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2022-09-22
Londra paga le bollette. E noi?
Liz Truss (Ansa)
La corsa a salvare le imprese dal caro gas continua in tutto il nostro continente. Adesso la Gran Bretagna ha deciso che dal mese di ottobre coprirà il 50% del costo delle bollette per l’energia delle imprese per i prossimi sei mesi. Questo annuncio è stato dato in attesa di sapere cosa stabilirà il governo domani per il piano contro il caro energia.
In ogni caso, a partire dal 1 ottobre, e per sei mesi, i prezzi all’ingrosso dell’elettricità e del gas naturale verranno fissati rispettivamente a 211 sterline e a 75 sterline al megawattora. «Ci siamo mossi per impedire che le imprese collassino, proteggere l’occupazione e frenare l’inflazione», ha detto il cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng. I gruppi del settore hanno accolto favorevolmente il pacchetto, ma hanno avvertito che potrebbe essere necessario ulteriore sostegno dopo l’inverno. Resta inteso che il regime sarà riesaminato dopo tre mesi con un’opzione per estendere il sostegno alle «imprese vulnerabili» - ma non è noto quali settori rientrino nella categoria.
Anche gli ospedali, le scuole e gli enti di beneficenza riceveranno aiuto, ha affermato il governo. La misura, per altro, arriva dopo che i ministri avevano annunciato un piano da 150 miliardi di sterline per aiutare le famiglie per due anni contro il caro bollette. Il primo ministro Liz Truss ha affermato che il governo ha compreso l’«enorme pressione» che le imprese, gli enti di beneficenza e le organizzazioni del settore pubblico devono affrontare. Ha aggiunto che il nuovo schema fornirebbe «certezza e tranquillità». «Esiste il pericolo reale che, prima di mettere in atto il nostro progetto di aiuti, bar, pub e negozi potrebbero chiudere e semplicemente non potevamo permettere che ciò accadesse», ha spiegato la premier alla stampa a New York. «Ecco perché è giusto che il governo prenda una decisione a sostegno delle attività economiche». Ma nonostante i cospicui aiuti (che in Italia ci sogniamo) ci sono anche delle polemiche interne. In molti si chiedono quanto costerà e chi lo pagherà. La certezza è che l’esborso sarà finanziato tramite il ricorso all’indebitamento pubblico. Liz Truss infatti non intende tassare ulteriormente i profitti extra delle società energetiche, come invece chiede l’opposizione laburista. Ma c’è chi dice che l’annuncio è arrivato tardi: «Questo ha lasciato le aziende sotto una nuvola di dannosa incertezza» il commento di Sarah Olney, portavoce del Tesoro Lib dem che ha aggiunto: «Oltre i prossimi sei mesi il governo non ha stabilito un piano e questo costituisce un problema per le imprese che hanno bisogno di prendere decisioni a lungo termine». Oltre a questo, la Gran Bretagna si muove anche per migliorare la propria indipendenza energetica: fra le misure adottate dal neo primo ministro Truss, ci sono 100 nuove licenze di trivellazione nel Mare del Nord, e un potenziamento della produzione di energia nucleare.
Gli aiuti, come da settimane, continuano in tutta Europa. Il governo tedesco ieri ha annunciato che acquisirà il 98,5% di Uniper (per 8 miliardi di euro), il più grande importatore di gas del Paese, per salvare il gruppo dalla bancarotta.
Non solo perché perfino l’Olanda, che si è opposta con forza all’introduzione di un tetto al prezzo del gas che l’Europa importa dall’estero, ha deciso di intervenire sul suo mercato interno con un tetto al costo dell’energia per andare incontro alle famiglie. Un price cap a tutti gli effetti che entrerà in vigore il prossimo gennaio 2023, con aiuti che inizieranno però già da novembre e consisteranno in un limite ai prezzi al consumo di gas e dell’elettricità, rispettivamente di 1,50 euro a metro cubo e 70 centesimi per kilowattora (KWh). Sembra una beffa ma non lo è. Da un lato gli olandesi impediscono che si fissi un tetto comune ma dall’altro pensano giustamente a salvare la loro economia.
Insomma dopo Francia, Spagna, Germania, Svezia, Ungheria e tanti altri Paesi adesso anche Gran Bretagna e Olanda intervengono pesantemente per salvare il mercato interno dalla crisi energetica, per cercare di mettere un freno all’enorme crisi finanziaria in arrivo. Noi, invece, alla finestra a guardare. Aspettando Bruxelles.
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La decisione di Downing Street: lo Stato coprirà il 50% delle bollette alle imprese. «Mossa obbligata per proteggere il sistema economico e arrestare l’inflazione».Il grido d’allarme delle associazioni dilettantistiche: da Roma solo poche briciole. «La gestione di una vasca olimpionica passerà da 350.000 euro a oltre 1 milione».Lo speciale contiene due articoliLa corsa a salvare le imprese dal caro gas continua in tutto il nostro continente. Adesso la Gran Bretagna ha deciso che dal mese di ottobre coprirà il 50% del costo delle bollette per l’energia delle imprese per i prossimi sei mesi. Questo annuncio è stato dato in attesa di sapere cosa stabilirà il governo domani per il piano contro il caro energia.In ogni caso, a partire dal 1 ottobre, e per sei mesi, i prezzi all’ingrosso dell’elettricità e del gas naturale verranno fissati rispettivamente a 211 sterline e a 75 sterline al megawattora. «Ci siamo mossi per impedire che le imprese collassino, proteggere l’occupazione e frenare l’inflazione», ha detto il cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng. I gruppi del settore hanno accolto favorevolmente il pacchetto, ma hanno avvertito che potrebbe essere necessario ulteriore sostegno dopo l’inverno. Resta inteso che il regime sarà riesaminato dopo tre mesi con un’opzione per estendere il sostegno alle «imprese vulnerabili» - ma non è noto quali settori rientrino nella categoria.Anche gli ospedali, le scuole e gli enti di beneficenza riceveranno aiuto, ha affermato il governo. La misura, per altro, arriva dopo che i ministri avevano annunciato un piano da 150 miliardi di sterline per aiutare le famiglie per due anni contro il caro bollette. Il primo ministro Liz Truss ha affermato che il governo ha compreso l’«enorme pressione» che le imprese, gli enti di beneficenza e le organizzazioni del settore pubblico devono affrontare. Ha aggiunto che il nuovo schema fornirebbe «certezza e tranquillità». «Esiste il pericolo reale che, prima di mettere in atto il nostro progetto di aiuti, bar, pub e negozi potrebbero chiudere e semplicemente non potevamo permettere che ciò accadesse», ha spiegato la premier alla stampa a New York. «Ecco perché è giusto che il governo prenda una decisione a sostegno delle attività economiche». Ma nonostante i cospicui aiuti (che in Italia ci sogniamo) ci sono anche delle polemiche interne. In molti si chiedono quanto costerà e chi lo pagherà. La certezza è che l’esborso sarà finanziato tramite il ricorso all’indebitamento pubblico. Liz Truss infatti non intende tassare ulteriormente i profitti extra delle società energetiche, come invece chiede l’opposizione laburista. Ma c’è chi dice che l’annuncio è arrivato tardi: «Questo ha lasciato le aziende sotto una nuvola di dannosa incertezza» il commento di Sarah Olney, portavoce del Tesoro Lib dem che ha aggiunto: «Oltre i prossimi sei mesi il governo non ha stabilito un piano e questo costituisce un problema per le imprese che hanno bisogno di prendere decisioni a lungo termine». Oltre a questo, la Gran Bretagna si muove anche per migliorare la propria indipendenza energetica: fra le misure adottate dal neo primo ministro Truss, ci sono 100 nuove licenze di trivellazione nel Mare del Nord, e un potenziamento della produzione di energia nucleare.Gli aiuti, come da settimane, continuano in tutta Europa. Il governo tedesco ieri ha annunciato che acquisirà il 98,5% di Uniper (per 8 miliardi di euro), il più grande importatore di gas del Paese, per salvare il gruppo dalla bancarotta. Non solo perché perfino l’Olanda, che si è opposta con forza all’introduzione di un tetto al prezzo del gas che l’Europa importa dall’estero, ha deciso di intervenire sul suo mercato interno con un tetto al costo dell’energia per andare incontro alle famiglie. Un price cap a tutti gli effetti che entrerà in vigore il prossimo gennaio 2023, con aiuti che inizieranno però già da novembre e consisteranno in un limite ai prezzi al consumo di gas e dell’elettricità, rispettivamente di 1,50 euro a metro cubo e 70 centesimi per kilowattora (KWh). Sembra una beffa ma non lo è. Da un lato gli olandesi impediscono che si fissi un tetto comune ma dall’altro pensano giustamente a salvare la loro economia.Insomma dopo Francia, Spagna, Germania, Svezia, Ungheria e tanti altri Paesi adesso anche Gran Bretagna e Olanda intervengono pesantemente per salvare il mercato interno dalla crisi energetica, per cercare di mettere un freno all’enorme crisi finanziaria in arrivo. Noi, invece, alla finestra a guardare. Aspettando Bruxelles.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-inglese-apre-il-portafogli-2658319109.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2658319109" data-published-at="1663785306" data-use-pagination="False"> div class="GN4_subheadline"> Alla vigilia dell’autunno lo sport dilettantisco italiano rischia il fallimento. All’origine del tracollo, che avrebbe conseguenze economiche e sociali devastanti per il Paese, c’è il rincaro dell’energia dovuto alle sanzioni contro la Russia. Come se non fosse bastato il biennio pandemico, adesso è la congiuntura economica che fa schizzare alle stelle i costi per la realizzazione, e soprattutto manutenzione, degli impianti sportivi. Uno dei casi che rappresenta al meglio il problema energetico è quello delle piscine. Nonostante i numerosi appelli per un maggiore sostegno economico, agli imprenditori del settore sono arrivate solo poche briciole. Nel 2022 il governo ha varato quattro provvedimenti per i gestori delle strutture natatorie e d’impiantistica sportiva: tre Dpcm e il recente dl Aiuti bis. Nel primo intervento, del 28 gennaio 2022, i fondi complessivi a disposizione per le piscine ammontavano a 30 milioni di euro, denaro che è stato erogato solo cinque mesi dopo, per la precisione lo scorso giugno, quando i gestori hanno intascato una cifra tra i 35.000 e i 112.000 euro. Nel secondo Dpcm ufficializzato lo scorso 10 giugno, le somme a disposizione per le piscine ammontano a 47 milioni; invece per quanto riguarda l’accreditamento siamo ancora in fase istruttoria e si stima che i gestori riceveranno un minimo di 25.000 euro (cifra che può aumentare in base al numero delle strutture gestite). Il terzo Dpcm del 30 giugno scorso garantisce 53 milioni per gli impianti sportivi, però come nel caso precedente il denaro, che oscilla tra i 15.000 e i 60.000 euro, deve essere ancora accreditato. Infine, come detto, il Dl aiuti bis che per lo sport stanzia 50 milioni di euro, di cui almeno la metà dovrebbe essere destinata alle piscine. «Inutile girarci intorno, c’è un evidente problema di cassa. La maggior parte dei fondi che sono stati stanziati», spiega alla Verità il presidente di Maker (realtà che gestisce 16 impianti fra piscine e palestre, e che aggrega gestori di impiantistica sportiva), Gianluca Argiolas, «non sono ancora arrivati. Se non paghiamo le bollette di luce e gas, ci staccano l’utenza». E ancora: «Sopravvive solo chi riesce a tamponare, ancora per qualche mese, l’emergenza. Per essere ancora più chiari: una piscina da 25 metri fino al 2019, spendeva per luce e gas 120.000 euro all’anno. Nel 2023 ne pagherà 550.000. L’olimpionica da 50 metri, invece, costava 350.000 euro annui, l’anno prossimo più di 1 milione. Costi energetici maggiorati di 700-800.000 euro non sono sostenibili». «A questo bisogna aggiungere che i gestori hanno il 30% in meno di ricavi per il Covid, alcune persone hanno ancora paura a recarsi nelle strutture. Senza dimenticare i costi aumentati per le famiglie, anch’esse alle prese con le bollette. E quindi ovviamente», conclude Argiolas, «hanno meno soldi da utilizzare per lo sport. È una tempesta perfetta». Va da sé che con questa congiuntura è improbabile che crescano nuovi campioni del calibro di Thomas Ceccon e Benedetta Pilato. Di fronte ai costi dell’energia pure il mondo della palla ovale non sorride, anzi. L’Unione rugby capitolina, con i suoi 600 iscritti, è la società più grande del Lazio. Dove bambini a partire dai cinque anni, fino agli over 42 possono fare attività sportiva. E non è finita qui perché ci sono gli «implaccabili», la formazione dove giocano anche persone diversamente abili. «In Italia purtroppo lo sport non è accessibile a tutti, anche se noi», racconta uno dei dirigenti della società, Cesare Marrucci, «proviamo a fare il contrario. È chiaro che veniamo incontro alle esigenze dei nostri tesserati, magari dilazionando il pagamento della quota. Però a volte non basta perché i genitori per la vergogna preferiscono non mandare più i figli al campo. Nel corso degli ultimi anni sono aumentate le persone che si rivolgono alla nostra onlus pur di continuare l’attività sportiva gratuitamente». D’altronde un anno di rugby per un ragazzo adolescente costa circa 800 euro, somma che comprende l’iscrizione alla squadra e il completino da gioco. Un esborso non indifferente per molte famiglie, a maggior ragione in una fase post pandemica aggravata dal rincaro energetico. Che farà sentire i suoi effetti più duri durante il tradizionale periodo di iscrizione, ovvero settembre e ottobre. «Avremo meno tesserati? Lo scopriremo fra un mese», rivela Marrucci. Poi c’è il capitolo costi per la società. A tal proposito non usa mezzi termini: «Sono triplicati. D’altronde abbiamo un ristorante del club e due campi da gioco: uno per l’allenamento e l’altro, in erba, per le gare. Lo tuteliamo, utilizzandolo il meno possibile. Il manto erboso ha bisogno d’acqua e per averlo sempre disponibile abbiamo fatto importanti lavori di manutenzione a inizio stagione». Per approfondire gli effetti del problema energetico sullo sport italiano, a tutti i livelli, basta ricordare cosa ha proposto due giorni fa il presidente della Lego Pro (primo livello della piramide professionistica del calcio), Francesco Ghirelli: «In pieno inverno le gare di serie C potrebbero essere anticipate ad orari mattutini. Il costo dell’energia per i club di serie C rischia di produrre danni pesanti e di far svanire le politiche di contenimento dei costi». Dal calcio al tennis lo spartito non cambia. C’è chi ha suggerito di giocare all’aperto anche d’inverno, una proposta di non facile realizzazione. L’unica cosa certa sono i costi per le tensostrutture, mediamente costavano ai gestori 50.000 euro all’anno, con il prezzo attuale di luce e gas gli importi in bolletta si aggireranno sui 200.000 euro. Gioco, partita, incontro.
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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