano arriva a quattro e speriamo che basti, perché nessuno ci dice qual è il giorno del picco. Questa cosa va detta, e va detta qui. Quando noi proponemmo, all'inizio dell'estate, di fare tre grandi strutture di terapia intensiva, una a Nord, una al Centro e una a Sud della Puglia, il ministero ci disse: “No, rafforzate le strutture degli ospedali che già avete"». Esclusa la possibilità di riaprire ospedali dimessi «perché se tu converti gli ospedali e non hai il personale, è inutile convertirli», ha concluso Emiliano, che ha definito quella in Puglia «un'ondata dodici volte, a oggi, più alta di quella di marzo e aprile per numero di contagiati e per problematiche sanitarie annesse». Situazione non tranquilla in Veneto, che ha registrato quasi 4.000 nuovi casi in 24 ore e altri 72 decessi. La pressione aumenta sugli ospedali, da due giorni in fascia rossa dopo aver superato i 2.500 degenti nei reparti di malattie infettive e pneumologia. Giovedì i pazienti in area non critica erano 2.529, in terapia intensiva se ne contavano 323.
«Il contagio cresce per gli assembramenti. Non voglio gestire la diffusione a suon di ordinanze», ha dichiarato il governatore Luca Zaia nella consueta diretta Facebook. Ieri Lombardia, Veneto, Campania, Piemonte e Lazio sono state le Regioni con più casi giornalieri, secondo il bollettino che ha segnalato in Italia 29.003 nuovi casi e 822 morti, ma meno malati contemporaneamente nei reparti Covid ordinari (-275) e in rianimazione (-2). Aumenta il numero delle persone guarite e dimesse (+24.031) per un totale di 661.180.
Boccia delira: «Gesù? Nasca prima»
Sarà la «curva pandemica» a dire se quest'anno al cenone saremo con suocera e cognati o se, per la prima volta nella storia, dovremo limitarci «gli affetti più stretti» e organizzare una cena più intima. L'attuale dpcm scadrà il prossimo 3 dicembre ma il governo Conte è all'opera sulle nuove misure anche se, come ha anticipato il ministro della salute Roberto Speranza, «continueremo con il principio della proporzionalità delle misure restrittive». In attesa del rituale annuncio in tv del premier, stando alle anticipazioni, sarebbe infatti confermato il divieto di organizzare feste nei luoghi pubblici e privati, si raccomanderà di trascorrere i giorni di festa «con gli affetti più stretti», e prevedere un numero massimo di persone, da 6 a 8, alla stessa tavola, proteggendo comunque gli anziani e chi è più fragile per alcune patologie con l'uso della mascherina e il distanziamento. Un suggerimento, ma chissà se suonerà il campanello Babbo Natale-poliziotto per verificare e multare chi non rispetterà i numeri. Inoltre Speranza & Co. spingono per vietare lo spostamento anche tra quelle Regioni che entreranno nella fascia gialla di rischio perché, secondo il ministro degli affari regionali Francesco Boccia, «Gli ospedali sono ancora in affanno, non si può sostenere una terza ondata a gennaio facendo circolare milioni di persone». Unica eccezione potrebbe essere il ricongiungimento dei parenti di primo grado, genitori e figli, ma anche coniugi e partner conviventi e consentito il ritorno al domicilio anche per anziani soli che vivono in un'altra regione. Comunque il rigorista ministro della Salute l'ha ripetuto più volte: «Bisogna ridurre il più possibile le relazioni con le altre persone quando queste non sono indispensabili e bisogna restare a casa ogni volta che è possibile». Questo impedirebbe anche di raggiungere le seconde case dove gli italiani amano trascorrere le vacanze natalizie.
E per rafforzare il concetto pare sia intenzione del governo obbligare chi andrà all'estero per le vacanze natalizie ad osservare al ritorno una quarantena obbligatoria di due settimane. Ieri sera, a Palazzo Chigi si è parlato anche, ma senza decidere, del prolungamento degli orari di apertura dei negozi in modo da consentire lo scaglionamento limitando il rischio di contagio. Tra le ipotesi quella di chiudere i negozi alle ore 22 e lasciare aperti i centri commerciali nel fine settimana che saranno soltanto 2 utili per fare shopping. Continua ad essere esclusa la riapertura di bar e ristoranti dopo le ore 18 come si era ipotizzato la scorsa settimana, quando il governo aveva promesso ai governatori di poter concedere alcuni allentamenti sui locali pubblici. Una marcia indietro per paura dei contagi che fa escludere anche le aperture a pranzo nelle zone arancioni.
Il coprifuoco, secondo i rumors, scatterebbe alle 23. A Natale e Capodanno si potrà andare oltre le 24. Se questi orari varranno anche per la vigilia, allora sarà risolto il nodo della Messa di Mezzanotte che altrimenti dovrà essere anticipata o accompagnata da deroga. Ma non ci sarebbe problema secondo il ministro piddino Boccia perché «Gesù Bambino può nascere due ore prima». Tutte decisioni che, tanto per cambiare, il governo prenderà probabilmente a ridosso del prossimo dpcm e dunque a ridosso del 3 dicembre, quando sarà più chiara la situazione dei contagi e la tenuta delle strutture sanitarie. E chissà che dopo la messa non sposti pure il Natale.
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Nonostante la frenata dell'epidemia, la Regione resta in zona rossa fino al 3 dicembre insieme al Piemonte Puglia, Basilicata e Sicilia potrebbero entrare nella fascia più a rischio. Atteso per oggi il rapporto dell'IssIpotesi restrizioni per il Natale: negozi aperti fino alle 22, tetto di otto persone a tavola e coprifuoco posticipato. E per il ministro la messa di mezzanotte «si può anticipare»Lo speciale contiene tre articoliCambio di colori per alcune Regioni già nel fine settimana, o nei primissimi giorni di dicembre. Era questa la nuova classificazione quasi annunciata, dopo il miglioramento dei dati in Piemonte e Lombardia che sarebbero dovute passare in fascia arancione, mentre peggiorano in Sicilia, Puglia e Basilicata che si vedono in zona rossa, aspetta la conferma del Cts dopo il consueto monitoraggio, oggi all'esame della Cabina di regia. L'altra ipotesi, confermata, era che fosse necessario il nuovo dpcm per una diversa colorazione dell'Italia: a due sole tinte o monocolore. Dietro al dilemma cromatico si nasconde una preoccupazione più seria, ovvero l'attendibilità di tutti i 21 indicatori, con valori di soglia e di allerta, nel delineare l'andamento del coronavirus. Oltre all'Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata Iss, in particolar modo si vogliono ricontrollare il numero di nuovi casi di infezione confermata e il tasso dei posti letti occupati sia nelle terapie intensive, sia nei reparti di area medica per pazienti Covid. In Piemonte «il contachilometri del contagio ha rallentato molto», ha dichiarato il governatore Alberto Cirio. Ieri i nuovi positivi sono stati 2.751, di cui 1.148 asintomatici, pari al 42% del totale e ancora alti i decessi: 72. Ad alimentare le speranze di lasciare la zona rossa c'è il calo dei ricoveri: 4.992 persone in reparto (- 103 rispetto al giorno precedente). Invariato il numero dei pazienti in terapia intensiva, 403, mentre aumentano ancora i guariti (+ 2.194). Meno ricoveri anche in Lombardia, calati di 118 unità per un totale di 7.996 pazienti nei reparti Covid e di 8 nelle terapie intensive dove ci sono 934 persone con insufficienze respiratorie, però in un solo giorno sono morte altre 207 persone. Da oggi «potremo chiedere di entrare nella zona arancione, anche perché i dati (di ieri, ndr) addirittura ci accrediterebbero in zona gialla, ma io non voglio precorrere i tempi», aveva dichiarato il presidente lombardo Attilio Fontana. Il governatore aveva aggiunto: «Noi da un punto di vista tecnico sono quindici giorni che saremmo entrati in zona arancione, però il dpcm pretende che una volta che si cambi classe, si debbano confermare i dati per almeno due settimane». L'assessore al Welfare, Giulio Gallera, ha sottolineato che «lo sforzo dei lombardi ha dato risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti». Quanto ai tempi per cambiare colorazione, ha fatto sapere che «ci stiamo confrontando con il governo, non so se partiremo il lunedì o già il sabato». Durante la serata di ieri, il governatore Fontana ha fatto però sapere dell'ennesimo schiaffone governativo alla Regione: «Nonostante la mia opposizione, il governo intende mantenere in vigore fino al 3 dicembre le attuali misure restrittive e, quindi, lasciare la Lombardia in zona rossa. Restare in zona rossa significa non fotografare la realtà dei fatti e non considerare i grandi sacrifici dei lombardi». Sembra restino rosse anche Calabria e Val d'Aosta, e che scivolino in quella fascia Sicilia, Puglia e Basilicata. «Il colore della Sicilia? Non è un tema che mi appassiona», ha risposto il governatore, Nello Musumeci, lasciando capire che le restrizioni future dipendevano dalla Conferenza Stato -Regioni di ieri e dalla riunione odierna della Cabina di regia. In Basilicata il 25 novembre c'è stato un record di positivi, 380 su 2.585 tamponi effettuati e l'indice di contagio (1,46) è risultato il più alto in Italia. Per questo la Regione teme prossime restrizioni. Le teme anche la Puglia, con 1.436 nuovi casi positivi su 9.612 tamponi registrati e 52 decessi, 31 dei quali nella sola provincia di Foggia. Impennata anche dei ricoveri (+95) per un totale di 1.788. «Raddoppieremo le terapie intensive», ha annunciato il governatore, Michele Emiliano, durante la prima seduta del Consiglio regionale pugliese. «Raddoppieremo i posti letto. Siamo già arrivati a tre volte. Il nostro piano arriva a quattro e speriamo che basti, perché nessuno ci dice qual è il giorno del picco. Questa cosa va detta, e va detta qui. Quando noi proponemmo, all'inizio dell'estate, di fare tre grandi strutture di terapia intensiva, una a Nord, una al Centro e una a Sud della Puglia, il ministero ci disse: “No, rafforzate le strutture degli ospedali che già avete"». Esclusa la possibilità di riaprire ospedali dimessi «perché se tu converti gli ospedali e non hai il personale, è inutile convertirli», ha concluso Emiliano, che ha definito quella in Puglia «un'ondata dodici volte, a oggi, più alta di quella di marzo e aprile per numero di contagiati e per problematiche sanitarie annesse». Situazione non tranquilla in Veneto, che ha registrato quasi 4.000 nuovi casi in 24 ore e altri 72 decessi. La pressione aumenta sugli ospedali, da due giorni in fascia rossa dopo aver superato i 2.500 degenti nei reparti di malattie infettive e pneumologia. Giovedì i pazienti in area non critica erano 2.529, in terapia intensiva se ne contavano 323. «Il contagio cresce per gli assembramenti. Non voglio gestire la diffusione a suon di ordinanze», ha dichiarato il governatore Luca Zaia nella consueta diretta Facebook. Ieri Lombardia, Veneto, Campania, Piemonte e Lazio sono state le Regioni con più casi giornalieri, secondo il bollettino che ha segnalato in Italia 29.003 nuovi casi e 822 morti, ma meno malati contemporaneamente nei reparti Covid ordinari (-275) e in rianimazione (-2). Aumenta il numero delle persone guarite e dimesse (+24.031) per un totale di 661.180. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-tiene-chiusa-la-lombardia-fontana-ignorati-i-nostri-sacrifici-2649054518.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boccia-delira-gesu-nasca-prima" data-post-id="2649054518" data-published-at="1606422211" data-use-pagination="False"> Boccia delira: «Gesù? Nasca prima» Sarà la «curva pandemica» a dire se quest'anno al cenone saremo con suocera e cognati o se, per la prima volta nella storia, dovremo limitarci «gli affetti più stretti» e organizzare una cena più intima. L'attuale dpcm scadrà il prossimo 3 dicembre ma il governo Conte è all'opera sulle nuove misure anche se, come ha anticipato il ministro della salute Roberto Speranza, «continueremo con il principio della proporzionalità delle misure restrittive». In attesa del rituale annuncio in tv del premier, stando alle anticipazioni, sarebbe infatti confermato il divieto di organizzare feste nei luoghi pubblici e privati, si raccomanderà di trascorrere i giorni di festa «con gli affetti più stretti», e prevedere un numero massimo di persone, da 6 a 8, alla stessa tavola, proteggendo comunque gli anziani e chi è più fragile per alcune patologie con l'uso della mascherina e il distanziamento. Un suggerimento, ma chissà se suonerà il campanello Babbo Natale-poliziotto per verificare e multare chi non rispetterà i numeri. Inoltre Speranza & Co. spingono per vietare lo spostamento anche tra quelle Regioni che entreranno nella fascia gialla di rischio perché, secondo il ministro degli affari regionali Francesco Boccia, «Gli ospedali sono ancora in affanno, non si può sostenere una terza ondata a gennaio facendo circolare milioni di persone». Unica eccezione potrebbe essere il ricongiungimento dei parenti di primo grado, genitori e figli, ma anche coniugi e partner conviventi e consentito il ritorno al domicilio anche per anziani soli che vivono in un'altra regione. Comunque il rigorista ministro della Salute l'ha ripetuto più volte: «Bisogna ridurre il più possibile le relazioni con le altre persone quando queste non sono indispensabili e bisogna restare a casa ogni volta che è possibile». Questo impedirebbe anche di raggiungere le seconde case dove gli italiani amano trascorrere le vacanze natalizie. E per rafforzare il concetto pare sia intenzione del governo obbligare chi andrà all'estero per le vacanze natalizie ad osservare al ritorno una quarantena obbligatoria di due settimane. Ieri sera, a Palazzo Chigi si è parlato anche, ma senza decidere, del prolungamento degli orari di apertura dei negozi in modo da consentire lo scaglionamento limitando il rischio di contagio. Tra le ipotesi quella di chiudere i negozi alle ore 22 e lasciare aperti i centri commerciali nel fine settimana che saranno soltanto 2 utili per fare shopping. Continua ad essere esclusa la riapertura di bar e ristoranti dopo le ore 18 come si era ipotizzato la scorsa settimana, quando il governo aveva promesso ai governatori di poter concedere alcuni allentamenti sui locali pubblici. Una marcia indietro per paura dei contagi che fa escludere anche le aperture a pranzo nelle zone arancioni. Il coprifuoco, secondo i rumors, scatterebbe alle 23. A Natale e Capodanno si potrà andare oltre le 24. Se questi orari varranno anche per la vigilia, allora sarà risolto il nodo della Messa di Mezzanotte che altrimenti dovrà essere anticipata o accompagnata da deroga. Ma non ci sarebbe problema secondo il ministro piddino Boccia perché «Gesù Bambino può nascere due ore prima». Tutte decisioni che, tanto per cambiare, il governo prenderà probabilmente a ridosso del prossimo dpcm e dunque a ridosso del 3 dicembre, quando sarà più chiara la situazione dei contagi e la tenuta delle strutture sanitarie. E chissà che dopo la messa non sposti pure il Natale.
La partecipazione della gente al funerale del fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, a Pontida (Ansa)
Pontida è tornata a essere il luogo simbolo della Lega per l’ultimo saluto a Umberto Bossi. A tre giorni dalla morte, centinaia di militanti si sono ritrovati davanti all’abbazia di San Giacomo, tra bandiere con il Sole delle Alpi, fazzoletti verdi e striscioni che richiamano i temi che hanno segnato una stagione politica. Su uno, appeso all’ingresso del paese, la frase: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi».
L’arrivo del feretro è stato accolto da un lungo applauso e da cori scanditi dalla folla: «Bossi, Bossi», ma anche «Padania libera» e «Libertà». Sulla bara, oltre ai fiori, la bandiera con il simbolo del movimento. All’interno della chiesa, circa quattrocento posti riservati alla famiglia e alle autorità; all’esterno, i militanti hanno seguito la cerimonia attraverso un maxischermo, raccolti davanti alle transenne che delimitavano l’area. Tra i primi ad arrivare il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mentre tra i presenti si è visto anche Mario Borghezio, con il tradizionale fazzoletto verde. In chiesa, tra gli altri, i presidenti delle Camere Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, diversi ministri e rappresentanti delle istituzioni. L’atmosfera si è fatta più tesa con l’arrivo del segretario della Lega Matteo Salvini. Indossava una camicia verde, richiamo esplicito alla storia del movimento, ma una parte dei presenti lo ha contestato con cori come «Vergogna» e «Molla la camicia verde». Salvini si è avvicinato alle transenne per salutare i militanti, senza fermarsi, mentre attorno a lui si alternavano applausi e dissenso. Poco dopo, il clima si è ricompattato nel ricordo del fondatore, con nuovi cori «Bossi, Bossi» che hanno accompagnato l’ingresso in abbazia.
Contestazioni anche per l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, mentre è stata accolta dagli applausi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, arrivata insieme al vicepremier Antonio Tajani. Al suo arrivo si sono sentiti slogan diversi, da «Secessione, secessione» a cori con il suo nome. Applausi anche per Luca Zaia e Attilio Fontana, salutati calorosamente dai militanti lungo le transenne. Una presenza diffusa, quella del mondo leghista di ieri e di oggi, che ha segnato tutta la giornata. A spiegare il malumore di una parte della base nei confronti dell’attuale leadership anche le parole dell’ex ministro Roberto Castelli, che ha parlato apertamente di una «eredità tradita», sostenendo che «la Lega di Salvini non è la Lega».
Durante la funzione e fino all’uscita del feretro, la piazza è rimasta attraversata da cori e richiami identitari. Nel momento conclusivo, mentre la bara veniva accompagnata fuori dalla chiesa insieme alla famiglia e alle autorità, un gruppo di militanti ha scandito: «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Dal microfono, Giorgetti è intervenuto con un «per cortesia» per riportare il silenzio e permettere la conclusione della preghiera.
Già dalle prime ore del mattino, Pontida aveva mostrato il volto più riconoscibile del suo popolo: striscioni, bandiere, simboli e una partecipazione che mescolava memoria e identità. Tra i presenti anche giovani militanti, arrivati per rendere omaggio a quello che molti hanno definito il loro punto di riferimento politico. Nel giorno dell’addio al Senatùr, il paese che per anni è stato teatro dei raduni leghisti si è trasformato ancora una volta in un luogo di appartenenza. Tra applausi, tensioni e richiami alle origini, il ricordo di Bossi ha finito per tenere insieme, almeno per qualche ora, una comunità attraversata da divisioni ma ancora legata al suo fondatore.
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Beppe Sala e Elly Schlein (Ansa)
A Milano non si parla d’altro. E il sindaco, secondo quanto riferito da più interlocutori, avrebbe confidato agli amici più stretti l’idea di una candidatura al Parlamento il prossimo anno. Non sarebbe una semplice uscita di scena dopo due mandati, ma un passaggio politico con effetti immediati sia a Roma sia a Palazzo Marino. Per Sala c’è una spinta politica evidente: dopo dieci anni da sindaco, continua a considerarsi una figura spendibile anche in chiave nazionale, soprattutto in un’area riformista e civica che nel centrosinistra cerca ancora una rappresentanza. Sullo sfondo, però, restano anche i dossier giudiziari aperti, dall’urbanistica allo stadio di San Siro fino al capitolo Olimpiadi, che nella politica milanese accompagnano inevitabilmente ogni lettura sulla sua possibile corsa a Roma.
Il referendum di oggi può incidere proprio su questo. Non tanto per le ricadute sul governo, quanto per quelle nel Pd e nel centrosinistra. Se il No dovesse prevalere, Schlein ne uscirebbe rafforzata e il partito avrebbe più forza nel controllare linea politica e liste. Se invece il risultato aprisse una fase più incerta, tornerebbe più forte la discussione su chi possa parlare anche oltre il perimetro tradizionale dem. Ed è in questo spazio che Sala pensa di poter giocare la sua partita.
Il problema, per lui, è che la strada verso Roma passa da un Pd che non gli garantisce un appoggio compatto. I rapporti con il partito si sono raffreddati già nei mesi dell’inchiesta urbanistica e del confronto sul «Salva Milano».
Sala aveva chiesto ai dem di chiarire la loro posizione; il sostegno è arrivato, ma mai in forma piena e incondizionata. E anche il rapporto con Schlein è rimasto segnato da una distanza politica evidente: il sindaco non è mai stato davvero organico alla linea della segretaria, e la segretaria non ha mai investito fino in fondo su di lui.
Intanto, a Milano, il centrosinistra si sta già muovendo per il dopo Sala. Le parole di ieri della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha parlato di una «alterità» nel modo di guardare la città e di «incongruenze» rimaste fin qui dentro la discussione interna, non certificano una rottura, ma raccontano una presa di distanza politica dal primo cittadino che ormai è sempre più evidente. È il segnale di una maggioranza che non esplode, ma che comincia a scaricarlo.
Lo stesso vale per il fronte che si muove attorno a Pierfrancesco Majorino e Francesco Laforgia. L’operazione «Gente di Milano», iniziata ieri, viene presentata come un laboratorio di ascolto, non come l’avvio della campagna elettorale. Ma il messaggio politico è chiaro: il Pd milanese non aspetta le mosse di Sala e sta già costruendo il terreno della successione. Majorino rivendica le primarie entro la fine dell’anno, Laforgia parla della necessità di rilanciare l’esperienza di governo del centrosinistra.
Per questo, se davvero si arriverà alla partita delle liste, Sala entrerà in una trattativa difficile. Non come uomo di apparato, ma come figura forte e insieme scomoda: conosciuta quanto basta per essere utile, autonoma al punto da non essere facilmente controllabile, esposta al punto da dividere. Più Schlein uscirà forte dal referendum, più la selezione delle candidature sarà centralizzata. Più invece si aprirà una fase di ridefinizione interna, più un profilo come quello del sindaco di Milano potrà tentare di giocare la carta nazionale.
Poi c’è il nodo più concreto: il calendario. Sala è stato rieletto nell’ottobre 2021 e Milano deve votare, in via ordinaria, nella primavera 2027. Ma se il sindaco decidesse di candidarsi alle politiche (se la legislatura dovesse finire in anticipo) prima della fine del mandato, il problema non sarebbe solo politico. Per un sindaco di un Comune sopra i 20.000 abitanti la candidatura al Parlamento richiede le dimissioni. E per Milano c’è una data chiave: il 24 febbraio. Se la cessazione effettiva dalla carica maturasse entro quella soglia, il Comune voterebbe comunque nella primavera 2027. Se invece maturasse dopo, la città rischierebbe il commissariamento. Con in più il rischio politico di un commissario nominato dal governo di centrodestra, con accesso pieno alla gestione di Palazzo Marino durante la campagna elettorale: uno scenario che il Pd difficilmente potrebbe permettersi.
È questo l’incastro che rende la partita di Sala molto più delicata di un normale trasloco da Palazzo Marino a Roma. Perché la sua eventuale candidatura non inciderebbe solo sugli equilibri del Pd o sulla geografia del centrosinistra. Aprirebbe anche un problema immediato per Milano, proprio mentre nella maggioranza si moltiplicano i segnali di autonomia e il partito comincia a preparare il dopo.
Il referendum non decide da solo il destino di Sala, ma ne condiziona il contesto: il punto, ormai, è se troverà davvero lo spazio per andare a Roma e a quale prezzo politico per sé e per Milano.
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Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra (Getty Images)
Li ha raccolti Domenico Giordano - political data analyst di Arcadiacom.it e consigliere nazionale di AssoComPol, l’Associazione italiana di comunicazione politica -, il quale spiega alla Verità: «Il contatore complessivo delle interazioni, da lunedì 16 a sabato 21, fa segnare al momento 9.3 milioni di reaction. A questo dato, occorre sommare poi le visualizzazioni della puntata e quelle ottenute dai reel di sezionamento del contenuto originario pubblicati sia dall’account ufficiale del format che da Giorgia Meloni».
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tenere mente a che i video postati sugli account Instagram e Youtube di Pulp podcast segnano attualmente 13.2 milioni, mentre quelli incassati dagli account ufficiali della premier (che passano da Instagram a Linkedin) sono 18.4 milioni in totale, di cui 9.3 milioni arrivano dall’account Instagram e 6.1 da TikTok.
«Molto spesso ci si domanda quanto l’audience digitale, solo all’apparenza volatile e liquida, converta in termini attenzione e di potenziale consenso rispetto al contenuto», afferma Giordano, che prosegue: «Per dare una risposta a questo interrogativo per nulla marginale, in particolare a ridosso di una polarizzazione elettorale, possiamo utilizzare come metro di misura non tanto i like, il mi piace al video o al carosello, quanto, invece, la crescita delle fanbase. Nel momento in cui scelgo di iniziare a seguire un account e i contenuti che vengono pubblicati, manifesto una comunanza di interessi e di valori». Ancora una volta sono i numeri a parlare e li snocciola Giordano: «L’account Instagram di Meloni ha aumentato negli ultimi 5 giorni i follower di ben 17.000 nuovi iscritti, la pagina Facebook è cresciuta di 8.100 nuovi follower, l’account X di altri 7.900 e Youtube di 2.000. In totale, senza contare gli incrementi registrati Linkedin, Telegram, Whatsapp e TikTok, i nuovi follower di Meloni sono 35.000».
Anche gli account social di Pulp hanno goduto di questo beneficio: «Il canale Instagram ha registrato una crescita di 15.000 nuovi follower. Insisto su Instagram e TikTok, più che su Youtube, perché poi, se andiamo a censire da un punto di vista socio-grafico l’utente che si è ingaggiato in Rete sulla questione, possiamo notare due aspetti molto interessati: è ampia la quota percentuale di utenti donna, in media del 43,72%, che si sono ingaggiate nelle conversazioni online».
A essere ingaggiati, secondo i numeri raccolti da Arcadia, soprattutto i giovani. Il 28% di chi ha usufruito di questi contenuti ha, infatti, meno di 24 anni.
Questi i numeri, nudi e crudi. Giordano nota, poi, come siano «anacronistiche tutte le polemiche che in questi giorni. La piattaformizzazione della nostra quotidianità impone regole, tempi e formati che non puoi fermare con una legge, una norma, come quella ad esempio, del tutto medioevale, del silenzio elettorale». Una piccola (ma nemmeno troppo) rivoluzione nella comunicazione politica: «La partecipazione al podcast è stata in termini di comunicazione molto efficace, in particolare rispetto ad altri media. Con la formula podcast i due driver della polarizzazione social, l’autenticità e l’intimità, sono stati ampiamente valorizzati. Poi, se vogliamo fare una seconda analisi di metacomunicazione, è chiaro che la commistione Fedez+Mr. Marra, che è ontologicamente disruptive, la fai convivere con la percezione istituzionale della politica e la cali nel contesto social no filter, allora è chiaro che hai trovato la formula perfetta dell’audience», conclude Giordano.
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