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2020-10-15
Il governo incassa un altro scostamento. Ma tiene 23 miliardi chiusi in un cassetto
Roberto Gualtieri (Ansa)
Il Parlamento, dunque, continua ad autorizzare scostamenti di bilancio, con votazioni in cui occorre la maggioranza assoluta; e l'opposizione, a partire dalla Lega, ha ancora una volta evitato di concedere alibi al governo, attestandosi sull'astensione. Ieri pomeriggio poco dopo le 17, infatti, a Palazzo Madama è passata al primo colpo, con i numeri richiesti, la risoluzione dei capigruppo della maggioranza che dava l'ok allo sforamento (per i feticisti dei numeri d'Aula, era la risoluzione numero 100).
Va detto che, al di là della dialettica tra maggioranza e minoranza parlamentare, è anche normale che, vista la pesantissima incertezza che grava sul Recovery fund (sulla sua entità, sui suoi tempi, si potrebbe dire sulla sua stessa esistenza, vista la durezza e l'imprevedibilità del negoziato europeo in corso), l'Italia debba attrezzarsi per fare da sé, nella terra di nessuno - economicamente parlando - dei prossimi mesi. La relativa facilità con cui, da marzo in poi, sono stati autorizzati gli scostamenti si spiega esattamente così.
Il problema - però - è comprendere che cosa accada dopo queste autorizzazioni parlamentari. Il Parlamento dà semaforo verde al governo, ma poi è proprio l'esecutivo a impantanarsi clamorosamente, come ormai dimostrano dati diversi, provenienti da fonti differenti, ma tutti convergenti nel descrivere la paralisi operativa e di spesa.
Qualche giorno fa, è stato il centro studi di Confindustria a lanciare l'allarme nel suo Rapporto di previsione autunno 2020. Ecco cosa si legge alle pagine 31 e 32 di quel documento: «L'effettivo utilizzo delle risorse messe in campo con i Dl adottati dal governo in risposta all'emergenza può essere stimato pari a 76,8 miliardi di euro, circa 23 miliardi in meno di quanto indicato nei documenti di accompagnamento ai decreti». Dapprima il documento evoca come spiegazione un atteggiamento prudente del governo, ma poi avanza anche un altro fattore esplicativo: «Non è da escludere, però, che anche la farraginosità dei provvedimenti adottati e le difficoltà di implementazione possano incidere sull'effettiva erogazione delle risorse. Complessivamente, infatti, gli interventi decisi dal governo prevedono l'adozione di 208 decreti attuativi (137 nel decreto Rilancio, 37 nel decreto Agosto e 34 nel Cura Italia). Di questi, a oggi, ne sono stati adottati soltanto 64». Come si vede, secondo gli industriali, circa un quarto delle risorse risultano non spese, e meno di un terzo dei decreti necessari risultano effettivamente adottati.
Non differiscono molto dalle stime di Confindustria quelle di Openpolis, che allarga l'analisi anche ad altri provvedimenti governativi, oltre a quelli citati. Per il Cura Italia servivano 34 decreti attuativi e ne sono stati adottati solo 24; per il decreto Rilancio ne servivano 137 e ne sono stati adottati 52; per il decreto Semplificazioni ne mancherebbero 38; per il decreto agosto ancora 36.
Considerando anche altri decreti bisognosi di attuazione, il computo complessivo di Openpolis (valorizzato ieri dal Messaggero) parla di ben 200 provvedimenti ancora da varare, circa due su tre di quelli teoricamente necessari. La situazione si aggrava se si considera che in qualche caso ci sono termini temporali da rispettare, e in qualche caso no, il che rende tutto ancora più vago e indistinto.
Tutto ciò apre riflessioni su due piani. Per un verso, c'è una questione di tecnica legislativa: sapendo che si rischia il pantano burocratico, sarebbe bene adottare provvedimenti sostanzialmente autoapplicativi, con un forte grado di automaticità. Per altro verso, c'è la già sottolineata questione delle risorse disponibili ma bloccate: il rischio, molto concretamente, è che si dia l'annuncio mediatico di un intervento, si crei una legittima attesa nei cittadini, e che tutto sia invece inghiottito dalle sabbie mobili di un'attuazione lenta o addirittura inesistente.
Il che determina un corollario perfino surreale. Ovunque, si parla di spese che sarebbero necessarie: ad esempio, per un irrobustimento del trasporto pubblico locale, tema su cui le Regioni chiedono fondi, anche comprensibilmente, a maggior ragione in questa fase in cui si dovrebbero evitare vetture troppo affollate; oppure per esigenze sanitarie, con il ritornello ormai stucchevole dei favorevoli al Mes. Dov'è il paradosso? Sta nel fatto che le risorse ci sono, assolutamente autorizzate dal Parlamento, ma - per una ragione o per l'altra - sono ancora chiuse in qualche cassetto. Al punto che la prima cosa da fare sarebbe un controllo capillare dei decreti mancanti: per adottare quelli che sono ancora effettivamente indispensabili, e invece per eventualmente dirottare su esigenze nel frattempo sopravvenute (o accresciute) le risorse che sarebbero destinate a decreti attuativi ormai divenuti meno necessari o addirittura superflui, alla luce del tempo trascorso e della situazione mutata.
Esecutivo salvo per quattro voti. Il centrodestra resta compatto
La maggioranza supera la prova delle votazioni in Parlamento sullo scostamento di bilancio e sulla Nadef, la Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. I giallorossi si erano avvicinati a queste votazioni con molta preoccupazione, soprattutto al Senato: l'approvazione dello scostamento di bilancio prevede infatti la necessità di raggiungere la maggioranza assoluta, fissata a Palazzo Madama a quota 161, mentre sulla Nadef è sufficiente la maggioranza dei presenti. Alla fine, al Senato la risoluzione di maggioranza sullo scostamento di bilancio è passata con 165 sì, tre no e 121 astenuti, mentre la Nadef è stata approvata con 164 sì, 120 no e tre astenuti.
Sullo scostamento di bilancio l'opposizione di centrodestra si è astenuta (tranne i senatori Antonio Iannone di Fratelli d'Italia, Carlo Martelli e Gianluigi Paragone, ex M5s iscritti al gruppo misto che hanno votato contro. Sulla Nadef, invece, il centrodestra ha votato contro.
La maggioranza al Senato ha dunque superato la soglia dei 161 voti necessari per approvare lo scostamento di bilancio, collegato alla Nadef, per soli quattro voti, tra i quali quelli dei senatori a vita Mario Monti ed Elena Cattaneo. Sulla carta, a Palazzo Madama i giallorossi possono contare su 171 voti (95 M5s, 35 Pd, 18 Iv, 16 Misto e Maie, sette Autonomie. Ieri erano assenti quattro grillini (Cristiano Anastasi, per il Covid; Virginia La Mura, Tiziana Drago e Marinella Pacifico, queste ultime due in dissenso con il gruppo) e due senatori del Maie assenti per Covid, Adriano Cario e Ricardo Merlo. Sono stati 14 i voti favorevoli arrivati dal Misto, compresi Raffaele Fantetti e Sandra Lonardo, che hanno lasciato di recente Forza Italia. Nessuna crepa dunque nel centrodestra: a dispetto di quanto profetizzavano alcuni addetti ai lavori, Forza Italia non ha offerto alcun «aiutino» alla maggioranza, ma ha votato in perfetta sintonia con Lega e Fratelli d'Italia.
La risoluzione di maggioranza approvata ieri chiede al governo, tra l'altro, più risorse per il sistema sanitario, «proseguendo sulla strada intrapresa, promuovendo una rinnovata rete sanitaria territoriale»; «investimenti per la messa in sicurezza, riqualificazione o costruzione di scuole, asili nido, scuole dell'infanzia»; «misure di sostegno in favore del settore del turismo, dello spettacolo, delle attività commerciali e dei pubblici esercizi che risultino più colpiti dalla pandemia con perdite ingenti, significativi cali di fatturato e la sparizione di molte figure professionali».
«Ancora una volta il governo conferma di essere incapace di intendere e volere. Non è certo con gli strumenti contenuti nella nota di aggiornamento al Def che si possono contrastare gli effetti sulla pandemia e rilanciare l'economia del Paese», attaccano attraverso una nota i senatori della Lega Gian Marco Centinaio, già ministro dell'Agricoltura, Giorgio Maria Bergesio, capogruppo in commissione agricoltura a Palazzo Madama, Gianpaolo Vallardi, presidente della medesima commissione, Rosellina Sbrana, membro della commissione, e William De Vecchis.
«Al Senato», ha commentato il premier Giuseppe Conte, «c'è stato un ampio riscontro della tenuta della maggioranza: abbiamo superato il quorum minimo richiesto. Al Senato c'era una situazione più delicata perché abbiamo numeri più ristretti e qualche parlamentare non arruolato per la pandemia in corso e le precauzioni che vanno adottate». Qualche ora dopo, anche la Camera dei deputati ha approvato, con 324 voti favorevoli, 203 astenuti e nessun contrario, la risoluzione di maggioranza sullo scostamento di bilancio. La risoluzione di maggioranza sulla Nadef è invece passata con 325 sì, 199 contrari e sei astenuti.
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Confindustria: «Dei 100 stanziati negli scorsi mesi, un quarto non utilizzato. Colpa anche di provvedimenti farraginosi».La maggioranza assoluta in Senato raggiunta per un pelo. Approvata pure la Nadef.Lo speciale contiene due articoli.Il Parlamento, dunque, continua ad autorizzare scostamenti di bilancio, con votazioni in cui occorre la maggioranza assoluta; e l'opposizione, a partire dalla Lega, ha ancora una volta evitato di concedere alibi al governo, attestandosi sull'astensione. Ieri pomeriggio poco dopo le 17, infatti, a Palazzo Madama è passata al primo colpo, con i numeri richiesti, la risoluzione dei capigruppo della maggioranza che dava l'ok allo sforamento (per i feticisti dei numeri d'Aula, era la risoluzione numero 100).Va detto che, al di là della dialettica tra maggioranza e minoranza parlamentare, è anche normale che, vista la pesantissima incertezza che grava sul Recovery fund (sulla sua entità, sui suoi tempi, si potrebbe dire sulla sua stessa esistenza, vista la durezza e l'imprevedibilità del negoziato europeo in corso), l'Italia debba attrezzarsi per fare da sé, nella terra di nessuno - economicamente parlando - dei prossimi mesi. La relativa facilità con cui, da marzo in poi, sono stati autorizzati gli scostamenti si spiega esattamente così.Il problema - però - è comprendere che cosa accada dopo queste autorizzazioni parlamentari. Il Parlamento dà semaforo verde al governo, ma poi è proprio l'esecutivo a impantanarsi clamorosamente, come ormai dimostrano dati diversi, provenienti da fonti differenti, ma tutti convergenti nel descrivere la paralisi operativa e di spesa. Qualche giorno fa, è stato il centro studi di Confindustria a lanciare l'allarme nel suo Rapporto di previsione autunno 2020. Ecco cosa si legge alle pagine 31 e 32 di quel documento: «L'effettivo utilizzo delle risorse messe in campo con i Dl adottati dal governo in risposta all'emergenza può essere stimato pari a 76,8 miliardi di euro, circa 23 miliardi in meno di quanto indicato nei documenti di accompagnamento ai decreti». Dapprima il documento evoca come spiegazione un atteggiamento prudente del governo, ma poi avanza anche un altro fattore esplicativo: «Non è da escludere, però, che anche la farraginosità dei provvedimenti adottati e le difficoltà di implementazione possano incidere sull'effettiva erogazione delle risorse. Complessivamente, infatti, gli interventi decisi dal governo prevedono l'adozione di 208 decreti attuativi (137 nel decreto Rilancio, 37 nel decreto Agosto e 34 nel Cura Italia). Di questi, a oggi, ne sono stati adottati soltanto 64». Come si vede, secondo gli industriali, circa un quarto delle risorse risultano non spese, e meno di un terzo dei decreti necessari risultano effettivamente adottati. Non differiscono molto dalle stime di Confindustria quelle di Openpolis, che allarga l'analisi anche ad altri provvedimenti governativi, oltre a quelli citati. Per il Cura Italia servivano 34 decreti attuativi e ne sono stati adottati solo 24; per il decreto Rilancio ne servivano 137 e ne sono stati adottati 52; per il decreto Semplificazioni ne mancherebbero 38; per il decreto agosto ancora 36.Considerando anche altri decreti bisognosi di attuazione, il computo complessivo di Openpolis (valorizzato ieri dal Messaggero) parla di ben 200 provvedimenti ancora da varare, circa due su tre di quelli teoricamente necessari. La situazione si aggrava se si considera che in qualche caso ci sono termini temporali da rispettare, e in qualche caso no, il che rende tutto ancora più vago e indistinto. Tutto ciò apre riflessioni su due piani. Per un verso, c'è una questione di tecnica legislativa: sapendo che si rischia il pantano burocratico, sarebbe bene adottare provvedimenti sostanzialmente autoapplicativi, con un forte grado di automaticità. Per altro verso, c'è la già sottolineata questione delle risorse disponibili ma bloccate: il rischio, molto concretamente, è che si dia l'annuncio mediatico di un intervento, si crei una legittima attesa nei cittadini, e che tutto sia invece inghiottito dalle sabbie mobili di un'attuazione lenta o addirittura inesistente. Il che determina un corollario perfino surreale. Ovunque, si parla di spese che sarebbero necessarie: ad esempio, per un irrobustimento del trasporto pubblico locale, tema su cui le Regioni chiedono fondi, anche comprensibilmente, a maggior ragione in questa fase in cui si dovrebbero evitare vetture troppo affollate; oppure per esigenze sanitarie, con il ritornello ormai stucchevole dei favorevoli al Mes. Dov'è il paradosso? Sta nel fatto che le risorse ci sono, assolutamente autorizzate dal Parlamento, ma - per una ragione o per l'altra - sono ancora chiuse in qualche cassetto. Al punto che la prima cosa da fare sarebbe un controllo capillare dei decreti mancanti: per adottare quelli che sono ancora effettivamente indispensabili, e invece per eventualmente dirottare su esigenze nel frattempo sopravvenute (o accresciute) le risorse che sarebbero destinate a decreti attuativi ormai divenuti meno necessari o addirittura superflui, alla luce del tempo trascorso e della situazione mutata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-incassa-un-altro-scostamento-ma-tiene-23-miliardi-chiusi-in-un-cassetto-2648214526.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="esecutivo-salvo-per-quattro-voti-il-centrodestra-resta-compatto" data-post-id="2648214526" data-published-at="1602746897" data-use-pagination="False"> Esecutivo salvo per quattro voti. Il centrodestra resta compatto La maggioranza supera la prova delle votazioni in Parlamento sullo scostamento di bilancio e sulla Nadef, la Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. I giallorossi si erano avvicinati a queste votazioni con molta preoccupazione, soprattutto al Senato: l'approvazione dello scostamento di bilancio prevede infatti la necessità di raggiungere la maggioranza assoluta, fissata a Palazzo Madama a quota 161, mentre sulla Nadef è sufficiente la maggioranza dei presenti. Alla fine, al Senato la risoluzione di maggioranza sullo scostamento di bilancio è passata con 165 sì, tre no e 121 astenuti, mentre la Nadef è stata approvata con 164 sì, 120 no e tre astenuti. Sullo scostamento di bilancio l'opposizione di centrodestra si è astenuta (tranne i senatori Antonio Iannone di Fratelli d'Italia, Carlo Martelli e Gianluigi Paragone, ex M5s iscritti al gruppo misto che hanno votato contro. Sulla Nadef, invece, il centrodestra ha votato contro. La maggioranza al Senato ha dunque superato la soglia dei 161 voti necessari per approvare lo scostamento di bilancio, collegato alla Nadef, per soli quattro voti, tra i quali quelli dei senatori a vita Mario Monti ed Elena Cattaneo. Sulla carta, a Palazzo Madama i giallorossi possono contare su 171 voti (95 M5s, 35 Pd, 18 Iv, 16 Misto e Maie, sette Autonomie. Ieri erano assenti quattro grillini (Cristiano Anastasi, per il Covid; Virginia La Mura, Tiziana Drago e Marinella Pacifico, queste ultime due in dissenso con il gruppo) e due senatori del Maie assenti per Covid, Adriano Cario e Ricardo Merlo. Sono stati 14 i voti favorevoli arrivati dal Misto, compresi Raffaele Fantetti e Sandra Lonardo, che hanno lasciato di recente Forza Italia. Nessuna crepa dunque nel centrodestra: a dispetto di quanto profetizzavano alcuni addetti ai lavori, Forza Italia non ha offerto alcun «aiutino» alla maggioranza, ma ha votato in perfetta sintonia con Lega e Fratelli d'Italia. La risoluzione di maggioranza approvata ieri chiede al governo, tra l'altro, più risorse per il sistema sanitario, «proseguendo sulla strada intrapresa, promuovendo una rinnovata rete sanitaria territoriale»; «investimenti per la messa in sicurezza, riqualificazione o costruzione di scuole, asili nido, scuole dell'infanzia»; «misure di sostegno in favore del settore del turismo, dello spettacolo, delle attività commerciali e dei pubblici esercizi che risultino più colpiti dalla pandemia con perdite ingenti, significativi cali di fatturato e la sparizione di molte figure professionali». «Ancora una volta il governo conferma di essere incapace di intendere e volere. Non è certo con gli strumenti contenuti nella nota di aggiornamento al Def che si possono contrastare gli effetti sulla pandemia e rilanciare l'economia del Paese», attaccano attraverso una nota i senatori della Lega Gian Marco Centinaio, già ministro dell'Agricoltura, Giorgio Maria Bergesio, capogruppo in commissione agricoltura a Palazzo Madama, Gianpaolo Vallardi, presidente della medesima commissione, Rosellina Sbrana, membro della commissione, e William De Vecchis. «Al Senato», ha commentato il premier Giuseppe Conte, «c'è stato un ampio riscontro della tenuta della maggioranza: abbiamo superato il quorum minimo richiesto. Al Senato c'era una situazione più delicata perché abbiamo numeri più ristretti e qualche parlamentare non arruolato per la pandemia in corso e le precauzioni che vanno adottate». Qualche ora dopo, anche la Camera dei deputati ha approvato, con 324 voti favorevoli, 203 astenuti e nessun contrario, la risoluzione di maggioranza sullo scostamento di bilancio. La risoluzione di maggioranza sulla Nadef è invece passata con 325 sì, 199 contrari e sei astenuti.
Alle spalle, il Quirinale (Imagoeconomica). Nel riquadro, il libro di Castellani e Quagliariello
E i diritti che essa riconosce sono quasi sempre bilanciati da corrispondenti doveri che con il tempo, nella lettura politica della Carta, sono stati sottostimati quando non addirittura omessi. In altre parole, il consenso sulla prima parte nasce dalla comune volontà di fondare una democrazia pluralista e garantista, non di imporre un progetto ideologico unilaterale. Tanto che la stessa prima parte della Costituzione (si consideri a tal proposito, in particolare, la vicenda dell’art. 3 comma 2 relativo all’eguaglianza), sarà oggetto di interpretazioni politiche differenti. Il compromesso ideologico, dunque, si trova senza troppe tensioni, amalgamando diverse culture politiche intorno alla base comune dell’accettazione dei princìpi di una democrazia liberale.
È nella seconda parte - quella sulla forma di governo e sulle garanzie - che, invece, il compromesso diventa molto più sofferto. Qui la logica delle «garanzie politiche» prevale su quella dell’efficienza. Per l’essenziale: le sinistre temono che un rafforzamento dell’esecutivo possa tradursi in restaurazione autoritaria; la Dc e i partiti di centro temono, al contrario, che un eccesso di parlamentarismo esponga il sistema alle pressioni di un grande partito comunista legato all’Urss. Ne risulta una razionalizzazione assai debole del regime parlamentare. Fallisce l’ipotesi di introdurre meccanismi come la sfiducia costruttiva o il cancellierato sul modello del Grundgesetz tedesco, previsti dall’ordine del giorno Perassi del settembre 1946, e si preferisce «abbondare» in termini di garanzie e contropoteri, sacrificando la stabilità dei governi alla salvaguardia dell’equilibrio tra i partiti. È la scelta che porterà a una forma di governo intrinsecamente fragile, nella quale l’esecutivo dipende da maggioranze fluide, i governi sono esposti a crisi frequenti e il circuito decisionale tende a spostarsi dai luoghi istituzionali formali alle sedi informali di mediazione partitica.
In questo contesto, De Gasperi - che è Presidente del Consiglio per tutto il periodo dei lavori costituenti - mantiene un ruolo relativamente defilato nell’Assemblea, concentrando le sue energie sul fronte internazionale, sulla continuità statuale, sulla statuizione dei rapporti tra Chiesa e Stato. Va poi considerato in tutta la sua rilevanza il fatto che il processo costituente viene «tagliato in due» dalla rottura del maggio 1947 con le sinistre, che segna il passaggio dai governi di unità antifascista al centrismo e rende ancora più cogente la ricerca di garanzie reciproche e complessa la traduzione dei compromessi costituzionali in una forma di governo stabile. In quel torno di tempo la divisione del lavoro è netta: la Costituente scrive le regole, il governo si incarica di far sopravvivere e riconoscere lo Stato italiano in un contesto internazionale difficile, e da questa separazione di funzioni nasce anche il limite strutturale della nostra forma di governo, pensata più per impedire torsioni verticali che per decidere.
Proprio perché la forma di governo disegnata nel 1948 è debole, dunque, la Repubblica, per stare in piedi, necessita di un «Principe». Non un Principe individuale, s’intende, ma un soggetto politico capace di concentrare la legittimazione, di tenere insieme un sistema parlamentare frammentato e di assumere decisioni nei momenti di crisi. Antonio Gramsci aveva già immaginato questa traslazione tra il «Principe individuo» di Machiavelli al partito, inteso come «principe collettivo». E infatti, si può affermare che il partito sin dall’origine si candidi a svolgere questo ruolo, proponendosi come vera e propria infrastruttura del nuovo regime. È nel circuito della «democrazia dei partiti» che si regolano e si compongono i conflitti, si formano e si disfano le maggioranze e gli esecutivi, in continuità con la propensione che era stata già dell’Italia liberale a far convergere al centro del sistema le forze chiamate a esercitare responsabilità di governo isolando le ali antisistema. Col tempo, la centralità dei partiti sarebbe diventata ancora più avvertita. Al punto che la storiografia più recente individua, addirittura, nella «centralità assoluta dell’infrastruttura partitica» il meccanismo di funzionamento del regime parlamentare italiano che avrebbe trasformato il Parlamento in un mero luogo di ratifica di scelte compiute altrove.
Questa deriva, colta a posteriori in modo persino troppo unilaterale, non può, però, ritenersi scontata, soprattutto agli esordi. E quando poi all’inizio degli anni Novanta il sistema dei partiti costruito su quel compromesso esplode, sotto la pressione congiunta della fine della Guerra Fredda, delle inchieste di Tangentopoli e del crollo delle culture politiche tradizionali, il bisogno di trovare un Principe non scompare. Di fatti, il Principe resta, pur cambiando soggettività. Venuto meno il partito-Principe, con la dissoluzione della Dc, del Psi e la trasformazione del Pci, il fulcro di stabilizzazione si trasferisce progressivamente sul Presidente della Repubblica, che assume una funzione sempre più attiva nella gestione delle crisi, nella formazione degli esecutivi e nel raccordo con i vincoli europei e internazionali. Si può perciò affermare che il Capo dello Stato divenga il nuovo Principe della Repubblica: non per un mutamento formale della Costituzione, ma per l’inerzia di una forma di governo che continua a non fornire da sola un baricentro solido e che, in assenza del partito egemone, trova nel Quirinale l’unico attore in grado di garantire la continuità del sistema. Da ultimo, questa circostanza è stata emblematizzata dal film di un grande regista italiano, Paolo Sorrentino, dedicato per l’appunto alla figura del presidente colta nell’intreccio tra responsabilità istituzionale e scelte interiori. Il regista, nell’intervista di presentazione, afferma di essersi ispirato per il suo lavoro un po’ a Scalfaro, un po’ a Napolitano e un po’ a Mattarella: tre personalità politiche e umane assai diverse. Segno che la rilevanza istituzionale della carica si sia così tanto dilatata da influenzare persino la dimensione interiore e determinare la portata delle scelte di coscienza da assumere.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 2 giugno con Carlo Cambi
Il cantiere del nuovo consolato americano che sorgerà a Milano (Ansa)
Gli altri settori produttivi le devono pagare un tributo crescente, mentre la definizione stessa di «interesse pubblico» si fa sempre più sfuggente, contesa tra gruppi sociali vincenti e altri naturalmente perdenti.
Una delle contraddizioni più clamorose di questo modello emerge dalla vicenda che coinvolge il consolato americano: un caso che rivela, senza possibilità di equivoci, che la cosiddetta «rigenerazione urbana» di Milano poggia anche sul lavoro di persone tenute in condizioni di semischiavitù. Nell’area dell’ex Tiro a segno è in costruzione la nuova sede del Consolato degli Stati Uniti, un’opera faraonica, come è nello stile americano, dislocata su 40.000 metri quadrati, con un costo dichiarato di almeno 351 milioni di dollari, il cui completamento è previsto nel 2028. Una cifra che però non include il costo del lavoro (e non è un dettaglio secondario). La Procura di Milano ha accertato che la ditta costruttrice impiegava lavoratori stranieri in condizione di paraschiavitù.
I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno messo sotto controllo giudiziario la società edile statunitense Caddell, con l’accusa di caporalato e sfruttamento dei lavoratori, e operato il fermo di un manager della stessa azienda in procinto di scappare in Turchia. Il cantiere, inaugurato in pompa magna nel 2022 con la posa della prima pietra alla presenza del console Robert Needham e del sindaco Beppe Sala, funzionava grazie al lavoro di operai che venivano reclutati in India da un’agenzia di Nuova Dehli, la Dynamic house. Per ottenere il posto di lavoro erano costretti a pagare una cifra ingente, circa 500.000 rupie (5/6.000 euro) con la promessa di documenti regolari e biglietto aereo incluso. Una volta arrivati a Milano, la realtà era ben diversa: turni di 12 ore al giorno, sei giorni su sette, senza festività. La paga? Appena 2 o 3 euro l’ora. E più della metà dello stipendio veniva sistematicamente sottratta.
«I poveri non sono un problema da risolvere ma una risorsa da sfruttare», diceva Zygmunt Bauman. È difficile non pensare a questa frase leggendo le condizioni in cui questi uomini erano costretti a lavorare. Il sistema di sfruttamento descritto ricorda da vicino quello adottato in diversi Paesi del Golfo: la Kafala, un’istituzione giuridica utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati specialmente nel settore edilizio. La pratica è legalmente diffusa in Qatar, Kuwait, Libano, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. In quel sistema il lavoratore straniero è vincolato a uno sponsor che coincide con il datore di lavoro: questo detiene il controllo totale sulla mobilità del dipendente e sui suoi documenti. Il lavoratore non può cambiare impiego, non può lasciare il Paese, non può sottrarsi. La Kafala è di fatto l’istituzionalizzazione della schiavitù.
Ecco qui rappresentata la modernizzazione al contrario di Milano. Una città che vanta ingenti investimenti in immobili realizzati da questi Paesi, ma che sembra aver importato anche un ignobile modello di sfruttamento dei lavoratori migranti. Ciò che colpisce, oltre alla gravità dei fatti, è l’assenza di parole di chi governa la città. L’amministrazione comunale non può pensare che si tratti un «affare americano»: il cantiere insiste sul suolo milanese, il sindaco era presente all’inaugurazione, la città ne porta un po’ la responsabilità morale e politica. Altrettanto significativa è la latitanza della sinistra che tende a occuparsi di migranti solo quando è utile a una polemica contro la destra. All’appello, infine, manca anche il sindacato che ha dimostrato ancora una volta di essere fuori contesto, incapace di cogliere le contraddizioni più acute del modello di sviluppo in atto. Il dato di fatto è che tutti questi continuano a parlare di candidature per le prossime elezioni amministrative, di primarie e di altri aspetti che riguardano la loro vita interna dimostrando, se ve ne fosse ancora bisogno, la loro lontananza dai problemi reali delle persone.
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Pochi giorni prima gli investigatori avevano già annotato un altro elemento ritenuto significativo: il riferimento al «tragico evento» avvenuto a Modena il 15 maggio scorso, quando Salim El Koudri aveva travolto i passanti in pieno centro con la sua automobile. Chi indaga l’ha letto come il punto di arrivo di una discesa progressiva dentro l’universo della propaganda jihadista maturato attraverso il Web e i social network. E che viene collocato all’interno di un meccanismo: quello degli attacchi compiuti da singoli individui, senza strutture visibili alle spalle, senza cellule riconoscibili. «Tutti pronti», secondo il pm, «all’azione violenta nei confronti di cittadini inermi tramite l’uso di autoveicoli o di armi prevalentemente da taglio». Ovvero uno scenario da «lupo solitario».
E, così, alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, Ben Haddi, nato a Vimercate, in Brianza, è stato fermato con l’accusa di terrorismo internazionale. Il provvedimento è stato disposto dal pubblico ministero Alessandro Gobbis. Per la Procura guidata da Marcello Viola, il giovane si sarebbe associato «all’organizzazione terroristica internazionale comunemente nota come Stato islamico». E, in particolare, «al primo califfo Abu Bakr Al-Baghdadi». Dall’analisi dei profili Instagram e Tiktok, «accessibili a tutti», scrive il pm, «dunque a una platea potenzialmente infinita di utenti», sarebbe saltato fuori materiale ritenuto «apologetico di attentati terroristici contro l’Occidente e di aperta esaltazione e incitamento al martirio». Ma anche «di attentati terroristici in danno dei cristiani». L’inchiesta ha preso forma attraverso il lavoro della Digos di Milano. Gli approfondimenti investigativi si sono tradotti in due informative, datate 29 e 31 maggio, e in una successiva perquisizione. Secondo il pm, proprio dagli ultimi accertamenti sarebbe emersa «una pericolosa accelerazione della propria spirale di radicalizzazione ideologico-religiosa».
A rafforzare i sospetti degli inquirenti c’è un altro elemento: quando viene fermato, Ben Haddi è in possesso di un biglietto aereo per il Marocco. La partenza era fissata per il 9 giugno. Il giovane, secondo l’accusa, avrebbe manifestato la disponibilità all’azione violenta «nella consapevolezza di essere in procinto di lasciare l’Italia». Per la Procura il dato contribuisce a delineare un quadro di pericolosità attuale. Per l’indagato, invece, il viaggio aveva tutt’altra finalità: ha spiegato che doveva recarsi in Marocco per sostenere un esame. Il nome di Ben Haddi, però, era emerso anche in un’altra attività investigativa.
La Digos stava monitorando il gruppo Telegram «Chat Terza posizione» e il canale «Centro studi Terza posizione». Secondo gli investigatori, si trattava di ambienti caratterizzati dalla diffusione di «idee radicali e violente ispirate alle ideologie nazionalsocialiste e suprematiste». Uno degli utenti era stato identificato come «Zacky Ben». Una presenza che gli investigatori collocano nel fenomeno definito «White Jihad» o «ibridazione», cioè la contaminazione tra ambienti ideologicamente diversi ma accomunati dall’estremismo. In quell’ordinanza il fenomeno veniva definito con una formula precisa: «Ibridazione tra propaganda di estrema destra radicale e contenuti riconducibili a gruppi jihadisti». La convergenza non è religiosa, ma ideologica e simbolica: antisemitismo, culto della violenza, mitologie del martirio e fascinazione per il terrorismo diventano un linguaggio comune tra universi apparentemente lontani.
Tra i contenuti recuperati, «tutti connotati», secondo il pm, «da una marcata istigazione alla violenza e per contenuti eversivi», ci sarebbero alcuni messaggi ritenuti significativi, perché valutati come «fattore accelerante di processi di radicalizzazione già in atto». In una conversazione, Ben Haddi scrive: «Impossibile fare un colpo di Stato nella situazione attuale». Era la risposta a un altro utente che sosteneva: «Comunque per poter fare una sovversione e quindi un colpo di Stato ci servono molte più persone, organizzate e non sparse e che tutti seguano la stessa idea o simile». In un’altra circostanza aveva pubblicato la fotografia di un bambino dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri accompagnandola con il commento: «Chiaramente è superiore a te». La frase arrivava come replica a chi gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Quel fascicolo aveva già portato all’arresto di Matteo Celibashi, diciannovenne italo-albanese pavese, ritenuto promotore e ideatore della chat. Il dato più rilevante è che la precedente inchiesta non descriveva soltanto un circuito di estrema destra. Dentro quella comunità digitale comparivano già riferimenti espliciti alla propaganda jihadista, ad Hamas, all’Isis e al Bataclan.
Gli esempi sono espliciti. In un messaggio viene rilanciata l’immagine di un uomo armato con bandiera palestinese e la didascalia: «Fino alla vittoria Gloria ad Hamas gloria agli eroi». In un altro scambio compare uno sticker con un soldato di Hamas e la frase: «Viva Hamas viva le brigate al qassam», a cui un utente risponde: «Gloria eterna». Ancora più netto è il richiamo al Bataclan. Un video con simbolo dell’Isis e riferimenti all’Ordine dei Nove Angoli, subcultura legata all’estremismo neonazista, contiene sottotitoli tradotti così: «L’operazione del teatro Bataclan», «cento morti e un gran numero di feriti», «vendico il sangue dei musulmani, uccido i crociati senza pietà». Un ecosistema online dove estrema destra, antisemitismo e jihadismo si contaminavano in nome della radicalizzazione.
Ma quando Ben Haddi è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari Rossana Mongiardo la sua linea difensiva è stata netta: «I miei post avevano solo finalità divulgative». Compreso quello sull’attentato a Modena.
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