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2020-10-15
Il governo incassa un altro scostamento. Ma tiene 23 miliardi chiusi in un cassetto
Roberto Gualtieri (Ansa)
Il Parlamento, dunque, continua ad autorizzare scostamenti di bilancio, con votazioni in cui occorre la maggioranza assoluta; e l'opposizione, a partire dalla Lega, ha ancora una volta evitato di concedere alibi al governo, attestandosi sull'astensione. Ieri pomeriggio poco dopo le 17, infatti, a Palazzo Madama è passata al primo colpo, con i numeri richiesti, la risoluzione dei capigruppo della maggioranza che dava l'ok allo sforamento (per i feticisti dei numeri d'Aula, era la risoluzione numero 100).
Va detto che, al di là della dialettica tra maggioranza e minoranza parlamentare, è anche normale che, vista la pesantissima incertezza che grava sul Recovery fund (sulla sua entità, sui suoi tempi, si potrebbe dire sulla sua stessa esistenza, vista la durezza e l'imprevedibilità del negoziato europeo in corso), l'Italia debba attrezzarsi per fare da sé, nella terra di nessuno - economicamente parlando - dei prossimi mesi. La relativa facilità con cui, da marzo in poi, sono stati autorizzati gli scostamenti si spiega esattamente così.
Il problema - però - è comprendere che cosa accada dopo queste autorizzazioni parlamentari. Il Parlamento dà semaforo verde al governo, ma poi è proprio l'esecutivo a impantanarsi clamorosamente, come ormai dimostrano dati diversi, provenienti da fonti differenti, ma tutti convergenti nel descrivere la paralisi operativa e di spesa.
Qualche giorno fa, è stato il centro studi di Confindustria a lanciare l'allarme nel suo Rapporto di previsione autunno 2020. Ecco cosa si legge alle pagine 31 e 32 di quel documento: «L'effettivo utilizzo delle risorse messe in campo con i Dl adottati dal governo in risposta all'emergenza può essere stimato pari a 76,8 miliardi di euro, circa 23 miliardi in meno di quanto indicato nei documenti di accompagnamento ai decreti». Dapprima il documento evoca come spiegazione un atteggiamento prudente del governo, ma poi avanza anche un altro fattore esplicativo: «Non è da escludere, però, che anche la farraginosità dei provvedimenti adottati e le difficoltà di implementazione possano incidere sull'effettiva erogazione delle risorse. Complessivamente, infatti, gli interventi decisi dal governo prevedono l'adozione di 208 decreti attuativi (137 nel decreto Rilancio, 37 nel decreto Agosto e 34 nel Cura Italia). Di questi, a oggi, ne sono stati adottati soltanto 64». Come si vede, secondo gli industriali, circa un quarto delle risorse risultano non spese, e meno di un terzo dei decreti necessari risultano effettivamente adottati.
Non differiscono molto dalle stime di Confindustria quelle di Openpolis, che allarga l'analisi anche ad altri provvedimenti governativi, oltre a quelli citati. Per il Cura Italia servivano 34 decreti attuativi e ne sono stati adottati solo 24; per il decreto Rilancio ne servivano 137 e ne sono stati adottati 52; per il decreto Semplificazioni ne mancherebbero 38; per il decreto agosto ancora 36.
Considerando anche altri decreti bisognosi di attuazione, il computo complessivo di Openpolis (valorizzato ieri dal Messaggero) parla di ben 200 provvedimenti ancora da varare, circa due su tre di quelli teoricamente necessari. La situazione si aggrava se si considera che in qualche caso ci sono termini temporali da rispettare, e in qualche caso no, il che rende tutto ancora più vago e indistinto.
Tutto ciò apre riflessioni su due piani. Per un verso, c'è una questione di tecnica legislativa: sapendo che si rischia il pantano burocratico, sarebbe bene adottare provvedimenti sostanzialmente autoapplicativi, con un forte grado di automaticità. Per altro verso, c'è la già sottolineata questione delle risorse disponibili ma bloccate: il rischio, molto concretamente, è che si dia l'annuncio mediatico di un intervento, si crei una legittima attesa nei cittadini, e che tutto sia invece inghiottito dalle sabbie mobili di un'attuazione lenta o addirittura inesistente.
Il che determina un corollario perfino surreale. Ovunque, si parla di spese che sarebbero necessarie: ad esempio, per un irrobustimento del trasporto pubblico locale, tema su cui le Regioni chiedono fondi, anche comprensibilmente, a maggior ragione in questa fase in cui si dovrebbero evitare vetture troppo affollate; oppure per esigenze sanitarie, con il ritornello ormai stucchevole dei favorevoli al Mes. Dov'è il paradosso? Sta nel fatto che le risorse ci sono, assolutamente autorizzate dal Parlamento, ma - per una ragione o per l'altra - sono ancora chiuse in qualche cassetto. Al punto che la prima cosa da fare sarebbe un controllo capillare dei decreti mancanti: per adottare quelli che sono ancora effettivamente indispensabili, e invece per eventualmente dirottare su esigenze nel frattempo sopravvenute (o accresciute) le risorse che sarebbero destinate a decreti attuativi ormai divenuti meno necessari o addirittura superflui, alla luce del tempo trascorso e della situazione mutata.
Esecutivo salvo per quattro voti. Il centrodestra resta compatto
La maggioranza supera la prova delle votazioni in Parlamento sullo scostamento di bilancio e sulla Nadef, la Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. I giallorossi si erano avvicinati a queste votazioni con molta preoccupazione, soprattutto al Senato: l'approvazione dello scostamento di bilancio prevede infatti la necessità di raggiungere la maggioranza assoluta, fissata a Palazzo Madama a quota 161, mentre sulla Nadef è sufficiente la maggioranza dei presenti. Alla fine, al Senato la risoluzione di maggioranza sullo scostamento di bilancio è passata con 165 sì, tre no e 121 astenuti, mentre la Nadef è stata approvata con 164 sì, 120 no e tre astenuti.
Sullo scostamento di bilancio l'opposizione di centrodestra si è astenuta (tranne i senatori Antonio Iannone di Fratelli d'Italia, Carlo Martelli e Gianluigi Paragone, ex M5s iscritti al gruppo misto che hanno votato contro. Sulla Nadef, invece, il centrodestra ha votato contro.
La maggioranza al Senato ha dunque superato la soglia dei 161 voti necessari per approvare lo scostamento di bilancio, collegato alla Nadef, per soli quattro voti, tra i quali quelli dei senatori a vita Mario Monti ed Elena Cattaneo. Sulla carta, a Palazzo Madama i giallorossi possono contare su 171 voti (95 M5s, 35 Pd, 18 Iv, 16 Misto e Maie, sette Autonomie. Ieri erano assenti quattro grillini (Cristiano Anastasi, per il Covid; Virginia La Mura, Tiziana Drago e Marinella Pacifico, queste ultime due in dissenso con il gruppo) e due senatori del Maie assenti per Covid, Adriano Cario e Ricardo Merlo. Sono stati 14 i voti favorevoli arrivati dal Misto, compresi Raffaele Fantetti e Sandra Lonardo, che hanno lasciato di recente Forza Italia. Nessuna crepa dunque nel centrodestra: a dispetto di quanto profetizzavano alcuni addetti ai lavori, Forza Italia non ha offerto alcun «aiutino» alla maggioranza, ma ha votato in perfetta sintonia con Lega e Fratelli d'Italia.
La risoluzione di maggioranza approvata ieri chiede al governo, tra l'altro, più risorse per il sistema sanitario, «proseguendo sulla strada intrapresa, promuovendo una rinnovata rete sanitaria territoriale»; «investimenti per la messa in sicurezza, riqualificazione o costruzione di scuole, asili nido, scuole dell'infanzia»; «misure di sostegno in favore del settore del turismo, dello spettacolo, delle attività commerciali e dei pubblici esercizi che risultino più colpiti dalla pandemia con perdite ingenti, significativi cali di fatturato e la sparizione di molte figure professionali».
«Ancora una volta il governo conferma di essere incapace di intendere e volere. Non è certo con gli strumenti contenuti nella nota di aggiornamento al Def che si possono contrastare gli effetti sulla pandemia e rilanciare l'economia del Paese», attaccano attraverso una nota i senatori della Lega Gian Marco Centinaio, già ministro dell'Agricoltura, Giorgio Maria Bergesio, capogruppo in commissione agricoltura a Palazzo Madama, Gianpaolo Vallardi, presidente della medesima commissione, Rosellina Sbrana, membro della commissione, e William De Vecchis.
«Al Senato», ha commentato il premier Giuseppe Conte, «c'è stato un ampio riscontro della tenuta della maggioranza: abbiamo superato il quorum minimo richiesto. Al Senato c'era una situazione più delicata perché abbiamo numeri più ristretti e qualche parlamentare non arruolato per la pandemia in corso e le precauzioni che vanno adottate». Qualche ora dopo, anche la Camera dei deputati ha approvato, con 324 voti favorevoli, 203 astenuti e nessun contrario, la risoluzione di maggioranza sullo scostamento di bilancio. La risoluzione di maggioranza sulla Nadef è invece passata con 325 sì, 199 contrari e sei astenuti.
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Confindustria: «Dei 100 stanziati negli scorsi mesi, un quarto non utilizzato. Colpa anche di provvedimenti farraginosi».La maggioranza assoluta in Senato raggiunta per un pelo. Approvata pure la Nadef.Lo speciale contiene due articoli.Il Parlamento, dunque, continua ad autorizzare scostamenti di bilancio, con votazioni in cui occorre la maggioranza assoluta; e l'opposizione, a partire dalla Lega, ha ancora una volta evitato di concedere alibi al governo, attestandosi sull'astensione. Ieri pomeriggio poco dopo le 17, infatti, a Palazzo Madama è passata al primo colpo, con i numeri richiesti, la risoluzione dei capigruppo della maggioranza che dava l'ok allo sforamento (per i feticisti dei numeri d'Aula, era la risoluzione numero 100).Va detto che, al di là della dialettica tra maggioranza e minoranza parlamentare, è anche normale che, vista la pesantissima incertezza che grava sul Recovery fund (sulla sua entità, sui suoi tempi, si potrebbe dire sulla sua stessa esistenza, vista la durezza e l'imprevedibilità del negoziato europeo in corso), l'Italia debba attrezzarsi per fare da sé, nella terra di nessuno - economicamente parlando - dei prossimi mesi. La relativa facilità con cui, da marzo in poi, sono stati autorizzati gli scostamenti si spiega esattamente così.Il problema - però - è comprendere che cosa accada dopo queste autorizzazioni parlamentari. Il Parlamento dà semaforo verde al governo, ma poi è proprio l'esecutivo a impantanarsi clamorosamente, come ormai dimostrano dati diversi, provenienti da fonti differenti, ma tutti convergenti nel descrivere la paralisi operativa e di spesa. Qualche giorno fa, è stato il centro studi di Confindustria a lanciare l'allarme nel suo Rapporto di previsione autunno 2020. Ecco cosa si legge alle pagine 31 e 32 di quel documento: «L'effettivo utilizzo delle risorse messe in campo con i Dl adottati dal governo in risposta all'emergenza può essere stimato pari a 76,8 miliardi di euro, circa 23 miliardi in meno di quanto indicato nei documenti di accompagnamento ai decreti». Dapprima il documento evoca come spiegazione un atteggiamento prudente del governo, ma poi avanza anche un altro fattore esplicativo: «Non è da escludere, però, che anche la farraginosità dei provvedimenti adottati e le difficoltà di implementazione possano incidere sull'effettiva erogazione delle risorse. Complessivamente, infatti, gli interventi decisi dal governo prevedono l'adozione di 208 decreti attuativi (137 nel decreto Rilancio, 37 nel decreto Agosto e 34 nel Cura Italia). Di questi, a oggi, ne sono stati adottati soltanto 64». Come si vede, secondo gli industriali, circa un quarto delle risorse risultano non spese, e meno di un terzo dei decreti necessari risultano effettivamente adottati. Non differiscono molto dalle stime di Confindustria quelle di Openpolis, che allarga l'analisi anche ad altri provvedimenti governativi, oltre a quelli citati. Per il Cura Italia servivano 34 decreti attuativi e ne sono stati adottati solo 24; per il decreto Rilancio ne servivano 137 e ne sono stati adottati 52; per il decreto Semplificazioni ne mancherebbero 38; per il decreto agosto ancora 36.Considerando anche altri decreti bisognosi di attuazione, il computo complessivo di Openpolis (valorizzato ieri dal Messaggero) parla di ben 200 provvedimenti ancora da varare, circa due su tre di quelli teoricamente necessari. La situazione si aggrava se si considera che in qualche caso ci sono termini temporali da rispettare, e in qualche caso no, il che rende tutto ancora più vago e indistinto. Tutto ciò apre riflessioni su due piani. Per un verso, c'è una questione di tecnica legislativa: sapendo che si rischia il pantano burocratico, sarebbe bene adottare provvedimenti sostanzialmente autoapplicativi, con un forte grado di automaticità. Per altro verso, c'è la già sottolineata questione delle risorse disponibili ma bloccate: il rischio, molto concretamente, è che si dia l'annuncio mediatico di un intervento, si crei una legittima attesa nei cittadini, e che tutto sia invece inghiottito dalle sabbie mobili di un'attuazione lenta o addirittura inesistente. Il che determina un corollario perfino surreale. Ovunque, si parla di spese che sarebbero necessarie: ad esempio, per un irrobustimento del trasporto pubblico locale, tema su cui le Regioni chiedono fondi, anche comprensibilmente, a maggior ragione in questa fase in cui si dovrebbero evitare vetture troppo affollate; oppure per esigenze sanitarie, con il ritornello ormai stucchevole dei favorevoli al Mes. Dov'è il paradosso? Sta nel fatto che le risorse ci sono, assolutamente autorizzate dal Parlamento, ma - per una ragione o per l'altra - sono ancora chiuse in qualche cassetto. Al punto che la prima cosa da fare sarebbe un controllo capillare dei decreti mancanti: per adottare quelli che sono ancora effettivamente indispensabili, e invece per eventualmente dirottare su esigenze nel frattempo sopravvenute (o accresciute) le risorse che sarebbero destinate a decreti attuativi ormai divenuti meno necessari o addirittura superflui, alla luce del tempo trascorso e della situazione mutata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-incassa-un-altro-scostamento-ma-tiene-23-miliardi-chiusi-in-un-cassetto-2648214526.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="esecutivo-salvo-per-quattro-voti-il-centrodestra-resta-compatto" data-post-id="2648214526" data-published-at="1602746897" data-use-pagination="False"> Esecutivo salvo per quattro voti. Il centrodestra resta compatto La maggioranza supera la prova delle votazioni in Parlamento sullo scostamento di bilancio e sulla Nadef, la Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. I giallorossi si erano avvicinati a queste votazioni con molta preoccupazione, soprattutto al Senato: l'approvazione dello scostamento di bilancio prevede infatti la necessità di raggiungere la maggioranza assoluta, fissata a Palazzo Madama a quota 161, mentre sulla Nadef è sufficiente la maggioranza dei presenti. Alla fine, al Senato la risoluzione di maggioranza sullo scostamento di bilancio è passata con 165 sì, tre no e 121 astenuti, mentre la Nadef è stata approvata con 164 sì, 120 no e tre astenuti. Sullo scostamento di bilancio l'opposizione di centrodestra si è astenuta (tranne i senatori Antonio Iannone di Fratelli d'Italia, Carlo Martelli e Gianluigi Paragone, ex M5s iscritti al gruppo misto che hanno votato contro. Sulla Nadef, invece, il centrodestra ha votato contro. La maggioranza al Senato ha dunque superato la soglia dei 161 voti necessari per approvare lo scostamento di bilancio, collegato alla Nadef, per soli quattro voti, tra i quali quelli dei senatori a vita Mario Monti ed Elena Cattaneo. Sulla carta, a Palazzo Madama i giallorossi possono contare su 171 voti (95 M5s, 35 Pd, 18 Iv, 16 Misto e Maie, sette Autonomie. Ieri erano assenti quattro grillini (Cristiano Anastasi, per il Covid; Virginia La Mura, Tiziana Drago e Marinella Pacifico, queste ultime due in dissenso con il gruppo) e due senatori del Maie assenti per Covid, Adriano Cario e Ricardo Merlo. Sono stati 14 i voti favorevoli arrivati dal Misto, compresi Raffaele Fantetti e Sandra Lonardo, che hanno lasciato di recente Forza Italia. Nessuna crepa dunque nel centrodestra: a dispetto di quanto profetizzavano alcuni addetti ai lavori, Forza Italia non ha offerto alcun «aiutino» alla maggioranza, ma ha votato in perfetta sintonia con Lega e Fratelli d'Italia. La risoluzione di maggioranza approvata ieri chiede al governo, tra l'altro, più risorse per il sistema sanitario, «proseguendo sulla strada intrapresa, promuovendo una rinnovata rete sanitaria territoriale»; «investimenti per la messa in sicurezza, riqualificazione o costruzione di scuole, asili nido, scuole dell'infanzia»; «misure di sostegno in favore del settore del turismo, dello spettacolo, delle attività commerciali e dei pubblici esercizi che risultino più colpiti dalla pandemia con perdite ingenti, significativi cali di fatturato e la sparizione di molte figure professionali». «Ancora una volta il governo conferma di essere incapace di intendere e volere. Non è certo con gli strumenti contenuti nella nota di aggiornamento al Def che si possono contrastare gli effetti sulla pandemia e rilanciare l'economia del Paese», attaccano attraverso una nota i senatori della Lega Gian Marco Centinaio, già ministro dell'Agricoltura, Giorgio Maria Bergesio, capogruppo in commissione agricoltura a Palazzo Madama, Gianpaolo Vallardi, presidente della medesima commissione, Rosellina Sbrana, membro della commissione, e William De Vecchis. «Al Senato», ha commentato il premier Giuseppe Conte, «c'è stato un ampio riscontro della tenuta della maggioranza: abbiamo superato il quorum minimo richiesto. Al Senato c'era una situazione più delicata perché abbiamo numeri più ristretti e qualche parlamentare non arruolato per la pandemia in corso e le precauzioni che vanno adottate». Qualche ora dopo, anche la Camera dei deputati ha approvato, con 324 voti favorevoli, 203 astenuti e nessun contrario, la risoluzione di maggioranza sullo scostamento di bilancio. La risoluzione di maggioranza sulla Nadef è invece passata con 325 sì, 199 contrari e sei astenuti.
Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.
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A pochi giorni dall’adunata nazionale, prevista da venerdì 8 a domenica 10 maggio, ancora si grida attenti agli assatanati calpestando l’immagine e l’onore degli Alpini. «Abbiamo pensato di fornire alle donne e alle persone della comunità Lgbtqia+ strumenti per affrontare queste giornate di potenziali disagi, molestie e cat calling», ovvero apprezzamenti e commenti volgari, scrive l’associazione del Terzo settore, assieme a Non una di meno, Unione donne Italia (Udi) e Centro antiviolenza Mascherona.
Invitano alla mobilitazione, a non abbassare la guardia, nemmeno fosse in arrivo un raduno internazionale di incel o di adepti della manosfera, comunità di uomini che odiano le donne. «Per reagire sul momento», scrivono, «automunitevi di fischietto. Può servire da deterrente e per attirare l’attenzione di chi vi sta intorno». Inoltre, raccomandano di andare nei loro centri «se avete subito comportamenti inappropriati o molestie/violenze e sentite la necessità di un supporto».
Così pure di segnalare molestie perché, spiegano, «intendiamo monitorare e raccogliere testimonianze per dare ascolto e visibilità a esperienze troppo spesso sottovalutate». Aspettiamoci un libro nero post adunata degli alpini, con nostri contributi veicolati dalla sinistra compiacente. Donne ed Lgbt sarebbero infatti oltremodo preoccupati: «La città verrà occupata da un’associazione di ex militari in un’Italia sempre più militarizzata, dove l’esercito si insinua nelle scuole e il linguaggio bellico cerca di pervadere le menti dei più giovani», è l’allarmismo che si vuole veicolare. Purtroppo, potranno esserci infiltrati solo per creare problemi e confermare che i timori erano fondati.
L’attacco agli Alpini così prosegue: «Dietro alla narrazione simpatica e solidale che parla di uomini pronti a intervenire per alluvioni e terremoti, dietro all’immagine di allegre compagnie di vecchietti goliardi, si nasconde quella cultura che da sempre vogliamo cambiare. Perché il militarismo è ideologia basata sulla forza, sull’autorità gerarchica, sul machismo». Insuperabile il delirio conclusivo: «Il fascino della divisa indora il suo scopo, quello di essere pronti a combattere in nome della Patria e degli interessi nazionali. Anche questo è patriarcato».
Insomma, penne nere sporche (perché si dice che insozzeranno Genova) e cattive, in quanto godrebbero di privilegio sociale. Poveri Alpini, loro che sono sempre così orgogliosi delle manifestazioni che organizzano, occasione di incontro, di rimpatriata ma anche all’insegna di motti che ne sottolineano i valori solidi, la capacità di sacrificio e lo spirito comunitario.
«Esprimo piena solidarietà agli Alpini per i manifesti offensivi comparsi oggi a Genova. Le penne nere sono memoria viva della nostra Nazione, presidio di valori ed esempio di solidarietà», ha dichiarato sui social il presidente del Senato, Ignazio La Russa, la cui «condanna per questi gesti vergognosi è ferma e senza ambiguità».
In una nota, Edoardo Rixi, deputato della Lega e viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha così protestato: «Distorcere la realtà, generalizzare e infangare una storia costruita su sacrificio e solidarietà significa superare il limite del rispetto e della civiltà. Genova è una città che conosce bene il valore della presenza degli Alpini, soprattutto nei momenti più difficili».
A provocare questo clima di rifiuto delle penne nere era stata Lorena Lucattini, direttore della Procura di Genova, già candidata al consiglio comunale per Avs alle ultime elezioni comunali, che aveva affidato ai social un violento attacco. «Ci siamo ereditati questa pagliacciata del raduno degli Alpini, che ci occupano scuole e palestre, almeno si pagassero gli alberghi! Bloccano una città per tre giorni, la sporcano, bevono, fanno casino, ma a cosa servono questi raduni a spese della collettività. Non vedo l’ora se ne vadano ancora prima che arrivino», aveva scritto, tra un post sul Liguria Pride e la condivisione di un elogio al premier spagnolo Pedro Sánchez che «avrebbe ridato dignità alla parola “sinistra”»
Dopo le reazioni indignate da ogni parte d’Italia, la funzionaria ha inviato una lettera di scuse all’Associazione nazionale alpini (Ana), definendo «breve ed infelice» il suo commento su Facebook. «Con questa mia intendo esprimere le mie scuse circa l’uso improprio del termine “pagliacciata” utilizzato per lamentarmi dei disagi che i cittadini genovesi potrebbero subire», si legge nel documento pubblicato dall’Ana sulla sua pagina social.
Spiega: «Non avevo intenzione alcuna di offendere il valoroso corpo degli Alpini, di cui ben conosco gli interventi nel caso di bisogno […] spero che l’incontro con la città di Genova dimostrerà ancora di più il mio torto». Tra i tantissimi commenti sempre di critica a Lucattini malgrado la lettera, un utente osserva: «Non una parola di scuse sull’affermazione “bevono, sporcano, si pagassero gli alberghi”. Scuse tardive e su suggerimento, non sue».
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