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2020-11-21
Il governo si è accorto del pasticcio sugli aiuti alle aziende. Ma ora è tardi
Roberto Gualtieri (Ansa)
Avete presente il Titanic? Con l'orchestrina che ancora suonava nel salone, mentre la terza classe era sott'acqua e la nave già inclinata? È l'immagine del naufragio che sta per accadere sul fronte degli aiuti alle imprese. La magnifica corazzata della «potenza di fuoco» varata tra marzo e maggio sta facendo acqua da tutte le parti. L'orchestrina la dirige il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri che l'altro ieri - di fronte alla precisa domanda del senatore Alberto Bagnai, finalizzata a sapere ci fosse pericolo di restituzione degli aiuti statali eccedenti 800.000 euro - con spavalda sicumera dichiarava in audizione al Senato che «tale pericolo non sussiste». Quindi possono stare tranquilli tutti gli imprenditori italiani che in questi giorni si consultano con i loro commercialisti e avvocati per cercare di reperire aiuti muovendosi nella selva di quasi 800 articoli disseminati in 6 decreti dal Cura Italia di marzo al Ristori bis di qualche giorno fa.
Invece noi, forse perché più vicini alla terza classe già sott'acqua, vediamo bene sia lo squarcio nella fiancata e sia l'acqua che entra impetuosa. E lo facciamo basandoci, come al solito, sugli atti. Dopo averne scritto diffusamente per tre giorni nella scorsa settimana, da ultimo, ci rifacciamo alla risposta fornita dal Mef a una interrogazione presentata lunedì 16 dagli onorevoli di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami e Marco Osnato. Con tale domanda si chiedeva se il governo avesse avviato una interlocuzione con la Commissione Ue al fine di evitare la restituzione degli aiuti eventualmente eccedenti il tetto di 800.000 euro previsto dal Temporary framework (Tf) del 19 marzo. Giova segnalare che, in molti casi, gli aiuti sono pure soggetti a tassazione, riducendo ancor più il beneficio netto ed aumentando lo sconcerto delle imprese.
Tale quesito era formulato a proposito di una delle tante norme che concorrono al raggiungimento di tale limite: lo stralcio del saldo e primo acconto Irap di cui all'articolo 24 del decreto Rilancio. La risposta del Mef è, a dir poco, imbarazzante. Dà infatti ormai per perso il negoziato con la Commissione relativamente alla definizione del beneficiario degli aiuti: non la singola persona giuridica, non l'«impresa unica» come definita ai fini del «de minimis», ma l'«unità economica», che è qualcosa che somiglia, ma nemmeno coincide perfettamente, con la definizione di gruppo societario. Insomma, un bel grattacapo per tutte le imprese italiane. Al Mef si sono resi conto della falla - di cui La Verità vi aveva già riferito in anteprima l'11 novembre, citando fonti riservate della Commissione - e nella risposta agli onorevoli, segnalano «che sono attualmente in corso contatti con i competenti servizi della Commissione europea» per ricondurre lo sgravio Irap entro il più alto limite di 3 milioni, consentito da una recente sezione del Tf (3.12). Con ciò segnalando le difficoltà in cui si dibattono e ammettendo candidamente che «tale iniziativa si è resa indispensabile in conseguenza della nozione di impresa unica ritenuta applicabile dalla Commissione europea anche alla disciplina di aiuti adottata mediante il richiamato Temporary framework». Viva la sincerità e «tutto molto bello», avrebbe detto Bruno Pizzul, se non fosse per due enormi macigni posti sulla strada di questo estremo tentativo dei tecnici di via XX Settembre: primo, lo sgravio Irap è stato concesso a tutte le imprese, senza condizioni, mentre la sezione 3.12 del Tf prevede che, per beneficiarne, ci sia stato un calo del fatturato (in un periodo del 2020 o fino al 30/6/2021) pari almeno al 30% rispetto ad un corrispondente periodo del 2019. Secondo, quella misura prevede un contributo commisurato ai costi fissi non coperti che, con lo sgravio Irap non c'entrano nulla.
Richiamando il 3.12 del Tf, il governo segna inoltre un clamoroso autogol. Ammette infatti l'esistenza di aiuti statali con limiti più alti che, nonostante la Commissione li abbia ammessi sin dal 13/10, non hanno trovato alcuno spazio nei due decreti «Ristori» adottati fino a oggi. Quindi lo strumento c'era, si poteva utilizzare e non lo si è fatto. A peggiorare il quadro, per il futuro il governo rimanda la palla nel campo delle Regioni, inserendo la facoltà di sfruttare la sezione 3.12 del Tf, nell'articolo 107 della legge di bilancio per il 2021, dove affiora pure la possibilità di rimborsare i contributi eccedenti entro il 30/6/2021. Segno che il problema esiste, checché ne dica Gualtieri. Il quale non ha avuto dubbi, sempre giovedì in audizione, sull'altro tema posto sempre su queste colonne: conveniva forse chiedere almeno una parte degli aiuti sotto la causale «calamità naturale/cause eccezionali», anziché «grave turbamento dell'economia», dove quest'ultima è soggetta ai limiti anzidetti? Secondo il ministro abbiamo scelto la seconda opzione, perché la prima è soggetta a «un regime più stringente» con gravosi oneri di rendicontazione. Allora Gualtieri ci dovrebbe spiegare perché la Danimarca, il 20 marzo (stesso giorno della pubblicazione in Gazzetta ufficiale del Tf, che straordinario tempismo!) notificava alla Commissione una norma che concedeva aiuti alle imprese, a condizione che avessero perso almeno il 40% del fatturato, a partire dal 25% fino al 100% dei costi fissi (affitti, interessi, altre spese non rinegoziabili, ecc…), con ciò inondando con 5,4 miliardi di euro di aiuti un Paese che ha un'economia pari a un sesto della nostra. La decisione di approvazione di questo aiuto, è stata adottata dalla Commissione l'8 aprile, esattamente 3 mesi prima della decisione a favore dell'Italia per il contributo a fondo perduto che stanziava 6,2 miliardi di aiuti. In essa è spiegato per filo e per segno perché il Covid è una causa eccezionale che giustifica aiuti adeguati. Loro l'hanno fatto, noi abbiamo fatto tardi e poco. Sono i numeri che parlano da soli.
Altri (pochi) soldi al decreto Ristori
Il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri metterà nuove risorse, circa 1,3-1,4 miliardi di euro, per finanziare le aziende che perderanno fatturato a seguito del peggioramento della fascia in cui risiedono.
Lo ha detto ieri il numero uno di via XX Settembre a Omibus su La7 precisando che i soldi sarebbero stati stanziati nel Consiglio dei ministri che si è tenuto ieri. «Metteremo altre risorse, circa 1,3-1,4 nel fondo che consente di finanziare i ristori in automatico alle regioni che peggiorano di fascia», ha detto. «Poi», ha proseguito Gualtieri, «per poter usare un'altra parte di risorse dovuta ad un andamento economico un po' migliore delle previsioni, chiederemo al Parlamento l'autorizzazione a uno scostamento che ci darà alcuni miliardi aggiuntivi per rafforzare le misure di sostegno economico e accompagnare l'economia nella fine d'anno».
Viene però da chiedersi, viste le cifre già stanziate, come mai il governo continui a stanziare per il decreto Ristori cifre tanto esigue. Il governo ha da poco fatto sapere che per coprire i fondi necessari fino a fine anni avrebbe stanziato altri sette miliardi.
È chiaro a tutti, dunque, che il miliardo e poco più dichiarato da Gualtieri, che molto probabilmente servirà da base per il decreto Ristori ter, non sarà sufficiente e servirà, ancora una volta, mettere mano al portafoglio.
Al momento, quindi, la prospettiva sembra essere quella di un decreto Ristori ter in arrivo a inizio 2021 e la probabile messa in cantiere di un decreto Ristori quater che andrà finanziato con altro deficit.
«Quando abbiamo fatto gli scostamenti per 100 miliardi saremmo dovuti andare a un deficit al 10,8%. Adesso», continua il ministro, «con tutta la riduzione delle entrate, con gli 1,4 miliardi che metteremo nel decreto di oggi (ieri per chi legge, ndr) che ci porta a 100 miliardi spesi, al netto delle risorse già messe nei decreti ristori uno e due, stiamo sotto il 10,8% di circa 6 miliardi».
Come ha spiegato ieri Gualtieri, «con cento miliardi di spesa il deficit è più basso perché abbiamo avuto più entrate. Le stime ci dicono che ci sarà una riduzione delle entrate, ma questo non fa saltare i conti, anzi abbiamo ancora margine rispetto a quanto ci eravamo dati precedentemente».
Gualtieri ieri ha sottolineato che per le nuove risorse non servirà un nuovo scostamento, anche se nei primi mesi del 2021 sarà comunque necessaria una nuova operazione di bilancio. Su questa Gualtieri spera di non trovare ostacoli da parte dell'opposizione.
Sempre nella giornata di ieri, il Movimento 5 stelle ha presentato un emendamento al decreto Ristori per regolamentare l'intera filiera della canapa, con anche la liberalizzazione della cannabis light, che ha un contenuto di principio attivo (Thc) al di sotto dello 0,5%. L'obiettivo della proposta è anche quello di regolare l'indotto distributivo, garantendo trasparenza delle informazioni e delle indicazioni relative ai prodotti commercializzati.
Resta il fatto che l'esecutivo pare andare avanti sempre con la stessa ricetta, quando si parla di ristori. Annunciare cifre esigue, per poi rifare i conti e scoprire che i fondi che servono sono ben di più di quelli previsti. È successo così per il primo e il secondo decreto Ristori e ora nulla lascia intendere che sarà diverso per i decreti ter e quater.
Proprio in un momento di difficoltà come quello che sta vivendo il Paese, sarebbe invece meglio avere le idee chiare sin da subito. Ma questo potrebbe non piacere agli elettori.
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Malgrado le rassicurazioni di Roberto Gualtieri, il Mef si arrende e ammette che sul «tetto» di 800.000 euro si è fatta confusione, come già spiegato dalla «Verità». Tecnici al lavoro, però la trattativa è in salitaIl ministro annuncia nuove risorse, circa 1,4 miliardi, per le imprese danneggiate dalla «retrocessione» della regione di appartenenza. Neppure queste basterannoLo speciale contiene due articoliAvete presente il Titanic? Con l'orchestrina che ancora suonava nel salone, mentre la terza classe era sott'acqua e la nave già inclinata? È l'immagine del naufragio che sta per accadere sul fronte degli aiuti alle imprese. La magnifica corazzata della «potenza di fuoco» varata tra marzo e maggio sta facendo acqua da tutte le parti. L'orchestrina la dirige il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri che l'altro ieri - di fronte alla precisa domanda del senatore Alberto Bagnai, finalizzata a sapere ci fosse pericolo di restituzione degli aiuti statali eccedenti 800.000 euro - con spavalda sicumera dichiarava in audizione al Senato che «tale pericolo non sussiste». Quindi possono stare tranquilli tutti gli imprenditori italiani che in questi giorni si consultano con i loro commercialisti e avvocati per cercare di reperire aiuti muovendosi nella selva di quasi 800 articoli disseminati in 6 decreti dal Cura Italia di marzo al Ristori bis di qualche giorno fa.Invece noi, forse perché più vicini alla terza classe già sott'acqua, vediamo bene sia lo squarcio nella fiancata e sia l'acqua che entra impetuosa. E lo facciamo basandoci, come al solito, sugli atti. Dopo averne scritto diffusamente per tre giorni nella scorsa settimana, da ultimo, ci rifacciamo alla risposta fornita dal Mef a una interrogazione presentata lunedì 16 dagli onorevoli di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami e Marco Osnato. Con tale domanda si chiedeva se il governo avesse avviato una interlocuzione con la Commissione Ue al fine di evitare la restituzione degli aiuti eventualmente eccedenti il tetto di 800.000 euro previsto dal Temporary framework (Tf) del 19 marzo. Giova segnalare che, in molti casi, gli aiuti sono pure soggetti a tassazione, riducendo ancor più il beneficio netto ed aumentando lo sconcerto delle imprese.Tale quesito era formulato a proposito di una delle tante norme che concorrono al raggiungimento di tale limite: lo stralcio del saldo e primo acconto Irap di cui all'articolo 24 del decreto Rilancio. La risposta del Mef è, a dir poco, imbarazzante. Dà infatti ormai per perso il negoziato con la Commissione relativamente alla definizione del beneficiario degli aiuti: non la singola persona giuridica, non l'«impresa unica» come definita ai fini del «de minimis», ma l'«unità economica», che è qualcosa che somiglia, ma nemmeno coincide perfettamente, con la definizione di gruppo societario. Insomma, un bel grattacapo per tutte le imprese italiane. Al Mef si sono resi conto della falla - di cui La Verità vi aveva già riferito in anteprima l'11 novembre, citando fonti riservate della Commissione - e nella risposta agli onorevoli, segnalano «che sono attualmente in corso contatti con i competenti servizi della Commissione europea» per ricondurre lo sgravio Irap entro il più alto limite di 3 milioni, consentito da una recente sezione del Tf (3.12). Con ciò segnalando le difficoltà in cui si dibattono e ammettendo candidamente che «tale iniziativa si è resa indispensabile in conseguenza della nozione di impresa unica ritenuta applicabile dalla Commissione europea anche alla disciplina di aiuti adottata mediante il richiamato Temporary framework». Viva la sincerità e «tutto molto bello», avrebbe detto Bruno Pizzul, se non fosse per due enormi macigni posti sulla strada di questo estremo tentativo dei tecnici di via XX Settembre: primo, lo sgravio Irap è stato concesso a tutte le imprese, senza condizioni, mentre la sezione 3.12 del Tf prevede che, per beneficiarne, ci sia stato un calo del fatturato (in un periodo del 2020 o fino al 30/6/2021) pari almeno al 30% rispetto ad un corrispondente periodo del 2019. Secondo, quella misura prevede un contributo commisurato ai costi fissi non coperti che, con lo sgravio Irap non c'entrano nulla.Richiamando il 3.12 del Tf, il governo segna inoltre un clamoroso autogol. Ammette infatti l'esistenza di aiuti statali con limiti più alti che, nonostante la Commissione li abbia ammessi sin dal 13/10, non hanno trovato alcuno spazio nei due decreti «Ristori» adottati fino a oggi. Quindi lo strumento c'era, si poteva utilizzare e non lo si è fatto. A peggiorare il quadro, per il futuro il governo rimanda la palla nel campo delle Regioni, inserendo la facoltà di sfruttare la sezione 3.12 del Tf, nell'articolo 107 della legge di bilancio per il 2021, dove affiora pure la possibilità di rimborsare i contributi eccedenti entro il 30/6/2021. Segno che il problema esiste, checché ne dica Gualtieri. Il quale non ha avuto dubbi, sempre giovedì in audizione, sull'altro tema posto sempre su queste colonne: conveniva forse chiedere almeno una parte degli aiuti sotto la causale «calamità naturale/cause eccezionali», anziché «grave turbamento dell'economia», dove quest'ultima è soggetta ai limiti anzidetti? Secondo il ministro abbiamo scelto la seconda opzione, perché la prima è soggetta a «un regime più stringente» con gravosi oneri di rendicontazione. Allora Gualtieri ci dovrebbe spiegare perché la Danimarca, il 20 marzo (stesso giorno della pubblicazione in Gazzetta ufficiale del Tf, che straordinario tempismo!) notificava alla Commissione una norma che concedeva aiuti alle imprese, a condizione che avessero perso almeno il 40% del fatturato, a partire dal 25% fino al 100% dei costi fissi (affitti, interessi, altre spese non rinegoziabili, ecc…), con ciò inondando con 5,4 miliardi di euro di aiuti un Paese che ha un'economia pari a un sesto della nostra. La decisione di approvazione di questo aiuto, è stata adottata dalla Commissione l'8 aprile, esattamente 3 mesi prima della decisione a favore dell'Italia per il contributo a fondo perduto che stanziava 6,2 miliardi di aiuti. In essa è spiegato per filo e per segno perché il Covid è una causa eccezionale che giustifica aiuti adeguati. Loro l'hanno fatto, noi abbiamo fatto tardi e poco. Sono i numeri che parlano da soli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-si-e-accorto-del-pasticcio-sugli-aiuti-alle-aziende-ma-ora-e-tardi-2648998716.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altri-pochi-soldi-al-decreto-ristori" data-post-id="2648998716" data-published-at="1605909619" data-use-pagination="False"> Altri (pochi) soldi al decreto Ristori Il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri metterà nuove risorse, circa 1,3-1,4 miliardi di euro, per finanziare le aziende che perderanno fatturato a seguito del peggioramento della fascia in cui risiedono. Lo ha detto ieri il numero uno di via XX Settembre a Omibus su La7 precisando che i soldi sarebbero stati stanziati nel Consiglio dei ministri che si è tenuto ieri. «Metteremo altre risorse, circa 1,3-1,4 nel fondo che consente di finanziare i ristori in automatico alle regioni che peggiorano di fascia», ha detto. «Poi», ha proseguito Gualtieri, «per poter usare un'altra parte di risorse dovuta ad un andamento economico un po' migliore delle previsioni, chiederemo al Parlamento l'autorizzazione a uno scostamento che ci darà alcuni miliardi aggiuntivi per rafforzare le misure di sostegno economico e accompagnare l'economia nella fine d'anno». Viene però da chiedersi, viste le cifre già stanziate, come mai il governo continui a stanziare per il decreto Ristori cifre tanto esigue. Il governo ha da poco fatto sapere che per coprire i fondi necessari fino a fine anni avrebbe stanziato altri sette miliardi. È chiaro a tutti, dunque, che il miliardo e poco più dichiarato da Gualtieri, che molto probabilmente servirà da base per il decreto Ristori ter, non sarà sufficiente e servirà, ancora una volta, mettere mano al portafoglio. Al momento, quindi, la prospettiva sembra essere quella di un decreto Ristori ter in arrivo a inizio 2021 e la probabile messa in cantiere di un decreto Ristori quater che andrà finanziato con altro deficit. «Quando abbiamo fatto gli scostamenti per 100 miliardi saremmo dovuti andare a un deficit al 10,8%. Adesso», continua il ministro, «con tutta la riduzione delle entrate, con gli 1,4 miliardi che metteremo nel decreto di oggi (ieri per chi legge, ndr) che ci porta a 100 miliardi spesi, al netto delle risorse già messe nei decreti ristori uno e due, stiamo sotto il 10,8% di circa 6 miliardi». Come ha spiegato ieri Gualtieri, «con cento miliardi di spesa il deficit è più basso perché abbiamo avuto più entrate. Le stime ci dicono che ci sarà una riduzione delle entrate, ma questo non fa saltare i conti, anzi abbiamo ancora margine rispetto a quanto ci eravamo dati precedentemente». Gualtieri ieri ha sottolineato che per le nuove risorse non servirà un nuovo scostamento, anche se nei primi mesi del 2021 sarà comunque necessaria una nuova operazione di bilancio. Su questa Gualtieri spera di non trovare ostacoli da parte dell'opposizione. Sempre nella giornata di ieri, il Movimento 5 stelle ha presentato un emendamento al decreto Ristori per regolamentare l'intera filiera della canapa, con anche la liberalizzazione della cannabis light, che ha un contenuto di principio attivo (Thc) al di sotto dello 0,5%. L'obiettivo della proposta è anche quello di regolare l'indotto distributivo, garantendo trasparenza delle informazioni e delle indicazioni relative ai prodotti commercializzati. Resta il fatto che l'esecutivo pare andare avanti sempre con la stessa ricetta, quando si parla di ristori. Annunciare cifre esigue, per poi rifare i conti e scoprire che i fondi che servono sono ben di più di quelli previsti. È successo così per il primo e il secondo decreto Ristori e ora nulla lascia intendere che sarà diverso per i decreti ter e quater. Proprio in un momento di difficoltà come quello che sta vivendo il Paese, sarebbe invece meglio avere le idee chiare sin da subito. Ma questo potrebbe non piacere agli elettori.
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro dell’Economia lo ha ripetuto anche ieri, alla cerimonia per il giuramento degli allievi ufficiali dell’Accademia della Guardia di finanza di Bergamo: «Viviamo in un’epoca complessa», ha sottolineato Giorgetti, «segnata da tensioni geopolitiche, guerre commerciali, conflitti bellici, transizioni energetiche, trasformazioni tecnologiche e instabilità finanziarie. Tutti fattori che incidono profondamente sugli equilibri economici, sociali e sulla sicurezza finanziaria dei Paesi. La storia economica ci mostra innanzitutto i meccanismi di lungo periodo. Fenomeni come la globalizzazione, le guerre commerciali e le disuguagliane non nascono oggi. Hanno radici profonde. Le dinamiche osservate ad esempio durante la grande depressione del ‘29», ha aggiunto il ministro dell’Economia, «o dopo la seconda guerra mondiale, così come quelle seguite allo shock petrolifero del 1973, alla crisi finanziaria del 2008 o dei debiti sovrani del 2010, aiutano a comprendere come gli Stati reagiscono a shock sistemici, quali politiche funzionano e quali rischiano invece di aggravare la crisi». L’ha presa alla lontana, Giorgetti, citando tra l’altro esempi estremamente significativi, per poi arrivare al punto: «La storia economica ci insegna anche a cogliere le connessioni tra crisi economiche e trasformazioni sociali del passato», ha argomentato, «che hanno spesso generato cambiamenti profondi, in alcuni casi offrendo opportunità per realizzare importanti riforme in campo sociale ed economico, ma nei casi peggiori hanno generato anche instabilità politica e conflitti. La consapevolezza che oggi le regole globali, dal commercio alla finanza alla governance possono cambiare in un contesto segnato da forte incertezza, richiede prudenza e senso di responsabilità ma deve anche necessariamente aprire spazio a soluzioni innovative e realistiche, senza preconcetti o ideologie fini a se stesse». Si potrebbe sintetizzare: «Cari amici della Commissione Ue, non so più come dirvelo: se restiamo legati alle regole ordinarie in tempi straordinari, come la storia insegna, siamo morti».
Ma a Bruxelles continuano a non voler ascoltare, anzi peggio: come abbiamo scritto ieri, sembrano pure prenderci in giro, giocherellando coi decimali. Il rapporto deficit/Pil 2025, certificato dall’Istat, è al 3,1%, e l’Italia quindi resta sotto procedura di infrazione, per uno 0,1%. Ma attraverso la Stampa, il Commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha giocato a fare la parte del misericordioso, sottolineando che a settembre, se i dati cambiassero, la Commissione potrebbe rivedere le sue decisioni. «Teoricamente è possibile», ha detto Dombrovskis, «potrebbero esserci alcune rivalutazioni dei dati in autunno, alla luce dei numeri definitivi del Superbonus. E quindi potrebbero esserci degli sviluppi». Un modo come un altro per frenare, anzi bloccare, qualsiasi ipotesi di uno scostamento di bilancio da parte del governo italiano per fronteggiare la crisi energetica e dare respiro a famiglie e imprese. State buoni, ha detto in pratica Dombrovskis, che a settembre vi diamo lo zuccherino. Zuccherino amarissimo, tra l’altro, perché in ogni caso l’Italia dovrebbe poi restare al di sotto del 3% almeno fino al 2028. Tra l’altro, la Commissione non farebbe nessun «omaggio» all’Italia: come ha spiegato alla Verità la deputata di Fdi Ylenja Lucaselli, capogruppo in Commissione Bilancio e figura chiave nelle politiche economiche del partito, il rapporto deficit/Pil dell’Italia è già, di fatto, inferiore all’3,1%. L’Istat infatti arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%. Tutto qui.
Intanto, si fa quel che si può: il Mef ha comunicato che è in corso di pubblicazione il decreto ministeriale che proroga fino al 22 maggio prossimo l’attuale taglio delle accise sui carburanti in scadenza ieri. Il taglio sarà di 20 centesimi al litro per il gasolio e di 5 centesimi al litro per la benzina.
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Ecco una preparazione co coniuga la Primavera con un classico della cucina di magro: il baccalà con i ceci. Se si afa in questo modo il piatto acquista freschezza e diventa saporito pur rimanendo nutriente e leggero. Si prepara in pochissimi minuti e il successo è garantito.
Ingredienti – 500 gr di baccalà già ammollato, 300 gr di ceci già lesati, 200 gr di fave, 5 o 6 foglie di salvia, almeno tre spicchi d’aglio, sale, pepe, olio extravergine di oliva qb.
Preparazione – In una capace padella scaldate in un generoso giro di olio extravergine di oliva gli spicchi d’aglio e la salvia. Andate a fuoco moderato perché si deve aromatizzare il grasso, ma non devono prendere colore le verdure. Versate in padella i ceci scolati e fate prendere sapore. Aggiustate di sale e di pepe. Nel frattempo mettete a sbollentare le fave che avrete sgusciato. Basta che prendano il bollore per un minuto. Ritiratele, ma non scolate l’acqua di cottura che vi sarà utile. Ora prendete i ceci e sistemateli in un bicchiere da frullatore con un po’ di acqua di cottura delle fave e un altro cucchiaio di extravergine. Con il frullatore a immersione riduceteli in crema. Nella padella dove sono rimasti aglio e salvia fate scottare a fuoco vivace il baccalà che avrete fatto in quattro pezzi per circa sei minuti dalla parte della pelle e quattro dalla parte della polpa. Nel frattempo freddate le fave e sbucciatele ulteriormente. E’ facilissimo: basta incidere la parte superiore del frutto e fare una leggerissima pressione; vedrete che “l’anima” uscirà da sola. Ora impiattate. Mettete a specchio sul piatto una generosa quantità di crema di ceci adagiatevi sopra un trancio di baccalà, fate cadere una manciata di fave e aggiustate di abbondante pepe e ancora un giro di olio extravergine a crudo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di sbucciare per due volte le fave.
Abbinamento – Certamente un bianco e ci siamo ispirati alle città del baccalà: Verdicchio dei Castelli di Jesi pensando ad Ancona, Vermentino della Costa degli Etruschi pensando a Livorno, Soave pensando a Venezia, una Biancolella d’Ischia pensando a Napoli.
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